SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

estero

Patrick Boylan: Ci sono ancora speranze in Ucraina?

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

megachip

Ci sono ancora speranze in Ucraina?

di Patrick Boylan

Nonostante la tensione per la voce infondata dell'invasione russa, appaiono perfino remoti segnali di fine ostilità in Ucraina: speranza o chimera?

NEWS 214232Da mesi i media denunciando “l'aggressione di Putin” contro l'Ucraina ed ora fanno vedere una controversa pistola fumante: presunte foto satellitari di blindati russi (ma senza le coordinate GPS).  Quattro voci autorevoli, invece, ci invitano a ripensare la narrazione ufficiale. Infatti, in Ucraina c'è anche la NATO (ma non si vede): vuole installare i suoi missili sulla frontiera russa, fermare il multipolarismo e ripiombarci nel bipolarismo della Guerra Fredda.  Gli eventi in Ucraina ci riguardano dunque tutti -- e da vicino. Cerchiamo allora di capirli meglio.

Lo scorso primo luglio, Henry Kissinger, ex Segretario di Stato USA e uomo politico notoriamente di destra, ha stupito tutti con un articolo sul Washington Post in cui chiedeva la cessazione delle ostilità tra le parti nell'est dell'Ucraina e tra Washington e Mosca. “Basta con la demonizzazione di Putin e la politica dello scontro, bisogna trattare” ha ammonito Kissinger ( originale in inglese - resoconto in italiano ).

Poi, nel mese di agosto, sono apparsi altri tre articoli sull'Ucraina dello stesso tenore, tutti scritti da esponenti autorevoli dell'establishment europeo e statunitense:

Piotr: Il chiarimento del caos

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

megachip

Il chiarimento del caos

Perché gli USA usano l'ISIS per conquistare l'Eurasia

di Piotr

Una straordinaria analisi a firma Piotr. Cos'è la Terza guerra mondiale a zone di cui parla il papa. I veri confini del dibattito su ISIS, Di Battista, l'Ucraina, i curdi

news 2135681. I corsari erano dei privati (spesso armatori) che ingaggiavano comandanti abili nella navigazione per perseguire propri interessi in condominio con quelli politici di una potenza che li forniva, appunto, di una "lettera di corsa". Tale lettera li abilitava ad attaccare e saccheggiare navi di altre potenze sotto particolari condizioni (solitamente una guerra).

Le attività dei pirati e quelle dei corsari erano praticamente le stesse. Cambiavano solo le coperture politiche ufficiali. Diversi corsari finirono la loro carriera come pirati, a volte impiccati dagli stessi governi che li avevano ingaggiati.
 
Di fatto i corsari potevano permettersi di fare quelle cose che uno Stato riteneva politicamente e/o economicamente imprudente fare.
 
Una variante molto più in grande ed organizzata erano le Compagnie commerciali dotate di privilegi, come la famosa Compagnia Inglese delle Indie Orientali, che benché totalmente private (la Corona inglese non possedeva nemmeno un'azione delle Compagnie inglesi) avevano il nulla osta per condurre guerre e attività di governo.
 
Corsari e pirati hanno smosso le fantasie romantiche e libertarie di generazioni di persone che invece storcevano il naso per le imprese dei loro mandanti. 
 
Oggi la storia si ripete. In peggio.

Niccolò Serri: Il Califfato, o della Modernità Occidentale

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

404notfound

Il Califfato, o della Modernità Occidentale

di Niccolò Serri

hipsterjihadiCon la sua recente avanzata nelle pianure di Nineveh e l’assalto alle limitrofe postazioni occupate dai Peshmerga Kurdi, l’ISIL/ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), o più semplicemente IS (Stato Islamico), ha esteso il suo controllo su una porzione di territorio più o meno grande come il Belgio, fra Aleppo e Mosul. Già da inizio Giugno, il movimento si è candidato a strappare ad Al Qaeda e agli Al Shabaab somali la palma di gruppo terroristico più ricco del pianeta, potendo contare non solo sui proventi delle sue sistematiche razzie, ma anche sul ben più remunerativo controllo dei giacimenti di gas e petrolio a cavallo tra Iraq e Siria.

Di fronte a questo processo di vero e proprio state-building totalitario, forse ancor più che di fronte alla sistematicità del massacro palestinese, la narrazione occidentale resta intrappolata in una visione ‘orientalistica’ della realtà mediorientale. La brutalità dei massacri (da ultimo quello degli Yazidi) viene ricondotta, ancora una volta, ad una barbarie irrazionale, frutto della mancata modernizzazione dell’area, della ferocia inter-settaria e dell’ineliminabile refrattarietà della religione musulmana al progetto della democrazia liberale.

La striscia di Gaza è descritta come un brulicante coacervo di odio anti-israeliano, da cui, contro ogni valutazione tattico-strategica, continuano a essere lanciati missili contro le soverchianti forze israeliane; l’IS è assimilato ad una primitiva orda di mongola memoria, descritto sbrigativamente come «più estremista di Al Qaeda», animato da una furia cieca e devastatrice. La sofferenza degli uni e la violenza degli altri sono sempre tenute a debita distanza dalla nostra coscienza occidentale, ‘esoticizzate’ e marginalizzate come residuo anti-moderno.

Militant: Dalla parte della Resistenza palestinese, senza se e senza ma

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

militant

Dalla parte della Resistenza palestinese, senza se e senza ma

Militant

afc7581e2e0d081468c00ea72e570790 lNon è certo semplice, men che meno immediato, riuscire a spiegare le ragioni per cui oggi qualsiasi opera di distinguo, di presa di distanza all’interno della Resistenza palestinese, sia giocoforza complice della carneficina israeliana. Eppure, oggi come in altre circostanze, è necessario portare avanti qualche posizione scomoda, non precostituita, fuori dal normali canoni del dibattito politico a sinistra.

Non c’è dubbio che Hamas non sia il nostro punto di riferimento politico nel mondo arabo. Le sue posizioni, che possono per (troppa) comodità essere sintetizzate nell’esasperato radicalismo religioso, la rendono una formazione politica distante dalla nostra ideale visione delle cose del mondo. Se il tentativo di capire la situazione mediorientale, per molti versi paradigmatica dell’evoluzione politica che potrebbe avvenire anche in altri contesti, terminasse qui, avremmo già la nostra sentenza: con una forza intimamente teocratica e anticomunista si può condividere molto poco, quasi niente, neanche singoli passaggi tattici contro eventuali nemici comuni. Questa però sarebbe una visione a dir poco superficiale e sclerotizzata dei rapporti politici esistenti nel contesto palestinese, e che soprattutto risentirebbe del punto di vista eurocentrico del modo di guardare le cose altrui.

Alessadro Di Battista: ISIS: Che fare?

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

blog grillo

ISIS: Che fare?

Alessadro Di Battista

isis"Dagli anni '20 ai '60

A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.

Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?

La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.

 

La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo

Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere.

Sergio Cararo: Le soglie dell'orrore

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

contropiano2

Le soglie dell'orrore

Sergio Cararo

aa81033bdbbecab3ae0723076ec8e718 lL'ultimo mattatoio scatenato da Israele a Gaza ha alzato l'asticella delle vittime: quasi 1900, più dell'operazione Piombo Fuso che aveva segnato la “soglia” precedente di una asimmetria del dolore e della brutalità militare in una Palestina da 66 anni alle prese con l'occupazione coloniale israeliana.

Adesso sembra che dopo l'orgia di bombe, droni, cannonate, missili e quant'altro si sia raggiunta la tregua. Molti si augurano che regga, troppo pochi si augurano che la fine delle ostilità non rappresenti altro che il ripristino della intollerabile situazione pre-esistente a Gaza: una prigione a cielo aperto dalla quale non si può fuggire neanche sotto i bombardamenti. Che prima o poi torneranno a fare strage di innocenti.

Quanto avvenuto a Gaza e in Palestina in questi decenni svela una parte significativa delle contraddizioni inaccettabili delle attuali relazioni internazionali, ma abbiamo l'impressione che l'ultimo mattatoio a Gaza riveli anche qualcosa di più ed estremamente preoccupante.

In questi anni la realtà dei “due pesi e due misure” ha agito sistematicamente nella trattazione della vicenda dei rapporti tra Stato di Israele e palestinesi. Al primo è stato consentito tutto quello che non è stato consentito ad altri Stati. “Perchè il mondo permette ad Israele di fare quello che fa?” si interrogava sei anni fa Ilan Pappe.

Per molto meno di quello che le autorità e le forze armate israeliane hanno fatto nel 2009, nel 2012 ed ora a Gaza, altri stati sono sottoposti a embarghi, sanzioni e addirittura ad interventi militari punitivi.

Giulietto Chiesa: Chi parla di terza guerra mondiale?

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

megachip

Chi parla di terza guerra mondiale?

di Giulietto Chiesa

I neocon, tramite Victoria Nuland, volevano fare dell'Ucraina una crisi di valenza internazionale, o addirittura mondiale. Ma perché la fretta?

news 212041Della crisi ucraina ho già scritto a più riprese. La prima cosa che mi colpì, nel momento in cui Viktor Yanukovic fu rovesciato da un colpo di stato plateale, appoggiato patentemente dagli Stati Uniti (meglio dire da loro promosso) con l'attiva partecipazione della Polonia, della Lituania e dell'Estonia, e dei fantocci al potere a Bruxelles, fu la sua apparente inutilità. Perché mettere in atto un golpe se Yanukovic poteva essere tranquillamente tolto di mezzo tra un anno con regolari elezioni?

E altre domande portavano tutte a conclusioni analoghe.

Perché rovesciare il tavolo quando l'Ucraina era già nelle mani degli americani, completamente - Yanukovic o non Yanukovic - da diversi anni? Sicuramente dai tempi della cosiddetta "rivoluzione arancione di Yushenko-Timoshenko? Che consegnarono nelle mani della CIA gli ultimi rimasugli di sovranità nazionale, dopo quelli svenduti dai precedenti presidenti dell'Ucraina "indipendente": Kravchuk e Kuchma?

Perché infine rovesciare Yanukovic quando lo stesso quarto e ultimo presidente dell'Ucraina aveva già venduto il Donbass alla Chevron e alla Shell: la bellezza di quasi 8000 chilometri quadrati di territorio per la durata di 50 anni, un accordo segreto in gran parte valutato 10 miliardi di dollari alla ricerca del gas da scisti bituminosi che avrebbe liberato "per sempre" l'Ucraina dalla dipendenza energetica dall'odiata Russia?

Angelo d'Orsi: Con la guerra di Gaza va forte il «rovescismo»

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

manifesto

Con la guerra di Gaza va forte il «rovescismo»

Angelo d'Orsi

Denunciamo le menzogne dei media, le complicità dei governi occidentali, con quello di Tel Aviv, in particolare l’oscena serie di accordi (militari, innanzi tutto) dell’Italia con Israele. Con le parole di un grande uomo, Primo Levi, "Se non ora, quando?"

palestina2Ho tra­scorso la set­ti­mana in Spa­gna, a Malaga, a una Scuola estiva della Cat­te­dra Une­sco di quella Uni­ver­sità. Il tema della sezione a cui ho par­te­ci­pato come rela­tore era “L’impegno degli intel­let­tuali”. Seguivo, natu­ral­mente, la noti­zie sem­pre più ango­sciose pro­ve­nienti dalla terra mar­tire di Pale­stina, con­sta­tando l’assoluta “distra­zione” del ceto poli­tico, rispetto a quei fatti di scon­vol­gente gra­vità, e il totale disin­te­resse, salvo pochis­sime ecce­zioni, del “mondo della cultura”.

Ricordo altre sta­gioni, come l’invasione del Libano e la guerra con­tro Hez­bol­lah, del luglio 2006, o il bom­bar­da­mento di Gaza del dicem­bre 2008-gennaio 2009: sta­gioni in cui fio­ri­rono appelli, e la mobi­li­ta­zione di pro­fes­sori, gior­na­li­sti, let­te­rati, scienziati,artisti fu vivace e intensa. Si denun­cia­vano le respon­sa­bi­lità di Israele, la sua pro­terva volontà di schiac­ciare i pale­sti­nesi, invece di rico­no­scer loro il diritto non solo a una patria, ma alla vita. Oggi, silen­zio. La mac­china schiac­cia­sassi di Mat­teo Renzi , nel suo mici­diale com­bi­nato dispo­sto con Gior­gio Napo­li­tano, si sta rive­lando un effi­ca­cis­simo appa­rato ege­mo­nico.

L’intellettualità “demo­cra­tica”, facente capo per il 90% al Pd, appare alli­neata e coperta.

Sandro Moiso: Chi vince e chi perde a Gaza

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

carmilla

Chi vince e chi perde a Gaza

di Sandro Moiso

palestinian resistanceE’ sicuramente difficile da fare in momenti in cui l’orrore e la rabbia per il massacro dei palestinesi rischiano di prendere il sopravvento sulla riflessione, ma occorre mantenere il necessario distacco dall’immanenza degli eventi per poter meglio comprenderli ed inquadrarli nel loro reale contesto storico e politico.

A Gaza si combatte e si muore non solo per il diritto del popolo palestinese ad affermare il proprio diritto all’esistenza e a quella di uno stato degno di questo nome.

A Gaza non agiscono soltanto lo stato fascista di Israele e i rappresentanti del sionismo più aggressivo.

A Gaza non si può guardare soltanto con gli occhi dell’umanitarismo becero del cattolicesimo e del generico pacifismo.

A Gaza si sta giocando una partita mondiale.

Partita che si è aperta ormai da molti anni e che, con buona pace di chi predicava circa vent’anni fa la fine della storia, vede venire al pettine tutti i nodi della storia del novecento e della crisi del dominio occidentale (economico, politico e militare) sul globo.

Grateful Dead: Lo sgarro dell’Argentina

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

quaderni s precario

Lo sgarro dell’Argentina

di Grateful Dead

La vicenda del presunto default dell’Argentina la dice lunga sulla connivenza tra potere finanziario e legislazione. E ci chiarisce come la speculazione sia ancora oggi al di fuori di ogni controllo. Il biopotere della finanza si perpetua in modo pervasivo, in grado di sottomettere ai suoi interessi intere nazioni

ArgentinaDefaultImprovvisamente in questi giorni, ha cominciato ad aggirarsi di nuovo lo spettro del default. Il caso riguarda l’Argentina. Il 30 luglio, infatti, scadeva il termine per il rimborso degli ultimi creditori.

Che cosa sta succedendo? Ricapitoliamo la vicenda, anche perché la stampa mainstream (vedi ad esempio Repubblica del 30 luglio) lancia l’allarme del default (emergenza sempre utile, soprattutto in Italia e in Europa) senza spiegare che cosa sia successo. Pochi sono i contributi che cercano di far comprendere che cosa sta succedendo (tra questi, segnaliamo, il commento di Carlo Formenti)

Cominciamo con ricordare che l’odierno rischio di default dell’Argentina non dipende dall’attuale situazione economica del paese. L’Argentina, infatti, negli ultimi 10 anni è cresciuta più del 7% all’anno e ha ridotto il debito pubblico dal 140% al 43% del Pil e quello tra debito estero e esportazioni dal 300% al 60% nel periodo 2002-2014. Ne dovrebbe conseguire una maggior affidabilità nel pagamento sia del debito interno che del debito estero.

Oltre a questo andamento congiunturale positivo ci sono altri due aspetti interessanti che confermano il miglioramento economico argentino, pur con tutte le contraddizioni del caso: il primo è che l’Argentina, senza supporto finanziario estero, è uscita dalla profondissima crisi economica del 2001-03, mantenendo (al pari dei paesi del continente sudamericano, Brasile in testa) la propria sovranità politica e soprattutto economica (a differenza dell’Europa), migliorando la distribuzione del reddito (indice di concentrazione di Gini: 0,551 nel 2002 vs. 0,411 nel 2013), diminuendo la disoccupazione (dal 25% al 7% in 10 anni) e registrando un incremento nella speranza di vita (dai 73 ai 76 anni).

John Pilger: Su Israele, l'Ucraina e la Verità

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

vocidallestero

Su Israele, l'Ucraina e la Verità*

di John Pilger

Da CounterPunch un'analisi spietata ed inquietante sull'eclissi delle capacità critiche della nostra civiltà. Dalle questioni geopolitiche (tra cui, spesso, massacri e guerre promosse dall'Occidente) ai fatti della nostra vita, si è realizzato nel modo più morbido il totalitarismo orwelliano: dietro l'illusione dell'"era dell'informazione" e del multiculturalismo s'impone in realtà un'unica possibile visione del mondo, un unico schema di interpretazione della realtà. Se pure non c'è nulla di nuovo sotto il sole, oggi sembrano però mancare figure capaci di esprimere efficacemente un'alternativa radicale (o sono sommerse dal frastuono).

1984-orwellL'altra sera ho visto 1984 di George Orwell rappresentato sul palcoscenico, a Londra. Nonostante abbia fortemente bisogno di un'interpretazione contemporanea, l'avvertimento lanciato da Orwell riguardo al futuro è stato rappresentato come un oggetto d'epoca: remoto, non minaccioso, quasi rassicurante. È come se Edward Snowden non avesse rivelato nulla, come se il Grande Fratello non fosse oggi uno spione digitale e Orwell stesso non avesse mai detto: "Per essere corrotti dal totalitarismo non è necessario vivere in un paese totalitario."

Acclamata dai critici, questa sapiente rappresentazione ha dato la misura del nostro tempo culturale e politico. Quando si sono riaccese le luci, le persone stavano già uscendo. Sono sembrati impassibili, o forse avevano altre cose per la testa. "Che delirio," ha detto una giovane donna mentre accendeva il cellulare.

Mentre le società avanzate diventano de-politicizzate, i cambiamenti sono tanto sottili quanto spettacolari. Nei discorsi quotidiani, il linguaggio politico si capovolge, come Orwell profetizzava in 1984. La parola "democrazia" è un artificio retorico. La pace è "perpetua guerra". "Globale" significa imperiale. Il concetto di "riforme", un tempo pieno di speranza, oggi significa regressione, perfino distruzione. "Austerità" è l'imposizione del capitalismo estremo sui poveri e i doni del socialismo dati ai ricchi: un sistema ingegnoso nel quale la maggioranza copre il debito di pochi.

Pier Francesco Zarcone: La frantumazione di Vicino e Medio Oriente

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

utopiarossa2

La frantumazione di Vicino e Medio Oriente

di Pier Francesco Zarcone

Un caos propagabile
 
muslim-brotherhoodNulla sarà più come prima. È una predizione assai facile, in base allo stato di disfacimento politico in cui oggi si trova tutta l’area che va dalla Libia all’Afghanistan, come al solito grazie all’imperialismo occidentale. Gli Stati più o meno artificiali creati dai vincitori della Prima guerra mondiale, spartendosi il defunto Impero ottomano attraverso la mistificazione dei “mandati”, potrebbero scomparire o comunque potrebbero nascere nuove linee di frontiera. Né vanno trascurati entità precarie come il Pakistan (originariamente addirittura distinto in due parti lontanissime fra loro, di cui quella orientale sarebbe poi divenuto il Bangla Desh) e l’Afghanistan, che obiettivamente è sempre stato un caso a parte, più o meno tenuto insieme da dinastie la cui forza derivava da accorti equilibrismi tra i componenti di un complicato mosaico etnico-religioso e tribale. Ciò almeno fino a che nel lontano 1973 il re Zahir Shah non venne spodestato dal cugino Sardar Muhammad Daud che proclamò la repubblica; le successive occupazioni sovietica e statunitense hanno però definitivamente scompigliato le tessere del puzzle con cui si può metaforicamente identificare quel paese.
 
Tutto si complica inevitabilmente quando, con estrema miopia ammantata da cinica furbizia, gli imperialisti utilizzano proprio l’estremismo islamico per destabilizzare e dominare. Il caos afghano è sotto gli occhi di tutti, e dopo il ritiro degli occupanti occidentali le cose andranno anche peggio.

Dante Barontini: La guerra alle porte

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

contropiano2

La guerra alle porte

Dante Barontini

a41ba1246953ffe5e2ef9f8f130aa69c lObama e Cameron hanno deciso: ad abbattere l'aereo malese sono stati i filorussi che vogliono sganciarsi dall'Ucraina consegnata ai nazisti. L'inchiesta internazionale, di cui si continua a parlare, servirebbe eventualmente solo a confermare – con tutti i crismi dell'ufficialità diplomatica – una tesi che è eufemistico definire preconfezionata.

Sia chiaro: in questo tipo di vicende la verità è un optional. Nessuna delle parti ha il minimo interesse per come sono andate realmente gli eventi, importa soltanto l'uso che se ne può fare. E per l'Occidente l'occasione è di quelle lungamente cercate; per la Russia la conferma definitiva di un assedio che le carte geografiche e storiche dimostrano con disarmante evidenza.

Quindi escalation. Diplomatica, per ora. Con incremento e indurimento delle sanzioni applicate alla Russia (ma in realtà soprattutto all'Europa, che dal gas e dal petrolio russi dipende in misura notevole, per obbligarla a recidere i legami con l'est), l'estromissione di Mosca da tutta una serie di consessi internazionali dove si mediano gli interessi globali.

Ma la via è tracciata. È identica a quelle già percorse negli ultimi decenni, contro la Jugoslavia e la Libia, due volte contro l'Iraq, diversi paesi africani in cui il colonialismo si è ripresentato tale e quale. Con abiti francesi o inglesi o statunitensi, ma con identiche modalità: via i regimi non in sintonia con gli interessi imperialisti, dentro altri regimi – non certo “democratici” - totalmente allineati.

Patrick Boylan: La III Guerra in Iraq, stavolta senza tamburi

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button
megachip

La III Guerra in Iraq, stavolta senza tamburi

Un motivo c'è

di Patrick Boylan*

IraqLa III Guerra in Iraq è già iniziata, con la rapida conquista della fascia centrale del paese da parte delle milizie ben armate dell'IS (Stato Islamico - originariamente ISIL, Stato Islamico dell'Iraq e del Levante) e con la presa armata, da parte della guerriglia curda nel nord, della zona petrolifera di Kirkuk e l'«espulsione» (agevolata con premi di trasloco) dei non-curdi della regione.

Strano a dirsi, quest'ascesa folgorante dei fanatici dell'IS non sembra preoccupare l'Occidente più di tanto - e nemmeno l'espansionismo curdo. Niente allarmismi da Washington, nemmeno dai falchi, solitamente pronti a cogliere qualsiasi occasione per reclamare un'azione militare.

Di conseguenza, i nostri mass media non battono con fracasso i tamburi di guerra, come fecero prima della I Guerra in Iraq (1990), della Guerra in Afghanistan (2001), della II Guerra in Iraq (2003), e della Guerra in Libia (2011) per far accettare dall'opinione pubblica l'impiego anche di militari italiani in questi conflitti.

Una quiete surreale accompagna le vittorie odierne in Iraq delle milizie dell'IS, per quanto esse siano indiscutibilmente composte da guerrieri feroci e fanatici. Persino il Presidente Obama rimanda di continuo l'uso offensivo in Iraq dei suoi amati droni e consente il tranquillo svolgersi degli eventi.

Una spiegazione per tutto ciò ci sarà.

Vladimiro Giacché: Il mito della riunificazione tedesca

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

transatlantico

Il mito della riunificazione tedesca

Andrew Spannaus intervista Vladimiro Giacché

unificazione-germania-satira-480x330Si parla molto del boom della Germania, come un modello da seguire: un paese che ha i conti a posto, una forte economia basata sull’export di alto livello, dove non ci sono i terribili problemi di burocrazia e corruzione che si vivono qui in Italia.

Da tempo mi chiedo se sia proprio così, cioè se davvero la Germania abbia fatto tutto giusto: sono più bravi, efficienti, ma, soprattutto, sono riusciti a mantenere quell’impronta sociale che in passato si contrapponeva al modello “anglosassone” del libero mercato?

Infatti, il cosiddetto modello renano è stato tanto criticato da chi promuoveva la deregulation e il dominio della finanza qualche anno fa.

Un giorno ad un convegno a Roma mi sono trovato seduto accanto a Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche. Dopo esserci scambiati qualche commento sugli interventi degli altri relatori, e i rispettivi biglietti da visita, ci siamo poi incontrati di nuovo qualche settimana dopo. Alla fine ho letto il suo libro sulla Germania: Anschluss, l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (Imprimatur editore, Reggio Emilia 2013).

Alessandro Farulli: Contrordine: la finanziarizzazione e la delocalizzazione sono cattive, si torna a casa

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button
eddyburg

Contrordine: la finanziarizzazione e la delocalizzazione sono cattive, si torna a casa

di Alessandro Farulli

imageOops, ci siamo sbagliati. «La massiccia finanziarizzazione dell’economia, avvenuta negli anni ’90, aveva fatto pensare che non ci fosse più posto per il manifatturiero in un mondo caratterizzato dal predominio del terziario e dei servizi. Ma la storia economica dimostra oggi che solo ritornando alla fabbrica il Paese può ripartire». Con queste poche parole Anie, che si auto definisce una delle maggiori organizzazioni di categoria del sistema confindustriale per peso, dimensioni e rappresentatività, liquida una “sanguinosa” discussione trentennale che sarebbe niente, se solo non avesse trascinato con sé posti di lavoro, diritti dei lavoratori, capacità produttive e Pil nazionale come poco altro in precedenza.

Oops, ci siamo sbagliati – ma non ditelo alla Fiom – e ora vogliamo tanto tornare in Italia, come spiega Anie sempre in modo asettico: «Nell’ambito dei cambiamenti delle dinamiche manifatturiere, stiamo assistendo ad un fenomeno nuovo, noto come back reshoring, che consiste nel riportare in patria i siti produttivi precedentemente delocalizzati all’estero. Secondo recenti studi realizzati dal professor Fratocchi e dal suo gruppo di ricerca Uni-Club MoRe Back Reshoring, l’Italia è il secondo Paese nel mondo per rimpatri produttivi, alle spalle solo degli Stati Uniti e quindi primo in Europa». Perché? Alla domanda “quali sono gli interventi di politica industriale che il Governo dovrebbe approntare per favorire il ritorno del manifatturiero in Italia”, il 30% delle aziende intervistate ritiene che la priorità sia la riduzione del cuneo fiscale, più di un quarto di esse la semplificazione della burocrazia e il 18% del campione la detassazione degli utili in Ricerca&Sviluppo.

Pagina 2 di 17

You are here: