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S.Bologna e D.Banfi: Mettersi di traverso. Per una critica del biocapitalismo contemporaneo

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Mettersi di traverso. Per una critica del biocapitalismo contemporaneo*

Sergio Bologna, Dario Banfi

Tutti i sistemi totalizzanti tendono a ridurre l’umanità a un insieme di corpi senz’anima, senza personalità, il capitalismo per primo e il biocapitalismo quasi ci riesce(1). Il problema sta nel rifiuto di subire, di sottomettersi, è l’eterno problema della libertà dell’individuo, qui sta il senso del discorso sulla coalizione. Ma la libertà non è scindibile dalla conoscenza e pertanto l’affermazione che l’informatica ha creato una diversa epistemologia significa che ha modificato i parametri del processo conoscitivo liberandolo in parte dalla dipendenza dell’insegnamento, del lavaggio del cervello, e dalla dipendenza dei procacciatori/manipolatori d’informazioni, aprendo lo spazio a una, seppur parziale e in permanente tensione, autonomia dell’individuo. Parlando il linguaggio dei simboli ha ridotto lo scarto tra la parola e i suoi effetti, il gesto e i suoi riflessi. Ha abbassato la statura dell’autorità, le ha tolto il piedestallo, contribuendo in questo senso alla de-professionalizzazione.

La nascita e lo sviluppo delle «nuove» professioni» avviene proprio nel periodo in cui questo passaggio di civiltà comincia a compiersi. Non hanno un percorso di formazione precostituito, non possiedono conoscenze alle quali corrisponde un ambito di giurisdizione ben definito, vivono di relazioni più che di competenze, la loro autorità è sancita dal mercato non dalle credenziali, a loro non servono i paludamenti del professionalismo, anzi sono d’impaccio. Ma il termine generico di «nuove professioni» comprende anche alcune antiche esercitate in maniera nuova o, per meglio dire, svolte in contesti di mercato talmente diversi da quelli che in origine le aveva viste nascere, che possono essere considerate «nuove».

È la forma sociale dell’esercizio quella che fa la differenza non è la specializzazione.

Qualcuno ha detto: non sono delle professioni e chi le esercita non ha il diritto di chiamarsi professionista. Con malcelato disprezzo ne parla uno che pure è stato un impietoso testimone della decadenza della professione medica negli Stati Uniti:

“Specialisti che in realtà sono dei meri tecnici… servono i loro padroni come freelance o hired guns (tanto per usare sia il termine antico che quello moderno per dire «mercenario») le loro lealtà si collocano sullo steso piano di quelli che li pagano. Accettano le scelte dei loro padroni e li servono lealmente come meglio possono. Alla luce delle loro conoscenze specialistiche questi servants possono consigliare i loro padroni di qualificare o modificare le loro scelte ma non pretendono di avere il diritto di essere loro a scegliere per i loro padroni, di essere indipendenti da quelli o addirittura di violare i desideri di quelli. Ma è proprio questa l’indipendenza che il professionalismo reclama per sé(2).”

Forse qualcuno potrebbe sentirsi offeso a essere definito «un mercenario», ma la frase rispecchia semplicemente la mentalità elitaria, l’atteggiamento di esclusione sociale, che sono tratti caratteristici della cultura del professionalismo, su questo concordano tutti i grandi studiosi del fenomeno, lo stesso Freidson, Abbott, la Magali Larson e altri. Chi ha scelto il lavoro autonomo delle nuove professioni negli anni Settanta, non solo in Italia, l’ha fatto invece portandosi dietro una mentalità opposta, quella dell’egualitarismo. I neue Selbständige tedeschi erano fortemente influenzati dalle culture e dalle pratiche «alternative», da orientamenti anticapitalistici, da un desiderio di fuga dalle città per immigrare in territori agricoli. Quando un informatico sceglie la carriera del freelance può averlo fatto dopo un’esperienza di hacker. Come ci ricorda Manuel Castells, forse il maggiore teorico della società dell’informazione, della network society, il termine hacker non indica un sabotatore, indica uno che rifiuta il sistema proprietario, uno che considera la condivisione della conoscenza e dell’esperienza il valore più elevato, il principio etico al quale deve tenere fede l’informatico che vive del suo lavoro. È un atteggiamento opposto a quello della competenza esclusiva, proprio dell’ideologia elitaria del professionalismo. Grazie a questo atteggiamento anarchico-libertario si è sviluppato internet. In virtù di una mentalità che è l’opposto di quella del professionalismo è nato il computer

Il personal computer è stato un’invenzione casuale della controcultura informatica e lo sviluppo migliore del software lo si è avuto con i sistemi Open Source, che sono stati prodotti al di fuori del mondo delle grandi imprese, nelle università e nelle iniziative lanciate da freelancer(3).

L’ideologia del professionalismo è conservatrice, non stimola l’innovazione. Il lavoratore della conoscenza moderno ha orizzonti più vasti, più aperti di quelli della professione. Taglia corto in un testo del 1995: «La conoscenza è un’opportunità per procurarsi un reddito», scrive Keith Macdonald(4). Se siamo  d’accordo con lui, è una perdita di tempo interessarsi alla disputa se il lavoratore autonomo con Partita Iva sia un professionista o meno, abbia o meno il diritto di presentare queste credenziali. È di secondaria importanza decidere se considerarlo un mercenario o un gentiluomo. Rimettiamo i piedi per terra, torniamo alla sua condizione sociale, a quella che già trent’anni fa era stata messa a nudo da chi aveva colto sul nascere il passaggio di civiltà (5). Era evidente dalla fine degli anni Settanta che la tendenza era quella definita da Magali Sarfatti Larson: «La proletarizzazione» dei laureati(6). Ragionando al giorno d’oggi però, la constatazione che il fenomeno dell’impoverimento del lavoro intellettuale si è verificato effettivamente, come trent’anni fa era stato previsto, non basta.

In questo percorso sono cambiate molte cose, l’impoverimento è avvenuto anche per dinamiche che non erano state previste, mentalità consolidate sono state spazzate via e sostituite da altre. Una tendenza storica non è mai lineare, si afferma per contraddizioni e ripiegamenti, si manifesta per varianti che ne arricchiscono la complessità. Ragionando oggi, trent’anni dopo quei primi segnali di allarme sull’impoverimento del lavoro intellettuale, vale la pena mettere in rilievo come le persone abbiano cercato di resistervi o con artifici di sopravvivenza o, soprattutto, con una progressiva maggiore capacità di amministrazione delle proprie conoscenze e un passaggio da forme di vita puramente individualistiche a trame di relazioni che funzionano sia da strumenti di protezione che da proposta di nuovi servizi. Il mercato per il lavoratore autonomo è in parte quello che lui stesso riesce a creare, a inventare, a inventarsi. Ma se così è, se la forma «mercato» è indissolubile dal riconoscimento sociale, significa anche che una delle cause della mancanza di reazione all’impoverimento della middle class può essere dovuta al fatto che esercitare un’attività di elevata reputazione o visibilità offre una compensazione alle paghe da fame o agli onorari vergognosi. Forse questa è la vera trappola che ingabbia i lavoratori indipendenti, essere vincolati ai valori del riconoscimento sociale tanto quanto la classe operaia è stata vincolata ai valori del consumismo. Dunque occorre disattivare una serie di trappole ideologiche se si vuol inaugurare un percorso di coalizione.

Ha ragione Federico Chicchi, uno che ha studiato a fondo il problema dell’identità in rapporto al lavoro, a scrivere:

“Sembra svolgere una funzione rilevante, la diffusione di una cultura del lavoro che fa della performance individuale e della capacità di competere efficacemente sui mercati emergenti degli elementi imprescindibili dell’alto riconoscimento sociale. Il lavoro diventa fonte di attribuzione di elevato status quando è visto come attività rischiosa, creativa e di responsabilità. L’atteggiamento che tende ad attribuire rispetto e stima a chi accetta di intraprendere percorsi professionali rischiosi e non istituzionalmente protetti, sembra far parte di una più generale «cultura del rischio» tipica dei contesti economici postfordisti […] la «cultura del rischio» è cioè una cultura individualistica, meritocratica che attribuisce valore sociale all’attore che agisce senza pianificare nei dettagli la sua strategia, che aggredisce il mercato piuttosto che subirne gli effetti, che affronta con risolutezza e autonomia le condizioni d’incertezza e variabilità della società postfordista […] il saper rischiare, quindi, diventa il principale criterio di valorizzazione sociale del postfordismo. Rischiare significa, infatti, stare dentro, non rischiare significa stare inesorabilmente fuori”(7).

Ma questa è ancora una volta, come in Bauman o in Sennett, solo una faccia della medaglia, è una visione che rischia di rimanere circoscritta dentro la forma «mercato». Il rischio vero non è quello di affrontare il mercato. Il vero rischio è «pensare altrimenti», è rifiutare la mentalità corrente, l’imitazione delle pratiche del leader di mercato. Il vero rischio è innovare, dotarsi di un bagaglio conoscitivo sui generis. C’è un bellissimo termine tedesco Querdenker, uno che pensa di traverso, e dunque che si mette di traverso. E l’innovazione può consistere proprio nel saper ridurre l’imprevedibilità dell’azione rischiosa. Il rischio del lavoratore cognitivo che esercita un’attività indipendente deve essere sempre un rischio calcolato, non può essere mai assoluto, un salto nel vuoto, una scommessa, deve contenere in sé un criterio di relazione. Non si pensa «altrimenti» per rompere il legame con il committente ma per vincolarlo a condizioni più favorevoli, non si pensa «altrimenti» per stare peggio ma per sentirsi maggiormente padrone di un rapporto di lavoro, per quanto asimmetrico possa essere il rapporto di forza economico. Per calcolare un rischio basta il proprio talento, ma per tutelarsi dal rischio c’è solo la coalizione con i propri simili.

*Si presenta qui – per gentile concessione degli autori e della casa editrice – un paragrafo del secondo capitolo di Vita da Freelance in libreria dal 20 aprile. © Giangiacomo Feltrinelli Editore.

 

NOTE
1.       A. Fumagalli, Bioeconomia e Capitalismo Cognitivo, Carocci, Roma 2008; C. Marazzi, Il comunismo del capitale. Biocapitalismo, finanziarizzazione dell’economia e appropriazioni del comune, ombre corte, Verona 2010; C. Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, ombre corte, Verona 2010.
2.       E. Freidson, Professionalism. The third logic, Blackwell, London 2000, p. 122 [trad. it. Professionalismo, la terza logica, Dedalo, Bari, 2002].
3.       M. Castells, a cura di, The network society, a cross cultural perspective, Northampton, Mass, Edward Elgar 2004.
4.       K. Macdonald, The sociology of professions, Sage, London 1995.
5.       C. Derber, a cura di, Professionals as workers. Mental labour in advanced Capitalism, C.K. Hall, Boston 1982.
6.       M. Sarfatti Larson, Proletarianization and Educated Labor, «Theory and Society», vol. 9, n. 1, gennaio 1980, pp. 131-175.
7.       F. Chicchi, Lavoro flessibile e pluralizzazione degli ambiti di riconoscimento sociale, in Identità e appartenenza nella società della globalizzazione. Consumi, lavoro, territorio, a cura di E. Di Nallo, P. Guidicini, M. La Rosa, Franco Angeli, Milano 2004, pp. 118-119.
 

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