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Memorie, negazionismi, Regeni e Deir Ez Zor

di Fulvio Grimaldi

aleppo rovineFaccio un’altra volta contenti i localisti che biasimavano la mia depravazione professionale di trascurare il vicino per navigare nel lontano, offrendogli un bel potpourri, come si diceva ai tempi del trio Lescano e di Alberto Rabagliati (oggi “compilation”, e fossimo meno perversamente esterofili, “raccolta”, “selezione”), di cose nostre e cose altrui (che, a mio avviso, senza offesa per i localisti, risultano poi sempre anche nostre). E parto lontanto, da Trump per finire vicino, a Virginia Raggi, tanto per dimostrare l’assunto.

L’aspetto storicamente più significativo e anche più umoristico è il ballo di San Vito che, all’apparire del fenomeno Trump, ha visto unirsi in frenetica agitazione tutti i vermi e tutte le larve che fino a ieri pasteggiavano sulla carcassa della società capitalista occidentale. Vuoi quelli che del gozzoviglio si vantavano e vuoi coloro che, vergognandosene, masticavano nascosti dal tovagliolo di seta. Spioni Cia, serialkiller Mossad, vampiri bancari, fabbricanti di F35, necrofagi neocon, contorsionisti del menzognificio mediatico, burattinai del terrorismo internazionale e loro cloni in miniatura dei paesi subalterni, in felice sintonia con i loro finti opposti e autentici reggicoda, pacifisti, ambientalisti, femministe, variopinti sinistri, diritto-umanisti, migrantofili, cultori del Genere, tutti appassionatamente uniti a protestare, ululare, armarsi, contro questo imprevisto rompicoglioni che si permette di scuotere la carogna e spolverarne i parassiti. Perfino il Papa, meno obliquo del solito, s’è tolto un peso dal petto e, citando Hitler come una Hillary qualsiasi, ha scomunicato i populisti.

Ovviamente non per rigenerarla e insufflarle nuova vita, alla carcassa, ma per darla in pasto ad altri vermi e larve, quelli rimasti sugli strapuntini, i suoi, quelli del rompicoglioni. Davanti alla mortale minaccia dell’ìnedia non ci sono distinguo, l’emergenza non conosce autoreferenzialità: è il momento della Grande Unità contro l’ìmmondo parvenu. Tanto più che, secondo alcuni veggenti della CIA e dell’FBI – e gli opposti sono perfettamente d’accordo – questo virus nell’organismo sano ed eccezionale degli Stati Uniti l’ha inoculato l’orrendo Balrog (vedi Tolkien) di Mosca, l’omofobo del KGB, autocrate invasore dell’Ucraina e, come ha giustamente avvertito, Ash Carter, ministro della Difesa del Premio Nobel per la Pace, minaccia mortale agli Usa e al mondo. Per noi in curva , spettatori paganti della squadra ospite, sarà interessante seguire la partita tra vermi vecchi e vermi nuovi. Ho la sensazione che non si arriverà ai tempi supplementari.

 

Contro Raggi e contro Trump in campo i revanscisti

Salta agli occhi l’abbagliante similitudine con quanto va succedendo attorno a Roma, altro organismo in stato di decomposizione, ma ancora ghiotta preda di chi sa apprezzare carne putrefatta. Pure qui una massa di citrulli, contaminati dall’odio dissennato di un comico da strapazzo, hanno eletto un’outsider che minaccia di buttare all’aria l’ordine costituito dei commensali. Magari, stavolta, non per sostituire suoi saprofiti e quelli a tavola da decenni. Peggio, per sparecchiare. In ogni caso l’ordinato succedersi del giorno alla notte, la posizione dell’asse terrestre, il corso delle stelle, soprattutto il futuro del cemento e delle monete d’oro che vi prosperano, risultavano scompigliati. E allora, se all’intruso della Casa Bianca si devono addebitare crimini assai più gravi, sebbene al momento potenziali, di quelli effettivamente commessi da predecessori e rivali, come non seguire la stessa procedura con l’abusiva del Campidoglio? 

Il sodale Marra s’è fatto comprare casa da un facilitatore per 350mila euro? In galera il reprobo! Il ministro Scajola la sua per un milione? Libero e in attesa di nomina. Conflitto d’interesse nella nomina del fratello del fratello Marra? Paginoni, reportage, anatemi e sbarre in vista per la sindaca. La ministra Guidi facilita il business petrolifero del fidanzato? La ministra Boschi salva la banca di cui è vicepresidente papà? Il sindaco Sala è indagato perché ne ha fatte di cotte e di crude con gli appalti Expo e ha mimetizzato le sue proprietà nel curriculum? La ministra Cancellieri (della Giustizia!) perora la scarcerazione della figlia dell’amico Ligresti? Il presidente regionale De Luca tratta i fondi regionali con l’assessore comunale De Luca figlio? Vasco Errani da governatore finanzia la coop del fratellino per un cantina sociale fantasma? Vado avanti? Inutile Sono quelli del prima-di-Trump.Titolati. Vermi di razza, mica villani rifatti. Hanno ragione, come quelli dell’Ancien Régime quanto si rimisero a Tavola dopo il Congresso di Vienna. Non è il caso di parlare di doppiopesismo.

 

Negazionare il negazionismo

L’altro grande clamore di questi giorni che di nuovo vede fusi in fiera unanimità il bello, il buono  e il cattivo è suscitato da due eventi all’apparenza sconnessi, ma che vengono uniti dalla passione con cui ci si avvitano e vi si specchiano tutti coloro che passano per essere i più specchiati. Il Giorno della Memoria, 27 gennaio, e il caso Deir Ez Zor. Non dirò del primo perché non mi va di portare altra acqua a un mulino che macina distrazioni di massa da genocidi vari, ma non dello stesso valore, e da fini neanche tanto reconditi di colpevolizzazione in perpetuo dei due popoli  responsabili e congenitamente criminali. Che non si azzardino di offendere quella memoria brontolando sul genocidio, ormai settantennale, dei palestinesi e su qualche altra malefatta ai danni dell’umanità. Non ne dirò anche perché sono tempacci per i negazionisti, intesi nel senso di coloro che negano il diritto di proibire la negazione (vaccini o olocausti che siano) e perfino la semplice ricerca, dovere imprescindibile di ogni storico onesto. Segno di una paura che la certezza dell’accaduto dovrebbe far apparire irrazionale. 

 

Giorno della Memoria: dimenticare Deir Ezzor

Dirò del secondo evento, che il primo, opportunamente prolungato in antevigilia, vigilia, evento, post-evento, ha totalmente cancellato dal panorama dell’informazione. Non saranno 6 milioni, ma sono comunque centomila innocenti, assieme a qualche decina di migliaia di soldati, che rischiano di finire peggio che ad Auschwitz, se è vero, come è vero, che niente (se non l’Inquisizione e la CIA ad Abu Ghraib e nelle carceri segrete) supera l’orrore di quanto i mercenari Nato di Isis e Al Qaida infliggono a prigionieri e civili. Sta per succedere e promette di finire peggio di un’Aleppo, molto peggio, giacchè del martirio di Aleppo Est il 90% se lo sono inventati gli imbeccati da Amnesty, Elmetti Bianchi e MSF. Eppure tutto un mondo che si strappava i capelli sui 100mila bambini e sui cento ospedali che il Feroce Saladino Assad stava distruggendo sulla gente di Deir Ez Zor, da tre anni privata di alimentazione adeguata, elettricità, acqua, bombardata incessantemente, in procinto di essere arrostita, scuoiata, crocifissa, stuprata, sepolta in fosse comuni, non ha sollevato ciglio, alzato labbro. Avrebbe potuto distogliere dall’unicità della Shoah.

Il progetto che unisce Usa, Israele, i petrotiranni e i turchi in un’unica campagna  è il califfato che, squartando le due nazioni, si estenda sui due lati di Iraq e Siria e consenta una permanente presenza e protezione “alleata”. E’ in quella zona che si trovano le riserve petrolifere e di gas e le migliori terre agricole. Allo scopo gli Usa hanno promosso e consentito, creando un corridoio insieme ai lanzichenecchi curdi, il trasferimento di qualcosa come 40mila ascari Isis da Mosul a Deir Ezzor. Lì, da tre anni, una guarnigione, sostenuta da tutto una cittadinanza, sostiene un feroce assedio. Sanno cosa li aspetta, visto quello che  curdi e jihadisti hanno inflitto alla popolazione araba di Hasakah. Poi la coalizione a guida Usa ha bombardato l’esercito siriano uccidendo un centinaio di soldati e permettendo all’Isis di occupare l’altura da cui si controlla l’aeroporto. Ed è grazie a quell’aeroporto che  quelli di Deir Ezzor hanno potuto essere riforniti, resistere, restare vivi. Nei giorni scorsi i terroristi hanno potuto occupare la strada dallo scalo alla città. Sembra che nelle ultime ore i combattenti siriani, che ormai sono tutti gli abitanti, l’abbiano ripresa, grazie a massicci bombardamenti russi e una poderosa offensiva della Guardia Repubblicana. Ma l’olocausto non è per niente scongiurato. Solo che ci sono olocausti che contano tutto e altri niente. Anche se disintegrano un popolo dopo l’altro. Semiti anche loro, ma con un difetto, sono arabi. Per niente eletti.

 

Azzannano la Siria e Vladimir che fa?

Accompagno questa digressione siriana con un qualche dubbio sul ruolo dei russi. Non tanto per la pur deprecabile perdita di Palmyra, con conseguente ulteriore terribile offesa al questo patrimonio della civiltà umana. L’impegno per Aleppo assorbiva molti sforzi. Ma cos’è questa intesa con Erdogan per cui un intruso, pur sempre Fratello Musulmano e consanguineo dei jihadisti, si può appropriare di oltre 2000 km quadrati di territorio siriano e procedere oltre, insieme ai terroristi del Free Syrian Army, ridicolmente detti “moderati”, in direzione della siriana Al Bab effettuando incursioni aeree insieme ai russi? Non avendo mai rinunciato alla famigerata “zona cuscinetto” che, insieme alle aree arabe sottratte dai curdi ben oltre il Royava e al califfato in espansione nel nord-est, rappresenta lo spezzettamento della Siria da sempre vaticinato da tutti gli aggressori, che ne è dell’impegno russo per  l’integrità e sovranità della Siria?  Cosa si dice della promessa del vice-premier turco, Kurtulmus, che la Turchia non restituirà mai la città di Al Bab alla Siria? Se ne è parlato ad Astana? E come si concilia l’affermazione ad Astana che per la Siria non ci potrà essere soluzione militare, ma solo politica, con l’impegno di Assad di liberare ogni centimetro quadrato di terra siriana? E a proposito di integrità e sovranità, che si pensa dei 5000 poliziotti siriani, tratti dai mercenari  del  Free Syrian Army, che Erdogan sta addestrando perché, sotto funzionari turchi, amministrino la “sicurezza” nei centri siriani conquistati e che evidentemente non intende restituire? E che si dice anche delle “Safe Zones” che Trump ha dichiarato di voler istituire in Siria con l’inevitabile impegno di altre truppe di terra? “Zone sicure” che ricordano da vicino le zone cuscinetto e le No Fly Zone da anni auspicati dal trio Hillary, Netaniahu, Erdogan?

Ad Astana, nei colloqui tra russi, siriani e iraniani, si è addivenuti a un cessate il fuoco e poco più. Che non riguarda Isis e al Nusra, ma non verrà lontanamente osservato nemmeno dai gruppi “moderati”, terroristi quanto i primi e comunque agli  ordini e al soldo dei finanziatori del Golfo che non risulta abbiano rinunciato a estendere all’intero mondo islamico l’egemonia sunnita di marca wahabita. Putin e il suo ministro degli esteri sono abili e lungimiranti strateghi. Hanno dimostrato che c’è da fidarsi. Ma Erdogan è un farabutto del tutto inaffidabile. Incrociamo le dita. E urliamo contro il genocidio a Deir Ezzor.

 

Caso Regeni: molto rumore per molto imbarazzo

Non a caso la nuova ondata di contumelie contro il presidente egiziano Al Sisi e di apodittiche attribuzioni a lui dell’assassinio di Giulio Regeni capita in simultanea con la campagna di certa stampa atlantista contro l’ENI che, per sfruttare un giacimento, avrebbe pagato una tangente di un miliardo alla Nigeria, finita poi nelle tasche di un ministro. Così fan tutte e, soprattutto, da sempre, le Sette Sorelle che, da Mattei in qua, vedono l’ENI come fumo negli occhi. L’ENI ha concluso con l’Egitto un accordo di enormi dimensioni per lo sfruttamento di ZHOR, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo. Ha tagliato fuori Exxon, BP, Total, Chevron e tutti gli altri. Imperdonabile. Così devono riattivarsi i terminali italiani della piovra petrolifera occidentale. E della Nato, visto che Al Sisi ormai sta con Putin e milita accanto ad Assad in Siria e Haftar in Libia. E della sinistra, radicalchic, proletaria, talmudista, imperiale, di potere. Solo che lo strumento privilegiato di questa è un altro, non zozzo di idrocarburi inquinanti, ma trasudante  valori umani e civili. Ed ecco che salta fuori il video di una conversazione con Giulio Regeni ripreso dal sindacalista Mohammed Abdallah il giorno della sua scomparsa. Video di appena 4 minuti sui 45 che dura la discussione, ma che il Ros e i magistrati hanno ritenuto opportuno non diffondere. Perché?

 

Dall’impresa di spie a quella delle borse di studio ai meritevoli

Perché? Per lo stesso motivo per cui non si è saputo più niente del computer del “ricercatore”, rapito dai famigliari al Cairo anziché essere consegnato ai legittimi inquirenti egiziani. Che, anche per questo, hanno preso a brancolare nel buio. Dal video si apprende che Regeni poteva disporre di una somma di 10mila sterline da impegnare per il progetto di una struttura egiziana. Dunque un ente egiziano si faceva finanziare dall’estero. E nello specifico da uno che lavorava alle dipendenze dell’impresa di spionaggio Oxford Analytica, agli ordini di tre ceffi della criminalità spionistica e terroristica internazionale: Colin McColl, David Young e John Negroponte. Alla luce di  questo dettaglio, che risulta noto da sempre, ma è del tutto indifferente a coloro che hanno a cuore la “verità su Regeni”, l’affermazione del sindacalista, di cui nessuno ha ancora dimostrato alcun atto disdicevole, che Regeni, insistendo con domande sui sistemi di sicurezza egiziani, potesse essere sospettato di essere una spia, assume una certa credibilità. Che è poi quella per cui i suoi tutor di Cambridge hanno mantenuto una serrata riservatezza su retroterra e missione di Regeni, le autorità britanniche si sono ben guardate dall’approfondire e perfino gli inquirenti italiani si sono tenuti alla larga.

Amnesty International e tutto la camarilla sinistro-destra che quella Ong del Dipartimento di Stato capeggia nell’assalto all’Egitto liberatosi dai fidati Fratelli musulmani e che sta anche prevalendo, grazie all’aiuto dell’intelligence russa, sui terroristi emananti dalla Fratellanza, ora si appende alla richiesta di Abdallah di aiuti per la cura di sua moglie. Mortaretto bagnato. Parrebbe chiaro a chiunque non sia prevenuto che quella richiesta, fatta a uno che dispone di fondi per finanziare strutture organizzate, tipo quel misterioso “Centro egiziano” menzionato da Regeni (chi se ne sta interessando?), intendeva appurare se si trattava di aiuti disinteressati, nel qual caso impiegabili anche per singoli motivi umanitari, o di operazione con ombre politiche. A questo proposito coloro che di Regeni e del suo tragico fato, con relativi responsabili, sanno già tutto, ci diano qualche informazione sulla “Antipode Foundation”, fondazione e rivista angloamericana, registrata in Inghilterra, attiva dal 2011, che ha per oggetto sociale geografia e temi affini e che assegna borse di studio. Dalle nebbie del video, incredibilmente in massima parte non rivelato, uscirebbe uno stanziamento di 10mila euro o sterline, della “Antipode”, a disposizione di Regeni una volta che avesse individuato un credibile assegnatario. Era questo dunque il mandato assegnato a Regeni, trovare chi fosse meritevole delle 10mila cocuzze secondo i gusti di Antipode e di Oxford Analytica? Comunque, vediamo e sentiamo il video completo. Altrimenti abbiamo ogni diritto di pensar male.

 

A salve il colpo di Casini contro il Venezuela

L’ausiliario Nato in disarmo, Ferdinando Casini, riunita una truppa di scombiccherati ansiosi di riconoscimenti dei nuovi capobastone Usa, tipo Puppato e i miserandi ex-Cinque Stelle, ha fatto passare al Senato una mozione di appoggio ai revanscisti fascisti in Venezuela e contro il governo chavista di Maduro, accusato di ogni nefandezza, alla maniera di Amnesty International. Ma non è stata una vittoria a man bassa. I 5 Stelle, con la senatrice Ornella Bertorotta, gli hanno tempestivamente opposto una contromozione che rimetteva a posto torti e ragioni nel Venezuela aggredito dagli Usa. Così il servizietto di Casini ai mandanti Usa che doveva trasformarsi in marcia trionfale e chiodata sul Venezuela, è passato con appena 11 voti di maggioranza, 184 a 173. Il che, nelle temperie dell’uragano mediatico contro questo baluardo dell’antimperialismo, è piuttosto un flop.  

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