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Carlo Formenti: Lavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale

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Lavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale

Carlo Formenti

Nel 1961 nasce «Quaderni Rossi», una rivista destinata ad agitare le acque stagnanti del marxismo italiano, impelagato in una stucchevole ortodossia teorica (cui faceva da paradossale controcanto il pragmatismo «revisionista» del Pci). Vi scrivono autori come Mario Tronti, Raniero Panzieri, Vittorio Rieser e Antonio Negri, i quali propongono un'inedita reinterpretazione delle pagine più «visionarie» di Marx: il ciclo capitalistico non è governato dalle leggi «oggettive» dell'economia ma rispecchia il continuo sforzo di «adattamento» del capitale ai comportamenti soggettivi del lavoro. Il contributo fondamentale di questa eresia «operaista» (come verrà battezzata) consiste nell'avere recuperato il punto di vista della «critica dell'economia politica», vale a dire dell'unica prospettiva in grado di smascherare la natura ideologica della «scienza» economica, mettendo in luce i rapporti di forza fra le classi sociali che si celano dietro le sue presunte verità oggettive.
A questo merito indiscutibile, tuttavia, era associato un vizio destinato a influire pesantemente sulle opportunità di tradurre in azione politica efficace la teoria operaista: vale a dire la tendenza ad «assolutizzare» l'autonomia del lavoro nei confronti del capitale, del quale si tendeva a sottovalutare l'incredibile capacità di inventare sempre nuove modalità di subordinazione del lavoro medesimo. A causa di questa sottovalutazione, l'operaismo si è costantemente rifiutato di prendere atto dell'alternanza fra fasi storiche - a fasi di autonomizzazione del lavoro succedono fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, nel corso delle quali nascono nuove modalità di subordinazione del lavoro - ostinandosi a descrivere l'evoluzione della realtà sociale come un movimento «ascensionale», in cui l'iniziativa strategica è costantemente dalla parte del lavoro, mentre il capitale appare costretto a rincorrerne le mosse attraverso risposte tattiche.

Vediamo ora come questi punti di forza e di debolezza hanno influito sulle interpretazioni di quarant'anni di storia sociale. Negli anni Settanta l'operaismo ha saputo cogliere con lucidità la relazione fra stagflazione - aggravata dall'evento esogeno della crisi petrolifera — e i livelli di autonomia acquisiti dall'operaio massa durante il ciclo di lotte fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta; cosi come ha saputo riconoscere nel binomio crisi-ristrutturazione le due facce di un unico progetto di smantellamento della fabbrica fordista, già terreno di concentrazione del contropotere operaio, in vista della transizione all'organizzazione del lavoro postfordista. Allo stesso tempo, ha alimentato perniciose illusioni in merito al presunto ruolo rivoluzionario del cosiddetto operaio sociale - un concetto che avrebbe assunto consistenza solo decenni più tardi, con il diffondersi dell'organizzazione produttiva a rete, mentre allora veniva utilizzato per evocare l'espulsione dell'operaio massa dalla fabbrica e le prime forme di messa al lavoro del territorio (fabbrica diffusa). Il mancato riconoscimento dell'efficacia della controffensiva capitalista portò ad attribuire all'operaio sociale livelli dì autonomia inesistenti, con i noti, devastanti effetti politici.

Lo schema si ripete con le interpretazioni del ciclo dell'ascesa e successiva crisi della new economy, dalla metà degli anni Novanta a oggi. Il punto di vista che mette al centro l'autonomia del lavoro consente infatti di evidenziare alcuni elementi di novità assoluta del capitalismo informazionale. In primo luogo, il fatto che l'intero apparato tecnico-culturale (macchine, programmi, protocolli, linguaggi, relazioni e regole comunitarie, eccetera) che ha consentito l'avvento del capitalismo dot.com, è stato progettato e costruito dagli strati superiori dei knowledge workers (secondo altre definizioni classe hacker o classe creativa) in totale autonomia dal mercato, attraverso forme di cooperazione sociale spontanea e gratuita di cui la comunità degli sviluppatoti del software open source costituisce un esempio paradigmatico. Nel momento in cui il capitale ha iniziato a investire massicciamente nei settori dell'informazione mediata dal computer, si è visto costretto a convincere questi lavoratori - a elevato tasso di autonomia - a «rientrare» nelle imprese offrendo loro mansioni e redditi elevati (sotto forma di compartecipazione ai profitti mediante stock option), flessibilità di orario, servizi aziendali e altri privilegi, nel difficile intento di «fidelizzarli» (negli anni Novanta i lavoratori della conoscenza americani cambiavano impresa in media ogni tre anni, sfruttando le opportunità di miglioramento che un mercato del lavoro in continua espansione metteva loro a disposizione). E' anche e soprattutto per gestire questi rapporti di forza, che il «capitalismo digitale» ha adottato un modello di sviluppo fondato su ritmi vertiginosi di innovazione, finanziati attraverso la sopravalutazione strutturale dei titoli di borsa (i valori non rispecchiavano asset aziendali, ma aspettative di profitti futuri).

Il punto di vista si rivela altrettanto efficace nella lettura della crisi attuale, nella misura in cui consente di mettere in luce la sostanziale continuità fra il crollo dei titoli tecnologici nel 2000-2001 e l'attuale crisi finanziaria innescata dai suprime (i debiti «cartolarizzati» della middle class americana). La prima fase ha falcidiato posti di lavoro e redditi dei lavoratori della conoscenza (una perdita irreversibile, visto che quei posti di lavoro sono stati «esternalizzati» in Cina, India, Brasile e altri paesi in via di sviluppo). Poi è scattata la seconda fase, caratterizzata da un duplice salto di qualità del processo di finanziarizzazione dell'economia: da un lato, i consumi che rischiavano di crollare a causa della caduta di occupazione e salari sono stati alimentati attraverso finanziamenti ad alto rischio al debito privato; dall'altro si è tentato di trasformare in fonte di profitto (sempre attraverso processi di terziarizzazione/finanziarizzazione) il lavoro gratuito dei milioni di prosumer che si aggregano attorno alle piattaforme del Web 2.0.

Esiste il rischio di ripetere un errore simile a quello della fine degli anni Settanta, quando si sottovalutò la potenza della controffensiva capitalista? Solo un abbaglio clamoroso potrebbe indurre a non vedere in che misura siano stati distrutti i rapporti di forza dei knowledge workers. Per rendersene conto, basta leggere un servizio pubblicato qualche mese fa dall'«Economist», dedicato al diffondersi delle agenzie di collocamento on-line per lavoratori freelance. Queste imprese, che negli anni precedenti agivano soprattutto da intermediari fra datori di lavoro dei paesi ricchi e lavoratori dei paesi in via di sviluppo, funzionano sempre più spesso da reclutatoti di freelance a elevata qualificazione all'interno dei paesi avanzati. Si valuta che questa modalità di accesso al lavoro domestico, precario e «a progetto» (come diremmo qui in Italia) coinvolga ormai dodici milioni di lavoratori americani, sottoposti a ritmi di lavoro durissimi (i datori di lavoro utilizzano software di monitoraggio che scattano periodiche «istantanee» del desktop, misurano il tempo di utilizzo di mouse e tastiere e costringono il lavoratore a tenere dei «diari» sul progredire del lavoro), sottopagati (il datore di lavoro può rifiutarsi di pagare se ritiene che gli obiettivi non siano stati raggiunti) e privati di qualsiasi tipo di tutela giuridica e sindacale. In questo caso, parlare di «autonomia» vorrebbe dire allinearsi alle tesi dell'ultraliberista «Economist», che ha la faccia tosta di sostenere che questo tipo di soluzione regala ai lavoratori «flessibilità», consentendo loro di dedicare più tempo agli affetti domestici e agli hobby personali!

Invece il momento in cui l'equivoco rischia di ripetersi, è quando l'analisi si concentra sul Web 2.0 e sui milioni di utenti-consumatori che generano e distribuiscono contenuti «autoprodotti» attraverso blog, wild, social network e altre piattaforme. Qui non bisogna lasciarsi incantare dalle tesi di autori come Yochai Benkler, Kevin Kelly, Jeremy Rifkin, Clay Shirky e altri che vanno blaterando di terza via, postcapitalismo, economia del dono, socialismo digitale eccetera. Gli argomenti sono noti:

1.  Oggi il valore si crea soprattutto nei settori che producono conoscenze e informazioni, il costo dei mezzi di produzione necessari a svolgere tali attività (computer, programmi, connessioni di rete) è sempre più basso, ergo assistiamo a una ridistribuzione dei mezzi di produzione, ormai accessibili a una miriade di produttori indipendenti;

2. Questi prosumer, spesso motivati da passione e ricerca di soddisfazioni personali, più che da fini di profitto, si aggregano in comunità che condividono liberamente i rispettivi prodotti, ergo l'economia dell'informazione evolve verso una sorta di capitalismo distribuito (qualche anno fa, il sociologo italiano Aldo Bonomi anticipava i tempi parlando di «capitalismo molecolare») o di socialismo cooperativo;

3.  La forma di rete assunta da queste inedite modalità produttive consente di superare i tradizionali rapporti gerarchici, ergo il lavoro è prossimo all'emancipazione, senza dover necessariamente passare attraverso nuove forme di lotta di classe.
 
Eppure basta poco a smontare le illusioni:

1.  Il capitalismo informazionale (colossi dello hardware e del software, telecom, dot.com e nuova industria culturale) è oggi protagonista di un processo di concentrazione monopolistica (accelerato dalla crisi) di proporzioni mai viste;

2.  I commons immateriali che vengono generati dalla creatività e dall'intelligenza collettiva delle comunità on-line sono oggetto di appropriazione gratuita da parte delle Internet company che riescono a «metterli al lavoro» (anche se chi è vittima di queste nuove forme di sfruttamento non è quasi mai consapevole della natura di lavoro non retribuito che la sua attività viene assumendo) per estrarne plusvalore;

3.   Il passaggio dall'impresa tradizionale al wiki, più che ad appiattire le gerarchie, serve a risolvere una secolare contraddizione delle grandi strutture gerarchiche, vale a dire la caduta del saggio di profitto associata ai costi di gestione di apparati burocratici pletorici, nella misura in cui i network sociali si rivelano capaci di gestire spontaneamente e a costo zero il lavoro di coordinamento necessario alla realizzazione di determinati progetti.
 
In conclusione: la fase storica che stiamo vivendo, al pari di tutte le fasi di crisi e ristrutturazione capitalistica, non è affatto caratterizzata da un accresciuta autonomia del lavoro, bensì da una potente controffensiva capitalistica che, per la prima volta, non si limita a ridimensionare i rapporti di forza del lavoro, ma tenta addirittura di farlo sparire, nella misura in cui riesce a far credere che una serie di attività vitali si stiano «liberando» dal mercato proprio quando quest'ultimo si prepara a colonizzarle.

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