SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Spartaco A. Puttini: La Siria al centro dello scontro globale

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La Siria al centro dello scontro globale

di Spartaco A. Puttini

L’attuale tragedia siriana si inscrive a pieno titolo tra i capitoli che compongono il libro nero dell’Occidente. Cioè nella storia della lotta condotta dalle forze imperialiste per riportare sotto il loro controllo un paese e un popolo che per un secolo ha rappresentato un importante fattore della rinascita araba e della lotta antimperialista.

Nel loro tentativo di controllare la ricca e strategica regione del Vicino Oriente, gli Stati Uniti hanno ingaggiato da tempo un braccio di ferro con la Siria, sia direttamente che per interposta persona, tramite Israele. Ma le strategie dell’imperialismo per indurre Damasco a capitolare sono state finora sempre sconfitte (e sonoramente), dalla guerra civile libanese (tra il 1975 e il 1991) in poi.


Dominio mondiale e “Grande Medio Oriente”

Le guerre che Washington ha lanciato nel recente passato per inseguire il suo sogno di “dominio a pieno spettro”, a partire dall’avventura irakena, sono state foriere di guai.

Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi

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Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi

Un’analisi e alcune considerazioni

[a tutti i compagni scesi in strada, ai morti, ai feriti, agli arrestati]
Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

Nazim Hikmet, Il mio secolo non mi fa paura


Perché è importante conoscere meglio la Turchia e sapere quello che sta accadendo lì?

Perché questo paese rappresenta un caso da manuale dell’applicazione delle “riforme” neoliberiste, le stesse che stanno imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche da noi. In questo senso, capire quello che sta succedendo in Turchia vuol dire appropriarsi direttamente di strumenti che ci servono nelle nostre battaglie quotidiane, comprendere perché i destini dei nostri popoli sono così intrecciati. Materialmente, e non per motivi ideologici o “estetici”.

Cosa troverete in questo testo?

Raffaele Sciortino: Piazza Taksim: Crossing the bridge

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Piazza Taksim: Crossing the bridge

di Raffaele Sciortino

La mobilitazione di piazza Taksim solleva gioco forza alcune domande importanti. Siamo di fronte a un nuovo passaggio dell’onda lunga primavera araba/occupy? C’entra la crisi globale o si tratta più di una rivolta da “aspettative crescenti” proprie di un ciclo economico espansivo? E cosa ci dice rispetto al futuro prossimo in Europa? Interrogativi che al momento non possono forse essere risolti completamente ma servono a muovere qualche passo oltre il giusto entusiasmo per queste giornate.

Diamo per scontato in prima battuta che la Turchia ha visto negli ultimi dieci anni di governo Akp (il partito islamista sunnita) tassi di crescita economica notevoli, quasi da Brics, seppure in diminuzione e un impatto fin qui minimo della crisi globale. A maggior ragione deve essere giunta inaspettata la reazione spontanea e generale, ben oltre Istanbul, all’ennesima “grande opera” di gentrificazione del territorio urbano varata con l’ormai consueta arroganza dall’élite politico-affaristica. Ma soprattutto sono le caratteristiche, la composizione, le modalità di azione e cooperazione della rivolta a dirci che siamo di fronte a qualcosa di più profondo, legato alle esplosioni di soggettività dalla Tunisia in poi. Vediamo.

Primo, un effetto scintilla: una singola vicenda locale, certo segno di una questione più generale ma comunque limitata nelle richieste, fa saltare gli equilibri con modi e tempi imprevisti e accelerati, amplificati ma non creati dai nuovi media.

Giulietto Chiesa: Boston: una prova generale?

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Boston: una prova generale?

di Giulietto Chiesa

Le controverse e bizzarre versioni ufficiali e ufficiose dell'attentato di Boston, l'ombra dell'FBI sulle biografie degli attentatori, le esercitazioni di sicurezza (come sempre nei grandi attentati), le impressionanti lacune dei principali organi di informazione, una metropoli sotto assedio. Il massimo indiziato è ora muto, ma i media non stanno meglio.

Il mainstream peggiora a vista d’occhio. E, tanto più peggiora, tanto meglio si vede in filigrana quando mente (anche se non è facile, di primo acchito, vedere quanto mente).  Peggiora ma non pare destinato, per il momento, a passare a miglior vita. Infatti viene sostenuto da possenti iniezioni di morfina, che lo rendono , se non più sano, quanto meno abbastanza arzillo.  Io, da modesto cronista, l’ho seguito con grande attenzione nelle sue circonvoluzioni: dalla narrazione che imbastì a proposito della fine dell’Unione Sovietica, all’esaltazione della figura di Boris Eltsin, dipinto a tinte pastello come il primo presidente democratico della nuova Russia, mentre era soltanto un Quisling ubriacone che la Russia la svendette, privatizzandola, tutta intera, con la modica spesa di 10 miliardi di dollari (sottolineo, dieci miliardi di dollari).

L’ho seguito, il mainstream durante gli eventi dell’11 settembre 2001, a volte perfino ammirato della sua spettacolare potenza. Non si poteva non restare affascinati dalla capacità planetaria con cui riuscì prima a raccontare che il colpevole era stato Osama bin Laden, insieme a 19 terroristi semi-analfabeti, naturalmente islamici, poi a chiudere bruscamente e per sempre (forse) la pagina, dimenticandola insieme ai prigionieri di Guantanamo.

Samir Amin: Le rivoluzioni arabe due anni dopo

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Le rivoluzioni arabe due anni dopo

di Samir Amin

Sebbene il saggio di Samir Amin sia, come sempre, documentato da una analisi rigorosa e abbia come filo conduttore la massima coerenza antimperialista, perciò totalmente condivisibile, qualcuno si chiederà come mai siano stati omessi richiami diretti alle analisi prodotte sulle primavere arabe dai partiti comunisti in Egitto, Siria, Algeria, Libano. Alcuni di questi partiti hanno una lunga storia di persecuzioni feroci, altri, come in Siria, hanno avuto accesso alle istituzioni. Benchè si tratti di piccoli partiti, con un peso politico marginale, i giudizi e le critiche elaborate dai loro gruppi dirigenti meritano di essere conosciute. Sui nostri siti abbiamo letto i loro documenti e osservato come il loro impegno contro il neoliberismo, la guerra, l'integralismo islamico e la sudditanza alla triade imperialista sia l'essenza del loro intervento nei movimenti di lotta che hanno sconvolto il mondo arabo. Nessuno ha dato segni di settarismo o si è sottratto alle lotte e alle iniziative di massa dei movimenti di liberazione dalla tirannide dei vecchi regimi.

La lettura del saggio mostra che gli intendimenti di Samir erano altri : lungi dal sottovalutare la presenza dei comunisti nel mondo arabo, quella che può sembrare un reticenza è in realtà una rigorosa messa a punto dei contenuti politici della fase che dovrebbe segnare il massimo impegno unitario di tutta la sinistra araba che oggi include forze che si ispirano a Bandung, al movimento dei “non allineati” e al terzo mondismo di Mandela, piuttosto che alla classica nozione di comunismo. Nessuna archiviazione dunque, da parte di Samir, della prospettiva storica aperta dai comunisti nel secolo scorso. Ma bensì, un forte richiamo alle priorità tattiche richieste dal mondo d'oggi e alle conseguenti alleanze necessarie per vincere la sfida della transizione “democratica” che nel presente, e con gli attuali rapporti di forza tra i due campi antagonisti, non può avere che dei contenuti antimperialisti.

Sullo sfondo di questa analisi appaiono, ovviamente, le scelte innovatrici delle transizioni messe a punto dai comunisti in Cina, Brasile, India, Sudafrica, Vietnam, Cuba e altrove. Tutti impegnati nella costruzione di modelli di sviluppo innovativi vincenti su scala planetaria. Si tratta beninteso di transizioni molto diverse tra loro ma dalle molte ispirazioni comuni dentro la quale, mi par di capire, Samir colloca la prospettiva a breve delle rivoluzioni arabe.

Giulietto Chiesa: Siria: comincia l’ultimo atto

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Siria: comincia l’ultimo atto

di Giulietto Chiesa

Un fittissimo intrecciarsi di voli militari è in corso mentre il lettore sta scorrendo queste righe. Si tratta di aerei di varia nazionalità, con sigle diverse dipinte sulle loro carlinghe, con equipaggi internazionali, in partenza da aeroporti che spaziano dalla Croazia, alla Turchia, dal Qatar, all’Arabia Saudita, dalla Giordania e da diversi altre basi della Nato. Il New York Times dello scorso 24 marzo parlava di voli che “fanno pensare ad un’operazione militare clandestina ben pianificata e coordinata”.

È in atto la preparazione di quella che è l’ultima fase, che potrebbe precedere l’attacco militare della Nato contro la Siria e produrre la caduta, con relativa uccisione, del “sanguinario dittatore” di turno.

Si tratta di un’operazione che comporta grosse spese, per migliaia di tonnellate di armamenti e munizioni, i cui destinatari sono i ribelli del cosiddetto Esercito Libero Siriano.

L’organizzatore fu l’«ex» David Petraeus, il che ci dice che Barack Obama non ce la raccontava giusta quando voleva far credere all’opinione pubblica occidentale che gli Stati Uniti non erano poi davvero molto interessati alla caduta di Bashar al-Assad.

Gennaro Carotenuto: Hugo Chávez

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Hugo Chávez

La leggenda del Liberatore del XXI secolo

di Gennaro Carotenuto

Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.

L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.

Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili.

Elisabetta Teghil: “In Amenas”

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“In Amenas”

di Elisabetta Teghil

Quello che è successo in Algeria nel campo di gas naturale della British Petroleum di “In Amenas” è strettamente legato alle vicende del Mali.


A una prima lettura queste ultime non presentano nessuna novità.


Là dove ci sono ricchezze si scatenano gli appetiti delle multinazionali che intervengono in prima persona e/o, soprattutto, tramite i rispettivi governi.

Da qui il provocare artificialmente guerre interetniche e/o religiose, appoggiare o criminalizzare, a seconda della convenienza, movimenti indipendentisti, strumentalizzare i diritti umani e la violenza sulle donne. E, secondo tradizione, manipolare le notizie con la partecipazione attiva dei media e piegare le stesse al tornaconto dei paesi occidentali.

Fin qui niente di nuovo. Ma una novità c’è.

I cittadini occidentali che lavoravano in “In Amenas” e che erano i veri destinatari dell’azione di occupazione di quel centro, sono stati sacrificati con un’offensiva dell’esercito algerino che ha messo in preventivo e data per scontata la loro uccisione.

Gian Paolo Calchi Novati: Un deserto chiamato guerra

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Un deserto chiamato guerra

Gian Paolo Calchi Novati

La Francia combatte la sua guerra: l'attacco, preventivo sugli alleati se non sul nemico, servirà a segnare le gerarchie. Hollande avrà tempo per far posto alle truppe dei vari paesi africani e degli alleati europei o della Nato. Gli africani servono per fingere di adempiere alla risoluzione Onu che i «legalisti» - per quello che può valere e a prezzo di qualche forzatura - richiamano per tacitare le (poche) opposizioni. I «realisti», dal canto loro, pensano solo ai risultati e non alle forme.

Le motivazioni della guerra, nel duplice significato di cause e obiettivi, sono già state sviscerate: il jihadismo, le materie prime, lo spazio, il prestigio, l'impiego di armi vecchie da consumare e di armi nuove da provare. Nessuna guerra nasce da una sola causa e insegue un unico obiettivo. Senza nemmeno discutere il merito della questione i volenterosi di turno stanno correndo a costituire la solita coalizione. Chissà se come in altri casi, troppo noti per doverli citare, ci sarà anche questa volta un'eterogenesi dei fini. E alla poco gloriosa vittoria delle armate occidentali farà da riscontro la vittoria di qualche «terzo incomodo» o a effetti non voluti come nel caso della Libia.

Per il momento i contendenti, usando due termini volutamente propagandistici, sono il «mondo libero» e il «califfato islamico». Di califfato sovranazionale, esagerando, parla Giulio Sapelli in un bell'articolo sul Corriere della Sera del 18 gennaio, su cui si tornerà per contestarne, più che l'analisi, le conclusioni.

Jean Bricmont: Diffidare della sinistra anti-anti guerra

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Diffidare della sinistra anti-anti guerra

di Jean Bricmont

Sin dagli anni ’90, e soprattutto dopo la guerra del Kosovo nel 1999, chiunque si opponga agli interventi armati delle potenze occidentali e della NATO deve confrontarsi con quella che può essere definita una sinistra anti-anti-guerra (compreso il suo segmento dell’estrema sinistra). In Europa, e in particolare in Francia, questa sinistra anti-anti-guerra è costituita dalla  socialdemocrazia tradizionale, dai partiti Verdi e dalla maggior parte della sinistra radicale. La sinistra anti-anti-guerra non è apertamente a favore degli interventi militari occidentali e a volte non risparmia loro critiche (ma di solito solo per le loro tattiche o per le presunte motivazioni – l’Occidente sta sostenendo una giusta causa, ma goffamente e per motivi legati al petrolio o per ragioni geo – strategiche). Ma la maggior parte della sua energia la  sinistra anti-anti-guerra la spende nell’emettere  ”avvertimenti” contro la presunta pericolosa deriva di quella parte della sinistra che continua ad opporsi fermamente a tali interventi. La sinistra anti-anti-guerra ci invita ad essere solidali con le “vittime” contro “i dittatori che uccidono il loro stesso popolo” e a non cedere all’ istintivo anti-imperialismo, anti-americanismo o anti-sionismo, e, soprattutto, a non finire dalla stessa parte dell’estrema destra. Dopo gli albanesi del Kosovo nel 1999, ci è stato detto che “noi” dobbiamo proteggere le donne afgane, i curdi iracheni e, più recentemente, il popolo libico e siriano.

Non si può negare che la sinistra anti-anti-guerra sia stata estremamente efficace.

Yusur Al Bahrani: Resistenza in Bahrain: le lotte dei lavoratori

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Resistenza in Bahrain: le lotte dei lavoratori

di Yusur Al Bahrani

Il testo che segue è stato scritto da una compagna residente in Canada ma originaria del Bahrain. I legami che tuttora mantiene col suo paese le permettono di restituirci una realtà meno schiacciata su quelle che sono le letture cui solitamente possiamo accedere. Le avevamo chiesto di scrivere un resoconto che ci desse l'opportunità di inquadrare il ruolo che la classe lavoratrice sta giocando nell'isola perché troppo spesso ci pare sia l'attore che sparisce dalle cronache.

Ciò che ci sembra emergere dalla lettura è soprattutto la lotta per la fine di un regime oppressivo e reazionario. Ma nella critica alla gestione del potere degli Al-Khalifa, più che la rivendicazione di un modello simile a quello occidentale, si intravedono le parole d'ordine che hanno riempito e – fortunatamente – continuano a riempire le piazze arabe: “Pane, libertà e giustizia sociale!”

Le lotte dei lavoratori sono al centro del movimento. In questo testo si prende in considerazione soprattutto la repressione di cui sono stati fatti oggetto e che mostra una sostanziale comunanza di vedute del capitale privato e dello stato. I lavoratori sono il nemico e vanno sconfitti in ogni modo: con la tortura, la galera, i licenziamenti e la sostituzione con altri membri dell'esercito di riserva mondiale. Il tutto pur di lasciare inalterato l'attuale assetto di potere.

Per approfondire le dinamiche della rivolta in Bahrain, leggi 'La rivoluzione in Bahrain: resistenza all'imperialismo'.


Lavoratori e studenti sono l'essenza della resistenza all'oppressione ed alla repressione dello stato. Sono il cuore di ogni rivoluzione che voglia costruire una vera democrazia fondata sull'emancipazione della forza dei lavoratori.

Sandro Mezzadra: America latina: tra impasse e nuovo conflitto sociale

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America latina: tra impasse e nuovo conflitto sociale

Note per riaprire la discussione

di Sandro Mezzadra*

1. Non siamo certo stati gli unici, negli ultimi dieci anni, a considerare l’America latina un formidabile laboratorio politico. A differenza di altri, tuttavia, a interessarci in modo particolare non sono state tanto la retorica del “socialismo del XXI secolo”, il ritorno del “populismo” o la celebrazione delle “nazionalizzazioni”. Il punto di vista che ha guidato il nostro interesse per l’America latina, nella fitta rete di relazioni che abbiamo instaurato in quell’area del mondo, è stato piuttosto quello delle lotte e dei movimenti che hanno accompagnato l’età neo-liberale (gli anni del “Consenso di Washington”) fino a decretarne la fine. Tra la grande insurrezione dei poveri di Caracas nel 1989 (il “Caracazo”) e lo “sciopero di cittadinanza” che nel 2005 destituisce il Presidente Gutierrez in Ecuador, uno straordinario ciclo di lotte percorre sotterraneamente l’intera America latina. Il protagonismo degli indigeni (simbolicamente rilanciato dagli zapatisti a partire dal 1994) riapre una storia – quella della conquista coloniale – la cui continuità si era riprodotta attraverso i secoli. Una nuova questione agraria, dopo la grande trasformazione dell’agricoltura determinata dalla “rivoluzione verde”, viene prepotentemente posta all’ordine del giorno dalle mobilitazioni dei contadini “senza terra”. La tumultuosa conquista di spazi di azione e parola da parte di moltitudini di poveri urbani rimette in discussione i codici esclusivi dei sistemi sociali e politici. Lotte operaie di tipo nuovo (ad esempio nell’ABC paulista) si incontrano con l’occupazione e l’autogestione di imprese dismesse e con grandi mobilitazioni di lavoratori disoccupati.

Quando questo insieme profondamente eterogeneo di soggetti – qui richiamato soltanto per sommi capi – si incontra (ad esempio a Cochabamba nel 2000, il 19 e 20 dicembre del 2001 in Argentina), ne deriva un’azione insurrezionale di tipo nuovo.

Bruno Cartosio: Nell’autunno degli Stati Uniti

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Nell’autunno degli Stati Uniti

Intervista a Bruno Cartosio

Partiamo da un chiarimento: pur con un profilo particolare, Obama è per certi versi un pollo di batteria del partito democratico. É dunque difficile parlare di delusione rispetto a quello che ha fatto o non ha fatto, perché ciò è già inscritto nel suo dna politico. Il punto è vedere quanto i soggetti sociali che hanno cercato di utilizzare Obama (neri, latinos, ceti medi precarizzati, ecc.) possano passare all’incasso, forzandolo o rovesciando gli interessi di cui è espressione. Ora questi soggetti più che votare democratico, hanno votato contro la minaccia repubblicana. Da questo punto di vista, nel passaggio dal “we can” al “turatevi il naso”, tu come valuti i risultati elettorali e che prospettive si aprono?

Non c’è dubbio che la scelta eventuale di una presidenza Romney sarebbe stata disastrosa. Il punto importante è: disastrosa per chi? Disastrosa per le cosiddette minoranze etniche, disastrosa per la stragrande maggioranza della popolazione che sta in quell’80% che si trova a condividere il 15% della ricchezza delle famiglie americane, mentre invece il 20% gode dell’85% di quella ricchezza. Ecco, Romney sarebbe stato un disastro per questa gente. Obama è la loro salvezza? Non è esattamente così, ovviamente. Tuttavia, non c’è dubbio che se la si mette dal punto di vista del male, Obama è il male minore; se la si mette dal punto di vista di una qualche prospettiva di miglioramento della condizione sociale, Obama e la sua amministrazione sono comunque una possibilità di essere piegati alle esigenze di quello che Occupy ha definito il 99%. Questo è un dato di fatto reale, perché Romney certamente non sarebbe stato tutto questo. Quindi, l’esito di questa tornata elettorale è comunque positivo, con o senza virgolette.

nique la police: Obama, la rielezione di un ex-presidente

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Obama, la rielezione di un ex-presidente

nique la police

La vittoria elettorale di Barack Obama somiglia a quelle cene preparate con gli avanzi della festa del giorno prima. Qualcosa di dignitoso, magari saporito se ben ricucinato, ma che ha luogo grazie a ciò che non è stato consumato nei bagordi del giorno precedente. Speculazioni? Le cifre parlano meglio di qualsiasi considerazione. Obama, in quattro anni, ha perso quasi 20 milioni di elettori e una dozzina di punti percentuali. In questa caduta a precipizio si è fermato ad un punto percentuale di distacco dal candidato repubblicano. Quel punto utile per far scattare una larga maggioranza di grandi elettori secondo la particolare legge elettorale americana. Ma anche quel punto inutile per rovesciare la maggioranza repubblicana al congresso che finirà per condizionarlo almeno per i prossimi due anni. Insomma, Obama è stato rieletto grazie ai residui rimasti della spinta elettorale del 2008. E gli è andata bene: un columnist del Wall Street Journal notava come proprio negli ultimi giorni di campagna elettorale Romney stesse cominciando davvero a riempire le piazze e a convincere gli indecisi. Sarebbe stato il colmo: farsi battere sul filo di lana da un candidato repubblicano che ripeteva gli stessi slogan di 30 anni fa,  con modalità di comunicazione politica al limite del vintage, campione sopratutto di gaffe, espressione di quella che ormai in Usa è una minoranza sociale: la sovrapposizione tra bianchi della working class e della middle class impoverite e le esigenze delle maggiori espressioni del capitalismo americano e della grande finanza (non a caso Goldman Sachs è stata la prima finanziatrice di Romney).

E.Quadrelli e G. Bausano: Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo

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Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo

di  Emilio Quadrelli - Giulia Bausano

I piemontesi hanno commesso un errore enorme fin dall’inizio, contrapponendo agli austriaci soltanto un esercito regolare e volendo condurre una guerra ordinaria, borghese, onesta. Un popolo che vuole conquistarsi l’indipendenza non deve limitarsi ai mezzi di guerra ordinari. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria, la guerriglia dappertutto, sono gli unici mezzi con i quali un piccolo popolo può vincerne uno più grande, con i quali un esercito più debole può far fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato. (K. Marx, F. Engels, Sui metodi di condotta della guerra popolare d’indipendenza)

Gli scenari che si sono delineati giorno dopo giorno in Medio Oriente sono una puntuale conferma di come, dentro la crisi sistemica del modo di produzione capitalista, la tendenza alla guerra diventi l’elemento cardine intorno al quale ruota per intero l’attuale fase imperialista. Nel mirino delle consorterie imperialiste sono entrate soprattutto quelle entità statuali che, a lungo, hanno mantenuto una posizione poco prona agli interessi del capitalismo internazionale e delle sue principali articolazioni. Buona parte di tali realtà statuali, nel corso della Guerra fredda, avevano optato per una alleanza, pur con gradi e modalità tra loro differenti, con  il Blocco sovietico o la Cina dell’epopea maoista e, dopo l’89, pur all’interno di uno scenario radicalmente modificato, avevano manovrato per mantenere la propria autonomia politica e militare concedendo, almeno sul piano politico, il meno possibile agli imperativi degli organismi imperialistici internazionali, FMI e non solo. In altre parole hanno manovrato dentro i nuovi scenari internazionali cercando di scambiare una certa arrendevolezza sul piano economico in cambio di una non negoziazione della propria autonomia e sovranità politica e militare. Un fenomeno che, con gradi e modalità diverse, ha caratterizzato gran parte di quei governi che al termine delle lotte anticoloniali hanno dato vita a regimi nazionali democratico – borghesi più o meno progressisti.

L’Ecuador dice si all’asilo politico per Assange

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L’Ecuador dice si all’asilo politico per Assange

È scontro con Londra

Si respira un clima da resa dei conti intorno all’ambasciata ecuadoregna a Londra. Al numero tre di Hans Crescent una miscela esplosiva di colpi di scena potrebbe far scoppiare una crisi diplomatica senza precedenti. Ad accendere la miccia è ancora lui, l’uomo più ricercato del mondo: Julian Assange

Le voci si rincorrevano da giorni ormai. Dopo aver trascorso quasi due mesi barricato nell’ambasciata ecuadoregna a Londra, le acque cominciavano a muoversi e Julian Assange stava per prendere il largo. Tutto lasciava presagire che Rafael Correa, presidente del piccolo stato sud americano, fosse intenzionato a concedere l’asilo politico al leader di Wikileaks. Una soluzione intentata per salvarlo dalle accuse di abuso sessuale – mossegli da un tribunale di Stoccolma – e dalla spada di Damocle dell’estradizione negli Stati Uniti, dove lo attende un processo per spionaggio ed una probabile condanna a morte. Alle ore 14 italiane la notizia diventa ufficiale. Il ministro degli esteri Ricardo Patino in una drammatica conferenza stampa conferma l’asilo politico per l’ex hacker australiano. Ma Londra non ci sta e decide di mettersi di traverso.


Fuoco incrociato

Già dalla mezzanotte di giovedì la sede diplomatica dell’Ecuador viene circondata in forze dalle polizia britannica. L’ipotesi che Assange possa lasciare il paese senza colpo ferire non viene nemmeno presa in considerazione dalle autorità locali. E alle parole dell’incaricato d’affari britannico nel paese sudamericano – «Mettiamo in chiaro in modo assoluto che se ci arrivasse una richiesta di salvacondotto, la rifiuteremmo» – seguono le minacce del ministro degli Esteri William Hague: «Entreremo con la forza nell’ambasciata e prenderemo Assange».

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