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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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"il cuneo rosso": Quante balle sulla Grecia e il suo debito!

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paneerose

Quante balle sulla Grecia e il suo debito!

Redazione di "il cuneo rosso"

media 005La Grecia torna a fare notizia. Si è interrotto il silenzio sulle intollerabili misure di “austerità” (=impoverimento di massa) che hanno colpito gran parte della popolazione negli ultimi anni, e ora suona l'allarme sulla possibilità che l'"estrema sinistra" di Syriza vinca le prossime elezioni del 25 gennaio, e sulle catastrofiche conseguenze che ciò potrebbe avere sulle nostre vite e soprattutto sui nostri portafogli. Si sostiene da più parti, infatti, che "noi tutti" ("ciascun cittadino" dell'Europa) siamo creditori della Grecia, e se per caso la Grecia dovesse non ripagare il suo debito a seguito dell'avvento al governo di Syriza, ci trufferebbe circa 600 euro a testa, in quanto "a soffrirne le conseguenze non sarebbero potenti banche o speculatori misteriosi, ma gli Stati", e quindi "noi cittadini" (così Stefano Lepri, "La Stampa", 31 dicembre 2014). In definitiva, saremmo "noi", gente che vive del proprio lavoro, a pagare per il fatto che la Grecia, il cui debito statale è intorno al 175% del Pil, ha speso più di quanto poteva - il sottinteso, non troppo sottinteso, è che i greci (tutti i greci) hanno preteso di vivere al di sopra delle loro possibilità e presentano ora agli altri europei, a tutti gli altri europei, il loro conto-spese in rosso da ripianare.

Rodolfo Ricci: Parigi 2015, tappa strategica verso il disordine globale

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cambiailmondo

Parigi 2015, tappa strategica verso il disordine globale

Che si può ancora fermare

di Rodolfo Ricci

notte-san-bartolomeoPrima o poi, bisognerà prendere coscienza che siamo tutti sulla stessa barca, anzi sullo stesso mare. Il Mediterraneo. Se ciò non accadrà, sarà la catastrofe. Dopo secoli di commerci, di domini incrociati tra est e ovest, di scambi economici e culturali a cui tutti hanno attinto ed attingono, forse ora, a distanza di 60 anni dalla fine – formale ma non sostanziale – della colonizzazione europea dell’Africa e del Medio Oriente, dovremmo prendere atto che siamo interconnessi, definitivamente.

Lo siamo in particolare, grazie all’immigrazione cosiddetta terzomondiale giunta in Europa dopo le ondate dei sud europei nel dopoguerra verso Francia, Gran Bretagna, Germania e altri paesi del nord Europa. Un’immigrazione che è il frutto della nostra geopolitica.

L’Europa è multiculturale di fatto, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. Lo è da tempo, anche se le è sempre mancata adeguata coscienza. L’Europa, come dimostrano gli eventi della crisi, è interculturale (e ben problematica) anche al suo interno, come mostra solo per citare un esempio, il crescere delle espulsioni di cittadini intra-europei dai territori di altri stati membri causate da una costitutiva assenza di solidarietà tra i suoi paesi. (vedi: http://www.funkhauseuropa.de/av/audiobelgien100-audioplayer.html)

Adesso questa coscienza deve emergere.

Sebastiano Isaia: Riflessioni sui noti fatti parigini

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sebastianoisaia

Riflessioni sui noti fatti parigini

Sebastiano Isaia

picture0311Il mondo islamico non ha conosciuto la rivoluzione borghese di tipo occidentale (dalla rivoluzione olandese a quella inglese, da quella americana a quella francese, dal Risorgimento tedesco a quello italiano), ed è precisamente questo il suo più radicale e cattivo vizio d’origine che tocca ogni aspetto della vita sociale dei Paesi che ne fanno parte. L’Islam, al contrario del cristianesimo, non è stato attraversato dalla Ragione, e questo punto Benedetto XVI, il Papa teologo tanto bistrattato e incompreso dal progressismo mondiale, lo aveva colto bene, ad esempio nella famigerata Lezione Magistrale tenuta all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006. Quel mondo non baciato dai Lumi sta ancora facendo i conti con questo cattivo retaggio storico e culturale, e anche l’Occidente ne paga le conseguenze, perché non solo esso non ha saputo o voluto favorire lo sviluppo della modernità nelle terre di Allah e di Maometto, ma ha fatto di tutto per renderle facili prede del fondamentalismo più retrivo e violento.

È, questa, una tesi che nei salotti buoni della cultura europea ha riscosso molto successo in questi tormentati e luttuosi giorni di dibattito intorno ai cosiddetti “valori repubblicani” e alla Civiltà Occidentale.  Se posta nei termini corretti, vale a dire storico-dialettici, la tesi sopra esposta può anche offrire interessanti spunti di riflessione. Rimane da capire fino a che punto ha senso, al di là della strumentalità politico-ideologica certamente non posta al servizio della verità, continuare a parlare in modo astratto e astorico di Occidente, di Civiltà Occidentale.

Slavoj Žižek: I fondamentalisti e gli Ultimi Uomini

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paroleecose

I fondamentalisti e gli Ultimi Uomini

di Slavoj Žižek

[Questo intervento è uscito su «The New Statesman». Ringraziamo l’autore per averci concesso di pubblicare la nostra traduzione italiana. Il titolo è redazionale]

cropped-simon-the-stylite-01-1024x325Ora, mentre siamo tutti sotto choc dopo la furia omicida negli uffici di Charlie Hebdo, è il momento giusto per trovare il coraggio di pensare. Dovremmo, com’è ovvio, condannare senza ambiguità gli omicidi come un attacco alla sostanza stessa delle nostre libertà e farlo senza riserve nascoste (del tipo «comunque Charlie Hebdo provocava e umiliava troppo i Musulmani»). Ma questo pathos di solidarietà universale non è abbastanza. Dobbiamo pensare più a fondo.

Pensare più a fondo non ha nulla a che fare con la relativizzazione a buon mercato del crimine (il mantra «chi siamo noi occidentali, perpetratori di massacri terribili nel Terzo Mondo, per condannare atti simili»). Ha ancora meno a che fare con la paura patologica di molta sinistra liberal occidentale: rendersi colpevole di islamofobia. Per questa falsa sinistra ogni critica verso l’Islam è espressione di islamofobia occidentale: Salman Rushdie fu accusato di aver provocato inutilmente i Musulmani e quindi di essere responsabile, almeno in parte, della fatwa che lo ha condannato a morte, eccetera. Il risultato di una simile posizione è quello che ci può aspettare in questi casi: più la sinistra liberal occidentale esprime la propria colpevolezza, più viene accusata dai fondamentalisti di ipocrisia che nasconde odio per l’Islam. Questa costellazione riproduce perfettamente il paradosso del Super-io: più obbedisci a ciò che l’Altro ti chiede, più sei colpevole. Più tolleri l’Islam, più la pressione su di te è destinata a crescere.

Militant: Al momento di marciare molti non sanno…

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militant

Al momento di marciare molti non sanno…

Militant

b7g-tlwcuaa3bjIeri a Parigi, a guidare la marcia contro i “barbari tagliagole” c’erano altri barbari, quelli in giacca e cravatta.

Spiccava, per le mani sporche di sangue, il premier israeliano Benjamin Nethanyau, seguito a ruota dal presidente ucraino Poroshenko e dal turco Davotoglu. E c’erano quelli che l’estremismo islamico l’hanno creato, alimentato e finanziato.

E al loro fianco sfilavano quelli che in questi anni hanno votato le guerre umanitarie, lasciando sul campo, sotto le bombe dei B52 e dei droni, migliaia di vittime civili. Ma questo si sa, non è terrorismo, sono operazioni di polizia internazionale.

E poi c’erano quelli che, qui da noi, ogni giorno impongono politiche di lacrime e sangue a milioni di lavoratori.

Non c’era Obama, è vero, però, perchè non se ne sentisse la mancanza, c’era il segretario della Nato Jens Stoltembreg.

Tornano allora in mente, mai così attuali, i versi di Brecht: Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla del nemico è lui stesso il nemico.

Redazione: Se l'Europa dell'austerità e i suoi alleati marciano alla testa del corteo parigino

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Se l'Europa dell'austerità e i suoi alleati marciano alla testa del corteo parigino

Redazione

parigi corteo autoritaOltre ad arrivare a commettere una strage aberrante, la serie di gesti sciagurati di Ahmedy Coulibaly e dei fratelli Kouachi e della loro rete logistica è riuscita a rianimare un morto anzi, a far esistere un qualcosa di mai nato: l'unità emotiva continentale attorno ai governanti dell’Europa dell'austerità.

Opera di rivitalizzazione che, tanto più, ha funzionato in terra francese. "Siamo un popolo", ha titolato Liberation, come se gli eventi parigini avessero posto fine ad un lungo interrogativo che metteva in forse l’esistenza stessa dei francesi. “Era da tanto che non ci sentivano così fratelli”, commenta poi il quotidiano fondato da Jean-Paul-Sartre che, a suo tempo, dubbi sulla sensazione di sentirsi un popolo di fratelli grazie alla reazione dopo un attentato ne aveva seminati (visitò Andreas Baader della RAF in carcere proprio, tra le tante, per non legittimare l’adesione emotiva alla convergenza tra senso della democrazia e stato di polizia).

E così, tra fratelli del radicalismo islamico e fratelli civilizzati francesi, il comunitarismo di Allah e quello repubblicano francese si trovano uno davanti all’altro. Durerà l’esistenza di questo confronto? I paesi occidentali sono spoliticizzati, reazioni come quelle di Parigi, più che preludere a un fiorire di “fratellanze” o organizzazioni di base, appartengono a quei fenomeni di elaborazione del lutto e del trauma collettivo come accade dopo i terremoti. Fenomeni pronti a dissolversi velocemente in caso di assenza di nuovi traumi. Le differenze dei governi europei, sulle politiche per affrontare fenomeno del radicalismo islamico, si sono poi già manifestate.

Rete dei Comunisti: La guerra in casa

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contropiano2

La guerra in casa

I fatti di Parigi e gli apprendisti stregoni

Rete dei Comunisti

f29edca87e48de9a27ffe2af45e070c7 lLa guerra arriva fino nel cuore dell’impero: quanto è successo a Parigi è esattamente questo, che ci piaccia o meno. Gli spot che da mesi invadono le tv, entrando nei nostri salotti e nelle nostre cucine, che ci raccontano che con la nascita del Mercato Comune Europeo prima e l’Unione Europea poi ormai da più di 60 anni non ci sono più guerre in Europa, oltre a essere falsi probabilmente non sono più neanche rassicuranti.

I 12 morti nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo di mercoledì, l’uccisione di ieri dei presunti attentatori e degli ostaggi, sono vittime di guerra. Non sappiamo quanto consapevoli ma questo sono, e non ascrivibili a superficiali o mistificatorie spiegazioni sulla follia o il terrorismo.

Sono chiari fatti di guerra, che ogni parte in campo conduce con i mezzi che ha a disposizione, con le strategie militari che decide di attuare o che le condizioni oggettive e i rapporti di forza gli permettono.

Le dinamiche, gli autori dell’attacco, il tipo di vittime, sono elementi che si prestano facilmente a interpretazioni nel migliore dei casi fuorvianti, se non false e tendenziose, rievocando i temi del fanatismo, della libertà di stampa o complessivamente intesa, della difesa della democrazia, dello scontro di civiltà, perdendo di vista, o facendolo volutamente perdere, il legame tra i fatti e le reali situazioni economiche, politiche, militari internazionali.

Karim Metref: Mi dispiace, però io non sono «Charlie»

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Mi dispiace, però io non sono «Charlie»

di Karim Metref (*)

TeutonicKnights-bigIn questo momento l’uccisione delle undici persone e in modo particolare dei giornalisti/artisti nella sede del periodico satirico «Charlie Hebdo», sta prendendo le pieghe di un nuovo, mini 11 settembre. E fioccano ovunque messaggi di sgomento, di cordoglio, di solidarietà, di condanna… Anche io sono sgomento, lo sono per ogni persona che muore nel modo in cui sono morti questi ultimi. Sono solidale e feroce sostenitore della libertà di espressione. Sono triste perché alcuni dei vignettisti di «Charlie Hebdo» (Wolinski in modo particolare, che ho anche conosciuto ad Algeri un secolo fa) mi appassionavano e hanno accompagnato con loro feroce e dissacrante satira tutta la mia adolescenza e i miei desideri di allora (ma anche di oggi) di mandare tutto il mondo a farsi f…

Ma, mi dispiace, io non scriverò che «sono Charlie Hebdo». Non metterò una bandiera nera sul mio profilo Facebook e non posterò nessun disegno di Charb e nemmeno di Wolinski che mi piace tanto… E se avete tempo di leggere il mio lungo ragionamento vi spiego il perché.

«Charlie Hebdo» nasce nel 1992 ma la squadra che lo fonda viene da una lunga storia di giornali di satira libertaria. Quello che si può considerare come l’antenato di Charlie è «Hara-kiri» dove lavoravano già vari membri dell’attuale redazione. «Hara-kiri» se la prendeva con i potenti, con De Gaulle, con l’esercito, con la chiesa e fu varie volte chiuso e riaperto sotto varie forme e titoli.

Aldo Giannuli: Strage di Parigi: complottismo?

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aldogiannuli

Strage di Parigi: complottismo?

di Aldo Giannuli

jihadisti-isisCi sono due forme di imbecillità perfettamente speculari: il complottismo e l’anticomplottismo. Il complottista ideologico pensa che nulla accada per caso, si ritiene furbo perché convinto che quel che appare sia sempre e solo finzione e che dietro ci sia sempre una qualche macchinazione di poteri forti, magari ai massimi livelli mondiali in cui si immagina esista un vertice unico ed onnipotente. L’anticomplottista, parimenti ideologico, non sopporta spiegazioni che cerchino di andare al di là delle apparenze, i bollettini di Questura sono la sua Bibbia, si ritiene furbo perché deride sistematicamente qualsiasi dubbio e chi lo formula. Lui ha solo certezze.

Ciascuno dei due pensa che l’altro sia un cretino, ed hanno ragione tutti due. Sembrano opposti, ma in realtà, ragionano allo stesso modo. Sia l’uno che l’altro non cercano di capire criticamente un avvenimento, ma semplicemente lo assumono come conferma di quello che già pensano e chiunque accenni ad una interpretazione non contrapposta, ma semplicemente diversa, è esecrabile e da ridicolizzare, se necessario leggendo anche quel che non c’è scritto o il contrario di quel che c’è scritto.

Perché ciascuno di loro (complottista o anticomplottista) legge quello che gli pare e non quel che c’è scritto effettivamente. E tutti e due sono abbastanza cafoni.

Contropiano: Parigi brucia

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contropiano2

Parigi brucia

Redazione di Contropiano

jihadisteNon si spara sui giornalisti, Nemmeno quando lavorano per la televisione serba di Belgrado, nel 1999. Oppure per quelle – laiche, in paesi islamici – irachene o libiche, rispettivamente sotto i regimi di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi. E incidentalmente non si spara neanche sulle ambasciate, come avvenne per quella cinese, sempre a Belgrado, ad opera dei cacciabombardieri Usa, francesi, inglesi, italiani. Ci sarebbe sembrato normale ascoltare, anche in quei casi, parole simili. Ma non sono state pronunciate, se non da isolati guardiani delle libertà sbrigativamente apostrofati come ”filo-qualcun-altro”.

Non si spara neanche sulle donne e i bambini, eppure avviene ogni giorno, con record ormai inegualiati da parte dei democraticissimi Stati Uniti in ogni angolo del mondo; o da parte della democratica e molto occidentale Israele; o con macabra regolarità da parte della Turchia, membro della Nato e alleato silente dell'Isis contro i curdi di sinistra, a Kobane come altrove.

Non si spara su chi fa informazione. Siamo una redazione che assolve a questo dovere civile consapevole del fatto che ogni parola digitata sulle nostre tastiere darà fastidio a qualcuno. In genere più potente. Pensiamo dunque anche che non si arrestano i giornalisti, come avviene sempre nella Turchia membro della Nato proiettata a esportare la “libertà”. Né si promette loro di ridurli sul lastrico per legge, come avviene in Italia, con legge approvata nelle ore precedenti la strage di Parigi.

Militant: Per un 2015 antimperialista e col coltello fra i denti

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militant

Per un 2015 antimperialista e col coltello fra i denti

Militant

Riportiamo di seguito la nostra introduzione all’ultimo lavoro di Emilio Quadrelli e Giulia Bausano, un libro che descrive la necessità del ritorno ad una nuova politica antimperialista adatta ai tempi che corrono. Un libro che centra il problema, non tenta di sfuggirvi con sterili scorciatoie ideologiche e affonda i ragionamenti nella piaga della ritirata storica delle sinistre di classe nell’Europa occidentale. Per noi è stato un onore contribuirvi. Buona lettura e buon anno nuovo, che sia un anno di lotte, d’odio e d’amore

img 2741Pensare una nuova politica antimperialista

Il lavoro di Emilio Quadrelli ci costringe a riflettere sul nuovo scenario imperialista declinato nelle sue molteplici forme. L’attualità ci restituisce due evidenze che caratterizzano la politica globale: da una parte la dinamica imperialista è tornata a qualificare i rapporti politici internazionali; dall’altra l’assenza di una riflessione generale, e della conseguente produzione di politiche, che contrastino questo movimento. Allo sviluppo di nuove (apparentemente) forme di imperialismo non ha fatto seguito lo sviluppo di una rinnovata coscienza antimperialista. Oggi il campo da gioco globale è caratterizzato quindi da una fase imperialista nuova, composta da più attori, tutta da interpretare, che però non vede una riflessione politica altrettanto generale. La risposta alle politiche imperialiste è affidata alle singole popolazioni, o ai singoli gruppi che subiscono in prima persona la violenza delle politiche economiche di aggressione, ma sconnessi da una visione generale che possa incidere sulle politiche imperialiste. Qualche volta, nel corso di questi anni, sono state possibili anche singole e momentanee vittorie di resistenza, ma mai un riequilibrio dei rapporti di forza. La nave imperialista, magari senza una visione strategica o di lungo periodo, viaggia oggi a vele spiegate senza nessuna forza capace di declinare l’internazionalismo in capacità politica tale da rallentarne o impedirne il passo. Capire perché è avvenuto questo significa allora gettare le basi per la ricostruzione di una visione politica che, oggi più che mai, non può che fare i conti con lo scenario internazionale. Nella fase attuale non esiste più politica nazionale, questa è un’altra delle evidenze del presente scenario. Ogni evento politico, economico o sociale è direttamente internazionale, coinvolge immediatamente più attori e le sue ricadute incidono subito, senza mediazioni, sulle popolazioni degli altri paesi. È esattamente da questo presupposto che dobbiamo partire per capire cosa sta succedendo nel mondo e nei suoi rapporti politici.

Homero Santiago: L’ultima vittoria del lulismo

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conness precarie

L’ultima vittoria del lulismo

di Homero Santiago

dilma-RousseffQuesta analisi del voto brasiliano dello scorso ottobre è eccentrica rispetto a quelle che di solito pubblichiamo su ∫connessioni precarie. A scriverla è un giovane studioso che si è apertamente schierato per la presidente Dilma Roussef. La sua analisi, tuttavia, ha per noi motivi di interesse. In primo luogo può contribuire a sprovincializzare un dibattito di movimento in Italia sempre più segnato dalla convinzione che esista una sorta di delegittimazione preventiva del sistema politico-istituzionale, dipinto costantemente sull’orlo della sua crisi finale in quanto preda della sua corruzione e della sua incapacità di rispondere alle richieste di ampie quote di popolazione. Questa descrizione ha innegabili elementi di realtà. L’analisi che punta sulla progressiva e quasi inarrestabile decomposizione del sistema politico non si riesce tuttavia a spiegare come sia possibile che questo stesso sistema politico riesca costantemente a riprodursi e a ottenere insperate aperture di credito anche da parte di coloro che sembra non rappresentare. Se ci limita alla descrizione della realtà non si spiegano molte cose in Italia e si comprendono anche meno cose che capitano non lontano dall’Italia, per esempio in Grecia con Syriza o in Spagna con Podemos. Il Brasile ha livelli altissimi di corruzione e parte della realtà sociale è letteralmente irrappresentabile dal sistema politico. Eppure, dopo le manifestazioni oceaniche e gli scontri di piazza contro il rincaro dei prezzi dei trasporti pubblici e contro la coppa del mondo di calcio, le elezioni non sono state semplicemente un rituale passaggio di riproduzione del sistema politico.

John Pilger: Guerre mediatiche e trionfo della propaganda

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comedonchisciotte

Guerre mediatiche e trionfo della propaganda

di John Pilger

655a84b5f8c2577403a01e000d67f75e5400423a00982Perché così tanto giornalismo si è arreso alla propaganda? Perché censura e distorsione sono diventate consuetudine? Perché la BBC si fa così spesso portavoce di poteri rapaci? Perché il New York Times e il Washington Post ingannano i loro lettori? Perché ai giovani giornalisti non si insegna a capire le finalità dei media e a sfidare le affermazioni eclatanti e le basse intenzioni della falsa imparzialità? E perché non si insegna loro che la sostanza di gran parte di ciò che definiamo media mainstream non è informazione, ma potere?

Questi sono problemi urgenti. Il mondo si trova di fronte all'eventualità di una grande guerra, forse addirittura nucleare - con gli Stati Uniti chiaramente determinati ad isolare e provocare prima la Russia e poi la Cina. Questa semplice verità viene capovolta e messa sottosopra dai giornalisti, inclusi quelli che caldeggiarono le bugie che portarono al bagno di sangue in Iraq nel 2003.

I tempi in cui viviamo sono così pericolosi e distorti nella pubblica percezione che la propaganda non è più, come Edward Bernays la definì, un "governo invisibile", ma il governo stesso, che controlla direttamente senza tema di smentita, e il suo scopo principale è di conquistare noi, il nostro senso del mondo, la nostra capacità di separare la verità dalla menzogna.

Lelio Demichelis: Un socialismo del XXI secolo?

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Un socialismo del XXI secolo?

Lelio Demichelis

socForse la sinistra non ha più il vento della storia che soffia nelle sue vele, come dice il titolo dell’ultimo libro di Franco Cassano. Forse davvero la lotta di classe è finita con il crollo del Muro di Berlino, perché la guerra contro il demos e i diritti dell’uomo e del cittadino, la guerra di posizione per la conquista dell’egemonia l’ha vinta il capitalismo. Forse le sinistre si sono illuse di poter creare un socialismo (magari anche un poco anarchico e libertario) via rete, dove invece trionfa l’ideologia della condivisione di tutti con tutti e con il tutto della rete: rete capitalista all’ennesima potenza.

Forse l’errore (un errore intellettuale e culturale, prima che politico) di un certo socialismo è stato quello di credere che il capitalismo potesse essere democratizzato, o che bastasse stipulare un soddisfacente matrimonio di interessi tra capitale e lavoro per controllarne gli spiriti animali. Forse l’errore (un altro) della sinistra è stato quello di pensare che si potesse vincere grazie ad una coscienza di classe forte, quando invece il capitalismo ha nella sua logica di funzionamento proprio la dissoluzione, lo scioglimento (attraverso la de-socializzazione, la falsa individualizzazione, i falsi bisogni che continuamente crea, l’industria culturale e del divertimento che incessantemente distrae e diverte) di ogni legame e di ogni coscienza (anche) di classe contraria al proprio funzionamento.

Giulietto Chiesa: MH17: l'agonia di una menzogna

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megachip

MH17: l'agonia di una menzogna

di Giulietto Chiesa

news 225819La saga delle menzogne sull'abbattimento del volo MH17 è sempre di più, ogni giorno che passa, la metafora della fine della illusione democratica del mondo occidentale. Ma è anche una epifania tragica del disastro intellettuale e morale dell'esercito di untori che continuano a sostenerla. Per stare alle sue regole hanno dovuto mentire spudoratamente.

Ora, di fronte all'emergere della verità, sono costretti a ripetere, coatti e sconcertati, ingigantendo la menzogna, inventandone, più o meno fantasiosamente, varianti sempre meno credibili, scivolando spesso nel comico involontario, contraddicendosi. Oppure - la cosa più semplice e meno compromettente - tacendo tetragoni su ogni scampolo di verità che sfila davanti ai loro occhi.

È il ritratto del giornalismo servile di questi tempi. Ci sarà di peggio, nei tempi a venire, perché gli untori che usurpano il titolo di giornalisti sono pronti alle future, più ripugnanti delazioni, alle quali saranno costretti dai padroni che li pagano. Ma la parabola dello squallore si trova già nei pressi del punto più basso dell'intera storia del giornalismo occidentale.

Raffaele Sciortino: Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte

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quaderni s precario

Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte

di Raffaele Sciortino

jaquemate dvd.originalPremessa: una “geopolitica delle lotte” in prospettiva anticapitalista suona come un ossimoro suscitando sufficienza o fastidio. E invece la geopolitica – un tempo si diceva Weltpolitik o imperialismo – è lotta di classe in altra forma, non riconosciuta come tale. Lo aveva capito un grande reazionario: “La storia del mondo è storia di lotte di potenze marinare contro potenze di terra” , mimando e stravolgendo il vecchio adagio comunista…

* * * * *

Gli ultimi mesi hanno segnalato un intreccio, un po’ disorientante, tra relativa impasse della situazione economica e smottamenti significativi a livello geopolitico. La crisi globale tutt’altro che superata non precipita grazie a bolle finanziarie sempre più grosse alimentate da politiche monetarie ultraccomodanti (“neo-keynesiane”). Sull’altro versante è sotto gli occhi di tutti il ritorno aggressivo dell’iniziativa internazionale degli Stati Uniti – a tutto tondo: dall’Ucraina al Medio Oriente all’Est asiatico. Tutto ciò sembra a prima vista inquadrarsi bene in quelle analisi che leggono l’oggi e ancor più il domani del capitalismo alla luce della contrapposizione tra la geopolitica del caos Usa, egemone globale in difficoltà se non in declino, e il trend inarrestabile verso un’economia globale di tipo multipolare incentrata su grandi poli e aree regionali.

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