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Joseph Halevi: L'impossibile keynesismo

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L'impossibile keynesismo

di  Joseph Halevi

keynes.jpgSu la Repubblica e su la Stampa di ieri sono apparsi articoli molto scettici nei confronti degli attuali annunci di ripresa economica. È pertanto legittimo chiedersi se si profilano soluzioni e scenari di un'uscita dalla crisi e su quale base sociale possa l'eventuale nuova fase poggiare. Guardando alla storia del capitalismo moderno si nota che non fu il New Deal a sollevare gli Usa dalla depressione bensì l'entrata di Washington nel grande solco della spesa pubblica militare apertosi con la Seconda Guerra Mondiale. Ciò costituì la vera uscita capitalistica dalla Grande Depressione su una base sociale allargata.

Allora il keynesismo militare Usa divenne il pilastro economico della rinascita ed espansione dei capitalismi europei e di quello nipponico, nonché del consenso sociale che raccolsero. Mai profitti, accumulazione reale, salari, occupazione e previdenza sociale, ebbero dinamiche così sostenute e mutualmente assai compatibili come nel quarto di secolo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale all'annullamento di Bretton Woods di fatto proclamato dal presidente Richard Nixon il 15 agosto del 1971. Quella data segna l'inizio della fine, assai rapida in verità, delle compatibilità keynesiane (più spesa pubblica, più occupazione, salari più alti, più domanda, più profitti, più investimenti grazie alla maggiore domanda). Non per questo però cessò di esistere il militarismo keynesiano che ricevette infatti una nuovo grande impulso durante la presidenza Reagan. Tuttavia fu proprio negli anni ottanta che le espansioni classicamente militar keynesiane si mostrarono invece ampiamente compatibili con la caduta dei salari dando luogo all'esplosione del fenomeno dei working poor, cioè di lavoratori poveri.

Nel nuovo contesto di deterioramento salariale le spese militari ed affini non potevano più sostenere l'espansione economica Usa, senza la quale né il Giappone avrebbe evitato una grande crisi, né la Cina di Deng Xiaoping sarebbe decollata capitalisticamente.

All'insufficiente keynesismo militare si è quindi abbinato, in maniera crescente dalla seconda metà degli anni ottanta per diventare dominante nel corso di questo decennio fino allo scoppio della crisi nel 2007, un keynesismo finanziario, l'espressione è di Bellofiore, fondato sull'indebitamento delle famiglie stimolato ed agevolato dalla politica di denaro facile da parte della Federal Reserve. Politica necessaria per colmare i vuoti (baratri) di potere d'acquisto che altrimenti sarebbero sfociati in una Grande Crisi di domanda effettiva. Qui sta l'origine della bolla speculativa esplosa due anni fa. Il crollo del keynesismo finanziario non riapre spazi a quello classico basato sulla spesa militare. Questa è a sua volta in crisi per mancanza di obiettivi e per il pantano iracheno prima ed afghano adesso. I margini del keynesismo idealistico, imperniato su contratti di lavoro collettivi ben definiti, su spese pubbliche sociali e produttive, su aliquote fiscali progressive, sono sempre stati molto limitati ma oggi sono del tutto inesistenti. Per rendere credibile il keynesismo idealistico bisognerebbe rivoluzionare almeno lo Stato. Bisognerebbe cioè sradicare gli interessi economici che attualmente lo dominano e lo plasmano.

James Galbraith, che pure ha fiducia nella possibilità di un capitalismo riformato, ha scritto un bel libro ove mostra quanto lo stato americano sia diventato uno strumento in mano a interessi monopolistico finanziari predatori (vale, eccome, anche per l'Italia). L'idea di un contratto sociale, evidente nella valenza istituzionale keynesiana, è assolutamente aliena a queste forze vieppiù dominatrici. Esse ridefiniscono metodicamente in funzione esclusiva dei loro «profitti» le cosiddette compatibilità economiche come appare anche dal nuovo decollo globale della finanza e dei «mercati» che nulla ha a che vedere con una soluzione sistematica della crisi.

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Un panorama teorico

Gianfranco La Grassa


PARTE PRIMA

Una succinta storia (ragionata) dello stato della teoria

1. L’intervista a Hobsbawm sul suo ultimo libro è a dir poco penosa. Già la risposta alla prima domanda, in cui dice di essersi accorto del ritorno di Marx da un’affermazione di Soros, fa accapponare la pelle. Sarebbe far torto allo storico inglese cercare la scusa dell’età. D’altra parte, sarebbe sbagliato poiché ormai giovani e meno giovani pseudo-marxisti, tanto paludati e propagandati quanto ignoranti circa il pensiero del grande pensatore, dicono più o meno le stesse sciocchezze. Non cercherò nemmeno di confutarle perché è impresa praticamente inutile e tediosa. Meglio prendere lo spunto per riflettere ancora una volta sulle proprie derivazioni culturali e teoriche, cercando di non tradire un pensiero rivoluzionario, cercando di non deprivare talmente Marx della sua carica innovativa da farlo sembrare un semplice seguace di altri autori che ne hanno assai meno.

Intanto, dico subito che è vergognoso cercare di far passare Marx per filosofo. Anche nel bar di periferia dove vado a fare colazione la mattina, un avventore qualsiasi sa grosso modo che Marx ha scritto Il Capitale. Qualcuno, appena più colto, ha sentito dire che è il fondatore della “critica dell’economia politica”. Che alcuni scribacchini, presi per colti intellettuali, non lo sappiano è impossibile; che trascurino l’evidenza dimostra soltanto la loro ignoranza dei minimi rudimenti di una teoria delle scienze sociali.

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