|
|

Commenti a
Verifica delle parole: libertà e comunismo
Ennio Abate15 settembre 2011 alle 09:36
Vi pregherei di aggiungere tra le parole urgentemente da verificare soprattutto quella di ‘democrazia’. E di farlo cercando di arrivare alle “cose” (in particolare alla storia di questo Paese). Sul tema ‘democrazia’, a beneficio di chi (tutta la redazione?) ha risposto alla mia richiesta di pubblicazione de “Il Tarlo della Libia”, un mio piccolo (scandaloso per quelli di Nazione Indiana) tentativo di tenere assieme parole e cose, con “La magnolia” fortiniana, ripropongo la sua posizione in merito. L’ho riassunta così in un articolo per POLISCRITTURE 8:
[*Il mio brano è tratto da un articolo, che in fondo di libertà, comunismo e democrazia parla. È intitolato “Gli anni Settanta nel «panorama storico» di G. La Grassa” Ne ho anticipato la pubblicazione sul sito ed e leggibile qui:
http://www.fracarma.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=203:anticipazioni-poliscritture-n8-ennio-abate-gli-anni-settanta-nel-lpanorama-storicor-di-g-la-grass&catid=1:fare-polis&Itemid=13
Ennio Abate
15 settembre 2011 alle 09:42
Ho postato avendo letto per errore solo la prima parte dell’articolo di Zinato.
Me ne scuso. Ma ora che ho letto il resto, non mi pare che le mie parole siano del tutto inutili per una approfondita discussione.
Stefano Barina
15 settembre 2011 alle 10:39
Scrivo quanto mi viene in mente qui senza alcun riferimento a supporto delle mie affermazioni, Istintivamente, quanto citato di Volponi e Fortini, mi appartiene più che essere da me condiviso. Non so dire quanto sia l’influenza delle letture e/o quanto sia di quelle letture a rispecchiare il mio modo di pensare.
Scrivo perché credo che – nonostante i mali del mondo attuale siano molti – credo che al primo posto ci sia l’informazione. Intere generazioni crescono “sapendo” che la democrazia – questa democrazia – è l’unica possibilità di governo “giusto” accantonando i mali dei vari governi democratici come danni accidentali. Il resto è male, il nuovo è nulla.
Dall’altra parte “qualcuno era comunista” per come lo definiva Gaber…
Nino Arrigo
15 settembre 2011 alle 15:14
Nel 1958, dopo l’espulsione dal Partito Comunista francese, Edgar Morin consegna ad un testo lucidissimo (“Autocritica”) le ragioni del suo allontanamento dal Partito. Nel testo si intravedono già i prodromi di quel mutamento di “statuto ontologico” che condurrà il pensatore francese sui sentieri della Complessità. A mio avviso, oggi, nn sono tanto i contenuti del comunismo a esigere una ridiscussione, bensì il suo “statuto ontologico”. All’affermazione di Fukuyama – che intravedeva nel trionfo del neoliberismo una probabile fine della storia – “mai tanti uomini sono stati così bene” Derrida rispondeva (in “Spettri di Marx”) laconico: “e mai tanti uomini sono stati così male”. Abbiamo ancora bisogno dunque di un socialismo. Ma di un socialismo che faccia a meno della teleologia, del determinismo e dell’essenzialismo che hanno contrassegnato il marxismo. Soltanto mutando “statuto ontologico”, forse, potremo declinare insieme le parole comunismo e libertà…
emanuele zinato
15 settembre 2011 alle 22:58
Grazie a quanti sono intervenuti oggi, qui e anche su fb. Non si tratta, dalla mia prospettiva, di equiparare superficialmente Lenin alle BR ma piuttosto di scegliere gli strumenti per mettere a nudo le parole e per riscoprire in esse le cose. Scavare sotto la crosta caricaturale che oggi, come una corazza, rinchiude i termini-chiave del novecento, implica capire a fondo quale sia la genealogia di questa caricaturizzazione e di questo “sputtanamento”. A partire dal chiedersi, con onesta schiettezza, da dove siano partiti i processi che hanno condotto alla creazione di dittature burocratiche e alla costante pratica di giustificazione di mezzi brutali per raggiungere fini egualitari. Le une e gli altri, dopo il loro fallimento, ci hanno infatti consegnato, smemorati e smarriti, a un avversario che ci irride. Bisognerebbe forse saper eleggere altri padri, altre madri. Accanto alla Weil, a esempio, Aldo Capitini, l’unico personaggio di statura europea che abbia riflettuto sui metodi della non-violenza, in anni in cui questo tema era soffocato dalle contrapposizioni tra democrazie borghesi, dittatura fascista e stalinismo. La ribellione nonviolenta è per Capitini lo strumento che può rompere il cerchio dannato della storia per il quale la rivolta porta a sempre a nuove oppressioni. Il suo ultimo libro s’intitola “La compresenza dei morti e dei viventi”: implica il saper vivere collettivamente i morti come nostri contemporanei, mantenendo un dialogo con loro che ci permetta storicamente di liberarci dalla solitudine e dall’angoscia, mediante la promessa del riscatto delle latenze di ogni vita precedente. Un’idea, come si vede, assai simile a quella espressa da Fortini nella citazione dalla “voce” Comunismo del ’89 da me riportata. Per ridare dignità al concetto-termine “comunismo” bisogna dunque ricostruire da zero, dalle macerie, questa elementare “social catena”. Certo: senza teleologia, senza determinismi. Senza il mito dell’ “elettrificazione”. Forse anche “senza fucile”.
Ennio Abate
16 settembre 2011 alle 00:29
Replico a Zinato (e spero non me ne voglia per la mia insistenza di “dialogatore-provocatore”) perché stupito dallo scarto tra la sua lettura di Fortini e la mia.
L’accostamento a Capitini (non ho sottomano i testi – mi pare numerosi nel tempo – di polemica di Fortini nei confronti di Capitini) mi pare davvero “revisionista” e infondato.
Il brano citato dalla voce «Comunismo» apparentemente regge questa “revisione” e l’accostamento al pacifismo di Capitini, ma se si legge tutta la voce non più.
Avevo riletto di recente quella voce per uno scambio polemico con Andrea Inglese su Nazione Indiana proprio nel marzo scorso (2011) sempre a proposito della guerra in Libia ( tanto per cambiare!). E mi torna utile ora riportarne ancora una volta il “suntino” che ne avevo fatto:
La si legge(va) ancora due anni dopo in F.F, NON SOLO OGGI ( Editori Riuniti 1991). Non so più dove oggi la potete trovare. Fu subito sbeffeggiata, ricordo, sullo stesso giornale «fondato da Antonio Gramsci» da un giornalista un po’ “goliarda”, un bolognese (faceva di cognome Roversi, credo, da non confondere assolutamente con lo scrittore Roberto Roversi). Se lo rileggi attentamente, ti accorgerai – e tanto più oggi – che in quello scritto il «principio speranza» (E. Bloch) era, a mio parere, presente ma in sordina; e poco assimilabile alla «scommessa ad occhi chiusi», che tu fai sugli eventi sicuramente straordinari, ma in gran parte ancora indecifrabili nei loro possibili sviluppi del Maghreb.
Tutti sanno che Fortini non confondeva il comunismo con le esperienze, che a quel nome si erano richiamate nel Novecento (in Urss e Cina ad es.) e lo proiettava nel futuro.
Da precisare con forza, però, è [il fatto] che lo collegava a lotte reali, in corso o da fare: «Il combattimento per il comunismo è il comunismo».
Queste lotte avevano per lui un chiaro scopo: il comunismo, appunto. Sia pur come «possibilità». E qui c’era la scommessa e il rischio. Ma non una scommessa “ad occhi chiusi”. Perché Fortini parlava di «scelta»: la scelta di lottare per il comunismo, imparando a «riconoscere e promuovere la lotta delle classi».
Non riduceva, dunque, il comunismo a una semplice credenza nella sua possibilità futura, a un ideale consolatorio e indistruttibile al tempo stesso (“sì il comunismo è morto in Urss o in Cina, ma resta l’Idea”), che è presente in tutte le religioni.
Anche se, a differenza delle correnti althusseriane del “comunismo come scienza”, Fortini sottolineava che di scelta (e non di semplice conoscenza scientifica di un processo già in atto nella società capitalistica) si trattava; e che la si poteva fare solo «in nome di valori non dimostrabili» ( mentre la scienza solo sui dimostrabili si poggia). E qui la vicinanza con un atteggiamento religioso è forte.
E’ però – altra precisazione importante – un atteggiamento religioso attivo, non di semplice attesa più o meno messianica o irenica. E, infatti, Fortini sottolineava che «la lotta per il comunismo […] comporta durezza e odio per tutto quel che, dentro e fuori degli individui, si oppone alla gestione sovraindividuale delle esistenze [semplificando: all’egoismo, all’individualismo]; e flessibilità e amore per tutto quello che la promuove e la fa fiorire».
Inoltre, in implicita polemica con il pacifismo, egli in questo scritto diceva con estrema chiarezza che «il comunismo in cammino (un altro non ne esiste) è […] un percorso che passa anche attraverso errori e violenze […] comporterà che uomini siano usati come mezzi per un fine che nulla garantisce; invece che, come oggi avviene, per un fine che non è mai la loro vita».
E ancora: «Ma chi sia dalla lotta costretto ad usarli [gli uomini] come mezzi mai potrà concedersi buona coscienza o scarico di responsabilità sulla necessità e la storia». M’immagino quanta irritazione o repulsione queste parole possano suscitare oggi anche tra i frequentatori di NI.»
(1958)
Forse il tempo del sangue ritornerà.
Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
Padri che debbono essere derisi.
Luoghi da profanare bestemmie da proferire
incendi da fissare delitti da benedire.
Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.
Resta da vedere quanto siano più capaci dei vecchi per farci intendere e fronteggiare la storia sempre orrenda che si agita sotto i nostri occhi miopi e forse spaventati.
ng
16 settembre 2011 alle 09:10
La frase citata dalla Weil su Lenin è storicamente infondata. O meglio, coglie un aspetto molto laterale della situazione. Se l’esito è stato lo stalinismo, ciò non è dovuto alle contraddizioni teoriche o alle deficienze di Lenin, bensì alla complessità dello scontro in atto: tra Urss e forze “bianche” (aggressione e conseguente guerra civile), all’interno della stessa Urss (scarsità dell’apparato industriale, analfabetismo, mancanza di infrastrutture, etc.) e all’interno del partito (tra la “vecchia guardia bolscevica” e il nuovo corso staliniano, etc.). Le teorizzazioni di Lenin su “uno stato in cui non dovessero esservi più né esercito, né polizia, né burocrazia, che si distinguessero dalla popolazione stessa” sono del 1918 (in “Stato e rivoluzione”, un libro splendido, sotto molti punti di vista); le cose precipiteranno a fronte dell’aggressione degli stati occidentali (1918) e della mancata rivoluzione in Occidente (Germania 1919, Italia 1920-22, etc.). Insomma, la “diagnosi implacabile” della Weill è – come dire? – superficiale …
Nel quadro appena delineato è contenuta una risposta (schematica fin che si vuole, ma fondata) alla domanda che pone Zinato nel suo primo commento: “da dove siano partiti i processi che hanno condotto alla creazione di dittature burocratiche e alla costante pratica di giustificazione di mezzi brutali per raggiungere fini egualitari”. La questione è stata molto dibattuta ed esistono centinaia di analisi, anche finissime, sul socialismo sovietico; e ben più sostanziose di quelle della Weil …
In ogni caso, le condizioni non si ripetono mai identiche: domani, quando avremo la forza di ripensare concretamente ad un processo di trasformazione, le istanze di Lenin e dei bolscevichi saranno gioco-forza ripensate. D’altra parte, non è stato lo stesso Lenin a suggerire l’adeguarsi della politica alle situazioni contingenti? Nessuna teleologia, quindi. Solo conoscenza della concretezza delle forze in campo.
Quell’esperienza, in ogni caso, non ha fallito: è stata sconfitta. Sono due concetti differenti. La nonviolenza, invece, si è dimostrata fallimentare, e in tante occasioni, per lo meno se pensata come pratica che si antepone a una data situazione.
Tanto per fare un esempio di segno contrario, la recente rivolta egiziana (quella più popolare in corso) ha dosato sapientemente violenza e nonviolenza, così come hanno fatto altre rivolte nel corso della storia. Ma potrebbe essere sufficiente osservare la lotta della popolazione in Valle di Susa … Il “senza fucile” non sarà mai possibile; o almeno non lo sarà finché esiste una “banda di predoni” disposti a tutto per difendere il bottino. Mi permetto una metafora: una volta Cristo porge l’altra guancia, un’altra impugna la verga e scaccia i mercanti dal tempio …
Ha ragione Abate a segnare una differenza tra Fortini e Capitini. Su queste questioni, esiste un altro testo di Fortini (non ricordo dove è stato pubblicato) che chiarifica la sua posizione:
NeGa
emanuele zinato
16 settembre 2011 alle 10:09
Puntualizzo un concetto-termine, sempre nello spirito della “verifica delle parole”: Nonvolenza, nel senso di Capitini, non equivale affatto a inerte, passivo, “umanitario” pacifismo: è una forma attiva e conflittuale, basata sul riconoscere che il ricorso alla violenza prepara la strada a nuova ingiustizia, è il rifiuto del discorso che vede disgiunti i fini dai mezzi, è un modo di rapportarsi all’”altro” che implica il riconoscimento dell’altro-che-è in noi, anche dal punto di vista della dicotomia maschile-femminile e del femminismo.
Per questo, fra i nuovi maestri, o fratelli e sorelle, o padri e madri, credo vi siano anche i poeti e gli scrittori. Non in ossequio all’orto conchiuso, ma come atto di ecologia culturale, e approccio cognitivo alla mutazione e “modernizzazione” che balena nelle loro pagine, come un gioco della verità, senza infingimenti. Certo, I dieci inverni, Verifica dei poteri, Paesaggio con serpente, ma anche “Il mondo salvato dai ragazzini” o ” Pro o contro la bomba atomica” della Morante, le “Fantasie” di Zanzotto, i romanzi di Volponi, di Bianciardi, di Parise, di Sciascia…così come quelli di Grossman, e poi Yehoshua, Roth, Coetzee,..e direi anche le poesie di Pasolini e di Sereni , di Amelia Rosselli, di Pusterla, di Anedda, di Fiori, di De Signoribus,… non sono “sovrastruttura” , ci aiutano a capire e dunque a “fare”.
Ennio Abate
16 settembre 2011 alle 13:37
@ Emanuele Zinato
Nuovi maestri, o fratelli e sorelle, o padri e madri, compresi i poeti e gli scrittori?
Questo melting pot postmoderno magari “di sinistra” che ha sostituito (per pigrizia intellettuale? per abbandono dello studio della storia del Novecento? per adeguamento alla koiné liberal? per disperazione?) il vecchio monolitismo del m-l dogmatico e ha perso persino la sensibilità alla grana delle differenti voci (in questo caso di Capitini e Fortini) mi pare pieno di rischi e vuoti.
Si intende “ricostruire da zero”? E dove è andato a finire il “proteggete le nostre verità”?
C’è un ricco elenco di scrittori e poeti da leggere? Bellissimo. Ma senza la lettura contemporanea ( e spesso noiosissima) di storici, economisti, scienziati e politici – non quelli d’oggi, per carità, tranne eccezioni – ci si crogiolerà nella “letteraritudine”.
Orsù, visitiamo altri siti! ( Con tutto il rispetto per Walter Siti).






Twitter
Myspace
Digg
Del.icio.us
StumbleUpon
Yahoo
Googlize this
Facebook
Diggita
Notizieflash
OKnotizie
Segnalo
Ziczac


Commenti