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John Pilger: Perché WikiLeaks va protetto

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Perché WikiLeaks va protetto

di John Pilger

Lo scorso 26 luglio, WikiLeaks ha pubblicato migliaia di documenti dell’esercito statunitense sulla guerra in Afghanistan. In essi vengono riportate verità nascoste, l’esistenza di un reparto per gli omicidi segreti e uccisioni di civili. Leggendo i documenti, le brutalità che vi si trovano ricordano il passato coloniale. Dalla Malesia al Vietnam fino al Bloody Sunday e a Bassora, poco è cambiato. La differenza è che ora c'è un modo straordinario per sapere fino a che punto le società vengano devastate come consuetudine in nostro nome. WikiLeaks ha acquisito dati di sei anni di uccisioni di civili in Iraq e Afghanistan, dei quali sono state pubblicate piccole parti nel Guardian, nello Spiegel e nel New York Times.

C'è una comprensibile isteria al riguardo, e si è arrivati a richiedere che il fondatore di WikiLeaks venga “stanato” e “portato alla resa”. A Washington ho intervistato un ufficiale del Dipartimento della Difesa e gli ho chiesto: “Può garantire che gli editori di WikiLeaks e il capo editore, che non è americano, non saranno soggetti alla caccia all’uomo di cui si legge nei media?”. Lui ha risposto: “Non sono nella posizione di dare nessuna garanzia su alcunché”. Mi ha anche riferito circa “l’azione di indagine criminale” su un soldato americano, Bradley Manning, sospettato di essere un informatore.
In una nazione che proclama che la sua Costituzione difende chi dice la verità, l’amministrazione di Obama sta dando la caccia e mettendo sotto accusa chi diffonde informazioni riservate più dei suoi moderni predecessori. Un documento del Pentagono annuncia in modo schietto che l’intelligence americana ha l’intenzione di “marginalizzare drasticamente” WikiLeaks. La tattica preferita è la calunnia, i giornalisti dei media corporativi sono già pronti a far la loro parte.

Il 31 luglio scorso, una nota giornalista americana, Christiane Amanpour, ha intervistato il Segretario della Difesa Robert Gates sul canale ABC. Lei ha invitato Gates a descrivere la sua “rabbia” nei confronti di WikiLeaks per i telespettatori. Lei stessa ha ripetuto il commento del Pentagono “questa falla(leak) ha le mani insanguinate”, suggerendo in questo modo a Gates di indicare WikiLeaks come “responsabile” di “colpe morali”. Una tale ipocrisia detta da un regime zuppo del sangue di iracheni e afgani – come evidenziato da suoi documenti – evidentemente non ha a che fare con le inchieste giornalistiche. E non ci si può sorprendere di questo dato, ora che una nuova e coraggiosa forma di responsabilità verso il pubblico, rappresentata da WikiLeaks, minaccia non solo chi scatena le guerre, ma anche i suoi apologeti.

La propaganda che si è diffusa dice che WikiLeaks è “irresponsabile”. All'inizio di quest’anno, prima della diffusione del video dalla cabina del mitragliatore di un Apache che ha ucciso 19 civili in Iraq, bambini e giornalisti inclusi, WikiLeaks ha inviato persone a Bagdad per rintracciare e preparare le famiglie delle vittime. Prima della diffusione dei diari di guerra afgani del mese scorso, WikiLeaks ha scritto alla Casa Bianca chiedendo di identificare i nomi che avrebbero potuto causare rappresaglie. Non c'è stata risposta. Più di 15,000 documenti sono rimasti fermi e, dice Assange, non verranno pubblicati finché non saranno scrutinati “linea per linea” in modo che possano essere cancellati i nomi di chi è a rischio.

La pressione su Assange sembra non dover finire. Nella sua terra di origine, l’Australia, il ministro ombra degli esteri, Julie Bishop, ha dichiarato che se la sua coalizione di destra dovesse vincere le prossime elezioni del 21 agosto, sarà avviata “un’azione appropriata nel caso un cittadino australiano avesse deliberatamente intrapreso attività che possono mettere a rischio la vita delle forze australiane in Afghanistan o in qualche modo minare le nostre operazioni”. Il ruolo dell’Australia in Afghanistan, effettivamente di mercenario al servizio di Washington, ha prodotto due risultati contundenti: il massacro di cinque bambini in un villaggio della provincia di Oruzgan e la schiacciante disapprovazione da parte della maggioranza degli australiani.

Lo scorso maggio, in seguito alla diffusione delle immagini dell’Apache, ad Assange è stato temporaneamente sequestrato il passaporto australiano al suo ritorno in Australia. Il governo laburista a Canberra nega di aver ricevuto richieste di farlo arrestare e di spiare il network di WikiLeaks da parte di Washington. Anche il governo di Cameron nega. Assange, che è venuto a Londra il mese scorso per lavorare sulla diffusione dei diari di guerra, ha dovuto lasciare la Gran Bretagna in gran fretta per, come lui dice, “condizioni climatiche più sicure”.

Il 16 agosto, il Guardian, citando Daniel Ellsberg, ha descritto il grande informatore israeliano Mordechai Vanunu come “l’eroe preminente dell’epoca nucleare”. Vanunu, che lanciò l’allarme al mondo sulle armi nucleari segrete di Israele, fu sequestrato dagli israeliani e incarcerato per 18 anni, dopo essere stato lasciato senza protezione dal londinese Sunday Times che aveva pubblicato i documenti da lui forniti. Nel 1983, un’ altra eroica informatrice, Sarah Tisdall, impiegata dell’Ufficio Esteri, inviò documenti al Guardian che svelarono il piano del governo della Thatcher di spingere l’arrivo dei missili cruise americani in Inghilterra. Il Guardian obbedì all’ordine della corte di fornire i documenti e la Tisdall finì in prigione.

In un certo senso, le rivelazioni di WikiLeaks fanno vergognare il settore dominante del giornalismo dedito a riportare pedissequamente quello che gli comunica il potere cinico e diffamatore. Questa si chiama stenografia di stato, non giornalismo. Date un’occhiata al sito di WikiLeaks, vi si trova un documento del ministero della Difesa che descrive la “minaccia” del vero giornalismo. E quindi esso dovrebbe essere una minaccia. Avendo abilmente pubblicato lo smascheramento da parte di WikiLeaks di una guerra fraudolenta, il Guardian ora dovrebbe offrire tutto il suo potente e incondizionato supporto editoriale per proteggere Julian Assange e i suoi colleghi, le cui rivelazioni di fatti sono tra le più importanti di tutti i tempi.

Mi piace l’ironia asciutta di Julian Assange. Quando gli ho chiesto se era più difficile pubblicare informazioni segrete in Gran Bretagna, lui mi ha risposto: “Quando guardiamo documenti segnati dall’Official Secrets Act, essi riportano che è reato conservare l’informazione, ma anche distruggerla. Quindi l’unica possibilità che abbiamo è di pubblicare tutto”.

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