SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Contropiano: Parigi brucia

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Parigi brucia

Redazione di Contropiano

jihadisteNon si spara sui giornalisti, Nemmeno quando lavorano per la televisione serba di Belgrado, nel 1999. Oppure per quelle – laiche, in paesi islamici – irachene o libiche, rispettivamente sotto i regimi di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi. E incidentalmente non si spara neanche sulle ambasciate, come avvenne per quella cinese, sempre a Belgrado, ad opera dei cacciabombardieri Usa, francesi, inglesi, italiani. Ci sarebbe sembrato normale ascoltare, anche in quei casi, parole simili. Ma non sono state pronunciate, se non da isolati guardiani delle libertà sbrigativamente apostrofati come ”filo-qualcun-altro”.

Non si spara neanche sulle donne e i bambini, eppure avviene ogni giorno, con record ormai inegualiati da parte dei democraticissimi Stati Uniti in ogni angolo del mondo; o da parte della democratica e molto occidentale Israele; o con macabra regolarità da parte della Turchia, membro della Nato e alleato silente dell'Isis contro i curdi di sinistra, a Kobane come altrove.

Non si spara su chi fa informazione. Siamo una redazione che assolve a questo dovere civile consapevole del fatto che ogni parola digitata sulle nostre tastiere darà fastidio a qualcuno. In genere più potente. Pensiamo dunque anche che non si arrestano i giornalisti, come avviene sempre nella Turchia membro della Nato proiettata a esportare la “libertà”. Né si promette loro di ridurli sul lastrico per legge, come avviene in Italia, con legge approvata nelle ore precedenti la strage di Parigi.

Militant: Per un 2015 antimperialista e col coltello fra i denti

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Per un 2015 antimperialista e col coltello fra i denti

Militant

Riportiamo di seguito la nostra introduzione all’ultimo lavoro di Emilio Quadrelli e Giulia Bausano, un libro che descrive la necessità del ritorno ad una nuova politica antimperialista adatta ai tempi che corrono. Un libro che centra il problema, non tenta di sfuggirvi con sterili scorciatoie ideologiche e affonda i ragionamenti nella piaga della ritirata storica delle sinistre di classe nell’Europa occidentale. Per noi è stato un onore contribuirvi. Buona lettura e buon anno nuovo, che sia un anno di lotte, d’odio e d’amore

img 2741Pensare una nuova politica antimperialista

Il lavoro di Emilio Quadrelli ci costringe a riflettere sul nuovo scenario imperialista declinato nelle sue molteplici forme. L’attualità ci restituisce due evidenze che caratterizzano la politica globale: da una parte la dinamica imperialista è tornata a qualificare i rapporti politici internazionali; dall’altra l’assenza di una riflessione generale, e della conseguente produzione di politiche, che contrastino questo movimento. Allo sviluppo di nuove (apparentemente) forme di imperialismo non ha fatto seguito lo sviluppo di una rinnovata coscienza antimperialista. Oggi il campo da gioco globale è caratterizzato quindi da una fase imperialista nuova, composta da più attori, tutta da interpretare, che però non vede una riflessione politica altrettanto generale. La risposta alle politiche imperialiste è affidata alle singole popolazioni, o ai singoli gruppi che subiscono in prima persona la violenza delle politiche economiche di aggressione, ma sconnessi da una visione generale che possa incidere sulle politiche imperialiste. Qualche volta, nel corso di questi anni, sono state possibili anche singole e momentanee vittorie di resistenza, ma mai un riequilibrio dei rapporti di forza. La nave imperialista, magari senza una visione strategica o di lungo periodo, viaggia oggi a vele spiegate senza nessuna forza capace di declinare l’internazionalismo in capacità politica tale da rallentarne o impedirne il passo. Capire perché è avvenuto questo significa allora gettare le basi per la ricostruzione di una visione politica che, oggi più che mai, non può che fare i conti con lo scenario internazionale. Nella fase attuale non esiste più politica nazionale, questa è un’altra delle evidenze del presente scenario. Ogni evento politico, economico o sociale è direttamente internazionale, coinvolge immediatamente più attori e le sue ricadute incidono subito, senza mediazioni, sulle popolazioni degli altri paesi. È esattamente da questo presupposto che dobbiamo partire per capire cosa sta succedendo nel mondo e nei suoi rapporti politici.

Homero Santiago: L’ultima vittoria del lulismo

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L’ultima vittoria del lulismo

di Homero Santiago

dilma-RousseffQuesta analisi del voto brasiliano dello scorso ottobre è eccentrica rispetto a quelle che di solito pubblichiamo su ∫connessioni precarie. A scriverla è un giovane studioso che si è apertamente schierato per la presidente Dilma Roussef. La sua analisi, tuttavia, ha per noi motivi di interesse. In primo luogo può contribuire a sprovincializzare un dibattito di movimento in Italia sempre più segnato dalla convinzione che esista una sorta di delegittimazione preventiva del sistema politico-istituzionale, dipinto costantemente sull’orlo della sua crisi finale in quanto preda della sua corruzione e della sua incapacità di rispondere alle richieste di ampie quote di popolazione. Questa descrizione ha innegabili elementi di realtà. L’analisi che punta sulla progressiva e quasi inarrestabile decomposizione del sistema politico non si riesce tuttavia a spiegare come sia possibile che questo stesso sistema politico riesca costantemente a riprodursi e a ottenere insperate aperture di credito anche da parte di coloro che sembra non rappresentare. Se ci limita alla descrizione della realtà non si spiegano molte cose in Italia e si comprendono anche meno cose che capitano non lontano dall’Italia, per esempio in Grecia con Syriza o in Spagna con Podemos. Il Brasile ha livelli altissimi di corruzione e parte della realtà sociale è letteralmente irrappresentabile dal sistema politico. Eppure, dopo le manifestazioni oceaniche e gli scontri di piazza contro il rincaro dei prezzi dei trasporti pubblici e contro la coppa del mondo di calcio, le elezioni non sono state semplicemente un rituale passaggio di riproduzione del sistema politico.

John Pilger: Guerre mediatiche e trionfo della propaganda

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Guerre mediatiche e trionfo della propaganda

di John Pilger

655a84b5f8c2577403a01e000d67f75e5400423a00982Perché così tanto giornalismo si è arreso alla propaganda? Perché censura e distorsione sono diventate consuetudine? Perché la BBC si fa così spesso portavoce di poteri rapaci? Perché il New York Times e il Washington Post ingannano i loro lettori? Perché ai giovani giornalisti non si insegna a capire le finalità dei media e a sfidare le affermazioni eclatanti e le basse intenzioni della falsa imparzialità? E perché non si insegna loro che la sostanza di gran parte di ciò che definiamo media mainstream non è informazione, ma potere?

Questi sono problemi urgenti. Il mondo si trova di fronte all'eventualità di una grande guerra, forse addirittura nucleare - con gli Stati Uniti chiaramente determinati ad isolare e provocare prima la Russia e poi la Cina. Questa semplice verità viene capovolta e messa sottosopra dai giornalisti, inclusi quelli che caldeggiarono le bugie che portarono al bagno di sangue in Iraq nel 2003.

I tempi in cui viviamo sono così pericolosi e distorti nella pubblica percezione che la propaganda non è più, come Edward Bernays la definì, un "governo invisibile", ma il governo stesso, che controlla direttamente senza tema di smentita, e il suo scopo principale è di conquistare noi, il nostro senso del mondo, la nostra capacità di separare la verità dalla menzogna.

Lelio Demichelis: Un socialismo del XXI secolo?

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Un socialismo del XXI secolo?

Lelio Demichelis

socForse la sinistra non ha più il vento della storia che soffia nelle sue vele, come dice il titolo dell’ultimo libro di Franco Cassano. Forse davvero la lotta di classe è finita con il crollo del Muro di Berlino, perché la guerra contro il demos e i diritti dell’uomo e del cittadino, la guerra di posizione per la conquista dell’egemonia l’ha vinta il capitalismo. Forse le sinistre si sono illuse di poter creare un socialismo (magari anche un poco anarchico e libertario) via rete, dove invece trionfa l’ideologia della condivisione di tutti con tutti e con il tutto della rete: rete capitalista all’ennesima potenza.

Forse l’errore (un errore intellettuale e culturale, prima che politico) di un certo socialismo è stato quello di credere che il capitalismo potesse essere democratizzato, o che bastasse stipulare un soddisfacente matrimonio di interessi tra capitale e lavoro per controllarne gli spiriti animali. Forse l’errore (un altro) della sinistra è stato quello di pensare che si potesse vincere grazie ad una coscienza di classe forte, quando invece il capitalismo ha nella sua logica di funzionamento proprio la dissoluzione, lo scioglimento (attraverso la de-socializzazione, la falsa individualizzazione, i falsi bisogni che continuamente crea, l’industria culturale e del divertimento che incessantemente distrae e diverte) di ogni legame e di ogni coscienza (anche) di classe contraria al proprio funzionamento.

Giulietto Chiesa: MH17: l'agonia di una menzogna

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MH17: l'agonia di una menzogna

di Giulietto Chiesa

news 225819La saga delle menzogne sull'abbattimento del volo MH17 è sempre di più, ogni giorno che passa, la metafora della fine della illusione democratica del mondo occidentale. Ma è anche una epifania tragica del disastro intellettuale e morale dell'esercito di untori che continuano a sostenerla. Per stare alle sue regole hanno dovuto mentire spudoratamente.

Ora, di fronte all'emergere della verità, sono costretti a ripetere, coatti e sconcertati, ingigantendo la menzogna, inventandone, più o meno fantasiosamente, varianti sempre meno credibili, scivolando spesso nel comico involontario, contraddicendosi. Oppure - la cosa più semplice e meno compromettente - tacendo tetragoni su ogni scampolo di verità che sfila davanti ai loro occhi.

È il ritratto del giornalismo servile di questi tempi. Ci sarà di peggio, nei tempi a venire, perché gli untori che usurpano il titolo di giornalisti sono pronti alle future, più ripugnanti delazioni, alle quali saranno costretti dai padroni che li pagano. Ma la parabola dello squallore si trova già nei pressi del punto più basso dell'intera storia del giornalismo occidentale.

Raffaele Sciortino: Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte

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Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte

di Raffaele Sciortino

jaquemate dvd.originalPremessa: una “geopolitica delle lotte” in prospettiva anticapitalista suona come un ossimoro suscitando sufficienza o fastidio. E invece la geopolitica – un tempo si diceva Weltpolitik o imperialismo – è lotta di classe in altra forma, non riconosciuta come tale. Lo aveva capito un grande reazionario: “La storia del mondo è storia di lotte di potenze marinare contro potenze di terra” , mimando e stravolgendo il vecchio adagio comunista…

* * * * *

Gli ultimi mesi hanno segnalato un intreccio, un po’ disorientante, tra relativa impasse della situazione economica e smottamenti significativi a livello geopolitico. La crisi globale tutt’altro che superata non precipita grazie a bolle finanziarie sempre più grosse alimentate da politiche monetarie ultraccomodanti (“neo-keynesiane”). Sull’altro versante è sotto gli occhi di tutti il ritorno aggressivo dell’iniziativa internazionale degli Stati Uniti – a tutto tondo: dall’Ucraina al Medio Oriente all’Est asiatico. Tutto ciò sembra a prima vista inquadrarsi bene in quelle analisi che leggono l’oggi e ancor più il domani del capitalismo alla luce della contrapposizione tra la geopolitica del caos Usa, egemone globale in difficoltà se non in declino, e il trend inarrestabile verso un’economia globale di tipo multipolare incentrata su grandi poli e aree regionali.

Aldo Trotta: Imponente sviluppo umano o banali “quisquiglie”?

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Imponente sviluppo umano o banali “quisquiglie”?

di Aldo Trotta

Foto1 webL’articolo che Canfora ha in parte (e forse frettolosamente per limiti redazionali presumibilmente imposti dal Corriere della Sera) dedicato al recente volume di Domenico Losurdo, La sinistra assente, offre lo spunto per fare poche considerazioni e avanzare qualche interrogativo. Il testo in discussione è più che lodevole, per l’analisi storica e politica di ampio respiro e per la molteplicità e ricchezza dei contenuti affrontati con grande chiarezza, molteplicità di contenuti che lo stesso Canfora riconosce e su cui vale rinviare alla lettura del libro. È dunque sul dissenso che è opportuno soffermarsi, anche perché esso tocca una questione importante, o che tale, a mio parere, dovrebbe essere nella purtroppo sbrindellata sinistra italiana (e non solo italiana), vale a dire il bilancio storico del tragitto compiuto dalla Repubblica popolare cinese fin dal 1949 e, dunque, il giudizio politico in merito al suo attuale assetto economico-sociale e al suo ruolo nell’odierno contesto globalizzato. Ebbene, la posizione di Canfora è alquanto tranciante. La critica che egli rivolge all’autore del volume è, in sostanza, di essersi cimentato con «imbarazzo» in uno «sforzo ermeneutico malriposto» per «giustificare» ciò che è evidentemente ingiustificabile, ovvero che la Cina ha realizzato l’«esatto contrario» rispetto alle aspettative che inizialmente hanno accompagnato la rivoluzione di Mao, concretizzando di fatto «un selvaggio capitalismo fondato su una radicale disuguaglianza (non solo di salario, ma anche di condizione umana)». Ne conseguirebbe, quindi, che l’attuale realtà economica e sociale del grande paese asiatico poco o nulla si differenzia dalle società occidentali.

Domenico di Iasio: «La sinistra assente» e la Cina

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«La sinistra assente» e la Cina

di  Domenico di Iasio

casa-cineseLuciano Canfora, nella sua recensione a La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra (Carocci 2014) di Domenico Losurdo, fa bene a rilevare che «sarebbe molto più utile proporsi di comprendere quale inedita formazione economico-sociale e politica sia nata sotto i nostri occhi in quello che oggi è il punto nevralgico del pianeta» (“Corriere della Sera”, 3-11-2014), cioè la Cina. E, a mio avviso, La sinistra assente dà un  contributo notevole alla comprensione di tale “inedita formazione economico-sociale e politica”, quando interpreta l’attuale fase di sviluppo cinese come la seconda fase della lotta anticoloniale, estesa a tutti i paesi dell’ex-Terzo Mondo. Alla “guerra di popolo” contro le potenze coloniali occidentali si sostituisce oggi una radicale politica di sviluppo economico e tecnologico per sfuggire alla morsa del sottosviluppo costruita da tali potenze. La parola d’ordine di Deng Xiaoping “Arricchirsi è glorioso”, ripresa da Nikolai Bucharin,  risponde all’esigenza primaria di fuoriuscire dalle secche del sottosviluppo. Jiang Zemin, nel Rapporto del Partito comunista Cinese del 1997, precisa:«Istituiremo e perfezioneremo un’economia socialista di mercato, un sistema politico di democrazia socialista», perché «il compito essenziale del socialismo è lo sviluppo delle forze produttive», desumendo questo concetto, a mio avviso, dalla Critica del Programma di Gotha (1875) di Marx, dove la transizione alla fase più elevata della società comunista è ravvisata nello «sviluppo degli individui e delle forze produttive (Produktivkräfte)». Insomma, il PCC è orientato a costruire, leggiamo sempre nel Rapporto del 1997, «una società in cui tutta la popolazione vive in modo agiato».

Marco Santopadre: Il rompicapo ucraino nella competizione globale

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Il rompicapo ucraino nella competizione globale

Marco Santopadre

d934827a24ce555eab25587bc70b51e2 lNei giorni scorsi, mentre riprendevano in grande stile i bombardamenti dell’artiglieria di Kiev contro le città ribelli del Donbass, le agenzie di stampa diffondevano senza approfondire due dichiarazioni invece molto interessanti

La prima proviene da Mosca, dove il consigliere del presidente Putin, Yury Ushakov, ha affermato che “"Rispettare" le elezioni in Donbass non significa "riconoscerle". Ushakov ha detto che "riconoscere e rispettare sono due parole diverse" e che Mosca, che ha già riconosciuto il risultato delle elezioni di Kiev, sollecita a rispettare i protocolli di pace firmati a Minsk e richiede una nuova riunione del gruppo di contatto.

La seconda invece proviene, all’opposto, da un esponente della giunta golpista. In particolare dal governatore pro-Kiev della regione di Donetsk, Oleksandr Kikhtenko, che in tv ha ammesso che nel sud-est ci sono alcune unità delle forze ucraine - nei cui ranghi sono state incorporate milizie ultranazionaliste e neonaziste - "finite fuori controllo" e che "stanno creando problemi nella regione".

Mauro Poggi: Rodrigue Tremblay: Tre cruciali decisioni di Clinton

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Rodrigue Tremblay: Tre cruciali decisioni di Clinton

di Mauro Poggi

clinton custom-57791bacb2c87deb8e4ef6ec48ad243f9e3c8b621Rodrigue Tremblay è una personalità eclettica del panorama culturale canadese. Economista, umanista, politico, è professore emerito di economia all’Università di Montréal, autore di diversi saggi e articoli e titolare del blog The New American Empire.

L’articolo che segue, per la cui traduzione e pubblicazione sono stato cortesemente autorizzato dall’autore, esamina tre cruciali decisioni prese dall’amministrazione Clinton a cui possono essere ricondotte altrettante criticità che caratterizzano il presente. I quindici anni trascorsi sono un lasso di tempo davvero esiguo, ma la frenesia con cui le trasformazioni geopolitiche si sono succedute da allora dà l’errata impressione che quell’epoca appartenga ormai al passato remoto. In realtà, come l’articolo dimostra, quelle scelte hanno determinato e condizionano il nostro tempo: una considerazione banale che tuttavia pare non influenzare troppo le riflessioni dei grandi della terra, le cui decisioni (che comunque vada non lederanno mai le loro persone), il più delle volte sembrano prese con la preoccupante spensieratezza di chi considera l’immediato un’orizzonte temporale più che sufficiente.

Leggendo l’articolo, viene spontaneo chiedersi come mai il Presidente espressione di un partito progressista, quale si vorrebbe quello Democratico USA, abbia adottato misure di carattere così marcatamente neo-cons.

Ezio Bonsignore: Giù nel Calderone? La nuova Guerra Fredda

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Giù nel Calderone? La nuova Guerra Fredda

a cura di: Ezio Bonsignore

Le nazioni scivolarono oltre l’orlo, giù nel calderone bollente della guerra, senza la minima traccia di timore o di sgomento…”David Lloyd George, Primo Ministro del Regno Unito (1916-1922)

sfondo abbonamentiTra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, con l’approssimarsi del centesimo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, molti commentatori e analisti tracciavano dei paralleli tra l’intrico di rivalità imperialiste, opposti revanscismi e velenosi nazionalismi che portò l’ Europa al suicidio nel 1914, e il crescente rischio di conflitti tra i paesi rivieraschi del Mare della Cina Meridionale per il controllo delle preziose risorse naturali della regione. Questi paralleli partivano tutti dal presupposto che situazioni del genere riguardassero, appunto, soltanto dei paesi remoti ed “estranei”, mentre l’ Occidente poteva tranquillamente continuare a condurre il suo modello brevettato di imprese militari neo-colonialiste (vedasi “interventi umanitari”, “operazioni di appoggio alla pace”, “guerra al terrorismo”, “responsabilità di proteggere”), senza correre alcun rischio diretto.

Ma poi è venuta la crisi dell’Ucraina (più esattamente, “in” Ucraina) a ricordarci che pur se le cause profonde delle guerre “vere” risiedono sempre nelle rivalità strategiche, economiche e geopolitiche tra le Potenze, Lloyd George aveva ragione: la scintilla che dà fuoco alla polveri viene spesso fornita da gravi errori di calcolo, terribili passi falsi, totale incapacità di comprendere le motivazioni dell’avversario e di prevederne le reazioni e, soprattutto, arrogante convinzione della propria assoluta superiorità – hubris, per dirla con i Greci. Questo è ciò che avvenne ai paesi europei nel 1914, e questo è dove siamo oggi: sull’orlo del calderone bollente della guerra.

Walden Bello: «Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici»

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«Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici»

Intervista a Walden Bello

«Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo hanno perso molta credibilità e sono dunque sulla difensiva»

PAR43607In parallelo al Ttip, gli Usa stanno negoziando un accordo molto simile con 11 paesi dell'Asia Pacifico, chiamato Trans-Pacific Partnership (Tpp). In occasione del Forum dei popoli Asia-Europa, tenutosi a Milano dal 10 al 12 ottobre, abbiamo incontrato Walden Bello, celebre teorico del movimento anti-globalizzazione, a cui abbiamo chiesto di spiegarci qual è la strategia globale che lega i due trattati.

 

Oggi i negoziati bilaterali e multilaterali, come il Ttip e il Tpp, hanno di fatto sostituito i negoziati all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione?

Sì, penso che possiamo dichiarare definitivamente conclusa la fase trionfalista della globalizzazione, che ha raggiunto il culmine negli anni novanta per poi entrare in crisi dopo la storica manifestazione contro il vertice dell'Omc di Seattle, nel 1999. Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo, rei di aver provocato la peggiore crisi economica dal dopoguerra in poi, hanno perso molta credibilità, e sono dunque sulla difensiva. Possiamo dire che è il concetto stesso di globalizzazione neoliberista ad essere entrato in crisi. Ma ovviamente esistono degli interessi consolidati molto forti che continuano a spingere in quella direzione, e che sono sostenuti dalle élite tecnocratiche e da buona parte del mondo accademico.

 

Quanto ha contribuito il movimento noglobal di fine anni novanta e inizio 2000 a mettere in crisi il paradigma della globalizzazione neoliberista?

Il merito principale è stato quello di aver mandato in frantumi la credibilità e la narrazione trionfalista della globalizzazione corporativa.

Antonio Mazzeo: Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

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Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

Antonio Mazzeo

arton2057Armi nucleari? Sì grazie. Da poco più di un anno l’amministrazione Obama ha varato un miliardario programma di “estensione della vita” di circa 400 bombe nucleari a caduta libera del tipo B61 realizzate alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. La metà di esse sono stoccate attualmente all’interno di alcune basi Usa in Europa. In Italia è stimata la presenza di una novantina di bombe atomiche B61 ad Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia). Si tratterebbe di tre sottomodelli con differenti potenze massime di distruzione: le B61-3 da 107 kiloton, le B61-4 da 45 kiloton e le B61-10 da 80 kiloton. Grazie al piano di ammodernamento, le testate saranno dotate di un sistema di guida di precisione e direzione e saranno riadattate per essere trasportate e teleguidate dai cacciabombardieri F-35 che stanno per essere acquisiti dalle forze armate di Stati Uniti e di alcuni paesi partner (primo fra tutti l’Italia).

Quella di Ghedi-Torre è una delle principali basi operative dell’Aeronautica militare italiana, sede del 6° Stormo con due squadroni aerei (il 102° e il 154°), dotati entrambi di cacciabombardieri Tornado IDS a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Nello scalo bresciano sarebbero operativi undici sistemi di stoccaggio e protezione delle testate sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron (704 MUNS) dell’US Air Force. L’unità speciale composta da 134 uomini è operativa a Ghedi sin dal 1963 e ha la responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo dei sistemi d’arma di distruzione di massa. Assegnato dal 2007 al 52d Fighter Wing dell’aeronautica statunitense con base a Spanqdahlem (Germania), il 704 MUNS risponde operativamente al comando del 16th Air Force di Aviano (Pordenone) e in caso di crisi può supportare e armare le missioni di strike delle forze aeree italiane e di altri paesi Nato.

Manlio Dinucci: Il riorientamento strategico della Nato dopo la guerra fredda

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Il riorientamento strategico della Nato dopo la guerra fredda*

di Manlio Dinucci

Questo saggio di Manlio Dinucci ha fatto da base documentale per il suo intervento al convegno 'Come uscire dal Patto Atlantico' (Roma, 11 ottobre 2014)

NEWS 220169La Nato, fondata il 4 aprile 1949, comprende durante la guerra fredda sedici paesi: Stati Uniti, Canada, Belgio, Danimarca, Francia, Repubblica federale tedesca, Gran Bretagna, Grecia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Turchia. Attraverso questa alleanza, gli Stati Uniti mantengono il loro dominio sugli alleati europei, usando l'Europa come prima linea nel confronto, anche nucleare, col Patto di Varsavia. Questo, fondato il 14 maggio 1955 (sei anni dopo la Nato), comprende Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Repubblica democratica tedesca, Romania, Ungheria, Albania (dal 1955 al 1968).

 

Dalla guerra fredda al dopo guerra fredda

Il 9 novembre 1989 avviene il «crollo del Muro di Berlino»: è l'inizio della riunificazione tedesca che si realizza quando, il 3 ottobre 1990, la Repubblica Democratica si dissolve aderendo alla Repubblica Federale di Germania. Il 1° luglio 1991 si dissolve il Patto di Varsavia: i paesi dell'Europa centro-orientale che ne facevano parte non sono ora più alleati dell'Urss. Il 26 dicembre 1991, si dissolve la stessa Unione Sovietica: al posto di un unico Stato se ne formano quindici.

Piotr: Dal PD ai nuovi nazisti: la coscienza tramortita dall'Impero

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Dal PD ai nuovi nazisti: la coscienza tramortita dall'Impero

di Piotr

Da Megachip un articolo quanto meno inquietante. Urgono immediate e documentate smentite. Una cosa è rappresentare gli interessi dell'alta finanza internazionale, altro appaltare pezzi del partito ai servizi o a qualche specie di Gladio clandestina.

ucrainaQuando l'ho visto sono rimasto scioccato. È un'esperienza dura vedere questo brevissimo documento filmato di Pandora TV. Ma è un'esperienza necessaria. Oso dire che è obbligatorio guardarlo. Perché ciò che lì accade ci è vicino nello spazio e purtroppo non ci sarà lontano nel tempo. Si tratta del massacro di Odessa.

Invito a non essere bambini e a guardarlo:

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=iyOnb2wsEcY

L'avete visto? Bene. Una volta avremmo detto "E' una strage nazista". Esatto! Anche adesso è così. Solo che non lo si può dire. Invece noi che siamo politicamente scorretti lo diciamo e lo motiviamo in modo semplice: sono ben tre i dicasteri di Kiev in mano a esponenti di Svoboda (Pubblica Istruzione, Ecologia e Risorse Naturali, Politiche agricole e alimentari). Inoltre è di Svoboda il vicepremierato e il Consiglio Nazionale Sicurezza e Difesa (che comprende Difesa e Forze Armate - il vicesegretario è sempre un nazista, ma di altra parrocchia). Il ministero della Gioventù e dello Sport è invece in mano all'Assemblea Nazionale Ucraina - Autodifesa del Popolo Ucraino (UNA-UNSO) così come la commissione anticorruzione nazionale.

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