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Archivio articoli e documenti per il dibattito nella sinistra

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estero

Dino Erba: Il vento del Nordafrica e i sospiri dell'Italia

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Il vento del Nordafrica e i sospiri dell'Italia

Dino Erba

[Nel quadro della discussione a sinistra sulla Libia riportiamo questo intervento di Dino Erba, a cui risponde nel post successivo Dante Lepore]

Le insorgenze del Nordafrica, oltre a sconvolgere decennali equilibri geo-politici, hanno turbato il tranquillo tran tran dei sinistri italiani, il cui orizzonte, malgrado le sferzate della crisi, difficilmente si spinge oltre alle beghe con Berlusconi e con Marchionne, a parte qualche sporadico colpo di testa. Ma non tutto il male viene per nuocere. Il vento del Nordafrica ha fatto un po’ di chiarezza nella palude della sinistra italiana, portando allo scoperto le mal celate nostalgie nazionalsocialiste. Sono le nostalgie di ambienti, in cui la crisi aveva già provocato un’alzata di scudi a favore del capitalismo di Stato, riesumando un estemporaneo keynesismo. Di fronte all’insorgenza libica, questi ambienti si sono messi a infangare i ribelli, poiché hanno visto in pericolo una delle ultime vestigia del loro modello di Stato sociale che, dopo il crollo del «socialismo reale», si riduce alla Cuba di Fidel, al Venezuela di Chavez, alla Bolivia di Morales, ma anche all’Iran integralista di Ahmadinejad, alla Cina dei 332 miliardari «socialisti» e alla grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista del colonnello Gheddafi. Stendiamo un velo pietoso sulla Corea del Nord, del caro leader. I nostalgici del capitalismo di Stato non solo barano sapendo di barare, dal momento che puntano le loro false carte su Paesi in cui il welfare – quando c’è – è una brutta copia di quello europeo; ma soprattutto vogliono nascondere il brutale sfruttamento operaio, che in tali Paesi vige, a tutto vantaggio di un ceto parassitario statal-burocratico. E a questo ceto parassitario, anch’essi appartengono, e aspirano a posizioni di privilegio elargite dallo Stato, oggi erose dalla crisi, che della piccola borghesia non sa che farsene. Tolto dai piedi questo ciarpame, parliamo di cose più serie. Vediamo cosa avviene tra chi la prospettiva rivoluzionaria la sostiene, senza cedimenti nazionalisti e statalisti. Forse per colpa dell’aria mefitica che per tutti questi anni abbiamo respirato in Italia, prevale un atteggiamento a dir poco fiacco.
 

Domenico Losurdo: Orwell, la Nato e la guerra contro la Libia

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Orwell, la Nato e la guerra contro la Libia

Domenico Losurdo


Nel 1949, mentre infuria una guerra fredda che rischia di trasformarsi da un momento all’altro in olocausto nucleare, George Orwell pubblica il suo ultimo e più celebre romanzo: 1984. Se anche il titolo è avveniristico, il bersaglio è chiaramente costituito dall’Unione Sovietica, raffigurata come il «Grande fratello» totalitario, che vanifica la stessa possibilità di comunicazione, stravolgendo il linguaggio e creando una «neo-lingua» (newspeak), nell’ambito della quale ogni concetto si rovescia nel suo contrario. Pubblicando il suo romanzo l’anno stesso della fondazione della Nato (l’organizzazione militare che pretendeva di difendere anche la causa della morale e della verità), Orwell dava così il suo bravo contributo alla campagna dell’Occidente. Egli non poteva certo immaginare che la sua denuncia sarebbe risultata molto più calzante per descrivere la situazione venutasi a creare, pochi anni dopo il «1984», con la fine della guerra fredda e il trionfo degli Usa. Come la strapotenza militare, così la strapotenza multimediale dell’Occidente non sembra più incontrare nessuno ostacolo: lo stravolgimento della verità viene imposto con un bombardamento multimediale incessante e onnipervasivo, di carattere assolutamento totalitario. E’ quello che emerge con chiarezza dalla guerra in corso contro la Libia.


Guerra


E’ vero, è all’opera il più potente apparato militare mai visto nella storia; certamente non mancano le vittime civili dei bombardamenti della Nato; vengono utilizzate armi (all’uranio impoverito) il cui impatto è destinato a prolungarsi nel tempo; oltre agli Usa, nello scatenamento delle ostilità e nella conduzione delle operazioni militari si distinguono due paesi (Francia e Inghilterra), che hanno alle spalle una lunga storia di espansione e dominio coloniale in Medio Oriente e in Africa; siamo in un’area ricca di petrolio e i più autorevoli esperti e mezzi di informazione sono già impegnati ad analizzare il nuovo assetto geopolitco e geoeconomico.
 

Raffaele Sciortino: Boomerang libico per un fragile Occidente

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Boomerang libico per un fragile Occidente

Raffaele Sciortino

È dunque tornata la guerra umanitaria. Entrata nel sistema dell’informazione e di qui nell’immaginario collettivo, non c’è neanche più bisogno di virgolettarla. Ritorna però in un contesto del tutto mutato rispetto agli anni Novanta. Ieri, sull’onda lunga della caduta del Muro e con la finanziarizzazione in piena ascesa, gli States avevano in mano saldamente l’iniziativa e potevano elargire promesse ai nuovi arrivati nel consesso delle democrazie occidentali. Oggi siamo dentro una crisi globale che è un aspetto dello smottamento profondo e strutturale dei meccanismi di riproduzione della vita sociale complessiva (vedi Fukushima). L’interventismo umanitario non ha l’iniziativa. La guerra alla Libia è reazione. Reazione alla prima fase della sollevazione araba. Reazione di poteri voraci ma in affanno contro i possibili passaggi di radicalizzazione di un moto ampio e profondo in pieno svolgimento che sta intrecciando, dal basso, istanze di dignità, potere e riappropriazione. E che non ha bisogno di “aiuti” ma piuttosto rimanda un messaggio di possibile costruzione di un percorso comune di lotta e emancipazione.

 

Federico Campagna: Up Yours!

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Up Yours!

Federico Campagna

Chi pensava che i sindacati fossero un relitto del passato, pensi di nuovo. Nella mattina di sabato 26 Marzo, di fronte al continuo tagli alla spesa sociale, la confederazione inglese dei sindacati (TUC) ha portato nelle strade di Londra più di 500,000 persone. Numeri che non si vedevano dalle manifestazioni contro la guerra del 2003. Come nel caso della FIOM in Italia, però, i sindacati non hanno agito da soli. Insieme alle famiglie dei lavoratori minacciati dalla lotta di classe condotta dal nuovo capitalismo, decine di migliaia di studenti, disoccupati e anziani hanno occupato le strade e le piazze della capitale inglese.

Occupato, letteralmente. Camminando per le strade del centro, oggi, la città della finanza e dello shopping sembrava essere diventata di colpo una nave da crociera dirottata dai pirati. Il gruppo UKuncut, che da mesi denuncia le corporation inglesi che evadono miliardi di tasse, ha condotto un’attacco coordinato e straordinariamente efficace ai negozi di proprietà degli evasori. Topshop, la superboutique della moda giovane, Boots, il gigante della farmaceutica di massa, e la compagnia telefonica Vodafone hanno visto i loro negozi del centro occupati da folle di dimostranti. Uno dopo l’altro, tutti i negozi attaccati hanno chiuso i battenti per il resto della giornata. Il colpo di classe, però, si è avuto soltanto nel primo pomeriggio, quando da Oxford Circus una decina di migliaia di persone si sono divise in quattro gruppi e con la rapidità di un commando hanno fatto simultaneamente irruzione nel palazzo che ospita i magazzini di lusso di Fortnum and Mason.
 

Sherif El Sebaie: Il lupo, il gatto, la Libia e l'Egitto

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Il lupo, il gatto, la Libia e l'Egitto

Sherif El Sebaie

In Libia è finita esattamente come anticipato su questo blog, e cioè con la vecchia e cara "guerra umanitaria" dettata dalla "necessità di proteggere i civili" (che - sia detto per inciso - hanno bombardieri, carri armati, cannoni e un sito internet registrato nel Surrey). Chi frequenta questo sito sa che sono contrario alle intromissioni occidentali nelle vicende interne arabe per diversi e validi motivi. Sono talmente contrario che qualche anno fa scrissi (e la cosa venne puntualmente strumentalizzata) che avrei preferito il figlio di Mubarak al potere che un'intromissione esterna in Egitto, da cui non si poteva attendere niente di buono (Iraq e Afghanistan docet). L' "Occidente" è infatti un lupo che perde il pelo ma non il vizio: sappiamo tutti che le sue intromissioni "à la carte" non sono affatto disinteressate e che spesso sono persino montate ad arte per giustificare la successiva spartizione della torta. Peccato che questi interventi si rivelino puntualmente controproducenti sia per chi li ha subiti che per chi li ha attuati, esclusa quella piccola élite di multinazionali specializzata nel ricostruire ciò che ha appena distrutto.
 
Come andrà a finire? Difficile dirlo, ma vale la pena ricordare il detto arabo che recita "Io e mio fratello contro mio cugino ed io e mio cugino contro l'estraneo": il rischio che i libici, magari assai tentati fino all'altro giorno di scannarsi tra di loro, reagiscano oggi all'intromissione straniera stringendosi intorno al Fratello Colonnello piuttosto che intorno alle tribù a lui avverse e ai loro alleati "crociati", come definiti da Gheddafi (e da Putin), è tutt'altro che remoto.
 

Dino Erba: I ribelli libici e i ponzatori italici, che guardano l'albero e non vedono la foresta

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I ribelli libici e i ponzatori italici, che guardano l'albero e non vedono la foresta

Dino Erba

Nel 1917, il governo tedesco fornì a Lenin e ai
bolscevichi un treno per recarsi in Russia. Gli
imperialisti tedeschi pensavano che i bolscevichi
avrebbero fomentato rivolte, facendo così uscire
l’impero zarista dalla guerra. La Russia, dalla
guerra uscì, ma prima, i bolscevichi fecero la rivoluzione.

 
Via via che il vento delle rivolte del Nordafrica si è spostato in Libia, gli iniziali entusiasmi di molti «sinistri» italiani si sono smorzati. E sono prevalse le capziose analisi sui contrasti e sulle manovre degli immancabili imperialisti. Ci sono spunti e osservazioni apprezzabili, che tuttavia finiscono per oscurare il movimento d’insieme delle masse popolari libiche, che qualcuno considera addirittura del tutto strumentale e funzionale a circoli affaristici locali, legati alle «multinazionali europee e statunitensi» (emblematico, tra i tanti: SERGIO CARARO, Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio, «Contropiano»).

La Libia sta sollevando scottanti questioni, e non solo politiche, ma soprattutto di metodo e di analisi. Mettiamo allora i puntini sulle i e, per prima cosa, cerchiamo di capire che cos’è la Libia.

Ma prima ribadiamo che l’aspetto principale di questa vicenda è l’insorgenza delle masse popolari del Nordafrica, che si inscrive nella crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Il cui esito, ci auguriamo, sarà la rivoluzione proletaria (altrimenti ci aspetta un orrore senza fine). E questo è un motivo più che sufficiente, per stare dalla parte dei ribelli della Libia, senza se e senza ma.
 

Repressione in Bahrain

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Ai direttori del Manifesto e di Liberazione, alla stampa progressista,

a tutti i democratici

La straordinaria esperienza di mobilitazione democratica del Bahrain è stata schiacciata nel sangue con l'intervento delle forze armate saudite.

Vivo qui in Bahrain e sono stato testimone di un risveglio di coscienza politica e sociale avanzatissimo. Dopo i primi scontri e le prime violenze la vecchia leadership sciita è stata scavalcata ed esautorata da una nuova generazione di protagonisti: i giovani e le donne. Hanno saputo prendere in mano l'organizzazione della lotta politica, con metodi assolutamente pacifici e di massa, un'organizzazione capillare ed obiettivi e parole d'ordine assolutamente chiari e trasparenti: libertà e democrazia.

I giornalisti come Michele Giorgio e l'inviato di Repubblica hanno potuto constatare la situazione e ne hanno dato conto con servizi puntuali e rigorosi.

Bene, a questo punto chiedo che i democratici si facciano carico di una mobilitazione almeno pari a quella portata avanti nei confronti degli insorti libici, che non erano né pacifici né disarmati, che non avevano piattaforme politiche così trasparenti, che erano sponsorizzati dai servizi segreti di mezzo mondo e da quello stesso Consiglio del Golfo che ha mandato i carri armati qui in Bahrain.

Chiedo che si faccia pressione perchè l'Unione Europea prenda posizione in modo altrettanto deciso contro i governi bahrenita e saudita, che la Corte Penale Internazionale agisca con la stessa prontezza dimostrata per la Libia, che la pletora agenzie e organizzazioni preposte alla difesa dei diritti umani dia un'occhiata anche da queste parti.

Chiedo che le grandi firme e i padrini nobili della sinistra si spendano anche per questa causa, forse più difficile, perchè non devono schierarsi contro un “dittatore pazzo”, ma contro uno dei nodi più potenti e oscuri del potere occidentale sul petrolio: le monarchie del golfo.

 

Piero Pagliani: L’Italia in guerra contro la Libia, 100 anni dopo

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L’Italia in guerra contro la Libia, 100 anni dopo

di Piero Pagliani

1. È forse il caso di discutere qualche punto sulla situazione che ruota attorno alla crisi libica.

Partiamo dal dato acquisito che l’operazione “Odissea all’Alba” non è un intervento umanitario, come ancora ripete il capo delle nostre forze armate, cioè il presidente Napolitano, refrain in cui gli ex comunisti sembrano addirittura più specializzati della destra (come questo intervento sia stato discusso in Consiglio di Sicurezza – e quindi il suo grado di legittimità – lo spiega bene Giulietto Chiesa all’inizio dell’intervista di Lilli Gruber a “Otto e Mezzo”).

Se non è chiaro che invece proprio di guerra si tratta e per giunta di guerra con caratteristiche mondiali perché è parte non di una crisi locale ma di una crisi sistemica, se questo non è ancora chiaro si prega di ripassare dal VIA senza ritirare le ventimila. Altrimenti proseguiamo.

2. Uno dei ruoli da chiarire è quello delle compagnie petrolifere.

Come già ai tempi dell’Iraq, il petrolio c’entra, ovviamente, ma non in modo immediato. In gioco c’è innanzitutto il controllo politico e militare delle fonti energetiche e solo dopo il loro sfruttamento diretto, che a sua volta può essere funzionale tanto al rialzo del prezzo del greggio tanto alla sua diminuzione in dipendenza della convenienza prima geostrategica, poi di mercato.
 

Debora Billi: Libia, dove si spellavano i gatti

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Libia, dove si spellavano i gatti

Debora Billi

Sovente, e ahinoi ultimamente sempre, si sospetta che dietro una guerra ci sia il petrolio. Ma le guerre non si fanno per “prendersi il petroliotout court: quasi sempre si può ottenerlo comodamente firmando un accordo e con una stretta di mano. Chi ha il petrolio ha infatti bisogno di venderlo. Certo, l’aumento della domanda e la diminuzione della risorsa hanno condotto a un mercato del venditore, anziché del compratore, ma l’obiettivo di entrambi resta il medesimo.

Il problema quindi non è “prendersi i pozzi”, ma ottenere accordi molto favorevoli. Il che non sempre è possibile, specialmente quando il Paese produttore ha una forte compagnia nazionale oppure delle leggi che non consentono a compagnie straniere di fare il bello e il cattivo tempo. Alcuni esempi? L’Iraq di Saddam, a cui dopo la guerra fu imposta la molto discussa legge per il petrolio, che in pratica toglieva al popolo iracheno la sovranità sul proprio sottosuolo; il Venezuela di Chávez, o la Libia di Gheddafi.

Quest’ultima, attraverso la compagnia nazionale Noc, ha un sistema di accordi diverso da quelli in uso nel resto del mondo. L’accordo Epsa, che molte compagnie stipulano in Libia, non prevede royalties, divisione delle spese operative, tasse: nulla di tutto ciò. Più semplicemente, il governo prende la sua parte dalla produzione lorda. Le compagnie operano a proprie spese, non pagano tasse né diritti, e dividono con la Libia la produzione. Ma non pensate che si tratti di un fifty-fifty, neanche per sogno.
 

Sergio Cararo: Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio

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Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio

di Sergio Cararo *


Perché è saltato l’equilibrio di potere di Gheddafi? Chi sono “quelli di Bengasi”? Questa è una vera guerra del petrolio, rivelatrice della competizione globale e piena di incognite

E’ una rivolta dei giovani. Sono loro che hanno iniziato la rivoluzione… noi ora la stiamo completando”. In questa breve considerazione che il colonnello Tarek Saad Hussein riferisce al settimanale statunitense “Time” a fine febbraio, è possibile comprendere gran parte del processo che è stato impropriamente definito come “rivoluzione libica” (1)

Il col. Hussein è uno degli alti ufficiali del regime di Gheddafi passato quasi subito con i ribelli di Bengasi. Insieme a lui c’è tutto un settore rilevante dell’apparato statale del regime che ha dato vita allo scontro mortale con Gheddafi per sostituirlo con una nuova leadership. E’ vero, hanno mandato prima avanti i giovani. A Bengasi il 15 febbraio erano stati i giovani e i familiari dei prigionieri politici della rivolta del 2006 nella capitale della Cirenaica ad essere scesi in piazza davanti al commissariato dentro cui era stato rinchiuso l’avvocato Ferhi Tarbel, difensore degli arrestati nella rivolta di cinque anni prima. La manifestazione del 15 febbraio era stata repressa duramente – come purtroppo è la norma in Libia e in tutti i paesi del Medio Oriente. Due giorni dopo, una nuova manifestazione, vedeva però i manifestanti, già armati, passare subito all’escalation sul piano militare contro i poliziotti del regime di Gheddafi (2).
 

Piero Pagliani: Tripoli, bel suol d'amore

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Tripoli, bel suol d'amore

Piero Pagliani

Tripoli, bel suol d'amore,
ti giunga dolce
questa mia canzon,
sventoli il Tricolore
sulle tue torri
al rombo del cannon!


«Lo storico, il quale in avvenire vorrà ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale, dovrà giudicare che la cultura italiana nel primo decennio del secolo XX doveva essere caduta assai in basso, se fu possibile ai grandi giornali quotidiani e ai giornalisti, che pur andavano per la maggiore, far credere all’intero Paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l’impresa libica è stata giustificata e provocata.

Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature straniere, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il Paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità? La risposta a queste domande non potrà essere molto lusinghiera per la nostra generazione».

«Ma i nazionalisti e i gazzettieri tripolini sanno tutto. Per essi una notizia, vera o fallace che sia, purché risponda ai loro preconcetti, è sempre buona, e va subito messa in circolazione senza ritardo».

Gaetano Salvemini e altri, "Come siamo andati in Libia," La Voce, Firenze 1914.
 
La chiusa a queste citazioni potrebbe essere il refrain di una vecchia canzone pacifista di Pete Seeger, a suo tempo cavallo di battaglia di Joan Baez: “When will they ever learn?”, “Quando mai impareranno?”.

In realtà quel che è urgente chiedersi è quando mai imparerà la sinistra italiana. Specifico “italiana”, perché la sinistra mondiale in generale questa lezione l’ha capita di gran lunga meglio.

Non è un caso, il nostro Paese è una anomalia, in quanto è l’unico dell’Europa Occidentale dove ex comunisti si sono suggeriti e sono stati accettati come nuova classe dirigente del dopo caduta del Muro di Berlino.
 

Domenico Moro: Che accade in Libia?

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Che accade in Libia?

di Domenico Moro

Moisés Naim sulla prima pagina del Sole24ore ha definito "asse dei confusi" il gruppo, composto da Hugo Chavez, Daniel Hortega e Fidel Castro, che si rifiuta di denunciare il dittatore Gheddafi per il massacro di civili innocenti. Naim ha, però, scordato di includere un altri due "confusi" nella sua lista. Si tratta di Mike Mullen e Robert Gates, rispettivamente capo degli Stati Maggiori Riuniti e ministro della Difesa statunitensi. I due, come riportato da Rampini il 3 marzo, hanno "persino negato che esistano prove sul fatto che Gheddafi abbia usato aerei ed elicotteri contro la popolazione".

Eppure, il 24 febbraio il Sole24ore aveva titolato: "Fosse comuni a Tripoli, paese spaccato", Per l'emittente Al-Arabiya i morti sarebbero già10mila, secondo altre fonti "un migliaio", e il 27 febbraio: "Bombe su tripoli, 250 morti, l'aviazione colpisce i manifestanti - Il vice ambasciatore all'Onu: genocidio". Quella che doveva essere la prova provata, il video del cimitero delle fosse comuni mostrato per giorni a mezzo mondo, si è rivelato essere vecchio e inerente ai lavori di ristrutturazione del cimitero di Tripoli, come precisato dall'inviato della Stampa il 26 febbraio.

Quasi sempre le notizie di massacri di civili riportate dai media si basano su lanci della britannica Reuter, a loro volta fondati su racconti telefonici di libici, ovviamente del fronte anti Gheddafi.
 

Marco Santopadre: Romania, Iraq, Kosovo... Libia: nelle fosse comuni si seppellisce la verità

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Romania, Iraq, Kosovo... Libia: nelle fosse comuni si seppellisce la verità

di Marco Santopadre

Di che città e di che paese si parla nelle citazioni tratte da due importanti quotidiani italiani?

 “...Ieri sono arrivate altre conferme delle manifestazioni che sabato e domenica hanno sconvolto le città di * * e che sarebbero state represse nel sangue dalla polizia con l'appoggio dell'esercito.” (Corriere della sera **/**/****) e ancora “...Fonti dell'opposizione interna parlano di scontri violentissimi e di 300 morti...” (La Repubblica).

Semplice, risponderete voi. Della Libia! Negli ultimi giorni notizie di stragi, di bombardamenti aerei sui manifestanti e sui civili inermi, di possibile uso delle armi chimiche contro la popolazione che si oppone al regime di Gheddafi, di stragi di medici e di feriti negli ospedali, di colonne di migliaia di profughi in fuga dai combattimenti e dagli eccidi bombardano le opinioni pubbliche occidentali e, quindi, anche italiana.

Torniamo alle citazioni di cui sopra: non si riferiscono a quanto sta accadendo in Libia, bensì a quanto stava – secondo i media internazionali – accadendo a Timisoara e ad Arad ai tempi delle rivolte contro Ceaucescu, nel 1989.
 

Tommaso Di Francesco: Verso un'altra guerra «umanitaria»

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Verso un'altra guerra «umanitaria»

di Tommaso Di Francesco

Siamo ai prodromi di un'altra guerra umanitaria. Che andrebbe ad aggiungersi a quella già sul campo. Stavolta in Libia. La Nato dichiara che «non è all'ordine del giorno, per ora», l'Unione europea che «nemmeno ci pensa», il ministro della difesa italiano La Russa che «non è nei nostri pensieri, però...». Ma ci stanno pensando, ci ragionano, e soprattutto si attivano forze e strumenti istituzionali di copertura. Sanzioni, no fly zone.

Diciamo questo perché, ben al di là del disfacimento evidente del regime di Gheddafi, delle sue drammatiche responsabilità e del suo delirio, emerge la disinformazione. Si rende cioè evidente un significativo livello di menzogne da parte dei media ancora una volta embedded: fosse comuni che appaiono, quando in realtà sono fosse individuali; un salto improbabile in 12 ore dalle mille alle diecimila vittime, secondo l'americanissima televisione Al Arabya; flash di foto di corpi senza vita; l'invenzione di un inesistente membro libico della Corte penale internazionale rigorosamente antiregime che moltiplica per 50mila il numero delle vittime e dei feriti.
 

Fulvio Grimaldi: Occhio, la Libia è un'altra cosa

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Occhio, la Libia è un'altra cosa

di Fulvio Grimaldi


Noi siamo la razza che governa il mondo... Non rinunceremo al nostro ruolo nella missione della nostra razza, grazie a Dio, per la civilizzazione del mondo... Dio ci ha fatto il suo popolo eletto... ci ha reso tanto capaci di governare da poter gestire governi tra popoli selvaggi e senili.
(Senatore Usa Alfred Beveridge) 
  
La stampa è tanto potente nella creazione di immagini da poter far sembrare una vittima il criminale e mostrare la vittima come fosse il criminale. Questa è la stampa, una stampa irresponsabile. Se non stai attento, i giornali ti faranno odiare la gente che è oppressa e amare coloro che opprimono.
(Malcolm X, "Discorsi e dichiarazioni selezionati")
 
C'è da aspettarsi che i progressi in fisiologia e psicologia diano ai governi molto più controllo sulla mentalità dell'individuo di quanto non ne abbiano perfino gli Stati totalitari. Fichte disse che l'educazione dovrebbe puntare alla distruzione del libero arbitrio in modo che, quando gli studenti hanno lasciato la scuola, siano incapaci per il resto della vita di pensare o agire diversamente da quanto avrebbero voluto i loro maestri.
(Bertrand Russell, "L'impatto della Scienza sulla Società")

Fatta la tara al sistema mediatico occidentale e magari ascoltata l'emittente dell'America libera, Telesur, e anche la problematicità di Al Jazira, deprechiamo pure il bagno di sangue in Libia, con la repressione dei settori fedeli a Gheddafi, ma anche con l'ambiguità di un'informazione le cui contraddizioni tra commenti e immagini sfida la logica. E le cui motivazioni e i cui burattinai dovrebbero sollecitarci qualche riflessone. Non arrendiamoci al sanguinolento Grand Guignol che tutta la stampa, destra e "sionistra", in quell'unanimità che fa sempre gioco alla destra, spara sulla Libia e contro Gheddafi. Bombardamenti aerei sulla popolazione, mercenari stragisti, defezioni di militari, aviazione, ambasciatori, feriti sparati negli ospedali, testimoni rientrati che hanno "sentito colpi di fucile", migliaia di cadaveri per le strade, "esperti" tv fuorusciti da trent'anni dalla Libia che invocano la democrazia occidentale, mosche su quella patacca che passa per viva ed è già putrescente e ancora vorrebbe infettare i popoli che ne sono esenti... In Iraq cianciavano di fosse comuni di Saddam, mai trovate, mentre ne allestivano per migliaia, oggi un po' per volta scoperte con cadaveri datati dal 2003 in qua.
 

Nord Africa in rivolta

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Nord Africa in rivolta


Ben Ali e Mubarak si sono dimessi. Ciò che solo qualche mese fa sarebbe sembrato impossibile anche alla più fertile delle immaginazioni è avvenuto. E il terremoto non sembra essersi fermato. Una ventata di mobilitazione popolare sembra stia per realizzare quel passaggio alla democrazia cui i paesi arabo-islamici sembravano geneticamente negati.

Una soddisfazione neanche troppo celata si respira nell’entourage di Obama. Nelle cancellerie europee i toni sono più contenuti. In Cina c’è silenzio, evidentemente preoccupato. Anche negli ambienti della sinistra anti-capitalista le sollevazioni sono state accolte da un generale compiacimento.

A prescindere da quel che succederà all’immediato, queste mobilitazioni un’acquisizione positiva l’hanno già determinata facendo irrompere sul terreno dello scontro politico alcuni elementi che sembravano sepolti negli anfratti di una storia lontana: 1. la mobilitazione di massa è in grado di agire su un terreno rivoluzionario, superando il livello di semplice rivolta e non facendosi ingabbiare in processi democratico-elettorali; 2. La mobilitazione delle masse può diroccare anche un potere ferocemente armato e sostenuto dai peggiori briganti mondiali.
 

Il Medio Oriente dopo Mubarak: alba democratica o crisi dei popoli?

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Il Medio Oriente dopo Mubarak: alba democratica o crisi dei popoli?

by Redazione

In Medio Oriente stiamo assistendo soltanto alla tumultuosa sostituzione di alcuni dittatori, o al cambiamento di interi sistemi di governo corrotti e atrofizzati che hanno permesso a leader politici come Ben Ali e Mubarak di governare per decenni in Tunisia e in Egitto?

E’ questo il grande interrogativo che tutti si pongono di fronte a quanto sta avvenendo in questi due paesi, ma anche di fronte alle manifestazioni di rabbia e di protesta che stanno scuotendo l’intera regione mediorientale, dall’Algeria allo Yemen.

Le migliaia di profughi giunti in Italia dalle coste tunisine dimostrano che la transizione in quel paese non sta aprendo nuove prospettive ai suoi abitanti e, invece di condurre la Tunisia verso la democrazia, rischia di farla sprofondare nel caos, mentre i resti della vecchia élite al potere continuano a mostrarsi restii a coinvolgere le altre forze politiche nel processo decisionale.

In Egitto, l’esercito ha accentrato il potere nelle proprie mani, e le modalità della transizione dipenderanno interamente da esso. Le forze armate, che già rappresentavano la base storica del vecchio regime, sono uscite rafforzate da queste settimane di rivolta popolare, potendo contare sul monopolio della forza ed avendo intelligentemente gestito la collera della piazza, che si è rivolta soprattutto contro il presidente Mubarak e contro l’élite affaristica rappresentata dal figlio Gamal.
 

Nicola Sessa: La goccia del Bahrein

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La goccia del Bahrein

Nicola Sessa

[Riporto questo articolo di Peacereporter perchè mi sembra una delle poche analisi in lingua italiana che cerchi di capire anche il contesto in cui si stanno svolgendo i drammatici fatti qui in Bahrain. Il Bahrain è l'altra faccia dell'osceno regime saudita, contemporaneamente il bordello dell'ipocrita oligarchia wahabita, che, dopo aver tuonato contro la dissoluzione dei costumi, qui passa il suo week end a base di alcolici e prostitute, e la base della quinta flotta americana, con il compito di garantire il flusso ininterrotto del petrolio per l'occidente. La feroce repressione al Pearl Roundabout, l'attacco brutale ai medici del Salmaniya Hospital che cercavano di curare le centinaia di feriti, anziani, donne, bambini, le forze di sicurezza congiunte bahrenite e saudite che sparano su ragazzini inermi per le strade svelano la vera faccia di regimi basati, al di là dello scintillio dei grattacieli e della Disneyland di Dubai, su un controllo sociale brutale e ossessivo, sullo schiavismo di massa, sulla segregazione delle donne. La fragilità del regime saudita, un guscio vuoto costruito a suo tempo per garantire il petrolio all'Occidente e gestire i relativi flussi finanziari, è il vero nodo della situazione]
tg da Manama

La rivolta nel cuore di Manama rappresenta un ulteriore aspetto del cambiamento in atto nel Medioriente


E ora, come finirà la rivolta in Bahrein? La scia di fuoco partita dalla Tunisia che sta percorrendo tutto il Medioriente ha raggiunto il regno della dinastia al-Khalifa, sull'isolotto nascosto in un'ansa del Golfo Persico. Non che l'opposizione sciita si sia svegliata solo adesso: il confronto con il potere sunnita è in atto da anni, ma adesso che anche il "Faraone d'Egitto" Hosni Mubarak è caduto, sembra essere giunto il momento della sfida finale.

La piazza Tahrir di Manama, capitale del Bahrein, si chiama Rotonda delle Perle. Da lunedì gli sciiti - che costituiscono i due terzi dell'intera popolazione (di poco superiore a 700 mila) - hanno occupato la piazza centrale della città per chiedere maggiori diritti e opportunità, le dimissioni del re Sheik Hamid ibn Isa al-Khalifa o, almeno, che il premier venga eletto dal popolo e non imposto dalla famiglia reale. Al momento, sembra che la casa reale non sia disposta al dialogo: i cinque morti, 60 dispersi e i quasi duecento feriti sono una risposta eloquente.

 

Raffaele Sciortino: Disinnescare la sollevazione. Obama al lavoro con un occhio al “nuovo” Medio Oriente

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Disinnescare la sollevazione. Obama al lavoro con un occhio al “nuovo” Medio Oriente

di Raffaele Sciortino

In Egitto la partita decisiva non è a due, è a tre: la piazza, il regime e Washington. Il tentativo del regime di scatenare i suoi sgherri armati contro la piazza senza riuscire a “liberarla” ha accelerato i passaggi verso il cambio della guardia togliendogli ogni residuo credito anche internazionale. L’amministrazione Obama ha così cambiato passo: dalla transizione ordinata alla transizione now appoggiandosi sui vertici dell’esercito che possono passare all’incasso dell’atteggiamento “neutrale” tenuto in questi giorni verso i manifestanti. Salvo colpi di coda dello stato di polizia mubarakiano – possibili vista la spropositata consistenza numerica con ricadute anche sociali – il secondo venerdì di piazza Tahir potrebbe aver sancito il nuovo equilibrio che per gli Usa deve sporgersi il meno possibile verso le richieste più radicali della piazza, in primis la dipartita immediata di Moubarak. Su queste basi Washington ha spinto per i colloqui iniziati domenica che coinvolgono l’opposizione compresi i Fratelli Musulmani (attestati su posizioni moderate).[1]

Ancora due venerdì fa a Washington non si sapeva come procedere – pur nella sensazione/timore che oramai il regime di Moubarak fosse agli sgoccioli – per evitare che la situazione sfuggisse completamente di mano.[2]

 

Se cade l’Egitto – Trema il sistema dei regimi arabi

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Se cade l’Egitto – Trema il sistema dei regimi arabi

La rivoluzione egiziana è scoppiata improvvisa e inaspettata, cogliendo impreparati i principali attori del panorama politico internazionale malgrado i segnali premonitori che erano giunti dalla Tunisia, dove un regime fino a quel momento considerato fra i più stabili del mondo arabo è crollato nel giro di poche settimane, travolto da una sollevazione popolare che ha assunto forme nuove ed in precedenza sconosciute nella regione.

Tuttavia, sebbene il momento esatto in cui scoppia una rivolta di massa non possa mai essere previsto con certezza poiché la scintilla che la determina dipende solitamente da fattori contingenti, le ragioni profonde ed i segnali premonitori di una possibile deflagrazione sociale in diversi paesi arabi erano sotto gli occhi di tutti (se non fosse per il fatto che tutti hanno voluto chiudere gli occhi o guardare altrove).
 


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“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”

“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”

di Elisabetta Teghil

La settimana scorsa, all’alba di un giorno qualunque, a Milano, un giovane ghanese ha ucciso tre persone, a caso, le prime incontrate per strada.

I media hanno parlato di follia omicida, hanno intervistato la gente del quartiere sotto shock, un quartiere alla periferia della città, hanno parlato della storia delle vittime, dei parenti, degli amici, di vite sconvolte e di città impaurite.

Il rispetto del dolore per chi ha perso il figlio, il padre, l’amico è dovuto e imprescindibile.

Ma non è stata spesa una parola sul giovane nero che, dicono sempre i media, parla solo un dialetto del Ghana e un inglese stentato.

Nessuno/a si è chiesto come mai passasse la notte nei ruderi di Villa Trotti, un edificio abbandonato a poca distanza dal luogo dei fatti. Nessuno/a si è domandato il perché di due richieste d’asilo respinte e di due decreti di espulsione pendenti o come e dove trovasse da mangiare o perché fosse qui in Italia.

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Tersite Rossi: Una strana storia


Una strana storia

di Tersite Rossi

Del drammatico attentato di domenica 28 aprile a Roma, di cui sono rimaste vittime due carabinieri, si è detto e si sta dicendo molto. E a due scrittori, da anni abituati a rimestare nel torbido della storia e della politica italiana, non possono non risaltare alcuni aspetti davvero sorprendenti. Procediamo con ordine, come nello studio di un detective, lasciando per ultimo l'elemento a nostro avviso più sinistro. Premettiamo che la nostra riflessione presuppone la sanità mentale dell'attentatore, così come sembra emergere dalle indagini dei magistrati.

La pistola. Una Beretta 7.65 con matricola abrasa. L'attentatore dice di averla comprata clandestinamente quattro anni fa a Genova. Perché un piastrellista calabrese da vent'anni in Piemonte, sposato con un figlio, deve comprare una pistola al mercato nero?

Armi come quelle si comprano per delinquere e per nessun altro motivo. Un delitto da svolgersi quattro anni dopo, a causa di una crisi economica e personale che non si era ancora manifestata?

I proiettili. L'attentatore dichiara che era sua intenzione uccidersi, dopo aver compiuto il suo atto. Perché non l'ha fatto, pur avendo 3 colpi ancora inesplosi nel caricatore?

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Bahrain, rischia la vita l'attivista Zainab al-Khawaja

Sciopero della sete in carcere con il padre

La protesta di padre e figlia, esponenti di primo piano della dissidenza contro i regnanti, ha raggiunto il livello estremo del rifiuto dell'acqua, dopo il digiuno che dura dal 17 marzo. L'allarme delle associazioni umanitarie: pericolo di arresto cardiaco o coma

In solidarietà con Zainab, molto nota anche come attivista in Rete e sui social network, è partita una campagna (su Twitter con #freezainab e su Tumblr).


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