Print
Hits: 4291
Print Friendly, PDF & Email

Foto dalla Siria

di Francesco Santoianni

Anche “Caesar” per far fallire “Ginevra 2”

Di medici forensi  abbindolati dai Signori della Guerra sono pieni gli annali. Forse, il caso più famoso è il massacro di “inermi civili”, a Racak, in Jugoslavia nel 1999, attestato in prima battuta da autorevoli medici forensi chiamati dall’ONU; poi, un team di medici meno allocchi attestò inequivocabilmente che, le anonime persone uccise (a bruciapelo) potevano pure essere dei “civili” (anche se la loro comune robusta corporatura lasciava spazio ad altre ipotesi) ma di certo non potevano dirsi “inermi” considerato che l’esame con il guanto di paraffina (assurdamente non effettuato dal primo team di medici) rivelava tracce di polvere da sparo sulle loro mani.

Ma, allora, almeno c’erano indagini sul campo, appassionanti dibattiti su controverse “prove” o su circostanze che potevano dimostrare una cosa o un’altra… Niente di tutto questo nel, davvero sbalorditivo, “Rapporto sulla credibilità di alcuni elementi di prova relativi a tortura ed esecuzione di persone incarcerate dal regime siriano” firmato, oltre che da tre “giuristi” (capitanati dall’ineffabile Sir Geoffrey Nice, ex Procuratore Capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia) da due, finora autorevoli, medici forensi inglesi: Stuart Hamilton e Susan Black.

Uno strampalato Rapporto, già preso come oro colato (oltre che da organizzazioni ex umanitarie)  dai media, e che – al pari dell’appello di Avaaz per “salvare i neonati torturati da Assad” – viene usato oggi per sabotare “Ginevra 2”: la conferenza internazionale che, si spera, serva a far finire l’aggressione alla Siria. Un “classico” considerata una analoga bufala che fu portata avanti per sabotare, nel luglio 2012, “Ginevra 1”.

Ma inoltriamoci nella analisi del Rapporto che – come assicura “Caesar” – documenta le torture e le uccisioni di oppositori siriani effettuate dagli sgherri di Assad. E chi è “Caesar”? <<Caesar (pagg, 4-5 del Rapporto) è un disertore dalla Siria. Prima della sua defezione, era in servizio presso la Polizia militare come fotografo. In tale ruolo (,,,) con lo scoppio della guerra civile, al pari dei suoi colleghi, doveva fotografare i cadaveri dei prigionieri, portati dai loro luoghi di detenzione in un ospedale militare. (…) Nel corso del suo lavoro ha nascosto decine di migliaia di immagini di cadaveri fotografati dai suoi colleghi e da se stesso. Altre immagini simili sono state contrabbandate da altre persone. In tutto, circa 55.000 immagini; (mediamente) quattro o cinque fotografie scattate di ciascun corpo per circa 11.000 detenuti uccisi.>>

Un vero album degli orrori, quindi; anche se i membri della Commissione (che ci assicurano aver visionato ben 5.500 foto) alla fine accludono nel loro Rapporto solo dieci foto (“le più rappresentative”). Sulle quali ci si soffermerà.

Intanto una domanda. Perché mai la Polizia militare di Assad avrebbe dovuto trasportare in un ospedale militare i prigionieri, ammazzarli, fotografarli e realizzare così questa macabra collezione? <<La ragione per fotografare persone giustiziate (pagg. 6-7) era duplice: in primo luogo per permettere un certificato di morte da prodursi senza che le famiglie necessitassero di vedere il corpo, evitando così alle autorità di dover dare un resoconto veritiero della loro morte; in secondo luogo per documentare che gli ordini da eseguire erano stati effettuati.>> Ma per quale assurdo motivo le autorità avrebbero dovuto esibire un certificato di morte (“per problemi cardiaci e attacchi respiratori”, pag. 13) alle famiglie degli 11.000 oppositori che sarebbero scomparsi nelle carceri siriane? Per spingerle ad avere indietro il corpo del loro caro e constatare così i segni delle torture? E poi, quale regime conserverebbe una documentazione così dettagliata sui propri crimini? Da sempre, dai lager nazisti a Pinochet, gli oppositori scompaiono e basta. Desaparecidos, appunto. Altro che certificato di morte alle famiglie o immensi archivi fotografici a disposizione di qualche sadico satrapo di regime o di qualche inaffidabile dipendente della Polizia militare.

 Ma, visto che nessuna delle dieci foto specifica chi sia la vittima, (ma su questo ci ritorniamo) vuole almeno dire il Rapporto chi sia veramente questo “Caesar”? No. Non lo si può rivelare “per motivi di sicurezza”, nonostante “Caesar”, da tempo, (pag. 12) “viva fuori dalla Siria insieme alla sua famiglia”. E meno male che il Rapporto, invece, rivela che per 13 anni “Caesar” ha lavorato come fotografo nella Polizia militare siriana. Certo, con tanti suoi colleghi impegnati a fotografare decine di migliaia di cadaveri martoriati, forse può ancora sperare di mimetizzarsi.

Altre cose ci sarebbero da aggiungere sulla buona fede di “Caesar” attestata in un baleno – l’ultimo suo esame da parte degli esperti della Commissione di indagine risale (pag. 6) al 18 gennaio; il file “version to print” del Rapporto postato sul sito della CNN riporta la stessa data: 18 gennaio -; o su quella del suo (anonimo) parente (pag. 15), garante dell’identità di “Caesar”, che, “stando fuori dalla Siria e militando nell’Opposizione siriana”, avrebbe ricevuto da lui (che, allora, stava in Siria, custode di una documentazione così sconvolgente e, per di più, parente di un oppositore) “decine di migliaia di immagini”. Forse qualche altro sistema per accertare chi fosse e che mestiere facesse davvero “Caesar” poteva essere tentato: ad esempio, interrogare alcuni tra i numerosi poliziotti (anche della Polizia militare) che disertando, sono scappati fuori dalla Siria. Ma con questa ricerca finanziata dal Quatar  e con l’acume investigativo degli esperti della Commissione (che si fidano di due documenti di identità ad essi mostrati da “Caesar” – vedi pag. 12), era chiedere troppo.

Ma occupiamoci delle foto. Essendo state scattate dal “regime di Assad” per realizzare il macabro data-base dei prigionieri uccisi, è ovvio che nella “cinquina” di foto che documentava la tortura e la morte di ogni vittima avrebbe dovuto essercene almeno una raffigurante la faccia del malcapitato. In realtà, se si analizzano le foto inserite nel Rapporto, si evidenzia che non solo nessuna tra queste permette una identificazione del condannato ma che, addirittura, nelle foto più pregnanti per dimostrare l’avvenuta tortura IL VISO È CELATO DA RETTANGOLI NERI. Perché? Il Rapporto ha la sfacciataggine di asserire (nota a pag. 19) che <<Per motivi di sicurezza e privacy facce o altre caratteristiche potenzialmente identificativi nelle foto sono state rimosse.>> Motivi di sicurezza e di privacy? Per persone la cui identificazione avrebbe significato, un inequivocabile atto di accusa per i carnefici? Per delle famiglie che certamente avrebbero diritto di conoscere la sorte toccata ai loro cari? Per i condannati stessi, che in questa rivelazione avrebbero potuto esternare la loro ultima testimonianza? Niente. “Motivi di sicurezza e di privacy”. E così nulla si può dire sull’’identità delle persone martoriate e uccise.

Ma gli innumerevoli rettangoli neri che celano, oltre ai visi, alcuni dettagli delle foto non sono l’unica bizzarria del Rapporto. Soffermiamoci, ad esempio, sulla foto 4. Mostra i segni di uno strangolamento effettuato, presumibilmente, con la striscia di plastica raffigurata nella foto 5. Ma chi ha messo sul corpo quella striscia? E perché? Di certo non può essersela dimenticata la “Polizia militare” che lo avrebbe torturato in prigione (altrimenti, risulterebbe anche nella foto 4). E allora? È arbitrario parlare di una messa in scena? E le foto 6, 78? Mostrano delle garze; la 6 sul polso, addirittura, si direbbe i resti di una fasciatura al braccio (vedi anche foto 7). In Siria medicano i torturati prima di ammazzarli? E perché? E poi la foto 3. Mostra, in alto a sinistra, l’unghia di un dito di qualcuno che si direbbe tenga il cadavere in bella mostra per essere meglio fotografato. E questo per una delle tante “foto di archivio”?

Il Rapporto pretende di cancellare ogni dubbio sulle foto dichiarando di essersi servito della consulenza di tale Stephen Cole, esperto forense in trattamento di immagini e Direttore dell’ Acume Forensics Institute. Ma la questione non è se le foto siano state manipolate, ma cosa esse rappresentano. Chi sono i torturati? E torturati da chi? Il Rapporto non ha dubbi annunciando già nel suo titolo la responsabilità del regime siriano. Ancora più spavaldo David Crane, uno degli autori del Rapporto <<Le prove raccolte sono decisive. Questa è una pistola fumante. Qualsiasi procuratore vorrebbe avere questo tipo di prove. Questa è la prova diretta della macchina omicida del regime di Assad.>>

E perché del “regime di Assad”? E se i cadaveri fotografati fossero, invece, persone cadute in mano ai “ribelli siriani”? Intendiamoci in Siria le detenzioni arbitrarie, al pari delle torture, complice la ferocia della guerra, sono, certamente praticate da entrambe le parti in lotta. Ma quali prove ci sono che le foto mostrano prigionieri del regime di Assad? La parola di “Caesar”? Tutto qui? Allora, si dia a Cesare quello che è di Cesare. Tanto, paga l’Emiro del Quatar.


Complimenti, Amnesty International

Finora, avevo perdonato di tutto ad Amnesty International. Ad esempio, la sua grottesca mobilitazione contro la “lapidazione” di Sakineh Mohammadi. Ricordate il faccione della donna iraniana che troneggiava su tutti i municipi? Aveva ucciso il marito (con la complicità dell’amante) e per questo sarebbe stata condannata (giustamente?) all’ergastolo. Ma per il nazisionista Bernard-Henri Lévy (che aveva lanciato la bufala), la donna era già stata destinata, da un “tribunale islamico”, alla “lapidazione per aver commesso adulterio”. Come assiduo “sostenitore” di Amnesty International (un po’ di spiccioli, ogni tanto) cercai di metterla in guardia: la sua forsennata campagna contro la “lapidazione in Iran”, invece di favorire il rispetto dei diritti umani, rischiava di essere il pretesto per togliere di mezzo (con una ennesima guerra) un altro Stato Canaglia. Non mi rispose nessuno.

Non era, invero, l’unica bufala di guerra che era stata consacrata da Amnesty. Ad esempio, la famigerata “testimonianza di una infermiera kuwaitiana” (in realtà, Nayirah al-Sabah, figlia dell’ambasciatore del Kuwait negli USA) che, su incarico della società di comunicazione Hill & Knowlton, aizzava alla guerra contro l’Iraq denunciando l’eccidio di neonati, compiuto dai soldati di Saddam, per impossessarsi di incubatrici. Stessa storia, anni dopo, con le bufale sulle fosse comuni in Libia e le decine di migliaia di manifestanti mitragliati dagli elicotteri di Gheddafi, tutte prese per buone e propagate da Amnesty. Eppure, nonostante ciò e le rivelazioni sempre più preoccupanti su Amnesty che cominciavano a diffondersi sul web, continuavo a pensare che, in fondo, più che complici dei Signori della Guerra, i suoi attivisti potevano, al più, essere considerati degli ingenui allocchi abbindolati da “notizie” che non riuscivano tempestivamente a verificare.

Poi, con il proseguire della guerra alla Siria, le cose si sono fatte più chiare. Partite alla grande con l’avvincente storia della blogger lesbica di Damasco, le bufale sono progressivamente diventate sempre meno credibili; lontanissime come qualità da quelle realizzate, nelle precedenti fulminee guerre, da esperti di strapagate società di comunicazione. E, così, oggi dalla Siria non arrivano altro che video grossolani, foto pacchianamente artefatte “testimonianze” autentiche come banconote da tre dollari… Tutta roba realizzata dai tanti disperati della guerra che – con familiari, parenti e, spesso, con un cellulare – improvvisavano “scoop” acquistati, per quattro soldi, da agenzie di stampa. “Assad bombarda con napalm le scuole”, “Cecchini di Assad sparano sulle donne gravide”, “Barili carichi di esplosivo, catrame e chiodi sganciati su inermi civili”, Sono questi gli sbracati “scoop”oggi disponibili sul mercato delle bufale dalla Siria. Inequivocabile pattume consumato dai media in – massimo – un paio di giorni per non far soffermare troppo i loro, pur disattenti, lettori/spettatori.

Oggi su questa immondizia troneggia la “notizia” delle foto degli 11.000 prigionieri torturati e uccisi dal regime di Assad. Pur  commissionata dall’immensamente ricco Emiro del Quatar, si direbbe che i soldi per costruire questa bufala non abbiano preso tutti la strada giusta, considerato che – con tanti ufficiali del regime siriano scappati all’estero e disposti (ovviamente dietro lauto compenso) a testimoniare qualunque cosa davanti alle telecamere – si basa sulle dichiarazioni di un anonimo “fotografo della polizia” e su dieci raffazzonate fotografie. Insomma, una bufala da quattro soldi; identificabile come tale da chiunque (ci sono riuscito pure io, figuriamoci) si fosse preso la briga di analizzarla.

Per questo, sono rimasto sbalordito davanti al comunicato di Amnesty International che consacrava questa bufala, riportando (dopo la dichiarazione di uno dei suoi ideatori , Sir Desmond de Silva, “le prove documentano uccisioni su scala industriale“) la frase “Le denunce sono compatibili con elementi emersi dalle ricerche di Amnesty International sulle torture e sulle sparizioni forzate compiute dal governo siriano e devono essere prese sul serio”, che dopo aver paraculato con un sibillino “Se confermate” così continuava “si tratterebbe di crimini contro l’umanità commessi su scala agghiacciante e obbligherebbero a chiedere nuovamente perché il Consiglio di sicurezza non abbia ancora deferito la situazione della Siria al procuratore della Corte penale internazionale“. Insomma, un altro Stato Canaglia da togliere di mezzo.

Incazzato nero per quella che ritenevo fosse ancora la dabbenaggine di Amnesty International, la ricontatto via mail per chiedere, sostanzialmente, come fosse possibile che con tanti “esperti”, giornalisti, “consulenti” vari… a sua disposizione, avallasse quella bufala, uscita – tra l’altro – giusto in tempo per far fallire la “Conferenza Ginevra 2”: ultima speranza per fermare una guerra che ha fatto, finora, centomila morti.

Con mia sorpresa, questa volta, qualcuno mi risponde: tale Riccardo Noury, Portavoce e Direttore dell’Ufficio Comunicazione Amnesty International. E dopo qualche scambio di mail, la conversazione già finisce a pesci in faccia.

Come sarebbe a dire “Cioè?” Mica posso dirvi cosa ci siamo detti sulle responsabilità di Amnesty International nel propagare bufale di guerra? Mi spiace, ma, per motivi legali, non è possibile rendere pubblica una conversazione privata se non vi è il consenso delle parti. Per questo ho scritto l’articolo. Che avete appena letto.

Francesco Santoianni

P.S
Il 27 gennaio, (il giorno dopo l’uscita del mio articolo) il Portavoce di   Amnesty International Italia ha pubblicato questo articolo sul suo blog. Dovrei essere soddisfatto? No. Credo che la “pezza” che Amnesty International Italia, pretende di rammendare sia peggio del “buco” (il suo vergognoso articolo – ancora on line – che pretende di attestare l’evidentissima bufala commissionata dall’Emiro del Quatar).  E invece di invocare “analisi indipendenti”, Amnesty International Italia farebbe meglio a scusarsi per avere (consapevolmente o meno) cercato di affossare la Conferenza “Ginevra 2”.

 

Web Analytics