ist onoratodamen

I Discorsi di Marte

Aspetti ideologici della guerra imperialista permanente

di Mario Lupoli

otto dix la guerra durante un attacco di gasDalla rivista D-M-D' n °10

Il capitalismo contemporaneo propone e ripropone delle categorie che apparentemente esprimono una contraddizione: pacifismo e interventismo, democrazia e dittatura, barbarie e civiltà. Categorie che sembrano aprire a un’alternativa e quindi a una possibilità di partire da esse per rovesciare in un senso o nell’altro la società. Dietro questa parvenza tuttavia si staglia l’unitarietà del pensiero dominante, e la convergenza delle sue sfaccettature nella conservazione dell’ordine sociale vigente, che la guerra necessariamente produce e che ha proprio la guerra quale modalità di esistenza. La produzione di un complesso ideologico imperialista fortemente caratterizzato dal fondamento costitutivo della guerra permanente è pertanto una specificità dell'epoca attuale, che potrà essere sovvertita unicamente su una base non capitalistica: a partire cioè dalla rivoluzione comunista.

Propaganda, mito e immaginario operano storicamente quanto le mitragliatrici

(T. di Carpegna Falconieri)

Capitalismo e verità

Il processo storico della vita degli uomini, nelle loro reciproche relazioni e interazioni, produce l'”intera ideologia”, un complesso variegato e mutevole di “impressioni, illusioni, particolari modi di pensare e particolari concezioni della vita”[1].

linterferenza

“TrumpExit”?

Fabrizio Marchi

trump vittoriaAvevo inizialmente pensato di lanciarmi, come al solito, in una delle mie lunghissime analisi per riflettere sulle elezioni americane e sulle ragioni che hanno portato all’affermazione di Trump.

Poi ci ho ripensato, per due motivi fondamentali. Il primo che è che mi sto esercitando ad essere quanto più possibile sintetico (anche perché sollecitato da molti in tal senso…). Il secondo perché in effetti le ragioni della sconfitta di Clinton e dei “democratici” e del trionfo di Trump sono tutto sommato molto semplici pur, paradossalmente, nella loro complessità, e la cosa più giusta da fare è soltanto quella di cercare di spiegarle nel modo più semplice e chiaro possibile.

La crescita esponenziale delle destre neopopuliste in America e in Europa è la conseguenza inevitabile di un processo storico-politico che, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, ha visto la “sinistra”, in tutte o quasi le sue declinazioni (ivi compresa la grandissima parte di quella sedicente “antagonista”), diventare del tutto organica politicamente e ideologicamente al sistema dominante, al punto di essere considerata dai “padroni del vapore” più funzionale e adatta (rispetto alla destra) a garantirne la “governance”.   Tutto ciò contestualmente alla scomparsa di una Sinistra di classe, adeguata ai tempi, quindi non statica e non dogmatica, capace di interpretare le contraddizioni vecchie (ma tuttora attualissime) e nuove (in questo caso, quando va bene, si brancola nel buio…) prodotte dal sistema capitalista.

utopiarossa2

Trump vince perdendo meno voti di Hillary!

di Michele Nobile

16.11.10 Donald Trump Wall CopiaLa vittoria elettorale di Donald Trump ha suscitato notevole clamore, quasi fosse destinato a diventare un novello Ronald Reagan. Certamente, la conquista della presidenza e delle due camere da parte di repubblicani radicalizzati verso destra è cosa che promette male per i lavoratori, i comuni cittadini statunitensi e gli immigrati. Non a caso Trump ha ricevuto sincere congratulazioni dalla destra pseudopopulista europea: da Marine Le Pen e dal padre, dall'ungherese Viktor Orbán, dall'austriaco Heinz-Christian Strache, l'olandese Geert Wilders, dal britannico Farage, dagli italiani Matteo Salvini, Roberto Fiore (Forza Nuova), via via fino a Putin, il caso più significativo. Non che nella postdemocrazia europea socialiberisti tipo Hollande o Renzi promettano chissà cosa…

Tuttavia, per le ragioni che seguono, non ritengo che il successo di Trump, in realtà un insuccesso di Hillary Clinton, costituisca una svolta per l'opinione pubblica statunitense, di sicuro non nel senso di una rivolta indirizzata a destra e in senso xenofobo dei forgotten men and women – un'allusione che evita termini sgradevoli come working class o working poor o unemployed. La questione cruciale - tanto più con le tendenze elettorali della postdemocrazia - è che la ripartizione dei voti validi è determinante ai fini istituzionali e del governo ma può non essere significativa per comprendere lo stato d'animo di un popolo in quel determinato momento o delle tendenze profonde e delle motivazioni1 . Ed è questo che mi interessa ora.

mondocane

Trump, la globalizzazione del vaffa

Dalla Brexit alla Amerexit?

di Fulvio Grimaldi

Apicella trump 1In nessun paese i politici formano una sezione della nazione così separata e così potente come nell'America del Nord. Quivi ognuno dei due grandi partiti che si scambiano a vicenda il potere viene a sua volta governato da gente per cui la politica è un affare, che specula sui seggi tanto delle assemblee legislative dell'Unione quanto dei singoli Stati. /.../ Ci sono due grandi bande di speculatori politici che entrano in possesso del potere, alternativamente, e lo sfruttano con i mezzi più corrotti e ai più corrotti fini; e la nazione è impotente contro questi due grandi cartelli che si presumono al suo servizio, ma in realtà la dominano e la saccheggiano". (Friedrich Engels)

Premetto che la vignetta del grande Apicella su Trump-Lenin che spazza via la marmaglia capitalista è un’ottima intuizione grafica, ma anche un’ aspettativa appesa a fili di ottimismo che per ora non si sa se siano cordame da barca, o tela di ragno. E tutti coloro che danno per sicure e assicurate sia le prospettive nefaste, che quelle fauste, a seconda dei punti di vista, avranno probabilmente modo di aggiustare il tiro e, in qualche caso, svuotare il caminetto e gettarsi la cenere sul capo. I saggi latini dicevano “nemo propheta in patria”. Dovremmo aggiornarci alla civiltà del Bar Sport: “omnes prophetae in patria”.

Mi è stato dato di sfuggire ai primi scomposti ululati dell’italiota stampa delle larghe intese, con i soliti acuti strazianti del “manifesto”, ma ho ampiamente recuperato nei giorni successivi. Ero in volo quando la vittoria impossibile di Donald Trump, il candidato anatemizzato dall’universo mondo (che poi è solo quello nord-occidentale e nemmeno un settimo dell’umanità ) manco fosse Dart Fener, da ipotesi onirica si materializza in fatto, solido quanto le Montagne Rocciose che hanno contribuito a produrlo. La bomba Trump, hybris distopica per lo stato di cose esistente, mi è esplosa dagli schermi di un albergo a Berlino dove mi trovavo per l’invito a un talkshow televisivo. Prima della autoproclamata “comunità Internazionale” (in sostanza la NATO) a riprendersi, una Angela Merkel improvvisamente ritrovatasi senza tutor e, dunque, malferma, assicura al neo-eletto collaborazione, ma gli pone anche una non lieve condizione-auspicio: “purchè ci uniscano i nostri valori”.

micromega

“Il liberismo xenofobo di Trump non aiuterà i lavoratori americani”

Giacomo Russo Spena intervista Emiliano Brancaccio

trump brancaccio 510Per l’economista la sconfitta della Clinton segna la crisi di quel modello di consenso che metteva le macchine elettorali democratiche e socialiste al servizio degli interessi della grande finanza. Ma la Trumpnomics determinerà un imponente trasferimento di reddito a favore dei ceti più abbienti. E se Trump continuerà a pretendere dalla FED un rialzo dei tassi d’interesse, ci saranno pesanti ripercussioni per l’Eurozona e anche per la Russia dell’amico Putin.

Come interpretare la storica vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane? Per l’economista Emiliano Brancaccio siamo di fronte alla prima, vera incarnazione di quella nuova onda egemonica che egli ha più volte definito “liberismo xenofobo”, e sulla quale da tempo lancia l’allarme. Con Brancaccio discutiamo dell’esito delle elezioni statunitensi, della carta Sanders che i democratici non hanno voluto giocare, delle ricette economiche di Trump e dei loro possibili effetti sui rapporti tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.

* * * *

Professor Brancaccio, Hillary Clinton esce duramente sconfitta dalle presidenziali americane. Il risultato viene interpretato come una disfatta per il partito democratico statunitense, ma anche le forze democratiche e socialiste europee sembrano accusare il colpo. Possiamo parlare della fine di quel “liberismo di sinistra” che era stato inaugurato da Bill Clinton nel 1992 e al quale molti in Europa hanno cercato di ispirarsi?

dinamopress

White Mirror

di Pietro Bianchi

«Trump è stato capace di dare una forma nazionalistica, razzista e interclassista agli immaginari e ai discorsi di un gruppo sociale proprio perché nessuno è stato capace di dargli una forma conflittuale». Un primo commento a caldo sul voto USA

trump desolato“Questo è il prezzo da pagare per non aver affrontato i costi reali della deindustrializzazione e della globalizzazione che è avvenuta negli Stati Uniti negli ultimi 35-40 anni e per non aver capito quanto questa abbia avuto un impatto sulla vita delle persone e abbia scavato delle ferite profonde: al punto che la gente vuole qualcuno che gli dica di avere una soluzione. È questo quello che fa Trump: dare risposte semplici a problemi molto complessi. Risposte sbagliate a problemi molto complessi. E questo può essere molto seducente”.

Sono le parole non di un analista politico ma di Bruce Springsteen che in un’intervista di qualche settimana fa a Rolling Stone (nella quale poi bollava Trump come un “deficiente” e un “white nationalist”) dava inconsapevolmente la migliore interpretazione ante-litteram di quello che poi sarebbe successo ieri sera con le elezioni presidenziali americane.

Ma la stessa cosa l’aveva scritta anche Sandro Portelli qualche giorno fa su il manifesto (“I lavoratori americani dimenticati dai democratici”, 6 novembre) parlando di come ormai da molto tempo il Partito Democratico americano abbia abbandonato i luoghi dal lavoro e della classe e di come l’America liberal, e il suo messaggio sempre più urbanizzato e sempre più declinato su simboli e consumi “culturali”, consideri la figura del lavoratore bianco, maschio, rurale come “altro da sé” consegnandolo di fatto al discorso reazionario della destra repubblicana.

micromega

Trump, la rabbia antisistema e l'eutanasia delle sinistre

di Carlo Formenti

donald versus hillaryLa vittoria di Trump marca una clamorosa sconfitta della lobby transnazionale delle élite neoliberiste. Fino a poche ore prima dell’esito elettorale siamo stati bombardati dal coro pressoché unanime di governi, partiti, economisti, manager, star dello show business, campioni sportivi, sondaggisti, giornali, televisioni, piattaforme internet che celebravano la vittoria di Hillary Clinton presentandola come l’unico esito possibile dettato dalla “ragione” politica, culturale e civile.

A parte gli auspici dei governi russo e cinese – preoccupati per le minacce di alzare il livello del conflitto geopolitico globale da parte della Clinton – hanno fatto eccezione quasi solo le forze populiste di destra e le pochissime voci che si sono timidamente alzate a sinistra per ricordare che Hillary Clinton incarna i più feroci e aggressivi interessi del capitale finanziario transnazionale, nonché delle industrie hi tech che dominano il sistema militare industriale e governano un pervasivo sistema di spionaggio globale.

Personalmente sono più volte intervenuto su queste pagine a rimproverare Bernie Sanders per la fallimentare scelta di sponsorizzare come “il minore dei mali” la donna che gli aveva letteralmente “scippato” – con l’appoggio della macchina di partito, dei media e delle élite di sistema – la candidatura democratica all’elezione presidenziale, impedendo a classi medie impoverite, lavoratori bianchi e migranti, studenti , donne, giovani, ambientalisti, ecc. di unirsi attorno a un programma e a un leader politico comuni.

contraddizione

La trasformazione del capitale transnazionale post crisi 2008

di Francesco Schettino

altan baratro29 novembre 2016: una data che difficilmente sarà dimenticata negli anni che verranno. Media europei e giornali di tutto il mondo oggi osservano con un malcelato sgomento l’elezione di Donald Trump alla presidenza dello stato capitalista considerato come il più potente al mondo, gli Usa. L’alternativa di Hillary Clinton evidentemente, nonostante la palese collocazione all’estrema destra del neopresidente – appoggio del Kkk, libri con i discorsi di Hitler sul comodino, come ebbe a dire l’ex moglie – non è stata sufficiente. Considerata genericamente – e su questo ci riproporremo più avanti di proporre un approfondimento – come la candidata dell’establishment, nonostante l’en­dorsment ricevuto da tutti i settori della cultura a stelle-e-strisce (e non solo) la sua sconfitta è sonora e netta, nonostante persino le previsioni, sempre più inattendibili, la davano per vincente addirittura al 90%.

Fiumi di inchiostro e di parole sicuramente anticiperanno l’uscita di questa breve nota che, in forma preliminare, tenterà di fornire un abbozzo di analisi di quali possano essere le ragioni e le prospettive più immediata da una prospettiva di classe. Per questo, e per tanti altri motivi, è opportuno non farsi ammaliare a vacue analisi sociologiche avulse da un contesto più ampio ma altresì tener conto condizioni materiali sia dell’enorme massa che ha eletto Trump e sia dello stato di salute del capitale a base dollaro e di quello internazionale più in generale. Limitare il fenomeno Trump a una scelta democratica in opposizione ad Hillary è evidentemente un modo borghese e limitato di tentare di indagare su una questione che è di portata nettamente più ampia.

Già dalla fine dell’anno 2008, ossia dalle settimane che seguirono il crollo di Lehman Bros., e dunque dai momenti appena successivi alla violenta emersione dell’ultima crisi, in palese controtendenza con l’ottimismo di tanti settori della sinistra di classe, evidenziammo che la concomitanza della crisi più violenta del modo di produzione del capitale e l’assenza di una classe subordinata “per sé”, ossia cosciente del suo ruolo storico, avrebbe potuto generare tendenze del tutto opposte a quelle auspicate.

gliocchidellaguerra

La rivoluzione di Donald Trump

by Fulvio Scaglione

OLYCOM 20161109092311 21249471La clamorosa ma non imprevedibile vittoria elettorale di Donald Trump lascia attoniti i faziosi ma offre infiniti spunti di riflessione ai laici veri, a quelli che non hanno paura della realtà né di farsi interrogare da essa. Uno di questi spunti è questo. Barack Obama lascia la Casa Bianca dopo otto anni molto discutibili ma che non hanno particolarmente scosso il suo prestigio personale. Tutti i sondaggi del 2016, l’anno del suo passo d’addio, gli hanno regalato risultati non malvagi. Il 57% di approvazione (con il 17% di indecisi) secondo Gallupp, il 52% (e 6%) secondo Rasmussen Reports, il 52% (e 5%) secondo Fox News e così via. La candidata del Partito democratico, Hillary Clinton, aveva lavorato con lui al Dipartimento di Stato e si presentava in linea di continuità con la sua politica. Non parliamo, poi, dell’appoggio offerto alla causa democratica dall’alta finanza, dal complesso militar-industriale, dal mondo dello spettacolo, da quasi tutti i media.

Eppure Trump ha vinto nettamente, e il Partito Repubblicano, che pure dall’ascesa di Trump era stato sconvolto e umiliato, ha ottenuto la maggioranza al Senato (51 seggi contro 47) e alla Camera dei Rappresentanti (236 seggi contro 191). Dopo otto anni di un potere democratico peraltro poi dimezzato (il Congresso Usa era già a maggioranza repubblicana) si passa a un Presidente che ha rivoltato il partito come un calzino al cui fianco ci sarà un Congresso repubblicano.

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Donald Trump alla Casa Bianca: e ora?

di Moreno Pasquinelli

tsunami TrumpL'onda lunga che ha portato alla Brexit ha sospinto, con la potenza di uno tsunami, Donald Trump alla Casa Bianca. Un buon auspicio in vista del 4 dicembre. 

E' la sanzione, per certi versi spettacolare, che siamo ad un giro di boa della situazione mondiale.

Proprio dal centro dell'impero arriva il de profundis del ciclo della globalizzazione neoliberista. Arriva, questo de profundis, proprio dal luogo da dove esso, con Reagan, iniziò e s'irradiò per tutto il mondo, spazzando via l'Unione Sovietica, concimando la restaurazione del capitalismo in Cina, schiacciando i movimenti politici e sindacali dei lavoratori salariati.

E' già la fine della globalizzazione? E' già la sepoltura del neoliberismo? No, non lo è ancora, contrariamente a certe sentenze frettolose e superficiali che, a sinistra, già leggiamo questa mattina. 

Le potentissime forze oligarchiche che hanno tenuto in pugno le sorti del mondo per quattro decenni sono ancora tutte ai loro posti di comando: controllano le borse e le banche sistemiche, sono alla testa dei conglomerai finanziari e dei consigli di amministrazione delle più potenti multinazionali, tirano i fili delle università e dei think tank, spadroneggiano nel mondo della cultura e dell'informazione, hanno infiltrato gli Stati ed i loro apparati coercitivi.

lavoce

L’incoerenza economica delle ricette di Donald Trump

Francesco Daveri

L’impegno a proteggere i perdenti della globalizzazione con la disdetta del Nafta e aliquote fiscali più basse ha portato Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Ma, al contrario di quanto promesso dal tycoon, l’aumento del deficit pubblico farà salire il disavanzo commerciale Usa

trump 1 2Il malessere americano che ha fatto vincere Trump

Donald Trump eredita un paese che cresce stabilmente intorno al 2 per cento annuo e con un tasso di disoccupazione sceso di poco al di sotto del 5 per cento della forza lavoro. È un paese molto diverso da quello che aveva trovato il suo predecessore, Barack Obama, alla fine del 2008. Allora, fallita Lehman Brothers, il Dow Jones era sceso sotto i 9000 punti (dai 13mila di fine 2007) e l’economia era in recessione da quattro trimestri, il che portò la disoccupazione sopra al 9 per cento nei primi mesi del 2009. I numeri che Obama lascia in eredità a Trump sono in tutto simili alle medie secolari che hanno contrassegnato da decenni il buon funzionamento dell’economia americana che, nonostante tutto, è rimasta il motore trainante dello sviluppo mondiale.

Eppure, se Trump ha vinto, è perché in America c’è malessere. Se non ci fosse, un candidato come Bernie Sanders sarebbe stato etichettato come un socialista rétro e non sarebbe certo arrivato a contendere la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti a Hillary Clinton nelle primarie del partito democratico. Se in America non ci fosse malessere, il partito repubblicano non avrebbe indicato come candidato alla Casa Bianca un estremista no-global (anche pieno di scheletri nell’armadio) lontano dalla tradizione liberista del Grand Old Party come Donald Trump.

vincitori e vinti

Elezioni USA: Trump è il nuovo presidente

di Guido Salerno Aletta

Vi propongo, di seguito, un bell'articolo di Guido Salerno Aletta, che su Milano Finanza analizza il risultato delle elezioni Usa. Al termine, trovate una bella analisi di Amundi sui possibili riflessi dell'esito elettorale. L'analisi è datata 26 ottobre e considera i diversi scenari alla luce delle successive elezioni Usa

trump winnerE’ il voto di protesta della classe media americana, il driver dei risultati elettorali americani, che indicano un consenso nei confronti di Donald Trump molto più ampio di quanto era stato previsto dai sondaggi.

Si conferma invece un dato di fondo, tanto ben presente alla stessa Federal Reserve quanto trascurato da coloro che guardano solo all’andamento degli indici di Borsa: la polarizzazione del lavoro, un dato su cui la Governatrice Janet Yellen ha insistito più volte, è una tendenza assai più preoccupante dell’obiettivo tecnico, già raggiunto da tempo, di ridurre la disoccupazione americana al 5%.

Se all’inizio del suo primo mandato, nel gennaio del 2009, Barack Obama aveva dichiarato che la crisi di Wall Street rappresentava una grande occasione di cambiamento, si deve concludere che questo obiettivo non è stato raggiunto. L’America, all’improvviso, si scoprì povera. Anche oggi lo è.

Sin dalla metà degli anni novanta, la classe media americana aveva azzerato il tasso di risparmio, mentre la crescita dei consumi e del benessere veniva trainata esclusivamente dalle spese finanziate con le carte di credito e dai mutui, spesso sub-prime. Fu il progressivo rialzo dei tassi, deciso per frenare la bolla immobiliare, a mandare in fallimento milioni di famiglie.

micromega

Trump presidente, lo schiaffo del popolo alle élites

di Marco D'Eramo

trump presidente stati unitiPiano B cercasi disperatamente. Così potrebbe riassumersi la reazione della stampa mondiale all’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati uniti. L’ansiosa domanda “E adesso?” traspare in tutti commenti, dall’inevitabile, prevedibile “allarme per l’inarrestabile avanzata del populismo mondiale”, ai liberals come Krugman che si strappano i capelli per non aver capito nulla del paese in cui vivono, allo “scenario dell’orrore” di cui parla la Süddeutsche Zeitung, allo sgomento dei mercati finanziari, all’amara, e sempre più attuale constatazione che è più facile eleggere un candidato nero piuttosto che una presidente donna.

L’ansia è mascherata da considerazioni più o meno dotte sulla rivincita dei bianchi maschi senza titolo di studio (ma non dovevano essere un gruppo in fatale declino demografico?), sull’astensione dei neri e degli ispanici che sono venuti a mancare a Hillary Clinton, sulla disaffezione dei giovani progressisti che avevano militato per Bernie Sanders, sull’atteggiamento dei media, che sotto l’ipocrisia della par condicio, o del cerchiobottismo, hanno picchiato molto più su Clinton che su Trump, sulle donne che hanno sì preferito Clinton ma non abbastanza da compensare le perdite nell’altro genere. E così via.

megachip

Trump Tryumph: una previsione lucida

di PierLuigi Fagan

Fine Luglio, Moore fa la sua previsione che anticipa il trionfo di Trump basandosi su cinque considerazioni. Nel frattempo i grandi media sbagliavano tutto

NEWS 261190Onore a Michael Moore, evidente testimonianza di quando la testa ti funziona bene.

Fine Luglio, Moore fa la sua previsione che anticipa il trionfo di Trump basandosi su cinque considerazioni:

1. Clinton perderà la Rust Belt, la cintura della ruggine a nord dei Grandi Laghi: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin.

2. Trump è l'ultima speranza per il declino dell'uomo bianco dell'America profonda.

3. Clinton è piena di impresentabilità.

4. La poco meno di metà del partito democratico che ha votato Sanders non sarà elettorato attivo in favore di Clinton.

5. Effetto vaffanculo.

Aggiungerei l'Effetto "Ravenna" per l'élite dominante americana: il riferimento storico va indietro fino al tempo in cui l'élite dell'Impero romano d'Occidente se ne stava protetta dalle paludi ravennati a discettare sul futuro di un impero che non c'era più e su cui il mondo barbaro aveva preso abbondantemente il sopravvento.

altrenotizie

L’America rifiuta Hillary; Trump è il nuovo presidente

di Michele Paris

Metropolitan Costume Institute Benefit Reuters CLAIMA20160301 0161 18Se c’è una buona notizia nella quasi incredibile vittoria di Donald Trump è che all’America e al mondo sarà risparmiata una nuova presidenza di un membro della famiglia Clinton. Detto questo, l’ingresso di Trump alla Casa Bianca aprirà nelle prossime settimane una serie di scenari e porrà interrogativi a dir poco inquietanti. Le responsabilità per il successo del candidato Repubblicano sono in ogni caso da attribuire per intero al Partito Democratico, alla sua deriva destrorsa, alle politiche anti-sociali e guerrafondaie dell’amministrazione Obama e all’incapacità di offrire una prospettiva progressista a ciò che resta del proprio elettorato di riferimento, presentando invece una candidata tra le più screditate e reazionarie della storia degli Stati Uniti.

Le reali speranze di successo di Hillary Clinton erano svanite in fretta nelle prime ore della notte italiana, quando il leggero vantaggio registrato in stati considerati decisivi come Florida, North Carolina e Ohio ha ben presto lasciato spazio alla rimonta di Trump. La Florida, in particolare, sembrava poter essere ancora una volta in bilico fino alla fine del conteggio, ma i suoi 29 “voti elettorali” sono stati assegnati alla fine senza incertezze a Trump, in grado di raccogliere circa 130 mila voti in più della rivale.

Uno ad uno, sotto gli occhi increduli degli “anchormen” della CNN e di altri network filo-Democratici, quasi tutti gli “swing states” che Trump era in effetti obbligato a conquistare, e nei quali l’ex segretario di Stato era data in vantaggio, sono finiti nella colonna Repubblicana. Probabilmente, oltre che in Florida, fondamentale è stata la superiorità di Trump in North Carolina e in Ohio, stato quest’ultimo vinto da Obama sia nel 2008 che nel 2012.