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Lorenzo Rampa: L'economia keynestana oggi (1977)

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L'economia keynestana oggi (1977)

di Lorenzo Rampa

ISEDI - Istituto Editoriale Internazionale

Su gentile segnalazione di Lino Rossi


Il successo di una teoria si misura sulla sua capacità di spiegare alcuni fatti e risolvere alcuni problemi che le teorie precedenti avevano lasciato inspiegati ed irrisolti. Da questo punto di vista quella keynesiana è stata una teoria di grande successo, in quanto ha messo a disposizione strumenti di analisi capaci di spiegare e strumenti di intervento capaci di risolvere le crisi e la disoccupazione.

Per tutti i trent'anni successivi alla pubblicazione della Teoria Generale i Governi dei paesi capitalistici riuscirono a mantenere una situazione di (quasi) piena occupazione mediante politiche keynesiane (spesa pubblica in deficit, stimolo e sostegno degli investimenti, ecc.).

Per gli economisti divenne inevitabile essere "keynesiani": anche per coloro che continuarono ad ispirarsi alla teoria neoclassicache Keynes aveva così puntigliosamente attaccato.

Probabilmente ciò è stato reso possibile, oltre che dal successo pratico delle sue raccomandazioni, anche dalla sua fiducia che, una volta ristabilita la piena occupazione, la teoria neoclassica si sarebbe di nuovo affermata "da quel punto in avanti".

D'altra parte il modello di Hicks, assurto a rango di versione canonica della dottrina keynesiana, ha fornito il quadro di riferimento di quell'idea. Infatti esso riduceva la depressione (o l'impossibilità di porvi rimedio) ad un caso particolare, ammettendo invece come generale il caso in cui la disoccupazione avrebbe potuto essere riassorbita ed il sistema avrebbe funzionato secondo le regole neoclassiche.

Oggi questa sintesi neoclassica tra la teoria tradizionale e la teoria della domanda effettiva in equilibrio di sotto-occupazione viene ritenuta una versione "infedele" dell'autentico pensiero keynesiano. Gli sviluppi "autentici" di esso sembrano invece rivolgersi in due direzioni diverse.

Una prima consiste nella critica alla teoria neoclassica sul piano della coerenza interna, ed è stata seguita contemporaneamente da autori keynesiani e non, nella controversia sulla teoria del capitale il cui esito è costituito dalla dimostrazione della infondatezza logica della proposizione secondo cui i fattori di produzione sono remunerati in base alle loro produttività marginali e domandati in quantità crescenti al decrescere della loro remunerazione (1). Una seconda direzione consiste nell'integrazione dei fenomeni distributivi e, più in generale, dei rapporti tra le classi nell'analisi del problema della domanda effettiva e dell'accumulazione (2).

Questo aspetto è stato introdotto anche perché imposto dalla stessa situazione di piena occupazione (favorita dalle politiche keynesiane) che modifica i rapporti tra le classi, rafforzando il potere contrattuale dei lavoratori salariati, e provoca reazioni e misure di politica economica tendenti a restaurare i vecchi rapporti.

Ciò è stato sottolineato da Kalecki, un autore che ha sviluppato una teoria delle fluttuazioni economiche e della domanda effettiva simile a quella di Keynes, negli stessi anni e partendo da un retroterra teorico completamente diverso (marxiano).

"Durante la depressione, sotto la pressione delle masse o anche senza di essa, verranno intrapresi investimenti pubblici finanziati mediante prestiti per prevenire la disoccupazione di massa. Tuttavia, se saranno fatti tentativi per applicare questo metodo allo scopo di conservare l'alto livello di occupazione raggiunto nell'espansione successiva è probabile che verrà incontrata una forte opposizione da parte dei “dirigenti d'impresa”. Come è stato sostenuto la piena occupazione non è affatto di loro gradimento. I lavoratori “sfuggirebbero al controllo” e i “capitani d'industria” sarebbero ansiosi di “dargli una lezione”. Inoltre l'aumento dei prezzi nell'ascesa è svantaggioso per i piccoli e grandi rentiers, e perciò anch'essi sono ostili all'espansione. In tali condizioni è probabile che si formi un potente blocco tra gli interessi delle grandi imprese e dei rentiers e che essi trovino più di un economista disposto a dichiarare che la situazione è evidentemente insana. E assai probabile che la pressione di tutte queste forze, e in particolare delle grandi imprese indurrà il governo a tornare alla politica ortodossa di diminuzione del deficit di bilancio" (3).

Certo queste considerazioni, puntualmente verificate nella realtà odierna, dimostrano l'infondatezza della previsione keynesiana sui funzionamento armonico del capitalismo dopo la realizzazione del pieno impiego, e l'inadeguatezza delle politiche keynesiane in un contesto in cui la disoccupazione è (almeno parzialmente) eliminata (4). Questo perché, come era già stato intuito dagli economisti classici, il livello della domanda effettiva e dell'occupazione non è indifferente rispetto ai rapporti tra le classi (5). Gli economisti neo-keynesiani dimostrano oggi di aver appreso, la lezione impartita dalla realtà e reintroducono, andando, oltre Keynes, le classi sociali al centro del discorso economico.

Ciò lascia aperta la questione se sia sufficiente o meno limitare (come fanno i neo-keynesiani) il ruolo che nel processo economico capitalistico assumono le classi alla pura e semplice determinazione del livello della domanda effettiva; oppure se sia imprescindibile indagare anche sulla loro funzione nella sfera della produzione, cioè nel momento in cui entrano in determinati rapporti sociali nell'atto della produzione delle merci.

_______________________________________________________

   1. Su questo punto si veda G.C. HARCOURT, La teoria del capitale. Una controversia tra le due Cambridge, ISEDI, Milano, 1973.
   2. Su questo punto si veda J. KREGEL, Economia post-keynesiana, Laterza, Bari, 1975 e J. ROBINSON, Eresie economiche, Etas Kompass, Milano, 1972.
   3. Si veda M. KALECKI, Sulla dinamica dell'economia capitalistica, Einaudi, Torino, 1975, pp. 172-3. Questo passo è spesso citato dagli economisti neo-keynesiani, per sottolineare il loro distacco dall'ottimismo di Keynes a proposito della possibilità di raggiungere, con il pieno impiego, qualche tipo di equilibrio economico e sociale. Si veda ad esempio J. ROBINSON, Ideologia e scienza economica, Sansoni, Firenze, 1966, pp. 146-7, e "Kalecki e Keynes", in Collected Economic Papers, Blackwell, Oxford, 1965, p. 99.
   4. Su questo punto si veda AA.VV., La crisi post-keynesiana, a cura di M. D'ANTONIO, Boringhieri, Torino, 1975.
   5. Marx aveva sottolineato come la disoccupazione (esercito industriale di riserva) funzionasse nel sistema capitalistico come meccanismo regolatore della forza contrattuale dei lavoratori, anche se tale meccanismo nella sua analisi non viene governato attraverso l'intervento pubblico, bensì attraverso l'aumento della composizione organica del capitale. Prima di lui, Barton e Ricardo; nella controversia sulle macchine, avevano già colto questo punto

 

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Comunismo: qualche riflessione sul concetto e la pratica

Toni Negri


Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi.  Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento.

L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: «il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente». Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normalmente producono i rapporti sociali e le istituzioni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalisti di produzione costituiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politica, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario.


1) I comunisti dunque assumono che la storia è sempre storia della lotta di classe.

Taluni dicono che non è possibile assumere questa affermazione perché la storia è stata talmente predeterminata, ed è ora talmente dominata dal capitale da rendere questa assunzione ineffettuale e inverificabile.
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