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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Dante Barontini: La guerra alle porte

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La guerra alle porte

Dante Barontini

a41ba1246953ffe5e2ef9f8f130aa69c lObama e Cameron hanno deciso: ad abbattere l'aereo malese sono stati i filorussi che vogliono sganciarsi dall'Ucraina consegnata ai nazisti. L'inchiesta internazionale, di cui si continua a parlare, servirebbe eventualmente solo a confermare – con tutti i crismi dell'ufficialità diplomatica – una tesi che è eufemistico definire preconfezionata.

Sia chiaro: in questo tipo di vicende la verità è un optional. Nessuna delle parti ha il minimo interesse per come sono andate realmente gli eventi, importa soltanto l'uso che se ne può fare. E per l'Occidente l'occasione è di quelle lungamente cercate; per la Russia la conferma definitiva di un assedio che le carte geografiche e storiche dimostrano con disarmante evidenza.

Quindi escalation. Diplomatica, per ora. Con incremento e indurimento delle sanzioni applicate alla Russia (ma in realtà soprattutto all'Europa, che dal gas e dal petrolio russi dipende in misura notevole, per obbligarla a recidere i legami con l'est), l'estromissione di Mosca da tutta una serie di consessi internazionali dove si mediano gli interessi globali.

Ma la via è tracciata. È identica a quelle già percorse negli ultimi decenni, contro la Jugoslavia e la Libia, due volte contro l'Iraq, diversi paesi africani in cui il colonialismo si è ripresentato tale e quale. Con abiti francesi o inglesi o statunitensi, ma con identiche modalità: via i regimi non in sintonia con gli interessi imperialisti, dentro altri regimi – non certo “democratici” - totalmente allineati.

Patrick Boylan: La III Guerra in Iraq, stavolta senza tamburi

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La III Guerra in Iraq, stavolta senza tamburi

Un motivo c'è

di Patrick Boylan*

IraqLa III Guerra in Iraq è già iniziata, con la rapida conquista della fascia centrale del paese da parte delle milizie ben armate dell'IS (Stato Islamico - originariamente ISIL, Stato Islamico dell'Iraq e del Levante) e con la presa armata, da parte della guerriglia curda nel nord, della zona petrolifera di Kirkuk e l'«espulsione» (agevolata con premi di trasloco) dei non-curdi della regione.

Strano a dirsi, quest'ascesa folgorante dei fanatici dell'IS non sembra preoccupare l'Occidente più di tanto - e nemmeno l'espansionismo curdo. Niente allarmismi da Washington, nemmeno dai falchi, solitamente pronti a cogliere qualsiasi occasione per reclamare un'azione militare.

Di conseguenza, i nostri mass media non battono con fracasso i tamburi di guerra, come fecero prima della I Guerra in Iraq (1990), della Guerra in Afghanistan (2001), della II Guerra in Iraq (2003), e della Guerra in Libia (2011) per far accettare dall'opinione pubblica l'impiego anche di militari italiani in questi conflitti.

Una quiete surreale accompagna le vittorie odierne in Iraq delle milizie dell'IS, per quanto esse siano indiscutibilmente composte da guerrieri feroci e fanatici. Persino il Presidente Obama rimanda di continuo l'uso offensivo in Iraq dei suoi amati droni e consente il tranquillo svolgersi degli eventi.

Una spiegazione per tutto ciò ci sarà.

Vladimiro Giacché: Il mito della riunificazione tedesca

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transatlantico

Il mito della riunificazione tedesca

Andrew Spannaus intervista Vladimiro Giacché

unificazione-germania-satira-480x330Si parla molto del boom della Germania, come un modello da seguire: un paese che ha i conti a posto, una forte economia basata sull’export di alto livello, dove non ci sono i terribili problemi di burocrazia e corruzione che si vivono qui in Italia.

Da tempo mi chiedo se sia proprio così, cioè se davvero la Germania abbia fatto tutto giusto: sono più bravi, efficienti, ma, soprattutto, sono riusciti a mantenere quell’impronta sociale che in passato si contrapponeva al modello “anglosassone” del libero mercato?

Infatti, il cosiddetto modello renano è stato tanto criticato da chi promuoveva la deregulation e il dominio della finanza qualche anno fa.

Un giorno ad un convegno a Roma mi sono trovato seduto accanto a Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche. Dopo esserci scambiati qualche commento sugli interventi degli altri relatori, e i rispettivi biglietti da visita, ci siamo poi incontrati di nuovo qualche settimana dopo. Alla fine ho letto il suo libro sulla Germania: Anschluss, l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (Imprimatur editore, Reggio Emilia 2013).

Alessandro Farulli: Contrordine: la finanziarizzazione e la delocalizzazione sono cattive, si torna a casa

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Contrordine: la finanziarizzazione e la delocalizzazione sono cattive, si torna a casa

di Alessandro Farulli

imageOops, ci siamo sbagliati. «La massiccia finanziarizzazione dell’economia, avvenuta negli anni ’90, aveva fatto pensare che non ci fosse più posto per il manifatturiero in un mondo caratterizzato dal predominio del terziario e dei servizi. Ma la storia economica dimostra oggi che solo ritornando alla fabbrica il Paese può ripartire». Con queste poche parole Anie, che si auto definisce una delle maggiori organizzazioni di categoria del sistema confindustriale per peso, dimensioni e rappresentatività, liquida una “sanguinosa” discussione trentennale che sarebbe niente, se solo non avesse trascinato con sé posti di lavoro, diritti dei lavoratori, capacità produttive e Pil nazionale come poco altro in precedenza.

Oops, ci siamo sbagliati – ma non ditelo alla Fiom – e ora vogliamo tanto tornare in Italia, come spiega Anie sempre in modo asettico: «Nell’ambito dei cambiamenti delle dinamiche manifatturiere, stiamo assistendo ad un fenomeno nuovo, noto come back reshoring, che consiste nel riportare in patria i siti produttivi precedentemente delocalizzati all’estero. Secondo recenti studi realizzati dal professor Fratocchi e dal suo gruppo di ricerca Uni-Club MoRe Back Reshoring, l’Italia è il secondo Paese nel mondo per rimpatri produttivi, alle spalle solo degli Stati Uniti e quindi primo in Europa». Perché? Alla domanda “quali sono gli interventi di politica industriale che il Governo dovrebbe approntare per favorire il ritorno del manifatturiero in Italia”, il 30% delle aziende intervistate ritiene che la priorità sia la riduzione del cuneo fiscale, più di un quarto di esse la semplificazione della burocrazia e il 18% del campione la detassazione degli utili in Ricerca&Sviluppo.

Serge Halimi: TTIP, il grande mercato transatlantico

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le monde diplomatique

TTIP, il grande mercato transatlantico

I potenti ridisegnano il mondo

di Serge Halimi

I negoziati relativi al Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip) fra gli Stati uniti e l’Unione europea conferma la determinazione dei liberisti a trasformare il mondo, ngaggiare dei tribunali al servizio degli azionisti , fare della segretezza una virtù progressista e consegnare la democrazia alle cure dei lobbisti.

…la loro inventiva è sfrenata. Prima dell’eventuale ratifica del trattato restano da superare diverse tappe. Ma la finalità commerciale del Ttip si accompagna a mire strategiche: isolare la Russia e contenere la Cina mentre queste due potenze si avvicinano l’una all’altra.

korabUN’AQUILA del libero scambio statunitense attraversa l’Atlantico per far strage di un gregge di agnelli europei mal protetti. L’immagine è dilagata nel dibattito pubblico sull’onda della campagna per le elezioni europee. È suggestiva ma politicamente pericolosa. Da un lato, non permette di capire che anche negli Stati uniti diverse collettività locali rischiano un domani di essere vittime di nuove norme liberiste le quali impedirebbero loro di proteggere lavoro, ambiente e salute. D’altro canto, fa distogliere lo sguardo dalle imprese europee – francesi come Veolia, tedesche come Siemens – che esattamente come le loro colleghe statunitensi sono determinate a far causa agli Stati che osano minacciare i loro profitti (si legga l’articolo di Benoît Bréville et Martine Bulard, pagine 14 e 15). E infine, trascura il ruolo delle istituzioni e dei governo del Vecchio continente nella formazione di una zona di libero scambio sul proprio territorio.

Dunque, l’impegno contro il Ttip non deve prendere di mira uno Stato specifico, nemmeno gli Stati uniti. La posta in gioco è al tempo stesso più ampia e più ambiziosa: riguarda i nuovi privilegi rivendicati dagli investitori di tutti i paesi, magari come risarcimento per una crisi economica che essi stessi hanno provocato. Una lotta di questo tipo, portata avanti efficacemente, potrebbe consolidare solidarietà democratiche internazionali che oggi sono in ritardo rispetto a quelle esistenti fra le forze del capitale.

Lanfranco Binni: Dove vola l’avvoltoio

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il ponte

Dove vola l’avvoltoio

di Lanfranco Binni

swd vulture 04C’è qualcosa di serio in quanto sta accadendo in questo paese dietro il polverone “riformistico” sollevato a uso domestico dal piazzista di Pontassieve, ed è l’asservimento italico all’accordo segreto euro-americano del Ttip, il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti.

L’offensiva liberista internazionale scatenata nel 2008 contro la spesa pubblica e i programmi sociali degli Stati nazionali è in fase di accelerazione. «La posta in gioco» – scrive Serge Halimi nel numero di giugno di «Le Monde diplomatique» – «è al tempo stesso piú ampia e piú ambiziosa: riguarda i nuovi privilegi rivendicati dagli investitori di tutti i paesi, magari come risarcimento per una crisi economica che essi stessi hanno provocato». E riguarda l’assetto geopolitico del mondo, da ridisegnare al servizio delle multinazionali. La risposta alla crisi finanziaria del 2008 è l’accelerazione delle dinamiche che l’hanno determinata, e il Partenariato transatlantico euro-americano ne costituisce lo strumento “legale”, il timone delle politiche statuali sulla base di un nuovo diritto internazionale da imporre con le armi di ogni genere e su qualunque terreno. Con l’obiettivo strategico dell’internazionalizzazione del «libero mercato», in concorrenza diretta con la Cina e con il nuovo asse Mosca-Pechino che si va delineando. Il recente viaggio di Renzi in Vietnam, in un momento di tensione tra Vietnam e Cina per ragioni territoriali (ed energetiche), rientra in questo quadro in movimento.

Gianfranco Greco: Ucraina, cronaca di una deriva annunciata

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Ucraina, cronaca di una deriva annunciata

Gianfranco Greco

“Una rivoluzione? No, una semplice redistribuzione delle carte…Questo governo difende gli stessi valori del precedente: il liberismo economico e l’arricchimento personale.” (Vladimir Ishchenko, sociologo e direttore del Centro di ricerca sulla società, di Kiev)

kiev-maidan-IIIMajdan
Il composito puzzle ucraino emerso a partire dal febbraio di quest’anno ed emblematizzato dai fatti della Majdan, ha in effetti una gestazione assai più datata nel tempo, cogliendo il senso della quale si può seguire il filo logico degli avvenimenti evitando, così, un ricorrente ritualismo della stampa mainstream ma soprattutto le stramberie di chi si trastulla disinvoltamente coi doppi standard o, ancor di più,  i pistolotti soporiferi alla Ceronetti il quale, finendo per alimentare una demonologia tuttora persistente, fa ricorso a vacue litanie che si rifanno a “La Russie éternelle” anche se – in un empito di bontà – ci risparmia l’evocazione del mitico 7° Cavalleggeri.
Non è certo utilizzando la partigianeria come criterio distintivo ma soprattutto come chiave di lettura che si comprende appieno cosa sta avvenendo a Kiev o a Damasco e neanche quello che è avvenuto a Tunisi, ad Ankara o al Cairo.
Fare riferimento alle moderne forme dell’imperialismo, nell’interpretare l’attuale crisi ucraina, non è certo esercizio blasfemo che possa far arricciare il naso  laddove si staglia sempre più nitida la percezione che i veri protagonisti della vicenda vanno oltre i mazzieri neonazisti o i russofoni del Donbass  come spiega con la sua usuale chiarezza Barbara Spinelli:

Pierfranco Pellizzetti: Il ritorno di Giovanni Arrighi

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Il ritorno di Giovanni Arrighi

di Pierfranco Pellizzetti

arrighiTorna in libreria "Il lungo XX secolo" di Giovanni Arrighi, riedito dal Saggiatore con l'aggiunta di un poscritto dell'autore. Un piccolo grande classico di uno dei più apprezzati intellettuali italiani a livello internazionale, scomparso nel 2009. Una lettura essenziale per una profonda ritaratura delle analisi sulla crisi economica globale, a fronte dell'incapacità del pensiero dominante di interpretarne le cause.

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«Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio». (Fernand Braudel)

Un "grande libro" merita di essere considerato tale non sulla base delle ipotetiche verità che racchiude tra le sue pagine, quanto per i processi mentali a catena che innesca. Titolo, quello di grande libro, che - per l'anno 1994 - spetta senza dubbio a Il lungo XX secolo di Giovanni Arrighi storico dell'economia milanese, emigrato negli Stati Uniti quindici anni prima, nel 1979. Un periodo, durato fino alla sua morte, avvenuta nel 2009, in cui Arrighi ha insegnato alla State University di New York e cooperato al Fernand Braudel Center, diretto da Immanuel Wallerstein sempre nella Grande Mela.

Un milieu dove si coltivava - nel ricordo del maestro francese della longue durée e della civiltà materiale - una visione sistemica dei processi economici in totale contrasto con il paradigma dominante dell'epoca: il mainstream microeconomico al servizio di operazioni ideologiche, cornice concettuale della thatcher-reaganomic; strumenti di guerra accumulati negli arsenali della controrivoluzione neoliberista - appunto - nell'ultimo quarto del XX secolo.

rk: Berlino batte un colpo? Spigolature geopolitiche

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Berlino batte un colpo? Spigolature geopolitiche

di rk

Un tabù si rompe. Questo il tono generale dei commenti a un articolo apparso sull’edizione online del settimanale tedesco forse più importante: Die Zeit. Di cosa si tratta?

Il titolo suona: l’Europa deve ricalibrare i suoi rapporti con gli Usa. Sottotitolo: la Ue non può più sottomettersi a strategie made in Washington ma portare avanti i propri interessi e porre chiari limiti anche agli amici. L’autore, tedesco, non è un politico ma il direttore del programma di strategia del Global Policy Institute, un importante think tank di base a Londra. Come giustamente sottolinea il sito German-Foreign-Policy, il merito principale dell’articolo è di aver portato alla luce del sole l’acceso dibattito interno all’establishment tedesco sulla vicenda ucraina. Un dibattito che non solo rispecchia forti divergenze, del tutto trasversali ai vari partiti, sulle prospettive del legame tra Germania (e Europa) e Russia-Cina, ma anche gli umori di un’opinione pubblica niente affatto irretita nel corso anti-russo fin qui seguito, con più di un contorcimento, dal governo Merkel e nella narrazione delle vicende ucraine propinate dai media nazionali. (Ovviamente nulla di ciò trapela nell’informazione nostrana).

Franco Fracassi: Gas, nazi e media: la verità sulla guerra

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Gas, nazi e media: la verità sulla guerra

Franco Fracassi

Un'azienda del gas, un oligarca e un'agenzia di pubbliche relazioni senza scrupoli, un gasdotto che non s'ha da fare e impronte che portano molto vicino alla Casa Bianca

news 205490«È mia profonda convinzione che un piccolo numero di parole, ma con grande impatto emotivo, possa modificare le convinzioni dell'opinione pubblica». «In Bulgaria è andato tutto bene. Adesso bisogna spingere per Odessa». Un inglese e uno statunitense. Per adesso non importa come si chiamino, né che ruolo abbiano in questa vicenda. Odessa, Sofia, Londra, Washington e Dniepropetrovsk. Questa è la storia di due incontri segreti. È la storia del controllo dell'approviggionamento di gas all'Europa. È la storia di un'agenzia di pubbliche relazioni in grado di manipolare l'informazione internazionale. È la storia del cuore del potere mondiale, e di come esso abbia anche a che fare con profitti personali. È la storia di un massacro nazista. È la storia di una guerra. In mezzo più di quaranta milioni di cittadini inermi. In altre parole, questa è la storia (a quanto pare) del perché in Ucraina c'è stato un colpo di Stato e del perché si sta combattendo una guerra civile.

Iniziamo con lo scenario. Le più grandi riserve di gas del mondo si trovano in Russia o in Kazakistan, Paese alleato di Mosca. Ma nuovi e ricchi giacimenti sono stati recentemente rinvenuti anche in Ucraina. La Russia è il più importante fornitore di gas all'Europa. Fino a pochi anni fa la maggior parte dei gasdotti (e degli oleodotti) transitavano per il territorio ucraino.

Enzo Brandi: Il neocolonialismo francese in Costa d'Avorio

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Il neocolonialismo francese in Costa d'Avorio

di Enzo Brandi

costa-davorioLa defenestrazione e l’arresto del Presidente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo nel settembre del 2011 ad opera dell’esercito francese si configura – secondo il giudizio di tutte le fonti indipendenti riportate più sotto in appendice – come un vero colpo di stato – ammantato di false motivazioni “umanitarie” – attuato per difendere gli interessi neo-coloniali della Francia.

Questa vicenda si iscrive in un quadro di innumerevoli interventi simili (anch’essi riportati sinteticamente in appendice) con cui la Francia, massima potenza coloniale dell’Africa settentrionale ed occidentale, dopo essere stata costretta a concedere l’indipendenza ad una serie di sue ex-colonie, ha cercato di mantenerne l’effettivo controllo economico e politico. Anche l’attacco ad un paese indipendente come la Libia attuata dal Presidente Sarkozy, che pure non era stata una colonia francese, si iscrive in questo quadro.

Sarà utile quindi ricordare per sommi capi la storia della Costa d’Avorio (il vero gioiello dell’ex-impero coloniale francese in quanto paese più ricco dell’Africa occidentale) a partire dal conseguimento dell’indipendenza ottenuta nel 1960.

Dialoghi con Georges Corm

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Dialoghi con Georges Corm

Intervista di Lorenzo Carrieri*

Riportiamo qui di seguito un'intervista a Beirut con Georges Corm, economista, storico ed intellettuale libanese, professore presso la Saint Joseph University. Profondo conoscitore della realtà mediorientale e delle sue dinamiche, lo intervistiamo spaziando dalle primavere arabe al balance-of-power in medio-oriente, analizzando quella che è la questione sociale ed economica del mondo arabo, e per una critica delle categorie epistemologiche occidentali sul medio oriente.

378042 2146332979733 1288534564 31786618 1821167842 nD: Tempo fa abbiamo visto l'esplodere delle primavere arabe: di quelle esperienze cosa sopravvive oggi? Ha ancora senso, oggi, parlare di primavere arabe dopo il colpo di stato militare in Egitto (e in questi giorni la vittoria di Al-Sisi alle elezioni, segnate da un fortissimo astensionismo), la vittoria degli islamisti di Ennhada in Tunisia e il sempre crescente potere delle milizie islamiste in Libia?

Uno, nel breve termine, è tentato di essere pessimista guardando a cosa è successo. Ma non dobbiamo dimenticare che le primavere del 2011 sono un evento storico che può ancora produrre molte ondate di riflusso, una serie di tentativi rivoluzionari da parte delle classi sociali arabe: le rivolte del 2011 rappresentano un'impronta, un' inizio, all'interno del mondo arabo. Se guardiamo ad ogni rivoluzione, la russa, la francese, anche la cinese, ognuna di queste ha avuto le sue tappe, lo stesso sta accadendo nel mondo arabo: la rivoluzione non può darsi in 3 giorni, è un processo di lunga durata!

Credo comunque che gli eventi del 2011 siano importantissimi: essi hanno contribuito a ricostituire ciò che io chiamo “la coscienza collettiva araba”, che è qualcosa di totalmente differente e antagonista rispetto al modo in cui i paesi arabi sono stati governati.

Andre Vltchek: Abbasso la democrazia occidentale! (Altro che urne elettorali!)

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Abbasso la democrazia occidentale! (Altro che urne elettorali!)

di Andre Vltchek

democracyesport3Uno spettro si aggira per l’Europa e per il mondo occidentale: questa volta è lo spettro del fascismo. E’ arrivato silenziosamente, senza grandi fanfare e parate, senza braccia levate e urla tonanti. Ma è arrivato, o è tornato, essendo sempre stato presente in questa cultura, una cultura che per secoli è andata schiavizzando il nostro intero pianeta.

Come successe nella Germania nazista, alla resistenza all’impero fascista è nuovamente attribuito in nome disgustoso: terrorismo. Partigiani e patrioti, combattenti della resistenza, tutti loro furono e sono sempre stati definiti terroristi da fanatici fascisti.

Secondo la logica dell’Impero, assassinare milioni di uomini, donne e bambini in ogni angolo del mondo all’estero è considerato legittimo e patriottico, ma difendere la propria madrepatria è stato ed è un segno di estremismo.

Tutto è fatto nel nome della democrazia, nel nome della libertà.

Un mostro non eletto, così come ha fatto per secoli, sta giocando con il mondo, torturando alcuni, saccheggiando altri, o facendo entrambe le cose.

Elisabetta Teghil: Una storia che viene da lontano

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coordinamenta

Una storia che viene da lontano

di Elisabetta Teghil

602-408-20140416 104552 F44BB11FL’avvio della rivoluzione arancione in Ucraina si può datare 17 febbraio 2002. L’amministrazione Bush entra a piedi tesi nella campagna elettorale con cospicui finanziamenti così come la Fondazione di Gorge Soros che dichiara di aver speso, sempre in Ucraina, cinquanta milioni di dollari tra il 1990 e il 1999.

Ed ancora, la segretaria di Stato Madeleine Albright invita i rappresentanti delle duecentottanta Ong presenti nel paese a contestare il governo. Si mette così in moto un meccanismo già oliato con la così detta “rivoluzione delle rose” in Georgia.

La strategia è dettata da uno dei fondatori della Trilaterale e tra i più autorevoli consiglieri dei presidenti americani, Zbigniew Brzezinski “...l’allargamento dell’orbita euro-atlantica rende fondamentale l’inserimento dei nuovi stati indipendenti ex sovietici e in particolare dell’Ucraina”.

E, nel 2004, per l’esattezza il 10 dicembre, Peter Zeihan arricchisce e completa la strategia statunitense “..la sconfitta della Russia non è completa”.

Marcos Aurélio da Silva: Imperialismo e geopolitica: la lotta di classe nelle elezioni brasiliane

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gramsci oggi

Imperialismo e geopolitica: la lotta di classe nelle elezioni brasiliane

Marcos Aurélio da Silva

dilma-rousseff-lula-640Gran parte del dibattito pubblico che si tenne all’interno alla sinistra alle presidenziali brasiliane del 2010 fu dominato dalla preoccupazione che la campagna elettorale fosse poco politicizzata, segnata dalla completa assenza di argomenti relativi a ciò che Gramsci (2002a) chiamava la "grande politica". E che questo difetto avrebbe colpito soprattutto il partito a capo della coalizione di governo. Vittorioso dal 2002, il Partito dei Lavoratori (PT), dalle lotte gloriose nel campo della sinistra fin da quando fu fondato, si presentava ora ─ ma già dalle sue prime mosse al governo, come sostiene un suo importante interprete (Coutinho, 2010) ─ con un discorso eminentemente tecnico, finalizzato solo alla gestione del capitalismo.

È probabile che la stessa tesi sarà nuovamente sostenuta per qualificare le elezioni presidenziali che si terranno quest'anno, in cui, ancora una volta, una coalizione guidata dal Partito dei Lavoratori (PT), nonostante i vantaggi di cui dispone, si prepara ad affrontare una prova difficile. Basta vedere le lamentele di molti intellettuali di sinistra quando si analizzano le proteste dello scorso anno. Questi accusano l’accordo con “la borghesia nella cupola” dello Stato, che promovendo una "inversione della coscienza di classe" ed "una inflessione conservatrice nel senso comune," riduce il "desiderio” della strada al “reale e possibile" (Iasi 2013: 46).

Manlio Dinucci: La vera posta in gioco nella crisi ucraina

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marx xxi

La vera posta in gioco nella crisi ucraina*

di Manlio Dinucci

rusia-ucrainaLa vera posta in gioco, nell’escalation della crisi ucraina da novembre ad oggi, non è l’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma l’annessione dell’Ucraina alla Nato.

L’Ucraina è una pedina fondamentale nel piano Usa di espansione a est, cominciato con l’in­globamento nella Nato di paesi dell’ex patto di Varsavia, dell’ex URSS e dell’ex Jugoslavia e corredato più di recente dal­l’in­stal­lazione di basi e forze militari a ridosso della Russia.

Armi di distrazione di massa

La guerra per il controllo del­l’Ucraina è iniziata con una possente psyop, operazione di guerra psicologica, in cui vengono usate le sperimentate armi di distrazione di massa. Le immagini con cui la televisione bombarda le no­stre menti ci mostrano militari russi che occupano la Crimea. Nes­sun dubbio, quindi, su chi sia l’aggressore.

Ci vengono però na­scoste altre immagini, come quella del segretario del partito comunista ucraino di Leopoli, Rotislav Vasilko, torturato da neonazisti che brandivano una croce di legno. Gli stessi che assaltano le sinagoghe al grido di “Heil Hitler”, risuscitando il pogrom del 1941.

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