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Sergio Cesaratto: Eurocrisi, la Germania vittima della propria austerità

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Eurocrisi, la Germania vittima della propria austerità

di Sergio Cesaratto

Hans-Werner Sinn è senza dubbio il più influente economista tedesco con un ineccepibile, sebbene assai conformista, curriculum. Ossequiato dai suoi altrettanto benpensanti colleghi, presiede il Cesifo, un potente gruppo di istituti di ricerca in un paese in cui gli economisti sono tradizionalmente ascoltati dai governi. Le opinioni di questo potente economista sono quanto di più pro-germanico possa immaginarsi, ma anche questa è una vecchia tradizione degli economisti tedeschi più influenti.

Nella crisi europea è, naturalmente, generico accusare questo o quel paese. Le classi dominanti di ciascun paese han fatto le loro scelte, e ciascun paese ha le sue proprie problematiche, virtù e difetti e portare i (presunti) virtuosi ad esempio per i (presunti) più indisciplinati ha la medesima improbabile efficacia di quando lo facciamo coi nostri figli. Nella costruzione dell’Unione Monetaria Europea (UME) ciascuna classe dirigente ha ritenuto di trovare una convenienza per il proprio paese o perlomeno per i ceti che essa rappresentava. Se il disegno è collettivamente semi-fallito, almeno nei termini in cui si è dispiegato, la responsabilità non è di un paese in particolare: tutti sapevano o dovevano sapere a cosa si andava incontro, che l’Eurozona non è ciò che gli economisti chiamano un’area valutaria ottimale, e che il disastro era nelle cose [1].

Siccome la storia non si può fare coi se o con i ma, allora domandarsi come sarebbe andata a finire senza l’UME è esercizio ozioso. Vale la pena però cercare di ricostruire come sono andate le cose, anche per vedere se si può cambiare qualcosa. E qui la storia che Sinn racconta è assai parziale e questo non aiuta perché avvalora la narrazione della vicenda europea su cui i politici tedeschi – soprattutto, ma non esclusivamente, del centro-destra – basano le politiche che impongono all’Eurozona. Tale narrazione è anche quella che viene somministrata all’opinione pubblica di quel paese e che fa da sostrato all’idea del centro virtuoso e della periferia scapestrata. Prendiamo una importante dichiarazione sottoscritta qualche tempo fa da rilevanti esponenti del mondo politico-finanziario tedesco, incluso lo stesso Sinn che è facile individuare come estensore del documento.

L’analisi esordisce con la constatazione, generalmente condivisa, che la costituzione dell’UME abbia favorito flussi di capitale dai paesi centrali [2] verso i paesi della periferia europea. Si ritiene in genere – anche in documenti dell’UE – che a partire da questi flussi si sia generata una crescita effimera di questi ultimi paesi, basata sull’edilizia in Spagna e Irlanda o sulla spesa pubblica in Grecia. Effimera perché si è tradotta, più che in uno sviluppo dell’industria nazionale, in imponenti importazioni dai paesi centrali. Questo anche dovuto al fatto che alla crescita si è accompagnata una inflazione ben superiore a quella tedesca con una conseguente perdita di competitività, a detrimento dell’industria nazionale e a favore di quella dei paesi centrali. Il corrispettivo contabile dei disavanzi esteri dei paesi periferici è nell’indebitamento dei settori privato e/o pubblico della periferia verso la Germania e gli altri paesi centrali. Da qui in poi, tuttavia, l’interpretazione si divide.

Secondo alcuni la Germania si era ben preparata a vincere la battaglia dei mercati dell’UME attraverso una decisa riforma del mercato del lavoro sotto il governatorato Schroeder, la quale aveva impresso un deciso orientamento moderato alla dinamica dei salari e dei consumi interni. Si è tentati di vedere qui una riedizione di ciò che un importante storico economico tedesco ha definito, per giunta su una pubblicazione della Bundesbank, “mercantilismo monetario”, una strategia inaugurata al principio degli anni ’50 con la benedizione del potente ministro delle finanze Erhard, il padre del miracolo economico tedesco e che l’allora governatore della banca centrale tedesca (chiamata Bank Deutscher Lander sino al 1957) Wilhelm Vocke così riassumeva: “we have consistently remained below [the competitors’ inflation rate]. And this is our chance, that is decisive, for our currency and especially for our exports. Raising exports is vital for us, and this in turn depends on maintaining a relative low price level and wage level … As I have said, keeping the price level below that in other countries is the focal point of our efforts at the central bank, and it is a success of those efforts. That should be born in mind by those who say to us: your restrictive measures are too tight, are no longer necessary” (citato da Holtfrerich 1999: 345). Insomma se ci sono cambi fissi, come nel sistema di Bretton Woods, l’importante è tenere l’inflazione un po’ più bassa dei concorrenti per sostenere le proprie esportazioni, pur continuando a godere di un cambio forte. Negli anni 1950 le critiche alla Germania sono così un de te fabula narratur di quelle odierne. Con lo SME e poi con l’UME Italia, Francia e gli altri hanno voluto imitare i tedeschi al gioco della disciplina, ma loro si sono sistematicamente rivelati più bravi. Dallo SME si è scappati, per un po’. Ora nell’UME è un bel guaio anche per noi che bolle non ne abbiamo avute e una industria invece ce l’abbiamo (a differenza degli spagnoli), ma abbiamo pure uno zoccolo inflazionistico rispetto ai tedeschi che ci fa costantemente perdere competitività. Esso non è stato scalfito né dallo SME né dall’UME la cui sferza non ha colpito i settori protetti dalla concorrenza internazionale, e lo sarà ahimè, solo marginalmente dalle liberalizzazioni di Monti. Il suo abbattimento richiederebbe piuttosto una costosa modernizzazione del paese, investimenti in infrastrutture, trasporti collettivi, risparmio energetico, riorganizzazione della pubblica amministrazione e quant’altro.

Alla luce dell’analisi economica non conformista, il “mercantilismo monetario” è anche un bel lucro pei capitalisti tedeschi: infatti mentre i bassi salari interni (bassi relativamente alla elevata produttività tedesca) generano un bel sovrappiù (profitto) per i capitalisti, quest’ultimo può essere in buona misura smaltito nella periferia europea a cui non è stato fatto mancare, almeno sino a tempi recenti, un cospicuo flusso di crediti finanziari. I capitalisti tedeschi fanno quello che gli altri vorrebbero fare, ma non riescono, e che peraltro tutti contemporaneamente non si può fare per definizione. Da questo punto di vista non li si può biasimare più di quanto si debbano biasimare i capitalisti nostrani per il goffo tentativo di imitarli, predisponendo alle imprese tedesche il tappeto verde su cui il “mercantilismo monetario” meglio si esplica, cioè i cambi fissi, anzi, irrevocabilmente fissi.

La tesi di Sinn è tuttavia radicalmente diversa. La sostanza è che le uscite di capitale dalla Germania avrebbero impoverito le capacità di investimento di questo paese, ciò che spiegherebbe la sua ridotta crescita durante gli anni dell’UME. Con l’insorgere della crisi europea, così prosegue il ragionamento, i tedeschi hanno cominciato a trattenere i capitali in Germania. Questo, accompagnato allo sforzo imprenditoriale e ad anni di moderazione salariale (sic), avrebbe condotto a una crescita guidata dagli investimenti [3]. Ora tutti invece sanno (v. per esempio Banca d’Italia pag. 47 di cui ci fidiamo di più) che la crescita tedesca v’è sì stata, ma guidata dalle esportazioni verso i paesi emergenti. E ciò in seguito sia al deprezzamento dell’euro che è seguito alla crisi, che alla domanda sostenuta in quelle aree. Grottesco a dirsi, anche con la crisi dell’EMU la Germania ci ha guadagnato, questa volta sui mercati extraeuropei. Un po’ troppo vittimismo, prof. Sinn!

Un gran polverone Sinn ha inoltre sollevato a metà dello scorso anno, quando ha accusato la BCE di stare allegramente finanziando i debiti dei paesi periferici. La questione ha a che fare con un complesso marchingegno che la BCE gestisce per regolare i flussi finanziari fra le banche dei paesi dell’Eurozona, sistema chiamato TARGET 2. Il dibattito è stato assai acceso se Sinn avesse torto o ragione [4]. Per quello che ho capito, egli non ha tutti i torti (anche se Sinn “over-stretches his case”). Semplificando al massimo, normalmente se un greco si indebita con la sua banca (greca) per acquistare una merce tedesca, l’esportatore tedesco attraverso la propria banca (tedesca) finisce per prestare la medesima somma ricevuta in pagamento alla banca greca e il cerchio si chiude: com’è ovvio è il droghiere a far credito al pensionato. La BCE in questo caso è coinvolta come mero tramite di questi flussi.

Con la crisi, dal 2008 o giù di lì, i tedeschi hanno cominciato a fidarsi meno a riprestare i soldi ai greci (e agli altri periferici). Dunque i proventi delle esportazioni hanno cominciato a rimanere presso le banche tedesche. A loro volta queste li ridepositavano presso la Bundesbank che, a sua volta, li ridepositava presso BCE. Ecco che allora è stata la BCE che ha cominciato a prestare alle banche greche. Nei fatti, obtorto collo, la BCE ripresta ai periferici i quattrini che i tedeschi non vogliono più direttamente prestare. A ciò si aggiungono le fughe di capitale che dalle banche dei periferici affluiscono alle banche tedesche. Via Bundesbank anche queste somme finiscono ridepositate presso la BCE che le ripresta alle banche dei periferici per non farle fallire in seguito alle fughe di depositi. Così la Bundesbank, e da ultimo banche e cittadini tedeschi, si trovano con un credito dell’ordine dei 500 miliardi di euro verso la BCE, la quale non li ha però più nei forzieri avendoli prestati alle banche della periferia, un bel rischio. Sinn ha apparentemente ragione, ma…

Ma ci si deve domandare cosa sarebbe accaduto se la BCE non avesse mantenuto in vita il circuito sostituendosi ai normali flussi di capitale privato dalle banche tedesche verso la periferia. Questi flussi, non dimentichiamolo, diventano mezzi di pagamento per le importazioni dalla Germania [5]. Il sistema sarebbe saltato. La Germania con il crollo della periferia avrebbe visto quello delle proprie esportazioni e la definitiva inesigibilità di tutti i crediti maturati (il creditore ha la necessità di tenere in vita il debitore). Anzi, ora va forse meglio alla Germania: essendo stata costretta a elargire, in un certo senso, ulteriori prestiti obtorto collo via BCE, ora almeno ha la garanzia del loro valore nominale: anche se la BCE perdesse tutto, in quali perdite in conto capitale può incorrere chi ha potere di stampare euro in maniera illimitata? (Why should the ECB go bust?).

Sinn e compagni sostengono che con quei soldi avrebbero potuto far man bassa di capitali reali (imprese pubbliche e private) nella periferia lucrando a vita interessi e rendite. Perché non l’han fatto allora? Forse perché la situazione in cui questi paesi vanno viepiù a versare li rende terreno d’investimento poco fertile? E non sa poi Sinn che un paese che svende i suoi capitali avrà per definizione una voce dei conti con l’estero perennemente negativa (i redditi netti da capitale) non meno di una famiglia che svenda la casa di proprietà sarà costretta per sempre a pagare un affitto? [6] E che se i soldi non li ha qualcuno glieli deve prestare? Quello che Sinn non capisce, e se non lo capisce lui che è il più eminente economista tedesco siamo nei guai, è che una economia europea e globale armonica non può fondarsi sul neo-mercantilismo delle economie forti. Nessuno chiede alla Germania di campare a ufo il resto dell’Europa, anzi, magari cominciasse a consumare di più i suoi prodotti, e magari qualcuno in più dei nostri! Prof Sinn, chieda agli esportatori tedeschi un embargo verso la periferia europea, non saremo noi a lamentarcene.

Tutta la ricetta economica di Sinn & c. si risolve alla fine nel dire: se non siete capaci di riguadagnare competitività a forza di tagli a salari e prezzi, bene fuori dall’euro. E’ un ragionamento un po’ da camionisti (con tutto il rispetto per questa categoria). Ma del resto se aprite il sito di Cesifo dove v’è un primer che spiega gli arcani di TARGET 2 trovate una vignetta che nella cabina di un TIR non sfigurerebbe, ma che sarebbe inaccettabile in qualunque sito di economisti nel resto del mondo (si può sospettare che non esistano economiste tedesche). Ma prendiamola con simpatia, anche un economista tedesco vuol cercare, a modo suo, di rendersi divertente.

PS: L’articolo di Giovanni Perazzoli (su micromega.net: Eurocrisi: non sparate su Berlino) è infarcito di luoghi comuni che farebbero la gioia di Sinn: sostanzialmente che l’austerità castiga i costumi viziosi e dissipatori della periferia, mentre il successo tedesco è tutto frutto di virtù e morigeratezza. Che i tedeschi abbiano tante virtù non v’è dubbio, ma con la moderazione salariale non si cresce e si creano problemi agli altri, come abbiamo cercato di spiegare sopra. Quanto a noi, abbiamo tanti difetti e in mezzo a noi (e un po’ dentro di noi tutti) ci sono tanti piccoli e grandi Schettino di cui ci vergogniamo: codardi, superficiali, volgari, cinici quando non ladri. Però siamo anche un popolo di grandi lavoratori e belle teste. Con più posti di lavoro, vedrà che il nostro lato migliore avrebbe più chances di averla vinta, ma l’austerità non porta lavoro. E non ritiene, alla luce di quanto ho sopra cercato di argomentare, che sia l’opinione pubblica tedesca a essere oggetto di un lavaggio del cervello? Li hanno costretti a sacrifici per metter fuori mercato altre economie a cui hanno elargiti crediti per vender loro merci, crediti ora inesigibili. E’ vero, i tedeschi sono vittime, ma del loro austero capitalismo non del disgraziato impiegato pubblico greco.

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Note


[1] Un’area valutaria ottimale è un’insieme di regioni economicamente omogenee o, se disomogenee, disponibili a sostenersi vicendevolmente con cospicui trasferimenti di reddito e attraverso una forte mobilità interregionale del lavoro, come nord e sud l’Italia, per capirci.

[2] Per paesi centrali si intendono Germania, Paesi Bassi, Austria e Finlandia. Invece Francia e Belgio non sono propriamente paesi “core”.

[3] “Germany was not the euro winner, as some politicians argue, but is benefiting from free trade. The massive flow of capital out of Germany and into the deficit countries ushered in by the introduction of the euro is a major reason why Germany had the lowest net investment rate of all OECD countries for a long time, lagged behind them in terms of growth and was hit by mass unemployment, which forced the Schröder government into implementing painful social reforms. From the start of interest rate convergence, triggered by the announcement of the introduction of the euro as early as 1995, until 2007, the last year before the crisis, Germany had fallen from third to eleventh place in the ranking of EU countries by GDP per capita. In the light of these facts, the assertion that Germany has profited in any special way from the euro is untenable.
Germany was not able to achieve above-average growth until after the outbreak of the euro crisis in 2010 and 2011. However, that was partly because it had already survived its own euro crisis through years of restraint in terms of wages and prices accompanied by strenuous efforts on the part of businesses, and partly due to a revised assessment of foreign risks, which induced German investors to keep their money in their relatively safe home port. The economic recovery of the last two years was indeed primarily driven by investment. They enabled Germany to work its way up from eleventh to ninth place in the ranking of EU countries. So the current success is not achieved thanks to the euro, but actually despite it, and because of its crisis.” (qui)

[4] Il testo di chi ha sollevato per primo la questione, Peter Garber della Deutsche Bank, è forse il più chiaro. Critico di Sinn e con bibliografia aggiornata qui.

[5] Il funzionamento di TARGET 2 mostra come sia la spesa a credito della periferia a far generare, via maggiori esportazioni, produzione e reddito tedesco, i risparmi di Fritz e di Karl, il che non è sorprendete per chi ha capito bene Keynes. Ciò dimostra con buona pace di Sinn che i tedeschi non stanno sacrificando i propri risparmi per sostenere la periferia, ma viceversa, quei risparmi si creano a causa della spesa che avviene nella periferia. Se non ci fosse quella spesa, nicht risparmi. Purtroppo l’economia non funziona come la descrivono i moralisti.

[6] Chi tifa per la privatizzazione delle aziende pubbliche lo tenga a mente.

[7] “Euro countries that are not willing or objectively unable to take the necessary measures to reduce imbalances and debt should be allowed to withdraw from the euro area and revert to the status of EU countries that are not in the Eurozone. Exiting the Eurozone should be mandatory in the case of default, and the relevant procedures should be contractually set out. Only a monetary union that remains a voluntary confederation of states with respect for the mutually agreed rules has the hope of permanency.”

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