
Conoscenza, cultura, competenza*
di Sergio Bologna
Dovessi raffigurarmi il paradiso me lo immaginerei come una biblioteca (H. Müller)
A Roma il moto di rivolta dei lavoratori della cultura, dello spettacolo, dei media, è partito col piede giusto. I simboli contano. E’ cominciato da una biblioteca, dalla Biblioteca Nazionale. Non importa se allora la protesta è riuscita o meno, ma aver scelto una biblioteca come punto di partenza ha avuto il potere di evocare valori universali e contraddizioni importanti della nostra epoca. Cosa viene in mente a sentir dire “biblioteca”, oltre a servizio pubblico, bene comune? Provo a elencare alcune parole-chiave.1. Il tema di questo dibattito è: lavoro culturale e le sue condizioni di mercato. Come deve ragionare il lavoro culturale per migliorare le sue condizioni, il suo status? O meglio, come dovrebbe ragionare? Le considerazioni che seguono intendono portare un contributo in tal senso.
2. Ma questo tipo di cultura, che è il prodotto di una trasformazione sociale, nasce sempre dal volontariato. E’ un grosso scoglio, questo, perché è difficile affrontare la condizione economica del lavoro culturale oggi senza riflettere sul senso del nostro volontariato. Come possiamo parlare di tariffe se prima non risolviamo il problema del volontariato? Il nostro volontariato non è riconosciuto come tale, non ha la legittimazione sociale di cui godono i volontariati che si occupano d’infanzia abbandonata o di epidemie. Non rientra nella categoria.
3. Rapporto di lavoro, contratto, retribuzione. E qui c’è la dannazione del lavoro intellettuale a mettere i bastoni tra le ruote. Nel lavoro intellettuale non c’è mai l’alienazione totale, quella che dava all’operaio massa il senso di estraneità assoluta verso il suo prodotto e gli apriva il cervello, lo predisponeva al conflitto, una volta superata la paura e calcolato i rischi. Il lavoro intellettuale non riesce a raggiungere il distacco completo dal suo prodotto, quell’alienazione totale che permette di capire come funziona il mondo. Nel prodotto ci mette una parte, sia pure piccola, di se stesso, pertanto gli riesce difficile odiarlo, guardarlo con occhio estraneo. Parlo del prodotto, non del mestiere. L’orgoglio di mestiere è altra cosa.
4. Il volontariato che produce cultura come attività extramercato è il vero lavoro di conoscenza, mentre la prestazione conto terzi è cessione di competenza. Proviamo a scindere conoscenza e competenza, un’operazione arbitraria, però proviamo a farlo per chiarire meglio questo passaggio. Ho difficoltà a immaginare un lavoro di conoscenza retribuito o meglio, retribuito per il suo valore. Perciò mi riesce difficile toglierlo dalla sfera del volontariato. Il lavoro intellettuale retribuito è cessione a titolo oneroso di competenze, non è lavoro di conoscenza, tant’è vero che dopo avere fornito servizi competenti non ci sentiamo per niente arricchiti del nostro bagaglio di conoscenze. Abbiamo arricchito il nostro savoir faire, è una cosa diversa, ci siamo meglio attrezzati per erogare lo stesso servizio con minore sforzo, così come l’operaio dopo avere ripetuto lo stesso movimento per cento volte impara a farlo in modo da strappare del tempo per una sigaretta a parità di output. Ma questa situazione che è tipica dello skill non rientra nella sfera del lavoro di conoscenza che per sua natura è un lavoro extramercato, svincolato da un prodotto specifico o anche dal “produrre”, è molto più legato all’”inventare”, all’”innovare”, a rompere gli schemi, a “liberare” e a liberarci. Conoscenza e libertà sono due termini inscindibili, che si possono esprimere anche con una sola espressione “libertà di pensiero”, qualcosa che rimanda all’infinito.
5. La conoscenza quindi è innervata nella trasformazione sociale ed è per sua natura incompatibile con una mercificazione, non rientra nel classico ciclo marxiano denaro-merce-denaro, è un prodotto del volontariato. Parlare di “lavoro di conoscenza” pertanto non è del tutto corretto, il termine “lavoro” dovrebbe sempre essere associato all’idea del lavoro come merce scambiabile con denaro. Negli ultimi anni si è spesso sentito dire e scrivere: il nostro lavoro non è una merce! Chi ha detto e scritto così pensava forse di difendere la dignità del lavoro, l’intenzione era buona, io penso invece che si debba dire “il mio lavoro è merce, è quello che mi consente uno scambio monetario con cui sopravvivo, scambio che debbo cercare di migliorare a mio favore con il negoziato o con il conflitto”. Distinguendo nettamente l’attività di cessione di competenze a terzi dal volontariato proprio del lavoro di conoscenza.
6. Creazione di competenze allora, qui entra subito in gioco il discorso sull’università. L’università fornisce competenze non conoscenza. L’ordinamento universitario, essendo sempre più specialistico e compartimentato, non contribuisce a creare conoscenza né cultura come trasformazione sociale. Quindici anni fa, quando abbiamo iniziato a sistematizzare il discorso sul lavoro autonomo, abbiamo avuto necessità di creare una “Libera Università”, recuperando il significato originario del termine universitas, comunità di persone animate dagli stessi interessi. L’innovazione di pensiero oggi deve liberarsi della macchina universitaria. Oggi è impossibile avere libertà di pensiero nel format della produzione accademica. Dall’economia alla sociologia, alla filosofia, alla letteratura, nelle scienze umane in generale, il format del prodotto accademico è concepito con lo scopo di legittimare la macchina esistente, è un meccanismo autoreferenziale.
7. Dicevamo che l’università fornisce competenze non conoscenza. Però comincio a dubitare che questa macchina sia ancora in grado di fornire competenze. Sicuramente non è in grado di fornire le competenze richieste dal mercato. Non è un problema da poco e poi: come si fa a stabilire se è inadeguata la domanda o l’offerta? Dovremmo dire che è un rapporto di forza, a comandare è la domanda. Qui entriamo nella sfera del mercato del lavoro. Gli studi universitari sono un investimento che l’individuo fa per poter entrare nel mercato del lavoro con probabilità di accedere al suo segmento meno povero. Quindi studia per poter acquisire quelle competenze che gli consentono uno scambio favorevole. In genere pensa al mercato del lavoro del paese dov’è nato, quindi inquadra le sue aspettative in un contesto socio-economico specifico. Come si configura questo contesto oggi in Italia? Non è la sede per fare un’analisi della situazione italiana del mercato del lavoro. Però due numeri, due, potrebbero aiutarci a chiarire meglio il nostro discorso. Sintetizzando al massimo diciamo che il mercato del lavoro si suddivide in due macrosegmenti: il mercato della P.A., dell’impiego pubblico o dell’impiego creato da risorse pubbliche, e il mercato dell’impresa (pubblica o privata non fa problema). Nel primo caso il capitale è dato da trasferimenti, nel secondo da profitti.
8. Il primo è controllato direttamente o indirettamente dalla politica. Per quanta autonomia un funzionario della P.A. possa conquistarsi nei confronti della politica, alla fine questa finisce per prevalere nelle scelte e nell’allocazione delle risorse. Basta pensare proprio al settore della cultura.
9. Due numeri sul macrosegmento dell’impresa in generale. In Italia l’impresa da parecchi anni non crea posti di lavoro più di quanti ne distrugga e quei pochi che crea sono, come sappiamo, per l’80% a termine. E se crea posti di lavoro, lo fa prevalentemente in settori stagionali o in progetti a termine (il turismo e l’edilizia sono i più caratteristici di questi). Gli imprenditori dicono che in Italia non si può lavorare, eppure i numeri ci dicono il contrario. Dall’indagine Mediobanca-Unioncamere sulle imprese italiane 2009-2010.
10. E’ difficile credere che il governo Monti, con la fase 2, quella delle politiche di sviluppo, riesca a cambiare questa situazione mediante le liberalizzazioni oppure mediante la riforma del mercato del lavoro, cioè riesca a convincere gli azionisti delle imprese a fare il loro dovere. Pertanto non c’è molto da sperare nella creazione di posti di lavoro da parte delle imprese. Non hanno investito finora, non lo faranno domani. Le competenze, ammesso che qui valgano di più che nel mercato controllato dalla P.A., resteranno in gran parte inutilizzate. Qui sembra ancora più difficile poter migliorare la situazione, dopo che il sindacato è diventato un’arma spuntata e spesso anzi contribuisce a peggiorare la situazione (perché, invece di irrigidirsi sull’art. 18 i sindacati confederali non si sono irrigiditi sulle norme che possono migliorare la condizione del precariato e sui sussidi di disoccupazione? D’altronde è anche singolare che non esista un movimento di massa dei precari in grado di stringere d’assedio la sede dove le parti sociali discutono la riforma del lavoro, se non ora quando?). Quando parliamo di padronato attenti però a generalizzazioni superficiali. Il capitalismo nostrano, toccati certi limiti di estrazione di plusvalore dalla forza-lavoro, si organizza sempre più in modo che l’impresa maggiore possa sfruttare altre imprese minori lungo la catena di subfornitura. A tutto questo si aggiunge un ciclo dell’economia mondiale non favorevole, che incide sulla parte più dinamica dell’impresa italiana, l’esportazione. La somma di queste cose ci porta a concludere che negli anni prossimi il mercato del lavoro italiano, nel versante delle imprese, non offrirà ai giovani maggiori o migliori prospettive di quelle che presenta oggi. Da noi ci sarebbe da aggiungere come terzo macrosegmento quello dell’economia criminale, che rappresenta una parte dell’economia sommersa. E’ inutile nascondersi dietro un dito, le varie mafie in Italia immettono liquidità nel sistema e sono il terzo datore di lavoro dopo la P.A. e l’impresa.
11. Negli Stati Uniti risulta dagli ultimi dati che il 62% dei nuovi posti di lavoro è prodotto dalle start up, cioè da microimprese nate per iniziativa di qualcuno che si è inventato un lavoro. Può darsi che la politica keynesiana del futuro non sia quella di costruire grandi infrastrutture (modello al quale sembrano affezionati ancora i nostri governanti) ma quello di fornire risorse alle start up. Ma perché questo sia praticabile occorre una drastica redistribuzione delle risorse. Negli USA la riduzione delle spese militari è il passaggio più evidente.
12. Torniamo per un momento al problema del lavoro di conoscenza, senza dimenticare però che l’oggetto della nostra riflessione non è una nuova teoria della conoscenza ma un semplice contributo per rispondere alla domanda: come deve (dovrebbe) ragionare il lavoro culturale per migliorare la sua condizione socio-economica oggi? Abbiamo detto che il lavoro di conoscenza è un lavoro extramercato, avente come orizzonte l’infinito, tutto volontario. Ci riferivamo al lavoro di conoscenza che produce valori immateriali, archetipi, prototipi mentali, che produce idee sulle quali si costruisce una mentalità, una capacità di discernimento, un modo di vivere e di concepire le cose, una filosofia di vita, un’etica e dunque una politica. Lavoro di conoscenza è quello che produce valori trasmissibili, riproducibili, idee che possono servire ad altri. Nel lavoro di conoscenza c’è sempre una tensione, una spinta sociale, in esso è sempre presente il moto del dono, quindi è intrinsecamente votato al volontariato.
13. Qualcuno potrebbe obbiettare a questo punto che c’è una palese contraddizione tra la definizione del lavoro di conoscenza volontario che si misura con l’infinito e il lavoro di conoscenza che produce merci. Certo che c’è contraddizione ma è la stessa insita nel lavoro in quanto tale, nel concetto stesso di lavoro, di cui Marx dice che è doppelseitig, ambivalente, portatore di libertà e del suo contrario, dipendenza. In ogni scelta che noi facciamo è insito un risultato e il suo rovescio. Quella che nasce come impresa sociale può diventare strumento di mera accumulazione, la storia del movimento cooperativo lo dimostra. I rivoluzionari possono diventare i peggiori dittatori. O accettiamo che questa ambiguità, questa ambivalenza, sia intrinseca ad ogni lavoro di conoscenza e ad ogni lavoro culturale, oppure ci trasformiamo in adoratori di una Città del Sole che non verrà mai. Ma questo “realismo” non ci impedisce di affermare che il lavoro di conoscenza al quale noi ci sentiamo chiamati, per nostra vocazione, per nostra scelta, è il lavoro che produce valori universali, trasformazione sociale e sensazione di libertà in chi lo esercita. Dunque volontariato.
14. Se questa fosse la sua unica qualità, non varrebbe la pena parlarne in un contesto dove si trattano problemi in ultima istanza “sindacali”. Non avrebbe senso parlarne qui. Invece credo che abbia senso questo discorso perché il lavoro di conoscenza al quale ci sentiamo chiamati per una spinta etico-intellettuale è quello che oggi meglio consente alla persone di dotarsi delle competenze necessarie a sopravvivere come knowledge worker in una situazione di mercato nella quale, se dovessimo calibrare la qualità e la tipologia delle competenze sulla domanda effettiva delle imprese o della P.A., oggi in Italia, finiremmo solo per ingrossare le fila dei disoccupati o di quei poveretti che se ne stanno chiusi in casa al computer a spedire curricula a tutto spiano. Quello che appare lavoro di conoscenza come missione di volontari è in realtà, tra le altre cose, molto spesso la palestra migliore per dotarsi di competenze “relazionali”, oggi altrettanto utili quanto le competenze “tecniche”. I missionari del dono, considerati degli acchiappanuvole, riescono spesso a dotarsi di competenze spendibili meglio di tante altre perché non sono frutto di un’istruzione standardizzata e codificata ma di un’autoformazione.
15. Concludo con una riflessione che mi è suggerita dall’esperienza che stiamo facendo nella vita associativa di ACTA (Associazione Consulenti Terziario Avanzato). La crisi di mercato delle forme di lavoro dipendente, che ormai è un dato di fatto – ma non è in crisi l’aspirazione degli individui ad un lavoro retribuito regolarmente – ci ha portato a indagare con sempre maggiore attenzione le opportunità del lavoro indipendente o autonomo che dir si voglia. La sua condizione oggettiva, la sua situazione socio-economica, non è migliorata né nel nostro Paese né altrove. Ci chiediamo perché, malgrado questo, il lavoro indipendente continui a crescere soprattutto nelle professioni intellettuali e creative. Può darsi che sia l’effetto di una situazione di necessità: trovando sempre meno chi offre lavoro dipendente a condizioni decenti, si accetta un lavoro autonomo anche a condizioni difficili o indecenti. Potrebbe essere letto così lo sviluppo delle start up negli USA.
16. In Italia la battaglia più difficile è quella contro le vecchie associazioni, chiuse nel difendere il recinto della singola professione e succubi del modello associativo degli Ordini professionali. Pensano in questo modo di difendere il valore della competenza e non si accorgono di essere semplicemente portatrici dell’ideologia del professionalismo. Un’ideologia, dice un illustre sociologo, “tipica delle persone che hanno bisogno, per vivere, di avere un’alta considerazione di se stesse”. Certe volte noi di ACTA abbiamo difficoltà a far capire che questo è il modello associativo contro il quale ci battiamo. Contro di esso noi proponiamo un modello di rappresentanza “trasversale”, in grado di battersi per gli interessi comuni di tutte le professioni, di tutto il lavoro professionale. Molti pensano invece che la nostra principale preoccupazione sia quella di distinguerci dal sindacato operaio, dai sindacati confederali. Noi invece vogliamo smantellare un’ideologia che imprigiona la middle class e la mette alla mercé dell’attuale sistema capitalistico e nel far questo ci ispiriamo a culture, come quella del mutualismo, proprie del movimento operaio. I sindacati confederali (oltre a crearci dei problemi sul fronte dei contributi previdenziali) non hanno ancora capito il senso della nostra battaglia sul fronte dei modelli associativi del ceto professionale. Per quanto riguarda poi la Sinistra istituzionale, la vicenda della Torino-Lione e dei No Tav dimostra ancora una volta il suo legame indissolubile con gli interessi dei gruppi che vivono di commesse pubbliche per la costruzione di grandi infrastrutture e quindi la sua subalternità a un modello di sviluppo che ha già rovinato la Spagna. Sulla riforma del mercato del lavoro ACTA ha avanzato una sua proposta, ma avrà qualcosa da dire anche sulla fase 2 del governo Monti. Se il destino del nostro Paese si gioca sulla knowledge economy e sulla cultura, la nostra piccola esperienza, la vostra, dovranno contare sempre di più.
*Roma, domenica 11 marzo, alle ore 20, questo intervento aprirà l'assemblea "Il lavoro culturale: la bandella della Magliana", un incontro con le reti e i movimenti della conoscenza organizzato nell'ambito del festival "Libri Come", 8-11 marzo, all'Auditorium-Parco della Musica. Venerdì 9 e sabato 10, alla stessa ora, si svolgeranno le assemblee "0,60 a cartella" e La cassa delle letterature" , un punto sul lavoro culturale oggi, in Italia
















