SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Luis Sepùlveda: Un giorno di feroce tristezza

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Un giorno di feroce tristezza

F. Fiorini intervista Luis Sepùlveda

40 anni fa, lo scrittore era nelle forze di sicurezza socialiste che difesero Santiago dal golpe di Pinochet. «Quel giorno la mia gioventù finì violentemente. E da allora il Cile non è più uscito dalla dittatura»

Quarant'anni fa iniziò la dittatura militare in Cile. Possiamo dire che oggi tutto quello che prese il potere in quel momento è stato superato, o ci sono ancora dei resti del sistema nei posti di comando del paese e della società civile?

Nessuno che conosca la storia può sostenere che tutto ciò sia stato superato. A partire dall'11 settembre '73 in Cile è stata installata una feroce dittatura che ha eliminato qualsiasi tradizione democratica. Per quanto imperfetta, la democrazia cilena aveva pur sempre distinto il paese come un esempio in tutto il continente americano. Inoltre, è stato imposto un modello economico ben preciso. Il Cile è stato il primo luogo in cui sono state messe in pratica le politiche neo-liberali teorizzate da Friedman e dalla Scuola di Chicago. Un esperimento che per poter funzionare aveva bisogno di una nazione governata da un despota, senza alcuna opposizione, senza partiti politici, senza sindacati, senza organizzazioni sociali e con un sistema dei media completamente asservito alla dittatura e al suo programma economico. Uno stato si governa attraverso l'ordinamento dettato dalla propria Costituzione e oggi, a quarant'anni di distanza dal golpe, il Cile ha ancora la stessa Costituzione che approvò la dittatura.

Giulietto Chiesa: La guerra dei bugiardi al cubo

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La guerra dei bugiardi al cubo

di Giulietto Chiesa

Con tutta probabilità il 2013 finirà in guerra. Il colpo contro Damasco viene presentato come "limitato", "breve", come un "avvertimento". In realtà è solo un trucco (questa è una storia di trucchi) per cominciare una guerra lunga. Quanto lunga? Infinita. Cioè fino alla fine. La nostra fine, quella di coloro che leggono queste righe.
 
In realtà è la prosecuzione di una guerra che cominciò l'11 settembre 2001, ma furono in pochi ad accorgersene. E non se ne accorsero perché non avevano capito che l'Impero era entrato in una crisi ormai irreversibile, e che stava cercando di predisporre gli strumenti politici, militari, psicologici per cambiare il corso della storia, e prolungare a tutti i costi (nostri) il suo potere.

Siamo dunque in guerra da dodici anni, ma facciamo fatica a capire come mai le cose vanno sempre peggio e come mai gli eventi accelerano la loro caduta verso il basso.
È perché, di nuovo, non abbiamo capito bene quello che sta succedendo.
 
Kosovo, Afghanistan, Iraq, "primavere arabe", Libia, colpo di stato in Egitto, erano e sono mosse della stessa partita.

Collettivo “Noi saremo tutto” Genova: Il punto di non ritorno

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Il punto di non ritorno

L’attacco alla Siria e la corsa contro il tempo

Collettivo “Noi saremo tutto” Genova

“Tutti sanno che le guerre scaturiscono soltanto dai rapporti politici fra governi e fra popoli, ma abitualmente le cose vengono presentate in modo da far credere che, all’inizio della guerra, questi rapporti cessino e sorga una situazione assolutamente diversa, sottoposta soltanto a leggi sue proprie. Noi al contrario, affermiamo che la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l’intervento di altri mezzi” (Karl von Clausewitz , Sulla guerra)

Arsenico e vecchi merletti

Ormai sembra essere solo questione di ore e la battaglia per il “corridoio di Damasco” avrà inizio. Il pretesto, il presunto uso di armi chimiche da parte del Governo di Damasco, appare ancora più forzato di quello, rivelatosi velocemente una bufala dalle dimensioni colossali, utilizzato a suo tempo per “legittimare” l’attacco a Bagdad. Nessun Governo, infatti, è tanto folle da utilizzare, in uno scenario di guerra che ha su di se puntati gli occhi del mondo intero,  armi non convenzionali quali i gas e ciò da quando tale “escamotage”, a partire dalla Conferenza di Ginevra  del 1925, è stato messo al bando dall’intera comunità internazionale. Certo, l’uso di armi non convenzionali al fine di risolvere una qualche “bagatella” locale è sempre possibile ma, questo il punto, la dimensione del conflitto siriano è tutto tranne che un modesto affare interno. Per il significato che ha assunto si tratta di un conflitto la cui natura è, a tutti gli effetti, immediatamente internazionale per cui è obbligato a sottostare a tutte le retoriche del caso. Andare fuori frame non è pertanto possibile.  Di ciò, ogni governante, ne è e ne è sempre stato assolutamente conscio. Persino chi dell’asserzione: “I trattati sono semplici pezzi di carta”, ne aveva fatto qualcosa di più di una semplice sparata propagandistica, pensò bene di non varcare quella soglia.

Angelo d’Orsi: La giustizia sommaria dell’Occidente

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La giustizia sommaria dell’Occidente

di Angelo d’Orsi

I bambini, i bambini, i bambini… Finirà mai la ignobile speculazione sui bambini, vittime di guerra, per giustificare nuove guerre? Indimenticabile, nel 1999, la frase dell’allora ministro della Difesa, Piero Fassino: “Solo chi non ha guardato negli occhi un bambino kosovaro è contrario all’intervento militare”. E l’Italia intervenne, sulla base di una campagna di disinformazione, diplomatica, politica e giornalistica. E fu la guerra del Kosovo, o l’ultima guerra dei Balcani, dove la più grande coalizione militare mai vista nella storia (19 Stati) si scatenò contro quel che rimaneva della Repubblica Federale di Jugoslavia, che nella propaganda veniva chiamata (un po’ sprezzantemente) “la Serbia”, colpevole di essere l’ultimo Stato che orgogliosamente si dichiarava socialista nel cuore d’Europa; uno Stato grande come un paio di regioni italiane.

La “comunità internazionale” aveva stretto con un assedio diplomatico quello staterello, poi aveva imposto condizioni inaccettabili a Rambouillet (per poter accusare Milosevic di averle rifiutate), e ormai avendo la Nato (non il Patto Atlantico, ma la Nato, ossia la struttura militare dell’Alleanza), sostituito pienamente l’Onu, si procedé alla “punizione” dei Serbi, invocata a gran voce da alcuni autorevoli intellettuali: ricordo Barbara Spinelli, in Italia, e Daniel Goldhagen, sulla scena internazionale. E fu una classica guerra ineguale, asimmetrica, che oltre a distruggere l’economia serba, e le infrastrutture, fece diecimila morti, la gran parte civili, trattandosi di guerra esclusivamente aerea.

Pino Cabras: Syrialeaks: come dare la colpa ad Assad

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Syrialeaks: come dare la colpa ad Assad

di Pino Cabras

Un titolo netto sul Daily Mail, un quotidiano da due milioni di copie in edicola e da tre milioni di utenti online al giorno: «Piano sostenuto dagli USA per lanciare un attacco con armi chimiche contro la Siria e dare la colpa al regime di Assad».

Il titolo in questione risale al 29 gennaio 2013. L'edizione online del
Daily Mail ha pubblicato un'interessante storia - a firma di Louise Boyle - in grado di gettare la giusta luce investigativa sui tragici attacchi col gas verificatisi in Siria sette mesi dopo, ad agosto 2013.

Ogni tanto, la grande stampa riporta qualche fatto importante che suona totalmente diverso dal racconto di fondo, ma quando questo avviene è un fuoco di paglia che viene subito estinto.

Naturalmente, pochi giorni dopo la pubblicazione, l'articolo era già sparito dagli archivi online del giornale, ma per fortuna non è così facile fare sparire l'informazione da internet una volta che vi abbia fatto capolino. Pertanto siamo in grado di riproporvi l'articolo ed esporre qui i tratti salienti.

Sergio Cararo: L’attacco alla Siria serve a ricomporre alleanze andate in frantumi

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L’attacco alla Siria serve a ricomporre alleanze andate in frantumi

di Sergio Cararo

A giudicare dall’operazione di mediamenzogne messa in campo sulla Siria, c’è da ritenere che ben presto assisteremo al consueto scenario di un intervento militare congiunto per “fini umanitari”. Ci sono degli ostacoli che potrebbero essere superati come avvenne per l’aggressione alla Serbia nel 1999 dopo una campagna mediatica molto simile sui profughi kosovari, le fosse comuni, le atrocità etc etc. L’Onu infatti potrebbe non essere utilizzabile per legittimare l’aggressione alla Siria viste le posizioni di Russia e Cina che vi si oppongono. Contro la Serbia si utilizzò unilateralmente la Nato anche senza il mandato dell’Onu ed anche in questa occasione la strada potrebbe essere simile.

Tre domande si pongono e richiedono risposte che ben presto dovranno diventare iniziativa e tema di confronto:

 

Perché questa accelerazione dell’escalation contro la Siria?

Sulla prima questione è evidente come ormai, dopo anni di interventi di destabilizzazione imperialista sistematica, il Medio Oriente stia saltando completamente e con esso stanno saltando anche i precedenti sistemi di alleanze.

Diego Fusaro: Siria, la demonizzazione preventiva

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Siria, la demonizzazione preventiva

scritto da Diego Fusaro

L’opera di demonizzazione preventiva è sempre la stessa. La si ritrova, ugualmente modulata, su tutti i quotidiani e in tutte le trasmissioni televisive, di destra come di sinistra. In quanto totalitario, il sistema della manipolazione organizzata e dell’industria culturale occupa integralmente la destra, il centro e la sinistra. Il messaggio dev’essere uno solo, indiscutibile.

Armi chimiche, armi di distruzione di massa, violazione dei diritti umani: con queste accuse, la Siria è oggi presentata mediaticamente come l’inferno in terra; per questa via, si prepara ideologicamente l’opinione pubblica alla necessità del bombardamento, naturalmente in nome dei diritti umani e della democrazia (la solita foglia di fico per occultare la natura imperialistica delle aggressioni statunitensi).

Alla demonizzazione preventiva come preambolo del “bombardamento etico” siamo abituati fin dall’inizio di questa “quarta guerra mondiale” (cfr. C. Preve, La quarta guerra mondiale, All’insegna del Veltro, Parma 2008). Successiva ai due conflitti mondiali e alla “guerra fredda”, la presente guerra mondiale si è aperta nel 1989 ed è di ordine geopolitico e culturale: è condotta dalla “monarchia universale” – uso quest’espressione, che è di Kant, per etichettare la forza uscita vincitrice dalla guerra fredda – contro the rest of the world, contro tutti i popoli e le nazioni che non siano disposti a sottomettersi al suo dominio.

Iraq 1991, Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2004, Libia 2011: queste le principali fasi della nuova guerra mondiale come folle progetto di sottomissione dell’intero pianeta alla potenza militare, culturale ed economica della monarchia universale.

R.Lampa e A.Fiorito: Un keynesismo forte fa respirare l'Argentina

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Un keynesismo forte fa respirare l'Argentina

Roberto Lampa e Alejandro Fiorito

Il Pil si assesta a un +6%, la disoccupazione scende dal 25 al 7%, la distribuzione del reddito è in costante miglioramento. E senza l'arma della svalutazione del peso

Agitata a mo' di spauracchio dai sostenitori ad oltranza dell'austerità targata Unione europea o incensata come paradigma da imitare dal grillismo più radicale, l'Argentina occupa ormai uno spazio indiscusso nel dibattito politico italiano: «Faremo la fine dell'Argentina » o «Bisogna fare come l'Argentina » sono diventati così due aforismi, ricorrenti e perfino abusati, nella discussione sulla crisi economica in corso. Simili giudizi sono finora restati ad un livello d'analisi estremamente superficiale, scontando per di più l'utilizzo di lenti deformanti "primo-mondiste" con le quali sovente si tenta di osservare il complesso, e talvolta contraddittorio, continente latinoamericano, piegandolo alla stringente attualità nostrana. Tuttavia, una volta inquadrato nella sua specificità, il caso argentino può effettivamente contenere alcune indicazioni cruciali per il dibattito sullo stato (comatoso) dell'economia italiana ed europea.

Riteniamo utile partire dai freddi numeri. Tra il 2003 ed il 2011, il Pil argentino è cresciuto in media del 7,6% annuale; nel 2012 ha subito un rallentamento attestandosi al +1,9% (complice l'improvvisa crescita zero della "locomotiva regionale" Brasile, ma anche un brusco freno alla spesa pubblica) ed infine quest'anno si va assestando ad un +6%. Vale la pena sottolineare che, come osservato da Mark Weisbrot ed altri, la crescita argentina fino al 2011 è stata la più rapida e corposa del mondo occidentale contemporaneo.

nique la police: L'inedita pericolosità dello scandalo Obama-Snowden

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L'inedita pericolosità dello scandalo Obama-Snowden

L'economia dei big data

nique la police

Tempi duri per l'ideologia Emergency, quel corpo di suggestioni e convinzioni che considera come invariabilmente positivi, degni di un incondizionato medium fiducia, gli elementi di pensiero e pratiche progressiste sparsi a giro per il pianeta. In pochi giorni due duri colpi, per chi li vuol vedere, a questo genere di ideologia arrivano da due paesi, gli Usa e il Brasile, che nella prima e nella seconda metà della scorsa decade avevano nutrito la punta di diamante di quell'immaginario e di quel corpo di convinzioni. Il primo viene da Obama, il nobel per la pace più bombardiere della storia, che è partito dall'alleanza con il social network alle elezioni per arrivare a spiarli come pratica prevalente e intensiva. Il secondo viene dal partito dei lavoratori (sic) al potere in Brasile, dove il governo che si voleva entro un processo di mediazione tra movimenti, bilancio partecipato, grande business industriale e delle infrastrutture e crescita della borsa di Rio si è trovato di fronte a manifestazioni imponenti composte da praticamente ogni strato della società brasiliana escluso quello dei ricchissimi.

E' finita, per adesso, con la polizia a tentare di reprimere i manifestanti in un centinaio di città indossando, solita ironia della storia e potenza rappresentativa di youtube, anche un bel casco bianco con stampati sopra i colori dell'arcobaleno.

Ma mentre la questione brasiliana ha una propria evidenza e fornisce immediatamente chiavi di lettura, la portata storica del Datagate che ha coinvolto l'amministrazione Obama è molto più profonda di quanto possa immaginare l'ideologia italiana.

Osvaldo Coggiola: La rivoluzione non sarà trasmessa da Facebook

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La rivoluzione non sarà trasmessa da Facebook

di Osvaldo Coggiola

Le manifestazioni per la riduzione della tariffa dei mezzi pubblici sono cominciate due settimane fa, il 6 giugno, riunendo circa duemila persone nella Avenida Paulista. Dieci giorni dopo, le stime dei giornali davano, sottostimandone i numeri, 230mila manifestanti in dodici capitali. Il 20 giugno, i manifestanti già si attestavano ad oltre un milione, ma un milione erano solo quelli di Rio. In un momento economico segnato da minacce di crescita dell´inflazione, il movimento è cresciuto di circa il 100.000% in 15 giorni, un indice che fa impallidire i più alti tassi iperinflazionari della storia (se 2.000 = 100; 2.000.000= 100.000), come se ognuno dei 2000 manifestanti paulisti iniziali avesse reclutato mille nuovi manifestanti in quindici giorni. Per rappresentare graficamente questo fenomeno si dovrebbe usare una scala logaritmica (l’iperinflazione tedesca del 1923, nell’ordine percentuale di miliardi annui, è stato il primo fenomeno in cui si è dovuti ricorrere all´uso di queste scale nelle analisi economica). Si è spiegato il fenomeno con l’uso massiccio delle reti sociali.

Certamente le reti sociali rappresentano uno strumento spettacolare di accelerazione della velocità e di ampliamento della diffusione di idee e proposte, ma a condizione che tali idee e proposte esistano previamente.

Spartaco A. Puttini: La Siria al centro dello scontro globale

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La Siria al centro dello scontro globale

di Spartaco A. Puttini

L’attuale tragedia siriana si inscrive a pieno titolo tra i capitoli che compongono il libro nero dell’Occidente. Cioè nella storia della lotta condotta dalle forze imperialiste per riportare sotto il loro controllo un paese e un popolo che per un secolo ha rappresentato un importante fattore della rinascita araba e della lotta antimperialista.

Nel loro tentativo di controllare la ricca e strategica regione del Vicino Oriente, gli Stati Uniti hanno ingaggiato da tempo un braccio di ferro con la Siria, sia direttamente che per interposta persona, tramite Israele. Ma le strategie dell’imperialismo per indurre Damasco a capitolare sono state finora sempre sconfitte (e sonoramente), dalla guerra civile libanese (tra il 1975 e il 1991) in poi.


Dominio mondiale e “Grande Medio Oriente”

Le guerre che Washington ha lanciato nel recente passato per inseguire il suo sogno di “dominio a pieno spettro”, a partire dall’avventura irakena, sono state foriere di guai.

Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi

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Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi

Un’analisi e alcune considerazioni

[a tutti i compagni scesi in strada, ai morti, ai feriti, agli arrestati]
Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

Nazim Hikmet, Il mio secolo non mi fa paura


Perché è importante conoscere meglio la Turchia e sapere quello che sta accadendo lì?

Perché questo paese rappresenta un caso da manuale dell’applicazione delle “riforme” neoliberiste, le stesse che stanno imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche da noi. In questo senso, capire quello che sta succedendo in Turchia vuol dire appropriarsi direttamente di strumenti che ci servono nelle nostre battaglie quotidiane, comprendere perché i destini dei nostri popoli sono così intrecciati. Materialmente, e non per motivi ideologici o “estetici”.

Cosa troverete in questo testo?

Raffaele Sciortino: Piazza Taksim: Crossing the bridge

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Piazza Taksim: Crossing the bridge

di Raffaele Sciortino

La mobilitazione di piazza Taksim solleva gioco forza alcune domande importanti. Siamo di fronte a un nuovo passaggio dell’onda lunga primavera araba/occupy? C’entra la crisi globale o si tratta più di una rivolta da “aspettative crescenti” proprie di un ciclo economico espansivo? E cosa ci dice rispetto al futuro prossimo in Europa? Interrogativi che al momento non possono forse essere risolti completamente ma servono a muovere qualche passo oltre il giusto entusiasmo per queste giornate.

Diamo per scontato in prima battuta che la Turchia ha visto negli ultimi dieci anni di governo Akp (il partito islamista sunnita) tassi di crescita economica notevoli, quasi da Brics, seppure in diminuzione e un impatto fin qui minimo della crisi globale. A maggior ragione deve essere giunta inaspettata la reazione spontanea e generale, ben oltre Istanbul, all’ennesima “grande opera” di gentrificazione del territorio urbano varata con l’ormai consueta arroganza dall’élite politico-affaristica. Ma soprattutto sono le caratteristiche, la composizione, le modalità di azione e cooperazione della rivolta a dirci che siamo di fronte a qualcosa di più profondo, legato alle esplosioni di soggettività dalla Tunisia in poi. Vediamo.

Primo, un effetto scintilla: una singola vicenda locale, certo segno di una questione più generale ma comunque limitata nelle richieste, fa saltare gli equilibri con modi e tempi imprevisti e accelerati, amplificati ma non creati dai nuovi media.

Giulietto Chiesa: Boston: una prova generale?

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Boston: una prova generale?

di Giulietto Chiesa

Le controverse e bizzarre versioni ufficiali e ufficiose dell'attentato di Boston, l'ombra dell'FBI sulle biografie degli attentatori, le esercitazioni di sicurezza (come sempre nei grandi attentati), le impressionanti lacune dei principali organi di informazione, una metropoli sotto assedio. Il massimo indiziato è ora muto, ma i media non stanno meglio.

Il mainstream peggiora a vista d’occhio. E, tanto più peggiora, tanto meglio si vede in filigrana quando mente (anche se non è facile, di primo acchito, vedere quanto mente).  Peggiora ma non pare destinato, per il momento, a passare a miglior vita. Infatti viene sostenuto da possenti iniezioni di morfina, che lo rendono , se non più sano, quanto meno abbastanza arzillo.  Io, da modesto cronista, l’ho seguito con grande attenzione nelle sue circonvoluzioni: dalla narrazione che imbastì a proposito della fine dell’Unione Sovietica, all’esaltazione della figura di Boris Eltsin, dipinto a tinte pastello come il primo presidente democratico della nuova Russia, mentre era soltanto un Quisling ubriacone che la Russia la svendette, privatizzandola, tutta intera, con la modica spesa di 10 miliardi di dollari (sottolineo, dieci miliardi di dollari).

L’ho seguito, il mainstream durante gli eventi dell’11 settembre 2001, a volte perfino ammirato della sua spettacolare potenza. Non si poteva non restare affascinati dalla capacità planetaria con cui riuscì prima a raccontare che il colpevole era stato Osama bin Laden, insieme a 19 terroristi semi-analfabeti, naturalmente islamici, poi a chiudere bruscamente e per sempre (forse) la pagina, dimenticandola insieme ai prigionieri di Guantanamo.

Samir Amin: Le rivoluzioni arabe due anni dopo

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Le rivoluzioni arabe due anni dopo

di Samir Amin

Sebbene il saggio di Samir Amin sia, come sempre, documentato da una analisi rigorosa e abbia come filo conduttore la massima coerenza antimperialista, perciò totalmente condivisibile, qualcuno si chiederà come mai siano stati omessi richiami diretti alle analisi prodotte sulle primavere arabe dai partiti comunisti in Egitto, Siria, Algeria, Libano. Alcuni di questi partiti hanno una lunga storia di persecuzioni feroci, altri, come in Siria, hanno avuto accesso alle istituzioni. Benchè si tratti di piccoli partiti, con un peso politico marginale, i giudizi e le critiche elaborate dai loro gruppi dirigenti meritano di essere conosciute. Sui nostri siti abbiamo letto i loro documenti e osservato come il loro impegno contro il neoliberismo, la guerra, l'integralismo islamico e la sudditanza alla triade imperialista sia l'essenza del loro intervento nei movimenti di lotta che hanno sconvolto il mondo arabo. Nessuno ha dato segni di settarismo o si è sottratto alle lotte e alle iniziative di massa dei movimenti di liberazione dalla tirannide dei vecchi regimi.

La lettura del saggio mostra che gli intendimenti di Samir erano altri : lungi dal sottovalutare la presenza dei comunisti nel mondo arabo, quella che può sembrare un reticenza è in realtà una rigorosa messa a punto dei contenuti politici della fase che dovrebbe segnare il massimo impegno unitario di tutta la sinistra araba che oggi include forze che si ispirano a Bandung, al movimento dei “non allineati” e al terzo mondismo di Mandela, piuttosto che alla classica nozione di comunismo. Nessuna archiviazione dunque, da parte di Samir, della prospettiva storica aperta dai comunisti nel secolo scorso. Ma bensì, un forte richiamo alle priorità tattiche richieste dal mondo d'oggi e alle conseguenti alleanze necessarie per vincere la sfida della transizione “democratica” che nel presente, e con gli attuali rapporti di forza tra i due campi antagonisti, non può avere che dei contenuti antimperialisti.

Sullo sfondo di questa analisi appaiono, ovviamente, le scelte innovatrici delle transizioni messe a punto dai comunisti in Cina, Brasile, India, Sudafrica, Vietnam, Cuba e altrove. Tutti impegnati nella costruzione di modelli di sviluppo innovativi vincenti su scala planetaria. Si tratta beninteso di transizioni molto diverse tra loro ma dalle molte ispirazioni comuni dentro la quale, mi par di capire, Samir colloca la prospettiva a breve delle rivoluzioni arabe.

Giulietto Chiesa: Siria: comincia l’ultimo atto

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Siria: comincia l’ultimo atto

di Giulietto Chiesa

Un fittissimo intrecciarsi di voli militari è in corso mentre il lettore sta scorrendo queste righe. Si tratta di aerei di varia nazionalità, con sigle diverse dipinte sulle loro carlinghe, con equipaggi internazionali, in partenza da aeroporti che spaziano dalla Croazia, alla Turchia, dal Qatar, all’Arabia Saudita, dalla Giordania e da diversi altre basi della Nato. Il New York Times dello scorso 24 marzo parlava di voli che “fanno pensare ad un’operazione militare clandestina ben pianificata e coordinata”.

È in atto la preparazione di quella che è l’ultima fase, che potrebbe precedere l’attacco militare della Nato contro la Siria e produrre la caduta, con relativa uccisione, del “sanguinario dittatore” di turno.

Si tratta di un’operazione che comporta grosse spese, per migliaia di tonnellate di armamenti e munizioni, i cui destinatari sono i ribelli del cosiddetto Esercito Libero Siriano.

L’organizzatore fu l’«ex» David Petraeus, il che ci dice che Barack Obama non ce la raccontava giusta quando voleva far credere all’opinione pubblica occidentale che gli Stati Uniti non erano poi davvero molto interessati alla caduta di Bashar al-Assad.

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