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Contro Recalcati

di Andrea Minuz

Si stava meglio quando c'era Alberoni. I padri saranno anche evaporati, ma il Sorrentino della psicoanalisi è ovunque

maxresdefault 1024x576Non si può parlare dell’ultimo libro di Massimo Recalcati senza interrogarsi sull’ascesa di Massimo Recalcati. Quindi facciamo qualche passo indietro e confessiamolo subito: quando c’era Alberoni era tutto più semplice. I confini erano chiari, netti, giusti. Introiettata la differenza tra innamoramento e amore, guardavamo con distacco le raffiche di best seller con copertine rosa e titoloni in baskerville giallo: Ti Amo; Il grande amore erotico che dura, Leader e masse; Le sorgenti dei sogni. La cosa non ci riguardava. Nulla che non fosse due dita sotto la complessità dell’ultimo Battisti. Al massimo, buttavamo un occhio sui corsivi del Corriere dove, alle soglie di Tinder, Alberoni scriveva «fare all’amore». Alberoni ci spiegava il carisma, l’indebolimento del Super-Io, il capo d’azienda, l’uomo cacciatore, la donna che fa il nido, la crisi dei valori e «le miserie degli accoppiamenti nelle orge dei rave party». Nei suoi articoli, nelle conferenze o nelle interviste su Grazia non avrebbe mai ceduto a parole come «forcluso», «fagocitante», «ieratico», tantomeno al «balbettio monologante della lalangue».

Quando c’era Alberoni, i tomi dei seminari di Lacan erano lì dove dovevano essere, nello scaffale più inaccessibile e forcluso della nostra libreria. Poi è arrivato Recalcati. Le copertine non sono più rosa, né fucsia. Titoli ieratici e sottotitoli minacciosi chiamano in causa l’«inesauribile capacità del mito di offrire spunti di riflessione», la «filiazione simbolica», «l’Altro», l’Oltre e l’Ultra. Per un’erotica dell’insegnamento, Alberoni non l’avrebbe mai scritto neanche in coppia con Roberto Gervaso (l’insegnamento erotico o l’erotismo dell’insegnamento, ma «un’erotica» no). E poi non ce n’era bisogno. Dalle quarte di copertina, un cranio lucido da severo professore universitario evocava librerie in noce, ma anche penombre da boudoir, performance postdannunziane, congressi del Psi. Ora c’è il giubbotto da pischello con barba di tre giorni di Recalcati, che, come scriveva Guido Vitiello sul Foglio, fa un po’ Foscolo e un po’ Fonzie. Le maestre non indossano più il golfino e lettrici-forti iscritte a Meetic sognano un invito a cena con fraseologia lacaniana («questo Sauvignon non ha inconscio», «sarà colpa dei vitigni eterodiretti della California»).

Dietro il successo di Recalcati ci sono almeno due intuizioni decisive. La prima ha a che fare coi suoi pazienti. Ascoltandoli, Recalcati scopre che «le pene d’amore non sono più al centro della loro vita». «Anzi» – spiega – «il nodo ora è proprio la difficoltà di generare il desiderio, non più l’incapacità ad avere una corrispondenza amorosa. Oggi è più importante l’oggetto che la persona. È meglio mangiare che fare l’amore». Magari Lacan vi resta oscuro, ma avete capito perché andate da Eataly e vi piacciono così tanto le punizioni di Masterchef. La seconda è un insight avuto da bambino. Hitchcock era ossessionato dai poliziotti, Spielberg dalle stelle luminose nei cieli sconfinati dell’Ohio, e anche Recalcati sapeva quel che avrebbe fatto. «Da bambino avevo due eroi, Gesù e Telemaco, ed entrambi avevano problemi con il padre». Gesù non era il caso di scomodarlo, e poi c’erano già i libri di Augias. Telemaco era tutto da riscoprire. Tanto che, quando a Strasburgo Renzi parla della «generazione Telemaco», non si sa più se stia citando Omero o Recalcati. Perché i Padri sono evaporati, ma Recalcati è ovunque.

 
È più veltronico di tutti i libri e i film di Veltroni messi assieme

In tv, nelle università, nei festival, nei teatri, nelle aziende, nelle piazze, nei centri sociali e religiosi, in un numero incalcolabile di presentazioni di libri, in un castello del Todishire per ricostruire assieme a Gad Lerner l’immagine di Laura Boldrini. Recalcati parla di tutto. Di Pasolini, di Winnicott, di Medea, dei film di Clint Eastwood, della buona scuola, di quella di Francoforte, di Hannah Arendt, Berlinguer, Lars Von Trier, Heidegger e Conchita Wurst, prendendo però le distanze dalla vittoria all’Eurofestival («la donna barbuta è un mito narcisistico, non è libertà», dice). Ma soprattutto, Recalcati scrive. Ventinove libri tradotti in varie lingue alla media di due virgola quattro l’anno, senza contare articoli, conferenze, interventi, saggi. «Per me la scrittura è una necessità antica», ammette Recalcati, «nata quando guardavo mio padre dipingere le scritte sulle corone dei fiori destinate ai defunti. Quando parlo e quando scrivo ho sempre in mente il bambino idiota che sono stato. Parlo con lui». Un incipit più veltronico di tutti i libri e i film di Veltroni messi assieme. L’intesa è nell’aria. Nella copertina de Il complesso di Telemaco c’è un bambino che abbraccia un grande tronco d’albero, simbolo totemico della paternità svaporata ma anche della quercia dei Ds, emblema di stabilità, del bisogno di radici, eccetera. A Walter non serve altro:

Recalcati ricambia con un paginone su Repubblica dedicato al film di Veltroni, I bambini sanno. La sua non è una recensione, ma una più ampia lettura intimista dei «temi cari al Veltroni narratore». Recalcati parla di prova «lirica e delicatissima» e di «un montaggio di frammenti cinematografici di bambini che corrono e che si conclude con la mitica discesa nelle acque azzurre del Mediterraneo lungo le dune bianche di Kaos dei fratelli Taviani». Si innesca un micidiale gioco al rialzo. Interrogato sul suo prossimo progetto, Veltroni risponde: «Posso solo dire che sto lavorando da mesi a un libro su mio padre». Recalcati intanto si espande. Dice: «Un filo rosso attraversa il mio lavoro degli ultimi anni: il tema dell’eredità», e il tema diventa una collana per Feltrinelli diretta da Massimo Recalcati, la collana “Eredi”, che sfoggia subito un colpo da maestro con l’Antonio Gramsci della giovane promessa dell’anticapitalismo esoterico, Diego Fusaro.

Regolati i conti con la fine dei Padri, in attesa di capire se il Superpreside è un transfert collettivo, Recalcati passa alle Madri. «È sempre accaduto che durante le mie conferenze si alzasse una mano femminile per chiedere “cosa resta della madre nel nostro tempo?”». La risposta la trovate nel suo ultimo libro, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno. Si apre con un flashback. 1968, Cernusco sul Naviglio, interno giorno. Recalcati è in tinello che guarda la televisione con sua mamma. Danno uno sceneggiato Rai che si intitola La madre di Torino. C’è un bambino che scivola sul balcone e sta per cadere nel vuoto, ma la mamma riesce ad afferrarlo e a trattenerlo per le mani. «È una metafora dell’Altro», spiega subito Recalcati. «Le mani non sono forse il primo volto della madre? Non sono state forse la mani di mia madre che hanno accarezzato il mio corpo seminandolo di lettere, di memorie, di segni, arandolo come fosse terra?» Parte da qui la lunga carrellata dentro i campi arati dal materno, tra «mamme-narciso» e «mamme-coccodrillo», secondo la celebre formula di Lacan. Tra notturni di Chopin, romanzi di Valeria Parrella e poesie di Rilke, tra Peter Handke, Frida Kahlo, Silvia Vegetti Finzi, Deleuze, Bergman e Almodovar. Infine, l’ennesimo ripasso del finale di La strada di McCarthy, padre e figlio senza nome che si tengono per mano, che resta sempre uno dei cavalli di battaglia di Recalcati, anche quando parla di madri, e che nel romanzo di McCarthy ci siano solo padri poco importa. Perché Recalcati è il Sorrentino della psicoanalisi. Come il nostro auteur, costruisce lunghi dolly poetici e immaginifici per intrufolarsi nei vuoti dell’Essere e riempirli di citazioni middlebrow.

I film materni sono tanti. Tutti «intensissimi», come scrive Recalcati. C’è pure Mommy, di Xavier Dolan, che è importante perché mette in scena l’ambivalenza tra la mamma-coccodrillo e quell’altra. La mamma di Pasolini, per dire, era coccodrillo. Mentre la cattivissima Ingrid Bergman di Sinfonia d’autunno era narcisistica. Purtroppo, Recalcati ha consegnato le bozze un attimo prima che uscisse Mia madre di Moretti, che da noi è andato così-così ma poi, giunto nella patria di Lacan, è diventato un capolavoro. Quindi non sappiamo se in Mia Madre c’è la mamma-coccodrillo o la narcisistica, anche se a occhio direi la prima, se non altro come ideale prosecuzione del Caimano. Nelle ultime pagine del libro, Recalcati abbandona i toni accademici e si concede a passaggi più intimi, alcuni sicuramente candidati a diventare “massime” su frasicelebri.it, tipo «bisognerebbe ripensare la madre a partire dalla sua memoria, a partire dalla sua eredità». Lì «le più belle frasi di Massimo Recalcati» sono già trentacinque. Alberoni al tramonto di una carriera iniziata negli anni Sessanta ne ha solo cinquanta. Ma soprattutto neanche una all’altezza di:

siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte

Commenti   

#2 renata puleo 2016-12-01 16:26
Quando di occupava solo di Lacan, funzionava. Poi è inciampato nel Padre (anche quello della Patria: Napolitano) nel Figlio (il Prodigo, il Telemaco, e il Renzi Nazionale), ha messo lo sguardo sulla scuola popolata di Maestre Cattive e Professoresse Amorose (con un breve elogio anche alla Riforma). Ma ovviamente non poteva perdete di vista le Mamme. Grazie Minuz da una lacaniana impenitente che proprio per questo è terrorizzata dalla schizografia (Lacan, 1931...)
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#1 JAKOB COHEN 2016-12-01 15:28
Divertente ma ci voleva più cattiveria! Aspettiamo un Saviano e molti altri in lunga fila.
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