SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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estero

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orizzonte48

Ucraina e Grecia: la violazione "internazionalista" del principio di non ingerenza e la religione guerrafondaia del Free-Trade

di Quarantotto

ukraine-wrecking-crew-nazisOggi tutto il mondo è (o dice di essere) col "fiato sospeso", di fronte alle preoccupazioni per la guerra civile in Ucraina, date le sue potenziali implicazioni di coinvolgimento, diretto e militare, della Russia da un lato e degli USA, (più o meno uniti alla UE), in un non ben chiaro quadro NATO.

 

1. La questione ucraina va ripercorsa dal suo inizio. 

E lo faremo riassumendo i passaggi fondamentali del noto post di Riccardo Seremedi "Ucraina Dies Irae" (che in effetti è un quasi-trattato sulla materia, data l'enorme ed esauriente mole di notizie, links e connessioni che vi sono contenute). 

E dunque:

a) La crisi ucraina – come si ricorderà - è iniziata con il rifiuto del presidente Yanukovich di aderire all'Accordo di Libero Scambio (DCFTA) di fine novembre 2013 a Vilnius; sono seguite giornate convulse nelle quali la cosidetta “Euromaidan” si è popolata magicamente di persone, spesso reclutate per pochi dollari l'ora, con migliaia di vessilli UE nuovi di zecca spuntati da chissà dove...

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contropiano2

In Ucraina la guerra globale è alle porte

Si mobiliti finalmente tutta la sinistra!

di Mauro Gemma

c0c82b4b1ee8e2291268d306095377de lQuando uno dei “potenti della terra”,il presidente francese Hollande, arriva a fare affermazioni che non escludono la possibilità dello scatenamento, nello scenario ucraino, di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili tra l'Occidente imperialista e la Russia, non occorre essere particolarmente ferrati in politica internazionale per capire che ormai si corre il rischio di essere arrivati a un punto di non ritorno.

L'ipotesi di una spaventosa guerra globale non viene avanzata più solamente dalle voci isolate di qualche esperto preveggente, come quelle di coloro che già tempo fa la ipotizzavano nelle prime fasi del conflitto del Donbass, attribuendo all'imperialismo statunitense persino la volontà di utilizzare le armi più devastanti per affermare definitivamente il proprio progetto egemonico nell'intero spazio post-sovietico.

Ora, di fronte a quanto sta accadendo, con l'intenzione ormai dichiarata dell'amministrazione USA di scendere in campo prepotentemente a fianco dell'esercito dei golpisti di Kiev, rendendo esplicito il sostegno di armi e istruttori che già, sottobanco, era stato garantito fin dall'inizio alle operazioni “antiterroriste” nell'Ucraina sud orientale avviate dai dirigenti nazional-fascisti della giunta ucraina e sfociate in un autentico genocidio delle popolazioni dell'Ucraina sud orientale, si precisa un quadro che dovrebbe terrorizzare l'opinione pubblica dell'intero nostro continente.

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marx xxi

Riflessioni sul programma di Syriza e il futuro della Grecia

di Lorenzo Battisti

sirizaLe elezioni greche hanno generato molte aspettative a sinistra, nella speranza che la vittoria di Tsipras e di Syriza possa cambiare gli equilibri europei e quindi aprire la strada alla fine dei programmi economici di austerità che hanno colpito i paesi europei negli ultimi anni. Al contempo, l'alleanza con il Partito dei Greci Indipendenti ha colto di sorpresa molti.

Partirò da un'analisi del programma di Syriza e di come è mutato rispetto al 2012. Cercherò poi di indicare l'importanza delle scelte post elettorali.

 

Le differenze con il programma del 2012

Il programma di Syriza è stato presentato a Settembre a Salonnico durante un discorso tenuto da Tsipras e poi ampiamente diffuso in rete. Il discorso può essere trovato qui in inglese(1) mentre la traduzione italiana è disponibile qui (2).

Innanzitutto non si possono non notare importanti differenze con il programma che Syriza presentò solo due anni e mezzo fa, quando per la prima volta arrivò a pochi passi dal governo della Grecia(3). Il programma attuale tratta esclusivamente il tema economico, non lasciando alcuna indicazione su altri importanti temi. In particolare due punti risaltano per la loro assenza.

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contropiano2

Il nuovo governo greco

Noi Restiamo intervista Joseph Halevi

310x0 1422815498561 rainews 20150201193014553In questi giorni sono usciti molti articoli sul nuovo governo greco e in particolare su alcuni suoi componenti. La maggior parte di questi articoli si è concentrata su aspetti di costume e non sulla sostanza, ossia su quali politiche economiche potrà mettere in atto la nuova compagine governativa.

Abbiamo quindi intervistato Joseph Halevi, professore di economia presso l'Università di Sydney, che ben conosce Yanis Varoufakis, neo ministro delle finanze in Grecia, di cui è amico e con cui ha anche scritto un libro (insieme a Nicholas Theocarakis): “Modern Political Economy: making sense of the post-2008 world” (Routledge).

 

Noi Restiamo: ci dai un giudizio sul risultato delle recenti elezioni in Grecia?

Joseph Halevi: il mio giudizio è essenzialmente positivo. C'è ovviamente un problema dovuto al fatto che Syriza ha delle posizioni molto eterogenee. Però voglio dire che l'esigenza che nasceva dalla crisi del Pasok ovviamente ha trovato sbocco in Syriza.

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megachip

#Tsipras, il gran botto nel Laboratorio Greco

di Pino Cabras

news 231180Se consideriamo la Grecia come un laboratorio, così come in molti fanno da anni, in occasione della vittoria di Tsipras abbiamo assistito all'incendio di molti alambicchi. Chi conduce l'esperimento, specie se si tratta di un test pericoloso, corre anche il rischio di collaudare qualcosa che non risponde ai suoi modelli di partenza: mette nel conto di sacrificare risorse, forzare i limiti, spingere al massimo le resistenze, scoprire cosa brucia subito e cosa provoca ritorni di fiamma imprevisti.

Se gli va bene, scopre una nuova formula che potrà ogni volta padroneggiare. Se gli va male, può provare e riprovare ancora sulle cavie, e solo dopo potrà estendere le esperienze sicure su un sistema più vasto. Oppure può circondare di misure di sicurezza quel piccolo e scoppiettante laboratorio isolato.

La Grecia è stata già altre volte un'officina per gli sperimentatori delle élite occidentali. Se ci pensiamo, negli stessi anni in cui in Italia gli ambienti atlantisti influenzavano la vita politica con la strategia della tensione e vari tentativi di colpo di Stato, ad Atene i militari andavano davvero al potere con un golpe, instaurando la Dittatura dei Colonnelli (1967-1974). Nella culla della civiltà europea si poté così sperimentare per qualche anno la soppressione delle normali libertà civili, lo scioglimento dei partiti politici, l'istituzione di tribunali militari speciali, il ricorso alla tortura e al confino per migliaia di oppositori.

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conness precarie

I risultati delle elezioni greche

Grande incertezza, situazione eccellente

di Akis Gavriilidis

o.265201Dopo il suo commento pre-elettorale, pubblichiamo un contributo di Akis Graviilidis sulla situazione greca dopo le elezioni e il giuramento del primo governo di SYRIZA. Quasi ironizzando sulle preoccupazioni di chi teme per i propri principi o per le proprie aspettative, Akis pone politicamente il problema delle possibilità aperte dal fatto della vittoria di Syriza. A noi questa annotazione politica pare decisamente importante. Prendere le mosse dal movimento che dal quel fatto può scaturire aiuta a evitare di ragionare sempre – in Grecia come altrove – come se nulla mai possa veramente cambiare, come se i soggetti politici siano sempre gli stessi. 

***

1. La mia seconda nota sulle elezioni greche, questa volta dopo che hanno avuto luogo, sarà necessariamente più frammentaria e impressionistica, oltre che più sentimentale. Il che (almeno spero) non significa che sarà superficiale.

Il primo sentimento che viene alla mente è il sollievo. La gente che non vive in Grecia, o che non ha neppure avuto modo di visitarla occasionalmente negli anni scorsi, non ha neanche idea di quanto insostenibile fosse diventata l’amministrazione di Samaras, da un punto di vista politico, etico e persino estetico. È difficile spiegare il senso di soffocamento prodotto da questo dominio basato sulla paura, sull’odio, sull’autoavvilimento, su praticamente tutte le possibili passioni negative che sono state compensate, a livello immaginario, da un’overdose di vanità e autoglorificazione nazionalistica.

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goofynomics

Cosa sapete della Grecia? (fact checking)

di Alberto Bagnai

grecia-elezioni-675Nei prossimi giorni si parlerà molto di Grecia. Ma voi, della Grecia, cosa sapete? Se siete qui per la prima volta, è probabile che sappiate solo quello che avete potuto apprendere dai mezzi di comunicazione italiani.
L'associazione a/simmetrie segue da quando si è costituita (due anni or sono) la vicenda greca, e ha raccolto autorevoli testimonianze di prima mano, che trovate sul suo sito.

Ve ne parlerò dopo, ma qui voglio occuparmi di quello che a noi è arrivato attraverso i mezzi di comunicazione. Cosa vi hanno detto, questi mezzi di comunicazione, e voi cosa avete, quindi, potuto capire?

Vi hanno detto che la Grecia era il più gran successo dell'euro.

Forse ve ne siete dimenticati, ma prima che la Grecia venisse ridotta a un cumulo di macerie dalle politiche della troika, qualcuno disse che essa era stata il più gran successo dell'euro proprio perché l'euro l'aveva spinta ad adottare queste politiche. Quel qualcuno era Mario Monti:

Quando quella persona disse quelle parole, la Grecia si trovava nella posizione evidenziata dal puntino rosso:

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sinistra aniticap

Francia – l’appello alla “santa alleanza”*

di Alain Bihr

19477-jeunes-banlieues-francaises-detruit-plusieursAl di là dell’inevitabile emozione e della legittima condanna, come (re)agire all’assassinio di una dozzina di persone nei locali di Charlie Hebdo e fuori, di cui buona parte della redazione, seguito da quello di altre quattro persone in un supermercato kasher di Porte de Vincennes? E soprattutto come non re/agire?

Non si tratta, infatti, di urlare con i lupi dell’estrema destra e della destra estrema, indistintamente, che additano già l’insieme dei musulmani che vivono in Francia, e magari in tutto il mondo, come responsabili collettivi e i colpevoli provati di quest’azione, in nome della presunta natura intrinsecamente criminale dell’islam o del presunto “scontro di civiltà”, che lo renderebbe incompatibile con la modernità occidentale. Ciò facendo, queste correnti non fanno che continuare e aggravare la loro normale propaganda razzista, di cui l’islamofobia costituisce una dimensione essenziale, additando tutti/e quelli/e quelle che mettono insieme sotto il nome di “immigrati” come capri espiatori gravati di tutti i mali, reali o immaginari, che ci assillano e come bersagli predestinati, che alcuni non hanno tardato a perseguire nelle ultime ore prendendosela con alcune moschee, negozi o ristoranti frequentati da musulmani.

Di fronte a queste imprese di strumentalizzazione politica dell’odio razziale occorre continuare a ricordare che, come tutte le religioni, l’islam cambia nello spazio e nel tempo e che non lo si può ridurre alle sue tendenze fondamentaliste o integraliste e, meno ancora, ai movimenti, gruppi o individui che possono richiamarsi al jihadismo.

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conness precarie

Grexodus

Elezioni, debiti, e il fantasma del post-auto-colonialismo

di Akis Gavriilidis

BIG SYRIZA govPubblichiamo un primo contributo in vista delle elezioni greche del prossimo 25 gennaio. Si tratta di un testo di notevole interesse, perché può aiutare a prendere le distanze dalle contrapposizioni domestiche, sia dalla fedeltà dichiarata ai principi sia dallo schieramento occasionale. Akis Gavriilidis affronta in maniera originale due nodi fondamentali: il ruolo e la posizione dei movimenti e lo specifico significato politico del momento rappresentativo nell’attuale situazione greca. Per Akis il rapporto tra movimenti sociali e SYRIZA non è riducibile all’alternativa tra la presa di parola diretta e il silenzio mentre parla il partito. Allo stesso tempo il momento rappresentativo è preso contraddittoriamente e ineludibilmente dentro la crisi della rappresentanza. Il sostegno elettorale a SYRIZA non si configura perciò come una cessione della possibilità di azione, ma come un modo per uscire dalla minorità in cui i greci sono stati obbligati negli ultimi anni, in quanto non adeguati agli standard del regime neoliberale. La possibilità di rendere contagiosa per l’Europa quella che è stata indicata come l’eccezione greca è una delle poste in gioco. Mai come in questo caso, delle elezioni nazionali sono un problema che va ben oltre il confine nazionale. Mai come in questo caso l’eventuale riaffermazione della sovranità porterà il segno della sua crisi.

***

Se in una repubblica parlamentare le elezioni sono viste come una specie di rappresentazione o sostituto istituzionale dello stato di eccezione al livello del potere costituito, cioè come il momento che sospende temporaneamente la normalità per ristabilirla, allora la Grecia negli ultimi anni ha vissuto uno stato di «eccezione permanente» anche da questo punto di vista.

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paneerose

Quante balle sulla Grecia e il suo debito!

Redazione di "il cuneo rosso"

media 005La Grecia torna a fare notizia. Si è interrotto il silenzio sulle intollerabili misure di “austerità” (=impoverimento di massa) che hanno colpito gran parte della popolazione negli ultimi anni, e ora suona l'allarme sulla possibilità che l'"estrema sinistra" di Syriza vinca le prossime elezioni del 25 gennaio, e sulle catastrofiche conseguenze che ciò potrebbe avere sulle nostre vite e soprattutto sui nostri portafogli. Si sostiene da più parti, infatti, che "noi tutti" ("ciascun cittadino" dell'Europa) siamo creditori della Grecia, e se per caso la Grecia dovesse non ripagare il suo debito a seguito dell'avvento al governo di Syriza, ci trufferebbe circa 600 euro a testa, in quanto "a soffrirne le conseguenze non sarebbero potenti banche o speculatori misteriosi, ma gli Stati", e quindi "noi cittadini" (così Stefano Lepri, "La Stampa", 31 dicembre 2014). In definitiva, saremmo "noi", gente che vive del proprio lavoro, a pagare per il fatto che la Grecia, il cui debito statale è intorno al 175% del Pil, ha speso più di quanto poteva - il sottinteso, non troppo sottinteso, è che i greci (tutti i greci) hanno preteso di vivere al di sopra delle loro possibilità e presentano ora agli altri europei, a tutti gli altri europei, il loro conto-spese in rosso da ripianare.

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cambiailmondo

Parigi 2015, tappa strategica verso il disordine globale

Che si può ancora fermare

di Rodolfo Ricci

notte-san-bartolomeoPrima o poi, bisognerà prendere coscienza che siamo tutti sulla stessa barca, anzi sullo stesso mare. Il Mediterraneo. Se ciò non accadrà, sarà la catastrofe. Dopo secoli di commerci, di domini incrociati tra est e ovest, di scambi economici e culturali a cui tutti hanno attinto ed attingono, forse ora, a distanza di 60 anni dalla fine – formale ma non sostanziale – della colonizzazione europea dell’Africa e del Medio Oriente, dovremmo prendere atto che siamo interconnessi, definitivamente.

Lo siamo in particolare, grazie all’immigrazione cosiddetta terzomondiale giunta in Europa dopo le ondate dei sud europei nel dopoguerra verso Francia, Gran Bretagna, Germania e altri paesi del nord Europa. Un’immigrazione che è il frutto della nostra geopolitica.

L’Europa è multiculturale di fatto, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. Lo è da tempo, anche se le è sempre mancata adeguata coscienza. L’Europa, come dimostrano gli eventi della crisi, è interculturale (e ben problematica) anche al suo interno, come mostra solo per citare un esempio, il crescere delle espulsioni di cittadini intra-europei dai territori di altri stati membri causate da una costitutiva assenza di solidarietà tra i suoi paesi. (vedi: http://www.funkhauseuropa.de/av/audiobelgien100-audioplayer.html)

Adesso questa coscienza deve emergere.

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sebastianoisaia

Riflessioni sui noti fatti parigini

Sebastiano Isaia

picture0311Il mondo islamico non ha conosciuto la rivoluzione borghese di tipo occidentale (dalla rivoluzione olandese a quella inglese, da quella americana a quella francese, dal Risorgimento tedesco a quello italiano), ed è precisamente questo il suo più radicale e cattivo vizio d’origine che tocca ogni aspetto della vita sociale dei Paesi che ne fanno parte. L’Islam, al contrario del cristianesimo, non è stato attraversato dalla Ragione, e questo punto Benedetto XVI, il Papa teologo tanto bistrattato e incompreso dal progressismo mondiale, lo aveva colto bene, ad esempio nella famigerata Lezione Magistrale tenuta all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006. Quel mondo non baciato dai Lumi sta ancora facendo i conti con questo cattivo retaggio storico e culturale, e anche l’Occidente ne paga le conseguenze, perché non solo esso non ha saputo o voluto favorire lo sviluppo della modernità nelle terre di Allah e di Maometto, ma ha fatto di tutto per renderle facili prede del fondamentalismo più retrivo e violento.

È, questa, una tesi che nei salotti buoni della cultura europea ha riscosso molto successo in questi tormentati e luttuosi giorni di dibattito intorno ai cosiddetti “valori repubblicani” e alla Civiltà Occidentale.  Se posta nei termini corretti, vale a dire storico-dialettici, la tesi sopra esposta può anche offrire interessanti spunti di riflessione. Rimane da capire fino a che punto ha senso, al di là della strumentalità politico-ideologica certamente non posta al servizio della verità, continuare a parlare in modo astratto e astorico di Occidente, di Civiltà Occidentale.

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paroleecose

I fondamentalisti e gli Ultimi Uomini

di Slavoj Žižek

[Questo intervento è uscito su «The New Statesman». Ringraziamo l’autore per averci concesso di pubblicare la nostra traduzione italiana. Il titolo è redazionale]

cropped-simon-the-stylite-01-1024x325Ora, mentre siamo tutti sotto choc dopo la furia omicida negli uffici di Charlie Hebdo, è il momento giusto per trovare il coraggio di pensare. Dovremmo, com’è ovvio, condannare senza ambiguità gli omicidi come un attacco alla sostanza stessa delle nostre libertà e farlo senza riserve nascoste (del tipo «comunque Charlie Hebdo provocava e umiliava troppo i Musulmani»). Ma questo pathos di solidarietà universale non è abbastanza. Dobbiamo pensare più a fondo.

Pensare più a fondo non ha nulla a che fare con la relativizzazione a buon mercato del crimine (il mantra «chi siamo noi occidentali, perpetratori di massacri terribili nel Terzo Mondo, per condannare atti simili»). Ha ancora meno a che fare con la paura patologica di molta sinistra liberal occidentale: rendersi colpevole di islamofobia. Per questa falsa sinistra ogni critica verso l’Islam è espressione di islamofobia occidentale: Salman Rushdie fu accusato di aver provocato inutilmente i Musulmani e quindi di essere responsabile, almeno in parte, della fatwa che lo ha condannato a morte, eccetera. Il risultato di una simile posizione è quello che ci può aspettare in questi casi: più la sinistra liberal occidentale esprime la propria colpevolezza, più viene accusata dai fondamentalisti di ipocrisia che nasconde odio per l’Islam. Questa costellazione riproduce perfettamente il paradosso del Super-io: più obbedisci a ciò che l’Altro ti chiede, più sei colpevole. Più tolleri l’Islam, più la pressione su di te è destinata a crescere.

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militant

Al momento di marciare molti non sanno…

Militant

b7g-tlwcuaa3bjIeri a Parigi, a guidare la marcia contro i “barbari tagliagole” c’erano altri barbari, quelli in giacca e cravatta.

Spiccava, per le mani sporche di sangue, il premier israeliano Benjamin Nethanyau, seguito a ruota dal presidente ucraino Poroshenko e dal turco Davotoglu. E c’erano quelli che l’estremismo islamico l’hanno creato, alimentato e finanziato.

E al loro fianco sfilavano quelli che in questi anni hanno votato le guerre umanitarie, lasciando sul campo, sotto le bombe dei B52 e dei droni, migliaia di vittime civili. Ma questo si sa, non è terrorismo, sono operazioni di polizia internazionale.

E poi c’erano quelli che, qui da noi, ogni giorno impongono politiche di lacrime e sangue a milioni di lavoratori.

Non c’era Obama, è vero, però, perchè non se ne sentisse la mancanza, c’era il segretario della Nato Jens Stoltembreg.

Tornano allora in mente, mai così attuali, i versi di Brecht: Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla del nemico è lui stesso il nemico.

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senzasoste

Se l'Europa dell'austerità e i suoi alleati marciano alla testa del corteo parigino

Redazione

parigi corteo autoritaOltre ad arrivare a commettere una strage aberrante, la serie di gesti sciagurati di Ahmedy Coulibaly e dei fratelli Kouachi e della loro rete logistica è riuscita a rianimare un morto anzi, a far esistere un qualcosa di mai nato: l'unità emotiva continentale attorno ai governanti dell’Europa dell'austerità.

Opera di rivitalizzazione che, tanto più, ha funzionato in terra francese. "Siamo un popolo", ha titolato Liberation, come se gli eventi parigini avessero posto fine ad un lungo interrogativo che metteva in forse l’esistenza stessa dei francesi. “Era da tanto che non ci sentivano così fratelli”, commenta poi il quotidiano fondato da Jean-Paul-Sartre che, a suo tempo, dubbi sulla sensazione di sentirsi un popolo di fratelli grazie alla reazione dopo un attentato ne aveva seminati (visitò Andreas Baader della RAF in carcere proprio, tra le tante, per non legittimare l’adesione emotiva alla convergenza tra senso della democrazia e stato di polizia).

E così, tra fratelli del radicalismo islamico e fratelli civilizzati francesi, il comunitarismo di Allah e quello repubblicano francese si trovano uno davanti all’altro. Durerà l’esistenza di questo confronto? I paesi occidentali sono spoliticizzati, reazioni come quelle di Parigi, più che preludere a un fiorire di “fratellanze” o organizzazioni di base, appartengono a quei fenomeni di elaborazione del lutto e del trauma collettivo come accade dopo i terremoti. Fenomeni pronti a dissolversi velocemente in caso di assenza di nuovi traumi. Le differenze dei governi europei, sulle politiche per affrontare fenomeno del radicalismo islamico, si sono poi già manifestate.

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contropiano2

La guerra in casa

I fatti di Parigi e gli apprendisti stregoni

Rete dei Comunisti

f29edca87e48de9a27ffe2af45e070c7 lLa guerra arriva fino nel cuore dell’impero: quanto è successo a Parigi è esattamente questo, che ci piaccia o meno. Gli spot che da mesi invadono le tv, entrando nei nostri salotti e nelle nostre cucine, che ci raccontano che con la nascita del Mercato Comune Europeo prima e l’Unione Europea poi ormai da più di 60 anni non ci sono più guerre in Europa, oltre a essere falsi probabilmente non sono più neanche rassicuranti.

I 12 morti nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo di mercoledì, l’uccisione di ieri dei presunti attentatori e degli ostaggi, sono vittime di guerra. Non sappiamo quanto consapevoli ma questo sono, e non ascrivibili a superficiali o mistificatorie spiegazioni sulla follia o il terrorismo.

Sono chiari fatti di guerra, che ogni parte in campo conduce con i mezzi che ha a disposizione, con le strategie militari che decide di attuare o che le condizioni oggettive e i rapporti di forza gli permettono.

Le dinamiche, gli autori dell’attacco, il tipo di vittime, sono elementi che si prestano facilmente a interpretazioni nel migliore dei casi fuorvianti, se non false e tendenziose, rievocando i temi del fanatismo, della libertà di stampa o complessivamente intesa, della difesa della democrazia, dello scontro di civiltà, perdendo di vista, o facendolo volutamente perdere, il legame tra i fatti e le reali situazioni economiche, politiche, militari internazionali.

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