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Marco Revelli: L'Eguaglianza uccisa dal Progresso

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L'Eguaglianza uccisa dal Progresso

Marco Revelli

Scompare una parola-chiave della modernità: tra le élite globali e il popolo delle "anime morte" locali la distanza si fa siderale


L'Eguaglianza era stata il grande motore culturale e politico della modernità - il suo valore identificante. Dalla constatazione della innata eguaglianza degli uomini aveva preso origine la modernità politica, con l'idea del contratto sociale, della legge eguale per tutti, dei diritti civili, e poi politici e sociali. Dalla domanda di eguaglianza - o per lo meno di una più giusta ripartizione dei beni essenziali, dall'idea di «giustizia sociale» - erano nati i moderni conflitti sociali e le relative forme istituzionali, le grandi organizzazioni politiche e sindacali, il «movimento operaio», i sistemi di sicurezza sociale e di assistenza. Persino il progresso delle nazioni era letto attraverso i gradi via via più estesi di riduzione delle distanze sociali e le condizioni via via più eguali tra gli uomini. L'Eguaglianza era la misura dell'avanzamento nel tempo delle società e l'ingrediente fondamentale dei movimenti di massa che ne hanno scandito la storia. Non è più così.

Lo vediamo tutti i giorni. Lo vediamo per quanto riguarda i poveri del mondo, i quali, certo, continuano a essere in movimento. Ma per loro il «movimento» non è più quello politico e rivendicativo, è ora quello fisico: il migrare. Si cerca di risalire la china delle distanze economiche e sociali riducendo la distanza geografica anziché quella sociale: non più rivendicando il trasferimento di una parte della ricchezza accaparrata dai primi agli ultimi, ma trasferendosi nei luoghi dei «primi». «Cambiando cielo», per dirla con Orazio. È la migrazione la forma della «lotta di classe» della post-modernità.

E lo vediamo anche per gli impoveriti di casa nostra; per i «ricchi (in rapporto a quelli) ma poveri» (in rapporto ai propri concittadini) di qua. Per coloro che avevano sfiorato un provvisorio benessere, o almeno la promessa di esso, e ora avvertono che lo stanno perdendo, per i quali resta la corsa, ma non più all'eguagliamento bensì, sempre più esplicitamente, alla «distinzione». All'acquisizione di un quid capace di differenziarli dalla massa anonima. E il tentativo di «ristabilire le distanze» con qualcuno che stia «più sotto». Di riconquistare status non tanto «salendo» una scala sociale divenuta impervia, o comunque bloccata, ma ricercando qualcuno da guardare «dall'alto» (qualcuno più «diseguale» di noi): è lo spettacolo - diffuso, e amplificato dalle «retoriche» populiste, neo razziste, localiste - dei penultimi che tentano di spingere più in basso gli ultimi. Dei socialmente declassati che cercano di risarcirsi declassando i più fragili di loro. [...]

Perché invece di questo ressentiment piatto - di questo odio sociale orizzontale da fondo di palude - non si profila un nuovo 14 luglio, globale o nazionale che sia? Una nuova esplosione di rivendicazioni di eguaglianza, di abbattimento dei privilegi, quelli veri, quale la dimensione dei numeri e la lunghezza delle distanze sociali - come si è visto abissali, ancora una volta da Ancien Régime - dovrebbe richiedere?

Verrebbe da dire: perché questa volta non c'è una Bastiglia da assaltare. Non c'è un «centro» (del potere) su cui marciare. A differenza dell'assolutismo classico - iper-centralistico, ossessivamente accentrato -, il neo-assolutismo post-moderno è policentrico, dissipativo, onnipresente e tuttavia disarticolato. Ha troppi centri, quasi tutti invisibili. Sta, appunto, nella rete, si dirama dai suoi nodi, rendendosi effettivamente «inafferrabile» (e, forse, inespugnabile). Ma non vorrei semplificare troppo. In realtà le ragioni di questo appannamento dell'Eguaglianza come valore politico primario della modernità sono molteplici. La prima ragione richiama, in realtà, un paradosso. Possiamo dire che la spiegazione della diseguaglianza crescente sta, almeno in parte, in quella stessa potenza che, agli albori della modernità, mise in moto la macchina politica dell'Eguaglianza, e cioè il Progresso. La Tecnica. Può apparire paradossale, ma è così: negli ultimi decenni il potente apparato tecnologico, che mai come ora si è sviluppato rapidamente, ha finito per allungare le distanze tra i primi e gli ultimi, anziché ridurle. Ha permesso ai primi di accelerare la corsa verso il controllo di quote crescenti della ricchezza globale, lasciando praticamente fermo o in condizioni di lentissima crescita chi già stava in fondo. [...]

La macchina del Progresso sembra funzionare, insomma, al contrario rispetto alle aspettative dei «progressisti»: se alle origini della modernità prometteva se non l'Eguaglianza, per lo meno una realistica aspettativa di eguagliamento, oggi si rivela, all'opposto, veicolo di distanziamento. Tanto più nella sua più recente versione, nella tecnologia di «seconda generazione». [...] Il nuovo salto tecnologico ha introdotto un secondo divide, una seconda linea di frattura e di separazione tra mondi: non più il vecchio industrial divide collocato dagli studiosi alla fine dell'800, quando l'introduzione massiccia delle tecnologie meccaniche segnò uno spartiacque rispetto all'epoca precedente, ma un nuovo, più profondo solco. Un digital divide, o informational divide, una scissione tra epoche ma anche tra aree del pianeta, e tra parti della sua popolazione: tra chi può essere «connesso» e chi no. Tra chi partecipa ai circuiti a scorrimento veloce della «comunicazione mondo» e chi non ne partecipa ed è «tagliato fuori», nel senso più letterale del termine. Tra chi può godere della risorsa strategica della velocità, e chi è condannato alla (e dalla) lentezza. Tra chi può solcare da vincitore lo «spazio-mondo», e chi è costretto a subirlo restando inchiodato «a terra». [...]

Tra élite (globali) - i nuovi privilegiati, che sono riusciti a sollevarsi dal suolo - e popolo (locale) - quelli che restano, come «anime morte» sul territorio -, la distanza si fa siderale. Le une e l'altro diventano, tra loro, «irriconoscibili». Le élite, comprese quelle politiche, non solo quelle finanziarie o industriali, e i loro rispettivi popoli, fino a ieri accomunati dalla medesima localizzazione, dalla condivisione dello stesso spazio di vita, vivono ora su pianeti diversi. Con linguaggi diversi, codici di comportamento diversi, responsabilità diverse. E, naturalmente, redditi diversi. Le società civili assomigliano sempre di più a «società di ceti» tardo-feudali, con codici differenziati per «ranghi».

La ricaduta politica è evidente. Elite irresponsabili verso i propri popoli. Popoli impotenti nei confronti delle proprie élite, stretti nell'alternativa tra un ruolo passivo di spettatore e uno attivo di esule (di colui che «esce» dallo spazio pubblico). In ogni caso ne risulta ferocemente vulnerato il «principio di rappresentanza» (coessenziale a ogni democrazia) e lo stesso meccanismo della legittimazione moderna, la quale implica, come è noto, il vincolo consensuale tra pari. La «pari considerazione» e l'eguale rilevanza di tutte le vite, del tutto incompatibile con queste inedite «solidarietà orizzontali» («di ceto») delle élite globali, più simili all'universo dei «pari grado» di ogni latitudine o longitudine che ai rispettivi «rappresentati», accomunate da antropologie differenziate e stratificate, suscettibili di spezzare le tradizionali solidarietà «di mandato» in nome di nuove appartenenze «di rango».

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Karl Marx, un contemporaneo

di Vladimiro Giacchè

Ironie della storia. Mentre in Germania viene festeggiato il 20° anniversario della fine della Repubblica Democratica Tedesca, si assiste ovunque a un grande risveglio di interesse nei confronti di quello che ne fu (inconsapevolmente) il filosofo ufficiale: Karl Marx. Soltanto in Italia da giugno ad oggi sono uscite due biografie: la traduzione del testo di Francis Wheen (Karl Marx. Una vita, Isbn edizioni, p. 400) e il volume di Nicolao Merker Karl Marx. Vita e opere (Laterza, pp. 261). Se il primo testo è avvincente, il secondo riesce a fare il miracolo: ossia a darci una panoramica completa della vita di Marx e delle linee di fondo del suo pensiero.

Merker inizia ricordando che “il pensiero di Marx sta nei suoi scritti”. Non si tratta di una banalità, ma di una doverosa cautela, visto l’uso a dir poco disinvolto che spesso si è fatto del pensiero di Marx. I testi di Marx vanno letti e collocati nel loro contesto storico. Ma non per farne altrettanti “classici” da tenere sullo scaffale, bensì per capire cosa ci possono dire sull’oggi. Questo utilizzo è possibile in quanto la struttura economica della società in cui viviamo è ancora quella descritta da Marx.
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