SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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estero

Riccardo Petrella: Impostura mondiale

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Impostura mondiale

Impoverimento e ineguaglianza nel mondo negli ultimi 40 anni

Riccardo Petrella

Negli ultimi mesi a seguito anche della risoluzione finale di Rio + 20 “il futuro che vogliamo” sono apparse una serie di rapporti e documenti da parte di organi pubblici mondiali (ONU, Banca Mondiale, OCSE,…) e privati (World Economic Forum, rapporti di banche, fondazioni private e altri organismi) i quali tentano di veicolare chi più e chi meno esplicitamente, la tesi che il mondo starebbe andando sulla buona strada per giungere verso il 2030 all’eliminazione totale della povertà “estrema”. Lo scopo del testo pubblicato qui di seguito è di fornire conoscenze e alcuni dati essenziali per rendersi conto della impostura mondiale rappresentata da tale tentativo.


1. Il contesto: dopo lo smantellamento dello Stato
del welfare, il salvataggio del capitalismo allo sbando. Il grande cambio in quaranta anni.

Nel secolo scorso, la lotta contro la povertà e lo sfruttamento dei lavoratori e dei contadini trovò in Occidente uno sbocco piuttosto positivo nel Welfare, il sistema di ricchezza/sicurezza sociale generalizzata fondato sulla piena occupazione ed il ruolo motore dell’investimento pubblico per la produzione e l’accesso ai beni e servizi comuni essenziali per la vita ed il vivere insieme (acqua, scuole, ospedali, trasporti pubblici, case popolari, polizia, magistratura, sicurezza energetica…). 

Piotr: Sceneggiature e sceneggiate

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Sceneggiature e sceneggiate

di Piotr

Tra la sceneggiatura del golpe in Ucraina e la sceneggiata di Vladimir Luxuria a Soci, assistiamo al marketing del nuovo imperialismo. Bugie, martellamenti e amnesie

Sceneggiatura. L'Ucraina

1. Quando nel mio post di un mese fa ho scritto che prevedevo che l'Ucraina stesse per diventare la Siria europea, la profezia era purtroppo molto facile.

Tutto si è ripetuto da copione. Mi viene in mente la barzelletta del carabiniere che va due volte a vedere Ben Hur perché pensa che possa cambiare il risultato della corsa delle bighe.

No. Il risultato è lo stesso ovunque Cia, Nato e suoi uffici specializzati in "rivoluzioni colorate", con contorno di Ong e di media e intellettuali progressisti (che sono diventati i nemici giurati di ogni ipotesi di emancipazione umana, comunque la si declini, vuoi con Marx, vuoi con Gesù o vuoi soltanto per puro amore di noi stessi, dei nostri figli e dell'Umanità e della Natura).

Il risultato è lo stesso perché il copione è esattamente lo stesso. Persino la pretesa "morte in diretta" dell'infermiera. Quando l'ho vista mi è subito venuta in mente la "morte in diretta" di Neda Soltan a Teheran. Ve la ricordate?

D.Balicco e P.Bianchi: Il capitalismo americano

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Il capitalismo americano

di Daniele Balicco e Pietro Bianchi[1]

Pubblichiamo un saggio di Daìniele Balicco e Pietro Bianchi dal terzo volume di “L’altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici”, vol. III. Jaca Book 2013. Il titolo originale è: “Interpretazioni del capitalismo contemporaneo. Fredric Jameson, David Harvey, Giovanni Arrighi”

Nel secondo dopoguerra, il marxismo ha occupato un ruolo importante nel campo della cultura politica europea, soprattutto in Italia, Germania e Francia. Ma è solo a partire dagli anni Sessanta che la sua influenza travalica gli argini tradizionali della sua trasmissione (partiti comunisti e socialisti; sindacati e dissidenze intellettuali) per radicarsi come stile di pensiero egemonico nell’inedita politicizzazione di massa del decennio 1968-1977. Tutto cambia però, e molto rapidamente, con la fine degli anni Settanta: una serie di cause concomitanti (cito in ordine sparso: la sconfitta politica del lavoro, l’esasperazione dei conflitti sociali, l’uso della forza militare dello Stato conto i movimenti, una profonda ristrutturazione economica, la rivoluzione cibernetica, il nuovo dominio della finanza anglo-americana) modifica non solo l’orizzonte politico comune, ma, in profondità, le forme elementari della vita quotidiana. In pochi anni, tutta una serie di nodi teorici (giustizia sociale, conflitto di classe, redistribuzione di ricchezza, industria culturale, egemonia, ecc.) escono di fatto dal dominio del pensabile; e in questa mutazione occidentale il marxismo, come forma plausibile dell’agire politico di massa, semplicemente scompare.

Francesco Santoianni: Foto dalla Siria

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Foto dalla Siria

di Francesco Santoianni

Anche “Caesar” per far fallire “Ginevra 2”

Di medici forensi  abbindolati dai Signori della Guerra sono pieni gli annali. Forse, il caso più famoso è il massacro di “inermi civili”, a Racak, in Jugoslavia nel 1999, attestato in prima battuta da autorevoli medici forensi chiamati dall’ONU; poi, un team di medici meno allocchi attestò inequivocabilmente che, le anonime persone uccise (a bruciapelo) potevano pure essere dei “civili” (anche se la loro comune robusta corporatura lasciava spazio ad altre ipotesi) ma di certo non potevano dirsi “inermi” considerato che l’esame con il guanto di paraffina (assurdamente non effettuato dal primo team di medici) rivelava tracce di polvere da sparo sulle loro mani.

Ma, allora, almeno c’erano indagini sul campo, appassionanti dibattiti su controverse “prove” o su circostanze che potevano dimostrare una cosa o un’altra… Niente di tutto questo nel, davvero sbalorditivo, “Rapporto sulla credibilità di alcuni elementi di prova relativi a tortura ed esecuzione di persone incarcerate dal regime siriano” firmato, oltre che da tre “giuristi” (capitanati dall’ineffabile Sir Geoffrey Nice, ex Procuratore Capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia) da due, finora autorevoli, medici forensi inglesi: Stuart Hamilton e Susan Black.

Lori Wallach: Il trattato transatlantico

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Il trattato transatlantico

Un uragano minaccia gli europei

di Lori Wallach*

Avviati nel 2008, i negoziati sull’accordo di libero scambio tra Canada e Unione europea sono terminati il 18 ottobre. Un buon segnale per il governo statunitense, che spera di concludere con il Vecchio continente una partnership di questo tipo. Negoziato in segreto, tale progetto fortemente sostenuto dalle multinazionali permetterebbe loro di citare in giudizio gli stati che non si piegano alle leggi del liberismo

Possiamo immaginare delle multinazionali trascinare in giudizio i governi i cui orientamenti politici avessero come effetto la diminuzione dei loro profitti? Si può concepire il fatto che queste possano reclamare – e ottenere! – una generosa compensazione per il mancato guadagno indotto da un diritto del lavoro troppo vincolante o da una legislazione ambientale troppo rigorosa? Per quanto inverosimile possa apparire, questo scenario non risale a ieri. Esso compariva già a chiare lettere nel progetto di accordo multilaterale sugli investimenti (Mai) negoziato segretamente tra il 1995 e il 1997 dai ventinove stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) (1).

Divulgato in extremis, in particolare da Le Monde diplomatique, il documento sollevò un’ondata di proteste senza precedenti, costringendo i suoi promotori ad accantonarlo. Quindici anni più tardi, essa fa il suo ritorno sotto nuove sembianze. L’accordo di partenariato transatlantico (Ttip) negoziato a partire dal luglio 2013 tra Stati uniti e Unione europea è una versione modificata del Mai. Esso prevede che le legislazioni in vigore sulle due coste dell’Atlantico si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi, sotto pena di sanzioni commerciali per il paese trasgressore, o di una riparazione di diversi milioni di euro a favore dei querelanti.

Luciano Vasapollo: Dove si va se si rompe l'eurozona?

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Dove si va se si rompe l'eurozona?

L'esempio dell'Alba latinoamericana

D. Angelilli intervista Luciano Vasapollo

In questa sostanziosa e incalzante intervista discutiamo con il Professor Luciano Vasapollo[1] dell'"Alianza Bolivariana Para los Pueblos de Nuestra America": un processo d'integrazione regionale tra paesi che stanno attuando diverse vie al socialismo in America Latina. Quando, nel 2004, i governi di Cuba e Venezuela danno vita all'ALBA identificano i problemi dell'area con i modelli di sviluppo imposti dall'imperialismo, con l'attività economica delle grandi imprese multinazionali e transnazionali ed in particolare con le riforme strutturali neoliberiste imposte negli anni del Consenso di Washington. Come vedremo nell'intervista, l'Alternativa Bolivariana non rompe solamente con i precedenti modelli d'integrazione regionale di matrice keynesiana o neoliberista, bensì propone un modello altro di relazioni economiche internazionali anticapitaliste, in cui la solidarietà rimpiazza la competizione e in cui il fine ultimo è promuovere la socializzazione dei modelli produttivi. A oggi fanno parte del processo, oltre a Cuba e Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, San Vincent y Las Granadinas, Antigua y Barbados e Dominica.

Iniziamo da quelle che sono le radici storiche e politiche dell'ALBA. Nel 1989 il tonfo per il crollo del muro di Berlino rimbombò anche sull'America Latina. Si passò da un mondo bipolare ad uno in cui gli USA restavano come unica potenza mondiale e l'economia di mercato l'unico modello da seguire.

Andre Vltchek: Sudan del Sud

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Sudan del Sud

Uno stato che non può permettersi l’indipendenza

di Andre Vltchek*

Per giorni la capitale del Kenia Nairobi ha temuto una carneficina nel Sudan del Sud.
 
Entrambi i principali giornali, Daily Nation e Standard, pubblicano articoli concentrati sul calvario di migliaia di cittadini kenioti bloccati a Juba e in altre città della “nazione più giovane della terra”, spesso in condizioni disperate.
 
Paesi stranieri – tra cui Uganda, Kenia e Stati Uniti – stanno ora inviando aerei militari alla minorenne nazione Frankenstein che recentemente si sono dati tanto da fare per creare. Ma questa volta gli aerei sono lì per soccorrere; per trasportare in salvo i loro cittadini.
 
Come sempre è raro trovare analisi approfondite del perché e come il Sudan del Sud è stato effettivamente creato, chi era dietro la sua nascita, o quali interessi politici ed economici questa entità innaturale debba soddisfare.
 
Le notizie di cronaca continuano a parlare del colpo di stato, della ribellione dell’esercito, del fatto che circa 80.000 (o forse 100.000) persone sono profughe e che forse migliaia sono morte.

Marino Badiale: Screpanti su imperialismo e crisi

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Screpanti su imperialismo e crisi

di Marino Badiale

Ripubblico qui una mia recensione al libro di Ernesto Screpanti, L'imperialismo globale e la grande crisi, DEPS, 2013, apparsa nell'ultimo numero di "Alternative per il socialismo" (n.29, dicembre 13-gennaio 14, pagg.207-209). Aggiungo alla fine della recensione ulteriori brevi considerazioni che per motivi di spazio non ho potuto inserire nella recensione stessa.
(M.B.)

Ernesto Screpanti ha scritto un testo ambizioso ed estremamente ricco, che suggerisce molti sentieri di indagine. Al suo interno si possono trovare, fra le altre cose, una discussione delle teorie moderne dell'imperialismo, una ricostruzione/interpretazione della recente crisi economica (nei suoi aspetti sia fenomenici sia sostanziali), una accurata critica di alcuni dei luoghi comuni del “pensiero unico” neoliberista.

Nell'impossibilità di approfondire tutti questi aspetti, cerchiamo di evidenziare la tesi centrale del libro. Essa è apertamente dichiarata dall'autore: si tratta del fatto che “con la globalizzazione contemporanea sta prendendo forma un tipo d’imperialismo che è fondamentalmente diverso da quello affermatosi nell’Ottocento e nel Novecento” (pag. 7). Screpanti individua vari aspetti di questa novità dell'attuale “imperialismo globale”. La principale innovazione, fra quelle individuate da Screpanti, mi sembra essere il venir meno del legame fra capitalismo e Stato-nazione. Il grande capitale si pone al disopra dello Stato nazionale, e ha con esso una relazione strumentale ma anche conflittuale. Cerchiamo di capire entrambi i lati di questo rapporto. Il rapporto è strumentale in quanto il capitale cerca pur sempre di piegare lo Stato ai propri interessi.  Gli Stati hanno ancora delle funzioni importanti da svolgere, nello schema teorico proposto da Screpanti.

Alberto Melotto: Geopolitica e disinformazione strategica

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Geopolitica e disinformazione strategica

di Alberto Melotto

In un volume uscito nei primi mesi di quest'anno, Invece della catastrofe, Giulietto Chiesa suggerisce, anzi afferma senza giri di parole, che la lotta di classe è stata esautorata, vanificata d'ogni reale significato, dal fatto che il nemico ha saputo trasportare la battaglia altrove, su un altro livello, in un'altra dimensione.

Ciò significa che da qualche parte alcuni tremebondi soldati stanno ancora attendendo che si diradino la nebbia e il fumo dei cannoni per poter tornare a caricare le spingarde e mirare alla volta delle divise ostili. Attendete di vedere il bianco dei loro occhi!, grida rauco il sergente, col poco fiato che gli rimane. Nel mentre il grande capitale ha aggredito città, preso d'assedio comunità, sventrato e rovinato mari, pianure e montagne.

Si poteva evitare questa capitolazione, l'onta di essere assaliti alle spalle quasi senza colpo ferire? Forse, a patto di riconoscere che la cognizione degli uomini, la loro capacità di discernere la realtà esterna, passa attraverso l'abbeverarsi a quella fontana generosa, multicolore e mai spenta che è la società dello spettacolo. Chi controlla quei canali di immissione di contenuti fittizi può formare come morbida argilla la coscienza di interi popoli.

Il volume del quale vogliamo raccontare è il primo di una trilogia dedicata a questa volgare truffa, a questo insistito inganno. L'autore, Paolo Borgognone, tratteggia in questa prima parte i tratti che contraddistinguono il fenomeno nel suo insieme e passa poi ad analizzare la situazione del continente latino-americano.

Tito Pulsinelli: Accelerazione multipolare per "sdollarizzare" il mondo

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Accelerazione multipolare per "sdollarizzare" il mondo

di Tito Pulsinelli

Ridotta l’area di circolazione del dollaro – Petrodollaro al capolinea – OPEC gas, yuan convertibile e “paniere di monete”  per le materie prime

Il 3 di settembre, durante una esercitazione navale congiunta con Israele, gli Stati Uniti lanciarono due missili in direzione della costa della Siria. Non sono mai arrivati a destinazione perchè la Russia li ha intercettati e abbattuti. La copertura difensiva fornita dagli S-300 ha vanificato la possibilità di fare almeno il minimo sindacale, distruggendo qualche palazzo siriano con glamour a colpi diTomahawks.

Nel precedente biennio, la NATO si è dibattuta nell’impotenza di bombardare liberamente a la carte. E’ stato il punto di svolta e non solo per la Siria. L’arco di forze anti-occidentale ha consolidato l’esistenza d’un Medioriente assai dissimile da quello tracciato dalla cartografia globalista.

Per la prima volta, Washington e le due correnti del suo peculiare partito unico della finanza, ha misurato tutte le implicazioni della riduzione della propria egemonia. Stavolta in modo inoccultabile agli occhi e alle sensibilità dei profani, addirittura sul terreno-tabù della superiorità militare e – specificamente – del dominio aerospaziale. L’indiscusso potere distruttivo accumulato è risultato inappropriato per un’operazione presentata come regime change. Un ironico ministro della difesa russo ha così chiosato: “agitano un martello sulla testa di chiunque, annunciano “domani vi castigheremo, anzi no, meglio dopodomani …infine.. meglio che alcuni tipi votino per decidere se vi puniremo o no”.

Il mito del dominio illimitato ha riportato una seria ferita, che si aggiunge alle molte altre del preconizzato processo di “tracollo dai mille tagli”.

Diego Angelo Bertozzi: Il lato "oscuro" dell'eccezionalismo americano

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Il lato "oscuro" dell'eccezionalismo americano

di Diego Angelo Bertozzi

"Il pericolo per il mondo non è rappresentato da un'America che è troppo ansiosa di immergersi negli affari interni di altri Paesi, o di affrontare ogni problema nella regione (Medio Oriente) come fosse un proprio problema. Il pericolo per il mondo è che gli Stati Uniti, dopo un decennio di guerra, giustamente preoccupati per i problemi interni, consapevoli dell'ostilità che il nostro impegno nella regione ha generato in tutto il mondo musulmano, possano disimpegnarsi creando un vuoto di leadership che nessun altra nazione è pronta a riempire. Credo che tale disimpegno sarebbe un errore. Credo che l'America debba rimanere impegnata per la propria sicurezza, ma credo anche che il mondo è migliore proprio per questo. Alcuni possono essere in disaccordo. Ma io credo che l'America è eccezionale. In parte perché abbiamo dimostrato, attraverso sacrifici di sangue e economici, di perseguire non solo il nostro interesse nazionale, ma l'interesse di tutti".

Nel suo discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 24 settembre scorso, il presidente statunitense Obama ha rilanciato il temi dell' "eccezionalismo americano" e della indispensabilità dell'impegno a stelle e strisce per il bene del mondo intero.

Collettivo “Noi saremo tutto” Genova: Verso Damasco

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Verso Damasco

Le contraddizioni della “fase imperialista globale”

Collettivo “Noi saremo tutto” Genova

E pertanto, per ritornare all’argomento principale, se è vero che in una determinata specie di guerra la politica sembra scomparire completamente, mentre in un’altra essa diviene preponderante, si può tuttavia affermare che in entrambi i casi la guerra costituisce un atto politico. (Karl von Clausewitz, Della guerra)

Ognuno per sé e Dio per tutti

Ciò che in queste frenetiche ore sta accadendo dentro le Cancellerie imperialiste internazionali è impossibile saperlo. Un fatto sembra, però, facilmente accertabile: tutti hanno l’esatta percezione che l’avventura siriana sarà qualcosa di ben diverso dai reiterati interventi militari susseguitisi a partire dalla Prima guerra del Golfo. Da quel 1991 molte cose sono cambiate. Di ciò abbiamo cercato di rendere conto in una serie di articoli passati.

L’azione diplomatica della Russia, accompagnata da una sua non meno determinata intraprendenza politico – militare, ha di colpo reso percepibile ai più lo scarto qualitativo che il “corridoio di Damasco” rappresenta. Il posizionamento della flotta russa del Mar Nero nelle acque immediatamente adiacenti al probabile scenario di guerra è qualcosa di più che un semplice monito o un’operazione di routine. Si tratta di un’azione di guerra, pur preventiva, a tutti gli effetti. Così come la fornitura al governo siriano di tecnologia in grado di neutralizzare i missili statunitensi, britannici e francesi, non ha certo i tratti di una convenzionale operazione commerciale. Di ciò non ne fa mistero Putin il quale, senza troppi rigiri di parole, ha affermato chiaramente che un attacco alla Siria equivarrebbe a un’aggressione alla Russia. L’orso russo difficilmente parla a vanvera.

N.Casale, R.Sciortino: Kill, kill, kill for growth

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Kill, kill, kill for growth*

Dalla Siria, Obama dopo Obama

di Nicola Casale, Raffaele Sciortino

Quello che fino a qualche giorno fa sembrava l’inevitabile attacco Usa alla Siria è dunque al momento stoppato, lo scontro si è mantenuto all’interno del quadro diplomatico dove un abile Putin ha offerto una foglia di fico a un’Obama in difficoltà. La vicenda è tutt’altro che chiusa. Alla guerra per procura si aggiungerà il calvario dei controlli sulle armi chimiche (come da copione irakeno?) mentre il minacciato strike è un messaggio inequivocabile per l’Iran che non mancherà di avere conseguenze.

L’amministrazione Obama non ne esce bene sul piano politico. I rumori di guerra che hanno lasciato il mondo tra l’attonito e il sorpreso iniziano a far giustizia della favoletta dell’unilateralismo statunitense affibbiato al solo Bush jr. Un colpo non da poco all’immagine internazionale del presidente - già non brillante sul fronte interno e per via della vicenda Snowden - che fin qui aveva saputo risollevare il soft power statunitense crollato a livelli non compatibili con le esigenze della leadership globale.

Ma c’è qualcosa di più. Siamo al primo significativo punto di quasi precipitazione delle tensioni internazionali accumulatesi dall’innesco della crisi globale che segna il ritorno della guerra come concretissima possibilità di “prosecuzione della crisi con altri mezzi” (basti pensare alle navi da guerra che affollano il Mediterraneo).

Luis Sepùlveda: Un giorno di feroce tristezza

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Un giorno di feroce tristezza

F. Fiorini intervista Luis Sepùlveda

40 anni fa, lo scrittore era nelle forze di sicurezza socialiste che difesero Santiago dal golpe di Pinochet. «Quel giorno la mia gioventù finì violentemente. E da allora il Cile non è più uscito dalla dittatura»

Quarant'anni fa iniziò la dittatura militare in Cile. Possiamo dire che oggi tutto quello che prese il potere in quel momento è stato superato, o ci sono ancora dei resti del sistema nei posti di comando del paese e della società civile?

Nessuno che conosca la storia può sostenere che tutto ciò sia stato superato. A partire dall'11 settembre '73 in Cile è stata installata una feroce dittatura che ha eliminato qualsiasi tradizione democratica. Per quanto imperfetta, la democrazia cilena aveva pur sempre distinto il paese come un esempio in tutto il continente americano. Inoltre, è stato imposto un modello economico ben preciso. Il Cile è stato il primo luogo in cui sono state messe in pratica le politiche neo-liberali teorizzate da Friedman e dalla Scuola di Chicago. Un esperimento che per poter funzionare aveva bisogno di una nazione governata da un despota, senza alcuna opposizione, senza partiti politici, senza sindacati, senza organizzazioni sociali e con un sistema dei media completamente asservito alla dittatura e al suo programma economico. Uno stato si governa attraverso l'ordinamento dettato dalla propria Costituzione e oggi, a quarant'anni di distanza dal golpe, il Cile ha ancora la stessa Costituzione che approvò la dittatura.

Giulietto Chiesa: La guerra dei bugiardi al cubo

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La guerra dei bugiardi al cubo

di Giulietto Chiesa

Con tutta probabilità il 2013 finirà in guerra. Il colpo contro Damasco viene presentato come "limitato", "breve", come un "avvertimento". In realtà è solo un trucco (questa è una storia di trucchi) per cominciare una guerra lunga. Quanto lunga? Infinita. Cioè fino alla fine. La nostra fine, quella di coloro che leggono queste righe.
 
In realtà è la prosecuzione di una guerra che cominciò l'11 settembre 2001, ma furono in pochi ad accorgersene. E non se ne accorsero perché non avevano capito che l'Impero era entrato in una crisi ormai irreversibile, e che stava cercando di predisporre gli strumenti politici, militari, psicologici per cambiare il corso della storia, e prolungare a tutti i costi (nostri) il suo potere.

Siamo dunque in guerra da dodici anni, ma facciamo fatica a capire come mai le cose vanno sempre peggio e come mai gli eventi accelerano la loro caduta verso il basso.
È perché, di nuovo, non abbiamo capito bene quello che sta succedendo.
 
Kosovo, Afghanistan, Iraq, "primavere arabe", Libia, colpo di stato in Egitto, erano e sono mosse della stessa partita.

Collettivo “Noi saremo tutto” Genova: Il punto di non ritorno

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Il punto di non ritorno

L’attacco alla Siria e la corsa contro il tempo

Collettivo “Noi saremo tutto” Genova

“Tutti sanno che le guerre scaturiscono soltanto dai rapporti politici fra governi e fra popoli, ma abitualmente le cose vengono presentate in modo da far credere che, all’inizio della guerra, questi rapporti cessino e sorga una situazione assolutamente diversa, sottoposta soltanto a leggi sue proprie. Noi al contrario, affermiamo che la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l’intervento di altri mezzi” (Karl von Clausewitz , Sulla guerra)

Arsenico e vecchi merletti

Ormai sembra essere solo questione di ore e la battaglia per il “corridoio di Damasco” avrà inizio. Il pretesto, il presunto uso di armi chimiche da parte del Governo di Damasco, appare ancora più forzato di quello, rivelatosi velocemente una bufala dalle dimensioni colossali, utilizzato a suo tempo per “legittimare” l’attacco a Bagdad. Nessun Governo, infatti, è tanto folle da utilizzare, in uno scenario di guerra che ha su di se puntati gli occhi del mondo intero,  armi non convenzionali quali i gas e ciò da quando tale “escamotage”, a partire dalla Conferenza di Ginevra  del 1925, è stato messo al bando dall’intera comunità internazionale. Certo, l’uso di armi non convenzionali al fine di risolvere una qualche “bagatella” locale è sempre possibile ma, questo il punto, la dimensione del conflitto siriano è tutto tranne che un modesto affare interno. Per il significato che ha assunto si tratta di un conflitto la cui natura è, a tutti gli effetti, immediatamente internazionale per cui è obbligato a sottostare a tutte le retoriche del caso. Andare fuori frame non è pertanto possibile.  Di ciò, ogni governante, ne è e ne è sempre stato assolutamente conscio. Persino chi dell’asserzione: “I trattati sono semplici pezzi di carta”, ne aveva fatto qualcosa di più di una semplice sparata propagandistica, pensò bene di non varcare quella soglia.

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