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Sergio Cesaratto: Prof. Monti, dopo Berlino dove si va?

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Prof. Monti, dopo Berlino dove si va?

di Sergio Cesaratto

Caro Prof. Monti,

la sig.ra Merkel dopo il colloquio con Lei era assai scossa. Spesso non apprezziamo il Suo eccessivo aplomb, ma in quella conferenza stampa ci ha fatto piacere, suonava persino ironico. Il colloquio era stato preceduto da una Sua intervista a Die Welt, un importante quotidiano tedesco di stampo conservatore, in cui Lei aveva espresso concetti che, se non del tutto condivisibili, mostrano tuttavia, finalmente, un’Italia con la schiena un po’ più dritta in Europa:

“Sono convinto che i rischi per il mio Governo non vengano dall’Italia. [Da dove dunque? Domanda l’intervistatore] Dall’Europa. Il problema è … che l’Unione Europea, malgrado questi sacrifici, non ci viene incontro, in termini di una riduzione del tasso di interesse. I sacrifici fatti dagli italiani pagheranno in tre, cinque, dieci anni, per i nostri figli. E purtroppo constatiamo che questa politica in Europa non gode del riconoscimento e apprezzamento che le spetta obiettivamente. Se gli italiani nel prossimo futuro non vedranno i risultati della loro disponibilità per le riforme e il risparmio, sorgerà –come già si profila - una protesta contro l’Europa e anche contro la Germania quale promotore dell’intolleranza Ue, e contro la Banca Centrale. Chiedo agli italiani sacrifici onerosi – ma li posso chiedere se si profilano dei vantaggi».

Non condividiamo, naturalmente, l’utilità di molti di quei sacrifici, in particolare quelli volti a peggiorare le condizioni di vita dei ceti medio-bassi. Inutili ancor prima che iniqui, abbiamo detto tante volte. Riteniamo infatti che ci si sarebbe potuti presentare in Europa con una manovra altrettanto rigorosa, ma che non fosse com’è l’attuale un contributo alla recessione italiana ed europea. Il Presidente Napolitano e Lei mi rispondereste che questo era il ticket da pagare per ritornare credibili e poi, diciamocelo, pur provenendo da storie ben diverse, alle virtù del cilicio in fondo ci credete. In verità una manovra che crea recessione la rende poco credibile, e infatti i suoi effetti sui famigerati spread sono stati, nelle scorse settimane, nulli.

Fatto sta che forse rafforzato dai danni recessivi prodotti anche della Sua propria manovra, Lei è stato costretto a fare, con garbo e fermezza naturalmente, la voce grossa con la Merkel: guardi signora, che se l’Europa non si smuove, qui si va a fondo tutti. La Merkel non è forse abituata a sentirselo dire in maniera così competente, e un economista conservatore italiano – i super-Mario per capirci - è certamente mentalmente più flessibile di un pedante e dottrinario economista tedesco (non tutti son così, naturalmente, Veda per esempio questo pregevole documento della Fondazione Ebert). Ma un discorso chiaro al governo tedesco poteva esser ancor meglio fatto dopo una manovra che avesse puntato alla mera stabilizzazione del rapporto debito/Pil la quale, accompagnata dalla ferma richiesta di un impegno europeo alla diminuzione dei tassi di interesse e a politiche espansive, avrebbe consentito il sostegno alla crescita sia dal lato della domanda che dell’offerta, come sostenuto nel documento degli economisti dello scorso novembre. Il rigore, nella manovra, era tutto da destinare alla lotta all’evasione, alle inefficienze pubbliche e private, destinandone i frutti a infrastrutture, industria e ambiente, e non a tagliare diritti e pensioni.

Purtroppo qui si vedono, ci perdoni, alcuni Suoi limiti relativi al pensiero economico a cui ella si rifà – parafrasando Keynes, come politico Lei non è schiavo di qualche defunto economista, ma di sé stesso. Purtroppo, ella crede davvero che la crescita economica sia un fatto da giocarsi tutto sul lato dell’offerta – riforma del mercato del lavoro, liberalizzazioni e concorrenza. In tali misure, peraltro, v’è un po’ di buono nel tentativo di intaccare alcune posizioni di rendita che accrescono la nostra inflazione strutturale, il cui abbattimento richiede, tuttavia, soprattutto investimenti nelle infrastrutture e nel risparmio energetico.  Ma molto v’è di cattivo: svendita di aziende pubbliche e diminuzione dei diritti dei lavoratori. Soprattutto, di rilancio della domanda aggregata – vera chiave della crescita – Lei non ne vuol sentir parlare al punto che alla Camera, nel riferire della Sua missione a Berlino, è giunto secondo le cronache a dichiarare: “Solo dei nostalgici possono pensare che la crescita «derivi dall'allargamento della domanda, derivante da politiche di disavanzo pubblico. Non è questo il periodo. Sarebbe - aggiunge- una crescita effimera tornare a comportamenti di disavanzo e men che meno a politiche monetarie lasche»”. Ma insomma, viene da chiedere, allora che cosa ha chiesto ai tedeschi? Persino D’Alema l’ha rimbeccata propugnando la necessità di una distribuzione del reddito più equa per sostenere la domanda europea, sebbene l’abbia sorretta nel negare l’opportunità di politiche europee di bilancio espansive in questo momento, ma se non ora quando? Com’on prof. Monti, senza rilancio della domanda europea e italiana la crescita non vi sarà mai e poi mai.

E in effetti non pare che, dopotutto, abbia ottenuto molto, sebbene quel poco sia risultato shockante per Angela Merkel: sostanzialmente un'attenuazione di alcune misure draconiane di rientro dal debito e relative punizioni, e una qualche vaga allusione al fatto che la BCE potrebbe svolgere un non ancor ben definito ruolo. Ma quelle misure erano comunque fuori dal mondo, e si è comunque ritornati a un contesto, quello del “six pack” dello scorso marzo, che definire asfittico è poco.

Il Suo colloquio con la Cancelliera ha ieri (giovedì 12 gennaio) dato un po’ di fiducia ai mercati. Forse questa è derivata soprattutto dal fatto che Lei ha dimostrato, con la compostezza e padronanza che Le sono proprie, che con i tedeschi si possano fare passi in avanti facendo forza sul semplice fatto che le loro politiche portano a un sicuro disastro comune. Ma se poco o nulla si farà di veramente sostanziale, il pessimismo tornerà a prevalere. Ma per spingere la situazione in avanti sono proprio alcune delle Sue convinzioni intellettuali a farLe da ostacolo. Non meno che nel caso dei tedeschi, anch’esse sono forse state scosse dalla constatazione che un ambiente recessivo, frutto di politiche di mortificazione della domanda aggregata, è quello peggiore per attuare le riforme dal lato dell’offerta (quelle socialmente giuste, naturalmente), le quali richiedono risorse al pari degli investimenti di modernizzazione. Il rilancio della domanda aggregata da ottenersi col concorso di opportune politiche europee fiscali, monetarie, di equità distributiva e il superamento della screditata dottrina delle “restrizioni fiscali espansive” del Suo collega Alesina, è la chiave per uscire dalla crisi. Il Suo animo è dibattuto fra il saperlo e le Sue convinzioni dottrinarie, fra lo spirito più anglosassone e liberal, e quello più tedesco e ordo-liberista. Ci faccia sognare, e ci dia una speranza. Ci conduca verso un Ordnung keynesiano, un ordo-keynesismo europeo.

Commenti

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per quanto si possa vedere non è solo, anche se importante e da incentivare, dare vigore alla domanda aggregata e quindi non facendo crescere salari, stipendi e pensioni, anzi diminuendo il loro potere d'acquisto aumentando le tassazioni e il prezzo delle merci, ma decidere che cosa produrre e come produrre.
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Il rapporto di produzione capitalistico

Valerio Bertello

Carattere duale del rapporto

Nel modo di produzione capitalistico il rapporto di produzione si presenta in due forme: una volta nella sfera della circolazione come scambio, una seconda volta in quella della produzione come dispotismo(1). Questa forma duplice è tanto più singolare in quanto si tratta di rapporti tra loro antitetici. Il primo, che ha come presupposti sociali la proprietà privata e la libertà dei soggetti, implica la divisione sociale del lavoro, ed è derivato da formazioni sociali precedenti. Il secondo è fondato sulla volontà dispotica del capitalista, che domina completamente il processo produttivo conferendogli una forma caratteristica, creazione specificamente capitalistica, quella della divisione manifatturiera del lavoro. Rapporto questo che si pone come negazione del precedente sia in relazione alla libertà del lavoratore, in quanto esso è sottoposto al dominio del capitale, sia in relazione al lavoratore come proprietario, in quanto esso viene spogliato totalmente del prodotto del proprio lavoro. Quindi assenza di libertà nel processo di lavoro ed espropriazione del risultato: questo l’esito del passaggio dal primo rapporto al secondo. Nel passaggio dalla sfera della circolazione a quella della produzione si verifica cioè una negazione radicale del primo rapporto da parte del secondo.

Perché questa duplicazione di quello che in realtà è uno stesso rapporto, cioè un rapporto di produzione, e perché in due forme che sono una la negazione dell’altra?
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