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Mary per sempre

L'eterno Ritorno di Mrs. Poppins

di Marcello Benfante

mary poppins returns sequel 2018Tutto ritorna a ciò che è veramente intero
Tao-Tê-ching

Mary Poppins è una creatura aerea. Il che, tuttavia, non la fa appartenere al cielo più di quanto non appartenga al sottosuolo.

È il Vento dell’Est a portarla nel romanzo d’esordio. Forse lo stesso vento foriero di trasformazioni che avverte Sherlock Holmes in chiusura del racconto “Il suo ultimo saluto”.

Anche in “Mary Poppins ritorna” (Mary Poppins Comes Back, 1936) l’indecifrabile governante entra in scena dall’alto, come un deus ex machina.

A trascinarla giù sembrerebbe l’aquilone dei piccoli Banks, Michele e Giovanna, rimasto impigliato tra le nuvole sopra gli ordinatissimi giardini pubblici.

Ma le cose non stanno proprio così. Mary Poppins ha preso il posto dell’aquilone, si è sostituita ad esso per mezzo di una magica metamorfosi.

prismo

40 anni di Orientalismo

di Lorenzo Forlani

A quasi quarant'anni dall'uscita di Orientalismo, l'influente saggio di Edward Said, cosa è cambiato nella rappresentazione occidentale del mondo islamico? Stereotipi, pregiudizi e sensazionalismi di una narrazione viziata alla fonte

Copertina orientalismo 1680x840Sono passati quasi quarant’anni dall’uscita di Orientalismo, il saggio scritto dall’intellettuale di origine palestinese Edward W. Said e pubblicato negli Stati Uniti nel 1978. Non sono molti i testi che mantengono intatta la loro attualità a quasi mezzo secolo dalla loro uscita: ai tempi, quello di Said è stato un grimaldello fondamentale nella comprensione di quell’“orientalismo” che dà il titolo al saggio, e che altro non sarebbe che il modo in cui l’Occidente narra e rappresenta un non meglio precisato “Oriente” che va dall’Asia al mondo arabo. Da allora però, non molto sembra cambiato: specie per quanto riguarda l’Islam, la narrazione mediatica mainstream sembra rimasta prigioniera di assunti e luoghi comuni legittimati da secoli di studi, anche accademici. Anzi: alcuni eventi, dall’11/9 alla comparsa dello Stato Islamico, hanno contribuito al loro rafforzamento.

Tutti i tentativi di denunciare gli stereotipi e le dicotomie sul mondo islamico devono qualcosa all’opera polemica di Said, la cui densità – trecentocinquanta pagine di testo più una ventina di bibliografia – ha scatenato accesi dibattiti nonché diversi fraintendimenti, anche nello stesso mondo islamico. Said da parte sua scrive chiaramente che la sua critica non è un attacco all’Occidente, e che la risposta al “discorso orientalista” non può e non deve essere un “discorso occidentalista”. Si limita alla descrizione di un modus operandi della tradizione orientalista istituzionale sopratutto dal 1700 in poi, per decostruire miti e stereotipi orientalisti senza per questo semplificare un’entità eterogenea come l’Oriente.

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Silvia Federici a colloquio con George Souvlis e Ankica Čakardić

Quest’intervista teorico-politica all’autrice di Calibano e la strega e Il punto zero della rivoluzione (1) viene pubblicata in inglese da Salvage (qui il link) ed è stata condotta da George Souvlis (PhD candidate in History, European University Institute, Firenze) e Ankica Čakardic (Dipartimento di Filosofia, Università di Zagabria)

streghe filtri L1. Streghe, casalinghe e capitale

Vuoi parlarci innanzitutto delle esperienze formative (in ambito accademico e politico) che ti hanno maggiormente influenzato?

La prima esperienza formativa della mia vita è stata la seconda guerra mondiale. Sono cresciuta nell’immediato dopoguerra, quando la memoria di un conflitto durato anni, in aggiunta a quella degli anni del fascismo, era ancora molto viva in Italia. In giovanissima età ero già consapevole del fatto d’esser nata in un mondo profondamente diviso, e sanguinario; ero consapevole del fatto che lo stato, lungi dal proteggerci, potrebbe esserci nemico; del fatto che la vita è estremamente precaria e, come dirà poi la canzone di Joan Baez, «there but for fortune go you and I». In questa situazione era difficile non essere politicizzata. Perfino da ragazzina non potevo non sentirmi antifascista, ascoltando tutte le storie che ci raccontavano i miei genitori, e le tirate di mio padre contro il regime fascista. Oltretutto sono cresciuta in una città comunista, dove il primo maggio i lavoratori appuntavano il garofano rosso alla giacca, e ci si svegliava al suono di Bella Ciao; e dove la lotta tra comunisti e fascisti proseguiva, con i fascisti a tentare periodicamente di far saltare per aria il monumento al partigiano e i comunisti ad assaltare per rappresaglia la sede del MSI – Movimento Sociale Italiano – che tutti sapevano essere la continuazione del partito fascista ormai messo al bando.

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Contro il pop

intervista a Paolo Mossetti

Dalla religione del lavoro alla Londra post-Brexit, dall'anarchismo individualista alla prospettiva di un'Europa “mediterranea”: una conversazione con Federico Campagna, filosofo, attivista e autore di L'ultima notte

CAMPAGNA HERO 2Il sottotitolo è già una mappa: Anti-Lavoro, Ateismo, Avventura. E il movimento, al contrario dei soliti pamphlet pieni di denuncia, numeri e indignazione, è tutto in ascesa: si racconta ciò che ci tiene incatenati, il trionfo di una nuova religione – quella del Lavoro – e poi si naviga attraverso una miriade di rotte per uscirne. Non sarà un viaggio facile. E saranno proprio le convinzioni di noi gente di sinistra che verranno messe in crisi. 

Ispirato da una serie di articoli pubblicati tra il 2008 e il 2013 sul blog che lui stesso ha contribuito a fondare, L’ultima notte del filosofo e attivista Federico Campagna è tra i casi editoriali più interessanti del panorama saggistico attuale. Pubblicato tre anni fa dalla londinese Zero Books dopo che la bozza – caso più unico che raro – era stata consegnata direttamente in inglese dal suo autore, tradotto in italiano da Postmedia (Milano), il libro ha riscosso il plauso di intellettuali affermati come Simon Critchley, Mark Fisher, Franco Berardi o Saul Newman. Secondo quest’ultimo, “Campagna ha scritto niente di meno che un nuovo L’Unico e la sua proprietà, aggiornato per la nostra contemporaneità neoliberale – un’epoca in cui in teoria l’ego individuale regna libero e supremo ma dove, in realtà, l’individuo è soffocato dall’estasi celestiale della fede e della rinuncia a sé”.

Federico Campagna lo incontro a Londra, nella casa dove ha vissuto negli ultimi otto anni, a New Cross, un quartiere operaio a sud del Tamigi ora invaso da studenti alla moda.

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Yours for the Revolution

di Valerio Evangelisti

La Nova Delphi Libri ha appena pubblicato, in una nuova traduzione di Andrea Aureli, Il tallone di ferro di Jack London (pp. 368, € 14,00). Questa è l'introduzione di Valerio Evangelisti al volume

london talloneAi partigiani italiani, durante la Resistenza, i comandi suggerivano una serie di letture da fare nei momenti di pausa, tra un’azione e l’altra. Tra i libri consigliati non mancava mai Il tallone di ferro di Jack London, spesso associato a La madre di Gorki. Una sorta di scuola quadri letteraria.

E’ solo uno dei segni della straordinaria fortuna del romanzo, fin dal momento della sua pubblicazione, nel 1907. Nel giro di pochi anni era già tradotto in una quantità di lingue, e conosceva ristampe che si sarebbero moltiplicate fino ai giorni nostri. Eppure non è l’opera migliore di London: ha parti fortemente didascaliche, le psicologie sono appena abbozzate, a eccessi di dialoghi dal ritmo di un catechismo incalzante succedono capitoli di frettolosa narrazione dei fatti.

Cosa fa, dunque, de Il tallone di ferro un libro formidabile, capace di passare da generazione a generazione? London lo scrisse, secondo la testimonianza della figlia Joan, dopo la sconfitta della rivoluzione russa del 1905, e perché allarmato dal moderatismo crescente che stava impregnando il Partito socialista americano, cui apparteneva. Intendeva divulgare in forme accessibili i principi fondamentali del marxismo, e specialmente della sua variante rivoluzionaria. Quella a cui aveva aderito nel 1896, quando si era iscritto all’intransigente Socialist Labor Party di Daniel De Leon.

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Tutta la post-verità sulla post-verità

di Enrico Gullo

D'accordo, bufale e balle imperversano ovunque: ma quale nucleo di verità nascondono? E a questo punto, non sarà il caso di cominciare a prenderle sul serio?

postverit heroOh, ma la sapete quella del Prete Gianni? Ve la racconto velocemente. Tra il 1143 e il 1146 il vescovo Ottone di Frisinga scrisse una Chronica nella quale – tra un pistolotto sulla Babele terrena e qualche borbottio sulla condizione umana – tenta di tracciare una storia dell’umanità che include la narrazione della storia a lui contemporanea. Tra le notizie fornite dalla Chronica c’è questa curiosa storiella, di cui Ottone viene a conoscenza a Viterbo tramite intrallazzi papali: racconta che esiste un Principe e Prete cristiano, tale Prete Gianni (o Preteianni o Presbyter Johannes), che vive da qualche parte di là dal Mediterraneo – forse in Africa o in Asia – e che, pur essendo nestoriano, desidera avvicinare se stesso e il suo popolo alla Cattolica Dottrina di Santa Romana Chiesa, anche in virtù della sua inimicizia coi limitrofi domini musulmani. Neanche a dirlo, è pure ricco da far schifo e il suo regno è pieno di meraviglie. Fin qui tutto bene, sembra. A parte il dettaglio che il fatterello è una colossale balla, certo. E che viene raccontato in una delle più influenti cronache medievali.

Il risultato è che una bufala di proporzioni bibliche (è il caso di dirlo) conosce una larghissima fortuna nel corso del basso Medioevo: lettere false, tentativi di corrispondenza da parte dei sovrani occidentali, mercanti che identificano il Prete Gianni in tale o talaltro sovrano incrociato lungo la via della seta… Sarà forse Gengis Khan? Oppure un suo avversario?

doppiozero

Storia naturale della post-verità

Mario Pireddu

post verità“Le verità vere sono quelle che si possono inventare”, scriveva Karl Kraus circa un secolo fa. Lo scrittore e polemista austriaco, celebre anche per i suoi aforismi, amava dire che chi esagera ha buone probabilità di venir sospettato di dire la verità, e chi inventa addirittura di passare per ben informato. Più o meno nello stesso periodo, lo scrittore anarchico statunitense Ambrose Bierce definiva così il termine verità nel suo splendido Dizionario del diavolo: “ingegnoso miscuglio di apparenze e utopia”. Veritiero nel libro di Bierce equivale così a “ottuso, stolto, analfabeta”. Con tutt’altro approccio, nel 1967 Guy Debord scriveva che “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. Il filosofo Baudrillard, riprendendo il Qōhelet, ci ha informati invece della scomparsa della realtà, sostituita dalla realtà dei simulacri. 

Nel corso della nostra lunga storia europea siamo stati messi in guardia più volte sui pericoli della manipolazione del senso comune, delle verità e delle informazioni di qualsiasi tipo. La notizia più recente riguarda però l’elezione di “post-truth” a parola dell’anno per l’Oxford Dictionary: dopo un lungo dibattito la scelta è caduta su post-verità come termine che definisce le circostanze in cui, per la formazione dell’opinione pubblica, i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli all’emozione e alle convinzioni personali. Tra le motivazioni della scelta vi è l’elevata frequenza d’uso del termine nell’ultimo anno, con particolare riferimento al referendum britannico sulla Brexit e alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

prismo

Il senso della fine

di Gianluca Didino

In tempi di postumano e “declino dell'Occidente”, tornare a Frank Kermode è un modo per comprendere la complessità delle narrazioni contemporanee

Giotto Il Giudizio Universale cropSono dovuto arrivare a trentuno anni prima di leggere Frank Kermode e questo dovrebbe bastare a decretare il fallimento dell’università italiana, ma siccome per fortuna l’università è una e il mondo è molteplice, e la prima è limitata mentre il secondo non lo è, e la prima è un modello davvero astratto e parziale del secondo, per tutte queste ragioni la curiosità intellettuale mi ha portato laddove non hanno potuto i piani di studio del Ministero e le mode culturali in voga tra gli accademici: cioè a leggere Il senso della fine, il seminale lavoro di Frank Kermode pubblicato per la prima volta nel 1967 e che, come proverò a dimostrare nel corso di questo articolo, dice qualcosa di fondamentale sulle narrazioni contemporanee.

 

Kermode basic

Quella descritta sopra è una delle tante maniere possibili per raccontare la mia scoperta di Kermode. È una maniera narrativa: prevede un inizio (la mia ignoranza di ventenne che si attiene ai testi suggeriti nella Guida Dello Studente) e una fine (la lettura dei saggi di Kermode e la conclusione che essi siano in qualche modo importanti nella definizione della fiction contemporanea). È una versione che conferisce senso alla mia scoperta, delinea una progressione, inserisce la lettura del libro e la scrittura di questo articolo e persino voi che lo state leggendo in un orizzonte temporale dotato di significato.

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I corpi e il network

di Franco Romanò

Partendo dall'analisi di un libro scritto da un gruppo americano, il Critical Art Ensemble, si esplorano le relazioni fra realtà virtuale e vita materiale

escher day and nightPremessa

Leggendo gli interventi delle femministe neo materialiste sulla necessità di mettere in crisi il concetto e l’idea di anthropos, allargando alla zoe il campo di riferimento, mi sono ricordato di un dibattito sorto durante gli anni ’90 dopo la pubblicazione da parte del gruppo americano Critical Art Ensemble, di un pamphlet edito in Italia da Castelvecchi (Sabotaggio elettronico) che parlava della rete informatica come di un Corpo senza Organi asettico e pulito, in grado di spostarsi ovunque, isomorfo e imprendibile; quintessenza, dunque, di una spiritualità assoluta, cui diedero anche il suggestivo appellativo/ossimoro di bunker nomadico. L’espressione usata dal gruppo nordamericano non ha nulla a che vedere con l’uso che della medesima espressione  fanno Deleuze e Guattari, sebbene l’accenno che viene fatto nel pamphlet all’opera di Artaud faccia pensare che ne fossero a conoscenza.

Del Critical Art Ensemble mi ero occupato anni fa con un testo rimasto inedito dopo varie vicissitudini e che qui propongo per la prima volta, con pochissime modifiche o ulteriori specificazioni su alcuni esempi che mi sembravano datati. Lo propongo nella rubrica Dopo il Diluvio poiché, pur essendo legato alle problematiche trattate su questo stesso numero nelle altre rubriche, gli esempi prevalenti e il punto di vista che ho scelto per la mia riflessione critica, riguardano la letteratura e le arti.

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Contro Recalcati

di Andrea Minuz

Si stava meglio quando c'era Alberoni. I padri saranno anche evaporati, ma il Sorrentino della psicoanalisi è ovunque

maxresdefault 1024x576Non si può parlare dell’ultimo libro di Massimo Recalcati senza interrogarsi sull’ascesa di Massimo Recalcati. Quindi facciamo qualche passo indietro e confessiamolo subito: quando c’era Alberoni era tutto più semplice. I confini erano chiari, netti, giusti. Introiettata la differenza tra innamoramento e amore, guardavamo con distacco le raffiche di best seller con copertine rosa e titoloni in baskerville giallo: Ti Amo; Il grande amore erotico che dura, Leader e masse; Le sorgenti dei sogni. La cosa non ci riguardava. Nulla che non fosse due dita sotto la complessità dell’ultimo Battisti. Al massimo, buttavamo un occhio sui corsivi del Corriere dove, alle soglie di Tinder, Alberoni scriveva «fare all’amore». Alberoni ci spiegava il carisma, l’indebolimento del Super-Io, il capo d’azienda, l’uomo cacciatore, la donna che fa il nido, la crisi dei valori e «le miserie degli accoppiamenti nelle orge dei rave party». Nei suoi articoli, nelle conferenze o nelle interviste su Grazia non avrebbe mai ceduto a parole come «forcluso», «fagocitante», «ieratico», tantomeno al «balbettio monologante della lalangue».

Quando c’era Alberoni, i tomi dei seminari di Lacan erano lì dove dovevano essere, nello scaffale più inaccessibile e forcluso della nostra libreria. Poi è arrivato Recalcati. Le copertine non sono più rosa, né fucsia. Titoli ieratici e sottotitoli minacciosi chiamano in causa l’«inesauribile capacità del mito di offrire spunti di riflessione», la «filiazione simbolica», «l’Altro», l’Oltre e l’Ultra.

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Brecht. Arte e politica

di Mauro Ponzi

Mettere in scena in modo “dilettevole” – senza prediche e moralismi – per provocare una reazione nel pubblico

brecht4 1200x667Brecht ha ereditato uno dei principi fondanti dell’illuminismo tedesco: l’arte deve educare il fruitore, deve migliorare l’umanità (nel suo caso deve far affiorare nella coscienza dello spettatore la consapevolezza della situazione politico-sociale in cui vive)…

Assistiamo anche in Italia a un rinnovato interesse per l’opera di Brecht. I giovani leggono i suoi libri, gruppi teatrali professionisti e dilettanti mettono in scena le sue opere. Forse la crisi economica mondiale ha riportato in primo piano la politica e l’attenzione al sociale. Ma il personaggio Brecht è molto complesso e articolato. In realtà la sua fama non è mai venuta meno. Basta andare sul sito del Brecht-Archiv di Berlino o seguire il programma del Berliner Ensemble per accorgersi la risonanza mondiale della sua opera e il seguito di pubblico: a Berlino è molto difficile trovare un biglietto per le messe in scena dei suoi drammi, c’è sempre il tutto esaurito. Certo, la prospettiva con cui ci si accosta a questo autore oggi è un po’ diversa da quella del secolo scorso. Il Brecht stimolante, interessante, ancora quasi tutto da scoprire, non è quello del teatro epico, bensì il giovane Brecht, carico di vitalismo e interessato a forme di sperimentalismo provocatorie, legato alle avanguardie di Monaco e di Berlino, il Brecht poeta che ha saputo coniugare il rapporto con la tradizione alle malinconie soggettive senza mai perdere di vista la questione sociale e soprattutto senza mai dimenticare l’obiettivo primario della sua produzione artistica, ossia quello di far riflettere lo spettatore o il lettore sulla situazione politico-sociale, sulla situazione della comunicazione artistica e non, sulla possibilità di cambiare l’esistente.

palermograd

Dodici piccoli indiani (d'America)

di Marcello Benfante

maxresdefault​“Pour épater les bourgeois era il motto
insolente dell’avanguardia del XIX
secolo, ma ormai la borghesia s’è scoperta
la passione d’essere sconvolta”

(Dwight Macdonald, Masscult & Midcult)

Il vaso di Pandora   

Mi è capitato di fare qualche piccola ed estemporanea considerazione sull’assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan.

La sensazione che ho provato nell’apprendere questa sorprendente notizia è stata in un primo tempo una sorta di euforia, di felice stupore. Poi all’improvviso sono stato assalito da una vaga tristezza, da un’ombrosa inquietudine.

Come mai? Non si trattava certo di un’offesa alla maestà del Nobel, che è un concetto del tutto estraneo al mio temperamento e alle mie convinzioni. Tanto meno di un dubbio circa il valore estetico dei testi di Bob Dylan, che è indiscutibilmente notevole.

E allora? Ci ho pensato un po’ su, ripercorrendo le fasi della mia giovinezza di ammiratore di Dylan (insieme a molti altri tra cui Woody e Arlo Guthrie, Joan Baez, Pete Seeger, Leonard Cohen eccetera) e finalmente ho capito.

alfabeta

About blank

Franco Berardi Bifo

charmander ss04L’epidemia

Nei primi anni del decennio ’80 vivevo nel lower east di Manhattan. Scrivevo articoli per una rivista milanese. Scrivevo della scena new wave o no wave dei locali after punk, sull’arte di strada su Keith Haring e Rammelzee e Basquiat. Nel 1977 la città di New York aveva dichiarato bancarotta: l’industria che aveva dato lavoro e identità alla città ora se ne andava. Quando arrivai a New York interi quartieri erano cimiteri abbandonati, fabbriche deserte trasferite nella Sunbelt, magazzini vuoti. Ma un sindaco lungimirante che si chiamava Ed Koch ebbe un’idea brillante: invitò gli artisti di ogni paese a venire a New York. E quelli vennero a frotte e si misero a ristrutturare quei locali abbandonati, a trasformarli in laboratori di vita indipendente. Musicisti, graffitisti, poeti, ma anche sperimentatori tecnici e sperimentatori esistenziali, affollarono la città per farne una specie di incubatrice del futuro possibile.

Poi venne l’AIDS. Le cose sono sempre più complicate di come le raccontiamo, ma credo che il nucleo più intimo della mutazione digitale stia qui: nel punto in cui la sindrome acquisita di immunodeficienza stravolse la percezione di noi stessi, sconvolse e poi dissolse la comunità che aveva attraversato due decenni di erotica amicizia egualitaria.

La depressione può essere descritta come una condizione in cui l’organismo cosciente perde la capacità di trovare senso nel mondo che lo circonda.

prismo

Fatti non foste, ma solo interpretazioni

di Flavio Pintarelli

La crisi della verità nelle società occidentali è ormai conclamata: ma è possibile ripensare la società a partire da queste basi?

pinocchiettiQual è il filo conduttore che lega tra loro Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: post truth. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di “postverità”, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità?

Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna è riduttivo, anche perché la bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Semmai, in questo caso siamo di fronte a qualcosa di diverso: perché la postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza. Esempio: affermare che i migranti accolti nel nostro paese “ricevono” 35 euro al giorno, tecnicamente non è una menzogna; piuttosto, è un’affermazione che ignora deliberatamente che quella cifra rappresenta il costo medio giornaliero pro capite speso per la gestione di una persona immigrata nel nostro paese. Oltrepassare questo particolare, permette quindi di costruire una narrativa in cui gli italiani vengono rappresentati come vittime di un’ingiustizia, che viene sfruttata per portare avanti una precisa agenda politica.

paroleecose

Difendere il canone (senza trasformarsi in Harold Bloom)

di Mimmo Cangiano

MountrushmoreUn canone, quando giunto a stabilizzazione, è l’espressione culturale di un insieme di relazioni sociali che vogliono surrettiziamente veicolarsi come eterne; vogliono presentare come atemporali, mediante il loro riflesso culturale, i nessi storici (le lotte storiche) che le hanno prodotte. In seconda battuta, visto che la relazione fra reale e culturale è inevitabilmente dialettica, lo stesso canone ha il compito di stabilizzare la forma raggiunta da quelle medesime relazioni. Tale stabilizzazione è cioè un elemento di lotta politica dove il canone ha il compito di ribadire, si perdoni il pleonasmo, la vittoria dei vincitori, e di presentarla come storicamente insuperabile.

È un principio semplice, utile perché permette di separare con chiarezza due schieramenti politici. Marxismo, post-colonialismo, cultural studies, decostruzionismo, benché riferiscano ad elementi diversi per ciò che concerne la formazione del suddetto canone, si ritrovano d’accordo circa le ragioni e modalità della sua formazione. Sinistra e Destra sono qua divisibili cioè con relativa semplicità.