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Cesare Del Frate: La politica come mitologia

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La politica come mitologia

di Cesare Del Frate

La filosofia è piena di miti politici, dal Leviatano di Hobbes, il mostro biblico chiamato a rappresentare il terribile e onnicomprensivo potere dello Stato, alla Città del Sole di Campanella, utopia in terra, fino al Katéchon di Schmitt, la forza che resiste, trattiene e dilaziona la fine dei tempi, che per il filosofo tedesco era nientemeno che il Sacro Romano Impero da lui tanto rimpianto.

Ben poco, tuttavia, la filosofia ha detto e scritto sulla mitologia politica, cioè sul mito che la politica è essa stessa: insomma, la narrazione fantastica e archetipica non è solo uno strumento per illustrare questo o quel concetto, separando emozione e raziocinio, bensì ha a che fare con il cuore dell’esercizio del potere nonché, ovviamente, con la ricerca del consenso.
Politica come narrazione


Il Leviatano di Hobbes

Il mito è, essenzialmente, racconto: delle origini da cui veniamo e del futuro che ci attende. Di questo parlano i miti indigeni della “nascita” della comunità, ma pensiamo anche a Romolo e Remo, che fondando Roma col duro lavoro le assegnarono il destino dell’operosità, o a Didone la quale, erigendo Cartagine grazie a un inganno, ne prefigurò il fato legato al commercio e all’astuzia.

Il tempo di queste storie non è lineare, ma ciclico: ciò che sta all’inizio contiene in sé il telos, il fine che è anche la fine, cioè il “destino”. Mostrando ciò da cui veniamo e dove stiamo andando, indicando i valori da tenere come guida, i miti ci dicono chi siamo, instaurano la corrispondenza fra l’identità individuale e quella collettiva, costruiscono un mondo simbolico da abitare, stabilendo al contempo chi può rientrarvi e chi ne sarà escluso. Esattamente come fa la politica, il cui cuore mitologico è proprio questo: narrare la casa comune, così inaugurando uno spazio simbolico da abitare.


Rivoluzione!

La rivoluzione è una delle trame più ricorrenti nel discorso pubblico; nel passato recente, la rivoluzione comunista, ovviamente, con tutti i suoi simboli: l’operaio dignitoso e perseverante, l’agricoltore industrioso, l’intellettuale militante, il borghese molle e infido, l’utopia dell’uguaglianza materiale, l’epopea di una classe pronta a spezzare le proprie catene. Come in una pièce teatrale, ognuno aveva la sua parte, su un palco le cui scenografie erano sapientemente allestite: prima l’incubo del dominio capitalista, poi il sogno di un mondo di uguali e liberi.

Anche il capitalismo abbraccia il mito della rivoluzione, non come rottura per instaurare un nuovo ordine, quanto come dinamica di trasformazione incessante del mercato stesso. Nelle parole dell’economista Joseph Schumpeter, il capitalismo è la “rivoluzione permanente” di un’economia in continua espansione, sempre in cerca di innovazione, la cui forza sta nell’instabilità e nel continuo rinnovarsi. L’“ordine” capitalistico come disordine cronico, insomma, un altro modo per raccontare il mito dell’imprenditore da battaglia. Progresso e sviluppo sono i nomi più miti con cui oggi parliamo della rivoluzione, sempre ossessionati dalla crescita del PIL, e stressatissimi dal superlavoro. Come dimenticare, poi, che il capitalismo ha prodotto la più grande fabbrica di miti di tutti i tempi, cioè la pubblicità? Londra, simbolo del nostro regime economico, non è più la città fumosa e nera di fuliggine degli orfanelli di Dickens, bensì la metropoli rutilante piena di neon e cartelloni, dominata da quella legge del desiderio, nome in codice per marketing, che già Zola ben conosceva, e deprecava, in Il paradiso delle signore, romanzo in cui mostrò tutto il suo scandalo di fronte all’inaugurazione a Parigi del primo grande magazzino della storia, il Bon Marché.
Indifferente al Regno Celeste, il capitalismo promette un paradiso in Terra dove tutti potremo avere la nostra bella villetta con la staccionata bianca, il SUV in garage, nell’iPod le mille canzoni preferite, protetti dalla benevolente mano invisibile.


Imprenditore di te stesso


La destra, soprattutto dopo Reagan e Tatcher, ha sapientemente traslato i miti economici nella politica: diventa imprenditore di te stesso!, recita lo slogan. Qui da noi, non solo siamo chiamati a tale missione dal più fortunato degli imprenditori, ma l’Italia stessa, da nazione che era, viene oggi figurata come una grande impresa – così come dal medesimo modello sono ormai improntati la scuola, l’università e la sanità, gli studenti e i malati trasformati in clienti.

Ma cosa significa essere imprenditori di se stessi? Comporta assumere un’etica del rischio: non otterrai nulla senza metterti in gioco, rinuncia alle certezze e lanciati all’avventura! Naturalmente, non tutti possono avere successo, ma questo non importa, e forse non è un caso che negli anni in cui il welfare state viene smantellato ci chiedano di prenderci carico, in prima persona, di quanto era considerato una responsabilità sociale. Come nota maliziosamente il sociologo Ulrich Beck, il trucco sta nel far passare come problemi individuali quelle che in realtà sono contraddizioni sistemiche. Quando ti lamenti, ti rispondono “it’s the economy, stupid!”, come recitava un fortunato slogan elettorale di Bill Clinton: il gioco è questo, mettiti in gioco! Se sei disoccupato, non è perché il mercato del lavoro è in crisi, ma perché non ti sei dato abbastanza da fare: su, rimboccati le maniche!
Il set di diritti, doveri e responsabilità sociali che un tempo costituiva il nucleo della cittadinanza evapora sempre più, mentre siamo invitati a fare il nostro ingresso nel mondo del neoliberismo, cioè il capitalismo senza regole, per diventare soggetti attivi, pronti a scommettere, aggressivi di fronte a ogni sfida: di là da venire, ma apparentemente a portata di mano, la promessa del successo.


Berlusconi: mi amerete, disperandovi!


La sinistra tradizionale, un tempo grande creatrice di miti, ha oggi perso la bussola, e non capisce che senza storie da raccontare, e in cui identificarsi, non c’è politica. E così è diventata culturalmente subalterna alla destra, sposandone i simboli di riferimento e riproponendoli solo un attimino diluiti. La mitologia è ancora viva solo nella, nei movimenti, da S. Precario all’Onda, o in personaggi carismatici come Beppe Grillo. La destra invece una ne fa e cento ne pensa: l’ultima trovata è il Partito dell’Amore.

Quando Berlusconi ha così definito la propria formazione, additando le opposizioni come il partito dell’odio, si è destato grande scandalo. Eppure, che l’amore e la passione facciano parte della politica non dovrebbe stupire nessuno.
Ciò che invece lascia perplessi è il binomio amore-odio: etichettare i critici come “seminatori d’odio” è un gesto simbolicamente violento, il cui fine evidente è screditare e silenziare il dissenso. Il farlo richiamandosi all’amore è poi paradossale. Ma i paradossi e la politica vanno a braccetto, e tant’è. E sull’amore?
Quando, ne Il Signore degli Anelli, Frodo propone alla regina degli elfi di donarle l’anello magico, lei freme, tentata ed esaltata: il suo volto si trasfigura, buio, splendido e terribile, la voce tuona, immaginando di cosa sarebbe capace con tanta potenza, ebbra al pensiero dell’adorazione mista a paura che susciterebbe nei popoli sotto il suo imperio. Alla fine Galadriel ritorna in sé, e rifiuta per non cedere alla corruzione. Come a dire che il potere ha due facce, una seducente l’altra minacciosa, e non a caso Hobbes scelse il Leviatano per figurare la paura che lo Stato deve incutere ai cittadini, affinché l’ordine sia garantito.

Berlusconi incarna perfettamente tale ambiguità: un giorno lancia proclami benevolenti, quello dopo intimidazioni. Il suo è al contempo il volto del Leviatano e quello della regina degli elfi. È come se ripetesse l’ammonimento di Galadriel: “mi amerete, disperandovi!”.


Il feticcio e la narrazione unica


Fino a che punto crediamo nelle storie raccontateci dalla politica? In Berlusconi a Teheran, il filosofo sloveno Slavoj Žižek racconta un celebre aneddoto sullo scienziato Niels Bohr: a uno studente stupito di trovare sulla sua porta di casa un ferro da cavallo scaccia sfortuna, il fisico rispose:

neanch’io ci credo; l’ho appeso lì perché mi hanno detto che funziona anche senza crederci.

Secondo Žižek, la storiella serve a capire la logica dell’ideologia contemporanea:
 
nessuno prende sul serio la democrazia o la giustizia, siamo tutti consapevoli che sono due ambiti corrotti, ma li pratichiamo ugualmente perché riteniamo che funzionino anche senza crederci.

Con la battuta dei fratelli Marx:

quest’uomo può sembrare un idiota corrotto e può agire come un idiota corrotto, ma non farti ingannare – lui è un idiota corrotto.

L’ideologia, così come il mito, suscita insomma cinismo: non è necessario che ne siamo convinti fino in fondo, l’importante è agire come se lo fossimo. I greci avevano una fede sincera nei loro dei, e in tutte le rocambolesche peripezie dell’Olimpo? Sicuramente erigevano loro templi e ne celebravano i culti, invocando aiuto e protezione. C’è ancora qualcuno fiducioso nella democrazia o nel capitalismo? Il mito si trasforma in ideologia quando ha la superbia di porsi come l’unica alternativa possibile. Perché il problema, oggi, è questo: non c’è più la possibilità di scegliere il proprio mito, in passato fra il mondo promesso dal socialismo e quello del capitalismo, è rimasta un’unica grande narrazione – con buona pace di Lyotard, che preconizzò la fine di tutte le metanarrazioni –, quella del neoliberismo, con una convergenza al centro di tutti i maggiori partiti. Come nota la filosofa Chantal Mouffe, senza agonismo, senza confronto fra visioni del mondo differenti, la politica muore. L’origine del cinismo, di cui Žižek non si preoccupa, sta nell’inevitabilità con cui ci viene presentata la favola neoliberista, come un Moloch ineluttabile, da amare disperandosi, e senza crederci. La sinistra tradizionale è ormai afasica, quando si tratta di narrare le identità e le utopie, anzi ha sposato quelle non sue, rassegnata. Chi sarà capace di raccontarci un’altra storia?

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