giorn partecip

Brasile, le responsabilità del PT e il golpe da fermare

di Gennaro Carotenuto

89301221 89301203Restaurazione completata in Brasile. Dilma Rousseff, che aveva vinto le elezioni con oltre 54 milioni di voti, viene sostituita da un governo che non si limita a metterla in stato d’accusa per presunte violazioni, ma ribalta completamente il segno politico del paese. Quello presieduto da Michel Temer, un dinosauro della peggior politica, inquisito per corruzione e con un’aspettativa di voto che i più benevoli collocano al 2%, è un governo non eletto da nessuno, sessista e razzista, composto esclusivamente di maschi bianchi, sette ministri del quale già inquisiti per corruzione. Dopo aver coperto di letame, complici i media monopolisti, uno dei più autorevoli dirigenti politici mondiali, Lula da Silva, le destre hanno dunque fatto un passo avanti e preso il potere con un colpo di stato parlamentare destituendo una presidente, Dilma Rousseff, accusata di nulla. Quello di Temer è un governo di agroindustriali, fondamentalisti neoclassici ed evangelici (due facce della stessa medaglia), corrotti, violatori di diritti umani e narcos, che ha come ministro di giustizia un avvocato vicino al principale cartello criminale del paese.

Addirittura duecento degli uomini che hanno votato l’impeachment contro Dilma sono già inquisiti per corruzione, con l’infamia massima di uno di loro che ha votato in onore al boia che torturò la presidente durante la dittatura.

la citta futura

Cuba dopo la visita di Barack Obama

di Alessandra Ciattini

Quali saranno le conseguenze del nuovo corso delle relazioni tra USA e Cuba sottolineato con grande risonanza mediatica in occasione della recente visita di Obama? Molti problemi e interrogativi restano aperti e su di essi discutono anche le massime autorità cubane

013018afcf84fd53ed1be7bac0415c88 LIn numerose fonti di informazioni latinoamericane e cubane (anche ufficiali) si discute molto sulle conseguenze della visita a Cuba del presidente Barack Obama, insignito per il solo fatto di essere quasi nero e statunitense del premio Nobel per la pace; conseguenze che ovviamente non si faranno sentire solo nell'isola caraibica, ma che si riverberanno su tutta la società latinoamericana, scossa da una serie di tensioni e conflitti, il cui obiettivo è la destabilizzazione dei governi progressisti ivi operanti. In questo senso Cuba resta un simbolo ancora vitale, la cui stessa esistenza rimanda a possibili alternative per gli Stati Uniti indigeribili. Naturalmente in questo breve intervento rifuggirò da tutte quelle interpretazioni che, solo allo scopo di generare sensazionalismo, fanno di questo evento qualcosa di epocale, da cui dovrebbe scaturire una nuova fase nella storia del mondo (come, d'altra parte, ho fatto in un altro intervento pubblicato sempre su LCF).

Comincio con il soffermarmi su quanto si ricava dal canale televisivo interstatale Telesur, cacciato recentemente dall'Argentina, in cui è andato al potere un personaggio legato alla passata dittatura e al capitale transnazionale. Nel noticiero e nei vari programmi di Telesur emergono sostanzialmente due aspetti della questione: da un lato, si sottolineano i possibili vantaggi che deriverebbero alla più grande delle Antille dall'apertura delle relazioni commerciali e finanziarie con gli Stati Uniti, la quale provocherebbe il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e, di conseguenza, il consolidamento del socialismo cubano, che dovrà essere prospero e sostenibile.

mondocane

Eritrea, ce ne fossero!

di Fulvio Grimaldi

danc guerrigliere 2Tornare in Italia dopo un paio di settimane in giro per l’Eritrea è come sprofondare da una passeggiata a pieni polmoni nel bosco all’alba, tra canti di uccelli e rigogli di fioriture, nell’apnea dentro a uno stagno putrescente. Tutto, da limpido e trasparente, diventa torbido e opaco, nelle parole e nelle  immagini. Rientriamo a Mordor, il tetro impero della menzogna e del sopruso. Ancora le gigaballe su Regeni e Al Sisi, ancora i turpi inganni su Aleppo, ancora l’Isis che o accettiamo un regime cripto nazi, o ci fa saltare per aria tutti, ancora i ciarlatani nei palazzi del potere….

 

Con i guerriglieri lotta armata per la liberazione

C’ero già stato, in Eritrea, diverse volte. Come sempre da non-nonviolento. La prima, appena scelto di fare il corrispondente di guerra da freelance, dopo aver coperto la Guerra dei Sei Giorni in Palestina per Paese Sera. I miei territori d’elezione erano quelli dove ancora non era finita la lotta di liberazione dal colonialismo, non-nonviolenta e perciò vittoriosa: Palestina, Irlanda del Nord e, appunto, Eritrea. Eritrea che avrebbe dato vita alla più lunga lotta di liberazione di tutta la decolonizzazione: 1961-1991.

contropiano2

Diga di Mosul, geologia e geopolitica

di Francesco Cecchini

mosul22Intervistato lo scorso marzo dal giornalista di Al Monitor Wilson Fache, che si era recato nell’area della diga per un reportage, un abitante della parte di hinterland di Mosul sotto il controllo dei peshmerga curdi (come la diga), ha usato le parole del condottiero berbero Tariq Ibn Ziyad per descrive la situazione degli abitanti dell’area: “Ora ci troviamo con il nemico davanti a noi e il mare profondo dietro di noi”.

 

La geologia

La diga di Mosul, originalmente conosciuta come Saddam Dam, sul fiume Tigri, nel governatorato occidentale iracheno di Ninawa, si trova circa 50 chilometri a nord della città di Mosul, controllata dall’Isis, meglio detto, capitale del Califfato. La sua costruzione, cominciata nel 1980, fu decisa da Saddam Hussein, nel quadro di un piano di “arabizzazione” del nord curdo dell’Iraq. Fu costruita da un consorzio italo-tedesco Hochtier Aktiengesellschaft-Impregilo, che la completò nel 1984. Lo sbarramento è lungo 3,2 chilometri per un’altezza di 131 metri. Ė la quarta diga più grande del Medio Oriente e la più grande dell’Iraq. Componente chiave dell’energia elettrica nazionale: 4200 megawatt di turbine generano 320 MW di elettricità al giorno.

cuneorosso

Parigi, Bruxelles e la guerra infinita

di Redazione "Il cuneo rosso"

"Dobbiamo fare tutto il possibile per sottolineare
l'aspetto della 'guerra santa'"

(D. Eisenhower sulla lotta al nazionalismo arabo)

jihad21Svolgiamo qui alcune considerazioni sugli attentati jihadisti di Parigi e Bruxelles e il loro retroterra medio-orientale, che forse saranno poco popolari data l'infezione arabofobica e islamofobica da cui è affetta la sinistra, inclusa buona parte di quella che si vuole antagonista, comunista, e perfino internazionalista. Ma la sola cosa che ci preme è contribuire a inquadrare gli avvenimenti in corso da un punto di vista di classe, denunciare e contrastare le nuove aggressioni in atto ai lavoratori e ai popoli di Libia, Iraq e Siria da parte del governo Renzi e degli altri governi europei, e lavorare ad avvicinare, a unire i proletari autoctoni e i proletari provenienti dai paesi arabi e islamici (e i loro figli) che i potentati dell'imperialismo, approfittando dei suddetti attentati, vogliono allontanare e scagliare gli uni contro gli altri. Tutto il resto, per noi, non conta.

È guerra? Certo, ma da 200 anni (almeno).

E l'ha scatenata l'Europa colonialista e imperialista.

Gli editoriali bellicisti delle scorse settimane e degli scorsi mesi hanno sostenuto pressoché unanimi la tesi: "dobbiamo rispondere con la guerra alla guerra che ci è stata dichiarata dai bastardi islamici" invertendo così il rapporto qualitativo e quantitativo tra cause ed effetti. Noi partiamo, invece, dalle cause, quindi dall'azione dell'imperialismo europeo e occidentale.

comunismo e comunit

Bombardamento Etico!

di Costanzo Preve

Prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de “Il Bombardamento Etico” (luglio 2012)

Bombardamenti ordigni bellici e la diocesi di Torino articleimageIl 14 aprile 2016, Costanzo avrebbe compiuto 73 anni. Ed invece ha dovuto congedarsi dalla vita nel novembre 2013.Ma ha pensato, lavorato, scritto fin che ha potuto. Nel luglio del 2012 aveva preparato la prefazione alla edizione greca del suo «Il Bombardamento Etico», tre pagine che proponiamo alla considerazione critica dei lettori.Sono trascorsi 16 anni da quando pubblicammo questo suo importante testo, che – come dice l’autore – non solo non è invecchiato, ma è ancora più attuale. Sedici anni, eppure vivida è la memoria di quei giorni in cui,ospitando Costanzo per qualche giorno a casa mia qui nella campagna intorno a Pistoia, leggevamo il suo dattiloscritto, discutendone in modo appassionato, per prepararne la pubblicazione.  [C. F.]

* * *

Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni.

euronomade

Contraddizione, crisi sistemica e direzione per il cambiamento

Intervista a Wang Hui

929111Wang Hui è uno dei più importanti intellettuali critici della Cina. Una figura di spicco della ” nuova sinistra cinese”. Il suo lavoro ha cercato di tracciare le condizioni intellettuali e politiche della Cina contemporanea. Contro la ristrutturazione neoliberale della Cina, e dei suoi propagandisti ufficiali, il lavoro di Wang ha continuato a impegnarsi per un progetto di ala sinistra il cui scopo è stato fare un bilancio della storia e delle conseguenze della modernità cinese. 

In questa intervista con la rivista “Foreign Theoretical Trends”, pubblicata originariamente in cinese e inclusa come appendice nel saggio “China ‘s Twentieth Century”, di recente pubblicazione, Wang disserta sulle linee di sviluppo in Cina e in tutto il Sud del mondo, sul patrimonio intellettuale e politico del maoismo, e sulle speranze di un nuovo movimento anti – capitalistica a livello globale.

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Foreign Theoretical Trends (di seguito, “Tendenze”): L’attuale dura crisi del capitalismo globale costituisce un punto di svolta storico per la Cina e il mondo. Quali cambiamenti pensa che ciò porterà nell’ordine internazionale? Per quanto riguarda le opzioni della Cina nel nuovo ordine mondiale, alcuni pensano che, poiché la scala della produzione manifatturiera cinese continua a crescere, proseguendo su questa strada la Cina potrà entrare nel club degli stati capitalisti sviluppati.

il ponte

Guerra terrorismo e diritti umani. La nascita dello Stato islamico

di Ferdinando Imposimato

terrorismoNegli ultimi decenni un governo mondiale invisibile, ma reale e concreto, muove le fila dei governi nazionali, dei centri di potere economico e militare, e, con media subalterni, alimenta il terrorismo. E lo fa per giustificare nuove guerre per un nuovo ordine planetario contro Stati detentori di risorse energetiche, per stravolgere le costituzioni e giustificare interventi militari di grandi potenze in aree strategiche del pianeta. Emblematica è stata la guerra all’Iraq del 2003 di Usa, Gran Bretagna e Francia: non fu guerra contro il terrorismo di Saddam Hussein, ma di conquista. Non fu effetto dell’11 settembre 2001 in quanto fu decisa prima dell’attacco alle torri gemelle. Ed è stata proprio quella guerra la causa della crisi e del dilagare del terrorismo nel mondo1.

L’attacco all’Iraq per una lotta al terrorismo fu smentito dopo decenni sia dall’ex presidente George Bush sia da Tony Blair, che hanno ammesso «l’errore». Il 2 dicembre 2008, Bush, in un’intervista alla rete tv ABC, ammise l’errore della guerra all’Iraq, «viziata da informazioni di servizi di intelligence infondate» sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.

Oggi sappiamo con certezza che sono stati ammazzati in Iraq più di un milione di civili, è stato bruciato più di un trilione di dollari e la crisi economica che sconvolge il mondo intero è la tragica conseguenza di una guerra ingiusta spacciata per lotta al terrorismo. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa.

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Rivoluzione colorata a ritmo di samba

by Federico Dezzani

economist dilma 1È torbido il clima in Brasile, teatro in questi mesi di una violenta campagna politico-giudiziaria per spodestare Dilma Rousseff, riconfermata alla presidenza nemmeno due anni fa: il termine “golpe” è entrato ormai nel vocabolario comune della politica. L’operazione è un ibrido tra la nostrana Tangentopoli, dove il gigante petrolifero Petrobas ricopre il ruolo dell’Enimont ed il giudice federale Sergio Moro quello del pm Antonio Di Pietro, e la più recente Euromaidan, dove le Chiese evangeliche hanno assunto la direzione delle proteste di piazza. La posta in gioco per le oligarchie atlantiche è alta: ristabilire, dopo Argentina e Venezuela, la propria egemonia in Brasile, sabotare la Nuova Banca di Sviluppo ideata dai Paese emergenti e “liberare” il Banco Central do Brasil dalla supervisione della politica, per assoggettarlo al controllo alla finanza internazionale.

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Un gigante fuori controllo

Gli anni ’10 del XXI secolo presentano analogie sempre maggiori con quegli ’70 del secolo precedente: la profonda crisi economica, sociale e politica dell’impero angloamericano (vedi l’addio unilaterale degli USA al sistema di Bretton Woods nel 1971), accompagnata ora come allora da sconfitte militari strategiche (ieri il Vietnam, oggi l’Afghanistan e la fallita balcanizzazione di Siria ed Iraq) è accompagnata dal fiorire del terrorismo, dal moltiplicarsi dei colpi di Stato e da un solco sempre più profondo tra la “retorica democratica” e la concretezza quotidiana, connotata dell’esplosione della violenza politica in tutte le sue forme (omicidi mirati, ghettizzazione degli avversari, eliminazioni per via giudiziaria degli oppositori, etc. etc.).

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Appunti dall'inferno

di Sebastiano Isaia

regardDopo l’ennesima «strage di innocenti» perpetrata a Pasqua dai talebani nel nome del noto Dio Misericordioso, Giuliano Ferrara ha sbottato contro il Santo Padre della cristianità, reo di aver definito «insensata» quella carneficina. L’insensatezza attribuita dal Papa Progressista all’eccidio di Pasqua in Pakistan è la sola cosa che suona insensata alle capaci orecchie del giornalista di sicuro spessore e di eccezionale peso. E non a torto, a mio più che modesto avviso. Scrive Ferrara: «Se le dichiarazioni rivolte da Francesco diventano una regola di prudenza legata allo spirito inter-religioso del dialogo allora vuol dire che non si vuole ammettere che la persecuzione dei cristiani nel mondo è opera del risveglio del fondamentalismo» (Il Foglio). Diventa così chiaro che è a partire da una ben diversa prospettiva che chi scrive giudica l’attacco terroristico a Lahore perfettamente sensato, ossia inscritto in una logica comprensibile perché organica alla dimensione del Dominio che sperimentiamo a qualsiasi latitudine di questo pessimo (disumano) mondo. Provo a spiegarlo con il breve scritto che segue.

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1. «Quel giovane di origine magrebina prima era una persona normale: lavorava, beveva, fumava, aveva una ragazza, insomma conduceva una vita in tutto simile alla nostra. Poi, improvvisamente, si è radicalizzato».

carmilla

Agnelli sacrificali

di Alexik

agnello particolare della Crocefissione di Matthias GrünewaldGli attentati di Bruxelles hanno lasciato sul terreno i corpi di 31 persone inermi e più di 100 feriti negli ospedali. A reti unificate, in questi giorni, ne stiamo conoscendo i volti, le storie. Possiamo rimpiangerne i desideri spezzati, identificarci con loro.

Altri morti di questa sporca storia non hanno avuto tanti riflettori. Nella migliore delle ipotesi, hanno dovuto accontentarsi di essere rappresentati da un numero. Molto più spesso la loro fine è stata oscurata dal buio dei nostri teleschermi. Il cordoglio e lo sdegno sono ‘privilegi’ riservati solo ai nostri morti, e vanno sapientemente amplificati, per spingerci attorno a una bandiera e motivare nuove avventure militari.

Avventure come queste: “Near Mosul, six strikes struck two separate ISIL tactical units and destroyed an ISIL assembly area, an ISIL supply cache, and three ISIL vehicles and damaged an ISIL-used bridge section and suppressed an ISIL fighting position” (19 marzo 2016).

Dovrebbe rassicurarci questa nota del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che sintetizza la cronaca di uno dei tanti attacchi aerei sull’Iraq. Rincuorarci sulla geometrica potenza, sulla precisione chirurgica della risposta occidentale al terrorismo. Se non fosse che a Mosul, occupata dal Daesh, ci abitano un milione e mezzo di persone, e che il bombardamento in questione ha ucciso, oltre a 40 combattenti jihadisti, decine di civili. Alcune fonti parlano di 25 civili morti, altre ne calcolano più di cento per l’attacco al campus universitario. I nostri media non si sono scomodati a contarli.

sinistra

Come i morti anche le mode ogni tanto ritornano

di Antonio Pagliarone e Paolo Giussani

Antonio Pagliarone ci segnala, dopo aver letto l'intervento di Guglielmo Carchedi recentemente pubblicato qui e con cui concorda pienamente, questa critica ad Enzo Modugno sul keynesismo militare, da lui scritta nel 2004 insieme a Paolo Giussani e tuttora pienamente attuale

article 1253068 086e1005000005dc 519 964x8861. Keynes Redux ?

L’articolo di Enzo Modugno “Il prodotto interno lordo della guerra” apparso sul Manifesto del 17 marzo 2004, in cui si trova ripetuta una tesi vecchia come Noé sul rapporto fra spese militari e capitalismo, è un concentrato di luoghi comuni, tanto diffusi quanto difficili da scardinare. Sarebbe assai bello se gli scritti e le critiche servissero a spingere gli appartenenti agli ambienti dell’ultrasinistra verso l’analisi dei fenomeni e la ricerca di prove su cui basare i punti di vista. Sarebbe una gran bella cosa ma è un augurio totalmente cretino. L’ultrasinistra non è che il cascame della politica e della cultura ufficiali, il precipitato evolutivo di un passato narcisisticamente irrilevante potentemente affetto dall’inveterato vizio di costruirsi e presentare “analisi” fatte delle medesime spiegazioni offerte dal senso comune e diffuse dai media (una tempo etichettati “borghesi”) solo rivestite del solito vieppiù intollerabile linguaggio da guru.

Secondo Modugno, che ritiene di riprendere una tesi espressa nel Capitale monopolistico di Paul Sweezy, il settore militare, in particolare quello statunitense, svolgerebbe la funzione di “indispensabile sostegno al capitalismo”. Modugno in particolare asserisce che le 85.000 aziende che compongono il cosiddetto Complesso Militare Industriale USA sono “il vero motore dell’economia”. Considerando che l’economia USA è composta da circa 6,5 milioni di aziende, sembra bizzarro che di tutte queste esista uno speciale 1.3% che possa fare da sostegno e da “vero motore” al restante 98.7%.

giorn partecip

Argentina a 40 anni di distanza, cosa resta della dittatura

di Gennaro Carotenuto

madresQuando il 24 marzo 1976 il colpo di stato civico-militare in Argentina diviene realtà, per molti, questo appare come l’unica soluzione al caos nel quale verserebbe il paese. E’ il quarto colpo di Stato in ventuno anni, dal 1955, da quella cosiddetta “Rivoluzione liberatrice” che le classi dirigenti e le Forze Armate realizzano sempre con lo stesso obiettivo: cancellare dal paese quel fenomeno complesso che è il peronismo, che mescolano e confondono con il marxismo. Questo continua ad avere l’egemonia dell’identificazione delle classi popolari che vedono nel “Giustizialismo” la fine di uno stato escludente quando non apertamente razzista e la costruzione di uno stato sociale avanzato. Il nome del partito di Perón è spesso traslato in maniera inesatta in italiano per identificare la richiesta di giustizia spiccia verso la partitocrazia ma non ha nulla a che vedere con l’accezione argentina.

Sono almeno due i fattori che concorrono all’idea del caos in quell’Argentina di metà anni ‘70. Il primo è la situazione economica. In quella che fino agli anni Cinquanta è stata tra le prime dieci economie del mondo e che ancora nei primi anni Settanta vive la quasi piena occupazione, il modello dirigista instaurato tanto dal peronismo classico nel dopoguerra, come dalle forze liberal-conservatrici che al peronismo si opposero con vari colpi di stato dal 1955 in avanti, è a fine corsa. L’inflazione, per dare solo un numero, nei 12 mesi prima del golpe, è del 566%. Per chi vive di salario è drammatico ma sarà solo quindici anni dopo che il problema troverà soluzione.

vocidallestero

Perché gli arabi non ci vogliono in Siria

di Robert Kennedy jr

Dal sito Politico.eu, vale davvero la pena di riportare la traduzione integrale del lungo e dissacrante articolo (di cui abbiamo già parlato qui) in cui Robert Kennedy jr riassume agli americani ipnotizzati (e agli alleati europei) il “disgustoso” contesto storico, a partire dalla seconda guerra mondiale, in cui si inserisce la terribile guerra siriana dei nostri giorni e la creazione dell’Isis da parte della Cia, a protezione del cartello del petrolio

306b6289159b74d47798bcc6a69b6e2dIn parte perché mio padre è stato assassinato da un arabo, ho fatto uno sforzo per comprendere l’impatto della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente e in particolare i fattori che motivano a volte le sanguinarie risposte  del mondo islamico contro il nostro paese. Concentrando l’attenzione sull’ascesa dello Stato islamico e andando alla ricerca delle cause originarie della barbarie che ha portato via così tante vite innocenti a Parigi e San Bernardino, sarebbe meglio andare al di là delle spiegazioni di comodo sulla religione e l’ideologia. Dovremmo invece esaminare le logiche più complesse della storia e del petrolio – e renderci conto che spesso esse chiamano in causa le responsabilità del nostro paese.

Il disgustoso record americano di interventi violenti in Siria – poco conosciuto dal popolo americano ma ben noto ai siriani – ha seminato un terreno fertile per il jihadismo islamico violento che ora complica una qualsiasi risposta efficace del nostro governo per affrontare la sfida dell’ISIL.  Finché l’opinione pubblica e i politici americani non si rendono consapevoli di questo passato, ulteriori interventi rischiano solo di aggravare la crisi. Questa settimana il Segretario di Stato John Kerry ha annunciato un cessate il fuoco “provvisorio” in Siria. Ma dal momento che il potere di influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Siria sono al minimo – e il cessate il fuoco non include combattenti importanti come lo Stato islamico e al Nusra – nel migliore dei casi è destinato ad essere una tregua piuttosto precaria. Allo stesso modo, l’intensificazione da parte del presidente Obama dell’intervento militare in Libia – attacchi aerei degli Stati Uniti la scorsa settimana hanno preso di mira un campo di addestramento Stato islamico – è probabile che rafforzi, piuttosto che indebolire, gli esponenti più radicali.

il ponte

Nuovi cieli e nuova terra

di Lanfranco Binni

migranti ungheria 744x4451In Siria non è andata come doveva andare. La spartizione neocoloniale del paese è rinviata a tempi migliori. Contrordine: va interrotta l’evacuazione forzata della popolazione civile e bisogna promuovere il rientro, forzato, dei profughi; via dall’Europa, compatibilmente con le esigenze tedesche di capitale umano di qualità; i campi di concentramento in Turchia saranno aree di transito per il rientro in Siria, mentre al governo turco è stato concesso di lucrare sui profughi con finanziamenti europei. La Nato passa al piano B: consolidare la Turchia come avamposto dell’Occidente contro la Russia (la guerra ai curdi siriani e irakeni, la feroce repressione della società turca, sono effetti collaterali da «comprendere»), spostare il focus degli interventi militari dalla Siria alla Libia, all’intero continente africano. Il cambio di strategia comporta la dislocazione nell’area libica di quello che resta dell’Isis, indebolito dalla sconfitta militare in Siria e da conflitti crescenti con la galassia del jiadismo, in primo luogo con le reti di al Qaeda.

Nella notte del terrorismo tutte le vacche sono grigie, ma le semplificazioni non aiutano certo a capire quanto sta accadendo nel continente africano: un intreccio caotico di «islamizzazione della radicalità» sul retroterra delle lotte anticoloniali degli anni sessanta del Novecento e delle esperienze del nazionalismo, del socialismo, del panarabismo e del panafricanismo.