Karlo Raveli: Con il laburismo italiano vince Marchionne... Ma forse non in Egitto Stampa E-mail
Giovedì 17 Febbraio 2011 07:41
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Con il laburismo italiano vince Marchionne... Ma forse non in Egitto*

di Karlo Raveli

Mentre il capitalmarchionne attacca a livello di classe operaia globale, qui l'abbrutimento cristiano-laburista ci spinge o ci consente di lottare solo al livello del settore (statale) lavoratore (impiegato) della classe operaia. Quindi partiamo già sconfitti. Ciò che poi spiega la funzione reazionaria (rispetto alla lotta di classe) dei sindacati. Tutti, in questa fase, almeno in Italia, Fiom compresa.

Il virus vatican-socialista del laburismo riesce tutt’ora a incancrenire il marxismo italiano, producendo concezioni corrotte della classe antagonista al Capitale. Che è pur sempre al centro del presente e della lotta anticapitalista, Egitto compreso, anche se molte mode ideologiche e paraocchi vari lo sconsigliano. Una classe che, proprio grazie all’infezione laburista, viene definita come classe lavoratrice, permettendosi di fondarla solo sul lavoro, o sul “segreto laboratorio della produzione”, soprassedendo alla condizione (materiale prima di tutto e storica, non si dimentichi) di base da cui sorge: l’alienazione/appropriazione capitalista dei beni comuni, dei mezzi di produzione innanzitutto, ciò che obbliga i più al lavoro salariato.

Un obbligo alla schiavitù a cui si è sospinti dopo duri processi di educazione e formazione all'etica del lavoro salariato che, ripetiamo, subentra in un secondo tempo, dopo il saccheggio originario di spazi e tempi comuni. Furto che ci impedisce fin dall’inizio della nostra vita di vivere e costruire un presente individuale e collettivo libero e naturale. Di appropriarci delle dimensioni universali della vita: spazio, tempo, informazione, energia...

La classe non corrisponde ai soli lavoratori. Bensì a tutti i costretti al lavoro, lo trovino O MENO, intesa cioè comprendendo tutte le forme e figure di disoccupazione mondiale, in primo luogo. Gli operai impiegati dal capitale solo sono un settore, oltretutto quasi sempre minoritario della classe, in tutte le società.

La classe operaia non è la classe dei lavoratori, ma racchiude tutti quei proletari che non hanno o non scelgono altro sbocco per vivere che la ricerca di una salario da sfruttati. Tutti coloro che vi sono diretti, lo vogliano o meno e in un momento o l’altro del proprio percorso. Quindi anche i migranti. O le antiche donne di casa... ma pure gli studenti di origine proletaria, sempre destinati in primo luogo all’impiego salariato, con formazione obbligata al lavoro capitalista.

Quindi vi annoveriamo, ripeto, compagni e compagne che, pur sopravvivendo con entrate-redditi famigliari, possono trovarsi anch'essi prima o poi di fronte alla condanna inesorabile del trovarsi un impiego. Aggiungiamoci logicamente precari e intermittenti di ogni specie e in tutte le situazioni (territoriali, per cominciare), quindi tutte le figure della disoccupazione che non scelgono o non possono scegliere altre vie. TUTTI SONO PARTE DELLA CLASSE, e non semplicemente proletari. Ed è questa la classe con cui fanno i conti elementi come Marchionne, se guardiamo in modo materialista (e non religioso-laburista) la realtà. Giocando oltretutto sulle diversità delle estensioni e composizioni statali della classe e del proletariato..


Cosa distingue la classe operaia (come OPERATRICE DEL COMUNISMO) dal proletariato?


Mi sembra abbastanza chiaro: il proletariato è l’insieme generale di classi e persone soggette al sistema. C’è chi dice, nella giusta etimologia: coloro che scelgono la schiavitù del lavoro, salariato O NO, in funzione della propria prole, come etica determinante nella propria alienazione. Perciò oltre la classe operaia ne entrano a far parte in primo luogo le altre classi subordinate in vari modi al capitale: produttori più o meno indipendenti di ogni tipo, come una parte importante di artigiani e artisti, più i piccoli contadini o gli ultimi cacciatori-raccoglitori (come molti pescatori), e un'infinità di figure sociali che rifiutano o non cercano di sopravvivere nella società – o al margine - attraverso la condanna del rapporto salariale. Che costituiscono in generale questo benedetto proletariato ASSIEME ALLA CLASSE OPERAIA. Classe a cui invece si è imposto lo sbocco salariato, con una formazione scientificamente organizzata per mezzo di leggi, famiglia “classica”, formazione, cultura, ecc., e che accetta questo sbocco salariale, diversamente dalle altre componenti del proletariato.

Detto in altro modo: raggruppiamo nel concetto di proletariato tutti coloro che non hanno in principio che pochi o nulli mezzi di produzione, tutt’al più il minimo per una produzione autonoma di sopravvivenza, ma che per condizioni economiche generali si trovano soggetti alle leggi economiche generali del capitale. Gli uni messi di fronte alla schiavitù del lavoro salariato, gli altri con diversi sbocchi di sopravvivenza subordinata. E, sempre più incisivo, attraverso la realtà della precarietà, che accompagna una fascia impressionante di disoccupati invisibili, sia nei paesi metropolitani che nelle cosiddette periferie. Mondo invisibile che naturalmente anche l'OIL ignora e nasconde nelle sue laburiste e truccate statistiche, ma che costituiscono una estesa e importante fascia di separazione, contatto e transizione tra classe operaia e resto del proletariato.

E questo è ciò che non assume il vecchio operaismo italiano.


Ma sono decisive queste distinzioni, soprattutto ora che i padroni le controllano meglio di noi.


Come sappiamo, la dialettica dell’antagonismo radicale più esplicito al Capitale  può essere assunta solo dalla classe operaia, che la vive e la può manifestare con coscienza di sé come antagonista principale del sistema (appunto: operaia come operatrice di comunismo), e che quindi può sviscerarne i processi di fondo, e intervenire con più chiarezza politica del resto del proletariato – sull'espropriazione e la proprietà, l'alienazione, lo sfruttamento e l'estorsione del plusvalore -, come il marxismo spiega scientificamente.

Però, allo stesso tempo, vi è una parte più o meno amplia della società (a seconda di continenti, stati, nazioni e regioni) che soffre o sopporta in altro modo il modello di sviluppo capitalista, anche se non in rapporto chiaramente antagonista. Il resto del proletariato, appunto, su cui gioca da sempre il potere e la pressione produttivistica del capitale per rompere le composizioni stabili della classe antagonista. Gioca soprattutto implicando le sue fasce disoccupate meno scollate dalla condizione proletaria, soprattutto quella disoccupazione resa invisibile di cui sopra. Così importante in paesi come l’Egitto. E poi via via, incidendo sulla classe però sempre de-componendola con ogni tipo di ricatto o di processi e tecnologie produttive, per giocare sulle sue contraddizioni interne – lavoratori e non lavoratori, soprattutto – e su quelle del proletariato.

Non si possono ridurre e disperdere questi meccanismi nella nebulosa delle moltitudini!

Se non studiamo bene queste discriminati, non potremo mai capire lo sviluppo di molte lotte attuali. In Egitto, per esempio, soprattutto per ciò che significa l'insurrezione a livello di lotta di classe mondiale, globale, e poi rispetto ai rapporti di ri/composizione proletaria e di classe di codesta società rispetto alle metropolitane. In Egitto, oltre il codice informazionale che ci spiega ciò che sta succedendo a livello multidimensionale con il riflesso WikiLeaks, Les changements surviennent quand une technologie devient invisible de Clay Shirky , L'operaio multidimensionale, abbiamo bisogno di queste chiavi OPERAIE di lettura globale, per capire e capirci.


Laburismo congenito social-comunista: anticomunista.


Allora non è il fatto di lavorare sotto padrone – o stato! - che determina l'appartenenza alla classe, bensì la condizione più generale e materiale dell'assunzione dell’obbligo allo sfruttamento lavorativo. Che poi non nobilita assolutamente, e che non è un valore positivo per principio, anche se strumentalizza manifestazioni umane naturali e oggettive. Ma MAI come base per una ideologia e una teoria anticapitalista che serva per lottare contro il meccanismo dello sfruttamento. Mai come riferimento di comunismo. Nessun operaismo rivoluzionario può fondarsi solo sui settori lavoratori e sul laburismo, e dunque non è sottoposto e inserito criticamente nella visione operaia globale contro il lavoro salariato ed i suoi stati.

Se facciamo queste distinzioni, non possiamo più – come pretendono sindacati, socialisti, vetero-comunisti, ecc. - centrare la lotta di classe (solo) sul settore impiegato, salariato, chiaramente e direttamente sfruttato nel processo produttivo (classico), ma dobbiamo affrontarla come classe al completo, estendendo oltretutto il concetto solidale di classe oltre gli spazi statali a noi più vicini, o più controllati dalle nostre culture bioregionali, quindi a un 360° sociale, aperto su tutto il pianeta.


Classi operaie nazionali: ormai inesistenti. Semplici estensioni della classe globale. (N)


Non è più concepibile una classe statale. Ormai non esistono più classi operaie statali, ma estensioni nazionali della classe globale, però appunto rinchiuse e amministrate dal sistema istituzionale capitalista. Sindacati compresi. Gli inscatolamenti e divisioni statali fanno sempre più chiaramente parte, in modo sempre più esplicito, della strategia capitalista, e quindi sindacale. Perché sono sindacati dei lavoratori territorialmente stabili, e non di una classe operaia estremamente decomposta (politicamente) e territorialmente molto fluida. Con interessi interni parziali e assoggettati strutturalmente alle strategie del capitale. Non solo in Egitto, dove ormai si è spezzato - come in Tunisia - il controllo sindacale sul settore lavoratore.

Sindacati che poi rafforzano a loro volta il laburismo dei settori operai impiegati, soprattutto i più stabili, denominati classe lavoratrice. Classe INESISTENTE e vero virus mortale, come concetto, per la lotta di classe operaia. Lo riflette in modo tremendo, per esempio, l'articolo sul Manifesto del 1.2.11 di Giorgio Airaudo della Fiom, “Perché ho scelto di non candidarmi" con un discorso assolutamente laburista, interno non solo all’etica del sistema e dello stato borghese, capitalista (fondato sul … lavoro), ma persino alla logica dello stesso regime parlamentare (ciò che gli idioti, appunto, chiamano democrazia).

Quindi, un laburismo da cui sorgono poi tutte le conosciute degenerazioni ideologiche, sociali e politiche come il voto dei lavoratori a partiti neofascisti & simili. O a tutta la partitocrazia che difende il laburismo, socialisti e dinosauro-comunisti compresi. Integrati nella soprastruttura di dominio, stati e regimi, che giungono a definire con entusiasmo complice delle democrazie.


Egitto, Detroit, Cina, Tunisia, Brasile ........


La globalizzazione ci impone di vedere il collegamento tra loro, dappertutto, tra tutte le estensioni (nazionali più che statali) e le altre espressioni della classe, come molti movimenti sociali. Sì, proprio questo: saper intendere molti processi sociali in atto come vere espressioni particolari di classe globale, oltre la classiche manifestazioni (lotte) del cosiddetto mondo del lavoro. Quindi unite sotto e contro lo stesso processo di soggezione e sussunzione pianificata, e di decomposizione permanente. Da qui l'urgenza indispensabile d'organizzazione e coordinamento globale di classe operaia per la liberazione dal capitalismo.

Ormai ogni estensione nazionale e statale operaia è parte organica dell’insieme globale di classe. Non si può più lottare stato per stato, nazione per nazione, movimento settoriale per movimento settoriale, contro le politiche-marchionne che dilagano dappertutto. Si potrà rappezzare qualcosa per poco tempo, ma è finita. Il capitalismo è globale, il comando è globale, lo sfruttamento è globale, non si scappa, e lo amministra il capitale con le SUE divisioni amministrative: stati-nazione e nazionali, ognuno con il suo tipo di regime più o meno parlamentare, i suoi sindacati, i partiti, le Ong, ecc. E con le sue forme socialiste!

Stati che poi chiamano nazioni, quando il più delle volte sono multi o plurinazionali. Vecchia storia anche questa, per dominare, controllare e racchiudere migliaia di popoli e culture in gabbie omologabili ai processi di riproduzione capitalista.


I disoccupati, fronte decisivo


Non dobbiamo solo tener conto dei nostri disoccupati e precari “nazionali”, ma proprio di tutto l'insieme (disoccupato) operaio. Sono parte della NOSTRA CLASSE ormai, migrante o stabile, come tutti quelli che lottano,  egiziani, tunisini, tedeschi (purtroppo, questi super-laburisti storici e cronici), indiani, cinesi, ed anche di Detroit naturalmente, in cui riconosciamo le stesse condizioni generali, le stesse caratteristiche di classe come lavoratori, d'accordo, ma anche – o soprattutto? -come disoccupati, precari, mingong, ecc. in un quadro globale di pianificazione (produttiva, dicono) sfruttatrice. Sotto il comando dell'Anonima Capitalisti, a sua volta con diverse figure di classe al suo interno.

Tenendo presente oltretutto i processi trasversali che ci coinvolgono e condizionano sempre più nelle metropoli, come il gravissimo fenomeno della capitalizzazione operaia, la pesante sussunzione di intere fasce di lavoratori nella gestione o funzionamento dei meccanismi di sfruttamento globale. Che la sociologia borghese annovera in una fantomatiche classi medie. Operai lavoratori che agiscono contro la classe persino soggettivamente, e non solo al margine dell'apparato e processi di comando capitalista.

In Egitto, più brutalmente, quei settori di impiegati pubblici a cui Mubarak ha concesso un aumento (15%!) per rafforzarne il ruolo pretoriano. Come si vede bene in Italia (ma pure in Europa) nell'ambito che si suol chiamare sovrastrutturale, con il voto fascista per esempio. Come ora molti cooperativi, per citare una figura ormai classica del settore lavoratore della classe più capitalizzato, o le vecchie e famose aristocrazie di lavoratori industriali kapò del sistema, ecc.

È così che alcuni operaisti di vecchia data, non sapendo cogliere il corretto concetto di classe (sebbene si siano avventurati a suo tempo nella famosa ricerca del cosiddetto operaio sociale -lavoratore sociale-), han poi dovuto ricorrere alle moltitudini per riempire questo vuoto.

Una pennellata di vernice oscena, quando si percepisce che proprio sullo studio e conoscenza della composizione di classe e del proletariato si gioca il superamento del capitalismo. Il primo passo di “classe per sé” è proprio questo, per poter realizzare la negazione della negazione... L'Egitto è attualmente un buon terreno di prova, ed ci riguarda non solo come proletariato solidale, ma soprattutto come sezione di classe operaia mondiale.

*Vari dibattiti postati recentemente, per esempio in http://ch.indymedia.org/it/2011/02/80079.shtml , http://emiliaromagna.indymedia.org/node/10214#comment-30300 , e lo stesso in CH: http://ch.indymedia.org/it/2011/02/79974.shtml , rivelano eterni e perniciosi limiti del vetero-comunismo. Qui rispondo in particolare al commento del 07/02/2011 del compagno F. in Indy Emilia Romagna.

febbraio 2011
 

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