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Lorenzo Battisti: Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa?

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Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa?

di Lorenzo Battisti

1. Le elezioni presidenziali francesi sono competizioni estremamente personalistiche. Conta molto il candidato, come si presenta e l’esposizione mediatica che ottiene. Così ha voluto de Gaulle quando scrisse la costituzione della Quinta Repubblica, soprattutto per contenere i comunisti. Per queste ragioni sarebbe sbagliato trarre dal primo turno delle presidenziali un giudizio compiuto sulle tendenze di fondo in atto nella società. Questo passaggio elettorale ha, semmai, impresso una istantanea e per poter leggere una dinamica di fondo è importante guardare a quanto avverrà dopo tutti i passaggi elettorali. Questa stagione, cominciata domenica con il primo turno delle presidenziali, si concluderà a giugno quando saranno eletti i deputati dell’assemblea nazionale (lo scorso autunno si sono tenute le senatoriali).

Tuttavia, alcune considerazioni posso essere tratte già da questo primo appuntamento elettorale e, come vedremo, non riguardano sono i destini della Francia.


2. Il primo dato molto importante da analizzare è stato il forte calo dell’astensione, scesa al 19,59%: il più basso da molti anni. Questo dato (come altri, che analizzeremo in seguito) ha colto di sorpresa tanto i sondaggisti quanto i commentatori, i quali si aspettavano un aumento dell’astensione, anche se lieve, rispetto alle passate presidenziali. Ciò mostra che molti francesi hanno compreso come queste elezioni avessero grande importanza per determinare i destini della Francia e dell’Europa nei prossimi anni. E ciò è stato possibile non solo perché i due candidati ora al ballottaggio (Sarkozy ed Hollande) hanno fatto il pieno dei propri voti, ma perché tanto il Front National, quanto il Front de Gauche, hanno dinamizzato la competizione elettorale, superando di misura i propri precedenti risultati e portando al voto fasce di potenziale astensione.

Il secondo dato importante è che, per la prima volta da molti anni, il candidato socialista è in testa al primo turno. Anche questo è un segnale molto forte che i francesi hanno voluto inviare e che fa il paio con il risultato di grande avanzata avuto dal Front de Gauche, che riunisce i comunisti del PCF ed i socialisti di sinistra del partito di Melenchon. A questo dato si aggiunge un trend generale che vede la sinistra francese aumentare il proprio consenso nel paese, pur rimanendo ancora minoranza: i candidati si sinistra passano dai circa 13'250'000 voti del 2007 (il 36% dei votanti) ai circa 15'700’00 di oggi (il 43% dei votanti, in presenza di un calo dell’astensione).


3.
Sarkozy (che ha ottenuto il 27,06%), davanti alle difficoltà della crisi attuale, aveva cercato di far dimenticare i suoi anni di mal-governo (caratterizzati da tagli allo stato sociale e alle pensioni, dalla precarizzazione, dalla militarizzazione delle periferie, dalle politiche contro i sans papier) e presentarsi come il padre responsabile che chiede alla nazione i sacrifici necessari a preservarne la grandezza. Aveva anche cercato di mostrare una propria leadership a livello internazionale sottoscrivendo il fiscal compact e inaugurando la campagna elettorale facendo comizi con la Merkel. Una strategia che si è mostrata assolutamente controproducente. Ha quindi cambiato registro, ripercorrendo i passi delle elezioni del 2007: attrarre i voti del Fronte Nazionale, agitando le parole d’ordine classiche di questo partito, dalla paura per gli immigrati alla criminalità. I fatti di Tolosa sembravano essergli corsi in aiuto.


4.
Hollande, il candidato del Partito Socialista emerso dalle primarie dopo l’affaire Strauss-Kahn, ha cercato di presentarsi come il nuovo Mitterand, l’unico presidente socialista del dopoguerra francese. Le sue posizioni, al netto della propaganda elettorale, sono state sempre molto ambigue ed oscillanti. Sull’Europa, per esempio, ha prima dichiarato di voler ridiscutere il fiscal compact, salvo poi precisare che avrebbe solo proposto un’aggiunta per la crescita europea. Solo a fine campagna (e sotto la pressione che veniva da sinistra) ha affermato che avrebbe chiesto una riscrittura dell’accordo. Si è detto contrario al pareggio in bilancio ma in favore di un pareggio nell’arco dei 5 anni. Ha attaccato la finanza che specula sul debito della Francia, ma ha poi dichiarato alla City di Londra di essere “not dangerous”. Nonostante queste oscillazioni, sembra chiara la sua strategia di voler puntare sui ceti medi colpiti dalla crisi ed il tentativo di sedurre “gli esclusi”: gli abitanti delle periferie, spesso immigrati di seconda o terza generazione, che sono stati dimenticati dalla République. Il risultato del primo turno è il 28,63%.


5.
Il dato che ha stupito maggiormente è quello del Fronte Nazionale di Marine Le Pen (è dedicata a lei la prima pagina di Le Monde del lunedì), figlia del fondatore del movimento, eletta segretaria nel 2011 dopo un duro congresso interno. Il risultato che è riuscita a raccogliere (18,03%) non è solo più alto di quello del padre del 2007, ma risulta più alto sia relativamente che in termini di voti assoluti a quello del 2002, l’anno in cui il FN andò al ballottaggio con Chirac. Questo è stato possibile grazie ad una operazione di de-diabolisation (sdoganamento, letteralmente de-demonizzazione): il tentativo di rompere l’accerchiamento del FN ed il cordone sanitario che lo circonda e ne ha impedito, fin’ora la crescita oltre i limiti dei nostalgici della Repubblica di Vichy e della parte più reazionaria delle società francese. Ha utilizzato molte delle parole della sinistra, come la laicità o la libertà per le donne, ma usandole come clava contro l’attuale società multiculturale francese. Ha proposto l’uscita dall’euro e la ricostruzione delle dogane (ma solo verso alcuni paesi, come la Cina). Si è presentata come la candidata del popolo, contro le elite politiche, sindacali e finanziarie che stanno portando la Francia al disastro. L’ottimo risultato elettorale è solo il primo passo della sua strategia che è quella di ridisegnare la politica francese, cercando di provocare l’esplosione del partito di Sarkozy per candidarsi a rappresentante unica della destra francese (e per questo, presumibilmente, non dirotterà i voti su Sarkozy al secondo turno). In questo è stata guidata da molti gaullisti delusi da Sarkozy, da alti enarchi (gli allievi dell’Ena, l’alta scuola della pubblica amministrazione e fucina di primi ministri e presidenti) e funzionari pubblici che l’hanno consigliata sulle scelte da compiere. Il problema che ha ora il FN è cercare di eleggere dei deputati alle legislative e di entrare così nel parlamento francese. Per poter far questo ha bisogno che la crisi della destra gaullista si approfondisca e continui la forte esposizione mediatica tanto sulla stampa di destra che quella di sinistra.


6.
Bayrou, il candidato centrista, ottiene un risultato piuttosto basso (il 9,10%), ma pur sempre maggiore rispetto ai pronostici. La sua politica di indipendenza sia dai socialisti che dalla destra sembra non pagare e viene comunque penalizzato da un sistema fortemente bipolare. Sarà importante in ogni caso vedere come il suo elettorato si distribuirà al secondo turno (non ha ancora dato indicazioni di voto e ha detto che si pronuncerà solo dopo aver parlato con i due candidati restanti). I Verdi, che fino a un anno fa raccoglievano più del 15%, non sono andati oltre il 2,5%. Un calo così massiccio si può spiegare forse con la scelta di una candidata, Eva Joly, poco mediatica (a causa del suo forte accento norvegese) e un po’ impacciata. Questo potrà creare diversi problemi al suo partito (nato dall’unione di diversi partiti e movimenti verdi e ambientalisti e caratterizzato da forti divisioni interne), soprattutto verso i socialisti, con i quali avevano contrattato (dall’alto del risultato dell’anno passato), un accordo per le legislative che avrebbe garantito loro una buona rappresentanza elettorale. Ma ora, davanti alla disfatta, che succederà?

Lo stesso si può dire per i due candidati di “estrema sinistra”, i trotskysti Poutou dell’NPA (Nuovo Partito Anticapitalista, 1,2%) e Arthaud di Lutte Ouvriere (Lotta Operaia, 0,5%). In particolare colpisce il forte ridimensionamento del NPA rispetto a 5 anni fa. Senza la forte presenza sui media, l’NPA ne esce fortemente ridimensionato. Un risultato che dovrebbe far riflettere i tanti opinionisti di casa nostra che invitavano i comunisti a seguirne l’esempio (l’innovazione politico culturale, il partito che si faceva movimento, la centralità dell’anticapitalismo e l’abbandono della falce e martello,…) e davano per spacciati i partiti comunisti “tradizionali”. Questo risultato manda in frantumi il progetto, nato dall’unione della Ligue Communiste Revolutionnaire e da vari comitati antiliberisti ed anticapitalisti che già vedono, ogni anno, una parte dei già pochi militanti uscire dal partito. In queste presidenziali poi, alcuni dirigenti hanno invitato a votare per il candidato del FdG, forse con l’idea di entrarvi successivamente al periodo elettorale.


7.
Una novità interessante della campagna elettorale è stato il risultato del Front de Gauche (FdG). Il FdG è composto dal PCF, dal partito di Melenchon (Parti de Gauche, la scissione dell’ala sinistra del Partito Socialista) e da un piccolo movimento trotskysta uscito dal NPA.

Non era difficile migliorare rispetto elle scorse presidenziali (dove la candidata del PCF prese l’1,93%), ma all’inizio della campagna nessuno si aspettava di andare oltre il 10%. Nelle ultime settimane i sondaggi davano il FdG addirittura attorno al 16% e molti dirigenti si erano posti l’obiettivo di arrivare al terzo posto, davanti al FN. Questo risultato è stato sicuramente contenuto dalla paura di un FN al secondo turno (agitata soprattutto dal giornale di centro sinistra, Liberation) e dall’appello di Hollande ai francesi per essere davanti a Sarkozy al primo turno.

Melenchon (che ha ottenuto l’11,4%) è un politico di vecchio stampo ed ha una grande capacità comunicativa, soprattutto negli incontri pubblici, dove si è esibito in lunghi discorsi al contempo retorici e completi, da vero tribuno. Si è presentato come il candidato più vicino alle lotte degli ultimi anni, a partire dalle grandi mobilitazioni contro la riforma delle pensioni e gli attacchi alla scuola. Poi è diventato il candidato anti-FN: in un dibattito televisivo è riuscito a mettere nell’angolo la candidata del FN (pure lei un’abile comunicatrice) e ad obbligarla a rinchiudersi nel rifiuto di rispondere. In generale é riuscito a mobilitare molta parte dell’elettorato che si era astenuto nelle passate elezioni, soprattutto tra i giovani e nelle banlieues. Le sue proposte fortemente sociali (l’aumento del salario minimo a 1700 euro, il ritorno alla pensione a 60 anni, la riassunzione di 60mila insegnanti nella scuola, soprattutto di periferia) hanno avuto il merito di avvicinare quei settori di Francia che fanno fatica per colpa della crisi: giovani che scoprono una sempre maggiore precarietà, disoccupati, operai in lotta.

E dietro di lui ha funzionato l’apparato militante del PCF. La campagna infatti non è stata solamente costruita sulla comunicazione ma è diventata una vera e propria mobilitazione di tantissime persone che non facevano politica da anni (vecchi elettori, in gran parte in sonno, del PCF, settori del sindacato –non solo CGT-). Il programma del FdG (presentato a settembre dell’anno scorso) è risultato per mesi il libro più venduto in Francia. Le piazze si sono riempite come non mai, in tutto il Paese, imponendo agli altri candidati (che disponevano di fondi e mezzi ben superiori) delle sfide non piccole: più di 100mila persone si sono ritrovate alla Bastiglia a Marzo, riempiendola di bandiere rosse del PCF e del FdG, decine di migliaia hanno riempito la piazza di Tolosa e quella di Marsiglia, obbligando i socialisti e la destra a rincorrere questi successi. Ed inoltre alle piccole riunioni di quartiere partecipano decine di persone e le iscrizioni al PCF sono in forte aumento.

Già dalla sera elettorale Melenchon ha annunciato il sostegno a Hollande.

Se quindi nella dinamica elettorale come FdG il PCF ha saputo rivitalizzarsi e diventare il fulcro che ha reso possibile questo risultato, ha anche posto le condizioni per una più esplicita discussione, da anni strisciante, su cosa avverrà in futuro. Non si può nascondere infatti che ci siano forti pressioni per trasformare il FdG in un soggetto politico. Lo stesso Melenchon ha già chiesto un incontro dei partiti che ne fanno parte per continuare l’esperienza. L’impressione è che la maggior parte dei militanti del PCF non siano disposti a sciogliere il proprio partito in favore di un nuovo quanto indefinito progetto: la quasi totalità pensa che la situazione migliore sia quella attuale, con una coalizione di partiti che però continuano ad esistere. Ma non c’è dubbio che questa discussione riapra il dibattito degli ultimi anni sulla mutation del PCF e si intreccerà anche sulla discussione su una possibile o meno partecipazione dei comunisti ad un eventuale governo delle sinistre. Il PCF, c’è da dire, ci ha già provato in passato, con i risultati che tutti ricordiamo, a riprova che non esistono le condizioni, in questa parte del mondo ed in questa fase storica, per una partecipazione dei comunisti in un governo dell’Ue. Men che meno in una fase di austerity come questa.

Su tutto questo processo avrà grande influenza il risultato delle legislative e lo stesso congresso del PCF che si terrà l’anno prossimo e che dovrà discutere anche di questo.


8.
Ora si dovrà quindi attendere il secondo turno. Il risultato è chiaramente molto indeterminato. Nei sondaggi appare fortemente prevalente il candidato socialista sebbene, come abbiamo visto, la maggioranza dei francesi sia ancora a destra. Molto si giocherà nei prossimi giorni e in particolare il primo maggio, quando sono annunciate tre grandi manifestazioni a Parigi: quella dei sindacati, che si annuncia molto grande nella partecipazione; quella di Sarkozy che vuole invece riunire i ‘’veri lavoratori’’; infine quella di Marine Le Pen per ricordare Giovanna d’Arco, nella quale probabilmente inviterà i suoi elettori a non votare per Sarkozy. In questo caso Sarkozy sarebbe costretto a rincorrere ancora di più i temi e gli elettori del FN, con il rischio di perdere il voto più moderato e gaullista. Hollande al contrario parte con il sostegno di tutta la sinistra.


9.
Abbiamo detto in premessa che delle conclusioni ed analisi a questo processo saranno possibili sono a tornata elettorale conclusiva. Tuttavia appare evidente come il risultato delle prossime elezioni francesi potrà influenzare profondamente la politica dell’Unione. Una vittoria di Sarkozy significherebbe un rafforzamento dell’Europa attuale, quella del cosiddetto Merkozy, dell’austerità e del pareggio di bilancio. Per questo la Merkel si è affrettata a dichiarare il suo sostegno al sodale dell’Eliseo che l’ha spalleggiata in tutta questa fase (anche se non sappiamo, francamente, se ciò aiuti effettivamente Sarkozy). Una vittoria socialista, pur nelle ambiguità e nelle reticenze di Hollande, sembra in grado di poter aprire alla possibilità di un’uscita dalla crisi differente, soprattutto per le classi popolari. Questa almeno l’analisi dei giornali. Ci sia allora per lo meno consentito dire che, in primo luogo, sebbene i pronostici positivi della vigilia il risultato non è ancora scontato e poi, bisogna vedere quali politiche concretamente metterà in campo Hollande per invertire la rotta dell’Ue. I militanti del FdG, e noi con loro, sono molto scettici al riguardo. Per queste ragioni, tanto in Francia come nel resto d’Europa, non sarà sufficiente il risultato elettorale in sé: per contrastare gli attacchi della finanza internazionale e del capitale nazionale saranno necessari la mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati, così come quella dei partiti del movimento operaio .

E questo vale anche per il nostro Paese. Augurarsi che Hollande inverta rotta e riposizioni la Francia su una linea di contrasto alle politiche della BCE e del (fin qui) direttorio franco-tedesco non basta. Né basterà a cambiare l’orientamento del PD, firmatario del manifesto sulla Rinascita dell’Europa a Parigi e convinto sostenitore del Governo Monti (che del “Merkozy” è espressione) a Roma. Serve un salto di qualità nella ricerca di una unità politica delle forze di sinistra, nella costruzione di un programma alternativo alle ricette di Monti-Fornero, alla costruzione delle necessarie alleanze politiche e sociali e nella crescita della lotta e della mobilitazione. Da questo punto di vista la manifestazione della Federazione della Sinistra del 12 maggio assume una rilevanza straordinaria. Non sprechiamone l’occasione.
 

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