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cultura

Franco Berardi Bifo: Perché gli artisti? MACAO è la risposta

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Perché gli artisti? MACAO è la risposta

Written by Franco Berardi Bifo

“perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede Holderlin nel suo poema “Pane e vino”.
E commentando questo verso, Heidegger dice: “Forse siamo nel momento in cui il mondo va verso la sua mezzanotte”.
 
In nome del vuoto

Il 5 maggio un gruppo di artisti, architetti, insegnanti e studenti e lavoratori precari della scuola e della comunicazione hanno occupato un edificio chiamato Torre Galfa e l’hanno rinominato Macao. L’edificio è un grattacielo di trentacinque piani, abbandonato da quindici anni.

Dieci giorni dopo l’occupazione, mentre il corpo gigantesco del precariato cognitivo milanese cominciava a stiracchiare le sue membra e a sintonizzarsi con la torre, sono entrati in azione gli esecutori del piano di sterminio finanziario. Il proprietario, noto alle cronache giudiziarie come corrotto e corruttore, ha deciso che quel posto è suo e deve rimanere com’è: vuoto. Tutto deve essere vuoto nella città, perché il capitalismo finanziario ha bisogno di distruggere ogni segno di vita. Le risorse materiali e intellettuali vengono progressivamente inghiottite, annullate, perché i predatori possano espandere la loro insensata ricchezza.

Per la prima volta, occupando la Torre, il movimento è uscito dalla sfera dell’underground e si è proiettato verso l’alto. Non è un movimento di talpe, ma di sperimentatori. Le talpe ora debbono venire fuori, debbono occupare ogni spazio, e contenderlo all’organizzazione di morte che si chiama Banca Centrale Europea.

 
Artisti che vuol dire?

Perché gli artisti occupano spazi vuoti per restituirli alla collettività? Perché l’arte sembra tanto interessata a farsi attivismo proprio mentre il mercato invade lo spazio dell’arte e riduce l’attività degli artisti a lavoro astratto privo di significato?
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Mario Perniola: Introduzione a "La società dei simulacri"

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Introduzione a "La società dei simulacri"

di Mario Perniola

 
La società dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori

Ho aspettato trent’anni per ripubblicare questo libro, nonostante  le ripetute sollecitazioni di lettori e di editori. Infatti solo ora i fenomeni sociali descritti allora, al loro sorgere, il potere delle organizzazioni criminali e la decadenza del sapere, hanno raggiunto il loro momento culminante.

Si è così verificata un’inversione di tendenza: qualcuno si è finalmente accorto che la distruzione sistematica dell’eredità civile, culturale, morale ed estetica  dell’Occidente e dei criteri di legittimazione  elaborati attraverso più di due millenni, giova alla  diffusione dell’ignoranza e della paura, sulle quali prosperano le mafie e il conformismo consumistico. E comincia ad avere il coraggio di dirlo e trova anche spazio in qualche quotidiano senza essere censurato dal timore dei capo-redattori e dei direttori dei giornali di vendere qualche copia in meno o di dispiacere ai loro padrini politici. Nel momento in cui l’amministrazione della giustizia e le istituzioni sanitarie, scolastiche ed accademiche collassano, si è manifestato finalmente il dubbio che il furore contro le aristocrazie scientifiche, intellettuali e burocratiche ha portato al trionfo delle oclocrazie, cioè al governo dei peggiori. Spacciare l’oclocrazia per democrazia è un errore fatale che gli antichi Greci non avrebbero mai commesso.

Il successo che ha ottenuto la prima edizione di questo libro, al punto di essere il più citato tra i miei lavori, si è basato spesso su di un equivoco. Infatti la nozione di simulacro è stata per lo più intesa come sinonimo di falsità, d’inganno, di frode e quindi come una teoria della manipolazione mass-mediatica; al contrario, essa è un salvagente per galleggiare nel tempestoso oceano della comunicazione, in cui tutti siamo, volenti o nolenti, immersi. La posta in gioco era la seguente: inutile impegnarsi nella difesa degli intellettuali, nelle tre forme classiche di giornalisti, professori e politici. Già nel 1980 – anzi già dal 1968 - era evidente che la civiltà di cui erano stati i protagonisti stava tramontando: lungo trent’anni, hanno cercato di difendersi con le unghie e con i denti in  una società che non aveva più bisogno di loro, sposando via via le opinioni più idiote, purché sembrassero nuove, up-to-date, riformiste, e contribuendo così in modo determinante al totale sfacelo delle loro istituzioni.
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Lanfranco Caminiti: Insurrezione e narrazione

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Insurrezione e narrazione

di Lanfranco Caminiti

Il prossimo anno cade il centenario della pubblicazione de I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello per l’editore Treves di Milano. In realtà, il romanzo – «amarissimo», lo definì lo stesso Pirandello in una lettera a un amico – era in buona parte già uscito a puntate, come spesso accadeva, per il giornale «Rassegna contemporanea» tra il gennaio e il novembre 1909. L’edizione del 1913 risistema l’articolazione dei capitoli, rivede quanto era già stato pubblicato e lo completa. Ancora nel 1931, Pirandello deciderà di intervenire sul testo per una definitiva edizione per Mondadori, che poi è quella che leggiamo oggi. In nessuna delle rivisitazioni Pirandello modifica l’impianto dei personaggi e l’intreccio tra i loro comportamenti e gli eventi e il suo sguardo.

Pirandello inizia a scrivere I vecchi e i giovani nel 1906, e sono passati poco più di dieci anni dalla “materia” del romanzo, che è l’esplosione del movimento dei Fasci siciliani tra il 1892 e il 1894, cioè tra l’inizio degli scioperi nelle campagne e nelle zolfare – una cosa nuova che mai si è veduta prima – e le stragi di contadini e popolani fino all’instaurazione dello stato d’assedio e la repressione di massa, con l’arresto di tutti i dirigenti dei Fasci e centinaia e centinaia di militanti; lo stesso lasso di tempo che intercorre tra lo scandalo della Banca romana e la crisi del giolittismo, con l’avvento al governo di Francesco Crispi. Dieci anni soltanto. Sembrerebbe perciò un po’ azzardato definire “romanzo storico” I vecchi e i giovani. Qui non si tratta della rivolta degli schiavi di Euno o dei Vespri. Eppure. Non è solo una questione di distanza temporale dai fatti narrati.

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Girolamo De Michele: "Il romanzo di una strage"

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"Il romanzo di una strage"

di Girolamo De Michele

Un film ammiccante, menzognero, pavido, vigliacco, politicamente corretto, cialtrone

Il romanzo di una strage è, in prima battuta, un titolo ammiccante. Pasolini, Il romanzo delle stragi, io so ma non ho le prove: avete presente? Quella roba lì. Quella roba che nel film non c'è. Detto fuori dai denti: cominciano a svenderli a 3x2, i pasoliniani de noantri che si riempiono la bocca col coraggio della verità, il dovere della verità, la religione della verità fino all'estremo, e poi continuano a ruzzolare e razzolare come e peggio di prima. Il modo peggiore di uccidere una seconda o terza volta Pasolini è quello di usarlo come specchietto per le allodole: e Giordana, dopo aver girato un film su Pasolini nel quale, com'era suo dovere di intellettuale, lasciava intendere altri scenari e altri finali al di là di quelli giudiziari ufficiali, tradisce se stesso, il suo mentore e il pubblico con un film nel quale non si arriva neanche alle verità giudiziarie, figurarsi spingere lo sguardo un filo più in là.


Il romanzo di una strage
è, quindi, un titolo menzognero. Perché "romanzo" dovrebbe alludere a un'opera di fantasia che non replica il reale, ma lo arricchisce attraverso una grammatica delle immagini che sopravanza quella grammatica delle parole che ripete il mondo. E in tal modo rende possibile dire ciò che la parola non può dire: la potenza della fantasia, si direbbe nella lingua di Dante. Ricorda Goffredo Fofi che il cinema italiano fu capace, all'indomani di dittatura e guerra, di opere che raccontarono ciò che ancora non si aveva la forza di dire. A l’alta fantasia qui mancò possa, si potrebbe dire: ma ciò ch'è certo è che qui s'è parsa la sua (di Giordana) nobilitade.


Il romanzo di una strage
è, dunque, un film pavido. Che non ha il coraggio di dire che non segmenti marginali o laterali dello Stato, ma lo Stato in quanto tale, o se si preferisce l'altra faccia dello Stato, il doppio Stato, pianificò e attuò coscientemente la strategia della tensione, delle stragi, dei depistaggi, al fine di "destabilizzare per stabilizzare".

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Christian Raimo: Romanzo di uno strascico

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Nuovo cinema paraculo

Romanzo di uno strascico

di Christian Raimo

Come trasformare un film animatissimo di buone intenzioni in un roba deludente? Basta fidarsi troppo delle buone intenzioni (le strade per l’inferno, si sa, ne sono lastricatissime). Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana è un film che avrebbe potuto essere bello, e non lo è. Per moltissimi motivi. Per primi, certo, quelli legati all’affidabilità della ricostruzione vedono contrapposte tante versioni diverse: il libro-inchiesta di Paolo Cucchiarelli che sostiene la tesi delle due bombe contemporanea (una bombetta-civetta anarchica e una bomba devastante di marca neofascista) e a cui si è ispirato Giordana, viene considerato molto molto discutibile da vari altri, tra cui per esempio Adriano Sofri che in questi giorni ha scritto un istant-book precisamente polemico contro libro e film.

Ma Giordana, come Sofri stesso fa notare, non sposa neanche completamente la tesi del libro, tessendo una narrazione che non si assume dei rischi. In nome di un auto-ricatto, riconosciuto o meno che sia, di un fare semplicemente un film utile, o come si usa dire oggi civile. Civile, utile alle nuove generazioni che magari non sanno nulla della bomba a piazza oppure pensano che ce l’hanno messa le Brigate Rosse.

Ma limportante è parlarne in questo caso ovviamente non basta, oltre a essere impossibile. L’intento del film di non urtare la sensibilità di nessuno finisce per non sfiorare nemmeno un pezzettino di cuore nello spettatore. L’intento del film di non incorrere noie legali finisce per avvalorarne solo le paranoie.


Il punto più problematico di questa intricata vicenda (Piazza Fontana-morte di Pinelli-omicidio Calabresi-delitto Moro), ovvero il buco nero italiano per eccellenza, è che molto spesso nelle ricostruzioni piuttosto che andarci a trovare una verità storica, i nodi mai affrontati della democrazia italiana, ognuno ci scopre il suo buco nero, il suo rimosso, la sua biografia con fantasmi revisitata, la sua personale visita agli inferi. Capita così che dalle prime reazioni al film ognuno si lamenti perché c’è un pezzo che manca: una prospettiva, un dettaglio…

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Giorgio Boatti: Doppie bombe per una strage e un film

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Doppie bombe per una strage e un film

Giorgio Boatti

Viene presentato a Milano il 26 marzo e sarà nelle sale italiane dal 30 marzo il film che Marco Tullio Giordana, il regista de La meglio gioventù e I cento passi, dedica alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Con Romanzo di una strage, il nuovo film di Giordana, la Fictory – complessa forma di cobelligeranza tra la Fiction e la History, disciplina non esente da episodi di fuoco amico e da regole di ingaggio in continua evoluzione a seconda degli scacchieri tematici e cronologici investiti – mette così piede nella penisola italiana.

Proprio in vista dell’uscita del film di Marco Tullio Giordana Eugenio Scalfari rievoca, sulle pagine del quotidiano “Repubblica” da lui fondato, i giorni di Piazza Fontana e quelli venuti dopo. È una ricostruzione che, giungendo da un personaggio eminente della scena pubblica dell’ultimo mezzo secolo italiano, non può certo lesinare gli “io c’ero”.

“Intervengo perché io c’ero” - scrive Scalfari – “Ho assistito direttamente a gran parte di quei fatti come cittadino, come giornalista e come deputato al Parlamento”.

Traccia dunque il lungo elenco dell’“io c’ero”:

“Ero a Milano in via Larga quando fu ucciso il poliziotto Annarumma…”.

“La sera di quei giorno ero nell’aula magna dell’Università Statale…”.

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Andrea Cortellessa: Fenomenologia della canotta

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Fenomenologia della canotta

di Andrea Cortellessa

È (ri)cominciato tutto con Craxi. È la fine di giugno del 1991 e a Bari fa decisamente caldo, quando va in scena il quarantaseiesimo congresso del PSI. L’architetto di regime, Filippo Panseca, stavolta ha voluto strafare: allestendo addirittura (dopo la piramide di due anni prima) degli archi di trionfo, alle spalle del podio dal quale prende le parole il Leader. Non ha pensato a una cosa, però: alla climatizzazione. E così il discorso di Craxi passa alla storia non per le citazioni da Turati, per le solite pause interminabili o le non meno consuete minacce oblique: ma per la canottiera che traspare, oscena, dalla camicia bianca trasparente e impregnata di sudore (un pezzo memorabile lo scrive allora, quantum mutatus ab illo, Giampaolo Pansa). Quello stesso segno del corpo, quell’attributo indumentario così intimo – che in un Craxi cupo, stravolto, vicino al precipizio era apparso a tradimento, come una verità nascosta, eloquente quanto inconfessabile – di lì a poco diventa un brand. Chi lo esibisce fieramente è l’astro nascente della post-politica italiana – Umberto Bossi da Soiano, frazione di Cassano Magnago, provincia di Varese – in un momento decisivo della sua parabola spregiudicatamente manovriera: nell’estate del 1994, all’indomani del “ribaltone” col quale pone fine al primo governo Berlusconi, in vacanza in Sardegna si fa fotografare e videoriprendere appunto in canotta e calzoncini da basket sbrindellati.

Come spiega Marco Belpoliti nella Canottiera di Bossi, appena uscita terza parte di una trilogia sulle politiche del corpo nella società dello spettacolo (iniziata con Il corpo del Capo nel 2009 e proseguita l’anno seguente con Senza vergogna – che di nuovo sul corpo-segno di Berlusconi si apriva e si chiudeva), la scelta del look si mostra evidente, in questo caso, nel suo valore performativo, cioè di «atto linguistico»: che, nel regno dell’immagine, al posto delle parole (o insieme alle parole, piuttosto) si vale delle posture, dei comportamenti, dei gesti.

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Girolamo De Michele: New Realism vs Postmodern – Oltre l’accademia: le strade

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New Realism vs Postmodern – Oltre l’accademia: le strade*

di Girolamo De Michele

Confesso di aver seguito con un certo distacco, e anche un po’ di fastidio, il nascere del “Nuovo Realismo”, del cui testo fondante molte cose non mi convincevano, e continuano a non convincermi. Del resto, non essendo mai stato “post-modern”, non mi convinceva neanche l’eventuale difesa del bersaglio polemico. E, se devo dirla tutta, l’ambiente “Italian Theory” – tradotto come mangio: l’Italietta accademica che ha il suo quarto d’ora di notorietà modaiola, ora che il vestitino “French Theory” s’è sdrucito a furia di strofinature, nei McDonald culturali americani – mi faceva venire in mente il Poeta di Pavana: “di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie, o mantenermi vivo”.

Nel giro di una settimana, due testi mi hanno fatto cambiare idea non sull’agone accademico, ma sull’utilità di intervenirvi. Il primo è la piccola Arca nella quale, su minima&moralia, sono stati imbarcati testi che potrebbero venire buoni après le déluge, e che testimoniano come una parte importante della narrazione contemporanea non sia riconducibile all’antitesi Realismo-Postmoderno; il secondo è l’intervento di Umberto Eco Ci sono delle cose che non si possono dire, sull’ultimo alfabeta 2.


Quasi quattro anni fa, partecipando alla discussione sul romanzo italiano contemporanea aperta da Wu Ming 1 col suo saggio sul New Italian Epic, avevo sostenuto le ragioni della categoria del “neorealismo” usata da Gilles Deleuze a proposito del cinema: avevo scritto – e non ho cambiato idea – che «il neorealismo ha a che fare con una nuova forma di realtà dispersiva, ellittica, errabonda, che opera per blocchi, con legami deliberatamente deboli ed eventi fluttuanti: «il reale non è più rappresentato o riprodotto, ma “mostrato”. Invece di mostrare un reale già decifrato, il neorealismo mostrava un reale ancora da decifrare, ambiguo; è il motivo per cui il piano-sequenza tende a rappresentare il montaggio di rappresentazioni”».

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Umberto Eco: Ci sono delle cose che non si possono dire

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Ci sono delle cose che non si possono dire

Umberto Eco

Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessanta e che avevo esposte poi nel saggio Brevi cenni sull’Essere, del 1985.

So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perché la mia tesi di laurea era su Tommaso d’Aquino e Tommaso era certamente un Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una teoria corrispondentista della verità: noi possiamo conoscere il mondo quale è come se la nostra mente fosse uno specchio, per adaequatio rei et intellectus. Non era solo Tommaso a pensarla in tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una teoria corrispondentista, persino il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo per arrivare alle forme più radicalmente tarskiane di una semantica dei valori di verità.

In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di posizioni per cui la conoscenza non funziona più a specchio bensì per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza con varie accentuazioni del ruolo dell’uno o dell’altro polo di questa dialettica, dall’idealismo magico al relativismo (benché quest’ultimo termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che tenderei a espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate sul principio che nella costruzione dell’oggetto di conoscenza, l’eventuale Cosa in Sé viene sempre attinta solo per via indiretta. E intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall’Olismo al Realismo Interno – almeno sino a che Putnam non aveva ancora una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero.

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Gabriele Miniagio: Adversus paedagogistas

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Adversus paedagogistas

di Gabriele Miniagio

Qualcosa di profondo è accaduto nella scuola italiana. A partire dalla riforma Berlinguer, attraverso una serie di politiche protrattesi per un quindicennio, essa è mutata non solo nella sua veste esteriore, ma anche e soprattutto nel suo principio ispiratore , dunque nel suo rapporto con la società e la cultura. L’ideale della paideia, prima gentiliano e crociano, poi marxista, ha ceduto lentamente ma inesorabilmente il passo ad un pedagogismo scientista, che chiama in causa come proprio referente una mente naturalizzata, totalmente spossessata di un senso dell’agire che non sia l’operare macchinico: il compito del percorso didattico diviene quello di implementare in essa competenze e abilità operative per risolvere problemi dati, al di là di ogni definizione della realtà umana in termini esistenziali o storico-politici1.

Ci sforzeremo di mostrare come questa pedagogia tecnico-operazionale abbia origine nella concezione di una soggettività naturalizzata, teorizzata dagli indirizzi più radicali della filosofia della mente, e come entrambe chiamino in causa un processo di produzione di vita soggettiva che, nella società di massa tardo capitalistica, le sottrae il senso di sé e del mondo; il prodotto di tale processo è qualcosa che potremmo chiamare indifferentemente un quasi bios o un quasi soggetto.

Emergerà infatti, nell’ultima parte di questo lavoro, che il dispositivo “pedagogia delle competenze – naturalizzazione del soggetto” non è affatto neutrale: il carattere tecnico-operazionale, l’ossessione quantitativa della docimologia, l’esigenza di un portfolio di competenze certificato, la ricerca di una valutazione oggettiva dei risultati dell’apprendimento sono elementi a cui le forme di reclutamento e le procedure dei nuovi lavori cognitivi danno l’origine e il fine, l’alpha e l’omega.
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Isidoro Mortellaro: ... e un utile memorandum di quindici anni fa

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... e un utile memorandum di quindici anni fa

Isidoro Mortellaro

Una rilettura sulle radici del governo Monti e per ragionare su come opporvisi

... a toglier l’ultimo velo alla finzione del mercato come legge naturale provvede, dall’alto del suo scranno di commissario della Commissione europea, il più conseguente dei sacerdoti del vincolo esterno. Mario Monti inizia il suo volo là dove è giunto Padoa-Schioppa, quando ha rilevato che di fatto, i criteri di Maastricht dal 1992 «sono divenuti il catalizzatore della politica economica, in Italia come in altri paesi». Nel mettere in evidenza come l’euro abbia rappresentato la «più grande applicazione di Supply Side Economics, economia dell’offerta, mai realizzata, la più grande spinta alla liberalizzazione ed alla privatizzazione», Monti sottolinea come l’ingresso nell’euro abbia sanato solo alcuni mali dell’economia italiana, ma non l’abbia resa competitiva. Per conquistare il prescritto stato di grazia e mantenerlo, per dotarsi di una struttura economica e sociale capace, senza più l’ammortizzatore della moneta e del suo cambio, di rispondere positivamente agli shock che l’esposizione ad un mercato ipercompetitivo produrrà, v’è bisogno di un «Piano per lo smantellamento delle rigidità, per un'Italia competitiva, con scadenze e meccanismi di verifica», un piano di liberalizzazione, di smantellamento delle rigidità del sistema, del mercato del lavoro, come degli aiuti di Stato, insomma dei vincoli all'economia. Oggi abbiamo bisogno di una «programmazione che dovrebbe distruggere i pezzi di socialismo e di statalismo che ancora ingessano l'Italia»: è proprio il «vincolo esterno», adesso in gran parte rappresentato dal patto di stabilità, che adesso si costituisce in «obbligo internazionale a fare le riforme».

Il dado è tratto.
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Anselm Jappe: Il denaro è diventato obsoleto?

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Il denaro è diventato obsoleto?

Anselm Jappe


I media e le istanze ufficiali ci stanno preparando: molto presto si scatenerà una nuova crisi finanziaria mondiale e sarà peggiore che nel 2008. Si parla apertamente di «catastrofi» e «disastri». Ma che cosa accadrà dopo? Come saranno le nostre vite dopo un crollo su vasta scala delle banche e delle finanze pubbliche? L’Argentina ci è già passata nel 2001. A prezzo di un impoverimento di massa, l’economia di questo paese ha potuto successivamente risalire un po’ la china: ma in quel caso, non si trattava che di un solo paese. Attualmente, tutte le finanze europee e nord-americane rischiano di sprofondare insieme, senza alcun salvatore possibile.

In quale momento il crack delle borse non sarà più una notizia appresa dai media, ma un evento di cui ci si accorgerà uscendo per strada? Risposta: quando il denaro perderà la sua funzione abituale. Sia rarefacendosi (deflazione), sia circolando in quantità enormi ma svalutate (inflazione). In entrambi i casi, la circolazione delle merci e dei servizi rallenterà fino a potersi arrestare totalmente: i loro possessori non troveranno più chi potrà pagarli in denaro, in denaro «valido» che gli permetta, a sua volta, di acquistare altre merci e servizi. Essi terranno quindi per sé quei servizi e quelle merci. Ci saranno magazzini pieni, ma senza clienti; fabbriche in grado di funzionare perfettamente, ma senza nessuno che ci lavori; scuole in cui i professori non si presenteranno più, perché privi di salario da mesi. Allora ci si renderà conto di una verità che era talmente evidente da non essere più vista: non esiste alcuna crisi nella stessa produzione. La produttività aumenta continuamente in tutti i settori. Le superfici coltivabili della terra potrebbero nutrire tutta la popolazione del globo e allo stesso modo le officine e le fabbriche producono molto più di quanto sia necessario, desiderabile e sostenibile. Le miserie del mondo non sono dovute, come durante il Medio Evo, a catastrofi naturali, ma ad una specie di incantesimo che separa gli uomini dai loro prodotti.

Quello che non funziona più è l’«interfaccia» che si pone tra gli uomini e ciò che producono: il denaro. Nella modernità, il denaro è diventato il «mediatore universale» (Marx). La crisi ci mette di fronte al paradosso fondativo della società capitalista: in quest’ultima la produzione di beni e servizi non è un fine, ma soltanto un mezzo. Il solo fine è la moltiplicazione del denaro, è investire un euro per riscuoterne due.

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Rino Genovese: Il destino dell’intellettuale

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Il destino dell’intellettuale

di Rino Genovese

Che cosa voglia dire essere un intellettuale è diventato oggi così problematico in confronto a ciò che poteva significare ieri, tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, quando il significato del termine era ancora del tutto evidente a chi fosse inserito nel gruppo sociale detto intellighenzia (con un termine russo ricalcato sul francese e ritornato attraverso uno strano détour in Occidente), come pure al pubblico dei lettori di giornali e di libri identificabile in una ristretta élite, che una ripresa della vexata quaestio rischia di vedere scomparire il suo oggetto sotto gli occhi nel momento stesso in cui si accinge a parlarne. Uno scrittore, un artista, uno studioso facevano parte di un piccolo mondo obiettivamente attrezzato all’elaborazione e alla diffusione della cosiddetta alta cultura; e soggettivamente potevano sentirsi degli intellettuali in quanto erano riconosciuti come tali da un pubblico, e tra loro stessi in modo reciproco, in rapporto a un’impresa comunicativa di portata più ampia, che era poi quella della società in generale. Ciò poteva avvenire sia nel segno di una spinta in senso illuministico sia in quello di un richiamo alla tradizione in chiave antilluministica. Appare infatti come suo fatale marchio d’origine che il termine intellectuel sia divenuto di uso corrente in Francia durante l’affare Dreyfus, e che quindi si sia situato da subito nel vivo della polemica tra i valori dell’universalismo democratico e liberale e quelli del nascente nazionalismo antidemocratico e, nel caso specifico, anche antisemita. I contendenti dei due schieramenti si scontravano in nome di uno stesso insieme di valori, declinandoli però in modo opposto. Gli uni puntavano su quelle che agli altri sembravano semplici astrazioni – la verità, lo Stato di diritto, la democrazia –, e i secondi erano denunciati dai primi in quanto cultori delle radici tradizionali a scapito della verità e della giustizia. Sia per i dreyfusardi sia per gli antidreyfusardi, tuttavia, era assodato che la letteratura, il lavoro culturale, fossero altra cosa dalla pura costruzione di effetti estetici o, peggio ancora, un mezzo per cercare di far soldi e basta; che fossero, cioè, modi di assunzione di una responsabilità sociale.

 

Questo almeno è ciò che essi pensavano di se stessi, la maniera in cui concepivano enfaticamente la propria missione.

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Alessandra Sarchi: L’oscenità della morte

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L’oscenità della morte

di Alessandra Sarchi


1.

Da un po’ di tempo a questa parte morire sembra diventato un reato; a voler essere un po’ meno iperbolici, è diventato un fatto straordinario che la percezione collettiva comune ha fretta di rimuovere, o all’opposto, ma si tratta delle due facce della stessa medaglia, enfatizza in modo spettacolare. Non mi riferisco a morti in circostanze eccezionali, o in età molto giovane, che da sempre hanno suscitato compassione e contribuito a fondare un genere letterario – l’elegia – che potesse accogliere la memoria individuale come baluardo al poco, o niente, in cui si risolvono le vite di moltissimi. Penso piuttosto a quanti sono consumati dalla vecchiaia, dalla malattia, o da entrambe le cose; a tutti gli esseri viventi per i quali il ciclo biologico si è esaurito o deteriorato a un punto tale da comprometterne la possibilità di essere persone, cioè viventi con una vita psichica e di relazione complessa e articolata con il resto del mondo. Penso anche a quanti semplicemente non ce la fanno, non perché fisicamente ammalati, ma perché la vita è un peso inaffrontabile. L’istinto di sopravvivenza, la forza più brutale che ci muove, a volte, e non sempre a torto, si arrende a qualcosa di superiore, a uno squarcio avvertito come irrimediabile fra sé e la vita. Chi ha il diritto di inoltrarsi in questa spazio e di decidere? Nessuno se non i diretti interessati. Pensare il contrario sarebbe come immaginare che davanti a Dio, per chi ci crede, all’assoluto, all’imponderabile, o più banalmente, davanti alla propria coscienza ci si possa presentare in massa, con richieste di categoria e patteggiamenti sindacali.

Assumiamo un dato di fatto: morire, in una società consumistica basata sulla rimozione della morte, e sopratutto in una società che dispone di mezzi notevoli per tenere in vita i corpi, non è semplice. Nemmeno per chi sia nelle condizioni ottimali, malattie devastanti e vecchiaia avanzata, per augurarselo.

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In morte di Pierangelo Garegnani

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In morte di Pierangelo Garegnani


Venerdì scorso è scomparso Pierangelo Garegnani, uno dei più grandi economisti italiani, allievo di Piero Sraffa e critico implacabile della teoria economica dominante marginalista. Vogliamo contribuire a ricordarlo ospitando i due articoli che seguono, pubblicati rispettivamente su l'Unità e Il Manifesto


La scomparsa di un Maestro dell’economia critica

Sergio Cesaratto

La figura di Pierangelo Garegnani è inscindibilmente legata alla critica alla teoria economica dominante e alla ripresa dell’approccio degli economisti classici e di Marx. Tale lavoro era stato avviato sin dagli anni venti del secolo scorso da Piero Sraffa, di cui Garegnani era l’allievo prediletto.

Garegnani conseguì il dottorato a Cambridge con una tesi dedicata alla teoria del capitale appena prima la pubblicazione nel 1960 del famoso libro di Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci. Questo volume sollevò un’accesa controversia fra un gruppo di economisti di Cambridge capitanati da Garegnani e Pasinetti e gli economisti americani dell’MIT guidati da Paul Samuelson. La controversia verteva sulla possibilità di considerare la “quantità di capitale” disponibile nell’economia alla stregua delle quantità disponibili degli altri “fattori della produzione” – misurabili in termini fisici - nell’avvicinare la determinazione della distribuzione del reddito fra salari e profitti.

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Daniela Brogi: Sull’equivalenza narrativa terrorismo:oscurità

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Sull’equivalenza narrativa terrorismo:oscurità

di Daniela Brogi

«Mehr Licht! Mehr Licht!»

Negarlo è difficile: Buongiorno, notte, (Filmalbatros, 2003), di Marco Bellocchio, è una delle opere più belle del cinema italiano degli anni Zero. Il film è liberamente ispirato al memoriale dell’ex terrorista Anna Laura Braghetti Il prigioniero (Mondadori, 1988), e tanto per cominciare è la prova che si può rifare un ottimo lavoro anche a partire da un libro brutto e ridicolo. Com’è noto, Bellocchio rinarra la vicenda del sequestro Moro, ma uno degli aspetti più originali del film consiste nella scelta di condurre il racconto per lo più attraverso le molte rappresentazioni e teorie che nel corso degli anni sono state date sull’affaire Moro. Così, per esempio grazie ai filmati di repertorio, oppure usando la televisione sempre accesa nel covo di via Montalcini come presenza chiave della vicenda, Buongiorno, notte contiene «una rete complessa di allusioni ad altri film e persino a se stesso (l’elemento autoreferenziale di una sceneggiatura, intitolata proprio Buongiorno, notte, scritta da un personaggio del film) che dimostrano che non c’è un diretto accesso alla comprensione della storia, ma che tale comprensione viene costruita tramite la narrazione e la rappresentazione»[1].

Oltre tutto, anche il titolo è davvero bello, e indimenticabile: Buongiorno, notte, è dichiaratamente ispirato alla poesia di Emily Dickinson Good Morning – Midnight-[2], nella traduzione di Nicola Gardini (Crocetti, Milano 2001), che è stato il primo a usare la forma “Buongiorno notte“, potenziando la capacità smisurata di tempo-spazio contenuta in quelle due parole che vivono avanzando all’indietro.

L’effrazione dei principî di non contraddizione e asimmetria che definiscono il pensiero sistematico diurno; la regressione all’oscurità notturna – in senso temporale, visivo, mentale, acustico – per alludere alle vicende del terrorismo italiano tra i fatti di Piazza Fontana (1969) e la strage della stazione di Bologna (1980), e soprattutto l’uso della metafora del buio per nominare l’evento (il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) che più di tutti ha fissato quell’epoca nella memoria e nell’inconscio italiani: tutto ciò, a ripensarci, non arriva a Bellocchio da un immaginario mai attivato in precedenza, perché intanto, appena si cominci a stare dentro questo ‘effetto notte’, torna subito negli occhi e nella mente anche la fortunata inchiesta televisiva in diciassette puntate di Sergio Zavoli La notte della Repubblica (passata per la prima volta su RAI2 dal 12 dicembre 1989 al 11 aprile 1990), poi diventata anche un libro (ERI, Mondadori, 1989).

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Commenti a: Verifica delle parole: libertà e comunismo

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Commenti a

Verifica delle parole: libertà e comunismo


L'articolo di Emanuele Zinato "Verifica delle parole: libertà e comunismo" sul sito Le parole e le cose ha dato luogo ad un serrato dialogo, innescato da un intervento iniziale di Ennio Abate. Lo riportiamo così come è avvenuto, per la rilevanza dei suoi contenuti.


    Ennio Abate
    15 settembre 2011 alle 09:36   

    Vi pregherei di aggiungere tra le parole urgentemente da verificare soprattutto quella di ‘democrazia’. E di farlo cercando di arrivare alle “cose” (in particolare alla storia di questo Paese). Sul tema ‘democrazia’, a beneficio di chi (tutta la redazione?) ha risposto alla mia richiesta di pubblicazione de “Il Tarlo della Libia”, un mio piccolo (scandaloso per quelli di Nazione Indiana) tentativo di tenere assieme parole e cose, con “La magnolia” fortiniana, ripropongo la sua posizione in merito. L’ho riassunta così in un articolo per POLISCRITTURE 8:

    «E’ che il fastidio di quanti non vogliono più sentire argomenti provenienti da Marx, Lenin o Althusser è del tutto ingiustificato. Dal mio punto di vista questa critica [della democrazia] è fondamentale. Anche perché non sono riuscito a lasciar perdere le posizioni di Franco Fortini che, proprio tentando un bilancio degli anni Settanta in “Quindici anni da ripensare” (ora in “Insistenze”, Garzanti, Milano 1985) espresse giudizi sul Pci, la democrazia e il compromesso storico non lontani da quelli di La Grassa. Egli, infatti, non esitò a parlare (e si era nel 1984!) di una «catastrofe ideologica sia della sinistra “storica” quanto di quella “nuova”» e riassunse il suo giudizio sul quindicennio nella formula«Se il terrorismo è stato vinto, i suoi vincitori non hanno convinto» (p. 219). Riconosceva che «i gruppi e i fatti poi associati al terrorismo sanguinario erano innanzitutto preparazione ad una resistenza armata nel caso di un colpo di destra» e che la ripresa di «progetti e azioni che si richiamavano a taluni aspetti della lotta terzinternazionalista o a modelli resistenziali, armati, bellici» (219) poteva aver portato a una scelta politicamente «errata ma non davvero criminale» (222).
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Edoarda Masi: Intervista

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Intervista a Edoarda Masi*

Per gentile concessione della rivista di poesia e filosofia «Kamen´»

EM: Nel XIX secolo è risultata chiara, ed è stata analizzata nella teoria economica e sociologica, la contrapposizione fra capitale e lavoro e la complementarietà dei due poli. Essendo il lavoro l’elemento vitale del capitale, la lotta contro il capitale cresceva dall’interno dei meccanismi di quest’ultimo. Il lavoro si incarnava nel proletariato industriale – non solo avversario del capitale perché oppresso, sfruttato ecc., ma perché sua componente necessaria e contraddittoria. La possibilità di uscire da quel sistema si fondava sul lavoro, che ne era a un tempo la componente base e il nemico radicale.


K
: Il paradigma del lavoro era proprio quello .


Sì, non si trattava solo di ideologia: della validità di quella teoria abbiamo una prova storica in centocinquanta anni di lotta.


Era un corrimano, uno strumento razionale che permetteva di mettere in evidenza una prospettiva, un certo numero di fatti. Le due classi sono un portato storico della rivoluzione industriale: non c’è l’una senza l’altra, in un legame fondamentale.

 
Nella sua trionfale evoluzione il capitale ha finito, nella fase presente, con il divorare letteralmente sia la classe proletaria sia quella borghese. Nel Manifesto del Partito comunista c’è un’espressione sottolineata da Hobsbawm, a cui di solito non si bada: Marx dice grosso modo che, a un certo momento, il capitale dovrà essere superato dal lavoro oppure si avrà la fine di entrambe le classi in lotta. Credo che proprio questo si sia verificato. Una cosa è la borghesia, una cosa è il capitale. Questo è un meccanismo economico, mentre la borghesia è la classe dirigente che lo ha gestito in una ascesa sociale durata secoli fino al trionfo nell’Ottocento. Oggi gli eredi della borghesia non hanno più il carattere di classe dirigente. Il tratto di una classe dirigente è quello di difendere sì i propri interessi economici, ma nello stesso tempo di riuscire a rappresentare in qualche modo anche interessi generali.
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Gennaro Lopez: Franco Cassano, L’Umiltà del male

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Franco Cassano, L’Umiltà del male*

Gennaro Lopez

Il rapporto tra etica e politica, quello tra élites intellettuali, masse e potere, l’insopprimibile fragilità della natura umana, sono i temi di fondo dell’ultimo lavoro di Franco Cassano, problematico fin dal titolo e, comunque, di grande impatto sul terreno teorico.

La trattazione dell’agile, ma denso saggio (un prologo, tre capitoli, un epilogo) prende le mosse da un’inedita interpretazione della Leggenda del Grande Inquisitore, il famoso racconto che F. Dostoevskij, nel suo romanzo I fratelli Karamazov, affida alla voce narrante di Ivan. Da qualche tempo questa grande pagina di letteratura offre spunti di riflessione e di analisi utili alla comprensione di fenomeni che caratterizzano la realtà contemporanea: lo scorso anno la casa editrice Salani aveva pubblicato il testo della Leggenda aggiungendovi, a corollario, un contributo di Gherardo Colombo intitolato Il peso della libertà. Due anni fa, sempre alla Leggenda, aveva dedicato un proprio saggio Gustavo Zagrebelsky.

Racconta, dunque, Ivan al fratello Aliosha che, nella Siviglia del Cinquecento, l’Inquisitore fa arrestare Cristo, appena tornato sulla terra, e si reca a far visita al prigioniero. Quello dell’Inquisitore è un lungo monologo, attraverso il quale egli rimprovera al Nazareno la sua perfezione morale, che non è in grado di cogliere la debolezza dell’animo umano (il rigore del Cristo è per i santi, non per l’imperfezione del mondo) e lo accusa di aver dato agli  uomini la libertà invece del pane, dimenticando che le sole forze che la fragile umanità accetta davvero come formule per una vita felice derivano dal Mistero, dal Miracolo e dall’ Autorità. Così il Grande Inquisitore apostrofa Gesù: “Sappi che anch’io sono stato nel deserto, anch’io mi sono nutrito di locuste e radici, anch’io ho benedetto la libertà con la quale Tu avevi benedetto gli uomini, e anch’io mi ero preparato a entrare nel numero degli eletti tuoi, nel numero dei capaci e dei forti.

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Eleonora de Conciliis: Il consumo della cultura

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Il consumo della cultura

Eleonora de Conciliis

La cultura costituisce una posta in gioco che, come tutte le poste in gioco sociali, presuppone, ed al tempo stesso impone, che si entri nel
gioco e che ci si interessi al gioco: e l’interesse per la cultura, senza il quale non esiste competizione, concorrenza, gara, è generato
dalla competizione e dalla concorrenza stesse che esso genera.
Pierre Bourdieu

Oggi il consumo definisce lo stadio in cui la merce è immediatamenteprodotta come valore-segno, e i segni
(la cultura) come merce. […] La cultura non è più prodotta per durare.
Jean Baudrillard

Eccomi là... cioè Alex, e i miei tre drughi, cioè Pete, George e Dean, ed eravamo seduti al Korova Milkbar arrovellandoci il gulliver per
sapere cosa fare della serata. Il Korova Milkbar vende latte più. Cioè diciamo “latte rinforzato con qualche droguccia mescalina”, che è quel che stavamo bevendo.
È roba che ti fa robusto. E disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza...
Stanley Kubrick, Arancia meccanica
1


Prologo

Sostituendo alla domanda di Sartre “cos’è un intellettuale?”, la domanda genealogica “come si diventa intellettuali?”, e quindi “che interesse ha un individuo a diventare un intellettuale?”, Pierre Bourdieu ha compiuto una sorta di rivoluzione nietzscheana, più che copernicana, nella sociologia della cultura: ha mostrato come e perché il sapere e l’educazione, in quanto manifestazioni di una ‘volontà di verità’, siano (stati) nella nostra civiltà i principali veicoli di affermazione delle differenze sociali e di riproduzione di quelle stesse differenze, intese non solo come differenze di classe, ma anche come differenziali di potenza, e quindi segni ‘puri’ di superiorità sociale.

La sua profonda riflessione sul valore distintivo del sapere e dell’identità intellettuale, che culmina negli scritti degli anni ottanta e novanta2, comincia nel lontano 1964, quando, insieme a Jean-Claude Passeron, egli pubblica un’inchiesta sugli studenti delle Grandes Écoles, Les héritiers3, e prosegue con La reproduction (1970, scritto sempre in collaborazione con Passeron)4.

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Materialismo al tramonto

Rocco Ronchi

Alle spalle della sinistra attuale non c'è, come si crede, un vuoto di idee. Se oggi le si rimprovera di somigliare troppo al suo avversario è perché, rinunciando al materialismo, ha scelto l'opinione al posto della scienza, la retorica al posto della verità, la seduzione al posto della pedagogia, tutte opzioni già segnalate da Platone all'inizio della filosofia

Da tempo la sinistra italiana ha fatto del materialismo solo una delle tante «tradizioni» che (faticosamente) convivono all'interno della sua imprecisata galassia ideologica, quasi il retaggio polveroso di un'epoca definitivamente tramontata. I destini del materialismo, come metodo di analisi e come fondamento della prassi politica, e quelli della sinistra politica non sono inscindibilmente legati. Ne fa fede, appunto, la nostra sinistra. Vale però la pena di chiedersi che cosa diventi una sinistra senza materialismo.

La risposta non è difficile. Diventa quello che effettivamente è oggi in Italia: un movimento di «opinione» che contende ad altre «opinioni» il diritto di essere opinione «dominante». L'arena della contesa è la sfera dell'«opinione pubblica». Su tale opzione di fondo si è costruita l'ipotesi del partito democratico. Fin dalla scelta del nome è resa esplicita l'intenzione programmatica di rompere con l'eredità «materialista» del passato. Un riferimento anche vago al «socialismo» lo avrebbe invece implicato.

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