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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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estero

S.Mezzadra e G.Roggero: Sguardi cinesi – ovvero, la Cina come metodo

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Sguardi cinesi – ovvero, la Cina come metodo

di Sandro Mezzadra e Gigi Roggero 

 

If these factory strikes continue, China may have to go communist
(William Pesek, Mainland Workers Flex Their Muscles,
in «South China Morning Post», Hong Kong, June 29, 2010)

1. Molti sguardi si rivolgono oggi alla Cina. In Italia come negli Stati Uniti questi sguardi sono del resto, e ormai da anni, parte dello scontro politico interno: mentre al di là dell’Atlantico, nella corsa verso le elezioni mid term di inizio novembre, governatori e politici repubblicani e democratici hanno fatto a gara nel proporre misure protezionistiche in funzione anti-cinese, in Italia siamo da tempo abituati alle sortite di leghisti e “tremontiani” contro la minaccia che viene da Oriente. Sullo sfondo, c’è il duro scontro sul valore del renminbi e sul protagonismo globale dei fondi sovrani e di altri attori economici cinesi. Tutto ciò non ha impedito, evidentemente, la corsa di imprenditori “occidentali” ad approfittare dell’“apertura” dei mercati cinesi e soprattutto del lavoro cinese. Per limitarci a una battuta: esisterebbero l’Ipod, l’Iphone e l’Ipad senza gli stabilimenti della Foxconn nelle zone economiche speciali del Sud della Cina? C’è da dubitarne… Neppure ha impedito, del resto, la corsa di Paesi, regioni e città a occupare un posto all’Expo di Shanghai, dove la Repubblica Popolare Cinese ha messo a punto (con risultati di immagine migliori rispetto alle Olimpiadi del 2008) lo sguardo che essa stessa rivolge al mondo. Ed è uno sguardo ammiccante e suadente, impregnato di modernità e tradizione. Better city, better life era lo slogan dell’Expo. E chi non sarebbe d’accordo? Guardando i palazzi del “Bund” (vera e propria esposizione universale dell’architettura modernista europea di inizio Novecento) specchiarsi, oltre le acque del fiume Huangpu, nelle pareti degli avveniristici grattacieli di Pudong (l’area in cui si è concentrata l’espansione urbanistica della città negli ultimi vent’anni), più di un visitatore avrà anzi pensato che Shanghai abbia le carte in regola per candidarsi a divenire il paradigma della «città migliore» del futuro globale.

In questo articolo presentiamo alcune note: note di viaggio di uno di noi, che ha trascorso tre settimane in Cina nel giugno di quest’anno, note di ricerca e di riflessione politica di entrambi.

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Frances Fox Piven: Occupy Wall Street e la politica della moralità finanziaria

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Occupy Wall Street e la politica della moralità finanziaria

di Frances Fox Piven

Siamo in guerra ormai da decenni, non solo in Afghanistan e Iraq, ,a proprio qui, a casa nostra. In patria si è tratta di una guerra contro i poveri, ma non è sorprendente  se non ci avete fatto caso. Non avreste trovato i dati sulle perdite per questo particolare conflitto nel vostro giornale locale o nei notiziari televisivi della notte.  Per quanto devastante sia stata, la guerra contro i poveri è stata ampiamente ignorata, sino ad ora.

Il movimento Occupy Wall Street (OWS) [Occupiamo Wall Street] ha già fatto della concentrazione della ricchezza ai vertici di questa società un tema centrale della politica statunitense.  Ora promette di fare qualcosa di simile per quel che riguarda la realtà della povertà in questo paese.

Facendo di Wall Street il suo bersaglio simbolico e definendosi come un movimento del 99%, OWS ha reindirizzato l’attenzione del pubblico verso il tema dell’estrema diseguaglianza che ha ridefinito come, essenzialmente, un problema morale.  Solo sino a non tanto tempo fa, il tema della “morale” in politica era limitato alla correttezza delle preferenze sessuali, del comportamento riproduttivo, o del comportamento personale dei presidenti.  La politica economica, compresi i tagli alle tasse per i ricchi, le sovvenzioni e la protezione del governo alle compagnie assicurative e farmaceutiche, e la deregolamentazione finanziaria, è stata velata da una nuvola di propaganda o semplicemente considerata troppo difficile da capire per il cittadino statunitense comune.

Ora, in quel che sembra un attimo, la nebbia si è sollevata e il tema sul tavolo dovunque sembra essere la moralità del capitalismo finanziario contemporaneo.

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Comidad: Putin inseguito dal fantasma di Gheddafi

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Putin inseguito dal fantasma di Gheddafi

di Comidad

Un Putin politicamente in difficoltà ha scelto di rilanciare la polemica contro gli Stati Uniti a partire da un tema cruciale, cioè le dirette responsabilità americane nell'assassinio di Gheddafi. All'opinione pubblica russa, questa presa di posizione di Putin rischia però di apparire come una tardiva scoperta dell'acqua calda, che non ottiene altro che di mettere ancora più in rilievo la linea di acquiescenza seguita dal Cremlino nei confronti dell'aggressione della NATO alla Libia.[1]

La diplomazia russa, nel marzo scorso, aveva condiviso supinamente la narrazione NATO circa un Gheddafi tiranno isolato, pronto a bombardare il suo popolo: un Gheddafi politicamente morto.[2]

Nei fatti invece il regime di Gheddafi si è confermato come il vero referente dell'equilibrio tribale in Libia; tanto che ci sono voluti più di sette mesi di bombardamenti feroci per sconfiggerlo, nonostante alcune opportunistiche defezioni interne al regime. Persino per la conquista sul terreno non sono bastati i sedicenti "ribelli", ma sono risultate necessarie non solo truppe mercenarie inviate dal Qatar, ma anche truppe scelte britanniche, come le SAS.[3]

Queste cose i cittadini russi le sanno, poiché la loro informazione gliele ha raccontate giorno per giorno; e la frustrazione è stata tanta, non soltanto in riferimento all'aggressione contro un Paese ritenuto amico, ma anche per le gravi conseguenze a scapito della sicurezza russa. Appare perciò strano un Putin che rinfaccia alla NATO il suo comportamento criminale, ma che poi continua ad apparire esitante di fronte alle nuove aggressioni in programma da parte della stessa NATO, come quelle nei confronti della Siria e dell'Iran.
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Domenico Losurdo: Cosa sta accadendo in Siria?

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Cosa sta accadendo in Siria?

Angela Zurzolo intervista Domenico Losurdo

Non c'è ombra di dubbio che in Siria ormai è in corso una guerra civile. Persino sulla stampa occidentale si scrive che c'è un esercito siriano cosiddetto ‘libero’ che spara e uccide, e questo esercito siriano libero è appoggiato dalla Turchia, dall'Occidente. Ankara si riserva persino il diritto di istituire una sorta di ‘zona franca’ nell'ambito del territorio siriano, si riserva cioè il diritto di invadere il territorio siriano. A sua volta la Francia pronuncia la minaccia di istituire un cosiddetto ‘corridoio umanitario’, sempre a danno della sovranità siriana. Quindi, qualunque sia la posizione che noi assumiamo, dobbiamo prendere atto del fatto che è in corso una guerra da una parte e dall'altra, e che la parte che si è rivoltata contro Assad è appoggiata anche sul piano militare dalla strapotenza militare dell’Occidente e della stessa Turchia.

E, invece, su «La Stampa», così come sul «Corriere della Sera» e sugli organi di stampa più diffusi, e alla televisione leggiamo e sentiamo continuamente la tesi secondo cui in Siria ci sarebbe semplicemente una repressione sanguinaria, cieca, contro una popolazione civile che manifesta in modo pacifico.

Questa è una manipolazione che risulta dagli stessi organi di stampa occidentali, se noi li leggiamo con attenzione, e questa manipolazione così ossessiva, così ripetuta, così insistita, trova un precedente soltanto nelle manipolazioni di Goebbels.

 

Come commenta i dati Onu sulle violazioni dei diritti umani in Siria?

Intanto, non è che queste agenzie, come Amnesty International o Human Rights Watch su cui spesso si fonda anche l'Onu, siano al di sopra di ogni sospetto. Non è per niente così.

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Elisabetta Teghil: Asse Carolingio

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Asse Carolingio

di Elisabetta Teghil

L’evoluzione del capitale verso l’accentramento sfocia nel potere, sempre più dominante, delle multinazionali.

Alla radice dei rapporti economici, c’è la tendenza imperiale alla globalizzazione, ma la necessità di realizzare l’unificazione economica e politica che gli è necessaria spiega l’attuale fase di offensiva che svolgono gli Stati Uniti che hanno assunto il ruolo di” Stato del capitale” e che si propongono di assoggettare, con ogni mezzo a disposizione, tutte le potenze lette, a questo punto, come rivali, con l’alleanza dell’Inghilterra.

 

Infatti ,c’è un “asse carolingio” ispirato, soprattutto, da esigenze di sopravvivenza, da parte della Francia e della Germania, all’offensiva in atto delle multinazionali anglo-americane, di cui i rispettivi governi si fanno braccio esecutivo.

Da qui, l’ondivagare della Francia e della Germania che, alle volte, cercano di salvare gli anelli deboli della catena, Grecia, Irlanda, Spagna e Italia, perché temono che, se cadono i bastioni esterni dell’eurozona, cada anche il centro, altre volte, invece, sembrano attirate dall’idea di non farsi coinvolgere dalle vicende di questi paesi e, magari, di limitarsi a proteggere solo e soltanto la loro ridotta dove si sono asserragliate.

 

Da qui, il senso dei patti segreti tra Francia e Germania.

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Red Link: Crisi capitalistica e aggressività dell’imperialismo

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Crisi capitalistica e aggressività dell’imperialismo*

Contro il proletariato interno e contro quello dei paesi periferici

Red Link

Al primo punto della nostra discussione abbiamo messo giustamente la necessità di disciplinamento dei paesi periferici da parte delle potenze imperialiste e la necessità di interrogarsi sul nesso tra tale tendenza e la crisi economica. Poiché indiscutibilmente, sul piano delle cosiddette relazioni internazionali, questo è l’aspetto decisivo in questa fase e non tanto, o non ancora, quello tra crisi e guerra interimperialistica.


Sul nesso crisi - imperialismo

Una premessa si rende necessaria a nostro avviso in relazione al tema della nostra discussione per cercare di individuare cosa rappresenta una costante nell’azione dell’imperialismo e cosa, invece, è legato al manifestarsi di contraddizioni fortissime del meccanismo complessivo di riproduzione capitalistico sfociato nella crisi attuale.

Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la politica di rapina e sfruttamento di altri paesi non è una caratteristica solo della fase più matura del capitalismo, ma è una costante che lo accompagna sin dalla sua nascita. Usando una terminologia oggi di moda potremmo dire che essa esprime un suo dato “costituente”. Detto altrimenti l’imperialismo rappresenta al tempo stesso un presupposto ed un risultato del modo di produzione capitalistico. Presupposto, in quanto senza la politica di saccheggio e di rapina non sarebbe stata possibile quell’accumulazione originaria che ha permesso l’affermazione delle relazioni capitalistiche in alcuni paesi chiave consentendone progressivamente la loro diffusione a scala mondiale.
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Claudio Messora: Volete una dittatura illuminata?

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Volete una dittatura illuminata?

Claudio Messora

Ok. Abbiamo scherzato. Sapete tutta la storiella del popolo che governa? People have the power, insomma. Reset! Kaput! Buttate i libri di educazione civica. Anzi no... Dimenticavo che da quando l'hanno direttamente abolita non li avete più nemmeno dovuti comprare. A proposito, la storia della costituzionalità o meno del governo Monti è una questione di lana caprina. Esercitatevi voi, io mi annoio. Certo, è evidente che questa è (era) una Repubblica Parlamentare. E' evidente che i ministri non li scegliete voi. Ma è anche evidente che non avete scelto voi manco i parlamentari, così come è evidente che non esistono i governi tecnici, così come è evidente che le regole scritte non possono tenere conto di ogni possibile forma di tortuoso aggiramento, altrimenti il governo Berlusconi non avrebbe potuto tenere in scacco il paese per gli ultimi cinque anni infilando tutta una serie di leggi incostituzionali che prima o poi venivano seccate dalla Corte In-Costituzionale ma che, nel frattempo, valevano come qualsiasi altra legge, garantendo di fatto quella stessa immunità che in teoria non esisteva. Fico vero? Una legge che non può esistere, ma che viene applicata per un anno e mezzo alla volta. Cosa mi dite? Che è costituzionale? Bravi, continuate a guardare il dito, ma usereste meglio il vostro tempo su YouPorn.

E così in Europa (e la Commissione Trilaterale) decidono che devono andare verso una totale unione politica e fiscale. Decidono che Berlusconi non va bene e iniziano a ridergli in faccia.
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Andrea Bertaglio: “Gli americani a Falluja hanno usato armi vietate e sconosciute”

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“Gli americani a Falluja hanno usato armi vietate e sconosciute”

di Andrea Bertaglio

A rivelarlo una ricerca scientifica: attraverso l’analisi dei capelli della popolazione civile residente nella città irachena rasa al suolo nel 2004, sono state trovate tracce di uranio arricchito, lo stesso materiale usato per le bombe atomiche. L’Onu: “Migliaia i casi di cancri e malformazioni infantili”

Aborti, deformazioni congenite, disfunzioni al sistema nervoso. Effetti collaterali del dramma diFalluja, la città irachena devastata dai bombardamenti Usa del 2004: non solo per via dell’uso di armi proibite, come fosforo bianco e uranio impoverito, ma addirittura a causa dell’uranio arricchito. Lo rivela una sconvolgente ricerca curata dal professorChristopher Busby, dell’Università di Ulster, e pubblicata in Conflict and Health. L’analisi dei capelli dei genitori di molti bambini nati con gravi deformazioni o già malati di tumore sembra provare l’impatto devastante delle bombe americane: una scoperta stupefacente, con “molte implicazioni a livello globale” a carico dell’esercito a stelle e strisce, reo di avere utilizzato nella distruzione della cittadina armi non solo vietate, ma addirittura sconosciute alla letteratura scientifica.

Entro la fine di quest’anno l’esercito Usa lascerà l’Iraq. Ma il Paese dovrà fare i conti con la pesante eredità della guerra. Soprattutto Falluja, che grazie all’utilizzo di questi armamenti anche contro la popolazione civile, è alle prese con abortideformazioni congenite, disfunzioni al sistema nervoso. Impressionanti i numeri della catastrofe sanitaria che ha colpito i bambini: secondo i dati di un recente rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, “nel 2006 si sono verificati 5.928 nuovi casi di malattie fino ad allora inesistenti a Falluja, delle quali circa il 70 per cento sono cancri e malformazioni in bambini minori di 12 anni”. Nei primi sei mesi del 2007, invece, i nuovi casi sono stati 2.447, “di cui più del 50% riguardanti i bambini”.

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Marinella Correggia: Tawergha, genocidio nella "nuova" Libia

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Tawergha, genocidio nella "nuova" Libia

Marinella Correggia

Roma, 01 novembre 2011, Nena News – Insieme a Sirte assediata e distrutta, Tawergha, la città dei neri libici, diventa il simbolo della Libia “liberata” grazie alla Nato. Situata a qualche decina di chilometri da Misurata, Tawergha contava circa 30mila abitanti, in gran parte libici di pelle nera: nacque nel XIX secolo come città di transito nel traffico degli schiavi. E “schiavi” (abeed) è l’insulto che più ricorre sui muri della città dopo la conquista in agosto da parte delle truppe dei “ribelli della Nato” provenienti da Misurata. Il suo nome è stato cancellato sul cartello stradale e sostituito da “Nuova Misurata”.

Tawergha è ora disabitata (e molte case incendiate e saccheggiate): i suoi abitanti sono scappati altrove all’avvicinarsi delle forze anti-Gheddafi due mesi fa; le ultime centinaia sono state espulsi in seguito dalle milizie. A decine di migliaia sono adesso sparsi presso parenti e soprattutto in campi profughi improvvisati; di tanti si sono perse le tracce. In molti sono stati arrestati ai check-point o addirittura prelevati dagli ospedali e scomparsi. Non si contano gli assassinati in questa pulizia etnica nella quale l’odio razziale si è mescolato all’accusa ai tawerghani di essere stati pro-Gheddafi e suoi “mercenari” (ma sono libici), perché da quella zona l’esercito libico lanciava gli attacchi contro Misurata.

Risale agli inizi del conflitto la demonizzazione (e molte uccisioni anche con decapitazioni) dei neri libici, combattenti e non, accusati senza prove di crimini e stupri. Tawergha è il genocidio di un’intera città. Il primo a lanciare l’allarme, inascoltato, era stato il…Wall Street Journal il 21 giugno (“Libyan City Thorn by Tribal Feud”; http://online.wsj.com/article/SB10001424052702304887904576395143328336026.html): uno suo reporter, Sam Dagher, aveva intervistato i comandanti militari di Misrata (schierati con i “ribelli” e la Nato): Ibrahim al-Halbous, per esempio, diceva con chiarezza che una volta conquistata la cittadina, i suoi abitanti avrebbero dovuto fare fagotto, perché “Tawergha non esiste più, c’è solo Misrata”. Altri “ribelli” raccomandavano di impedire ai tawerghani di lavorare e mandare i bambini a scuola a Misrata.

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Mike Davis: E’ finita la gomma da masticare

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E’ finita la gomma da masticare

Mike Davis

Chi avrebbe potuto immaginare Occupy Wall Street e la sua proliferazione simile a quella di fiori di campo in città grandi e piccole? John Carpenter lo ha fatto. Quasi un quarto di secolo fa (nel 1988), il maestro dell’horror di mezzanotte (“Halloween”, “La Cosa”) ha scritto e diretto “They Live” (essi vivono), che rappresentava l’epoca di Ronald Reagan come una catastrofica invasione di alieni. In una delle brillanti scene iniziali del film, una gigantesca città di baracche da terzo mondo appare all’altro lato della Hollywood Freeway nel riflesso del sinistro cristallo degli edifici delle multinazionali di Bunker Hill.

“They Live” è ancora il tour de force sovversivo di Carpenter. Pochi di coloro che l’hanno visto possono dimenticare il ritratto di banchieri multimilionari e di perversi potenti dei media e il loro oscuro impero zombie su una classe operaia americana che vive in tende sul lato di una collina ricoperta di rifiuti, implorando posti di lavoro. A partire da questa negativa eguaglianza di disperazione negativo e mancanza di case, e grazie ai magici occhiali da sole trovati dall’enigmatico Nulla (interpretato da Rowdy Roddy Piper), il proletariato trova l’unità interetnica, vede attraverso gli inganni subliminali del capitalismo e si infuria. Si infuria molto.

Sì, lo so, sto andando troppo avanti. Il movimento Occupa il Mondo sta ancora cercando i suoi occhiali magici (programma, obiettivi, strategia, ecc.) e la sua indignazione bolle al fuoco lento di Gandhi. Ma, come aveva previsto Carpenter, se un numero sufficiente di americani esce della sua casa e/o dalla sua traiettoria (o almeno a decine di milioni si chiedono se farlo), qualcosa di nuovo e colossale si metterà poco a poco in marcia in direzione di Goldman Sachs. Qualcosa che, a differenza del Tea Party (la destra statunitense, ndt), fino ad ora non ha i fili del burattino.

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Domenico Losurdo: Dalle guerre dell’oppio alle guerre del petrolio

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Dalle guerre dell’oppio alle guerre del petrolio

Domenico Losurdo

  
«La morte di Gheddafi è una svolta storica»: proclamano in coro i dirigenti della Nato e dell’Occidente, i quali non si preoccupano neppure di prendere le distanze dal barbaro assassinio del leader libico e dalle menzogne spudorate pronunciate a tale proposito dai dirigenti dei «ribelli». E, tuttavia, effettivamente si tratta di una svolta. Ma per comprendere il significato che la guerra contro la Libia riveste nell’ambito della storia del colonialismo, occorre prendere le mosse da lontano…

Allorché nel 1840 le navi da guerra inglesi si affacciano dinanzi alle coste e alle città della Cina, gli aggressori dispongono della potenza di fuoco di diverse centinaia di cannoni e possono seminare distruzione e morte su larga scala, senza temere di essere colpiti dall’artiglieria nemica, la cui gittata è ben più ridotta. E’ il trionfo della politica delle cannoniere: il grande paese asiatico e la sua millenaria civiltà sono costretti a capitolare; inizia quello che la storiografia cinese definisce giustamente il secolo delle umiliazioni, che termina nel 1949, con l’avvento al potere del Partito comunista e di Mao Zedong.

Ai giorni nostri, la cosiddetta Revolution in Military Affairs (RMA) ha creato per numerosi paesi del Terzo Mondo una situazione simile a quella a suo tempo affrontata dalla Cina. Nel corso della guerra contro la Libia di Gheddafi, la Nato ha potuto tranquillamente effettuare migliaia e migliaia di bombardamenti e non solo non ha subito alcuna perdita ma non ha neppure rischiato di subirla. In questo senso, piuttosto che a un esercito tradizionale, la forza militare Nato rassomiglia a un plotone di esecuzione; sicché l’esecuzione finale di Gheddafi, piuttosto che essere un caso o un incidente di percorso, rivela il senso profondo dell’operazione nel suo complesso.
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Elisabetta Teghil: Camila

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CAMILA

Elisabetta Teghil

Ogni anno, l'11 settembre, ricorre l'anniversario del colpo di Stato in Cile.

Tre riflessioni mi vengono subito in mente.

La prima riguarda il silenzio che lo circonda, accompagnato dalla rimozione nell'immaginario collettivo.

La seconda fa riferimento al fatto che il colpo di Stato è stato eseguito materialmente dai militari cileni, ma organizzato e su commissione degli Stati Uniti.

Tacendo su questo aspetto importante, si accredita la vulgata corrente secondo cui il fascismo è altro rispetto alla società capitalista, mentre ne è una variante, scelta quando il sistema ritiene più opportuno utilizzarla e, dimenticando che la regia è sempre la stessa, siamo criticamente disarmate quando colpi di Stato e guerre umanitarie avvengono ai nostri giorni.

La terza riflessione che, per certi versi, ci interessa più da vicino, riguarda il fatto che si vuole far passare il colpo di Stato in Cile come il frutto di ambienti reazionari e oscurantisti.


Non è così.


La dittatura militare in Cile è stata il debutto del neoliberismo.

Tutte le elaborazioni del neoliberismo, che fino ad allora erano solo teoria ,sono state applicate al Cile e in Cile.

Fra queste, la privatizzazione della scuola e dell'università.
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Giulietto Chiesa: L'11/9 agirono tanti servizi

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L'11/9 agirono tanti servizi

Paolo Sidoni intervista Giulietto Chiesa

L’11 settembre? Un grande fenomeno mediatico capace di instillare la paura a più di due miliardi di persone. Grazie a quella «paura» è stato possibile portare avanti la politica di aggressione degli USA in Medio oriente e in Afghanistan negli anni successivi. E’ quello che pensa Giulietto Chiesa, giornalista di lungo corso e tra i più attivi e ascoltati esperti «non allineati» dell’11 settembre. Il suo film «Zero» è tra i principali documentari dedicati all’attacco alle Twin Towers. Che, secondo lui, fu voluto da frange deviate di molti servizi segreti: americani, arabi, israeliani, pakistani…

Secondo il giornalista Giulietto Chiesa gli attentati dell’11/9 sarebbero stati una «false flag operation» , opera di spezzoni di diversi servizi segreti internazionali. L’obiettivo? Creare una tale shock emotivo nell’opinione pubblica mondiale che avesse giustificato l’intervento militare in Medio Oriente. Giulietto Chiesa è un noto giornalista italiano (a lungo corrispondente da Mosca de «L’Unità» e de «La Stampa») che si occupa in prevalenza di guerre e globalizzazione. È stato parlamentare europeo fino al 2009 e fondatore di Megachip – Associazione per la democrazia nell’informazione. Ha curato alcune pubblicazioni nelle quali la versione ufficiale degli attacchi viene completamente smentita. Da una sua inchiesta è stato realizzato il video documentario «Zero, inchiesta sull’11 settembre», presentato al Festival del Cinema di Roma il 23 ottobre 2007. «Storia in Rete» lo ha intervistato.


È difficile districarsi tra le varie teorie che individuano dietro i fatti dell’11 settembre un complotto dell’allora amministrazione Bush. Qual è in sintesi il quadro che lei si è fatto?


«Io non perdo tempo a districarmi tra le teorie. Sono stato tra i primi a vedere che la versione ufficiale faceva acqua da tutte le parti. I fatti non collimano con la vulgata del 9/11 Commission Report. A dieci anni di distanza diverse domande sono diventate certezze. Non è andata così come ci hanno raccontato. All’11 settembre hanno partecipato spezzoni di diversi servizi segreti, tra cui la CIA, l’FBI , il Mossad, i servizi sauditi e pakistani. Ci sono gli estremi per incriminare diversi cittadini americani come partecipanti attivi. Li si dovrebbe chiamare a testimoniare sotto giuramento».
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Elisabetta Teghil: Come siamo buone/iI

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Come siamo buone/iI

Elisabetta Teghil


I media hanno diffuso la notizia che Tripoli è stata liberata dai ribelli che ora puntano su Sirte.


Dato che Tripoli è stata occupata dagli inglesi con l'appoggio di truppe francesi e qatariote, mi sono detta, preoccupata," non è che mentre stavo al lago è passata la legge contro la libertà di stampa del centro destra e i media non possono più raccontare la verità?"

Anche perché gli stessi media, diffondono le foto e le immagini degli ascari locali, ben pochi per la verità. Peccato che a fotografarli e a filmarli siano gli uffici stampa occidentali.

Tutto ciò mi ha ricordato l'uccisione di Patrice Lumumba ad opera di congolesi al servizio dell'occidente. Immagini che spero nessuna di voi abbia occasione di vedere, come, purtroppo, è accaduto a me, dove Lumumba è costretto a mangiare la dichiarazione d'indipendenza del Congo. Però non dicono che il filmato era girato da ufficiali belgi. E perché tutto questo? perché Lumumba sarebbe stato comunista. La variante allora di terrorista ora.

Che, invece, il Congo aveva ed ha la sfortuna di essere ricco di materie prime ed erano quelle il vero obiettivo delle multinazionali inglesi, francesi e belghe, è stato, neanche tanto elegantemente, sorvolato, e tante e tanti hanno fatto anche finta di non crederci. Fu mandato al potere un feroce dittatore, Mobutu Sese Seko. Quasi nessuna/o sollevò alcun tipo di problema e Mobutu morì nel suo letto.
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Sergio Cesaratto: L’idea di Europa fra utopia, realismo e lotta

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L’idea di Europa fra utopia, realismo e lotta

di Sergio Cesaratto

1. Nella disciplina delle relazioni internazionali si scontrano tradizionalmente due impostazioni: quella liberale e quella realista – quest’ultima assai composita al suo interno include la tradizione del realismo politico di Tucidide, Machiavelli e Hobbes, ma anche mercantilisti e nazionalisti economici. Include in senso lato anche i marxisti, i quali però oscillano fra il nazionalismo e il cosmopolitismo. Cosmopoliti sono i liberali per i quali c’è una potenziale armonia fra le nazioni sorretta dai vantaggi reciproci nel commercio internazionale. I realisti politici sono invece scettici circa i vantaggi del commercio internazionale in presenza di paesi a diverso stadio di sviluppo, in particolare i paesi più arretrati hanno bisogno di proteggere le proprie industrie nascenti. Ma anche a stadi più avanzati, la lotta per la conquista dei mercati esteri necessari a smaltire il sovrappiù interno è feroce. Una visione solidaristica delle relazioni internazionali proviene invero anche dalla tradizione marxista: se questa enfatizza da un lato il conflitto inter-imperialista, d’altro canto vede la convergenza degli interessi delle diverse classi lavoratrici nazionali (quindi conflitto fra capitali, ma solidarietà del lavoro). Uno spunto nella direzione della cooperazione viene anche dal “keynesismo internazionale”, laddove questo individua nell’adozione di politiche fiscali e monetarie coordinate di sostegno alla domanda un motivo di fruttuosa cooperazione fra le nazioni.

L’analisi economica eterodossa ci suggerisce tuttavia che la teoria dei vantaggi reciproci dal commercio internazionale sui cui si basa il solidarismo liberale è sbagliata.
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Guido Viale: Bowling Europa: gli stati birillo sotto l'attacco del pensiero unico

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Bowling Europa: gli stati birillo sotto l'attacco del pensiero unico

Guido Viale

La sovranità continentale, un tempo del popolo, è ora trasferita ai "mercati" che poi sono finanza internazionale, a sua volta espressione dei grandi patrimoni privati; e poi di interessi di banche, imprese multinazionali, società di assicurazione, fondi pensione. Il popolo può rispondere solo difendendo i beni comuni

Il “contagio greco” non esiste. La Grecia non è che il primo di molti birilli presi di mira nel gioco del bowling che tiene impegnata la finanza internazionale. Che le finanze greche possano salvarsi ormai non lo crede più quasi nessuno. Il gioco è solo quello di tirare per le lunghe perché non si intravvedono misure in grado di raddrizzare la situazione. Portogallo, Spagna, Irlanda o Italia potrebbero essere travolte, proprio come nel gioco del bowling, dalla caduta del birillo greco; ma ciascuno di questi paesi potrebbero anche essere il primo a cadere; ed essere lui, poi, a travolgere tutti gli altri. È l’intera costruzione dell’Unione europea che rischia il collasso.

E al centro di questa evenienza c’è l’euro. L’idea che si possa espellere dall’euro, uno a uno, i corpi infetti non sta in piedi. Intanto, anche da un punto di vista materiale, è un’operazione assai difficile; senza procedure; e tanto più rischiosa se attuata non secondo un piano cadenzato, ma sotto l’incalzare della speculazione. L’euro ha privato i governi degli stati membri di due degli strumenti tradizionali delle politiche economiche: la svalutazione e l’inflazione controllata (attraverso l’emissione di nuova moneta). Il terzo, la fissazione del tasso di interesse, non la fanno più né gli stati membri né la Bce. Chi la accusa di immobilismo non tiene conto che nel contesto attuale tassi di sconto più bassi fornirebbero denaro più facile non all’investimento produttivo, ma alla speculazione. Ma il fatto è che da tempo l’indebitamento degli stati membri ha consegnato la fissazione dei tassi di interesse – vedere per credere – ai cosiddetti “mercati”, a cui i governi di tutto il mondo si sono assoggettati.
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P.Cabras, S.Santini e N.Tarcha: Vietato pubblicare notizie

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Vietato pubblicare notizie

di Pino Cabras, Simone Santini e Naman Tarcha

Il titolo del «Corriere della Sera» del 6 luglio 2011 a pagina 14 (il pezzo si trova anche nella versione on-line) è perentorio e non lascia margine ai dubbi: “Siria, ordine di sparare su chi filma”. Il sottotitolo conferma: “Ragazzo riprende un cecchino: la sua morte trasmessa su Youtube”. La versione on-line, grazie alle multimedialità, consente di riprendere il video e caricarlo sul canale del CorriereTv, con titolazioni altrettanto forti: “La morte in diretta – Video choc”. Peccato che il video puzzi di tarocco lontano un miglio. L’articolista del «Corriere della Sera», corrispondente da Gerusalemme, ammette, bontà sua, che «nessuno può dire che il video sia autentico». E, tuttavia, aldilà di questo, dismette ogni traccia di senso critico che un qualunque giornalista dovrebbe mantenere, ammesso che desideri pubblicare notizie.


E, infatti, così il video viene raccontato: «Diversi indizi fanno pensare sia stato girato da un tetto di Homs». Quali indizi specifici? il giornalista se ne sta sul generico. «Si vedono case, balconi, antenne paraboliche. Di colpo, un soldato proprio nel palazzo di fronte. Il cameraman se ne accorge, scappa. Si sentono degli spari. Poi si rivede il soldato. Che mira sull'obiettivo e lo centra. Il cellulare che cade per terra. Urla, pianti, richieste d'aiuto. Una morte in diretta».

Ora guardate voi stessi il video direttamente su YouTube, e dite se vedete le stesse immagini raccontate da Francesco Battistini:

http://www.youtube.com/verify_age?next_url=http%3A//www.youtube.com/watch%3Fv%3Dcp_ajN7Kqvc%26feature%3Dplayer_embedded
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Marinella Correggia: Bahrain: una rivolta oscurata

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Bahrain: una rivolta oscurata

Quella nel piccolo regno del Golfo è stata la "primavera" più partecipata di tutte, eppure la più censurata, dice A.Z., italiano, appena ritornato da Manama dove lavora e che non può rivelare la sua piena identità per motivi di sicurezza

di Marinella Correggia

Una sollevazione di massa schiacciata dai carri armati, invasori per giunta!

Le proteste in Bahrein sono una cosa grossa davvero. La popolazione continua a scendere in piazza malgrado la repressione (sono riusciti a bloccare anche twitter). Questo potrebbe spiegare l’imposizione dei sauditi (e degli esperti americani e inglesi dietro di loro) di una repressione la più violenta possibile alla recalcitrante corte degli al Khalifa. I carri armati della monarchia saudita li hanno visti tutti, quando sono entrati dal ponte che collega il Bahrain all’Arabia Saudita, alcuni chilometri di carri, blindati vari, camion di truppe, ecc. Poi hanno partecipato allo sgombro della rotonda della Perla, quindi si sono piazzati tutto attorno, accampandosi con tende e servizi. Per tutto il periodo dell’emergenza hanno presidiato i ministeri, il Financial Harbour (un grande progetto commerciale), l’aeroporto, la compagnia petrolifera Bapco, la fabbrica di alluminio e altre situazioni strategiche, oltre a numerosi check point.  Dalla fine ufficiale dello stato d’emergenza è stata ritirata la maggior parte dei carrarmati che facevano bella mostra nelle strade. Ma continuano a esserci i check-point fissi e quelli notturni.

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Marinella Correggia: Libia: e se fosse tutto falso?

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Libia: e se fosse tutto falso?

In questo Dossier un po' di buoni argomenti per riflettere sulla guerra, sulla missione Nato e sugli obiettivi dell'intervento militare

di Marinella Correggia


La madre di tutte le bugie

La guerra della Nato in Libia (operazione “Protettore unificato”), alla quale l’Italia sta partecipando, è presentata all’opinione pubblica internazionale come un intervento umanitario “a tutela del popolo libico massacrato da Gheddafi”. In realtà la Nato e il Qatar sono schierati, per ragioni geostrategiche, a sostegno di una delle due parti armate nel conflitto, i ribelli di Bengasi (dall’altra parte sta il Governo). E questa guerra, come ha ricordato Lucio Caracciolo sulla rivista di geopolitica Limes, sarà ricordata come un “collasso dell’informazione”, intrisa com’è di bugie e omissioni.

E queste vengono studiate dalla Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese, con la partecipazione di attivisti da vari Paesi.

La madre di tutte le bugie: “10 mila morti e 55 mila feriti”. Il pretesto per un intervento dalle vere ragioni geostrategiche è stato fabbricato a febbraio. Lo scorso 23 febbraio, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta, la TV satellitare Al Arabyia denuncia via Twitter un massacro: “10mila morti e 50mila feriti in Libia”, con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi e fosse comuni. La fonte è Sayed Al Shanuka, che parla da Parigi come membro libico della Corte Penale Internazionale.

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Samir Amin: 2011 : la primavera araba? L'esempio egiziano

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2011 : la primavera araba? L'esempio egiziano

di  Samir Amin

L’anno 2011 si è aperto con una serie di fragorose esplosioni di collera dei popoli arabi. Questa primavera araba avvierà una seconda fase del “risveglio del mondo arabo”? O forse queste rivolte segneranno il passo, e alla fine abortiranno – come è già avvenuto nel caso della prima fase di questo risveglio, come rievocato nel mio libro “L’éveil du Sud”

Nella prima ipotesi, i progressi del mondo arabo vanno ad iscriversi necessariamente nel movimento di superamento del capitalismo / imperialismo su scala mondiale.

L’insuccesso manterrebbe il mondo arabo nella sua condizione attuale di periferia dominata, impedendogli di ergersi al rango di attore attivo nel plasmare il mondo.

È sempre pericoloso fare delle generalizzazioni quando si parla di “mondo arabo”, ignorando così la diversità delle condizioni oggettive che caratterizzano ogni paese di questo mondo. Per questo, concentrerò le mie riflessioni sull’Egitto, di cui non è difficile riconoscere il ruolo chiave che questa nazione ha sempre rivestito nell’evoluzione generale della regione.
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La grande crisi, la Germania e gli Stati Uniti

Miguel Martinez

In questi giorni, una quantità impressionante di persone si sta improvvisando economista.

Fanno benissimo, visto che quella che chiamano “crisi economica” sta trasformando il futuro sociale di tutti noi, e quindi è una crisi propriamente politica.

La crisi del 1929, semplificando, ha portato al collasso degli Stati liberali, alla sostituzione dell’impero britannico con quello americano, al nazismo e alla Seconda guerra mondiale, che non è poco.

Il problema, oggi come allora, è capire quali sono le grandi linee di questa crisi, e i parametri cui ci ha abituati la politica simbolica e spettacolare non servono a niente; occorre occuparsi anche di cose di cui pochi ci capiscono davvero. E quei pochi sono decisamente parte in causa.

Intuiamo sullo sfondo della crisi anche qualcosa che riguarda nomi di paesi: Germania, Inghilterra, Francia, Grecia, Stati Uniti…

Diciamo nomi di paesi, perché è difficile, almeno per me, capire dove inizia e dove finisce una economia nazionale – le aziende che conosco io hanno sede a Milano, la produzione in Cina e investono i soldi in banche di proprietà francese che li reinvestono in pension fund statunitensi. Chi, in questo intricato giro, prende le vere decisioni?

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