coordinamenta

“Dominanti e dominati”

di Elisabetta Teghil

Ci sono delle evidenze che definiscono dominanti e dominati prima ancora di qualsiasi indagine sociologica e analisi ideologica.

La definizione positiva è quella che concerne il gruppo o l’individuo costruito come razza e/o sesso, la designazione negativa, ovvero la non-designazione, si applica all’Altro. I bianchi, ad esempio, non fanno parte delle “persone di colore”: il bianco, il referente, non ha colore. Analogamente nella designazione dell’appartenenza di sesso, la categoria differenziale è quella di donna. Non occorre nominare l’uomo, è l’implicito delle categorie sessuali.

Tra uomini e donne storicamente si è sviluppata un’asimmetria, per cui le donne sono differenti dagli uomini, mentre gli uomini non sono differenti. Gli uomini sono.

Ma la differenza sessuale è stigma di un antico rapporto di dominio e di sopraffazione, emblema dell’ideologia naturalizzante dei rapporti sociali tra i sessi.

Quello che definisce l’appartenenza al gruppo dominante è la possibilità indefinita, cioè la possibilità giuridica di non avere interdizioni rispetto alle pratiche del gruppo dominato.

contropiano2

Renzi spacca il Pd, si rompe l’ultimo partito di regime

di Redazione Contropiano

Difficile dire per quale ragioni il Partito Democratico si avvii stancamente alla scissione. Difficile, vogliamo dire, invidividuare ragioni “programmatiche e ideali”, come si sente dire in questi giorni, che distinguano effettivamente il campo renziano (molto scosso anche al proprio interno) dai vecchi tromboni ulivisti. Ovvero da Bersani – che rivendica ancora oggi di esser stato “l’unico ad aver fatto liberalizzazioni” – D’Alema (che ha regalato Telecom alla cordata guidata da Colaninno), il governatore toscano Rossi (che privatizza l’acqua regionale violando il risultato e quindi il vincolo referendario) e via elencando.

Sul piano pratico, sulle cose fatte – che sono poi le uniche che si possano giudicare in politica – l’assemblea nazionale del Pd è composta da una folla indistinguibile di neoliberisti senza se e senza ma. Gente che ha votato la riforma Fornero sulle pensioni, il jobs act, la “buona scuola”, e ancor prima quel “pacchetto Treu” (1997!) che ha aperto le dighe alla precarietà di massa, legalizzata e perenne, in questo paese. E non basta davvero canticchiare qualche strofa di “bandiera rossa” (peraltro epurata della parola “comunismo”), o sbrodolare qualche frase contrita sulle “disuguaglianze intollerabili”, la “precarietà diffusa”, “i giovani”, “i lavoratori”.

Eppure stanno scindendosi.

la citta futura

Europa: tosatura a due velocità

di Ascanio Bernardeschi

Di fronte ai sempre più visibili segnali di implosione dell'Unione Europea e dell'euro, la Merkel propone di distinguere i “buoni” dai “cattivi”. Il fine resta la tosatura delle classi subalterne

Per renderci conto che ci si avvicina all'implosione delle istituzioni europee e della moneta unica, basta mettere in fila una serie di fatti.

1. Le regole che governano l'euro stanno provocando una crescente divaricazione fra le condizioni economiche delle diverse nazioni. Mentre i paesi forti, la Germania in primis, stanno registrando forti avanzi delle bilance commerciali con l'estero, cioè esportano più di quanto importano, e le loro esportazioni contribuiscono ad assicurare uno sbocco alla capacità produttiva, i paesi periferici, impossibilitati a compensare con il ricorso alla svalutazione monetaria la loro inferiore competitività, registrano forti disavanzi commerciali e pertanto soffrono molto di più l'impatto della crisi economica mondiale. Anche il rispetto dei parametri in fatto di bilancio pubblico – rapporto debito/Pil e deficit/Pil – è assai difficoltoso per i paesi più deboli. Non così invece per la Germania, anche perché tali parametri sono stati “cuciti addosso” all'economia tedesca.

Nonostante il massiccio intervento della Banca Centrale Europea con la riduzione dei tassi di interesse e il quantitative easing, tale divergenza non accenna a ridursi.

casadellacultura

Essere al livello delle macchine

Ovvero le società della prestazione

Ippolita

Pubblichiamo qui l'articolo Essere al livello delle macchine, ovvero le società della prestazione, recentemente uscito su Corpi, menti, macchine per pensare, n4 di viaBorgogna3 Magazine.

Ippolita è un gruppo di ricerca indisciplinare attivo dal 2005. Conduce una riflessione ad ampio raggio sulle 'tecnologie del dominio' e i loro effetti sociali. Pratica scritture conviviali in testi a circolazione trasversale, dal sottobosco delle comunità hacker alle aule universitarie

Le società sembrano esigere un livello di prestazione in costante aumento. A livello di microcosmo, i singoli individui devono esibire un reddito adeguato, ma anche una forma fisica non mediocre; viene loro richiesto di aumentare i consumi personali, anche per il benessere collettivo; sono spinti a migliorare la propria salute, incoraggiati a crearsi nuove opportunità di amicizia, frequentazione, e così via. L'insoddisfazione è una caratteristica strutturale. A livello macro, per rimanere nei parametri fissati da accordi internazionali, gli stati nazionali devono mostrare un continuo miglioramento dei loro risultati complessivi, soprattutto devono esibire una crescita economica senza flessioni, prestazioni finanziarie elevate sui mercati finanziari, bilance commerciali positive e così via. Nessuno di questi prerequisiti sembra essere negoziabile, e sembra riguardare tutte le società contemporanee, a prescindere dalla collocazione geografica.

manifesto 

Lotta alla patologia del pensiero unico

Cristina Morini

L’ambivalenza del potere ai tempi della pervasività repressiva, dall’Università all’attivismo. A partire da «Ora e sempre No Tav. Pratiche del movimento valsusino contro l’Alta Velocità», di Roberta Chiroli per Mimesis. La tesi di laurea, che valse a una studentessa una accusa della magistratura, diventa un libro

Quando, all’inizio dell’estate dello scorso anno, il giornale locale La nuova di Venezia pubblicò la notizia della condanna di Roberta Chiroli per i contenuti della sua tesi di laurea sul movimento No Tav discussa all’Università Ca’ Foscari, fu con qualche smarrimento che cominciammo a raccogliere informazioni su quanto era successo.

Nel tempo, abbiamo imparato a conoscere bene i trattamenti che il potere riserva ai dissidenti, a chi ha il coraggio di opporsi ai dogmi e non smette di «dire la verità», a chi non si accontenta di come va il mondo: perseguitati, oltraggiati, messi al margine in ragione di idee e di un agire troppo distante da ciò che viene ufficialmente disposto.

Scomodi, da far sparire oppure da punire per fornire insegnamenti a tutti. Ma, nonostante questa consapevolezza, i due mesi di reclusione comminanti dal tribunale di Torino per una ricerca in antropologia, a partire da una richiesta di sei mesi avanzata dal Pubblico ministero, appaiono un’enormità.

soldiepotere

Bolognina, Lingotto, Leopolda, capolinea

Carlo Clericetti

"La grande speranza della sinistra post comunista, dalla Bolognina in poi, era che la morte dell'ideologia avrebbe reso più viva la politica. Più viva e più libera di abbracciare la realtà", scrive Michele Serra. Alla manifestazione della Bolognina, nel 1989, il segretario del Pci Achille Occhetto dichiarò che erano necessarie "grandi trasformazioni", non escluso il cambiamento del nome, Partito comunista, che avrebbe simboleggiato una svolta radicale.

Lo shock che aveva generato questa svolta era stato la caduta del muro di Berlino, a sua volta simbolo del fallimento e della resa del comunismo sovietico. Ma il fatto stesso che avesse provocato uno shock fu un indice della cattiva coscienza del Pci, che teoricamente aveva abbandonato da tempo l'Urss come "paese guida", aveva dichiarato di non perseguire più quel modello sociale, proclamato la sua scelta di campo per la Nato, teorizzato il "Compromesso storico" e l'Eurocomunismo. Perché, dunque, la sanzione del fallimento del modello sovietico avrebbe dovuto provocare uno shock?

Ma la questione più insidiosa non era "la morte dell'ideologia" che Serra oggi celebra come una liberazione. Era - ed è ancora - il non capire che l'ideologia è la versione pietrificata di una visione del mondo.

peacelink

Nel mondo di Trump dove comanda il denaro, l'Arabia Saudita commette crimini e rimane impunita

Il padrino dell'ISIS la fa franca, grazie alle complicità

di Medea Benjamin*

Che l'Arabia Saudita sia il co-creatore e il principale finanziatore dell'ISIS, usato per imporre l'egemonia sunnita/saudita sull'intero Medio Oriente e Nord Africa, è da tempo un segreto di Pulcinella. Ora Medea Benjamin rompe il silenzio e denuncia le connivenze, con la Casa Saud, del governo e dell'imprenditoria statunitensi

Il divieto che il presidente Trump ha imposto ai musulmani non è soltanto meschino e, si spera, incostituzionale, ma è del tutto irrazionale perché non include il paese maggiormente responsabile della diffusione del terrorismo in tutto il mondo: l'Arabia Saudita.

Le restrizioni di viaggio per sette paesi a maggioranza musulmana sono state giustificate come mezzo necessario per impedire l'entrata negli Stati Uniti a potenziali terroristi; Trump, infatti, ha motivato il suo ordine esecutivo citando la tragedia dell'11 settembre 2001 e la sparatoria di San Bernardino. Tuttavia, bisogna riconoscere che nessun cittadino proveniente dai sette paesi messi al bando si è mai reso responsabile di una uccisione sul suolo degli Stati Uniti. Invece, risalta in maniera macroscopica l’ omissione dalla lista dell’Arabia Saudita, paese di provenienza di quindici dei diciannove dirottatori dell'11 settembre.

Tutelare ciecamente l'Arabia Saudita in questo modo non è una novità ; è stata la politica degli Stati Uniti fin dagli anni '30, con la scoperta del petrolio nella nazione del deserto.

manifesto

La volontà politica prende di petto la Storia

Fabio Frosini

«Come alla volontà piace», una raccolta di scritti di Antonio Gramsci sulla Rivoluzione d’Ottobre per Castelvecchi

L’agile raccolta di testi gramsciani degli anni 1917- 1918 curata da Guido Liguori (Antonio Gramsci, Come alla volontà piace. Scritti sulla Rivoluzione russa, Roma, Castelvecchi, pp. 144, euro 16,50) giunge per varie ragioni benvenuta. Nell’anno da poco iniziato, caratterizzato dalla doppia ricorrenza dell’ottantesimo della morte di Gramsci e del centenario della rivoluzione, essa ci permette infatti di rivisitare i primissimi momenti di un incontro che segnò in modo definitivo la personalità di un sardo sbarcato a Torino qualche anno prima per studiare filologia moderna, e diventato invece un rivoluzionario. Siamo così messi in diretto contatto con la concitazione di quei mesi compresi tra il marzo e il novembre 1917, concitazione dovuta non solamente alle notizie che venivano dalla Russia, ma ai drammatici avvenimenti italiani, dai moti per il pane a Torino alla rotta di Caporetto. Assistiamo al quotidiano tentativo di decifrare lo svolgersi degli avvenimenti russi e di combattere contro i detrattori di destra e di sinistra del bolscevico «forzare la “via”».

BISOGNA DIRE che Gramsci fu tra i pochi – in Occidente – a sforzarsi di dare una lettura della Rivoluzione che partisse da essa, invece di costringerla dentro qualche schema già pronto.

doppiozero

La passività delle masse

Vanni Codeluppi

Le società contemporanee hanno bisogno della massa, ma questa ha costituito un problema sin dal momento della sua apparizione, nelle prime forme di metropoli sviluppatesi durante l’Ottocento. Non a caso scrittori lungimiranti come Poe e Baudelaire, all’epoca, hanno avvertito l’esistenza di tutto ciò. La massa è problematica perché si presenta come un aggregato estremamente ampio di individui, ma privo di organizzazione e composto di soggetti isolati e incapaci di interagire tra loro in modo significativo. Gustave Le Bon, alla fine dell’Ottocento, nel celebre volume Psicologia delle folle (Longanesi), ha interpretato la massa come il risultato di un processo di omologazione: «Quali che siano gli individui che compongono la folla, per simili o diversi che possano essere il loro modo di vita, le loro occupazioni, carattere e intelligenza, il solo fatto di essere trasformati in massa li dota di una sorta di anima collettiva, in virtù della quale essi sentono, pensano e agiscono in modo del tutto diverso da quello in cui ciascuno di essi, preso isolatamente, sentirebbe o penserebbe e agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui costituenti una massa». 

La massa inoltre è un’entità in costante cambiamento, all’interno della quale gli individui si trovano insieme provvisoriamente, ma per proseguire poi ciascuno il proprio percorso.

mariosechi

Il manifesto politico di Mr. Facebook? E’ il superamento di Orwell

Mario Sechi

Mark Zuckerberg ha scritto il suo manifesto politico. “To our community”, così inizia il suo compitino tautologico per ammaestrare la massa. Cosa c’è dietro il suo “impegno”? Che cosa si cela dietro l’uso del social network come catapulta del potere? E’ il superamento di Orwell, l’ingresso in un mondo dominato dalla tecnica, dal programmatic advertising, dalla manipolazione della coscienza. Quello che segue è un mio articolo sul tema pubblicato nell’ultimo numero di Prima Comunicazione.  

* * * *

Trump ha vinto, ma non vincerà. Trump governa, ma non governerà. Trump è alla Casa Bianca, ma non ci sarà. Il movimento globale del Never Trump ha eletto il presidente della California (Hillary Clinton), fa oceaniche manifestazioni di piazza comandate da Madonna e Michael Moore e ha una visione per il futuro: Mark Zuckerberg presidente degli Stati Uniti nel 2020. I profeti della democrazia ridotti a fare il tifo per Mr. Facebook. I prossimi quattro anni saranno da Trumpennials, ma gli altri – oh, statene certi – saranno proiettati su Facebookland. Che meraviglia, il social network al potere, il superamento del grillismo dove Madison e Hamilton edificarono l’electoral college e la democrazia americana.

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La narrazione tossica sullo Stadio occulta disgregazione sociale e tracollo delle periferie

di Rossella Marchini - Antonello Sotgia*

La giunta Raggi dice sì all’urbanistica del mattone finanziario. Non costruisce solo uno stadio. Di fatto mette in pulito, facendole diventare regole e norme, quello che i padroni della città hanno deciso di compiere. Non è una questione di assessori e di assessori dimissionari. A Roma si gioca intorno quell’ansa del Tevere la grande partita della rendita. Dovremo davvero accettare queste norme? Andiamo a vederle.

Da ieri Roma ha nuove regole urbanistiche. Da ieri sappiamo che scelte di piano e norme non servono a nulla. L’occasione è, naturalmente, rappresentata dallo stadio di Tor Pallotta (copyright affettuoso di uno speaker di Radiosport, la radio dei tifosi giallorossi).

A comunicare l’avvenuto “Ok. Si costruisca” è stato il vicesindaco Luca Bergamo che, per ribadire come si stesse facendo sul serio, ha ringraziato “la Roma per aver risposto alle sollecitazioni dell’Amministrazione capitolina”. Il direttore generale della società, a sua volta, si è detto sicuro dell’apprezzamento del lavoro fatto da parte della Roma. Fin qui cortesie fra ospiti. Seguiranno tavoli tecnici per mettere a posto le carte. Come si è sempre fatto una volta raggiunto l’accordo politico.

manifesto

Organizzare il campo aperto di una sinistra plurale

Michele Prospero

Le radici del fallimento del Pd risiedono nelle scelte originarie del Lingotto, a favore di un partito incolore e senza classe. Con la benedizione di Marchionne

Ed è scissione. Con ritardo, si registra un esperimento fallito. E si dice addio a un capo che altri danni presto procurerà alla democrazia in crisi. Nei media c’è chi lascia cadere sulla testa dei ribelli l’accusa di nichilismo. Per screditare i fuggiaschi, alcuni parlano di una scissione senza principi. Eppure al Testaccio gli insorti avevano riscoperto, come in Inghilterra, bandiera rossa.

Non c’entrano però i demoni del ‘900: la foto simbolo, di un evento che pure prospettava una rivoluzione socialista, era quella che riprendeva il Veltroni del Circo Massimo. Confusi pensieri. Nulla del Pd delle origini può aiutare chi vaga alla ricerca di una identità perduta. È il Lingotto l’origine del male, non la soluzione. Allora Veltroni stigmatizzò il conflitto come una brutta malattia, relegandolo nella cassapanca dell’800. Poiché lo scopo del capitale è solo il capitale stesso, senza il conflitto nessuno può sollevare questioni di giustizia per momenti di eguaglianza. Rinunciare al conflitto significa uccidere la politica e regalare il potere alle agenzie del capitale. Ovvero ai demoni del postmoderno.

Le radici del fallimento risiedono nelle scelte originarie del Lingotto in favore di un partito incolore e senza classe.

ilsimplicissimus

Con la Sapienza di poi

di ilsimplicissimus

Sono rimasto piuttosto sorpreso che sia stata ricordata a quarant’anni di distanza la cacciata di Lama dalla Sapienza da cui prese origine il cosiddetto movimento del ’77. Piacevolmente sorpreso da un lato perché pur nella giungla di ideologismi e modewrnismi tra le quali l’informazione si aggira come un predatore, ci sia ancora spazio per queste rimembranze di quando ancora esisteva la storia. Spiacevolmente sorpreso perché a tanti anni di distanza  sembra che ancora si abbia reticenza a parlare chiaro, per cui tutto l’effimero dibattito viene condotto con mirabile pressapochismo, evitando di porre domande e a maggior ragione di offrire risposte sensate. Si dice che quel 17 febbraio del 77 si consumò in maniera irreparabile il divorzio tra la sinistra movimentista e il Pci, compresi i suoi apparati di riferimento, ma se ne ignorano moventi, idee, circostanze, conseguenze, se si prescinde dall’aura di salvifica premonizione neoliberista che i chierici della notizia ci elargiscono.

Il problema è però che questo divorzio non solo era nell’aria, era palese e già da qualche anno, quindi non si capisce cosa abbia indotto il leader della Cgil ad entrare nella gabbia del leone, ossia alla Sapienza occupata dagli studenti, per giunta con la tracotanza di un servizio d’ordine formato da un migliaio di persone.

fulvioscaglione

Deir Ezzor: coraggio, parliamone

di Fulvio Scaglione

Uomini e donne di ottima volontà. Marciatori e marciatrici. Difensori dei diritti umani. Democratici sdegnati. Pacifisti. Intellettuali della buona causa. Aleppo è andata com’è andata ma comunque è finita e vi trovate un po’ con le mani in mano, con un sacco di energie da investire? Non temete, una ragione per mobilitarsi si trova sempre. Mai sentito parlare di Deir Ezzor?

No? Curioso, perché Deir Ezzor è una città della Siria, non lontana dal confine con l’Iraq, che da due anni e mezzo è assediata dall’Isis. L’Isis quello vero, quello che sgozza la gente all’ombra delle bandiere nere, non i “ribelli moderati”. Da due anni e mezzo, dunque, l’Isis è riuscito a occupare una serie di alture strategiche sul lato della città che ospita l’aeroporto e da lì bombarda e attacca senza sosta. Nell’ultimo mese, poi, i jihadisti hanno addirittura ricevuto rinforzi dall’Iraq (quelli che vanno su e giù nel deserto dell’Iraq, operando contro Palmira e Deir Ezzor senza mai essere visti dagli aerei della coalizione di 67 Paesi messa insieme dagli Usa di Obama e dall’Arabia Saudita di re Salman) e con quelli hanno scatenato un’offensiva che ha aperto un corridoio nelle difese della città.

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Privatizzazioni, il punto sui cui “la politica” muore…

di Claudio Conti

Del dibattito interno al Pd nulla è interessante. Almeno se si guarda a quel che i protagonisti di questo “scontro” dichiarano ai giornali e alle tv. Chi si affida a questa misera “fonte di disinformazione” difficilmente può farsi un’opinione sensata.

Usciamo quindi dagli insulsi personalismo di “leader” così opachi e minimi da far rimpiangere qualsiasi democristiano di 50 anni fa e cerchiamo di capire intorno a cosa sta avvenendo questa divisione. Se sta avvenendo.

I più informati non sembrano i cronisti della “politica”, ma gli editorialisti che masticano di economia e che seguono l’evoluzione dei dossier sui tavoli del governo, nonché i problemi che incontrano quanto debbono portarli ad approvazione.

Due editoriali a distanza di 24 ore, uno su Il Corriere della Sera, l’altro sul quotidiano di Confindustria, aiutano a capire qualcosa di più. Dario Di Vico, ieri, aveva consegnato le sue preoccupazioni sotto il titolo “Non si guarisce con spese e tasse”; oggi Giorgio Santilli rincara la dose con un più netto “La cattiva politica che insegue il populismo”. Con chi ce l’hanno, questi due campioni degli interessi delle imprese italiane?

I due guardano al governo, alle resistenze mostrate negli ultimi giorni nei confronti di un ulteriore “lenzuolata” di privatizzazioni.

micromega

Economia dell’Anschluss

L’Europa e l’insostenibile mercantilismo di Berlino

di Piergiorgio Gawronski

I giornali economici titolavano la settimana scorsa “Germania, mai così alto il surplus”: inteso come commerciale, o delle Partite Correnti. In termini macroeconomici è la differenza fra risparmi e investimenti. I tedeschi risparmiano, comprano poco, e vendono tanto (all’estero).

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Germania: surplus Partite Correnti, % del PIL

Il resto del mondo non ci sta.

rassegna sind

La spirale perversa della precarizzazione del lavoro

di Guglielmo Forges Davanzati e Lucia Mongelli

Le politiche di flessibilità accrescono la disoccupazione, indebolendo il potere contrattuale dei lavoratori, mentre – soprattutto nella sfera politica – rendono possibili ulteriori misure di deregolamentazione. Lo dimostrano gli studi empirici

Le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro (anche definite di “flessibilità del lavoro” o, forse più propriamente, di precarizzazione) sono state attuate in Italia con relativo ritardo rispetto ai principali Paesi Ocse (soprattutto anglosassoni) e, tuttavia, sono state attuate con la massima intensità, rispetto a tali Paesi, nel corso degli ultimi anni, a partire in particolare dalla cosiddetta legge Biagi (L.30/2003). Il dibattito accademico è stato dominato dalla convinzione secondo la quale la deregolamentazione del mercato del lavoro è uno strumento di policy necessario per accrescere l’occupazione in un contesto dominato da crescente volatilità della domanda che le imprese fronteggiano.

Solo in anni più recenti, si è fatta strada la convinzione che le misure di deregolamentazione del mercato del lavoro possono avere effetti di segno negativo sull’andamento del tasso di occupazione e costituire un fattore di freno alla crescita economica. Ciò fondamentalmente per due ragioni.

facciamosinistra

Quando servono le “buche di Keynes”

di Sergio Farris

Può sembrare strano, ma in una situazione di crisi economica caratterizzata da insufficienza di domanda aggregata anche “scavare buche per poi riempirle” è di stimolo per la ripresa. Per ammetterlo, occorre però: affrancarsi dalla sbornia ideologica degli ultimi 35 anni; abbandonare l’impostazione che vede nel “paradigma della scarsità”, con annessa (presunta) necessità dei sacrifici, l’unica corrente di pensiero valida e plausibile.

Anzitutto, un chiarimento: a cosa faceva riferimento Keynes quando parlava di buche? Egli dice nella “Teoria generale, del 1936”:

«Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata [..] di scavar fuori di nuovo i biglietti [..], non dovrebbe più esistere disoccupazione e, tenendo conto degli effetti secondari, il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori di quanto sono attualmente».

Come si vede, si tratta di un tema ben distante rispetto al semplice “scavo di buche per poi riempirle”, qualificabile come una volgarizzazione del pensiero dell’economista Britannico, concepita per screditare le politiche ad egli riconducibili dipingendole come frivole e dissipatrici.

corto circuito

La questione vaccini: tra la padella di Big Pharma e la brace delle bufale

Negli ultimi mesi l’opinione pubblica è stata scossa da un’apparente crescita di decessi per meningite. In rete impazza il dibattito sull’attendibilità o meno delle campagne di profilassi contro il meningococco c, il batterio più presente in questo focolaio che sta interessando soprattutto la regione Toscana. Eminenti e rispettati medici, da anni in prima fila nello studio e nel monitoraggio dei flussi epidemici del meningococco, si espongono pubblicamente contro le bufale che attraversano la rete. Bufale che arrivano fino alla provocazione dei fascisti di Casapound secondo cui il focolaio sarebbe stato prodotto dagli immigrati, tutti portatori sani. Una vera bufala, quest’ultima, semplicemente perché in Africa e in Europa i ceppi di meningococco sono differenti (b e c in Europa, A, W-135 e X in Africa) e gli uni non si riscontrano nei territori degli altri.

Si potrebbe investire molto tempo nello smontare queste argomentazioni, ma non è il compito essenziale di questo articolo. Il problema è un altro: concentrarsi sulla lotta alle bufale non centra il punto.

Se le bufale sono la manifestazione ultima di questa epidemia di diffidenza nei confronti dei vaccini, quali ne sono le cause? Proviamo a evidenziare alcuni punti:

comidad

Apple, un modello di assistenzialismo per ricchi

di comidad

La Commissaria UE alla concorrenza, la danese Margrethe Vestager, nello scorso anno ha inflitto alla multinazionale Apple una multa di tredici miliardi per elusioni fiscali in Irlanda. L’inflessibile virago nordica si è però già piegata accordando alla Apple una dilazione nel pagamento, il tempo necessario alla multinazionale per giungere all’esito del suo ricorso senza sborsare un soldo. Al ricorso della Apple si è accodato infatti il governo irlandese, che ha accusato la Commissione Europea di ingerenza nella propria sovranità. Il governo irlandese rivendica il diritto di scegliere liberamente da chi farsi truffare, offrendo così una personale versione del “sovranismo”. La “Tigre Celtica” può infatti vantare stratosferici incrementi del PIL con il trucco della registrazione in Irlanda dei brevetti delle multinazionali. A questa finta crescita corrisponde una stagnazione dei redditi dei cittadini.

Meno male che Donald c’è. Alla presidenza USA è arrivato il nuovo idolo dei “sovranisti”, CialTrump, l’uomo dei dazi, il castigamatti delle multinazionali che delocalizzano la produzione nei Paesi a costo del lavoro più basso e la sede sociale nel Paese con le tasse più basse. Nello scorso novembre CialTrump ha addirittura “minacciato” la Apple e le altre multinazionali di offrire loro sgravi fiscali (sic!) nel caso tornassero a fare investimenti negli USA.