Sinistrainrete

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Massimo Pivetti: La crisi? L’esito di un processo di sostituzione di prestiti a salari

E-mail Stampa
Hits

La crisi? L’esito di un processo di sostituzione di prestiti a salari*

di Massimo Pivetti

La lotteria del capitalismo. Se le previsioni fanno acqua.


Quanto di meglio una parte importante della civiltà europea era riuscita a realizzare nel primo trentennio successivo al secondo conflitto mondiale, per contrastare appunto la lotteria del capitalismo e in fin dei conti preservare nel tempo l'ordine borghese emendandolo dai suoi maggiori limiti storici, appare destinato a diventare sempre di più un lontano ricordo. Nel corso degli ultimi 30 anni si è prodotto all'interno del capitalismo avanzato un crescente ottundimento delle coscienze nei confronti dei problemi posti dalla presenza di enormi diseguaglianze economiche e dalla concentrazione di grandi ricchezze nelle mani di pochi. Questa lezione tratta del contributo fornito dalla cultura economica a tale ottundimento e delle sue implicazioni di lungo periodo.

I problemi connessi con la distribuzione della ricchezza e dei redditi, dopo essere stati a lungo al centro dell'attenzione dell'economia politica, sono stati sostanzialmente espunti dall'analisi economica oggi dominante. Con la scomparsa dagli schemi teorici correnti di capitalisti, salariati e proprietari di risorse naturali scarse, la presenza stessa nella realtà di interessi di classe tra loro contrapposti ha finito per essere negata e le sue implicazioni per il funzionamento del sistema sono quindi sparite dall'analisi. Da qui l'incapacità degli economisti ortodossi di prevedere ed interpretare la crisi economico-finanziaria scoppiata tre anni fa, crisi che proprio nel forte aumento delle disuguaglianze verificatosi nei principali paesi capitalistici nel corso degli ultimi 30 anni ha la sua causa ultima.

Con la stagnazione-contrazione dei salari reali, gli aumenti del reddito totale che di anno in anno si verificavano nelle principali economie affluivano al quintile più benestante della popolazione, tendendo ulteriormente a concentrarsi al suo interno nel sottogruppo più ricco. Ma nonostante l'impoverimento delle classi lavoratrici e dei percettori di redditi medio-bassi, i consumi interni, specialmente nei paesi anglosassoni, riuscivano a costituire la componente più dinamica della domanda, sostenendo la crescita del capitalismo avanzato nel suo complesso. Il paradosso di salari reali stagnanti o calanti e andamento dinamico dei consumi è spiegabile con l'allentamento dei vincoli di liquidità per le famiglie a reddito medio-basso, ottenuto tramite una loro accresciuta facilità di accesso al credito ed il loro crescente indebitamento. In pratica, dall'inizio degli anni Ottanta e fino alla scoppio della crisi, un processo di sostituzione di prestiti a salari ha consentito ai bassi salari reali di coesistere a lungo con livelli elevati di domanda aggregata. Per i capitalisti e hoc genus omne era sopraggiunta una sorta di età dell'oro in cui essi effettivamente ci guadagnavano da tutte le parti: dal mancato pagamento di salari crescenti al passo con la crescita della produttività; dagli interessi che i lavoratori e le loro famiglie dovevano via via pagare sull'ammontare crescente dei loro debiti; dalla loro crescente disponibilità ad "andare dovunque a fare qualunque cosa" alle condizioni offerte per riuscire a far fronte all'onere dei loro debiti.

L'aspetto problematico di questo processo riguardava la possibilità di garantire la solvibilità nel lungo periodo dei lavoratori indebitati. Il processo di sostituzione di debiti a salari non poteva procedere indefinitamente per i salariati già in esso coinvolti. Si cercò allora di protrarre nel tempo la sostenibilità macroeconomica del processo attraverso una politica di progressivo abbassamento dei tassi di interesse e sopratutto attraverso l'espansione continua della popolazione indebitata, ossia cercando di coinvolgere nel processo un numero sempre maggiore di lavoratori. Da qui l'enorme espansione dei prestiti «subprime» negli anni precedenti lo scoppio della crisi. Non era tuttavia difficile prevedere che l'emergere di una situazione in cui il valore degli immobili (la principale garanzia dei crediti al consumo) fosse caduto più rapidamente di quanto potessero essere abbassati i tassi di interesse avrebbe rapidamente esarcebato le difficoltà finanziarie dell'insieme delle famiglie a reddito medio-basso, innescando il redde rationem del processo di sostituzione di prestiti a salari.

Data la natura reale della causa ultima della crisi, gli interventi governativi mirati alla cessazione del disordine finanziario non sono in grado da soli di promuovere la ripresa del processo di crescita. La soluzione della crisi ancora in corso del capitalismo avanzato pone essenzialmente le seguenti questioni: a quali condizioni e in che tempi i cambiamenti distributivi e l'aumento delle disuguaglianze avvenuti nel corso degli ultimi tre decenni sono economicamente e politicamente reversibili? Dietro tali cambiamenti c'è un vero e proprio crollo del potere contrattuale del lavoro dipendente nell'insieme del capitalismo avanzato, a sua volta determinato da livelli di disoccupazione molto più elevati che nel trentennio precedente, dalla caduta dei tassi di sindacalizzazione e dalla riforme del mercato del lavoro (la sua accresciuta «flessibilità»), dalla notevole accelerazione impressa al processo di internazionalizzazione economica in ciascuna delle sue tre dimensioni fondamentali: capitali, merci e forza lavoro. Non è difficile rendersi conto di come il riuscire a por mano alla correzione di questo insieme di determinanti del crollo della forza contrattuale del lavoro dipendente richiederebbe tempi molto lunghi, anche se fosse già oggi diffusa la consapevolezza dell'importanza per la crescita di cambiamenti nella distribuzione in senso opposto a quelli verificatisi nell'ultimo trentennio. Il fatto è che questa consapevolezza è lungi dall'essere diffusa, specialmente in Europa.

Nonostante la crisi, dappertutto oggi in Europa i governi stanno adottando politiche di «austerità» consistenti in tagli allo Stato Sociale, ai salari dei dipendenti pubblici, alle pensioni, all'istruzione, alla ricerca e alla cultura, ai servizi pubblici essenziali. Anche laddove si riconosce apertamente che esse causeranno nei prossimi 4-5 anni cadute sensibili dei livelli di attività, si afferma però che tali misure non mancheranno alla fine di assicurare la ripresa di un processo di crescita stabile. Difficilmente la realtà che ci sta di fronte potrebbe dare meno fondamento a simili previsioni. Il punto fondamentale è che la crisi ha consolidato i rapporti di forza e gli assetti distributivi che la hanno generata e tende pertanto ad autoalimentarsi, sia attraverso la riduzione del numero dei salariati da essa provocata che attraverso il suo impatto negativo sulla dinamica dei salari. Le politiche di «austerità» cui si sta facendo ricorso si inseriscono nel processo aggravandolo, a causa dell'ulteriore aumento del numero dei disoccupati e dell'ulteriore indebolimento della forza contrattuale dei lavoratori che esse sono destinate a provocare.

L'aggravamento della crisi causato dalle politiche restrittive cui si sta facendo ricorso nell'Unione Monetaria Europea può finire per spingere alcuni paesi a sganciarsi deliberatamente da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di sostegno dei redditi e dell'occupazione. Ma ciò che è in gioco non è solo la possibile deflagrazione della zona euro. Un ulteriore aumento delle disuguaglianze è suscettibile di mettere a repentaglio nelle principali nazioni europee la loro stessa coesione sociale interna. L'ottusità dei moderni governanti europei e la pressoché totale assenza di un'opposizione ci stanno cucinando un futuro ben poco promettente.

*Estratto dalla lezione magistrale tenuta a Carpi nell'ambito del festivalfilosofia, quest'anno dedicato alla "fortuna".  Fonte: www.liberazione.it

Commenti

Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
URL
Code   
ChronoComments by Joomla Professional Solutions
Invia commento
 

Vuoi iscriverti alla Newsletter?

Ricezione

Ultimi articoli

Shinystat

contatti

Per contatti, precisazioni, problemi: tonino@sinistrainrete.info - tonino.g@mclink.it

networked blogs

 
 

Cerca nel sito

Sinistrainrete è anche su Facebook!

Attenzione!

Questo sito è ottimizzato
per i seguenti browser:

Firefox
Chrome
Opera
Safari

i più letti

link

Aldo Giannuli
Alfabeta2
Altreconomia
altrenotizie
altri
aprile on line
Arcoiris tv
Articolo 21
Attac
Bella Ciao
beppe grillo
Cambiailmondo

Campo Antimperialista
Carmillaonline
Carta
Cassandra
Centro Riforma dello Stato
Cercare ancora
Clash City Workers
Comedonchisciotte
Comunismo e comunità
Il Comunista Quotidiano
Connessioni per la lotta di classe
Contra-versus
Countdown

Crisi e Conflitti
Crisis
cristian
Critica Marxista
Dazebao
DeriveApprodi
DL online
Domenico Losurdo
Economia e Politica
Eguaglianza e libertà
emiliano brancaccio
Esc
Essere comunisti
Fabionews
Faremondo
Giap
Giornalismo Partecipativo
Global Project
Goodwin Box
Guerre e Pace
Homolaicus: Umanesimo laico e socialismo democratico
iceberg finanza
Il Cambiamento
Il Manifesto
Il Pane e le Rose
infoaut
Informazione scorretta
Intermarx
Karl Marx Platz
L'Ernesto
La Contraddizione
la grande crisi
La vecchia talpa
Lettera
Lettera 22
Libera Tv
Liberazione
Loop
L'orizzonte degli eventi
Lo Straniero
Luca Michelini storico dell'economia
Lunaria
Luogo Comune
Manifesto Sardo
martina
Marx 2010
Marxiana
Immateriali resistenti
Mazzetta
Megachip
Mondocane
Napoli Monitor
Nazione Indiana
Nigrizia
Nonluoghi
Odradek
Ozio Produttivo
Paolo Barnard
peacereporter
Politica & Classe
Posse
Progetto Alternativo

Proteo
Punto Informatico
Punto Informatico
Punto Rosso
Radio Sherwood
Sbilanciamoci
Sentieri Erranti
Senzasoste
sinistra in rete
Socialpress
Svolte epocali
unimondo
uniriot
Vis-à-vis
voci dalla strada
wildcat
Wu Ming Foundation
Zapruder
Z-Net


Contenuti flash

L’esigenza comunista. Nota sul concetto di «classe»

Andrea Cavalletti

Il 6 maggio 1934 Walter Benjamin rispondeva al suo amico Scholem: «Di tutte le forme e le espressioni possibili il mio comunismo evita soprattutto quella di un credo, di una professione di fede [...] a costo di rinunciare alla sua ortodossia – esso non è altro, non è proprio nient’altro che l’espressione di certe esperienze che ho fatto nel mio pensiero e nella mia esistenza, è un’espressione drastica e non infruttuosa dell’impossibilità che la routine scientifica attuale offra uno spazio per il mio pensiero, che l’economia attuale conceda uno spazio alla mia esistenza [...] il comunismo rappresenta, per colui che è stato derubato dei suoi mezzi di produzione interamente, o quasi, il tentativo naturale, razionale di proclamare il diritto a questi mezzi, nel suo pensiero come nella sua vita».

Non potrebbe darsi espressione più lucida, insieme più sobria e più potente, di quella che, volendo attenerci al vocabolario benjaminiano, potremmo chiamare l’esigenza comunista. Il comunismo antidogmatico, estraneo all’ortodossia, non proviene per Benjamin da una qualche lontana educazione ideologica, non risale a una tradizione, non dipende dalla saldezza di un ideale e meno ancora della realizzazione storica, in forma aberrante di stato, di queste tendenze: nasce dalla pura e semplice constatazione di un’impossibilità. Ma la constatazione non è affatto la cosa più facile.

Se il comunismo è l’esigenza di chi è stato derubato dei suoi mezzi di produzione, se l’attualità di queste parole risiede nella loro esattezza antipsicologica, esse esigono da noi la stessa precisione: occorre constatare questa situazione per poter davvero essere comunisti, e se saremo capaci di lasciare paure e speranze, raggiungendo questa drastica chiarezza, non potremo che essere comunisti.
Leggi tutto...