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Trumpeide

di Felice Mometti

Le guerre-lampo non basta annunciarle e predisporle, bisogna anche vincerle in un tempo breve, altrimenti c’è il rischio che si incancreniscano e diventino permanenti.

Il diluvio di ordini esecutivi e di aggressivi tweet “politicamente scorretti”, di queste settimane, della coppia Trump-Bannon hanno lo scopo di non fare assorbire lo shock, alla maggioranza numerica dell’elettorato americano, dell’elezione a Presidente del tycoon newyorkese. Tenere aperta la frattura politica, evidenziata con il voto, è il solo modo che l’amministrazione Trump ha per cercare di consolidarsi. Una strada, si può dire, obbligata quando si dubita della lealtà al Presidente della maggioranza dello stesso partito repubblicano, quando si hanno contro gran parte (non tutto) del partito democratico, quasi tutte le internet company della Silicon Valley, un bel pezzo di Cia, le grandi banche, mezza Wall Street, tutta l’informazione liberal e non solo, importanti multinazionali manifatturiere e dei servizi e la burocrazia di Washington.

Lo stratega Steve Bannon, collocato da Trump nei posti chiave dell’amministrazione, procede a vista e a velocità sostenuta perché consapevole del momento propizio da sfruttare fino in fondo. Così, però, il rischio di andare a sbattere è molto alto, come è già accaduto con l’ordine esecutivo sulla lista nera dei cittadini di sette paesi ai quali si voleva interdire l’ingresso negli Stati Uniti.

Governare gli Stati Uniti non è come gestire Breitbart, il sito della destra razzista, e l’arte della guerra di Sun Tzu - imporre il terreno dello scontro e farsi trovare dove il nemico non se l’aspetta - nell’epoca della comunicazione globale e degli scambi economico-finanziari accelerati del capitalismo contemporaneo, sconta serie difficoltà di applicazione.

Il tentativo percorso da Trump e dal suo staff di utilizzare, appena dopo l’elezione, il “tour della vittoria” come lo strumento per innescare una mobilitazione popolare a sostegno della presidenza non ha dato esiti significativi. Anche l’elettorato di Trump, come del resto quello di Clinton, è troppo eterogeneo per pensarlo oggi come un blocco sociale. La partecipazione si attiva solo nel caso dell’evento che prevede la presenza del Presidente. Una presidenza quella di Trump, quindi, che non può rimanere sospesa a lungo ed avere più o meno solo i tweet e gli ordini esecutivi per dar corso al principale obiettivo di smontare l’odiato establishment di Washington senza contemporaneamente porre le basi per l’affermazione di un establishment alternativo che deve avere una struttura e una gerarchia riconosciuta e legittimata.

Se dalla parte di Trump una serie di problemi stanno emergendo non meno contradditorio è il panorama di chi si oppone.

Se si potesse riassumere con un fermo immagine, certamente semplificando, ci si potrebbe riferire allo sciopero dei lavoratori, della sede centrale di Filadelfia, della Comcast: una delle più grandi società mondiali nella fornitura di servizi alle internet company e ai media mainstream. Alcuni giorni fa un migliaio di lavoratori della sede centrale sono scesi autonomamente in sciopero contro l’ordine esecutivo sul blocco degli ingressi negli Usa. Uno sciopero, il primo di una certa rilevanza dell’era Trump, con un contenuto prettamente politico e quindi vietato dalle leggi statali e federali. La società, che si colloca tra gli oppositori di The Donald, ha prontamente dichiarato che non ci sarà alcuna decurtazione dello stipendio in quanto condivide gli obiettivi dello sciopero. Un paio di mesi fa Comcast si era opposta strenuamente alla richiesta di abolire ogni forma di discriminazione che facilitava la differenza salariale tra i lavoratori e le lavoratrici. Come si vede gli interessi di Comcast non coincidono con quelli dei lavoratori e delle lavoratrici ma in questo preciso momento politico da parte di grandi società, associazioni di legali in orbita democratica, appoggiarsi sulla mobilitazione popolare per garantirsi una proiezione politica diventa un’esigenza primaria.

Non si tratta certamente della volontà di costruire un’opposizione sociale alla presidenza Trump. Ed infatti nessuna società o grande associazione ha sostenuto le azioni degli studenti di Berkeley e della New York University che hanno contestato le iniziative all’università di esponenti della destra razzista che si riconosce in siti web come Breitbart. La mobilitazione popolare di questi giorni, è quasi scontato dirlo, è molto eterogenea e articolata. Si va dalle azioni dirette alla delega in bianco al sistema giudiziario con una sinistra cosiddetta radicale ancora una volta ai margini, come era successo durante il movimento Occupy e il periodo di lotte più intenso di Black Lives Matter.

I verdi, come del resto dopo ogni campagna presidenziale, sono letteralmente evaporati. Il progetto di Sanders chiamato Our Revolution non è decollato e le riunioni congiunte delle organizzazioni di ispirazione trotskista insieme a Democratic Socialist of America, per costruire un fronte comune, si sono impantanate in rivalità e retro-pensieri.

L’unico vero momento di opposizione sociale, anch’esso con un elevato grado di eterogeneità ma che ha visto la presenza di un significativo settore politicamente radicale, è stata la mobilitazione delle donne che ha attraversato il paese il 21 gennaio. Una mobilitazione che ha costituito una sorta di calamita che ha attratto anche lotte come quella per il salario minimo, contro le devastazioni ambientali e il razzismo istituzionale. E’ ancora presto per dire se si trasformerà in un movimento avviando un processo di politicizzazione di massa, certo è che c’è chi ci sta provando, guardando come prossimo passaggio lo sciopero internazionale delle donne dell'8 marzo. Si sta facendo strada, per con molte difficoltà, l’idea che Trump si può battere non inseguendolo nelle provocazioni mediatiche e degli ordini esecutivi ma praticando un conflitto sociale che al tempo stesso risulti incompatibile con le manovre istituzionali dei due partiti principali e alla sua riduzione ai soli aspetti giuridici. In altre parole: Trump e le sue politiche si possono fermare se si mette in discussione l’intero sistema politico-istituzionale bipartisan, i suoi principi di funzionamento, le sue gerarchie e la sua traduzione a livello sociale.

Contro Trump perché si è oltre Trump e Clinton.

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