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Luca Baiada: Wojtyla l'uomo bianco, Bin Laden l'uomo nero

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Wojtyla l'uomo bianco, Bin Laden l'uomo nero*

di Luca Baiada

Il 1° maggio 2011 si consuma una tappa storica e spettacolare. A migliaia di chilometri, la città dell’antico impero e la terra incognita della nuova incontrollabilità sono scenari della sistemazione immaginaria del passato, e forse luoghi di progettazione del futuro. Praticamente nelle stesse ore, Wojtyla viene beatificato, Bin Laden muore: se i dati diffusi sono esatti, l’uccisione avviene dopo la cerimonia di beatificazione e poche ore prima della messa di ringraziamento. Che in Italia una parlamentare della destra abbia spiegato la morte dell’uno come miracolo compiuto dall’altro, non c’è da stupirsi: in molti, hanno farfugliato sciocchezze del genere. Qui, tenendo fermo che un vero e proprio paragone fra i due sarebbe esagerato, proviamo ad accostarli come spunto di riflessione. E accettiamo la versione ufficiale sulla fine del capo di Al Qaeda, ma tenendo presente che molti la considerano falsa, convinti che l’uomo fosse già morto anni fa.


Wojtyla e Bin Laden assumono i loro importanti ruoli nello stesso periodo: la fine degli anni Settanta. Il sorpasso tecnologico è in pieno svolgimento, e gli Usa hanno già vinto la corsa allo spazio. In Vietnam, hanno da poco subìto una sconfitta militare, ma la guerra ha reso profitti, e la teoria del domino si è rivelata falsa: l’Asia non è diventata tutta comunista. In Europa, il blocco socialista galleggia fra stagnazione e crisi; in Spagna e in Portogallo sono cadute le dittature. Di quelle nell’America del Sud, invece, si fa sentire la stretta, mentre il successo delle rivoluzioni in Nicaragua e in Iran segna in modo esemplare, per il blocco capitalista, l’esigenza di contrastare qualsiasi cambiamento politico sgradito, anche approfittando di manovre religiose (su un fronte si mobiliterà la chiesa cattolica, con l’appoggio alla destra e con la repressione della Teologia della liberazione; sull’altro si offrirà sostegno all’islam radicale).

A proposito. La presenza di due versanti geopolitici si presta a un’osservazione di metodo più generale. Perché si parla di Medio oriente e di Estremo oriente, mentre questa distinzione per l’Occidente non c’è? Perché l’Occidente ha dettato il linguaggio politico e i distinguo. Ma basta applicargli le stesse ripartizioni, e non solo si rimettono le cose a posto, ma si intravedono sorprese. Del Medio oriente, certo fanno parte l’Arabia saudita e lo Yemen (saudita era Bin Laden, di origini yemenite era suo padre). E se si dovesse individuare un Medio occidente, quali paesi ne farebbero parte? Una risposta precisa è impossibile, ma all’immaginaria categoria geopolitica difficilmente sfuggirebbe la Polonia, territorio conteso, frontiera identitaria, paese etnicamente slavo fra i latini e religiosamente latino fra gli slavi.

La storia non si chiarisce per giochi di parole, e il cosiddetto «santo subito» fa comodo ricordarlo come uomo chiave del Ventesimo secolo. Eppure, malgrado l’imbarazzo della scoperta, è difficile negare che se Bin Laden è un mediorientale, Wojtyla possiede i tratti di una provenienza simmetrica e speculare: è un medioccidentale. Bisogna guardarsi dal trarne conclusioni affrettate, ma anche non farsi scrupolo di riconoscere in due uomini così distanti un tratto comune, e di fiutare qualcosa di più profondo: è nei punti di frizione, è nel ribollire di certe periferie della storia che crescono personaggi eclatanti.

Forse qualche altro tratto accomuna i due? Le storie sono molto diverse. Però. La madre di Bin Laden, ennesima moglie del padre, o forse concubina, è indicata da alcune fonti come un’alauita fra i sunniti, cioè un’appartenente a una confessione religiosa marginalizzata dall’ambiente circostante. E a questo proposito, va riportata la notizia secondo cui la madre di Wojtyla sarebbe stata ebrea. Il dato è incerto: è diffuso tardi, è contestato da importanti osservatori e bisogna prenderlo con la massima cautela. Se fosse vero, o se fosse stato creduto vero o anche solo sospettato dal giovane Wojtyla, ci sarebbe da riflettere. Nella formazione dei due, la determinazione politico religiosa indurrebbe il figlio dell’alauita a diventare un capo sunnita, e il figlio dell’ebrea a diventare il capo dei cattolici. Per entrambi, un senso di rivalsa potrebbe aver avuto qualche ruolo? Non lo sappiamo, ma è impossibile cacciare indietro il ricordo di un passo del discorso di Wojtyla nella sinagoga di Roma nel 1986: quel cenno ai «fratelli maggiori», poi oggetto di controversie, potrebbe nascondere conflitti e turbamenti sinora non sondati.

Fuori dalle ipotesi, di certo il 2011 vede i due uomini sistemati sugli scaffali della storia, anche se in posti diversissimi. Anzi, in posti così diversi da essere uno speculare all’altro.

Vediamo meglio.

L’uomo tutto bianco è morto in modo naturale, senza che nulla sia stato fatto per accelerarne il decesso (questa è almeno la versione corrente), tanto che l’agonia è stata lenta e in parte visibile. Nel 2011 viene ancora acclamato da una folla. La sua salma è accudita amorevolmente, e spostata in una sede ancor più rispettabile. Un’ampolla del suo sangue è baciata dal successore e posta sull’altare durante la cerimonia che lo riguarda. L’uomo tutto nero, invece, viene sbrigativamente eliminato, e le immagini dell’avvenimento e delle sue conseguenze sono segrete. Anche per lui si radunano folle: sono gli statunitensi che gridano, cantano, danzano festeggiando l’uccisione. E che accade sul luogo della morte? Mancano dettagli, anche sulla fase tra la morte e la dispersione; ve ne sono però alcuni sulle esecuzioni a Norimberga (per i gerarchi nazisti è impossibile avere simpatia, ma l’atteggiamento di chi vi pose mano è terrificante), e in futuro l’emergere di ricordi o di immagini dirà se nelle stesse ore del bacio al sangue di Wojtyla c’è stato, da parte di militari statunitensi, e a migliaia di chilometri, un rito speculare fatto di lazzi, di gesti, di sputi contro il corpo di Bin Laden insanguinato. Comunque, la salma viene subito gettata in mare, nulla resti di lui. La motivazione ufficiale, è il timore che la sua tomba diventi un santuario. Temendo un rito, se ne pratica un altro, una cerimonia di esecrazione, clamorosa anche se segreta. All’annichilimento di un corpo, offerto all’acqua e ai pesci, corrisponde la conservazione meticolosa dell’altro: al sangue di Wojtyla viene aggiunto dell’anticoagulante, perché neppure una normale reazione chimica ne alteri la consistenza. Due ossessioni, una di eternità, l’altra di annientamento (ma certo due superstizioni non fanno una ragione).

I due, rispetto all’accertamento della realtà, ricevono un trattamento diverso, con aspetti inquietanti. Wojtyla è oggetto di un procedimento ufficiale, la causa di beatificazione; Bin Laden viene ucciso senza essere processato. Su questo, le loro storie sono paradigmi curiosi della farragine con cui gli uomini ritualizzano la ricerca e la memoria. Di Wojtyla si cercano la virtù e i portenti, di Bin Laden è scontata la colpa (anche se, per quanto riguarda l’11 settembre 2001, il suo coinvolgimento personale è controverso). Il primo può essere processato solo da morto, il secondo viene ucciso probabilmente proprio per evitare di processarlo. La morte del primo schiude la verità, quella del secondo ne è il coperchio. Per entrambi, chiunque abbia cara la ricerca dei fatti resta sgomento di fronte all’impossibilità di verifica, tanto più che le due strade portano, seppure con esiti di segno opposto, a un risultato identico: è nota solo la decisione finale (beato, annientato), ma non sono accessibili i passaggi intermedi, quelli di cui consiste la vera, faticosa ricerca delle cose.

Sul tema del decadimento fisico e della sua visibilità, si trovano in posizione simmetrica: Wojtyla invecchia in diretta e soffre per anni (per qualcuno, proprio questo dimostrerebbe la virtù); Bin Laden è mostrato con fotografie di repertorio in cui ha sempre la stessa età, il tempo per lui è raggelato, e muore in un istante. Tutto questo è in funzione del futuro: la morte di Wojtyla apre la strada al suo successore, lo stesso Ratzinger che nel 2011 officia la beatificazione. Nei giorni del rito, circola un fotomontaggio che li ritrae in abito papale, mentre l’uno tocca la mano dell’altro: la propaganda supera ogni senno, e si vedono insieme nella stessa immagine, colmo di assurdità, due papi (un po’ sulla stessa linea, il Vaticano fa sapere che durante la cerimonia Ratzinger indossa qualche accessorio usato dal predecessore). Invece Bin Laden, nelle intenzioni di chi l’ha ucciso, è senza successori. Del resto, la sua morte compare a orologeria, mentre comincia la campagna elettorale in cui Barack Obama si batte per il secondo mandato. Insomma, per questo aspetto Wojtyla e Bin Laden – inconfessabile tabù – sono simili: agevolano la strada al rispettivo officiante. Con la differenza che l’officiante forte sulle anime ostende e innalza Wojtyla, mentre quello forte sui corpi nasconde e affonda Bin Laden. E che siano entrambi chierici, se per il candido tedesco Ratzinger è fuori discussione, per l’afroamericano scuro di pelle Obama lo dimostra il discorso teologico che pronuncia dopo l’evento:

Giustizia è fatta. […] Questa sera ci viene ricordato ancora una volta che l’America può fare qualunque cosa si proponga. È la storia della nostra storia. […] Ricordiamo che possiamo fare tutto questo non solo grazie alla ricchezza e al potere, ma per ciò che siamo: un’unica nazione, sotto Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti. Grazie. Che Dio vi benedica. E che Dio benedica gli Stati uniti d’America.

Parole, tutto sommato, sproporzionate rispetto all’eliminazione di un nemico, e spiegabili dentro la costruzione di un’aura politica e messianica per il clero di una nuova trinità (nell’ordine: ricchezza, potere, Dio). Proprio questo nume senza volto, è la divinità che esce rafforzata, dopo l’attivismo del papato e di Al Qaeda. Si è fatta questione se Barack Obama sia cristiano, o nascostamente musulmano; ma probabilmente chi ha scritto quella dichiarazione, quando dice Dio, intende appunto una maschera intercambiabile, terzo appoggio di un arnese in cui primeggia il denaro. Attenzione all’ordine del discorso. I cristiani sentono la terza persona della trinità, lo Spirito santo, come la più misteriosa e distante. Coincidenza, è il ruolo che la successione di quelle parole serba per la divinità, mentre il padre è la ricchezza e il figlio è il potere. Effettivamente, oggi il denaro si compiace della crocifissione della politica, e le religioni sono strumenti intercambiabili di dominio. Ma certo le folle che hanno acclamato il cosiddetto «santo subito», e festeggiato la morte dell’uomo nero, non ricordano cosa disse nel 1984 Wojtyla al primo ambasciatore Usa accreditato presso il Vaticano: «In molti punti i principi sui quali la vostra Repubblica è stata fondata sono in stretto parallelismo con i principi della Santa sede». Chiaro come il cielo.

Se un tratto ancor più profondo si potesse cercare, in questo cenno di vite parallele, andrebbe esplorato il terreno delle lunghe partite storiche, e del rapporto fra violenza fisica e violenza simbolica. Entrambi combattenti contro il blocco socialista e contro il portato storico della rivoluzione sovietica (anche se entrati nel conflitto quando per almeno metà era già stato combattuto), Bin Laden usa armi, organizza forze paramilitari, partecipa a scontri; invece, Wojtyla dirige il vertice di un’organizzazione ricca e potente, senza toccare personalmente un’arma. Dei due, quello non visibilmente compromesso con la violenza fisica vince non solo la battaglia della storia, ma anche quella della memoria. A cose fatte, uno è l’eroe, l’altro è il mostro, e la tempistica ribadisce con la contemporanea sistemazione corporea, etica e simbolica i diversi percorsi.

In questi percorsi, appunto, quale segmento li differenzia veramente? Per individuarlo, bisogna distinguere nelle loro vite tre fasi. La prima è negli anni Ottanta, quando distanti nello spazio, nella religione, nella lingua, sono però accomunati dallo schieramento sullo stesso fronte geopolitico: contrastano il blocco socialista. La terza è nel primo decennio del Ventunesimo secolo, quando mentre Bin Laden vive nascosto e reietto, prima Wojtyla vecchio e malato è circondato da affetto e da stima, poi viene rapidamente beatificato. Ma la fase decisiva, è la seconda: negli anni Novanta, le loro strade divergono. Finita la guerra fredda, il radicalismo religioso di Wojtyla si sposta dall’impegno anticomunista a quello per la gestione cattolica della scienza e della tecnica; nel frattempo, con dichiarazioni a effetto contro il mercato, ma ovviamente senza iniziative concrete, Wojtyla si presenta come difensore dei diritti umani. Ma da che parte stesse, lo conferma nel 2011 il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, direttamente sul quotidiano confindustriale:

La chiesa ha sempre condannato la corruzione del denaro, ma non ha mai avversato il capitalismo, anzi, ne ha tracciato le fondamenta già dal XII secolo. Casomai Giovanni Paolo II lo riscopre. [Wojtyla] riscopre che il mondo ha bisogno della libertà dell’uomo e quindi anche della libertà del mercato.

Bin Laden, invece, negli anni Novanta prosegue la lotta militare, scivolando sulla china degli attacchi alla massima superpotenza; persa la cittadinanza saudita, ripara in Sudan, poi in Afghanistan. Qui non è possibile riassumere il motivo profondo di questo bivio, ma può darsi che vi giochi un ruolo il fatto che Wojtyla era a capo di una vasta organizzazione il cui nocciolo è costituito da maschi celibi, un nocciolo con un suo linguaggio e un suo stile di vita, non assimilabile e intento all’autoperpetuazione nel tempo. Invece, Bin Laden era a capo di un progetto politico a parole radicalmente conflittuale, ma nei fatti totalmente immerso nella società, e privo di caratteristiche abbastanza forti da distinguersene nel lungo periodo. Venuta meno l’insidia del socialismo, col capitalismo il clero cattolico non rischia i suoi privilegi, e continua a vivere come prima, mentre la globalizzazione capitalista può travolgere l’identità islamica persino più dell’internazionalismo comunista e del materialismo marxista, e addirittura può impadronirsi del radicalismo, masticarlo e sputarne gli avanzi. Bin Laden, insomma, si è trovato su un binario morto.

Persino rispetto a un tema controverso, l’identità «ebraico-cristiana», che negli ultimi anni vede alterne fortune e varie sfumature di significato, la posizione dei due è raffrontabile, ma allo stesso tempo quasi grottesca. Dei due, l’arabo Bin Laden è semita (con le cautele dovute all’ambiguo significato della parola), ma è ricordato come nemico di Israele, oltre che degli Usa, e antisemita. Il polacco Wojtyla è ricordato come santo e come vicario del più famoso degli ebrei, e con Israele è andato molto d’accordo. Eppure, nel fondo del suo pensiero il mandato messianico non era una prerogativa ebraica: sembrava invece passato alla Polonia, nazione eletta per uno scontro storico epocale (ma nemmeno questa nuova versione del Verus Israel ha incrinato la vicinanza con Tel Aviv). Comunque, se davvero esistessero tratti genetici esattamente definibili semiti, dubito che sarebbero nel sangue, misto ad anticoagulante, contenuto nell’ampolla che il tedesco Ratzinger, già appartenente alle forze armate della Germania nazista, ha baciato il 1° maggio 2011. Ma sono certo che sarebbero nel sangue dell’arabo che è stato gettato ai pesci nelle stesse ore. Che significa? Forse che il tornaconto politico, con la narrazione ideologica, e con la sistemazione simbolica della storia, può prevalere persino sulla carne.

Nell’insieme, da tutta la vicenda è presto per trarre conclusioni, se non questa: la geopolitica non possiede il senso dell’umorismo, e se ne ha uno, è macabro.

*da Il Ponte, XLVII n. 6, giugno 2011. Pubblichiamo l'articolo senza le note, che potranno essere reperite sul numero indicato de Il Ponte

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Comunismo fra Idea e Storia

Riflessioni a partire da Alain Badiou, Michael Hardt, Toni Negri e Gianfranco La Grassa

di Costanzo Preve


1.
Anziché perderci nel “piccolo cabotaggio” di piccole formazioni che si auto-certificano soggettivamente come “comuniste” (ma anche i matti si auto-certificano soggettivamente come reincarnazioni di Napoleone), ma devono mettere in primo piano le compatibilità delle leggi elettorali e l'identità pregressa dei loro potenziali militanti e simpatizzanti, che non devono essere in nessun caso “scandalizzati” con novità irricevibili (novità, come è noto, di cui si nutrono esclusivamente la scienza e la filosofia), conviene invece tornare ai “fondamentali”. Ed i “fondamentali”, per un comunista, sono l'idea e la pratica del comunismo.

In proposito partirò da due soli libri recenti. Il primo (AAVV, L' idea di comunismo, Derive e Approdi, d'ora in poi IDC) contiene molti con tributi, ma per brevità mi limiterò a quelli di Alain Badiou (Badiou, IDC), Michael Hardt (Hardt, IDC) e Toni Negri (Negri, IDC). Ce ne sarebbero anche altri di meritevoli e rilevanti, ma voglio concentrare la mia attenzione su pochi nodi tematici. Il secondo (cfr. Gianfranco La Grassa, Oltre l'orizzonte. Verso una nuova teoria dei Capitalismi, Besa, d'ora in poi GLG) concerne invece solo l'ultima opera di questo prolifico autore (da più di trent'anni mio amico personale al di là di divergenze radicali sullo statuto filosofico “umanistico” o meno della teoria di Marx), che però riassume mirabilmente un serissimo processo di pensiero.


2. E' bene partire dai “fondamentali” per non perderci in due tipi di chiacchericcio, il solo che trova spazio nei giornaletti di “estrema sinistra” (Manifesto, Liberazione, eccetera), sedimentati dall'onda lunga della risacca del Sessantotto (da non confondere con l'anno solare 1968). Il Sessantotto vede in Europa Occidentale l'affermarsi incontrastato dell'incorporazione post-moderna del ceto intellettuale nelle strutture flessibili di un nuovo capitalismo “speculativo”, post-borghese, post-proletario e nello stesso tempo ultra-capitalistico, ed il pensare che l'idea di comunismo possa essere rilanciata all'interno di questa cultura di “sinistra” è forse l'impedimento più grande allo sviluppo di questo progetto.
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