Avviso agli utenti

Dopo oltre sette anni di onorato servizio è stato necessario aggiornare all'ultima versione il software del sito, sia per motivi di funzionalità che soprattutto di sicurezza.

Con l'occasione è stato fatto anche un restyling del template.

Purtroppo non è stato possibile per ora importare dal vecchio sito i commenti agli articoli. Chi ne ha tenuto nota può senza problemi reinserirli.

Vi saremo grati se vorrete segnalare eventuali difetti o malfunzionamenti.

Grazie,

La redazione

sinistra

Integraciòn o muerte! Venceremos?

L'America Latina nel suo labirinto

Daniele Benzi

I. Introduzione

image0024L’America Latina vive oggi importanti processi di trasformazione politica ed economica e di conflitto sociale relativamente intensi in uno scenario mondiale in cui gli equilibri geopolitici e le dinamiche dell’accumulazione capitalista stanno mutando profondamente. Uno sguardo sommario agli eventi dell’ultimo anno e a quello in corso, anche se probabilmente poca cosa rispetto alle accelerazioni della turbolenza globale, confermerebbe facilmente quanto si dice.

Per questa ragione, andando un po’ più indietro, se è lecito affermare che la «lunga notte neoliberale» – intesa come modello di governo non solo relativo alla sfera economica – sia già passata nella regione, gli avvenimenti del decennio appena trascorso e del nuovo che è iniziato sconsigliano l’uso di prefissi ed etichette generiche destinate senz’altro a non durare nel tempo. Ancora più importante, però, invitano ad essere cauti nella proposizione di analisi e schemi che abbiano la pretesa di fornire una visione compiuta di ciò che sta succedendo sul piano geopolitico e geoeconomico regionale, specialmente per quanto riguarda i processi di integrazione, e sul ruolo presente e futuro dell’America Latina nella difficile transizione del sistema mondiale.

In quattro brevi interventi propongo più modestamente una panoramica ed alcuni spunti di riflessione sulle alternative contraddittorie in campo ed i conflitti da esse innescate. Discuto in questa prima parte alcuni problemi dell’eredità economica, politica e sociale del neoliberismo ancora assai palpabili nei limiti programmatici e difficoltà pratiche dei governi della cosiddetta «svolta a sinistra».

osserv.anticap

Resistenza somala e disinformazione dell'Impero

di Stefano Zecchinelli

al shabaab i7pg 618x463L’attacco attributo al movimento islamico di Al Shabaab, nel campus universitario di Garissa ( 815 persone ) in Kenya, si porta dietro ben 148 vittime accertate ed una ondata di indignazione da parte del mondo occidentale. L’informazione di regime come sempre è impegnata ad alimentare l’islamofobia ad uso e consumo delle mire neocolonialistiche statunitensi ed israeliane – da sempre interessate a quei territori – ma, in questa circostanza, anche la così detta ‘informazione alternativa’ ha lasciato molto a desiderare. Quindi in questo breve articolo, riportando fonti ed analisi attendibili, cercherò di inquadrare il movimento di liberazione nazionale Al Shabaab in un’ottica più veritiera dando una lettura più contestualizzata ( e spero onesta ) dell’accaduto.

 Prima di tutto è importante capire che cosa è realmente successo in Somalia negli ultimi anni.

Da dopo la caduta di Siad Barre – uomo di fiducia degli occidentali nella guerra contro l’antimperialista governo etiope di Menghistu ( poi deposto nel 1991 ) – la Somalia è stata teatro di scontri e faide fra numerosi signori della guerra. Solo la progressiva costituzione dell’Unione delle Corti Islamiche ( UCI ) impedì il dilagare di questi massacri. Ma cosa sono le Corti Islamiche ? Si tratta di una libera unione di religiosi, giuristi, intellettuali, patrioti che hanno difeso le comunità autoctone dai mercenari colonialisti organizzandosi in strutture comunitarie.

carmilla

La bomba iraniana

di Sandro Moiso

Iran Anniversario Rivoluzione 13 1000x600Rovesciando la locuzione latina “Si vis pacem, para bellum”, si potrebbe affermare che se si vuole la guerra occorre parlare di pace. Apparentemente un paradosso, come il primo tra l’altro, ma contenente, alla luce del recente accordo di Losanna con l’Iran, un cospicuo nucleo di verità.

La bomba iraniana cui fa riferimento il titolo, infatti, non è quella atomica presunta, vera o anche solamente possibile legata alla realizzazione o meno del programma nucleare iraniano, quanto piuttosto quella rappresentata dal ritorno sulla scena politica, economica e militare internazionale dell’Iran e del formale riconoscimento della sua importanza da parte dei maggiori paesi occidentali.

Che questo fosse già inscritto negli avvenimenti degli ultimi anni e, in particolare, degli ultimi mesi, a seguito del riacquistato ruolo di interlocutore politico e militare dell’Iran e degli sciiti in Iraq e nello scontro con lo Stato Islamico di Abū Bakr al-Baġdādī, non poteva e non può lasciare spazio ad alcuna ombra di dubbio, ma l’accordo raggiunto nei primi giorni di aprile, e che andrà definitivamente confermato a giugno, apre la porta ad una serie di interrogativi di carattere geopolitico, economico e militare riguardanti gli sviluppi possibili dei rapporti tra mire imperialistiche, nazioni e classi nel quadro mediorientale.

vocidallestero

Tempi pericolosi ci attendono

Alain Badiou e Stathis Kouvelakis

syrizaIl giornalista francese Aude Lancelin e il filosofo politico Alain Badiou si sono incontrati col membro del comitato centrale di Syriza e collaboratore di Jacobin, Stathis Kouvelakis. La loro discussione si concentra sui difficili negoziati tra la Banca centrale europea (BCE) e la Grecia, ma anche sulle radici storiche di Syriza e sulle scelte che il partito ora deve affrontare.

E’ un lungo scambio che val la pena di leggere per intero, specialmente alla luce delle notizie di ieri che la Grecia sta elaborando dei piani di nazionalizzazione del sistema bancario del paese e intende introdurre una moneta parallela.

 

Aude Lancelin: Son passate poco più di otto settimane da quando in Grecia è arrivata la speranza, con l’elezione di Syriza, una formazione della sinistra radicale decisa a rompere con le politiche di austerità dell’Europa.

Oggi, sembra che sia in atto una prova di forza quanto mai impari, con la troika che riafferma la sua autorità (anche se con un nuovo eufemistico nome) e il governo greco che deve destreggiarsi tra una terribile crisi di liquidità (che Stathis sta per raccontarci ), e con delle prospettive future che ora sembrano davvero molto difficili.

sollevazione2

Medio oriente in fiamme

L'ordine nel caos

di Leonardo Mazzei

Breve premessa. Mentre scrivevamo questo articolo - dedicato ai tanti sviluppi di quella che chiamiamo Grande Guerra Mediorientale - è arrivata la notizia dell'accordo di Losanna sul nucleare iraniano. Un fatto che potrebbe avere conseguenze geopolitiche di primaria importanza ed un impatto non secondario sui diversi fronti di questa stessa guerra. Su questo torneremo a breve con un articolo specifico

middle east 01. Il Medio Oriente in fiamme

Yarmouk (Damasco), Idlib, Tikrit, Aden: cosa unisce queste città? Certo, in tutte si parla l'arabo e si venera Allah. Ma ora, basta leggere i giornali di ieri, hanno un'altra cosa in comune: in tutte queste città si combatte aspramente, con il cambio della bandiera - magari solo provvisorio - di che le controlla. Quattro battaglie solo nelle ultime 48 ore: un'istantanea da cogliere al volo per cercare di capire qualcosa di più della Grande Guerra Mediorientale che ormai si dispiega apertamente in 4 paesi (Siria, Iraq, Yemen, Libia) ma che ne coinvolge almeno un'altra dozzina.

Per avere un'idea della portata del conflitto in corso, basta pensare alle distanze. Tra Idlib, nel nord ovest della Siria, ed Aden, all'estremità meridionale dello Yemen, ci sono 2.750 chilometri. Grosso modo la distanza che separa Roma da Mosca.

Che questa sia una guerra senza precedenti in Medio Oriente è fuori dubbio. Lo è per il numero dei paesi coinvolti, per gli eserciti (regolari e irregolari) sul terreno, per la vastità dei territori contesi, per la durata del conflitto in alcuni contesti (Siria e Libia in particolare), per gli interessi strategici in gioco (petrolio, ma non solo), per le potenze regionali in campo (Arabia Saudita, Turchia, Iran, Egitto), per il ruolo dell'imperialismo americano e di Israele, per il numero delle vittime e per i milioni di profughi.

sollevazione2

Elezioni in Andalusia

La restaurazione ed i limiti di Podemos

Manolo Monereo

Un commento a tutto campo sui risultati delle elezioni svoltesi in Andalusia il 22 marzo scorso. Le ragioni del successo della candidata del PSOE Susana Díaz [nella foto sotto], il crollo delle destre ed il mancato sfondamento di PODEMOS

andalusia s regionalDeve essere sottolineato più e più volte che la chiave è sempre, tanto più in questi momenti storici, sapere quali sono gli scopi dei dominanti. La questione fondamentale, a mio avviso, è quella di "leggere e interpretare la fase": lotta infaticabile, sistematica e incessante tra passato e futuro, continuità e cambiamento, il restauro dinastico-oligarchico o la rottura plebea-democratica. Tutto il resto, a mio avviso, deve essere letto nel contesto di questo conflitto di classe e, soprattutto, di potere, comprese le elezioni andaluse.

La politica è un'arte, e la strategia è il suo strumento principale. Susana Díaz, la Presidente della Giunta di Andalusia, sapeva quello che faceva quando decise di anticipare le elezioni andaluse: contenere l’avanzata di PODEMOS, distruggere il Partito Popolare e liberarsi della non affidabile Izquierda Unida di Antonio Maíllo. Tutti si sono trovati d'accordo che i risultati elettorali hanno dato ragione a Susana Díaz. Fin qui, tutto normale, prevedibile. Dobbiamo andare oltre.

Ma qual’era la posta in palio delle elezioni andaluse? Dovremmo concentrarci su questo. La Presidente di Andalusia è "organica al potere", ha coscienza di Stato: difende il regime e si oppone con tutte le forze alla rottura democratica.

gramscioggi

Siete pronti per la guerra termonucleare globale?

di Spartaco A. Puttini

defcon 06Dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica ad oggi, gli Stati Uniti non hanno più trovato un argine che potesse contenere le loro mire, volte ad imporre al mondo un “nuovo ordine” unipolare, ad instaurare quello che definiscono il loro “dominio a pieno spettro”.

Questa situazione è durata fino a che la Russia è tornata a far sentire la propria voce nel contesto internazionale grazie al nuovo corso instaurato dal presidente Vladimir Putin, corso che mira a favorire l’emergere di un equilibrio multipolare nelle relazioni internazionali che sia rispettoso della sovranità dei diversi paesi. La Russia, con le sue iniziative, è dunque tornata ad essere un antagonista strategico degli Stati Uniti. Questo semplice dato di fatto spiega in gran parte il motivo dell’accanimento mediatico contro il leader russo.

Gli Stati Uniti coltivano già da qualche anno l’ipotesi di minacciare una guerra termonucleare globale per piegare i loro avversari diretti: Russia e Cina. Basterebbe forse solo questo a dimostrare il pericolo rappresentato dalla politica statunitense per la pace nel mondo e per la stessa sopravvivenza della razza umana. Guidando la corsa agli armamenti (anche in campo strategico), inseguendo il sogno delle guerre stellari e della militarizzazione dello spazio e dislocando elementi ABM in Europa, gli Usa puntano a costruirsi uno scudo dietro al quale ripararsi per svuotare di significato la capacità di deterrenza atomica russa e cinese.

znetitaly

Le radici latinoamericane di Podemos

di Bécquer Seguìn

podemoslinera“La nostra gente sta vincendo qui” dice un messaggio inviato da Pablo Iglesias a Iñigo Errejòn agli inizi di dicembre 2005. Iglesias era in Bolivia a seguire da vicino lo svolgimento delle elezioni presidenziali. Politologo spagnolo e oggi leader del partito di sinistra Podemos, Iglesias era arrivato in Bolivia con l’idea di scrivere un articolo accademico a proposito di un partito promettente chiamato Movimiento al Socialismo (MAS) che aveva finalmente la possibilità di governare.

La formazione aveva proposto un candidato presidenziale indigeno, Evo Morales, in una nazione le cui organizzazioni politiche ed economiche erano state dominate da élite creole si da quanto Simon Bolivar aveva assunto la carica di primo presidente della Bolivia nel 1825.

Inoltre il suo candidato alla vicepresidenza, Alvaro Garcìa Linera, era stato incarcerato negli anni ’90 per aver preso parte al radicale Esercito Guerrigliero Tupac Katari. Il 18 dicembre 2005 i boliviani hanno eletto il MAS con il 53,7 per cento dei voti. (Gli avversari di centrodestra, che ironicamente si erano presentati con l’acronimo Podemos, hanno ricevuto il 28,6 per cento).

nuovasocieta

Il Medio Oriente in fiamme: guerra settaria o per l’egemonia?

di Lorenzo Carrieri

venti di guerra tra israele e hamas sirene d allarme a gerusalemme 0 0 409867L’interdipendenza globale oggi non è solo economica e finanziaria, ma è anche interdipendenza e reciprocità dell’elemento “guerra”. Al contrario delle due guerre mondiali,  questa Guerra si divide, moltiplica i fronti e gli scenari, e viene combattuta a colpi di diplomazia, di  kalashnikov e lancia-granate  ma anche di fondi sovrani e guerre valutarie. Sotto i colpi di questa guerra il mondo sembra cadere a pezzi, e il Medio Oriente si trova nuovamente al centro.

Pur essendo diversi i fronti caldi all’interno dello scenario globale – dal Venezuela all’Ucraina, passando per le metropoli occidentali -, da 60 anni a questa parte la zona più pervasa dall’elemento conflittuale è quella che si estende dal Marocco al suo estremo Ovest fino al Pakistan nel suo oriente più lontano. Il Medio Oriente, denominata così dall’ammiraglio Alfred Thayer Mahan nel 1902, che ne comprese per primo l’importanza strategica come via di transito centrale per garantirsi il potere marittimo, è di nuovo la zona calda per eccellenza del globo. È in quest’area che, per usare le parole di Papa Francesco, si gioca una parte importante della Terza Guerra mondiale, quella che non ha un focus preciso in una parte del globo, ma che si manifesta “dappertutto, a pezzi”.

il ponte

Un’altra storia

di Lanfranco Binni

lainfo.es 12906 siriaDelle origini in Iraq e in Siria dello «Stato islamico», finanziato e armato dagli Stati Uniti, e sottotraccia da Israele, per disgregare lo Stato siriano con l’obiettivo strategico di attaccare l’Iran ed eliminare due importanti retrovie di sostegno al popolo palestinese, ormai sappiamo tutto. È lo stesso Obama, nella recente intervista del 19 marzo, a riconoscere il ruolo statunitense nella nascita dell’Isis, sia pure attribuendola alle conseguenze della guerra irachena di Bush e sottraendosi alle responsabilità della sua presidenza. Sappiamo anche che l’Isis, strumento del capitalismo senile occidentale e delle sue strategie geopolitiche, svolge oggi un ruolo di attrazione di soggettività radicali nei paesi arabi e nei paesi occidentali, innestando sul disegno eterodiretto dinamiche diverse e più complesse le cui radici affondano nei processi di esclusione sociale nei paesi arabi e di islamofobia e razzismo nei paesi occidentali: contro il neocolonialismo l’odio per l’Occidente, contro lo «Stato ebraico» lo «Stato islamico», contro i simboli del «moderno» integralismo occidentale i simboli di un integralismo islamico delle origini, contro le tute arancione dei prigionieri di Guantanamo le tute arancione dei prigionieri dell’Isis, contro le tecniche e i mezzi della comunicazione occidentale il loro impiego con contenuti opposti e speculari.

militant

"Capire la Russia" di Paolo Borgognone

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

di Militant

capirelarussia4 1Sono due i motivi che ci hanno spinto a leggere questo “pesante” libro di circa 700 pagine. Il primo, perché da anni la casa editrice Zambon si contraddistingue per una meritoria opera di lotta al revisionismo storico attraverso una serie di pubblicazioni rilevanti e controcorrente rispetto al pensiero mainstream. La seconda, perché oggi c’è davvero necessità di “capire la Russia”, ossia liberarsi dalla vulgata liberale che ha trovato in Putin il nuovo nemico assoluto dell’Occidente e nella Russia il problema per la democrazia nel mondo. Potenzialmente, allora, poteva trattarsi di un libro importante, uno strumento di lotta in più nella battaglia anche culturale tra il capitalismo neoliberista e le sue forme di resistenza. Così non è, anzi. Il libro altro non è che una vetrina del pensiero geopolitico rosso-bruno di ogni latitudine. Uno squallido tentativo di elevare tale raffazzonata visione del mondo, fatta di spiritualismo, capitalismo pre-liberista, tradizionalismo religioso-culturale e complottismo vittimista, a pensiero degno di considerazione. Un testo talmente trasudante neofascismo da imporre una riflessione per la stessa casa editrice, che da oggi in poi difficilmente potrà essere considerata “credibile” nel panorama politico italiano, almeno quello riferibile alla sinistra di classe.

  • carmilla

Ucraina: storia di un cappio al collo

di Alexik

nodo cravatta 1In questi tempi di conflitto, uno dei refrain più ricorrenti nella retorica bellica del presidente ucraino Petro Porošenko è quello che imputa a Putin di “volersi appropriare delle fertili terre ucraine”.

Io non vorrei dirglielo, ma mentre il “re del cioccolato”1 passa in rassegna le truppe in partenza per le regioni ribelli, ho l’impressione che le fertili terre ucraine se le stia per accaparrare qualcun altro. E con la sua piena complicità, visto che è stato proprio Porošenko, a firmare l’accordo di libero scambio fra Ucraina e Unione Europea (DCFTA – Deep and Comprehensive Free Trade Area), e ad ottenere un nuovo prestito dal Fondo Monetario Internazionale. Due atti che sul così detto “granaio d’Europa” avranno notevoli conseguenze.

 

Storia di un cappio al collo

Originariamente, il  DCFTA  doveva essere siglato a Vilnius nel novembre 2013 dall’allora presidente Viktor Janukovyč. L’accordo era collegato a un prestito di 17 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale, che portava con se il solito corollario di misure di aggiustamento strutturale. La squadra del FMI in visita a Kiev in ottobre, le aveva così elencate:

Risanamento del bilancio dello Stato tramite un drastico taglio della spesa pubblica, da perseguire grazie al taglio dei sussidi, al contenimento dell’occupazione ed alla moderazione salariale nel pubblico impiego. Rinvio a data da destinarsi di eventuali tagli delle tasse.

Liberalizzazione del settore energetico, aumento delle tariffe del gas per le famiglie.

Costruzione di un clima amichevole per il business tramite riforme strutturali (in pratica la rimozione di lacci e lacciuoli).

utopiarossa2

Le lezioni della Grecia e le prospettive

di Michele Nobile

«Ma non posso chiudere l'argomento come se il giudizio in merito dipendesse unicamente dal rispetto di precedenti impegni o da fattori economici. Una politica che riducesse la Germania in servitù per una generazione, o che degradasse milioni di esseri umani, o che privasse di gioia un intero popolo, sarebbe da rifuggire e con paura: da rifuggire anche se fosse attuabile, anche se ci facesse più ricchi, anche se non preparasse il crollo di tutta la civiltà europea».
[John Maynard Keynes, «Le riparazioni di guerra e la capacità di pagamento della Germania» (1919), in Esortazioni e profezie, Garzanti 1975, p. 22.]

varoufakis tsipras louisa gouliamaki afp1. Per la prima volta dalla formazione dell'area dell'euro, nel negoziato tra il governo Tsipras e la troika (Banca centrale europea, Commissione europea, Fondo monetario internazionale) si sono opposte in modo chiaro due linee realmente alternative, sul piano istituzionale e del confronto fra governi. Da una parte alcuni dei governi e delle istituzioni più potenti del mondo, che da anni scaricano i costi della crisi capitalistica interamente sui lavoratori e sui comuni cittadini; dall'altro lato del tavolo, il governo di un paese devastato dall'austerità e in depressione si è fatto portavoce della necessità di provvedere urgentemente alla gravissima condizione in cui versano i lavoratori e i comuni cittadini greci. Non c'è alcun dubbio che in questa contrattazione si siano confrontate e scontrate la democrazia e la postdemocrazia, gli interessi immediati del popolo greco e gli interessi immediati del capitale europeo. Per la sua logica e per ciò che potrebbe implicare per gli orientamenti della politica economica e sociale del continente, il programma di Syriza è suonato alle orecchie delle caste politiche della postdemocrazia europea come un delitto di lesa maestà. Inoltre, la visione implicita nella proposta di Syriza è quella di un'Europa autenticamente federale; la troika, invece, intende l'unione monetaria alla stregua di un accordo di cambi fissi, con ciò minando la coesione europea.

comedonchisciotte

Perchè l'avanzata del fascismo è nuovamente il problema

di John Pilger

kiev4Il recente 70° anniversario della liberazione di Auschwitz ci ha ricordato quale grande crimine sia il fascismo, la cui iconografia nazista è radicata nelle nostre coscienze. Il fascismo è conservato come storia, come tremolanti riprese di camicie nere che marciano al passo dell'oca, la loro criminalità terribile e chiara. Eppure, nelle stesse società liberali le cui belligeranti élite ci impongono di non dimenticare mai, del crescente pericolo di un moderno tipo di fascismo non si parla, perché è il loro fascismo.

"Iniziare una guerra di aggressione...", dissero nel 1946 i giudici del tribunale di Norimberga, "non è soltanto un crimine internazionale, ma è il crimine internazionale supremo, che differisce dagli altri crimini di guerra solo in quanto contiene in sé l'accumulo di tutti i mali".

Se i nazisti non avessero invaso l'Europa, Auschwitz e l'Olocausto non sarebbero accaduti. Se gli Stati Uniti ed i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato islamico, o ISIS, non ci avrebbe in balìa delle sue atrocità. Essi sono la progenie del fascismo moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di informazione.

Come durante il fascismo degli anni '30 e '40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione. Prendiamo ad esempio la catastrofe in Libia.

confronti

E l’apprendista stregone Occidente «creò» l’Isis

C. Russo intervista Domenico Losurdo

isis flagDiversi paesi arabi sono oggi disastrati e distrutti. Quali sono le cause della gravissima crisi in cui vivono paesi come la Libia, la Siria e l’Iraq?

A partire da quello che era stato strombazzato come l’anno di grazia, il 1989, sono stati investiti dalla guerra Panama, l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia, la Siria… L’epicentro di questi conflitti è costituito dal Medio Oriente, dove l’Occidente assicura di voler apportare civiltà, democrazia, pace. Dopo centinaia di migliaia di morti, milioni di feriti e milioni di profughi, la realtà è sotto gli occhi di tutti. Non si tratta solo delle terribili devastazioni materiali. In occasione della prima e della seconda guerra del Golfo (1991 e 2003) gli sciiti iracheni furono chiamati alla rivolta contro i sunniti guidati da Saddam Hussein; successivamente, con lo sguardo rivolto all’Iran sciita e ai suoi possibili alleati, sono stati i sunniti a essere sollecitati a prendere le armi contro gli sciiti in Iraq e soprattutto in Siria. Ai giorni nostri, dopo essere stati incoraggiati in Siria, gli spietati guerrieri sunniti del Califfato sono combattuti in Iraq e soprattutto nel Kurdistan secessionista.

In tutto il Medio Oriente, nella lotta contro i regimi laici scaturiti dalle rivoluzioni anticoloniali (che hanno fatto seguito alla Seconda guerra mondiale) e contro i movimenti di liberazione nazionale collocati su posizioni laiche, l’Occidente ha fatto appello alla religione e al fondamentalismo religioso: così in Iraq, Libia, Siria, Palestina, dove Israele a suo tempo appoggiò Hamas contro l’Olp di Arafat.