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Sergio Cesaratto: Fassina: un passo avanti e due indietro

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Fassina: un passo avanti e due indietro

Sergio Cesaratto

Pubblico una breve e sgrammaticata cronaca dell'incontro alla Camera dei deputati, il sonoro è qui. Segue una traccia del mio intervento (letto solo in parte). Infine una postilla su ciò che penso.


Cronaca dell’evento


Il mio intervento ha un audio pessimo, colpa mia che ho parlato con troppa veemenza e vicino al microfono. Non è molto importante. Un commento più serio riguarda gli interventi finali. Mentre D'Antoni è stato più problematico Guerrieri è stato di nuovo totalmente arroccato nella difesa non solo dell'Europa (passi) ma dell'euro. Fino a che mi si dice che una rottura sarebbe complicata e rischiosa sono d'accordo, ma una difesa sperticata dell'euro con argomenti triti (cosa farebbero 17 piccoli paesi con la Cina lupo cattivo... come se non si potesse ricostituire una forma di unità europea senza euro con cambi fissi ma aggiustabili ecc.) Fassina che ci aveva promesso il piano B ha anche parlato di una rottura dell'euro come sconfitta storica, che se si rompe si sfascia tutto, il baricentro del mondo si è spostato, insomma il trito e ritrito.


Ancor più grave è che il Piano B (quello che si adotta se Bruxelles-Berlino dicono nein al mutamento radicale delle poitiche europee), beh si tratta di sforare dello 0,5 (sì, zerovirgolacinque) il disavanzo. Insomma, se non mi dai la torta guarda, stai attenta Europa che mi rubo il pasticcino. Su Cuperlo si tratta di stendere un velo pietoso. Presentarsi col dire, sapete io non sono competente su questi temi sarebbe cosa che in un paese serio ti caccerebbero via a pedate. Il senso della giornata è che dopo Hollande e Steinmaier ora siamo appesi alla speranza Schulz. Facile indovinare come andrà a finire. Aggiungo che elementi di analisi condivisibili nell'introduzione di Fassina e di altri c'erano: l'assurdo eccesso di rigore dei governi italiani e gli effetti recessivi di una manovra che tagli la spesa pubblica per ridurre l'imposizione fiscale. Ma è un po' poco (e tardi come al solito) per compensare proposte che si riduconoa violare di na 'nticchia i vincoli (con l'Europa che peraltro non te lo permette) e sperare in Schulz. Deprimente Gualtieri (teorico dell'nticchia). Piga che denuncia l'ultrarigorismo propone di rimediare 30 miliardi da appalti più puliti per fare investimenti. A parte che sarebbero noccioline, egli stesso nega effetti a breve dalla spending review, figurati da una riforma degli appalti. La mia previsione è che a breve col fallimento di Renzi questo paese entrerà in una crisi politico-istituzionale con conseguente crisi finanziaria. A quel punto o entriamo nell'OMT, cioè la troika, o si porrà la questione di una uscita. La sinistra sarà completamente impreparata. Belli gli interventi di Giacché, Stirati e Bagnai. Nel mio intervento ho duramente criticato anche il federalismo, che naturalmente solo i sognatori immaginano all'ordine del giorno (vedi Lista Tsipras), a cui la sinistra dovrebbe guardare con sospetto laddove svuoti lo stato nazionale come terreno in cui si esplica la dialettica democratica e sociale.



Intervento: Un passo avanti e due indietro


In due articoli su il manifesto – uno con Turci – ho denunciato nei giorni scorsi le assurdità della politica economica italiana ossessionata dal rispetto del vincolo sul disavanzo, mentre Francia e Spagna l’hanno eluso crescendo un poco più di noi. Una politica ossequiosa verso l’accanimento europeo nei nostri confronti culminato nella procedura per squilibri eccessivi di mercoledì scorso.

All’Italia viene imputato il livello elevato del debito pubblico e la fragile competitività estera la cui causa ultima sarebbe il protrarsi di una debole crescita della produttività. Simili rimbrotti vengono rivolti alla Francia, mentre il tono si fa più dolce con la Spagna (dimenticando i suoi dati paurosi su disoccupazione e il debito estero). Persino all’osservatore esperto è complicato commentare affermazioni sgangherate quali si ritrovano nel rapporto della Commissione. Come si fa da un lato a lamentare che uno dei problemi europei sia la scarsa crescita della domanda e degli investimenti, e per l’Italia della produttività, e poi imporre ulteriori misure di restrizione fiscale? Tutti sanno che investimenti e produttività dipendono dalla domanda aggregata e quest’ultima dalle politiche di bilancio. La Commissione è all’opposto piena di soggezione verso i surplus commerciali tedeschi e la loro politica fiscale ultra-restrittiva tale da averli condotto al superamento degli obiettivi di aggiustamento fiscale (lasciando da parte il loro persistente gioco sporco sull’inflazione, ora fanno deflazione in linea con la periferia annullandole i pur effimeri effetti sulla competitività). Berlino dovrebbe essere sul banco degli accusati. E invece no.

La reazione dei mass media di regime – esclusi ahimè quelli della destra - e del governo sono stati improntati al solito servilismo di fatto: faremmo di più anche se l’Europa non ce lo chiedesse. Faremmo cosa? Ecco il mantra delle riforme. Su questo Maurizio Zenezini - economista del lavoro dell’Università di Trieste, uno dei migliori economisti critici della “vecchia scuola” modenese e dintorni - ha curato un volume di una rivista dell’IRES regionale veneta sull’inutilità di questo chiacchiericcio ossessivo. Traggo liberamente dalla chiusa del suo saggio introduttivo:

“Nel 2003 l’Ocse [sì quella del ministro Padoan] registrava l’ampiezza delle riforme economiche realizzate in Italia nel decennio precedente, ma doveva constatare che esse si erano accompagnate ad un progressivo indebolimento delle prospettive di crescita dell’economia: ‘è ironico che un prolungato periodo di crescita modesta e ostinata inflazione abbia coinciso con un periodo di continue riforme’(Ocse, 2003, p. 12). Dieci anni dopo, la discussione è ferma allo stesso punto.

E nel 2013 si dice: ‘L’Italia ha sperimentato negli ultimi 15 anni un miglioramento negli indici di regolamentazione del mercato dei prodotti più forte della maggior parte dei paesi Ocse’ (Ocse, 2013, p.), ma l’economia ha smesso di crescere ...Così l’Ocse ricorre ad argomenti metafisici: ‘senza le riforme passate, attualmente il tasso potenziale di crescita dell’Italia sarebbe significativamente negativo’ (Ocse, 2013, p. ). …

Sarebbe impossibile fornire un’immagine più precisa dell’irresponsabilità che costituisce la cifra latente della politica economica degli ultimi decenni. Nessun riesame delle riforme effettuate è permesso, è impedita la discussione su politiche economiche alternative: se le riforme non funzionano, si può sempre dire che senza di esse le cose sarebbero andate peggio, se gli indici di deregolamentazione non sono correlati con la desiderata performance potremo denunciare l’insufficienza degli indici, se le riforme hanno effetti trascurabili, si chiederà comunque di rafforzarle e di aumentare la flessibilità.

E’ la stessa irresponsabilità che Keynes denunciava nel 1925 esaminando le conseguenze della politica economica del governo Churchill:

‘Poiché il pubblico afferra sempre meglio le cause particolari che le cause generali, la depressione verrà attribuita alle tensioni industriali che l’accompagneranno, al piano Dawes, alla Cina, alle inevitabili conseguenze della grande guerra, ai dazi, alle tasse, a qualunque cosa al mondo fuorché alla politica monetaria generale, che è stata il motore di tutto.’”

Su questa denuncia del mantra delle riforme si dovrà tornare con un’iniziativa ad hoc a Roma.

In questo quadro di ossequio all’austerità europea e di mantra pseudo-riformista, la sinistra non riesce a esprimere una reazione convincente. Se da un lato la costituzione di una lista a sinistra del PD renziano è un fatto positivo poiché essa colma un vuoto, v’è a mio avviso un pericolo che essa agisca da soporifero, almeno temporaneamente, alla maturazione di una seria protesta popolare. Nella lista la cifra prevalente è quella espressa da Marco Buscetta su il manifesto dove leggiamo:

Tanto mag­giore sarà il valore della lista Tsi­pras quanto più riu­scirà ad essere «non ita­liana» e, per certi versi, «anti­ta­liana»…. Pen­sare la rico­stru­zione «sociale» e demo­cra­tica dell’Europa come una som­ma­to­ria di suc­cessi delle sini­stre nazio­nali (…), è un punto di vista che con­trad­dice in pieno la dimen­sione glo­bale e inter­na­zio­na­li­sta nella quale la rivo­lu­zione sociale era stata pen­sata prima che lo sta­ta­li­smo e il nazio­na­li­smo le impo­nes­sero il loro guin­za­glio. Dopo le cata­strofi che ne sono con­se­guite è a quella dimen­sione che dovremmo cer­care di fare ritorno. Rileg­gendo in que­sta chiave la neces­sità dell’Unione euro­pea.

Quindi “statalismo” e “nazionalismo” come avversari, per giunta fallimentari. Pannella e Bonino sottoscriverebbero, o no? Sfugge completamente a questa posizione la natura dello Stato nazionale come spazio prioritario, come playing field in cui si esprime la democrazia e la dialettica sociale. In un saggio pubblicato sul mio blog in cui riconducevo il confronto fra le due anime internazionalista e nazionalista della sinistra alla controversia fra Marx e Friedrich List, citavo in proposito dei passi di un altro maestro dell’economia critica, Massimo Pivetti, che scrive:
 
Il problema è che da parte della sinistra e dei sindacati dei lavoratori non vi è stata in Italia nel corso degli ultimi trent’anni alcuna riflessione sul processo di ridimensionamento dei poteri dello Stato-nazione nel controllo dell’attività economica come possibile base di un processo di crisi della nostra unità nazionale. Nella sinistra continua a prevalere l’idea che non vi sia alcuna alternativa al continuare ad assumere fino in fondo l’orizzonte politico dell’Europa, coûte que coûte. Si ragiona come se l’influenza esercitata nell’ultimo trentennio da monetarismo e neoliberismo sul progetto d’integrazione europeo potrebbe dopo tutto finire per dissolversi; dall’Europa dei vincoli si potrebbe finire per passare all’Europa della crescita e l’integrazione monetaria potrebbe dopo tutto finire per tradursi effettivamente in vera e propria integrazione politica. Eppure, i continui allargamenti dei ‘confini europei’ dovrebbero aver reso a tutti evidente come quello dell’unificazione politica sia sempre stato solo uno specchietto per le allodole, avente lo scopo di facilitare l’accettazione da parte dei popoli europei degli svantaggi derivanti dalla rinuncia alla sovranità monetaria e a buona parte di quella fiscale da parte dei rispettivi governi. E poi …la reazione dei governi alla crisi economico-finanziaria ha reso evidente che perfino un semplice coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio, finalizzato alla difesa dei redditi e dell’occupazione, è di fatto fuori gioco in Europa” (ibid: 58).

Certamente l’utopismo ha una nobile funzione mobilitante ed è in questo imprescindibile alla sinistra. L’obiezione, tuttavia, non riguarda solo la speranza che quest’Europa cambi in una direzione federalista, sfido a citare uno studioso storico-sociale che coltivi quest’illusione. Se gli intellettuali della Lista Tsipras conoscessero un po’ la teoria delle aree valutarie ottimali saprebbero che una Europa federale implica quella tax-transfer union tanto temuta dai tedeschi.

Ci dovremmo chiedere se la prospettiva federale sarebbe poi davvero desiderabile per la sinistra. Lasciando da parte la prospettiva umiliante di essere area sussidiata, ma non stiamo compiendo un errore esiziale nel demandare spazi di democrazia a livelli sovranazionali in cui necessariamente essi vengono fagocitati da altre logiche, piaccia o non piaccia? Perché altri popoli sono gelosi della propria indipendenza che vedono sinonimo di tutela della democrazia dal basso? Non solo la Svizzera o gli scandinavi, ma anche il popolo francese che federalista non è. Non dovrebbe un vero utopismo internazionalista pensare a un’associazione di popoli liberi e indipendenti con la democrazia mantenuta al livello più basso possibile? Questo doppio errore su Europa e federalismo, sia nel tattico che strategico, può condurre la Lista Tsipras a un ruolo di alibi al prolungamento dell’agonia europea. L’ennesimo errore storico della sinistra dopo quello, con cui non ha ancora fatto i conti, di essere stata madrina dell’euro. Non voglio naturalmente entrare nel merito delle liste, altri ben più autorevoli l’hanno fatto. Quello che va denunciato è che non è stato certamente fatto uno sforzo di inclusione di posizioni più radicali, significativa la mancata inclusione di economisti critici da anni sulla breccia.

Non so come andrà a finire. Il prossimo anno entra in vigore il fiscal compact con l’obbligo di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil di un ventesimo all’anno sino al livello del 60%, con tanto di sanzioni quasi-automatiche per gli inadempienti. Questo ci imporrebbe surplus di bilancio tali da far impallidire l’austerità sinora subita. Non se ne farà nulla. Ma ben vengano le sanzioni se esse portassero, finalmente, a una grave crisi politica-istituzionale europea che accelerasse il redde rationem di questa vicenda. Ma la crisi potrebbe anche venire quando, molto presto, le illusioni renziane verranno al pettine, molto velocemente dato che non sta neppure provando a cambiare qualcosa in Europa, anche perché si è scelto consiglieri beoti. Ben venga dunque una crisi in cui l’Europa finalmente scelga fra una strada federale o una separazione consensuale. Ma non illudetevi ché l’opzione federale non sarà quella che alcuni di voi sognano. Una volta in qualche modo risolta la crisi del debito (dopo un po’ di ristrutturazione alla greca), sarà creata una feroce unione fiscale in cui quel poco della sovranità economica sarà ceduta a Bruxelles. Meglio dunque la seconda strada. Il punto è che con questa sinistra che non riflette sugli errori storici, tattici e strategici dell’europeismo, anzi lo coltiva, a governare i processi qualsiasi essi siano sarà la destra con un semi-autoritarismo populista. Su questo vi chiamo a meditare.


Postilla

A chiarificazione delle miei idee e perché non mi va di passare per un avventurista, ho scritto a un partecipante queste righe:

"... non parto lancia in resta dicendo usciamo o rompiamo l'euro. Sono pienamente consapevole che a fronte di una uscita "a freddo" Europa e mercati ci farebbero c... tanto. Ciò detto.

a) a fronte di un possibile e probabile aggravamento della situazione l'alternativa fra OMT + troika oppure uscita si potrebbe porre. Vale la pena dunque rifletterci sopra e preparaci a questo tipo di eventi.

b) non si tratterebbe certo di un evento leggero, questo è assodato. Quello che però rifiuto è la tesi che fuori dall'euro (ammesso e non concesso naturalmente che ci si arrivi vivi) sarebbe la catastrofe, 17 piccoli paesi in balia delle grandi potenze globali e quant'altro. A parte che elementi di cooperazione europea, anche monetaria, potrebbero e dovrebbero ancora esistere, non vedo la Corea del sud o tanti altri paesi medio-piccoli preoccuparsi di questo. Noi continueremmo a essere una mezza Argentina (non mi illudo) ma certo più vivi di ora, converrai con me che stiamo morendo.

Naturalmente quello che anche ci differenzia radicalmente è la speranza che l'Europa cambi, che per me è zero, e persino che un'Europa federale sia auspicabile sia sotto il profilo economico che democratico.

Ne discuteremo ancora, ma ci tengo a non passare per un ingenuo avventurista "usciamo dall'euro". Penso che il problema si porrà da sé. Forse, naturalmente. Nessuno ha la verità in tasca."

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