SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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estero

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megachip

MH17: l'agonia di una menzogna

di Giulietto Chiesa

news 225819La saga delle menzogne sull'abbattimento del volo MH17 è sempre di più, ogni giorno che passa, la metafora della fine della illusione democratica del mondo occidentale. Ma è anche una epifania tragica del disastro intellettuale e morale dell'esercito di untori che continuano a sostenerla. Per stare alle sue regole hanno dovuto mentire spudoratamente.

Ora, di fronte all'emergere della verità, sono costretti a ripetere, coatti e sconcertati, ingigantendo la menzogna, inventandone, più o meno fantasiosamente, varianti sempre meno credibili, scivolando spesso nel comico involontario, contraddicendosi. Oppure - la cosa più semplice e meno compromettente - tacendo tetragoni su ogni scampolo di verità che sfila davanti ai loro occhi.

È il ritratto del giornalismo servile di questi tempi. Ci sarà di peggio, nei tempi a venire, perché gli untori che usurpano il titolo di giornalisti sono pronti alle future, più ripugnanti delazioni, alle quali saranno costretti dai padroni che li pagano. Ma la parabola dello squallore si trova già nei pressi del punto più basso dell'intera storia del giornalismo occidentale.

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quaderni s precario

Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte

di Raffaele Sciortino

jaquemate dvd.originalPremessa: una “geopolitica delle lotte” in prospettiva anticapitalista suona come un ossimoro suscitando sufficienza o fastidio. E invece la geopolitica – un tempo si diceva Weltpolitik o imperialismo – è lotta di classe in altra forma, non riconosciuta come tale. Lo aveva capito un grande reazionario: “La storia del mondo è storia di lotte di potenze marinare contro potenze di terra” , mimando e stravolgendo il vecchio adagio comunista…

* * * * *

Gli ultimi mesi hanno segnalato un intreccio, un po’ disorientante, tra relativa impasse della situazione economica e smottamenti significativi a livello geopolitico. La crisi globale tutt’altro che superata non precipita grazie a bolle finanziarie sempre più grosse alimentate da politiche monetarie ultraccomodanti (“neo-keynesiane”). Sull’altro versante è sotto gli occhi di tutti il ritorno aggressivo dell’iniziativa internazionale degli Stati Uniti – a tutto tondo: dall’Ucraina al Medio Oriente all’Est asiatico. Tutto ciò sembra a prima vista inquadrarsi bene in quelle analisi che leggono l’oggi e ancor più il domani del capitalismo alla luce della contrapposizione tra la geopolitica del caos Usa, egemone globale in difficoltà se non in declino, e il trend inarrestabile verso un’economia globale di tipo multipolare incentrata su grandi poli e aree regionali.

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domenicolosurdo

Imponente sviluppo umano o banali “quisquiglie”?

di Aldo Trotta

Foto1 webL’articolo che Canfora ha in parte (e forse frettolosamente per limiti redazionali presumibilmente imposti dal Corriere della Sera) dedicato al recente volume di Domenico Losurdo, La sinistra assente, offre lo spunto per fare poche considerazioni e avanzare qualche interrogativo. Il testo in discussione è più che lodevole, per l’analisi storica e politica di ampio respiro e per la molteplicità e ricchezza dei contenuti affrontati con grande chiarezza, molteplicità di contenuti che lo stesso Canfora riconosce e su cui vale rinviare alla lettura del libro. È dunque sul dissenso che è opportuno soffermarsi, anche perché esso tocca una questione importante, o che tale, a mio parere, dovrebbe essere nella purtroppo sbrindellata sinistra italiana (e non solo italiana), vale a dire il bilancio storico del tragitto compiuto dalla Repubblica popolare cinese fin dal 1949 e, dunque, il giudizio politico in merito al suo attuale assetto economico-sociale e al suo ruolo nell’odierno contesto globalizzato. Ebbene, la posizione di Canfora è alquanto tranciante. La critica che egli rivolge all’autore del volume è, in sostanza, di essersi cimentato con «imbarazzo» in uno «sforzo ermeneutico malriposto» per «giustificare» ciò che è evidentemente ingiustificabile, ovvero che la Cina ha realizzato l’«esatto contrario» rispetto alle aspettative che inizialmente hanno accompagnato la rivoluzione di Mao, concretizzando di fatto «un selvaggio capitalismo fondato su una radicale disuguaglianza (non solo di salario, ma anche di condizione umana)». Ne conseguirebbe, quindi, che l’attuale realtà economica e sociale del grande paese asiatico poco o nulla si differenzia dalle società occidentali.

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domenicolosurdo

«La sinistra assente» e la Cina

di  Domenico di Iasio

casa-cineseLuciano Canfora, nella sua recensione a La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra (Carocci 2014) di Domenico Losurdo, fa bene a rilevare che «sarebbe molto più utile proporsi di comprendere quale inedita formazione economico-sociale e politica sia nata sotto i nostri occhi in quello che oggi è il punto nevralgico del pianeta» (“Corriere della Sera”, 3-11-2014), cioè la Cina. E, a mio avviso, La sinistra assente dà un  contributo notevole alla comprensione di tale “inedita formazione economico-sociale e politica”, quando interpreta l’attuale fase di sviluppo cinese come la seconda fase della lotta anticoloniale, estesa a tutti i paesi dell’ex-Terzo Mondo. Alla “guerra di popolo” contro le potenze coloniali occidentali si sostituisce oggi una radicale politica di sviluppo economico e tecnologico per sfuggire alla morsa del sottosviluppo costruita da tali potenze. La parola d’ordine di Deng Xiaoping “Arricchirsi è glorioso”, ripresa da Nikolai Bucharin,  risponde all’esigenza primaria di fuoriuscire dalle secche del sottosviluppo. Jiang Zemin, nel Rapporto del Partito comunista Cinese del 1997, precisa:«Istituiremo e perfezioneremo un’economia socialista di mercato, un sistema politico di democrazia socialista», perché «il compito essenziale del socialismo è lo sviluppo delle forze produttive», desumendo questo concetto, a mio avviso, dalla Critica del Programma di Gotha (1875) di Marx, dove la transizione alla fase più elevata della società comunista è ravvisata nello «sviluppo degli individui e delle forze produttive (Produktivkräfte)». Insomma, il PCC è orientato a costruire, leggiamo sempre nel Rapporto del 1997, «una società in cui tutta la popolazione vive in modo agiato».

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contropiano2

Il rompicapo ucraino nella competizione globale

Marco Santopadre

d934827a24ce555eab25587bc70b51e2 lNei giorni scorsi, mentre riprendevano in grande stile i bombardamenti dell’artiglieria di Kiev contro le città ribelli del Donbass, le agenzie di stampa diffondevano senza approfondire due dichiarazioni invece molto interessanti

La prima proviene da Mosca, dove il consigliere del presidente Putin, Yury Ushakov, ha affermato che “"Rispettare" le elezioni in Donbass non significa "riconoscerle". Ushakov ha detto che "riconoscere e rispettare sono due parole diverse" e che Mosca, che ha già riconosciuto il risultato delle elezioni di Kiev, sollecita a rispettare i protocolli di pace firmati a Minsk e richiede una nuova riunione del gruppo di contatto.

La seconda invece proviene, all’opposto, da un esponente della giunta golpista. In particolare dal governatore pro-Kiev della regione di Donetsk, Oleksandr Kikhtenko, che in tv ha ammesso che nel sud-est ci sono alcune unità delle forze ucraine - nei cui ranghi sono state incorporate milizie ultranazionaliste e neonaziste - "finite fuori controllo" e che "stanno creando problemi nella regione".

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mauro poggi

Rodrigue Tremblay: Tre cruciali decisioni di Clinton

di Mauro Poggi

clinton custom-57791bacb2c87deb8e4ef6ec48ad243f9e3c8b621Rodrigue Tremblay è una personalità eclettica del panorama culturale canadese. Economista, umanista, politico, è professore emerito di economia all’Università di Montréal, autore di diversi saggi e articoli e titolare del blog The New American Empire.

L’articolo che segue, per la cui traduzione e pubblicazione sono stato cortesemente autorizzato dall’autore, esamina tre cruciali decisioni prese dall’amministrazione Clinton a cui possono essere ricondotte altrettante criticità che caratterizzano il presente. I quindici anni trascorsi sono un lasso di tempo davvero esiguo, ma la frenesia con cui le trasformazioni geopolitiche si sono succedute da allora dà l’errata impressione che quell’epoca appartenga ormai al passato remoto. In realtà, come l’articolo dimostra, quelle scelte hanno determinato e condizionano il nostro tempo: una considerazione banale che tuttavia pare non influenzare troppo le riflessioni dei grandi della terra, le cui decisioni (che comunque vada non lederanno mai le loro persone), il più delle volte sembrano prese con la preoccupante spensieratezza di chi considera l’immediato un’orizzonte temporale più che sufficiente.

Leggendo l’articolo, viene spontaneo chiedersi come mai il Presidente espressione di un partito progressista, quale si vorrebbe quello Democratico USA, abbia adottato misure di carattere così marcatamente neo-cons.

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riv.ital.difesa

Giù nel Calderone? La nuova Guerra Fredda

a cura di: Ezio Bonsignore

Le nazioni scivolarono oltre l’orlo, giù nel calderone bollente della guerra, senza la minima traccia di timore o di sgomento…”David Lloyd George, Primo Ministro del Regno Unito (1916-1922)

sfondo abbonamentiTra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, con l’approssimarsi del centesimo anniversario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, molti commentatori e analisti tracciavano dei paralleli tra l’intrico di rivalità imperialiste, opposti revanscismi e velenosi nazionalismi che portò l’ Europa al suicidio nel 1914, e il crescente rischio di conflitti tra i paesi rivieraschi del Mare della Cina Meridionale per il controllo delle preziose risorse naturali della regione. Questi paralleli partivano tutti dal presupposto che situazioni del genere riguardassero, appunto, soltanto dei paesi remoti ed “estranei”, mentre l’ Occidente poteva tranquillamente continuare a condurre il suo modello brevettato di imprese militari neo-colonialiste (vedasi “interventi umanitari”, “operazioni di appoggio alla pace”, “guerra al terrorismo”, “responsabilità di proteggere”), senza correre alcun rischio diretto.

Ma poi è venuta la crisi dell’Ucraina (più esattamente, “in” Ucraina) a ricordarci che pur se le cause profonde delle guerre “vere” risiedono sempre nelle rivalità strategiche, economiche e geopolitiche tra le Potenze, Lloyd George aveva ragione: la scintilla che dà fuoco alla polveri viene spesso fornita da gravi errori di calcolo, terribili passi falsi, totale incapacità di comprendere le motivazioni dell’avversario e di prevederne le reazioni e, soprattutto, arrogante convinzione della propria assoluta superiorità – hubris, per dirla con i Greci. Questo è ciò che avvenne ai paesi europei nel 1914, e questo è dove siamo oggi: sull’orlo del calderone bollente della guerra.

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sbilanciamoci

«Ttip e Tpp sono soprattutto strumenti geopolitici»

Intervista a Walden Bello

«Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo hanno perso molta credibilità e sono dunque sulla difensiva»

PAR43607In parallelo al Ttip, gli Usa stanno negoziando un accordo molto simile con 11 paesi dell'Asia Pacifico, chiamato Trans-Pacific Partnership (Tpp). In occasione del Forum dei popoli Asia-Europa, tenutosi a Milano dal 10 al 12 ottobre, abbiamo incontrato Walden Bello, celebre teorico del movimento anti-globalizzazione, a cui abbiamo chiesto di spiegarci qual è la strategia globale che lega i due trattati.

 

Oggi i negoziati bilaterali e multilaterali, come il Ttip e il Tpp, hanno di fatto sostituito i negoziati all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione?

Sì, penso che possiamo dichiarare definitivamente conclusa la fase trionfalista della globalizzazione, che ha raggiunto il culmine negli anni novanta per poi entrare in crisi dopo la storica manifestazione contro il vertice dell'Omc di Seattle, nel 1999. Oggi ci troviamo in una situazione in cui la globalizzazione corporativa e il neoliberismo, rei di aver provocato la peggiore crisi economica dal dopoguerra in poi, hanno perso molta credibilità, e sono dunque sulla difensiva. Possiamo dire che è il concetto stesso di globalizzazione neoliberista ad essere entrato in crisi. Ma ovviamente esistono degli interessi consolidati molto forti che continuano a spingere in quella direzione, e che sono sostenuti dalle élite tecnocratiche e da buona parte del mondo accademico.

 

Quanto ha contribuito il movimento noglobal di fine anni novanta e inizio 2000 a mettere in crisi il paradigma della globalizzazione neoliberista?

Il merito principale è stato quello di aver mandato in frantumi la credibilità e la narrazione trionfalista della globalizzazione corporativa.

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antoniomazzeo

Da Nord a Sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia

Antonio Mazzeo

arton2057Armi nucleari? Sì grazie. Da poco più di un anno l’amministrazione Obama ha varato un miliardario programma di “estensione della vita” di circa 400 bombe nucleari a caduta libera del tipo B61 realizzate alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. La metà di esse sono stoccate attualmente all’interno di alcune basi Usa in Europa. In Italia è stimata la presenza di una novantina di bombe atomiche B61 ad Aviano (Pordenone) e Ghedi di Torre (Brescia). Si tratterebbe di tre sottomodelli con differenti potenze massime di distruzione: le B61-3 da 107 kiloton, le B61-4 da 45 kiloton e le B61-10 da 80 kiloton. Grazie al piano di ammodernamento, le testate saranno dotate di un sistema di guida di precisione e direzione e saranno riadattate per essere trasportate e teleguidate dai cacciabombardieri F-35 che stanno per essere acquisiti dalle forze armate di Stati Uniti e di alcuni paesi partner (primo fra tutti l’Italia).

Quella di Ghedi-Torre è una delle principali basi operative dell’Aeronautica militare italiana, sede del 6° Stormo con due squadroni aerei (il 102° e il 154°), dotati entrambi di cacciabombardieri Tornado IDS a doppia capacità, convenzionale e nucleare. Nello scalo bresciano sarebbero operativi undici sistemi di stoccaggio e protezione delle testate sotto la custodia del 704th Munitions Maintenance Squadron (704 MUNS) dell’US Air Force. L’unità speciale composta da 134 uomini è operativa a Ghedi sin dal 1963 e ha la responsabilità di ricevere, custodire ed assicurare la manutenzione e il controllo dei sistemi d’arma di distruzione di massa. Assegnato dal 2007 al 52d Fighter Wing dell’aeronautica statunitense con base a Spanqdahlem (Germania), il 704 MUNS risponde operativamente al comando del 16th Air Force di Aviano (Pordenone) e in caso di crisi può supportare e armare le missioni di strike delle forze aeree italiane e di altri paesi Nato.

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megachip

Il riorientamento strategico della Nato dopo la guerra fredda*

di Manlio Dinucci

Questo saggio di Manlio Dinucci ha fatto da base documentale per il suo intervento al convegno 'Come uscire dal Patto Atlantico' (Roma, 11 ottobre 2014)

NEWS 220169La Nato, fondata il 4 aprile 1949, comprende durante la guerra fredda sedici paesi: Stati Uniti, Canada, Belgio, Danimarca, Francia, Repubblica federale tedesca, Gran Bretagna, Grecia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Turchia. Attraverso questa alleanza, gli Stati Uniti mantengono il loro dominio sugli alleati europei, usando l'Europa come prima linea nel confronto, anche nucleare, col Patto di Varsavia. Questo, fondato il 14 maggio 1955 (sei anni dopo la Nato), comprende Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Repubblica democratica tedesca, Romania, Ungheria, Albania (dal 1955 al 1968).

 

Dalla guerra fredda al dopo guerra fredda

Il 9 novembre 1989 avviene il «crollo del Muro di Berlino»: è l'inizio della riunificazione tedesca che si realizza quando, il 3 ottobre 1990, la Repubblica Democratica si dissolve aderendo alla Repubblica Federale di Germania. Il 1° luglio 1991 si dissolve il Patto di Varsavia: i paesi dell'Europa centro-orientale che ne facevano parte non sono ora più alleati dell'Urss. Il 26 dicembre 1991, si dissolve la stessa Unione Sovietica: al posto di un unico Stato se ne formano quindici.

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megachip

Dal PD ai nuovi nazisti: la coscienza tramortita dall'Impero

di Piotr

Da Megachip un articolo quanto meno inquietante. Urgono immediate e documentate smentite. Una cosa è rappresentare gli interessi dell'alta finanza internazionale, altro appaltare pezzi del partito ai servizi o a qualche specie di Gladio clandestina.

ucrainaQuando l'ho visto sono rimasto scioccato. È un'esperienza dura vedere questo brevissimo documento filmato di Pandora TV. Ma è un'esperienza necessaria. Oso dire che è obbligatorio guardarlo. Perché ciò che lì accade ci è vicino nello spazio e purtroppo non ci sarà lontano nel tempo. Si tratta del massacro di Odessa.

Invito a non essere bambini e a guardarlo:

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=iyOnb2wsEcY

L'avete visto? Bene. Una volta avremmo detto "E' una strage nazista". Esatto! Anche adesso è così. Solo che non lo si può dire. Invece noi che siamo politicamente scorretti lo diciamo e lo motiviamo in modo semplice: sono ben tre i dicasteri di Kiev in mano a esponenti di Svoboda (Pubblica Istruzione, Ecologia e Risorse Naturali, Politiche agricole e alimentari). Inoltre è di Svoboda il vicepremierato e il Consiglio Nazionale Sicurezza e Difesa (che comprende Difesa e Forze Armate - il vicesegretario è sempre un nazista, ma di altra parrocchia). Il ministero della Gioventù e dello Sport è invece in mano all'Assemblea Nazionale Ucraina - Autodifesa del Popolo Ucraino (UNA-UNSO) così come la commissione anticorruzione nazionale.

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ilreietto

Meglio Caino

Fabrizio Napoleoni

000125375Sono passati più di 6 mesi dal colpo di stato in Ucraina, il conseguente insediamento di un governo antirusso con palesi affiliazioni neo-naziste. Sono passati mesi dalle visite delle delegazioni Statunitensi in Ucraina e dalle visite guidate offerte ai governanti Ucraini presso la Casa Bianca, al cospetto del premio Nobel Obama. Le intercettazioni in cui la diplomatica USA mandava letteralmente “a fare in culo” l’Europa per il lassismo e l’esitazione a determinare gli esiti del governo Ucraino, sono già nel dimenticatoio. Come pure gli incontri della delegazione USAID di fronte a imprenditori Ucraini, sotto l’egida di uno sponsor disinteressato, la Chevron.

La Crimea è ormai annessa alla Russia, illegalmente secondo la Nato, ma lecitamente secondo il 97% dei votanti del referendum largamente votato dalla popolazione che in Crimea, al contrario di Europei e Statunitensi, ci vive. E sono passati ormai mesi da quando il figlio di Joe Biden, vice presidente degli USA, si è insediato dell’ufficio legale di una delle più importanti aziende del settore energetico Ucraino. Sono passati ormai mesi da quando abbiamo saputo, dai nostri allineatissimi media, dei cecchini del governo (eletto) Ucraino che uccidevano più di 100 manifestanti; salvo poi scoprire, inclusa la nostra Lady Ashton, che i cecchini non erano affatto governativi ma affiliati “oscuri” del gruppo Maidan. Mesi sono passati dalla strage di Odessa, in cui i manifestanti filo-russi hanno ricevuto un “caloroso” benservito dalle milizie Maidan a supporto del governo insediato; col benestare USA ovviamente, ed Europeo s’intende. E sono passati mesi dall’abbattimento dell’aereo di linea Olandese; aereo abbattuto dalle contraeree dei ribelli filorussi, così ci diceva la Casa Bianca prima ancora che l’aereo fosse caduto al suolo.

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il ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

di Gian Paolo Calchi Novati

ROMEIn occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

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linterferenza

La Palestina sì, il Donbass proprio non ci piace…

Fabrizio Marchi

donbassLa cosiddetta crisi russo-ucraina o, per meglio dire, il processo di destabilizzazione di quell’area in corso ormai da tempo in seguito al colpo di stato avvenuto in Ucraina che ha portato al potere l’oligarchia locale filo USA e filo UE che non hanno esitato, per lo scopo,  a servirsi delle bande paramilitari nazifasciste di Svoboda e Pravj Sector, ha fatto emergere delle contraddizioni macroscopiche in una buona parte della sinistra cosiddetta “radicale” e anche di quella cosiddetta “antagonista”.

Infatti, una parte consistente e forse addirittura maggioritaria di queste aree politiche (ormai più culturali che politiche…) sostiene che non bisogna prendere posizione, che non bisogna schierarsi perché saremmo di fronte ad uno scontro inter-imperialistico fra gli USA da una parte e la Russia dall’altra.

C’è del vero anche in questo, sia chiaro. Del resto la Russia di Putin non è certo un modello di socialismo e di democrazia, come ho già avuto modo di spiegare in questo mio articolo pubblicato alcuni mesi orsono su questo stesso giornale:  http://www.linterferenza.info/esteri/un-primissimo-sguardo-sulla-crisi-russo-ucraina/

E’ evidente che la Russia sta cercando di difendere la sua posizione di potenza egemone in quella che è storicamente la sua area di influenza, o meglio, ciò che di quella rimane dal momento che le tre repubbliche baltiche sono già state sottratte al suo controllo da un pezzo, ridimensionandola fortemente.

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ozioproduttivo

Barbarie globalizzata

Tomasz Konicz

Un tentativo di comprendere il fenomeno dello “Stato Islamico”

califfato made usa 550Di nuovo. Di nuovo, il presidente degli Stati Uniti mobilita la coalizione di tutti quelli disposti ad entrare in campo contro “il male” (Spiegel Online). Questa volta è il gruppo terrorista “Stato Islamico” (Isis) che deve essere sconfitto in una campagna di tre anni, in cui nella prima fase la Forza Aerea degli Usa estenderà gli attacchi aerei alla Siria. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso la somma di 500 milioni di dollari allo scopo di “addestrare e armare i ribelli siriani moderati”, come ha informato la Reuters.

Questo approccio fa ricordare una fase precedente della guerra civile siriana, cioè quando i servizi segreti occidentali, in intima comunione con i dispotismi fondamentalisti del golfo, come l’Arabia Saudita, hanno appoggiato l’opposizione siriana, appoggio dal quale è nato lo Stato Islamico, oltre a una varietà di altre milizie islamiste. E naturalmente dentro il movimento di opposizione siriana dominano inevitabilmente fazioni fondamentaliste che sono in concorrenza con lo Stato Islamico e lottano contro di esso.

Uno dei principali gruppi ribelli siriani, per esempio, è l’alleanza fondamentalista Fronte Islamico, il cui leader Hassan Abboud è morto recentemente in un attentato presumibilmente realizzato dall’Isis. Il Fronte Islamico rappresenta il maggior contingente tra i ribelli siriani – e ha contatti stretti con il gruppo jihadista al-Nusra.

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militant

Le guerrigliere curde

Ovvero di come i media italiani neutralizzano la rivoluzione in marcia in Rojava

Militant

ypg-15I media borghesi, si sa, riescono a triturare qualsiasi evento per presentarlo al grande pubblico privilegiando gli aspetti che gli tornano più utili. È il caso, nelle ultime settimane, delle immagini delle guerrigliere curde continuamente diffuse dai media (vedi): immagini che, in molti casi, mostrano donne giovani e belle, così sorridenti che non sfigurerebbero sulla copertina di “Vanity fair” (vedi). Con alcune eccezioni, la loro presenza attiva nella resistenza curda viene ridotta a pettegolezzo dai mezzi di comunicazione italiani, che parlano di combattenti dell’I.S. che sarebbero spaventati dal queste donne soldato (già si sono scordati che solo poche settimane fa gli stessi media lanciavano l’allarme per le ragazze britanniche che si arruolavano con i fondamentalisti sunniti ). Essi, facendo leva su un miscuglio di orientalismo, attrazione per l’esotico e fascinazione per le donne-soldato (basta guardare quanto ha scritto Gennaro Carotenuto in un articolo dell’agosto scorso sulle guerrigliere del Pkk, «delle quale potrei innamorarmi in blocco»  , oppure un articolo di un paio di anni fa su Vice, in cui di una di esse si diceva che dava «l’idea di essere stata molto bella in passato»), presentano un’immagine “neutralizzata” e “depotenziata” di queste guerrigliere.

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