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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Yusur Al Bahrani: Resistenza in Bahrain: le lotte dei lavoratori

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Resistenza in Bahrain: le lotte dei lavoratori

di Yusur Al Bahrani

Il testo che segue è stato scritto da una compagna residente in Canada ma originaria del Bahrain. I legami che tuttora mantiene col suo paese le permettono di restituirci una realtà meno schiacciata su quelle che sono le letture cui solitamente possiamo accedere. Le avevamo chiesto di scrivere un resoconto che ci desse l'opportunità di inquadrare il ruolo che la classe lavoratrice sta giocando nell'isola perché troppo spesso ci pare sia l'attore che sparisce dalle cronache.

Ciò che ci sembra emergere dalla lettura è soprattutto la lotta per la fine di un regime oppressivo e reazionario. Ma nella critica alla gestione del potere degli Al-Khalifa, più che la rivendicazione di un modello simile a quello occidentale, si intravedono le parole d'ordine che hanno riempito e – fortunatamente – continuano a riempire le piazze arabe: “Pane, libertà e giustizia sociale!”

Le lotte dei lavoratori sono al centro del movimento. In questo testo si prende in considerazione soprattutto la repressione di cui sono stati fatti oggetto e che mostra una sostanziale comunanza di vedute del capitale privato e dello stato. I lavoratori sono il nemico e vanno sconfitti in ogni modo: con la tortura, la galera, i licenziamenti e la sostituzione con altri membri dell'esercito di riserva mondiale. Il tutto pur di lasciare inalterato l'attuale assetto di potere.

Per approfondire le dinamiche della rivolta in Bahrain, leggi 'La rivoluzione in Bahrain: resistenza all'imperialismo'.


Lavoratori e studenti sono l'essenza della resistenza all'oppressione ed alla repressione dello stato. Sono il cuore di ogni rivoluzione che voglia costruire una vera democrazia fondata sull'emancipazione della forza dei lavoratori.

Sandro Mezzadra: America latina: tra impasse e nuovo conflitto sociale

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America latina: tra impasse e nuovo conflitto sociale

Note per riaprire la discussione

di Sandro Mezzadra*

1. Non siamo certo stati gli unici, negli ultimi dieci anni, a considerare l’America latina un formidabile laboratorio politico. A differenza di altri, tuttavia, a interessarci in modo particolare non sono state tanto la retorica del “socialismo del XXI secolo”, il ritorno del “populismo” o la celebrazione delle “nazionalizzazioni”. Il punto di vista che ha guidato il nostro interesse per l’America latina, nella fitta rete di relazioni che abbiamo instaurato in quell’area del mondo, è stato piuttosto quello delle lotte e dei movimenti che hanno accompagnato l’età neo-liberale (gli anni del “Consenso di Washington”) fino a decretarne la fine. Tra la grande insurrezione dei poveri di Caracas nel 1989 (il “Caracazo”) e lo “sciopero di cittadinanza” che nel 2005 destituisce il Presidente Gutierrez in Ecuador, uno straordinario ciclo di lotte percorre sotterraneamente l’intera America latina. Il protagonismo degli indigeni (simbolicamente rilanciato dagli zapatisti a partire dal 1994) riapre una storia – quella della conquista coloniale – la cui continuità si era riprodotta attraverso i secoli. Una nuova questione agraria, dopo la grande trasformazione dell’agricoltura determinata dalla “rivoluzione verde”, viene prepotentemente posta all’ordine del giorno dalle mobilitazioni dei contadini “senza terra”. La tumultuosa conquista di spazi di azione e parola da parte di moltitudini di poveri urbani rimette in discussione i codici esclusivi dei sistemi sociali e politici. Lotte operaie di tipo nuovo (ad esempio nell’ABC paulista) si incontrano con l’occupazione e l’autogestione di imprese dismesse e con grandi mobilitazioni di lavoratori disoccupati.

Quando questo insieme profondamente eterogeneo di soggetti – qui richiamato soltanto per sommi capi – si incontra (ad esempio a Cochabamba nel 2000, il 19 e 20 dicembre del 2001 in Argentina), ne deriva un’azione insurrezionale di tipo nuovo.

Bruno Cartosio: Nell’autunno degli Stati Uniti

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Nell’autunno degli Stati Uniti

Intervista a Bruno Cartosio

Partiamo da un chiarimento: pur con un profilo particolare, Obama è per certi versi un pollo di batteria del partito democratico. É dunque difficile parlare di delusione rispetto a quello che ha fatto o non ha fatto, perché ciò è già inscritto nel suo dna politico. Il punto è vedere quanto i soggetti sociali che hanno cercato di utilizzare Obama (neri, latinos, ceti medi precarizzati, ecc.) possano passare all’incasso, forzandolo o rovesciando gli interessi di cui è espressione. Ora questi soggetti più che votare democratico, hanno votato contro la minaccia repubblicana. Da questo punto di vista, nel passaggio dal “we can” al “turatevi il naso”, tu come valuti i risultati elettorali e che prospettive si aprono?

Non c’è dubbio che la scelta eventuale di una presidenza Romney sarebbe stata disastrosa. Il punto importante è: disastrosa per chi? Disastrosa per le cosiddette minoranze etniche, disastrosa per la stragrande maggioranza della popolazione che sta in quell’80% che si trova a condividere il 15% della ricchezza delle famiglie americane, mentre invece il 20% gode dell’85% di quella ricchezza. Ecco, Romney sarebbe stato un disastro per questa gente. Obama è la loro salvezza? Non è esattamente così, ovviamente. Tuttavia, non c’è dubbio che se la si mette dal punto di vista del male, Obama è il male minore; se la si mette dal punto di vista di una qualche prospettiva di miglioramento della condizione sociale, Obama e la sua amministrazione sono comunque una possibilità di essere piegati alle esigenze di quello che Occupy ha definito il 99%. Questo è un dato di fatto reale, perché Romney certamente non sarebbe stato tutto questo. Quindi, l’esito di questa tornata elettorale è comunque positivo, con o senza virgolette.

nique la police: Obama, la rielezione di un ex-presidente

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Obama, la rielezione di un ex-presidente

nique la police

La vittoria elettorale di Barack Obama somiglia a quelle cene preparate con gli avanzi della festa del giorno prima. Qualcosa di dignitoso, magari saporito se ben ricucinato, ma che ha luogo grazie a ciò che non è stato consumato nei bagordi del giorno precedente. Speculazioni? Le cifre parlano meglio di qualsiasi considerazione. Obama, in quattro anni, ha perso quasi 20 milioni di elettori e una dozzina di punti percentuali. In questa caduta a precipizio si è fermato ad un punto percentuale di distacco dal candidato repubblicano. Quel punto utile per far scattare una larga maggioranza di grandi elettori secondo la particolare legge elettorale americana. Ma anche quel punto inutile per rovesciare la maggioranza repubblicana al congresso che finirà per condizionarlo almeno per i prossimi due anni. Insomma, Obama è stato rieletto grazie ai residui rimasti della spinta elettorale del 2008. E gli è andata bene: un columnist del Wall Street Journal notava come proprio negli ultimi giorni di campagna elettorale Romney stesse cominciando davvero a riempire le piazze e a convincere gli indecisi. Sarebbe stato il colmo: farsi battere sul filo di lana da un candidato repubblicano che ripeteva gli stessi slogan di 30 anni fa,  con modalità di comunicazione politica al limite del vintage, campione sopratutto di gaffe, espressione di quella che ormai in Usa è una minoranza sociale: la sovrapposizione tra bianchi della working class e della middle class impoverite e le esigenze delle maggiori espressioni del capitalismo americano e della grande finanza (non a caso Goldman Sachs è stata la prima finanziatrice di Romney).

E.Quadrelli e G. Bausano: Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo

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Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo

di  Emilio Quadrelli - Giulia Bausano

I piemontesi hanno commesso un errore enorme fin dall’inizio, contrapponendo agli austriaci soltanto un esercito regolare e volendo condurre una guerra ordinaria, borghese, onesta. Un popolo che vuole conquistarsi l’indipendenza non deve limitarsi ai mezzi di guerra ordinari. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria, la guerriglia dappertutto, sono gli unici mezzi con i quali un piccolo popolo può vincerne uno più grande, con i quali un esercito più debole può far fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato. (K. Marx, F. Engels, Sui metodi di condotta della guerra popolare d’indipendenza)

Gli scenari che si sono delineati giorno dopo giorno in Medio Oriente sono una puntuale conferma di come, dentro la crisi sistemica del modo di produzione capitalista, la tendenza alla guerra diventi l’elemento cardine intorno al quale ruota per intero l’attuale fase imperialista. Nel mirino delle consorterie imperialiste sono entrate soprattutto quelle entità statuali che, a lungo, hanno mantenuto una posizione poco prona agli interessi del capitalismo internazionale e delle sue principali articolazioni. Buona parte di tali realtà statuali, nel corso della Guerra fredda, avevano optato per una alleanza, pur con gradi e modalità tra loro differenti, con  il Blocco sovietico o la Cina dell’epopea maoista e, dopo l’89, pur all’interno di uno scenario radicalmente modificato, avevano manovrato per mantenere la propria autonomia politica e militare concedendo, almeno sul piano politico, il meno possibile agli imperativi degli organismi imperialistici internazionali, FMI e non solo. In altre parole hanno manovrato dentro i nuovi scenari internazionali cercando di scambiare una certa arrendevolezza sul piano economico in cambio di una non negoziazione della propria autonomia e sovranità politica e militare. Un fenomeno che, con gradi e modalità diverse, ha caratterizzato gran parte di quei governi che al termine delle lotte anticoloniali hanno dato vita a regimi nazionali democratico – borghesi più o meno progressisti.

L’Ecuador dice si all’asilo politico per Assange

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L’Ecuador dice si all’asilo politico per Assange

È scontro con Londra

Si respira un clima da resa dei conti intorno all’ambasciata ecuadoregna a Londra. Al numero tre di Hans Crescent una miscela esplosiva di colpi di scena potrebbe far scoppiare una crisi diplomatica senza precedenti. Ad accendere la miccia è ancora lui, l’uomo più ricercato del mondo: Julian Assange

Le voci si rincorrevano da giorni ormai. Dopo aver trascorso quasi due mesi barricato nell’ambasciata ecuadoregna a Londra, le acque cominciavano a muoversi e Julian Assange stava per prendere il largo. Tutto lasciava presagire che Rafael Correa, presidente del piccolo stato sud americano, fosse intenzionato a concedere l’asilo politico al leader di Wikileaks. Una soluzione intentata per salvarlo dalle accuse di abuso sessuale – mossegli da un tribunale di Stoccolma – e dalla spada di Damocle dell’estradizione negli Stati Uniti, dove lo attende un processo per spionaggio ed una probabile condanna a morte. Alle ore 14 italiane la notizia diventa ufficiale. Il ministro degli esteri Ricardo Patino in una drammatica conferenza stampa conferma l’asilo politico per l’ex hacker australiano. Ma Londra non ci sta e decide di mettersi di traverso.


Fuoco incrociato

Già dalla mezzanotte di giovedì la sede diplomatica dell’Ecuador viene circondata in forze dalle polizia britannica. L’ipotesi che Assange possa lasciare il paese senza colpo ferire non viene nemmeno presa in considerazione dalle autorità locali. E alle parole dell’incaricato d’affari britannico nel paese sudamericano – «Mettiamo in chiaro in modo assoluto che se ci arrivasse una richiesta di salvacondotto, la rifiuteremmo» – seguono le minacce del ministro degli Esteri William Hague: «Entreremo con la forza nell’ambasciata e prenderemo Assange».

Elisabetta Teghil: Sulla via di Damasco

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Sulla via di Damasco

di Elisabetta Teghil


Poco tempo fa ho riportato la citazione di Marx dove dice che gli avvenimenti avvengono due volte, la prima in versione tragica, la seconda in farsa.

A pochi giorni di distanza mi tocca dargli di nuovo torto. Ma, si sa, come diceva Freud, bisogna uccidere il padre per diventare adulte/i.

Quello che sta succedendo in Siria è la ripetizione di quello che è accaduto in Libia, ma in entrambi i casi si tratta di una tragedia.

E l'una e l'altra non hanno niente a che fare con la primavera araba.

Non c’è nessuna sollevazione popolare, ci sono unità speciali inglesi e statunitensi che dirigono e supportano logisticamente truppe qatariote e mercenari arabi, ingaggiati nella galassia dei gruppi fondamentalisti.

Certo, incontrano maggiori difficoltà rispetto alla Libia perché non possono intervenire le truppe Nato, non avendo l’ombrello-alibi dell’Onu. E, questo, perché la Russia e la Cina hanno posto il veto al presunto “intervento umanitario” in Siria.

E non certo perché sono buone o sensibili ma perché hanno consapevolezza di essere loro, attraverso il successivo passaggio dell’Iran, il vero obiettivo.

Filippomaria Pontani: L’antica Grecia verso le elezioni del 17 giugno

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L’antica Grecia verso le elezioni del 17 giugno

Filippomaria Pontani

In greco, a volte, le parole fanno miracoli. Quella più gettonata, e temuta, è di questi tempi il sostantivo refstòtita, derivato dal verbo reo, “scorrere”, che generazioni di ginnasiali hanno coniugato come paradigma del presente indicativo dei contratti: refstòtita è un perfetto bisenso che indica sia la “volatilità” dell’elettorato, sfuggente come una saponetta sotto gli usurati guantoni dei sondaggisti, sia la “liquidità” del contante che disperatamente manca alle casse dei cittadini e dello Stato. È sullo scheletro di questo bisenso che vorrei impostare le impressioni che seguono, tratte da un viaggio breve ma intenso nell’Ellade perduta, sospesa tra le elezioni del 6 maggio e quelle incombenti del 17 giugno: chi avrà la pazienza di leggere potrà saggiare da sé le analogie che legano i problemi qui descritti alla situazione del nostro Paese – in rispettoso omaggio a chi insiste da mesi sul fatto che «noi non siamo la Grecia».


1. Liquidità


Con singolare tempismo, in una lettera spedita il 24 maggio scorso al capo dello Stato Kàrolos Papulias (e resa pubblica dal giornale Vima la domenica successiva), l’ex premier Lukas Papadimos, autorevole esponente della tecnocrazia di scuola occidentale che ha traghettato il Paese verso l’attuale impasse, informava le autorità che le casse dello Stato sono vuote, anzi per la precisione che i 700 milioni ancora a disposizione basteranno fino al 18 giugno, mentre dal 20, tre giorni dopo le elezioni, s’inizierà ad andare in rosso, e dunque non si potranno pagare né stipendi né pensioni (per le spese correnti servirebbero almeno 3 miliardi al mese). Sull’evidente caratura politica di un simile allarme tornerò tra un momento: per ora consideriamone il contenuto, che è ragionevole supporre veritiero.

Michele Paris: Gli assassini della Casa Bianca

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Gli assassini della Casa Bianca

di Michele Paris

Un agghiacciante articolo apparso settimana scorsa sul New York Times ha descritto esaustivamente le modalità con cui la Casa Bianca autorizza l’assassinio mirato di presunti terroristi islamici in paesi come Pakistan, Yemen e Somalia. Il lungo resoconto del quotidiano americano fa luce su un programma palesemente illegale e condotto nella quasi totale segretezza, nel quale il presidente Obama si assume l’intera responsabilità di decidere della vita e della morte di individui che quasi mai rappresentano una reale minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.

Con cadenza settimanale, un centinaio di membri dell’apparato anti-terrorismo americano si riuniscono in videoconferenza per valutare le biografie di sospettati di terrorismo che vengono poi raccomandati al presidente per entrare in una apposita “kill list”. Questo processo segreto di “nomination”, scrive macabramente il Times, si risolve nella decisione finale di Obama, il quale stabilisce personalmente chi debba essere assassinato con un’incursione dei droni impiegati oltreoceano.

Secondo le parole del consigliere per la sicurezza nazionale, Thomas Donilon, il presidente “è determinato nello stabilire fin dove debbano arrivare queste operazioni”, cioè in sostanza si attribuisce il potere di uccidere chiunque sia sospettato di far parte di organizzazioni terroristiche e si trovi sul territorio di paesi sovrani non in guerra con gli USA, senza passare attraverso un procedimento legale. Nelle sue decisioni, Obama è costantemente assistito dal capo dei consiglieri per l’anti-terrorismo, John Brennan, veterano della CIA profondamente implicato nelle torture dei detenuti durante l’amministrazione Bush.

Marco Assennato: Dopo Hollande: note per riaprire il dibattito

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Dopo Hollande: note per riaprire il dibattito

di Marco Assennato

La discussione sulle elezioni francesi sembra – tranne qualche rarissimo tentativo critico: né entusiasta né liquidatorio – bloccata. Per stare ai più autorevoli rappresentanti di questa opzione secca direi: da una parte chi, con Rossana Rossanda, vede nella vittoria di Hollande una svolta (segnata, dice Rossanda da tre punti, ovvero una trattativa per la revisione del Fiscal Compact, il primato all’occupazione giovanile e il voto amministrativo agli immigrati); dall’altra chi, come Joseph Halevi ritiene si debba uscire dall’effetto ipnotico esercitato dalla vittoria delle sinistre in Francia, per sottolinearne i deficit di proposta socialista, con particolare attenzione alle politiche di budget. Sul sito di Uninomade, invece, Toni Negri nelle scorse settimane proponeva, a mio avviso correttamente, un approccio critico e aperto e chiamava alla necessita di riaprire la discussione direi laicamente. Invito che mi pare oltremodo necessario, innazitutto per tiraci fuori da una lettura tutta chiusa sulla sfera della rappresentanza e del governo – perdipiù nazionali seppur d’una nazione importante – e cercare di sviluppare qualche linea di tendenza. Ragionerei dunque così: dando per acquisiti gli elementi di fondo che sono stati proposti – ovvero: l’attenzione alla composizione di classe post-fordista e cognitiva del voto, localizzata nelle metropoli; l’individuazione dei tratti salienti del programma europeo rinnovato in termini socialisti incarnato da Hollande; il ritardo clamoroso di Hollande, come e persino peggio di Melanchon, rispetto alle richieste, ai claims che vengono dai nuovi soggetti sociali; l’attenzione desta sull’exploit del Front National di Marine Le Pen. E a partire da queste prime linee provare a sviluppare collettivamente l’analisi.

La divaricazione tra capitalismo e democrazia. La stampa francese riserva molto spazio alla ritrovata sobrietà della più alta carica dello Stato, al capovolgimento del carattere da droite decomplexée della presidenza Sarkozy: temi non necessariamente secondari se è vero che nella produzione del discorso politico si muove sempre un tentativo di costruzione di immaginario che produce effetti concreti, e, nel caso specifico della campagna presidenziale gli accenti del presidente uscente si erano fatti vieppiù preoccupanti, violenti, identitari e aggressivi.

Franco Russo: Chi governa l’Europa?

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Chi governa l’Europa?*

di Franco Russo

1.

È consolidato nei Trattati europei il principio di attribuzione delle competenze, e il Trattato sull’Unione Europea, quello di Lisbona, lo riprende all’articolo 5: «La delimitazione delle competenze dell’Unione si fonda sul principio di attribuzione […] l’Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono state attribuite dagli Stati membri nei Trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei Trattati appartiene agli Stati membri». Ho voluto ricordare questo perché è ripresa, in occasione del  Patto Fiscale, una polemica sulla cessione di sovranità e sul ruolo degli Stati nazionali. Non ho intenzione di riaprire la vecchia questione sollevata da Dieter Grimm se una costituzione per essere tale debba sia disciplinare l’organizzazione dei poteri, sia attribuire la competenza delle competenze, mentre l’UE continua a non esserne dotata. I Trattati, sostiene Grimm, sono espressione della ‘volontà’ degli Stati, che decidono di autolimitarsi trasferendo proprie competenze in campi definiti a un nuovo organo sovranazionale. L’UE non sarebbe sovrana perché non potrebbe auto-attribuirsele1.

Nei fatti avviene, però, Trattato dopo Trattato, un continua cessione di sovranità, in campi sempre più decisivi, come da ultimo in quello fiscale: pur senza esercitare la competenza delle competenze, quelle dell’UE si ampliano sempre di più, senza che parallelamente si istituiscano processi decisionali democratici di livello sovranazionale.

Non voglio neppure riaprire l’altra questione, sulla legittimità democratica dell’attribuzione di ‘poteri impliciti’, secondo cui l’UE può esercitare poteri non previsti dai Trattati se essi sono necessari per il raggiungimento degli scopi dell’Unione (art. 352 del TFUE).

Bahar Kimyongür: Il terrorismo anti-siriano e i suoi collegamenti internazionali

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Il terrorismo anti-siriano e i suoi collegamenti internazionali

di Bahar Kimyongür *

Fin dall'inizio della "primavera" siriana, il governo di Damasco ha affermato di combattere bande di terroristi. La maggior parte dei media occidentali denunciano questa tesi come propaganda di Stato, che serve per giustificare la repressione contro i movimenti di contestazione.

Mentre è evidente che questa tesi è sacrosanta per lo Stato baathista, di reputazione poco accogliente verso i movimenti di opposizione che sfuggono al suo controllo, questa supposizione non è nemmeno sbagliata. Effettivamente, molteplici elementi senza ombra di dubbio accreditano la tesi del governo siriano.
 

In primo luogo, esiste il fattore della laicità.


La Siria è in questo caso l'ultimo Stato arabo laico.(1) Le minoranze religiose godono dei medesimi diritti della maggioranza musulmana.

Per certe frange religiose sunnite, campioni dell'idea della guerra contro l' « Altro», chiunque egli sia, la laicità araba e l'uguaglianza inter-religiosa, incompatibili con la sharia (legge islamica), costituiscono una ingiuria contro l'Islam e rendono lo Stato siriano più detestabile di un'Europa « atea» o « cristiana».
 

Ora, la Siria non ha meno di dieci diverse chiese cristiane, con sunniti che sono Arabi, Curdi, Circassi o Turcomanni, con cristiani non arabi come gli Armeni, gli Assiri o i Levantini, con musulmani sincretisti e quindi non classificabili, come gli Alawiti e i Drusi.

Lorenzo Battisti: Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa?

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Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa?

di Lorenzo Battisti

1. Le elezioni presidenziali francesi sono competizioni estremamente personalistiche. Conta molto il candidato, come si presenta e l’esposizione mediatica che ottiene. Così ha voluto de Gaulle quando scrisse la costituzione della Quinta Repubblica, soprattutto per contenere i comunisti. Per queste ragioni sarebbe sbagliato trarre dal primo turno delle presidenziali un giudizio compiuto sulle tendenze di fondo in atto nella società. Questo passaggio elettorale ha, semmai, impresso una istantanea e per poter leggere una dinamica di fondo è importante guardare a quanto avverrà dopo tutti i passaggi elettorali. Questa stagione, cominciata domenica con il primo turno delle presidenziali, si concluderà a giugno quando saranno eletti i deputati dell’assemblea nazionale (lo scorso autunno si sono tenute le senatoriali).

Tuttavia, alcune considerazioni posso essere tratte già da questo primo appuntamento elettorale e, come vedremo, non riguardano sono i destini della Francia.


2. Il primo dato molto importante da analizzare è stato il forte calo dell’astensione, scesa al 19,59%: il più basso da molti anni. Questo dato (come altri, che analizzeremo in seguito) ha colto di sorpresa tanto i sondaggisti quanto i commentatori, i quali si aspettavano un aumento dell’astensione, anche se lieve, rispetto alle passate presidenziali. Ciò mostra che molti francesi hanno compreso come queste elezioni avessero grande importanza per determinare i destini della Francia e dell’Europa nei prossimi anni. E ciò è stato possibile non solo perché i due candidati ora al ballottaggio (Sarkozy ed Hollande) hanno fatto il pieno dei propri voti, ma perché tanto il Front National, quanto il Front de Gauche, hanno dinamizzato la competizione elettorale, superando di misura i propri precedenti risultati e portando al voto fasce di potenziale astensione.

Manlio Dinucci - Marinella Correggia: Libia, contro l'assenza di memoria

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[Libia: due interventi sul Manifesto contro l'assenza di memoria]

Libia un anno fa: memoria corta

di Manlio Dinucci

Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l'aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L'intera operazione, ha chiarito l'ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l'impresa a una «rivoluzione ispiratrice» - come l'ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta - che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica - dove si trovano i due terzi del petrolio libico - si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni '50 e '60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale.

Marinella Correggia: La Formula Uno ama l'emiro

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La Formula Uno ama l'emiro

Marinella Correggia

In questo mondo in emergenza climatica, ecologica e sociale, la Formula 1 appare una contraddizione permanente - un inno alla velocità folle e al gratuito consumo di carburanti fossili. Wikipedia definisce la Formula 1, in sigla F1 «la massima categoria (in termini prestazionali) di vetture monoposto a ruote scoperte da corsa su circuito definita dalla Federazione internazionale dell'Automobile (Fia)». Il calendario annuale della F1 prevede gare in giro per il mondo, assai seguite e reclamizzate. Le carrozzerie delle automobili gareggianti (e i bordi pista) sono tutto uno sponsor dalla Marlboro delle sigarette alla compagnia petrolifera Shell e altre..

L'anno scorso ci sono stati due intoppi. L'India ha chiesto agli organizzatori del locale Gran premio di Formula 1 di pagare i dazi sulle monoposto in pista e su tutto il materiale importato per la gara, in calendario il 30 ottobre. La cosa ha suscitato ovviamente scandalo e minacce da parte degli organizzatori. Prima, in marzo, una delle puntate della F1 che doveva tenersi proprio in Bahrein era stata annullata per via «dell'instabilità della situazione» - leggi carri armati sauditi nelle strade per reprimere le proteste popolari.

La protesta senz'armi nella monarchia assoluta del Bahrein va avanti da un anno esatto e iniziò il 14 febbraio 2011 a piazza della perla a Manama. Per reprimerla, l'emiro al Khalifa si è avvalso e si avvale delle forze armate fornite dagli sceicchi dell'Arabia Saudita (nel quadro del Consiglio di cooperazione del Golfo), entrate nel marzo scorso nel piccolo Bahrein a schiacciare la rivoluzione più ignorata e boicottata del mondo arabo.

Marinella Correggia: La guerra mediatica imperversa sulla Siria

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La guerra mediatica imperversa sulla Siria

di Marinella Correggia

Prima puntata

Come si usano i neonati di Homs La tempesta mediatica imperversa sulla Siria. I cosiddetti Comitati di coordinamento locale (Lcc), appartenenti all’opposizione, hanno detto alla tivù del Qatar Al Jazeera che almeno 18 neonati sarebbero morti nelle incubatrici dell’ospedale pediatrico al Walid perché i colpi di artiglieria pesante dell’esercito siriano contro il centro di Homs avrebbero causato un black-out elettrico, togliendo l’alimentazione agli apparecchi.

Il governo nega e sostiene che gli ospedali funzionano correttamente; anzi insieme a molte altre denunce circa atti di violenza e sabotaggio compiuti da gruppi armati, riferisce che l’ospedale al Naimi in provincia è stato preso di mira da gruppi armati che l’hanno saccheggiato. Ma la notizia dei neonati di Homs ha avuto grande risonanza soprattutto in Italia. E’ lecito sollevare più di un dubbio. E non solo perché nemmeno i regimi più brutali avrebbero interesse a colpire neonati e ospedali.

La fonte (gli Lcc) è di parte e non dà alcuna prova. Oltretutto, tutti gli ospedali hanno generatori; se c’è un black-out elettrico funzionano quelli. Succedeva perfino nell’Iraq e nella Libia sotto le bombe, dove l’elettricità andava a singhiozzo. Poi l’accusa di tagliare la spina alle incubatrici ha più di un precedente e non solo in Siria. Sempre smentito. La scorsa estate i social network (twitter a partire dal 30 luglio) diffondono l’atroce notizia: tutti i bambini prematuri sono morti nelle incubatrici ad Hama perché gli shabiba (milizie di stato) hanno tagliato l’elettricità durante l’assalto alla città. Si parla di qaranta in un solo ospedale; senza precisare quanti sarebbero negli altri. Il 7 agosto la Cnn riferisce: l’Osservatorio siriano per i diritti umani di Londra (sempre quello) denuncia l’assassinio di otto bambini prematuri, “martiri” nell’ospedale al Hurani, sempre a causa dei black-out.

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