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Franco Cassano: Occidente al tramonto

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Occidente al tramonto

Franco Cassano

L'ultimo lavoro di Danilo Zolo non si limita alla critica dell'ideologia «progressista» usata dai potenti della Terra per legittimare il loro potere, perché punta a definire una agenda politica per uscire dall'irreversibile crisi della globalizzazione. Ma che sottovaluta la necessità di definire un orizzonte comune con l'Oriente

Danilo Zolo è una figura insolita nel panorama filosofico italiano. Egli, infatti, è da sempre un intellettuale disorganico, il cui forte impegno analitico e politico non è mai consolatorio, anzi è profondamente avverso a qualsiasi conciliazione risolutiva e rassicurante. Il suo stile intellettuale, sobrio ed inquieto, lo ha portato ad interrogare lungo il suo percorso anche tradizioni intellettuali diverse da quella italiana, e ad attraversare campi disciplinari spesso distanti, dalla filosofia politica alla teoria della conoscenza, senza concedere alibi né agli altri né a se stesso. In altre parole egli è l'opposto sia dell'accademico che del filosofo oracolare, che ama enunciare senza mai abbassarsi a dimostrare quanto dice.

Negli ultimi due decenni, quelli che hanno fatto seguito al crollo del sistema socialista e hanno visto l'estendersi dei processi di globalizzazione, il lavoro di Zolo è stato particolarmente prezioso perché ha preso di mira a tutto campo quella che potremmo chiamare l'ideologia dei vincitori. Anche in questa scelta si ritrova il tratto «scomodo» appena ricordato: Zolo non corre mai in soccorso dei vincitori, anzi potremmo dire che è preso dalla sindrome opposta, concentra il fuoco della sua critica proprio sui dispositivi ideologici, giuridici e istituzionali attraverso cui essi organizzano e riproducono il proprio dominio. È accaduto così che in questi anni egli abbia preso coraggiosamente di mira in sequenza la teoria della guerra umanitaria, l'ideologia dei diritti umani, l'aura di sacrale imparzialità che circonda le istituzioni internazionali e tutte quelle teorie che, dietro una pretesa universale e cosmopolitica, nascondono l'interesse dei vincitori, il dominio globale dell'Occidente atlantico. E vale forse la pena di ricordare che questa critica radicale dell'universalismo liberale nell'era della globalizzazione, non essendo Zolo mai stato un marxista, è aliena da qualsiasi nostalgia nei riguardi del passato.

Il suo ultimo libro non si limita però a confermare ed esaltare questo stile di lavoro, perché si propone di comporre le diagnosi critiche di questo ventennio all'interno di una rappresentazione unitaria, per tentare di definire la prospettiva verso la quale il pianeta è destinato ad avviarsi. Il quadro che ne deriva è sintetizzato nel titolo: Tramonto globale. La fame il patibolo, la guerra (Firenze University Press, pp. 226, euro 17,90). La tendenza che Zolo mette a fuoco è quella della crisi progressiva ed irreversibile dell'ideologia ottimistica e progressista con cui i vincitori hanno tentato di rappresentare il passaggio storico degli ultimi decenni. Se nel primo dei tre capitoli al centro dell'analisi è il declino dell'ideologia dei diritti umani e il crescente logoramento della sua capacità di mascherare le politiche di aggressione dell'Occidente, il secondo capitolo si concentra invece sul «tramonto globale» della democrazia.


Un sociale da reprimere

Quest'ultima sta perdendo sempre più quel carattere universalistico ed espansivo che l'aveva accompagnata negli anni dell'estensione del Welfare State, i cosiddetti «trenta gloriosi», e sembra aver ormai compiuto una radicale inversione di marcia. Al posto dei diritti sociali estesi a tutti i cittadini si vengono affermando imperativi securitari e la risposta alla pressione esercitata dalla massa crescente degli esclusi è ispirata a principi sempre più esplicitamente repressivi. Con un drammatico mutamento del codice dominante si è passati, dice Zolo, dalla prospettiva dell'inclusione progressiva ed universale a quella dell'esclusione e della repressione carceraria, dallo Stato sociale alla società penitenziaria. Se nei «trenta gloriosi» si era creduto di poter inglobare tutti, adesso le porte si sono chiuse e chi cade fuori dell'ordine sociale va trattato senza indulgenze e senza speranza: il ritorno all'esaltazione della reclusione e alla pena di morte è il segnale del tramonto dell'orizzonte progressista.

Questo quadro regressivo viene completato dall'ultimo capitolo, che Zolo dedica alla crisi verticale delle Nazioni Unite. Con le contraddizioni del globalismo giudiziario Zolo si era già confrontato, in modo particolare in Cosmopolis (1995), Chi dice umanità (2000) e I signori della pace (2001), nei quali aveva messo in risalto alcune conseguenze pericolose dell'ideologia cosmopolitica, in primo luogo quella della reintroduzione del concetto di «guerra giusta», che lo jus publicum europaeum aveva realisticamente messo da parte, fondando la messa in forma giuridica delle relazioni tra gli Stati sulla ricerca di equilibri tra le rispettive sfere di sovranità. Ma quelle contraddizioni sono diventate una vera e propria crisi allorché gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno ripetutamente scavalcato le Nazioni Unite quando loro conveniva. Questo passaggio segna una discontinuità drammatica, perché la rinuncia da parte del soggetto più forte ad accettare di «mettere in forma» la propria potenza ferisce in modo gravissimo non solo un'istituzione, ma l'ideologia stessa a cui essa si era ispirata, quel globalismo giuridico che, sotto la spinta dell'universalismo wilsoniano, aveva trovato in Hans Kelsen la sua espressione più «pura». Quando un'istituzione giuridica viene messa in crisi dagli stessi soggetti che ne avevano a suo tempo ispirato la costruzione, diventa evidente che essa ha ormai perso in modo irreversibile la propria credibilità.

Di fronte ad una crisi arrivata ad un punto così profondo, nelle ultime pagine del libro Zolo propone di sostituire al globalismo giuridico la nozione schmittiana di Grossraum, cioè di una serie di grandi spazi regionali, «ordinati e coesistenti, di sfere di intervento e di aree di civiltà», che «potrebbe determinare il nuovo diritto internazionale della terra». Questa prospettiva, che nei suoi tratti essenziali era già stata avanzata nelle ultime pagine di Cosmopolis, diventa oggi per Zolo di stringente attualità, perché solo essa permetterebbe all'Europa di giocare un ruolo autonomo, affrancandosi «dalla sudditanza politica e militare agli Stati Uniti» e scegliendo di «svolgere una funzione di equilibrio in un mondo nel quale stanno emergendo potenze regionali decise a liberarsi dall'universalismo imperiale degli Stati Uniti».

È da questo passaggio conclusivo del libro che vorremmo partire per svolgere qualche ulteriore considerazione su un punto non marginale della ricostruzione di Zolo che ci convince meno. La proposta schmittiana dei «grandi spazi» costituisce sicuramente un bagno di realismo politico a fronte dell'astrattezza e della doppiezza che minano il globalismo giuridico, ma, a sua volta, non è certo priva di ambiguità. Un impianto simile anima, ad esempio, il quadro teorico del famoso libro di Samuel Huntington sul conflitto delle civiltà. Anche Huntington afferma che l'epoca che si è aperta è quella della fine dell'egemonia dell'Occidente e dell'affermarsi di un «sistema a più civiltà», ma nella sua ricostruzione tale sistema è esposto in modo costante al rischio che la pluralità si trasformi in conflitto. Se l'universalismo giuridico ha dimostrato di non poter essere la soluzione, non ne discende in nessun modo la garanzia che il pluralismo non si rovesci (del resto è già accaduto con il primo conflitto mondiale) in uno scontro, che le civiltà non si chiudano nelle proprie ragioni, rendendosi ognuna impermeabile a tutte le altre. In altri termini si corre il pericolo di passare dall'universalismo dei più forti ad un pluralismo minato dal sospetto e sempre sul punto di rovesciarsi in scontro aperto quanto feroce.


Civiltà a confronto

Anche se il globalismo giuridico comporta le conseguenze che Zolo mette in luce, permane, in tutta la sua drammaticità, la necessità di ridurre l'estraneità reciproca dei soggetti, di trovare una base minima di traduzione e di intesa tra di essi. L'universale del futuro sarà molto diverso da quello che abbiamo conosciuto, perché dovrà essere il risultato di una costruzione a più mani, una base minima di valori comuni e condivisi che, senza estinguere la ricchezza che viene dalle differenti civiltà, le aiuti a superare l'incommensurabilità e intraducibilità delle rispettive ragioni. Chi scrive è, ad esempio, convinto che un confronto schietto e leale tra Oriente ed Occidente potrebbe essere prezioso anche per costruire forme nuove di equilibrio tra la libertà del singolo e coesione sociale. Facile a dirsi, molto difficile a farsi, ma forse proprio per questo bisogna muoversi subito in quella direzione, partendo dal lavoro di coloro che sono gia partiti, da Raimon Pannikar all'ultima fatica di François Jullien su L'universale e il comune. Il tramonto annuncia la notte, ma prelude anche all'arrivo del nuovo giorno e iniziare a lavorare può accorciare le ore di oscurità. Anche se l'alba non dovesse essere vicina bisogna farsi trovare preparati.

In altre parole non riusciamo a condividere l'elogio del pessimismo che attraversa Tramonto globale. Certo, è possibile che esso sia, come pretende Zolo, «la saggezza degli uomini coraggiosi che amano intensamente la vita propria e la vita degli altri, guardano la morte in faccia e non sanno che farsene del paradiso». Un sentimento da rispettere, ma difficile da condividere. Essere minoranza non è mai una consolazione, ma un problema che non si riesce a risolvere.

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