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William Oman: Europa: Tempesta perfetta. Quando la Possibilità Incontra la Realtà

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Europa: Tempesta perfetta. Quando la Possibilità Incontra la Realtà

di William Oman

Un lungo articolo su Economonitor che vale la pena di leggere:  in una prospettiva storica mette in luce la incredibile inadeguatezza delle proposte politiche del mostro europeo franco-tedesco a due teste. La testa italica farà la differenza? Mah... 
 
 
"Che tu possa vivere in tempi interessanti".

Quale miglior frase di questa maledizione Cinese apocrifa per catturare l'essenza delle settimane, dei mesi e degli anni a venire? Più precisamente, quanto interessanti saranno i tempi a venire ? La storia suggerisce che dovremmo stare attenti a ciò che desideriamo. La crisi del debito in Europa costituisce un rischio enorme per il futuro del continente, eppure essendo materia tecnica, questi rischi non vengono indicati chiaramente come dovrebbero. Una ragione è la natura elusiva del rischio.
 
Il 4 agosto 1914, il giorno in cui è scoppiata l'ostilità tra Francia e Germania, il filosofo francese Henri Bergson ha descritto come, fino al giorno dello scoppio effettivo della guerra tra la Francia e la Germania, la guerra appariva "allo stesso tempo probabile e impossibile: una nozione complessa e contraddittoria che è durata fino alla fine". Slavoj Žižek spiega questa tensione tra possibilità e realtà: un evento può essere vissuto come impossibile e non realistico, o come realistico, e non più impossibile. "L'incontro del Reale e dell'Impossibile è quindi sempre mancato", scrive Žižek. Lo spazio tra ciò che sappiamo può accadere e ciò che noi crediamo che accadrà - il paradosso brillantemente identificato da Bergson - è al centro della attuale mancanza di visione e coraggio dei leaders Europei. Anche se nessuno di loro sembra disposto ad accettare che la zona euro possa crollare, la probabilità di questo evento devastante aumenta ogni giorno che passa. Come i politici ritardano la resa dei conti, il costo economico e sociale della crisi aumenta, così come il rischio di un finale di partita caotico per l'euro e una fine violenta e catastrofica per lo stesso progetto Europeo.

Per capire come sia facile sottostimare la probabilità di un disastro, vale la pena citare per intero Bergson, anche se solo per la potenza pura della sua intuizione:
"Nonostante la mia agitazione, e nonostante che una guerra, anche vittoriosa, mi apparisse come una catastrofe, ho sperimentato ciò di cui ha parlato William James, un sentimento di ammirazione per la facilità del passaggio dall'astratto al concreto: chi avrebbe pensato che un tale evento formidabile potesse emergere nella realtà con così poco chiasso? [...] Non ho mai preteso che si possa inserire la realtà nel passato e quindi procedere a ritroso nel tempo. Tuttavia, si può senza dubbio inserire il possibile, o, piuttosto, in ogni momento, il possibile si inserisce da sé. Nella misura in cui la realtà nuova e imprevedibile si crea, la sua immagine si riflette dietro di sé in un passato indefinito: questa nuova realtà si ritrova nel tempo passato come possibilità, ma è solo nel momento preciso della sua nascita reale che comincia ad essere sempre stata [possibile], ed è per questo che dico che la sua possibilità, che non precede la sua realtà, l'avrà tuttavia preceduta, una volta che questa realtà sia emersa."

Le tragedie umane del 20° secolo sono accadute proprio in questa lacuna cognitiva, in quanto sembravano essere, fino al momento in cui sono scoppiate, contemporaneamente probabili e impossibili. Sarà il destino dell'Europa, di cadere di nuovo in questo vuoto?


Da Atene a Roma: La miccia che farà esplodere l'Europa?
La crisi della zona euro è in crescendo e minaccia di annullare cinquant'anni di costruzione Europea e di costruzione de facto della pace tra i popoli Europei. Eppure, a giudicare dai discorsi e dalle azioni dei politici, l'entità del danno potenziale è di diversi ordini di grandezza inferiore a quello che la minaccia del collasso della zona euro comporta. Un fallimento politico e sociale di questa scala fino a poco tempo fa era difficile da immaginare.

La drammatica escalation della crisi era del tutto evitabile. La Grecia aveva un rapporto debito/PIL del 110% nel 2008. Tre anni più tardi, dopo aver sofferto le misure di austerità imposte dalla UE e dal FMI con l'obiettivo di ridurre il deficit del paese, il suo rapporto debito/PIL si avvicina al 170%. Che siano state attuate tali politiche, ovviamente irrazionali e controproducenti sul piano economico, è deplorevole, se non addirittura sorprendente. Che esse vengano perpetuate come la ricetta principale per l'uscita dalla crisi, soprattutto nei paesi di importanza sistemica come l'Italia, nonostante il loro curriculum spaventoso, non è altro che un disastro.

I politici Europei avevano tre obiettivi nell'affrontare la crisi nel maggio 2010: assicurare che il debito della Grecia non venisse ristrutturato, impedire che la crisi si diffondesse ad altri paesi Europei, e mantenere intatta la zona euro. Hanno fallito ampiamente sui primi due obiettivi, e probabilmente anche sul terzo.
Perché l'Europa ha gestito così male la crisi? In sostanza, le élite politiche e i tecnocrati hanno ignorato le basi dell'economia e si sono rifiutati di affrontare il costo della ricapitalizzazione delle loro banche.

Come si prospetta il futuro? Due elementi sono suscettibili di determinare il destino dell'Europa. Il primo è la capacità delle élites politiche di riformare la governance economica europea - e di farlo nel giro di poche settimane o, al massimo, mesi. Il secondo è la misura in cui la politica interna potrà continuare a funzionare efficacemente di fronte al crollo di legittimità democratica che si sta verificando negli ultimi anni.


Wanted: governance economica Europea

La prima condizione sine qua non per la sopravvivenza dell'euro è la riforma - o meglio la creazione ex nihilo - della governance economica Europea. Il bilancio dell'UE è incredibilmente piccolo (appena l'1% del PIL dell'UE), e l'attuale crisi ha dimostrato con forza che l'assenza di adeguate istituzioni fiscali pan-Eurozona minaccia l'esistenza della moneta unica, e lo stesso progetto Europeo.

Più in particolare, è ormai chiaro da più di un anno che i leaders politici Europei hanno affrontato la crisi del debito sovrano nel modo peggiore possibile. Rimandare e negare il peso del debito per la Grecia insolvente, mandare l'Eurozona in austerità senza stimolo fiscale nemmeno nei paesi che se lo possono permettere, e una banca centrale con solo un terzo del mandato di una banca vera centrale.

Alcune delle ragioni principali alla base di queste politiche sono semplici: l'ideologia e il pregiudizio. L'ideologia economica conservatrice che impone austerità, e nega teorie macroeconomiche provate nel tempo, ha causato il caos. Il flop del referendum Greco agli inizi di novembre ha tradito la mancanza di buonsenso di questa ideolologia conservatrice. Con l'imposizione di una austerità distruttiva su delle economie travagliate, le autorità dell'UE hanno assicurato che la crisi si diffondesse - come infatti è stato.

Effetti keynesiani standard come il moltiplicatore della spesa pubblica a seguito di una recessione di bilancio combinata con il rischio di una spirale di deflazione da debito, costituiscono una politica da attuare per ristrutturare il debito in Grecia, realizzare l'obiettivo di un'inflazione più elevata per la zona euro, e uno stimolo fiscale in paesi fiscalmente sani come la Germania. Eppure i responsabili politici Europei hanno scelto il percorso esattamente opposto su ciascuno di questi fronti politici.

Peggio ancora, i pregiudizi dei Tedeschi contro l'inflazione (in un contesto di recessione, che comporta un grande rischio per la sopravvivenza stessa della zona euro, con pressioni inflazionistiche inesistenti) escludono modifiche al mandato della BCE, di cui ci sarebbe terribilmente bisogno, e come prestatore di ultima istanza e per un doppio mandato, che includa la crescita e l'occupazione, oltre alla stabilità dei prezzi.

Perché la zona euro possa sopravvivere, i paesi membri dovranno necessariamente integrarsi decisamente di più. Nessuna ingegneria finanziaria e nessuna politica ambigua - di cui il vertice Ue del 26 ottobre sulla leva del EFSF è stato un esempio magistrale - risolverà la crisi. La strategia dei politici Europei è fallita. Se non operano un cambiamento copernicano nel loro approccio alla crisi, l'euro potrebbe scomparire e il progetto Europeo potrebbe ricevere un colpo mortale nel giro di poche settimane.

L'Italia è sul punto di perdere l'accesso al mercato. La Spagna sarà la prossima, e il fuoco può raggiungere la Francia entro un mese. La Francia ha già quasi perso il rating AAA, con S & P che ha accidentalmente rivelato la scorsa settimana che si prepara a declassare il Paese. Le ristrutturazioni forzate del debito sovrano cui Italia, Spagna e Francia, saranno costrette da una fuga dei creditori - una minaccia molto reale - significa che l'intero continente Europeo (incluso il Regno Unito), con il suo sistema finanziario altamente interconnesso, è attualmente a rischio di una crisi finanziaria sistemica di corse agli sportelli e distruzione di ricchezza - una Lehman con gli steroidi.

La situazione è terribile. Il tempo è poco. E l'inettitudine di chi detiene il potere è terrificante.


La strada non (ancora?) intrapresa presa.

Per salvare l'euro, e per estensione l'Unione europea, i leaders politici devono rendersi conto che c'è solo una soluzione: una maggiore integrazione economica e politica. L'alternativa è una rottura della zona euro, in una forma o nell'altra, con le catastrofiche conseguenze economiche, sociali e politiche che questo implicherebbe - specialmente se avviene in un modo impreparato, caotico.

È difficile immaginare un modo di sopravvivere per la zona euro che non includa due cruciali innovazioni istituzionali.

In primo luogo, ci deve essere un cambiamento nel trattato alla base della BCE per consentirle di svolgere la sua funzione di prestatore di ultima istanza in caso di necessità. Ciò consentirebbe alla BCE di mettere efficacemente fine alla corsa dei creditori sul debito sovrano, permettendole di acquistare il loro debito in quantità illimitata per tutto il tempo necessario, e magari per fissare anche un obiettivo di tasso di interesse sulle obbligazioni sovrane - essenzialmente porre fine all'incentivo a speculare su queste obbligazioni. Aggiungere al mandato della BCE la massima occupazione potrebbe consentire una maggiore inflazione nella zona euro nel suo complesso, aiutando i paesi periferici a ripristinare la crescita e raggiungere una svalutazione interna rispetto ai paesi core, mantenendo i loro salari e prezzi stabili.
L'attuale approccio dell'Unione europea, che consiste nell'imporre misure di austerità e una svalutazione interna nei paesi periferici attraverso la deflazione dei salari nominali è socialmente e politicamente inaccettabile e costringerà questi paesi nella depressione economica.

In secondo luogo, la zona euro deve creare un'agenzia federale del debito garantita da Eurobonds con responsabilità solidale e governata da un'autorità fiscale Europea, con la possibilità legale di riscuotere un'imposta, ad esempio del 2% (simile ad un IVA), in tutti gli stati membri dell'Eurozona.

La mancanza di responsabilità solidale è al centro della crisi. Come Wolfgang Münchau fa giustamente notare, solo la responsabilità in solido è in grado di produrre il tipo di credibilità che è necessaria per arginare l'attuale corsa dei creditori sul debito sovrano. Un profondo pan-mercato del debito dell'Eurozona caratterizzato da bonds solidalmente garantiti da tutti gli Stati membri della zona euro potrebbe creare delle obbligazioni attraenti che sarebbero acquistate da un'ampia gamma di investitori internazionali. La nuova emissione di eurobond potrebbe essere utilizzata dalla BCE in operazioni di mercato aperto e servire a finanziare gli investimenti produttivi a lungo termine in infrastrutture, tra le altre cose. Ciò fornirebbe ai paesi sovraindebitati della periferia dell'eurozona, come Grecia, Portogallo e Spagna, il sostegno fiscale di cui hanno terribilmente bisogno, e che li aiuterebbe a realizzare delle trasformazioni strutturali.

Il bisogno di
reale – democrazia
 
Il secondo elemento che determinerà il destino dell'Europa è la politica. La misura in cui la politica interna potrà continuare a funzionare efficacemente e tenere sotto controllo gli estremismi, si rivelerà cruciale. Questo a sua volta, dipenderà da quanto i cittadini Europei sentiranno che i loro governi stanno rispondendo alle loro richieste politiche. In Grecia, dove il governo Papandreou era diventato un volgare burattino delle autorità comunitarie, la pazienza è già esaurita.

A questo proposito, il 2011 è stato un anno triste per la democrazia. Probabilmente, molti paesi Europei sono democratici solo di nome. La Grecia ha quasi completamente perso il controllo sulla sua politica economica e sociale. E così l'Irlanda, il Portogallo, la Spagna, l'Italia e, in misura minore, la Francia. All'indomani della più grande recessione dalla Grande Depressione, è difficile pensare a un modo migliore per privare i cittadini del senso che le istituzioni che li governano sono democratiche.

Con dei tecnocrati non eletti, i mercati e i parlamenti stranieri che impongono strazianti misure di austerità sui deboli paesi Europei, cosa faranno i cittadini di questi paesi? A fronte di anni di depressione economica e crollo dei livelli di vita - in sostanza, di un violento strappo alla speranza di una popolazione che il futuro sarà migliore del presente - molti sono scesi in piazza. E di sicuro, saranno molti di più. Dani
Rodrik ci ricorda che "Come nel 1930, il fallimento della cooperazione internazionale ha aggravato l'incapacità dei politici centristi di rispondere adeguatamente alle esigenze economiche, sociali e culturali dei loro elettori interni. Il progetto Europeo e della zona euro ha irrigidito a tal punto i termini del dibattito che, con la zona euro a brandelli, la legittimità di questa élite riceverà un colpo ancora più grave".

Il deficit democratico nella governance Europea, che era già palese prima della crisi del debito sovrano, si è trasformato in una quasi-dittatura intergovernativa – un mostro Franco-Tedesco a due teste - che minaccia la legittimità popolare dell'Unione Europea e del progetto Europeo.

Questo grosso fallimento politico pone una sfida enorme. I fattori chiave delle politiche economiche in Europa in questo momento sono i capricci dei mercati finanziari. Come i popoli d'Europa progressivamente rifiuteranno le misure di austerità che sono loro imposte - in molti casi, per proteggere gli obbligazionisti stranieri, che fanno parte del top del 5% delle persone più ricche del mondo - il tessuto democratico d'Europa si sfalderà.
Questa è una situazione insostenibile ed esplosiva. Jürgen Habermas sottolinea il punto importante che " si è sviluppata una pericolosa asimmetria perché fino ad oggi l'Unione Europea è stata sostenuta e monopolizzata solo dalle elite politiche - una asimmetria tra la partecipazione democratica dei popoli a ciò che i loro governi ottengono per loro sul palco remoto di Bruxelles, e l'indifferenza, anche l'apatia, dei cittadini dell'Unione per quanto riguarda le decisioni del loro parlamento di Strasburgo."

La minaccia rappresentata dalla presa tecnocratica e del mercato della politica Europea
 
Ma quello che forse è più doloroso di tutti è la consapevolezza che la crisi minaccia alcuni dei pilastri psicologici della società occidentale.

Qualcosa di molto più potente di un debito sovrano, una crisi finanziaria, economica e politica incombe sull'Europa. Due idee sono in gioco. In primo luogo, la democrazia liberale e l'economia mista, che sono i due pilastri della decente società creata e sostenuta dall'Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ancora più importante, ciò che può essere in gioco è l'idea stessa che esista una traiettoria storica del progresso - una traiettoria verso il modello occidentale istituzionale di un modo di produzione capitalistico liberale sostenuto da un ordine politico democratico e da un ampio accesso da parte dei cittadini alle organizzazioni politiche ed economiche.

La storia non è mai stata un processo lineare, e l'attuale crisi può venire a ricordarci di questo fatto con una vendetta. Violenti sconvolgimenti, drastici cambiamenti di regime, feroci conflitti armati, forme disumane di estremismo sociale e politico, carneficina, caos, insondabili sconvolgimenti sociali e altri eccessi distruttivi hanno definito l'Europa nella prima metà del 20° secolo. Il capitalismo industriale è stato con noi solo dalla metà del 19° secolo. Il 19° secolo non è stato certo più stabile rispetto al 20°, anche se meno letale. Tra il 1789 e il 1875, la Francia non ha avuto meno di sette diversi regimi politici (monarchia, prima repubblica, impero, restaurazione della monarchia, seconda repubblica, secondo impero e terza repubblica). La primavera delle nazioni che ha spazzato tutto il continente Europeo nel 1848 ha portato a una sfida senza precedenti all'autorità costituita, solo per essere abbattuta in breve tempo dalle fazioni reazionarie.

Le istituzioni politiche che attualmente compongono il nostro tessuto sociale non sono venute fuori dal nulla. Hanno avuto, però, difficoltà in più di un'occasione. Alla vigilia della prima guerra mondiale, la Belle Epoque ha dato un falso senso di tranquillità al continente Europeo. Poche persone erano in grado di immaginare l'ondata di antisemitismo che avrebbe schiacciato il continente nei decenni successivi. Il filosofo francese Henri Bergson ha catturato l'essenza di questo paradosso, ma pochi altri.


Cosa ci dice questo sul futuro dell'Europa?
 
Diversi elementi importanti distinguono l'epoca attuale, in particolare l'esistenza di un vasto commercio e di un'integrazione finanziaria tra le nazioni - entrambi obiettivo e risultato del progetto Europeo dal 1957. Ma non dobbiamo sottovalutare il potenziale di questi violenti sconvolgimenti sociali e politici nei prossimi decenni. Con le parole del politologo John Duffield "Le istituzioni hanno avuto uno scarso impatto nel passato. Perché qualcuno dovrebbe credere che il mondo è cambiato e che le istituzioni avranno una grande influenza sugli sviluppi futuri in Europa? "

Forse la sfida più seria di tutte è l'indebolimento della visione teleologica della storia che pervade la mentalità occidentale - l'idea che la storia consiste in un movimento verso il progresso - da uno stato iniziale ad uno stato finale, e che le diverse società sono posizionate su punti diversi lungo questo percorso di "sviluppo", con alcune che si muovono più velocemente di altre, ma con un movimento generale verso un putativo stato finale.

La crisi del debito sovrano mette in discussione gli elementi fondanti delle istituzioni economiche e politiche che la maggior parte delle persone - tra cui le élites politiche - in Occidente danno ormai per scontato. Tuttavia, è importante capire la fragilità delle istituzioni che governano il nostro sistema economico e sono alla base della struttura economica, politica e sociale della nostra vita quotidiana.

La fragilità delle nostre istituzioni sta diventando sempre più visibile. Francis
Fukuyamaa, nel suo ultimo libro The Origins of Political Order, individua tre istituzioni chiave
che caratterizzano le moderne democrazie liberali ". Uno Stato forte e capace, la subordinazione dello Stato alla legge e la responsabilità del governo verso tutti i cittadini"

Certo, l'Unione europea è un laboratorio istituzionale senza precedenti in cui gli Stati membri volontariamente hanno ceduto parte della loro sovranità in cambio dell' appartenenza ad un progetto più ampio e di benefici economici, sociali e politici associati a questo progetto. Allo stesso tempo, quello a cui stiamo assistendo dalla crisi attuale è, senza dubbio, un grave crollo progressivo in ciascuna delle istituzioni identificate da Fukuyama come il nucleo dell'ordine politico che sta al cuore del funzionamento dell'Unione Europea. Questo crollo suggerisce che la tendenza verso l'ipotizzato "progresso", anche se esiste, non è lineare, e possono avvenire gravi battute d'arresto - che sono attualmente in corso in Europa.

Infatti, tornando ai tre componenti del moderno ordine politico individuati da Fukuyama, diversi paesi, in particolare la Grecia, hanno perso o potrebbe presto perdere il controllo sulle loro politiche fiscali. Lo stato di diritto viene calpestato, con la BCE che acquista obbligazioni sovrane ultra vires e "bail-out" dei paesi periferici dell'Eurozona che vengono concessi anche se sono vietati dai trattati dell'Unione Europea. La responsabilità è diventata impraticabile e confusa, perché i politici che dettano alcune delle condizioni fondamentali e le politiche per un paese (come la Grecia), e le cui decisioni influenzano milioni di vite, sono eletti da un collegio elettorale diverso in un paese diverso (come la Germania). Ancora più preoccupante, forse, i mercati finanziari hanno cominciato a esercitare un enorme potere politico indiretto, in quanto il panico auto-avverante sul mercato causa la caduta di governi in Europa, che vengono ad essere sostituiti da governi "tecnocratici" non eletti il cui mandato esplicito è quello di attuare le misure di austerità e le riforme strutturali, spesso contro la volontà dei costituenti del paese (Lucas Papademos e Mario Monti sono i due esempi più recenti).

E' importante ricordare che in alcuni casi, questi "mercati" sono in realtà una manciata di traders che liquidano grandi posizioni sul debito sovrano, perché decidono che il paese non è più solvente o hanno paura che gli altri operatori lo faranno. In un certo senso, i governi sono diventati responsabili nei confronti dei mercati finanziari. Invece di essere governato, il mercato è al governo. Questa situazione non è politicamente, socialmente o anche moralmente accettabile né sostenibile.

Rifacendosi alle origini sia del progetto Europeo che della democrazia liberale in sé, non si può fare a meno di essere colpiti dalla straordinaria quantità di imprevisti prodotti da ciascuno di essi, così come dalla loro fragilità incredibile. Sottovalutare la fragilità è pericoloso. La storia non è un cammino costante, e il destino di un intero continente è in gioco. Se i leaders politici si muovono troppo vicino al bordo della scogliera, non solo cadono, ma potranno tirar giù con sé un intero continente - per diverse generazioni.

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