Venerdì 06 Agosto 2010 22:55
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Quando finì la crescitaPino Cabras Molte analisi si accontentano di guardare ai tempi recenti, per capire dove stiamo andando, intendere cosa sia accaduto al capitalismo e – scrutando con più interesse il luogo in cui viviamo – intuire perché si sia inceppata l’Italia. Tuttavia non dobbiamo limitarci a vedere le ragioni dello sfacelo nei comportamenti attuali dell’associazione a delinquere raccolta intorno al Piccolo Cesare, né nell’insipienza delle caste concorrenti.
Di recente un arco di riflessioni molto profonde è stato a più riprese pubblicato da Marino Badiale e Massimo Bontempelli. È uno dei tentativi più interessanti di costruire un pensiero politico all’altezza della grande crisi in corso. Un percorso di lettura utilissimo.
In effetti occorre uscire dalle riflessioni contingenti, e spaziare lungo una vicenda storica più estesa. Da dove viene questa crisi? In quale momento certe svolte sono diventate irreversibili?
Ultimo aggiornamento Sabato 07 Agosto 2010 15:06
Venerdì 09 Luglio 2010 21:06
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Oltre il “momento Kindleberger”, contro l’austerity globaleGerald Epstein* Articolo in sostegno della Lettera degli economisti italiani contro l'austerity distruttiva nella zona euro
L’espressione “momento Minsky” è entrata nel linguaggio comune quando, all’apice della “fase 1” della crisi finanziaria, nella metà del 2008, alcuni giornalisti e persino gli economisti mainstream scoprirono che in realtà esisteva una convincente teoria che ci avrebbe aiutato a comprendere il disastro finanziario che minacciava di portare al crollo l’economia mondiale. Da allora entrammo nel “momento Keynes”: i politici e gli economisti, negli Stati Uniti, in Europa, in Asia e anche nei “templi ” del neoliberismo - come il Fondo Monetario Internazionale - riscoprirono l’assoluta necessità di politiche fiscali espansive per contenere le forze deflazionistiche che stavano conducendo l’economia mondiale in una “stretta mortale”. Per un breve periodo, i governi adottarono politiche fiscali keynesiane senza precedenti, per cercare di interrompere la spirale economica deflazionistica e, per certi versi, ebbero un temporaneamente successo. Ma ora le forze ortodosse, in Europa e negli Stati Uniti, stanno cercando di seppellire Keynes ancora una volta e resuscitare politiche liberiste reazionarie – rispolverando le teorie e il lessico del passato – invocando brutali misure di austerità per ristabilire la “fiducia” nei mercati finanziari. E ciò, essi dicono, condurrà alla ripresa dell’economia globale attraverso tassi d’interesse più bassi, maggiori investimenti e più elevata occupazione. Questi politici e gli economisti che li sostengono fanno queste affermazioni impassibili, a dispetto del fatto che furono questi mercati finanziari e queste politiche economiche a condurci alla più grande calamità economica globale dopo la Grande Depressione.
Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Luglio 2010 21:17
Mercoledì 30 Giugno 2010 09:47
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Deflazione: brividi glaciali! Andrea Mazzalai Confesso che fa impressione anche se non è una sorpresa sentire Paul Krugman parlare pubblicamente di una terza depressione mondiale, non grave come quella del '29 ma lunga almeno quanto o più della "Big Depression" la depressione del 1873, che abbiamo già analizzato in LA GRANDE DEPRESSIONE DEL 1873: TRACCE SULLA SPIAGGIA.
Krugman da sempre sostiene che oggi abbiamo bisogno di una continua espansione della spesa pubblica anche a scapito del deficit, dell'incremento del debito dei paesi sovrani, anche se probabilmente dimentica alcune evidenze empiriche. Questa è già una depressione, uno dei presidenti americani, Truman, spesso ricordava che recessione è quando tutti intorno a te perdono il posto di lavoro, depressione è quando incominci a perdere il tuo.
Come ho scritto più volte vi sono studi empirici che testimoniano che per ogni dollaro di spesa pubblica alla lunga si ecclissa un dollaro di consumi, di domanda privata, mentre per ogni dollaro in più di tasse tre di domanda privata scompaiono.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Giugno 2010 10:15
Sabato 19 Giugno 2010 14:33
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Ballando sul TitanicMauro Casadio Relazione introduttiva del convegno organizzato dalla Rete dei Comunisti il 19 giugno a Bologna L’incontro nazionale di oggi, promosso dalla Rete dei Comunisti, ha un carattere diverso dai nostri precedenti incontri. In questi ultimi anni abbiamo cercato di spiegare e motivare le analisi da noi fatte rappresentandole dentro un quadro che abbiamo cercato di rendere più organico e funzionale possibile in rapporto al nostro intervento politico complessivo. Il precipitare della crisi finanziaria ed economica internazionale ci obbliga, come d’altra parte obbliga tutti, a tornare ad analizzare a fondo le dinamiche degli anni passati e quelle che oggi stanno maturando, certamente alla luce degli orientamenti da noi espressi in precedenza ma cercando anche di cogliere quegli elementi che potrebbero segnare una discontinuità oppure una ulteriore evoluzione della condizione precedente.
In questo senso il confronto organizzato per oggi ha l’obiettivo di aprire una fase di lavoro non breve in cui prevalga il carattere della ricerca, del confronto e della elaborazione finalizzata a capire gli adeguamenti che le forze sociali e politiche di classe sono chiamate ad attuare in un paese come il nostro. In altre parole vogliamo praticare nuovamente un metodo di lavoro da noi adottato dalla metà degli anni ’90 durante i quali, in epoca di affermazione della teoria dell’Impero, a ridosso del movimento No/global, o parimenti del riconoscimento del solo imperialismo USA, cercammo di ricostruire i caratteri concreti di una fase del moderno imperialismo che definimmo di Competizione Globale.
Ultimo aggiornamento Sabato 19 Giugno 2010 14:55
Mercoledì 16 Giugno 2010 19:43
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 Lettera degli economisti
LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE
Ai membri del Governo e del Parlamento Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica
La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.
Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Giugno 2010 20:22
Giovedì 10 Giugno 2010 11:16
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Dove ci porta il rigore europeoSergio Cesaratto
L'Europa taglia 300 miliardi di euro di spesa sociale, prendendo così la strada sbagliata di una politica prociclica. Un secondo errore, dopo gli anni della crescita dopata
Due tesi stanno emergendo sulla crisi europea. La prima è che questa sia l’occasione per “riforme strutturali” che riducano il peso del settore pubblico e rendano ancor più flessibile il mercato del lavoro. E’ curioso come questa tesi sia emersa solo in seguito alla crisi greca, che peggio amministrata non si poteva, ma si sia rapidamente tradotta in una serie di misure generalizzate a livello europeo di riduzione della spesa pubblica, stimate da "Il Sole 24 Ore" in oltre 300 miliardi di euro. In precedenza accusata di aver fatto poca politica anti-ciclica, l’Europa si appresta dunque a condurre una politica pro-ciclica. L’obiettivo sarebbe di rassicurare i mercati finanziari della volontà europea di aggiustare i conti pubblici. Si può tuttavia sospettare che i mercati finanziari non si sentano affatto rassicurati da misure che potrebbero nuocere, per il loro effetto recessivo, sia sulle entrate fiscali che sulla solvibilità del settore privato. Si ritiene forse che l’effetto recessivo possa accelerare la deflazione di prezzi e salari che si dice necessaria ai paesi periferici per riacquistare competitività. Ma un processo di deflazione competitiva a livello europeo, devastante sul piano sociale, sarebbe comunque un gioco a somma zero – come nelle classiche svalutazioni competitive - che anche aggraverebbe il valore reale dei debiti, accentuando l’insolvibilità degli operatori. Inutili, ma anche vigliacche tali misure, utilizzate per inferire un altro colpo ai salari diretti e indiretti dei lavoratori europei.
Ultimo aggiornamento Giovedì 10 Giugno 2010 16:13
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Venerdì 16 Luglio 2010 19:05
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Tra Atene e Pomiglianodi Andrea Catone
Uno spettro si aggira per l’Europa: la crisi del debito sovrano. Negli ultimi mesi la grande crisi capitalistica ha prodotto un nuovo terremoto in Europa. Tutta l’eurozona, compresi i paesi che non hanno ancora formalmente adottato l’euro, ma da esso dipendono, come l’Ungheria, è stata in fibrillazione. È esploso il caso greco, con la minaccia di default dello stato. Gli altri PIGS (i “porci” nello sprezzante acronimo: Portogallo, Spagna, Irlanda) sono anch’essi sotto la spada di Damocle. L’Italia stessa col suo debito pubblico è a rischio.
La crisi greca
La crisi del debito sovrano greco è esplosa non casualmente. Come avevamo osservato sul numero precedente de l’ernesto[1] e come i comunisti greci[2] e altre riviste, marxiste e non solo, hanno messo in luce[3] dettagliatamente, essa è il risultato di uno scontro interimperialistico tra capitali appartenenti ad aree valutarie contrapposte (euro e dollaro). L’attacco speculativo contro l’euro è pianificato oltre Atlantico ai primi di febbraio dagli uomini di Soros Group, Sac Capital, Greenlight Capital, Brigade C., Paulson & Co. Gli hedge funds scommettono pesantemente sul deprezzamento dell’euro per portarlo dai massimi raggiunti a fine 2009 (il 25 novembre 2009 un euro si scambiava a 1,514 dollari) alla parità col dollaro. La Grecia appariva l’anello debole della catena. Il governo conservatore di Costas Karamanlis aveva dichiarato un deficit pubblico nettamente inferiore al 12,7%, ammesso in seguito dal governo socialdemocratico di Papandreu. La potenziale insolvenza dello stato greco è stata il pretesto per il declassamento dei titoli di stato a spazzatura (junk bond). La Grecia era in gran parte indebitata con banche tedesche legate al governo tedesco e garantite dall’asse Merkel-Karamanlis.
Ultimo aggiornamento Venerdì 16 Luglio 2010 20:32
Mercoledì 30 Giugno 2010 10:16
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Con questi tagli si torna agli anni trentadi Vladimiro Giacché Nell’estate del 2009 il recupero degli indici borsistici iniziato a marzo sembrava ormai consolidato e l’intera finanza internazionale poteva tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Autori di questo miracolo, che aveva impedito al mondo di precipitare in una seconda Grande Depressione, erano, a giudizio di tutti, gli Stati e le banche centrali. Con interventi di entità senza precedenti, a cominciare da massicce nazionalizzazioni di banche e assicurazioni. Questo neo-interventismo statale fu in parte frainteso come “keynesiano” (mentre non si trattava di investimenti pubblici per rilanciare la domanda aggregata, ma di semplice socializzazione delle perdite), e diede luogo anche a polemiche sui rischi di un ritorno in grande stile dell’intervento pubblico nell’economia. Già allora ebbi a scrivere che si trattava di polemiche fuori bersaglio: “le cose stanno diversamente. La gigantesca trasformazione di debito privato in debito pubblico, se non è riuscita né a ridurre l’entità complessiva del debito né a rianimare l’economia, può porre le premesse di un’ulteriore crisi del debito: quella, appunto, del debito pubblico, o – come si dice in gergo – sovrano; con uno Stato costretto a impegnare risorse che non ha e oltretutto privato dalla stessa crisi delle entrate fiscali necessarie anche solo a sostenere la normale amministrazione. A questo punto il risultato… sarebbe una pesantissima crisi fiscale dello Stato, un’ulteriore drastica riduzione del suo ruolo nell’economia e il campo libero lasciato alle grandi multinazionali private… Se così accadesse, del welfare resterebbe ben poco” (introduzione a "K. Marx, Il capitalismo e la crisi", DeriveApprodi, 2009, pp. 49-50).
Ultimo aggiornamento Giovedì 12 Agosto 2010 16:15
Lunedì 28 Giugno 2010 08:40
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 Mr. Obama, Frau Merkel e la finanza. A margine del G20 di Torontodi Raffaele SciortinoL’attuale, delicato passaggio dell’economia e della politica globale lo si può forse sintetizzare così. C’è un interesse, e necessità, generale a uscire dalla crisi ma si fanno avanti strategie sempre più chiaramente divergenti, in particolare tra Germania e Stati Uniti -focus principale di questo articolo- mentre a tutti gli effetti sono emersi “altri” soggetti di cui va oramai preso atto.
Si accendono i fuochi
Il G20 di Toronto è dentro questo passaggio. C’è chi prova a declinarlo in termini meno pessimistici: “la crisi europea non è finita e la ripresa globale non è assicurata”. E c’è chi, come il solito Roubini, non esclude un double dip, una seconda caduta recessiva mondiale. Comunque sia, la crisi complessivamente intesa non è affatto finita. Non lo è negli aspetti “reali”: se l’emorragia è stata bloccata non c’è però stato il rimbalzo sperato, alla ripresa azionaria del 2009 non ha corrisposto una ripresa dei profitti e la disoccupazione nei paesi occidentali non tende a decrescere in termini assoluti. Non lo è neanche in termini “finanziari”, solo che il rischio debito si è spostato oggi principalmente sugli stati - la febbre è alta per un certo numero tra cui Stati Uniti, Giappone Gran Bretagna, ma anche gli altri non stanno bene. Abbiamo così assistito alla prima seria crisi dell’euro e dell’Unione Europea su cui si è scaricata la “correzione dei mercati” a partire dai grossi speculatori ribassisti del mercato futures di Chicago. Il che segnala non solo incertezza sul valore delle monete e sui costi del rifinanziamento dei deficit statali, ma soprattutto un primo episodio di scontro tra Washington e Bruxelles (o Berlino?!) su chi dovrà pagare prima e più degli altri l’abbattimento del valore dei debiti pubblici che si prepara sui mercati e quindi bruciare risorse nella svalorizzazione pendente di una parte dei titoli di credito che continuano a girare per il mondo.
Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Giugno 2010 12:59
Giovedì 17 Giugno 2010 07:28
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L’Anti-New Deal dell’EuropaPesanti manovre di tagli persino in Germania dove sarebbe stato necessario e opportuno il contrario. La crisi viene utilizzata come un’occasione straordinaria per smantellare i sistemi di tutela sociale, deregolare ulteriormente il mercato del lavoro, attaccare i sistemi pensionistici pubblici
Antonio Lettieri La scure dei tagli di bilancio si sta abbattendo su tutti i paesi dell’Unione europea. Non si tratta solo dei paesi del sud che si affacciano sul Mediterraneo, tradizionalmente considerati lassisti. Dopo la vittoria dei conservatori, il nuovo premier britannico David Cameron non ha tardato ad annunciare tagli che, secondo le sue affermazioni, peseranno per molti anni sul popolo inglese. Ma, fra tutti, il taglio che ha suscitato maggiore scalpore non solo in Europa ma anche al di là dell’Atlantico è stato quello di 85 miliardi di euro entro il 2014 annunciato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.
Le ragioni di questo stupore sono di due ordini. Il primo è che la Germania (insieme con l’Italia) proviene dalla più pesante caduta del reddito, circa il 5 per cento, fra i grandi paesi occidentali; da questo punto di vista, ci si poteva attendere una manovra puntata sulla crescita. Il secondo è che - stando ai dati più recenti della Banca centrale tedesca – il disavanzo di bilancio del 2010 sarà pari al cinque per cento, la metà di quello britannico e americano.
Ultimo aggiornamento Giovedì 17 Giugno 2010 07:45
Lunedì 14 Giugno 2010 15:23
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DAL 1931 al 2010Roberto Artoni e Carlo Devillanova Introduzione
In una precedente nota (Dal 1929 al 2008, Short Note Econpubblica, novembre 2008.) avevamo sottolineato che fattori finanziari, reali e culturali comuni erano riconoscibili nell’innesco della crisi del ‘29 e di quella iniziata nel 2008. Sottolineavamo anche che raramente la storia si ripete, pur riconoscendo che esistevano elementi di preoccupazioni derivanti, in particolare, dall’ideologia economica dominante.
Effettivamente, le politiche di sostegno della domanda adottate in molti paesi hanno impedito un approfondimento della caduta dei livelli di attività. In altri termini, l’allontanamento dall’ortodossia neoclassica, con il generico richiamo a impostazioni keynesiane, ha consentito, da un lato, un rimbalzo sia pur limitato, della produzione e, dall’altro, ha evitato la ripetizione delle vicende dei primi anni ’30, quando la caduta della produzione industriale a livello mondiale è continuata per 38 mesi dal giugno 1929 (per i necessari riferimenti statistici si veda B. Eichengreen & K.H.O’Rourke, What do the new data tell us?, Vox, 8 marzo 2010).
Ultimo aggiornamento Lunedì 14 Giugno 2010 15:56
Martedì 08 Giugno 2010 14:50
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Una crisi da pauraAndrea FumagalliI mercati finanziari sono per loro natura instabili. L'Europa dovrebbe dunque avviare politiche economiche e monetarie per regolamentarli. Gli interventi in soccorso della Grecia dimostrano però che a Bruxelles è prevalsa l'ortodossia che vede nel libero mercato finanziario la soluzione della crisi
Nelle scorse settimane, le borse hanno avuto un andamento molto altalenante, al punto che molti hanno parlato di mercati «folli»: definizione che non troverebbe d'accordo André Orlean. André Orlean è un economista poco conosciuto in Italia. Nel corso degli ultimi 20 anni, la sua ricerca si è focalizzata sull'analisi e il comportamento dei mercati finanziari. Partendo dalle tesi di John Maynard Keynes, Orléan sostiene che il comportamento degli operatori finanziari non si fonda sull'idea di una razionalità individuale tesa a ottenere il massimo guadagno, bensì sull'interpretazione di quella che può essere definita una razionalità collettiva, intesa come il senso comune espresso da coloro (Banche, operatori finanziari) che sono in grado di condizionare i mercati finanziari.
La metafora del concorso di bellezza di Keynes è al riguardo illuminante: così come un giudice in un concorso di bellezza non deve valutare l'avvenenza dei concorrenti in base al suo individuale senso estetico ma piuttosto in base a quelli che lui ritiene essere i canoni estetici dominanti, così un bravo «speculatore» crea le proprie aspettative sul valore futuro atteso delle attività finanziarie non in base alle proprie aspettative e convinzioni individuali, ma in base a ciò che lui stesso ritiene essere il senso comune presente nei mercati finanziari. Tale comportamento, lungi dall'essere irrazionale, come sostengono gli economisti ancorati alla visione neoliberista dell'homo oeconomicus, determina il fatto che nei mercati finanziari le regole della concorrenza, e del pilastro su cui regge, la legge della domanda e dell'offerta, non sono valide.
Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Giugno 2010 15:23
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