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“Ultima barricata”

di Elisabetta Teghil

Il movimento si sta ponendo il problema reale di come muoversi dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale. Le lotte sono sempre più variegate: da quelle contro licenziamenti, precarietà, condizioni di lavoro, a quelle contro una scuola sempre più gerarchizzata, meritocratica, autoritaria, privatistica, da quelle per il diritto all’abitare, alla sanità, alla pensione, a quelle contro la devastazione dei territori, contro le installazioni militari…. un elenco senza fine, specchio di una devastazione sociale a tutto campo……..ma c’è una necessità imprescindibile perché tutto questo abbia una possibilità di incidere. Le lotte devono avere connotati, da subito e immediatamente, politici.

Il neoliberismo tende alla spoliticizzazione delle lotte, a ridurle a rivendicazioni corporative e categoriali. Il conflitto capitale lavoro, la strutturale oppressione patriarcale, l’irriducibile conflitto di genere e di classe che si dispiega nella società capitalista/neoliberista, viene spostato in una rivendicazione di diritti lesi, di patrocini da ricercare delegando quindi la propria tutela alle associazioni dei consumatori, alla class action, ai centri antiviolenza…

Esempio di come non può e non deve essere una lotta è lo sciopero delle donne chiamato per l’8 marzo.

E’ interclassista e spoliticizzato ….. non individua l’aggredita e l’aggressore, l’oppresso e l’oppressore, e quindi non individua il nemico … il problema che si pone è il riconoscimento, la tutela da parte dello Stato e il collaborazionismo  per la stesura di un fantomatico Piano Nazionale contro la violenza di genere. Come il Piano Nazionale contro la povertà di cui si sbandiera tanto in questi giorni, come se la povertà fosse un evento ineluttabile a cui lo Stato con la sua proverbiale sensibilità cercherebbe di porre rimedio.

Ci sarebbe da ridere, se la consapevolezza della devastazione politica che comporta tutto ciò non ci soffocasse la risata in gola.

Che la scelta dello sciopero delle donne non sia un errore o una svista in buona fede, ma faccia parte di un progetto più ampio in cui veniamo strumentalizzate e piegate ai fini del potere ce lo dicono una serie di iniziative similari: la Lobby Europea delle Donne con le sue strategie quinquennali, le manifestazioni delle femministe, chiamiamole così per semplificazione, con le orecchiette rosa contro Donald Trump… Non sono altro che parte di una manovra che serve ad accerchiare e soffocare le ultime resistenze di chi ancora si ostina a ragionare in termini politici e, soprattutto, con la sua testa.

Le Patriarche hanno fatto propri i valori di questa società, sono adepte della cultura neoliberista, svuotano di contenuto le parole femministe recitando rosari di belle parole e supportano invece lotte corporative a difesa dei loro privilegi. Vivono solo nel presente, propagandano la necessità di un realismo che è invece manipolazione e occultamento dei veri obiettivi del neoliberismo in tutte le sue articolazioni.

Per fare questo lo strumento privilegiato è la grancassa e la diffusione mediatica del loro pensiero e delle loro iniziative. Bisognerebbe fermarsi a riflettere su quanto sia forte l’egemonia del sistema, tanto forte da essere in grado di mobilitare il movimento attraverso strutture, associazioni, gruppi culturali e/o politici creati ad hoc. Non dovrebbe essere difficile smascherarli e smascherarne i veri obiettivi che sono inscritti in maniera molto chiara nella trama politica che portano avanti. Eppure non è così.

Infatti, una nuova griglia oggi ricostruisce la dimensione simbolica, politica, sociale del patriarcato, nascosta dietro l’attenzione alla nostra oppressione. E’ in questo contesto che nascono e prosperano le Patriarche, nuova parte della classe dirigente, che condanna al silenzio e all’oblio chi non si intruppa, mentre estende sempre di più la fascia delle donne impoverite, intimidite, disoccupate, precarie, emarginate.

Sono artefici delle “rivoluzioni colorate al femminile”. Come le rivoluzione colorate sono state e sono lo strumento di destabilizzazione di intere aree geografiche, governi, Stati, asimmetrici agli interessi neoliberisti, così le Patriarche mobilitano le donne quando gli interessi neoliberisti chiamano e si fanno organizzatrici di manifestazioni davanti alle ambasciate dei paesi da aggredire o di marce contro soggettività sgradite all’iper borghesia, sventolando in piazza diritti delle donne, delle minoranze, delle diversità sessuali, tutela dalla violenza maschile, necessità di “democrazia”. Ora scendono in piazza contro Trump, ma dove erano quando è venuto a Roma Obama? Donald Trump è l’esponente della destra reazionaria e isolazionista, Barack Obama della destra interventista che ha caratterizzato le presidenze americane nell’ultimo dopoguerra e di quella neoliberista nel solco dei presidenti americani da Reagan in poi. Una “destra moderna” che si maschera dietro un linguaggio e un abito di sinistra e usa a man bassa il politicamente corretto. Trump è il prodotto avvelenato scaturito dalla reazione all’interventismo e al neoliberismo.

Se non vogliamo che si produca un Trump anche in Italia, il movimento tutto, compreso quello femminista, ha la necessità impellente di dire le cose come stanno e, sottraendosi all’egemonia neoliberista dominante,  rendere le lotte direttamente politiche.

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