Uscire dall’euro: senza unione politica non c’è unione monetaria

Intervista a Sergio Cesaratto

Come funziona l’Euro? Ne abbiamo parlato con il professor Sergio Cesaratto, ordinario di Economia della crescita e di Politica economica europea all’Università di Siena, collaboratore di riviste di economia italiane ed internazionali come Research Policy, Cambridge Journal of Economics, Review of Political Economy e la rivista online www.economiaepolitica.it,  autore di contributi giornalistici pubblicati da Il Manifesto, l’Unità, Il Sole 24 Ore e Micromega. Si è principalmente occupato di teoria della crescita e analisi dei sistemi pensionistici in una prospettiva non ortodossa. Il suo blog è politicaeconomiablog.blogspot.it.


Prima dell’Euro, ci sono stati altri casi di unioni monetarie senza unione politica?


Non ci sono casi di unioni monetarie che abbiano preceduto unioni politiche. È sempre accaduto il contrario. Certo, nel caso di annessioni come quella del Mezzogiorno nel 1860 l’unione monetaria è stata imposta; ma alla lunga la sostenibilità dell’unione ha comportato che le regioni ricche si facessero carico di quelle più arretrate.

 
Quali sono state le carenze nella costruzione dell’unione monetaria europea (UME)?


L’Euro nasce senza un meccanismo interno di riciclaggio dei surplus commerciali fra i paesi che hanno aderito alla moneta in surplus – i paesi “core” del Nord Europa – e quelli in disavanzo – la periferia.

Un’unione monetaria è cioè sostenibile se ha dei meccanismi interni redistributivi di reddito fra regioni, da quelle in surplus commerciale verso quelle in disavanzo. Solo così si può rinunciare alla propria moneta, e quindi alla possibilità di correggere la propria competitività attraverso aggiustamenti del cambio.

 
Può fare un esempio di meccanismo redistributivo?


Dai tempi del gold standard, i paesi periferici hanno aderito ad accordi di cambio fisso quando hanno avuto la possibilità di finanziare la propria crescita attraverso l’importazione di capitali dai paesi centrali. Questi, d’altra parte, si rendevano disponibili a investire all’estero perché si sentivano rassicurati dalla stabilità del cambio, e dal fatto che un sistema di cambi fissi imponeva un impegno alla disciplina di bilancio.

Fino al 2008, c’è stato il riciclaggio da parte delle banche della “core-Europe” dei surplus commerciali di quest’area a favore della periferia. Ma con la crisi questo meccanismo si è inaridito e ora non c’è nulla che lo sostituisca e l’aggiustamento è tutto sulle spalle dei paesi indebitati.

 
Ma quali sono le ragioni che hanno spinto i paesi europei a un’avventura tanto folle?

Da una parte, come abbiamo già detto, si è cercato di favorire l’afflusso di capitali nei paesi periferici. E dall’altra l’Ume ha cercato di importare nei paesi più deboli la disciplina dei più forti.

Un tentativo che era già stato compiuto ai tempi del sistema monetario europeo. Allora, la politica monetaria – ovvero la fissazione del tasso dell’interesse – era sostanzialmente condotta dalla Bundesbank guardando alle esigenze tedesche e non dell’insieme dei paesi membri .


La scelta politica dell’austerità per combattere la crisi è stato un errore o c’era chi ha sfruttato l’occasione per perseguire propri fini? E se sì quali erano questi fini?


Nel giugno del 2012, l’economista conservatore canadese, il premio Nobel Robert Mundell, ha dichiarato, secondo The Guardian, che la morsa dell’austerità rappresenta la realizzazione dello scopo disciplinante originario dell’unione monetaria europea.

Un’affermazione che trova una sponda in un articolo pubblicato il 26 agosto 2003 sul Corriere della Sera da Tommaso Padoa-Schioppa, uno dei padri dell’UME. Secondo il ministro del Tesoro dell’ultimo governo di centro-sinistra:

“Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora.

Ma deve essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato”.


Insomma, l’euro non è fallito. Ora sta dispiegando tutta la sua forza devastatrice – tra gli Osanna (postumi) di Padoa Schioppa ed altri come lui.

 
Quali sono le soluzioni che prospetta per cercare di uscire dall’impasse in cui siamo finiti?


Essenzialmente ci sono due alternative.

La prima strada è quella tracciata da Keynes e si tradurrebbe in un coordinamento delle politiche fiscali e monetarie in senso espansivo.

Bisognerebbe:

- riformare le istituzioni europee creando una autorità che coordini la politica fiscale;
– rafforzare i poteri dell’Eurogruppo (riunisce i ministri dell’Economia e delle finanze degli stati che adottano l’Euro);
– assegnare alla BCE l’obiettivo della piena occupazione accanto a quello della stabilità dei prezzi.


A completare il quadro ci vorrebbe anche una seria unione bancaria, che preveda meccanismi di prevenzione e di risoluzione delle crisi finanziarie a livello europeo.

Ci vorrebbero misure come la garanzia della BCE sui debiti sovrani – o ancora l’europeizzazione di parte dei debiti pubblici (ovvero i famosi eurobond) – che dovrebbero portare ad una significativa riduzione della spesa per interessi per i paesi periferici consentendo loro di stabilizzare il rapporto debito pubblico/Pil.

Tutto molto bello, ma c’è un problema. La questione è che la Germania non è assolutamente interessata a fare da traino al resto dell’Europa abbandonando i presupposti del proprio modello mercantilista – centrato sull’esportazione, la contrazione della domanda interna e la stabilità di prezzi.

La seconda alternativa è la fine dell’Euro. Por termine al folle esperimento implica passaggi assai complessi. L’Unione Europea dovrebbe essere salvaguardata e per questo dovrebbe essere negoziata.

Scelte democraticamente prese e negoziazioni internazionali implicano processi politici assai lunghi e pubblici i quali, tuttavia, sono incompatibili con la stabilità finanziaria. Al primo vago accenno che forme di rottura dell’UME sono all’ordine del giorno politico si scatenerebbe infatti una enorme speculazione volta a spostare i capitali finanziari dai paesi con (futura) moneta debole verso quelli con (futura) moneta forte. Il che vorrebbe dire la fine immediata della moneta unica nel peggiore dei modi possibili.

L’unica strada percorribile sarebbe di accordi presi un venerdì sera almeno da un consesso di paesi che contano, da ratificarsi nel week end nei parlamenti nazionali.

Banche e mercati sarebbero destinati a rimanere chiusi, tuttavia, anche per alcuni giorni successivi durante i quali verrebbero adottate misure volte ad assicurare una transizione dolce verso le monete nazionali. Gli accordi dovrebbero definire un quadro di risoluzione per i rapporti di debito-credito, ora denominati in euro, una volta effettuato il passaggio a monete nazionali.

Ma come si fa ad assicurare la segretezza prima del citato vertice? Dato che questo è impossibile, è più realistico ritenere che a tale vertice si arrivi in seguito a un grave evento scatenante, come una crisi politico-finanziaria di prima grandezza in Italia o Spagna, tale da indurre alla chiusura dei mercati prima del vertice. La rottura potrebbe tradursi in un ritorno generalizzato alle monete nazionali, oppure in un’uscita della Germania e dei suoi satelliti, o infine in una uscita di uno o più paesi periferici.

 
Ritiene che una delle alternative sia più praticabile dell’altra?


La via Keynesiana è certamente desiderabile, mentre la rottura dell’euro – pur essendo ancora più desiderabile – è quella più densa di incognite. Tuttavia, entrambe non sembrano attuali. Un incidente di percorso – come una grave crisi politica in Italia che conducesse a una crisi di fiducia sul debito sovrano italiano – ci porterebbe dritti alla seconda alternativa (ma nelle peggiori condizioni). Alla prima prospettiva si contrappongono gli interessi del capitalismo tedesco interessato, peraltro, alla costituzione di un esercito industriale di riserva (un pool di disoccupati) nella periferia europea a cui ricorrere dato l’invecchiamento della popolazione tedesca.

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