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I problemi dell'eurozona? Colpa dei governi!

di Sergio Farris

Draghi striglia i governi dell'Unione Monetaria Europea affinchè facciano le riforme e Merkel rompe il tabù dell'unità alle medesime condizioni, parlando di Europa a due “velocità”. Ci sarà una relazione? A fine mese è previsto un incontro a Berlinot fra i due.Il 2 febbraio, lo stesso giorno in cui è uscito l'ultimo bollettino della Banca Centrale Europea, dove si ribadisce che i tassi d'interesse nell'eurozona resteranno ai livelli odierni, se non più bassi, per tutto il 2017 e forse oltre, il Presidente Draghi, a Lubiana per il decimo anniversario dall'ingresso della Slovenia nell'euro, è sembrato voler indirizzare un discorso di conciliazione “politica” ai suoi maggiori critici, i Tedeschi ( non è un caso, forse, come anzidetto, che ieri Angela Merkel abbia dichiarato al vertice di Malta che l'integrazione fra i paesi europei potrebbe proseguire a “velocità diverse”).

Mario Draghi ha pienamente abbracciato, nell'occasione, la narrativa che vede nel mancato controllo dei conti pubblici e nella mancanza di riforme per la competitività, le cause dei guai che continuano ad affliggere l'area dell'euro. Si è trattato, di fatto, di una riproposizione dell'impostazione di analisi che ha lungamente visto attribuire le colpe della crisi nell'eurozona ai paesi “PIGS”, un racconto smentito sul piano fattuale.

La BCE ha fatto tutto quanto era nelle sue possibilità, ha detto il Presidente. Ora spetta alla politica assumere l'iniziativa. Quando i governi dei vari paesi hanno aderito alla moneta unica sapevano cosa avrebbero dovuto fare per adeguarsi ad essa.

Ma, secondo Draghi, molti non lo hanno fatto, e il risultato sono i problemi e i rischi di oggi. Dopo l'entrata in vigore della moneta unica, vi sarebbe stata una serie di errori che non avrebbe consentito l'ottimale funzionamento del mercato unico rafforzato dall'euro. Da rimarcare vi sarebbe, secondo il capo della BCE, la “diluizione” del Patto di Stabilità, la non piena attuazione delle riforme strutturali, come quelle del mercato del lavoro (Draghi ha in proposito citato quale esempio virtuoso la Germania), la fragilità dell'integrazione finanziaria. E il risultato è stata la creazione di divergenze, tuttora presenti, fra gli stati membri.

Il Presidente della BCE, con il pensiero probabilmente rivolto al pericolo “populista” che aleggia per l'Europa, ha infine aggiunto: se qualcuno crede che abbandonare la valuta unica per poter svalutare sia la soluzione, sappia che a un paese affetto da condizioni di bassa crescita della produttività a causa di problemi strutturali, la leva del cambio valutario non servirebbe.

Cosa si può eccepire? Anzitutto, per quanto riguarda il comportamento fiscale ante-crisi dei paesi facenti parte dell'area euro, non sembra che essi siano stati proprio irresponsabili: ecco i loro saldi primari del settore pubblico (fig. 1).

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E' evidente che il deterioramento delle condizioni di finanza pubblica è stato un effetto della crisi piuttosto che una causa.

Ma, sopratutto, nel ragionamento del Presidente Draghi vi è un'omissione fondamentale.

Gli squilibri fra i paesi dell'euro, emersi sotto i colpi della crisi finanziaria del 2008, sono in buona parte il prodotto della politica di deflazione competitiva (fra cui la riforma del lavoro del 2002-2003), incritta nel codice genetico del paese da egli menzionato come esempio: la Germania (fig. 2)

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Certo, a ciò vanno sommati fattori quali la migliore specializzazione tedesca nelle produzioni a più elevato valore aggiunto, la vocazione all'export delle imprese tedesche e il loro innesto nelle catene di produzione del valore globale, nonchè il ruolo dei liberi movimenti di flussi finanziari nell'alimentare la domanda, cioè i salari, gli investimenti e infine i prezzi nei paesi periferici dell'eurozona. Ma è sorprendente che Draghi si sia limitato a individuare fra le principali cause delle divergenze di competitività infracomunitarie la mancata attuazione delle “riforme strutturali”. Cosa sarebbe successo se ciascun paese dell'Unione monetaria avesse, all'indomani del varo dell'euro, pedissequamente imitato la Germania? Se così fosse stato, quest'ultima non potrebbe oggi venire additata quale esempio di virtù, dato che le sue esportazioni sarebbero cresciute molto meno.

Inoltre, come non riconoscere che la riprova del fallimento dell'Unione valutaria si è avuta proprio quando si è preteso, sotto il tallone delle politiche di austerità, di addivenire a un riequilibrio delle condizioni economiche, finanziarie e sociali fra i paesi membri?

Purtroppo, il sistema dell'euro è stato edificato in un preciso periodo storico, sotto l'influenza dell'ideologia e dei modelli allora dominanti, che predicevano un futuro in cui le crisi non avrebbero più trovato le condizioni per apparire. La fine della storia sarebbe stata tutt'uno con la fine dei cicli economici.

E' risaputo che le riforme del mercato del lavoro, specialmente in una fase di “deleveraging”, si sono dimostrate uno strumento di deflazione salariale poco utile ai fini della risalita dalla crisi; il severo controllo della finanza pubblica si è rivelato un fattore di rigidità in una fase durante la quale sarebbe invece servità una notevole flessibilità di bilancio; l'integrazione finanziaria, limitata alla libera circolazione dei capitali, non ha assunto la forma di una vera unione bancaria per la fobia tedesca dinanzi all'eventualità di dover condividere rischi e giungere alla mutualizzazione dei costi all'interno dell'eurosistema.

L'uscita della cancelliera Merkel ieri a Malta è un'implicita ammissione del fatto che la crisi dell'integrazione europea è seria. A settembre si terranno le elezioni generali in Germania, e l'elite al potere, rappresentata appunto da Merkel, è disposta pur di permanervi a giocarsi la carta di un rallentamento se non addirittura di una marcia indietro rispetto alla costruzione dell'Europa unita.

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