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Sergio Bologna: Operai della conoscenza

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Operai della conoscenza

Sergio Bologna

Milano centro, zona Missori, filiale italiana di una multinazionale del fashion. Ci lavora da quattro mesi, dalle 9 alle 18 (ma in genere la gente si ferma un’ora in più) e piace a Luca quel lavoro, 26 anni, laurea specialistica con lode. Non ha voluto fare il dottorato né prendere una borsa per l’Olanda, una terza lingua straniera da imparare gli pareva troppo, in fin dei conti il suo inglese è migliore dell’italiano del capo. Non gli hanno dato una lira e per altri due mesi sarà così, il suo è uno stage, un tirocinio semestrale gratuito, nemmeno un ticket ristorante. Ma l’altro giorno la vice del capo lo chiama e gli fa capire che «piace» alla ditta e alla fine dei sei mesi chissà che non gli venga proposta un’assunzione. A termine, ovviamente. Se tutto va bene e lui ci sta, saranno cinquecento euro al mese per un anno, ma poi magari «salta fuori un indeterminato».

Nel 2009 il 13% dei laureati nelle diverse università lombarde che sono entrati nel mondo del lavoro hanno dovuto passare per la porta stretta dei tirocini gratuiti. Una volta, dopo il tirocinio, c’era «il tempo determinato», oggi nella maggior parte dei casi c’è un altro tirocinio. Fino a ieri si pagava sui settecento/ottocento euro un contratto a termine a tempo pieno, oggi siamo arrivati a cinquecento. Almeno così è nel mondo della cosiddetta «creatività».
Luca mi racconta la sua storia mentre siamo seduti a un bar di piazza Diaz. Dalla vicina piazza del Duomo arrivano a gruppi centinaia di lavoratori con bandiere rosse, che tornano dallo sciopero generale del 25 giugno. «C’erano cortei», mi dice un vecchio compagno che riconosco, «che riempivano tutto corso Venezia, tutto corso XXI Marzo, molti non sono riusciti nemmeno ad arrivare al Duomo». A molti altri del comizio non gliene importava nulla e bighellonavano per il centro, lo avevano invaso. Sono grandi manifestazioni che chiudono il più drammatico ciclo di passività operaia e di concessioni sindacali al padronato del dopoguerra, lo suggellano.

Da pochi giorni c’è stato il referendum a Pomigliano e c’è rabbia, tensione che non si sentiva da anni. Ma chi sta pagando il prezzo più alto di questa decennale «svendita» (manco sconfitta la si può chiamare) sono i giovani incastrati nei contratti «atipici» (80% delle nuove assunzioni in Lombardia), nei tirocini gratuiti, oltre a quelli che non si sono dati rappresentanza e «voce», le professioni non regolamentate, ma anche i giovani avvocati, architetti, medici. Per non parlare dei giovani insegnanti precari e della Pubblica Amministrazione in genere. Gente che di fatto non ha mai goduto del diritto di sciopero e che in grande maggioranza non c’ha nemmeno pensato. Gente che ormai si è abituata a vivere fuori dal «modello sociale europeo» e fuori da ogni cultura o reminiscenza del movimento operaio.

Ma questi ultimi fuochi che nascono dalla sconfitta (quella sì) di Pomigliano, non potrebbero accenderne di nuovi? Mettiamo che si conoscano i nomi di società che utilizzano tirocini gratuiti massicciamente, li facciamo circolare in rete e alla fine di una manifestazione come quella del 25 giugno invece di bighellonare si va sotto alla sede di qualcuna di queste società a gridare «Basta lavoro gratuito!». Ci sarà qualche denuncia, qualche tirocinante messo sotto pressione, ma bisogna a un certo punto pur dire «basta» e chiedersi come concretamente si può fermare la discesa del valore del lavoro intellettuale. Lo abbiamo visto con i freelance, quando hanno detto «Adesso ci state ad ascoltare» ci sono riusciti. E le manifestazioni di massa degli stagisti a Parigi, quattro anni fa, ce le siamo dimenticate?

Io mi chiedo infatti che senso abbia fare una rivista culturale se non si combatte contro la svalorizzazione dell’uomo di cultura, che nell’accezione postfordista si chiama knowledge worker, si chiama classe creativa. Che cos’è altrimenti l’uomo di cultura, oggi, il dotto? L’intellettuale impegnato, quello che Gianni Bosio chiamava «rovesciato»?

Fare cultura oggi significa lavorare nel settore dell’economia dell’evento, Milano ne sa qualcosa. La sfilata di moda, il concerto del grande solista, la mostra delle avanguardie russe, appartengono tutti all’economia dell’evento, mica saranno cultura, diamine. Quello che noi chiamiamo «cultura» è altra roba, è pensare, agire, comunicare per salvare quel po’ di democrazia che ci resta, quel poco di territorio, di paesaggio, che ci resta, quel poco di voglia di vivere e di stare allegri che ci resta. È pensare, agire, comunicare per lasciare ai nostri figli e nipoti qualcosa di buono e noi poter finalmente crepare in pace.

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