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Nessuna speranza

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 Nessuna speranza

di Vittorio Giacopini   


Eugenio Scalfari parla di “speranza” e già provi un vago senso di sconcerto. In una delle sue omelie domenicali, più o meno a fine settembre, già in autunno, il padre della “Repubblica” sorprende con una lenzuolata di ottimismo. Mentre il suo giornale si avvita, inutilmente, in un corpo a corpo ostinato col regime – di cui denuncia e incarna molti vizi – il canuto e loquace fondatore intravede la luce alla fine del tunnel o, quantomeno, alcuni primi segnali incoraggianti. In un paese che è già un eufemismo dire “devastato” (Scalfari cita Crainz, e cita bene), si colgono bagliori di resistenza inaspettati, esempi confortanti di riscossa.  Buono a sapersi.

Davvero – nel mondo delle cultura, nelle arti – sta nascendo qualcosa di nuovo, un’energia, capace di criticare – e superare – gli anni del berlusconismo, questo sfacelo, e le loro premesse di lungo periodo (ancora citando Crainz: “il carico di demagogia, qualunquismo, populismo, vittimismo” che sono l’identità più autentica d’Italia)? Secondo Scalfari sì, et pour cause. I “giusti” d’Italia stanno ridestandosi, e dalla cultura soffia un vento nuovo. Provare per credere: leggere, guardare. “I segnali provengono da tre eventi… un film, un romanzo, un saggio…”. Poi Scalfari fa i nomi e tutto diventa molto meno elusivo. Un film, un romanzo, un saggio… vale a dire: Tornatore, Veltroni, Asor Rosa. L’Italia di oggi e di ieri (e di domani) che ritrova la “memoria del passato” e in questo scavare nelle sue radici edifica una “speranza” per il “futuro”.
Con una verve da tema di terza liceo (a essere buoni) Scalfari propone un teorema filosofico-politico usurato per pompare i soliti “noti”, i soliti nomi. Da una “lotta per la liberazione della memoria” – e questo sarebbe il succo di Baaria, il fervido cruccio di Noi e il tarlo assiduo del pensoso Silenzio asor-rosiano – può scaturire la limpida scintilla corroborante capace di dare una direzione nuova all’avvenire. Coi toni – come al solito solenni, altisonanti – dei suoi momenti più gravi e ispirati Scalfari chiama alla nobile pugna i propri lettori: “cominciamola questa lotta (di liberazione della memoria) e non allentiamo l’impegno fino a quando non avremo ripulito il fango e il loto che ha imbrattato l’animo delle persone e le strutture della nazione e dello stato”.

A parte il fango, il loto, questi animi imbrattati, questa lagna, c’è un nodo che andrebbe sciolto, fitto e intricato, che lo schema di Scalfari invece confonde ulteriormente, stringe ancora. Cosa si spera di ritrovare mai nella “memoria”, quale mistico toccasana, quale arcano? Scalfari, che pure cita Crainz, non lo capisce. Il punto non è la memoria, è quel che siamo. Quello che è – e non è – l’Italia, la sua essenza. Il termine “autobiografia” (Autobiografia di una nazione è il titolo del libro di Crainz, editore Donzelli) non è neutrale. Nel nostro passato (civile e culturale) c’è già la ragione bieca del presente e tornare indietro non riscatta nulla. Quel micidiale impasto di vittimismo-qualunquismo-populismo-demagogia, quel patetico bisogno dell’ “uomo della provvidenza”, del taumaturgo (di un Duce, di un Cagliostro, di un Berlusconi), è semplicemente il nostro “tempo lungo”, il nostro più intimo Noi, il marchio di fabbrica di un’autobiografia collettiva vergognosa. Una storia di maggioranze, rese, conformismo, acrobatici adattamenti, trasformismo. Una storia di auto-inganni e parole al vento.

Scalfari – che naturalmente ha visto Baaria in compagnia del gotha della repubblica (e di e Pippo Baudo) –  è uno che si accontenta di poco, meglio per lui (“Baudo mi ha detto: ‘c’è il regime al completo’. Era vero, ma quando il regime è costretto ad applaudire il talento culturale di chi gli si oppone, vuol dire che qualcosa si sta muovendo”). Che cosa si stia muovendo, vallo a capire. Attorno a noi – dopo un’estate a parlare di mignotte e altre vaccate – il paesaggio non è diventato brillante all’improvviso, e la vita collettiva non migliora. Lasciate pure perdere l’immagine di Berlusconi, questa maschera sempre più raccapricciante, e grottesca. Il guasto è molto più velenoso e capillare. Nell’aria c’è un accanimento becero, isterismo, una volgarità ontologica, idiozia. Checché ne dicano Scalfari o Pippo Baudo, la democrazia è definitivamente inganno, archeologia. Quanto alla memoria, ma di cosa stiamo parlando, francamente? Di un consolatorio vagare nel passato, di un attardarsi ozioso, di un passatempo. Il metodo ormai lo conosciamo bene; il trucco è sin troppo scoperto, trasparente. Ricordare, d’accordo, ma per assolversi, vantarsi, gloriarsi. Scalfari in prima persona, poi la Rossanda, adesso il sapiente Asor-Rosa (“sono forse l’unico al mondo che ha letto tutto Marx e tutto Dante, virgole comprese…”) che hanno fatto? I loro recenti memoir altro non sono che un compassato elenco di errori, giudizi fuori misura, passi falsi che il ricordo, come un mistico balsamo o un lenitivo, trasforma in felici intuizioni, audaci premonizioni, profezie, tradite dalla storia, sciupate dal tempo.

La liberazione della memoria, allora, come autoassoluzione tardiva, falsa abiura, rivendicazione oziosa e petulante: l’ultimo esempio – il ciarliero Grande silenzio di Asor Rosa – da questo punto di vista è clamoroso. Il professore che solo qualche anno fa, da Monticchiello, s’era dimesso con grave gesto dal ruolo di “intellettuale di sinistra”, adesso che ricapitola e rammemora rivendica soltanto ragioni postume. Ragioni per modo di dire, beninteso, perché la dialettica è una strana bestia e Asor, senza grossi pudori, con candore, non nasconde di aver avuto perennemente ragione, anche sbagliando, perché a confondere le carte in tavola è sempre stato il caso, o la politica, o qualche incidente o inciampo di percorso (gli autonomi alla Sapienza, con Lama; Occhetto con la sua svolta, inopportuna perché non l’aveva mica consultato…). Così alla fine uno si fa una domanda semplice, e un po’ amara, e si dà una risposta triste ma obbligata. Dobbiamo davvero “liberare” altre memorie del genere, sorbirci nuove omelie di questo tenore? Sarebbe autolesionista e vano, e anche noioso. Il presente è infrequentabile ma il passato non consola, o non dovrebbe. Forse è il caso di ammettere che non c’è nessuna speranza, per il momento, e decidersi una buona volta a volgere le spalle al circo della comunicazione, alla Cultura, ai riti della politica, alla chiacchiera.

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