SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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John Perkins: Il sicario e la Grecia

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mauro poggi

Il sicario e la Grecia

Intervista a John Perkins

the-corporation-dvd-labelPerkins  è autore del libro biografico “Confessioni di un sicario dell’economia”, dove racconta la sua decennale esperienza al soldo di multinazionali e governi occidentali come procacciatore di indebitamento e asservimento dei  paesi in via di sviluppo. 

Il giornalista greco Michael Nevradakis lo ha intervistato su Dialogos Radio. L’intervista è disponibile in podcast qui, e trascritta su TruthOut.

A mio parere una buona parte della sua analisi è condivisibile, e in ogni caso la sua testimonianza fotografa uno dei più gravi aspetti del clima culturale che caratterizza il nostro tempo: il prevalere degli interessi delle multinazionali sopra qualunque altra considerazione di benessere delle collettività, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la democrazia e l’autodeterminazione dei popoli. È pur vero che la prevaricazione dei potentati economici è una costante della storia moderna, ma oggi il fenomeno della globalizzazione ha conferito alle grandi corporazioni un potere decisivo, che sovrasta e condiziona qualunque altra struttura – quella politica in primo luogo; e mai come oggi questo potere appare inattaccabile e il processo del suo consolidamento irreversibile.

In questo senso, l‘accordo di libero scambio transatlantico TTIP, portato avanti senza alcun serio dibattito e zelantemente ignorato dai media, va visto come un ulteriore e forse decisivo passo verso la definitiva consacrazione del loro potere come nuovo sistema di governo globale.

Domenico Losurdo: Le rivoluzioni colorate e la Cina da Tienanmen a Hong Kong

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domenicolosurdo

Le rivoluzioni colorate e la Cina da Tienanmen a Hong Kong

Un estratto da La sinistra assente*

Domenico Losurdo

Surplus  Michael Krebs4.1. Un terrorismo dell’indignazione coniugato al passato

Oltre che al presente, il terrorismo dell’indignazione può essere coniugato al passato. È possibile per così dire impiccare a un’immagine, vera o falsa e comunque accuratamente e strumentalmente selezionata, un concorrente, un potenziale nemico, un nemico da screditare o, più esattamente, da additare al pubblico ludibrio dell’opinione pubblica internazionale. Nel ricordare ogni anno la tragedia di Piazza Tienanmen, agli inizi di giugno i media occidentali ripropongono immancabilmente il fotogramma del giovane cinese che, disarmato, fronteggia con coraggio un carro armato dell’esercito. Il messaggio che si vuole trasmettere è chiaro: a sfidare la prepotenza e il dispotismo è un combattente della libertà al quale l’Occidente non si stanca di rendere omaggio e che solo in Occidente può trovare la sua patria elettiva.

Ma realmente tutto è così evidente? Realmente non c’è spazio per il dubbio e la sfumatura? Voler riflettere un po’, prima di introiettare e far proprio il messaggio manicheo che viene proposto o che si cerca di imporre, è solo sinonimo di atteggiamento sofistico e di sordità alle ragioni della morale? Il terrorismo dell’immediata percezione e indignazione è in agguato. Chi voglia evitare di cadere in trappola farebbe bene a esitare per un attimo e a porsi alcune domande, prima di giungere a una conclusione non solo frettolosa ma soprattutto imposta prepotentemente dall’esterno.

Piotr: Ukr-ISIS Crisis: caos sistemico e caos sistematico

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Ukr-ISIS Crisis: caos sistemico e caos sistematico

di Piotr

L'Impero è ogni cosa e il suo contrario, un buco nero che tutto inghiotte, dagli ecologisti ai nazisti, dagli islamofobi agli jihadisti. C'è del metodo

news 217701Sulla Stampa on-line è stato pubblicato un articolo sui bombardamenti statunitensi in Siria.

L'articolo è anonimo. Peccato, perché non abbiamo modo di chiedere all'autore se ignora le cose, oppure non le capisce o infine se è semplicemente un oscuro redattore di veline preparate altrove.

Analizziamo solo due passaggi e si capirà il perché della nostra curiosità.

«Dopo tre giorni di offensiva in Siria, più di 350 persone (tra cui civili compresi donne e bambini), sono stati uccisi dalle bombe sganciate dalla coalizione arabo-sunnita guidata dagli Stati Uniti e da quelle - assai più note ai siriani - sganciate dai caccia del regime di Damasco. Nella regione di Idlib, i bombardamenti sono stati condotti quasi all'unisono da caccia della coalizione arabo-occidentale e da velivoli militari russi di Damasco».

Notiamo due punti che nell'economia informativa dell'articolo hanno puramente il ruolo di messaggi subliminali.

a) Le bombe sganciate dai caccia del "regime di Damasco" sarebbero "assai più note ai siriani".

Sottotesto: A Damasco c'è un dittatore (regime) sanguinario che non fa altro che sganciare bombe sul proprio popolo.

Patrick Boylan: Pacifismo istituzionale italiano: maglia nera del pianeta

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Pacifismo istituzionale italiano: maglia nera del pianeta

Intervista a Patrick Boylan

Alla Manifestazione nazionale "Facciamo insieme un passo di pace" (Firenze, 21-9-2014) è andato come osservatore il nostro Patrick Boylan. Invece di chiedergli un resoconto scritto, abbiamo voluto intervistarlo, in modo che, parlando a tu per tu e a titolo personale, egli potesse esprimersi più liberamente. Non ha avuto peli sulla lingua (25 settembre 2014)

Nato-air-strikesREDAZIONE: Sei andato come osservatore, a titolo personale, alla Manifestazione nazionale Facciamo insieme un passo di pace tenutasi domenica scorsa (21-9-2014) a Firenze, nel magnifico piazzale Michelangelo che sovrasta la città. L'iniziativa è stata indetta dalla Rete della Pace, dalla Rete Italiana per il Disarmo, da Sbilanciamoci e dal Tavolo Interventi Civili di Pace per “dare voce a chi resiste e si oppone in modo nonviolento alle guerre, alle pulizie etniche, alle politiche di guerra, ai regimi dittatoriali, al razzismo, all’apartheid.” Che impressione ti ha fatto?

PATRICK BOYLAN: Terrificante. Un'enorme dispiegamento di mezzi per incanalare nel nulla l'angoscia che provocano nella gente le guerre sempre più vicine a noi: in Afghanistan, in Siria e in Iraq, in Ucraina, in Libia... Tranne per gli interventi sulla Palestina, l'evento sembrava costruito per smorzare le angosce, senza proporre azioni di contestazione – ad esempio, atti di disubbidienza civile che obbligano i manovratori delle guerre ad uscire allo scoperto.

Confesso che, da statunitense, mi sono assai stupito che gli USA non siano stati quasi mai nominati – un primato per una manifestazione contro la guerra nella nostra epoca. Ma non sono stati nominati, o solo raramente, nemmeno i governi presenti e passati italiani e degli altri paesi europei.

Eppure le truppe USA ed europee occupano ancora l'Afghanistan, no? L'aviazione USA ed europea ha devastato con le bombe la Libia ieri e ricomincia a farlo ora in Iraq e in Siria, no? Sappiamo che il conflitto in Ucraina è stato innescato da un golpe armato a Kiev preparato nelle caserme NATO della Polonia, dove venivano addestrate milizie neonazisti ucraine. Quindi sono stati gli USA e gli europei ad innescare il conflitto in Ucraina, no?

Valerio Evangelisti: I ribelli del Donbass

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I ribelli del Donbass

di Valerio Evangelisti

BandaBassottiPutin “socialista”? Per quanto sembri incredibile, c’è chi pare crederlo veramente, sia tra chi lo appoggia che tra chi lo avversa. Poco importa che al recente Foro Nazionale della Gioventù di Seliger (riunione dei giovani del suo partito) abbia definito “traditori” i bolscevichi che, con la loro rivoluzione, minarono lo sforzo bellico russo nella prima guerra mondiale. Per qualche rottame della disastrata “sinistra radicale” italiana, o per i molti furbi che mascherano da nuova guerra fredda l’attuale, gigantesco scontro economico tra capitalismi per impossessarsi delle aree del mondo ricche di materie prime, Putin è una specie di Lenin (o Stalin, o Breznev) redivivo. Eroe per gli uni, spauracchio per gli altri.

Ciò annebbia ancor più la lettura corrente dei fatti d’Ucraina e della secessione del Donbass. Si tratterebbe di un conflitto tra democratici “europeisti” (a prescindere da un buon numero di fascisti e nazisti nelle loro fila) e “filorussi” (balle, sono russi e basta).

l.c.: Obama, Isis e medioriente: il ritorno dell'instabilità costruttiva?

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Obama, Isis e medioriente: il ritorno dell'instabilità costruttiva?

di l.c.

0bama-iraq-isis-times-cartoonIntroduzione: venti di guerra medio-orientali

Ci risiamo. I venti di guerra tornano a soffiare sul Medio Oriente (in realtà non hanno mai smesso...). Nella notte alla vigilia dell'anniversario dell'attacco alle Torri Gemelle, Obama ha annunciato la nascita di una vasta coalizione volta a distruggere l'ISIS, l'Esercito Islamico dell'Iraq e del Levante.

A poche settimane dall'uccisione, in mondovisione, di due giornalisti americani rapiti in Siria tra il 2012 e il 2013, gli Stati Uniti si sono impegnati, per bocca del loro presidente, a “guidare un'ampia coalizione con l'intento di mettere fine alla minaccia terroristica di ISIS”. Il piano americano prevede quattro punti fermi.

In primis una campagna di attacchi aerei in Iraq e in Siria (“We will hunt terrorist wherever they are, that means I won't hesitate to take action in Syria as well as in Iraq.”).

In secondo luogo un sostegno in chiave di addestramento, equipaggiamento e intelligence alle forze operanti sul terreno che combattono ISIS (“Train and equip syrian opposition to fight against ISIL. We cannot rely on Assad regime that terrorizes its own people and will never regain legitimacy has lost...”) attraverso un rafforzamento dell'opposizione al regime di Assad come controbilanciamento alle forze di ISIS.

Lucio Manisco: Obama «l’inetto», perso il controllo, scatena una guerra

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Obama «l’inetto»,  perso il controllo, scatena una guerra

di Lucio Manisco

Accusato di inettitudine in patria, Obama rischia di perdere il controllo del Congresso. Il governatore del Texas dice che i terroristi possono essere già arrivati nel suo Stato. E così dichiara una nuova guerra al terrorismo. E l’Italia che fa? Si accoda. Anche se non si sa come

obama-mask-on-bush-war-crimeGravitas, brevitas, l’eco ricorrente della «Cartago delenda» di Catone, anzi del «we shall fight on the beaches» di Winston Churchill ai Comuni contro la Germania nazista: così Barack Obama nel discorso di mercoledì notte alla nazione ed al mondo ha dichiarato guerra all’Isil, la quarta guerra in trent’anni al terrorismo in Medio Oriente.

Gli Stati Uniti non daranno tregua al barbarico califfato, lo frantumeranno e poi lo distruggeranno In Iraq, in Siria, nello Yemen, in Somalia ed in altre parti del mondo per tutelare la sicurezza del popolo americano. Come? Il Capo dell’Esecutivo non è entrato nei dettagli che arriveranno dopo, ma ha delineato strategia e traguardi di una guerra ad oltranza che si protrarrà oltre i due anni del suo rimanente mandato alla Casa Bianca: estensione dei bombardamenti aerei in corso – droni, F-16 e forsanco B-52 – sull’Iraq e sulla Siria, massicce forniture di nuove armi pesanti all’esercito iracheno e l’arsenale delle democrazie darà man forte anche alle forze irregolari curde (checché ne dica il nuovo governo di Baghdad).

Nessun «boot on the ground» a stelle e strisce, ma il contingente di consiglieri, istruttori e addetti alla Intelligence degli Stati Uniti salirà da 1.200 a 1.775. Le truppe di terra verranno fornite da una formidabile coalizione di quaranta Paesi, dieci europei, tra i quali l’Italia. Il tutto al costo di cinquecento milioni di dollari che incrementeranno un bilancio della Difesa più alto del totale di tutti gli altri bilanci della Difesa di Paesi avversari o amici nel resto del mondo.

Nique la Police: Crocifissioni riprese dallo smartphone

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Crocifissioni riprese dallo smartphone

Antropologia politica di Isis

di Nique la Police

james-foley-1Già da diverse settimane ci chiedevamo in redazione cosa fosse Isis. Nel frattempo, oltre alla proclamazione dello stato islamico, piovevano immagini di esecuzioni, di decapitazioni, di feroci conflitti tra Siria ed Iraq. Questo articolo, che poi verrà rielaborato in forma di saggio e riversato sul sito academia.edu, cerca di rispondere a diverse domande su Isis al di là della contingenza giornalistica. Il lavoro è diviso in due sezioni. La prima, (Immagine, antropologia e politica di Isis) cerca di fissare delle categorie analitiche di lettura all'interno del concetto di barbaro, di immagine, di antropologia del politico. La seconda (Fonti di Isis)  si occupa di commentare alcune fonti selezionate, video e articoli, prodotte da Isis o che riguardano materiale che tratta questo argomento. L'uso della dizione "Isis" invece che di quella, più corretta di "Is" (Islamic State, stato islamico) è dovuto alla sua maggiore diffusione. E anche alla forte evocatività, dovuta all'omonimia con Isis, la divinità egizia che si narrava proveniente dall'oltretomba. Suggeriamo a chiunque sia interessato a studiare i video linkati di scaricarseli visto che i link cambiano velocemente. A volte anche in poche ore. Per cui per i link che risultano vuoti si consiglia di cercare nella memoria cache di Google. Il materiale che arriva a disposizione di chi legge è comunque significativo.

 Buona lettura e non dimenticate di sostenere i media indipendenti, baluardo dell'analisi di qualità e senza condizionamenti.

Redazione - 9 settembre 2014

Miguel Martinez: L’Occidente psichiatrico di Ezio Mauro

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L’Occidente psichiatrico di Ezio Mauro

Miguel Martinez

ezikoLeggo ieri, sul sito di Repubblica, un editoriale di Ezio Mauro che riesce a riassumere due secoli di paranoia in quattro luoghi comuni.

Mauro ci spiega che esiste l’Occidente e che l’Occidente ha un “nemico ereditario“, l’Oriente.

Egli adopera in modo intercambiabile il termine “Occidente” e il pronome “noi“, e già questo è clinicamente interessante.

Il signor Ezio Occidente precisa comunque di non essere paranoico: è il mondo, spiega, che ce l’ha con lui/noi.

Ci rivela che “l’anima imperiale e imperialista della Russia è eterna e insopprimibile” e vuole bloccare “la libertà di destino dei popoli“.

Poi ci sono i musulmani. Ezio Occidente, parlando del cosiddetto califfato islamico a cavallo tra Siria e Iraq, si chiede se l’Occidente (anzi “la comunità del destino”) abbia

“almeno la consapevolezza che quel pugnale islamista è puntato alla sua gola“.

E si pone l’eterna domanda di tutti coloro che temono la Decadenza dell’Occidente:

“Ma nel momento in cui due parti del mondo lo designano contemporaneamente come il nemico finale e l’avversario eterno, l’Occidente ha una nozione e una coscienza di sé all’altezza della sfida?”

Alfonso Gianni: Per il Papa siamo alla Terza Guerra Mondiale. Ha davvero ragione?

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micromega

Per il Papa siamo alla Terza Guerra Mondiale. Ha davvero ragione?

di Alfonso Gianni

Di fronte agli scenari bellici in Medio Oriente e Ucraina Bergoglio ha preso parola sostituendosi anche alla classica sinistra laica e pacifista. Ma forse sbaglia: si tratta piuttosto di una guerra civile prolungata senza frontiere, ove entrano in gioco una molteplicità di soggetti dai contorni imprecisi. Per un nuovo equilibrio mondiale

papa-fraPapa Bergoglio sta godendo di un lungo momento di grazia nell’opinione pubblica mondiale. Ogni cosa che dice diventa di riferimento anche in ambito non confessionale. Ne sia esempio la sua recente dichiarazione sull’esistenza nel mondo contemporaneo di una terza guerra mondiale “a pezzetti”. Il Papa non è un analista politico e quindi non si può pretendere da lui l’esattezza della definizione, ma è un fatto che essa ha sfondato anche nel campo della sinistra laica che pensa di interpretare così le varie guerre guerreggiate sanguinosamente in corso, dall’Ucraina al Medio Oriente. D’altro canto, vista la mancanza di profondità nella ricerca analitica e di pensieri lunghi nel campo della sinistra non deve stupire né infastidire questa supplenza pontificia.

Resta da domandarsi se le cose stanno proprio così. Se il papa ci ha preso oppure no. Propenderei, con tutto il rispetto e – perché no – anche ammirazione per la figura di papa Francesco, per il no.

Per quanto molteplici siano i conflitti in corso, non credo che si possa parlare di una terza guerra mondiale seppure a macchia di leopardo e a bassa intensità. Siamo piuttosto di fronte – ma ogni definizione è per necessità, come diceva il grande filosofo, una limitazione – ad una guerra civile prolungata senza frontiere, ove entrano in gioco una molteplicità di soggetti dai contorni imprecisi.

Patrick Boylan: Ci sono ancora speranze in Ucraina?

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megachip

Ci sono ancora speranze in Ucraina?

di Patrick Boylan

Nonostante la tensione per la voce infondata dell'invasione russa, appaiono perfino remoti segnali di fine ostilità in Ucraina: speranza o chimera?

NEWS 214232Da mesi i media denunciando “l'aggressione di Putin” contro l'Ucraina ed ora fanno vedere una controversa pistola fumante: presunte foto satellitari di blindati russi (ma senza le coordinate GPS).  Quattro voci autorevoli, invece, ci invitano a ripensare la narrazione ufficiale. Infatti, in Ucraina c'è anche la NATO (ma non si vede): vuole installare i suoi missili sulla frontiera russa, fermare il multipolarismo e ripiombarci nel bipolarismo della Guerra Fredda.  Gli eventi in Ucraina ci riguardano dunque tutti -- e da vicino. Cerchiamo allora di capirli meglio.

Lo scorso primo luglio, Henry Kissinger, ex Segretario di Stato USA e uomo politico notoriamente di destra, ha stupito tutti con un articolo sul Washington Post in cui chiedeva la cessazione delle ostilità tra le parti nell'est dell'Ucraina e tra Washington e Mosca. “Basta con la demonizzazione di Putin e la politica dello scontro, bisogna trattare” ha ammonito Kissinger ( originale in inglese - resoconto in italiano ).

Poi, nel mese di agosto, sono apparsi altri tre articoli sull'Ucraina dello stesso tenore, tutti scritti da esponenti autorevoli dell'establishment europeo e statunitense:

Piotr: Il chiarimento del caos

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megachip

Il chiarimento del caos

Perché gli USA usano l'ISIS per conquistare l'Eurasia

di Piotr

Una straordinaria analisi a firma Piotr. Cos'è la Terza guerra mondiale a zone di cui parla il papa. I veri confini del dibattito su ISIS, Di Battista, l'Ucraina, i curdi

news 2135681. I corsari erano dei privati (spesso armatori) che ingaggiavano comandanti abili nella navigazione per perseguire propri interessi in condominio con quelli politici di una potenza che li forniva, appunto, di una "lettera di corsa". Tale lettera li abilitava ad attaccare e saccheggiare navi di altre potenze sotto particolari condizioni (solitamente una guerra).

Le attività dei pirati e quelle dei corsari erano praticamente le stesse. Cambiavano solo le coperture politiche ufficiali. Diversi corsari finirono la loro carriera come pirati, a volte impiccati dagli stessi governi che li avevano ingaggiati.
 
Di fatto i corsari potevano permettersi di fare quelle cose che uno Stato riteneva politicamente e/o economicamente imprudente fare.
 
Una variante molto più in grande ed organizzata erano le Compagnie commerciali dotate di privilegi, come la famosa Compagnia Inglese delle Indie Orientali, che benché totalmente private (la Corona inglese non possedeva nemmeno un'azione delle Compagnie inglesi) avevano il nulla osta per condurre guerre e attività di governo.
 
Corsari e pirati hanno smosso le fantasie romantiche e libertarie di generazioni di persone che invece storcevano il naso per le imprese dei loro mandanti. 
 
Oggi la storia si ripete. In peggio.

Niccolò Serri: Il Califfato, o della Modernità Occidentale

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Il Califfato, o della Modernità Occidentale

di Niccolò Serri

hipsterjihadiCon la sua recente avanzata nelle pianure di Nineveh e l’assalto alle limitrofe postazioni occupate dai Peshmerga Kurdi, l’ISIL/ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), o più semplicemente IS (Stato Islamico), ha esteso il suo controllo su una porzione di territorio più o meno grande come il Belgio, fra Aleppo e Mosul. Già da inizio Giugno, il movimento si è candidato a strappare ad Al Qaeda e agli Al Shabaab somali la palma di gruppo terroristico più ricco del pianeta, potendo contare non solo sui proventi delle sue sistematiche razzie, ma anche sul ben più remunerativo controllo dei giacimenti di gas e petrolio a cavallo tra Iraq e Siria.

Di fronte a questo processo di vero e proprio state-building totalitario, forse ancor più che di fronte alla sistematicità del massacro palestinese, la narrazione occidentale resta intrappolata in una visione ‘orientalistica’ della realtà mediorientale. La brutalità dei massacri (da ultimo quello degli Yazidi) viene ricondotta, ancora una volta, ad una barbarie irrazionale, frutto della mancata modernizzazione dell’area, della ferocia inter-settaria e dell’ineliminabile refrattarietà della religione musulmana al progetto della democrazia liberale.

La striscia di Gaza è descritta come un brulicante coacervo di odio anti-israeliano, da cui, contro ogni valutazione tattico-strategica, continuano a essere lanciati missili contro le soverchianti forze israeliane; l’IS è assimilato ad una primitiva orda di mongola memoria, descritto sbrigativamente come «più estremista di Al Qaeda», animato da una furia cieca e devastatrice. La sofferenza degli uni e la violenza degli altri sono sempre tenute a debita distanza dalla nostra coscienza occidentale, ‘esoticizzate’ e marginalizzate come residuo anti-moderno.

Militant: Dalla parte della Resistenza palestinese, senza se e senza ma

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Dalla parte della Resistenza palestinese, senza se e senza ma

Militant

afc7581e2e0d081468c00ea72e570790 lNon è certo semplice, men che meno immediato, riuscire a spiegare le ragioni per cui oggi qualsiasi opera di distinguo, di presa di distanza all’interno della Resistenza palestinese, sia giocoforza complice della carneficina israeliana. Eppure, oggi come in altre circostanze, è necessario portare avanti qualche posizione scomoda, non precostituita, fuori dal normali canoni del dibattito politico a sinistra.

Non c’è dubbio che Hamas non sia il nostro punto di riferimento politico nel mondo arabo. Le sue posizioni, che possono per (troppa) comodità essere sintetizzate nell’esasperato radicalismo religioso, la rendono una formazione politica distante dalla nostra ideale visione delle cose del mondo. Se il tentativo di capire la situazione mediorientale, per molti versi paradigmatica dell’evoluzione politica che potrebbe avvenire anche in altri contesti, terminasse qui, avremmo già la nostra sentenza: con una forza intimamente teocratica e anticomunista si può condividere molto poco, quasi niente, neanche singoli passaggi tattici contro eventuali nemici comuni. Questa però sarebbe una visione a dir poco superficiale e sclerotizzata dei rapporti politici esistenti nel contesto palestinese, e che soprattutto risentirebbe del punto di vista eurocentrico del modo di guardare le cose altrui.

Alessadro Di Battista: ISIS: Che fare?

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ISIS: Che fare?

Alessadro Di Battista

isis"Dagli anni '20 ai '60

A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano.
Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne.

Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?

La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.

 

La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo

Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere.

Sergio Cararo: Le soglie dell'orrore

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Le soglie dell'orrore

Sergio Cararo

aa81033bdbbecab3ae0723076ec8e718 lL'ultimo mattatoio scatenato da Israele a Gaza ha alzato l'asticella delle vittime: quasi 1900, più dell'operazione Piombo Fuso che aveva segnato la “soglia” precedente di una asimmetria del dolore e della brutalità militare in una Palestina da 66 anni alle prese con l'occupazione coloniale israeliana.

Adesso sembra che dopo l'orgia di bombe, droni, cannonate, missili e quant'altro si sia raggiunta la tregua. Molti si augurano che regga, troppo pochi si augurano che la fine delle ostilità non rappresenti altro che il ripristino della intollerabile situazione pre-esistente a Gaza: una prigione a cielo aperto dalla quale non si può fuggire neanche sotto i bombardamenti. Che prima o poi torneranno a fare strage di innocenti.

Quanto avvenuto a Gaza e in Palestina in questi decenni svela una parte significativa delle contraddizioni inaccettabili delle attuali relazioni internazionali, ma abbiamo l'impressione che l'ultimo mattatoio a Gaza riveli anche qualcosa di più ed estremamente preoccupante.

In questi anni la realtà dei “due pesi e due misure” ha agito sistematicamente nella trattazione della vicenda dei rapporti tra Stato di Israele e palestinesi. Al primo è stato consentito tutto quello che non è stato consentito ad altri Stati. “Perchè il mondo permette ad Israele di fare quello che fa?” si interrogava sei anni fa Ilan Pappe.

Per molto meno di quello che le autorità e le forze armate israeliane hanno fatto nel 2009, nel 2012 ed ora a Gaza, altri stati sono sottoposti a embarghi, sanzioni e addirittura ad interventi militari punitivi.

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