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ALAN BADIOU

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ALAN BADIOU


badiousw-783421.jpgIn un'epoca di pensieri deboli, anzi debolissimi, di "political correct" e di voci che non osano, Alain Badiou insegue la verità con tutte la passione che il concetto evoca. Questa presentazione- intervista che "posto" (da: http://elparison.spaces.live.com/) spero susciti quel minimo di curiosità necessaria per sentirsi invogliati ad affrontare le asperità del suo pensiero.

La voglia di dimostrare che la filosofia è viva e vegeta non gli è ancora passata,(il suo "Manifesto per la filosofia" è una lucida quanto appassionata analisi in favore del "pensiero che pensa se stesso") ed è evidentemente contagiosa. Un pubblico eterogeneo segue infatti con assiduità le sue lezioni serali, le riviste di tendenza si occupano di lui, e i convegni a lui dedicati si moltiplicano. Come può un filosofo che non si concede alla divulgazione televisiva e offre un pensiero rigoroso e privo di concessioni diventare un fenomeno di moda? Forse è la sua capacità di costruire un rapporto empatico con il suo interlocutore a ipnotizzare le sale.

Quando avverte delle resistenze e delle difficoltà nel pubblico, non esita a esplicitare meglio un concetto o un passaggio oscuro, o a provocare con una battuta una risata fragorosa e liberatoria. Il filosofo è insomma un po' anche uomo di teatro, e ha sempre amato i colpi di scena. Lo dimostrano bene certi suoi episodi di gioventù.

Nei primi anni Settanta, ad esempio, con la brigata maoista di cui era a capo, irrompeva a di-sturbare la lezione del più anziano collega Deleuze, colpevole di essere un "anarchico desiderante". Questo incidente non avrebbe impedito a Deleuze, qualche anno più tardi, di esprimere il suo apprezzamento per il giovane filosofo. "Fedele a Nietzsche, Deleuze non coltivava il risentimento", spiega oggi Badiou con una battuta. Da un punto di vista filosofico, il colpo di scena arriva con il saggio L'essere e l'evento (1988), in cui prende forma quello che sarà poi il cardine del suo sistema: il concetto di evento come forza che nasce su un punto di rottura, genera l'impensabile e l'inimmaginabile, e fa dell'uomo un soggetto capace di verità.

Siamo andati a incontrarlo nel suo appartamento parigino, per interrogarlo sulle difficoltà e le contraddizioni che attraversano il nostro presente.

Professor Badiou, le sue lezioni sono affollatissime, la rivista di tendenza Tecnikart ha definito il suo saggio Le Siècle "migliore idea del 2005". Che effetto le fa?
Devo confessare che per un filosofo come me essere in cima a una top ten è un fatto veramente strano. È la prima volta che mi succede, e non dubito che sarà anche l'ultima, per cui probabilmente dovrei approfittarne e rallegrarmene!

Questo interesse per lei è ancora più sorprendente se pensiamo che lei non ama apparire in televisione...
No, infatti. Questo perché la filosofia fa ricorso a un linguaggio preciso e inventivo, che non va d'accordo con gli slogan di cui la televisione si serve. Ma è vero che va imponendosi una nuova figura della contemporaneità: il filosofo che parla con autorità all'interno del mondo dell'opinione. Ovviamente questo può essere fatto con rispettabilità e passione, ma non ha a che fare con la filosofia, la cui missione è di portarci al di là delle opinioni, di mostrarci come possiamo prendere le distanze dalle opinioni generate dalle circostanze, dalla società e dal momento, ed essere liberi.

Il suo non è un pubblico di soli specialisti. La seguono intellettuali, artisti e creativi, e anche persone provenienti da settori veramente lontani. Cosa chiedono alla filosofia?
Alla filosofia chiediamo ciò che gli uomini le hanno sempre chiesto: di portare nuova luce nella nostra esistenza. Ovviamente anche la religione, le ideologie o le saggezze meditative si pongono lo stesso obiettivo, ma con mezzi diversi, che possono essere quelli della rivelazione, dell'immaginazione e dell'autorità. Gli strumenti della filosofia sono invece quelli della ragione, del rigore e della precisione. Questi mezzi sono a disposizione di tutti, e non solo di un profeta o di un'autorità. In questo senso la filosofia è molto democratica.

Nel suo ultimo saggio, lei mette in luce l'attuale corruzione e impoverimento dei nostri discorsi e della nostra lingua. Cosa può fare ciascuno di noi concretamente?

Si tratta di non perdere l'etica della parola. Questo significa principalmente non fare demagogia, e cioè parlare per dire cose importanti e vere, e non per un calcolo che concerne il nostro interlocutore.
Un'altra cosa da evitare è dissimulare il nostro pensiero per diffidenza o timore di non essere capiti. Anche quando diciamo poco, anche quando pensiamo di non doverci svelare troppo all'altro, quel poco che riveliamo deve essere vero. Non ci devono essere nella nostra vita momenti in cui diciamo le cose che pensiamo e altri in cui non lo facciamo. Per quanto conscio della difficoltà di capirsi, il nostro discorso deve restare sempre nella verità.

Insomma, la filosofia ci invita al coraggio?
Al coraggio, ma anche a una certa forma di eroismo. La politica, l'arte e l'amore ci offrono grandi possibilità in questo senso. La tesi che non ci siano più progetti universali in cui coinvolgersi fa parte della strategia della propaganda a favore di un'idea di felicità limitata, legata all'idea di equilibrio personale.

Invece quale idea di felicità dovremmo perseguire?
La felicità ha più nomi, più forme: l'entusiasmo, la gioia, il piacere. Tutto ciò ci arriva attraverso la creazione di qualcosa di importante nella nostra esistenza. È grazie alla natura intensa dei nostri progetti che la felicità potrà arrivare. Per questo l'edonismo contemporaneo è pericoloso, perché in fin dei conti invita gli individui ad accontentarsi di poco.

In che senso?
È come se fossimo tutti presi da una sorta di ossessione della sicurezza. Ci accontentiamo della realtà che abbiamo, e ci chiudiamo all'esterno per evitare ogni possibile perdita o sconvolgimento. Siccome una vita che esclude il superamento di sé è una noia, per sopravvivere cerchiamo gratificazioni nel denaro, nel successo personale e nel sesso. Ne consegue un'idea di felicità collegata alla possibilità di consumare il più possibile e il più tranquillamente possibile. Eppure non so quanti di noi si sentano così tranquilli... Ma certamente, questo modello di tranquillo consumismo è irrealizzabile.
Noi sappiamo che in realtà la nostra pulsione assoluta a passare da un modello di oggetto all'altro genera angoscia. Prima di tutto perché la nostra capacità di acquisto ci pare quasi sempre inadeguata, poi perché sentiamo, per quanto confusamente, che questa nostra frenesia di consumare nasconde una pulsione nichilista. Così, mentre la nostra vita apparentemente procede tranquilla, siamo spesso pervasi da un senso di vuoto e da una sotterranea disperazione. La filosofia allora ci convince della necessità di un cambiamento.

Come può articolarsi questo cambiamento?
Ovviamente non c'è una formula generale. Dobbiamo prima di tutto decidere che il tempo della nostra vita non può essere scandito dall'intervallo che separa l'apparizione di un modello di computer o di macchina dai successivi. Si tratta poi di coinvolgerci in esperienze che ci rivelino un tempo "altro", che può essere quello della passione amorosa, della scrittura, di un viaggio, dell'impegno politico, poco importa. Quando siamo coinvolti in qualcosa che ci trascende, scopriamo di avere capacità insospettate e viviamo con intensità. Questo filosoficamente si dice "partecipare a un soggetto". Allora proviamo felicità vere ed esaltanti, che danno senso alla vita. Certo, queste esperienze comportano anche grandi tormenti, che non possiamo risparmiarci. Ne vale la pena comunque, e lo sappiamo benissimo: ad esempio tutti sappiamo che è molto meglio essere innamorati che vivere un'esistenza tranquilla! Insomma, siamo di nuovo tornati alla necessità di essere coraggiosi! Certo, ogni volta che ci sentiamo chiamati a fare qualcosa che vada al di là delle nostre capacità ordinarie, e rispondiamo di sì, diamo prova di coraggio.

Coraggio è quindi principalmente non rinunciare sotto il pretesto che non abbiamo garanzie. Ma c'è una seconda forma di coraggio: continuare, anche quando le tentazioni di abbandonare sarebbero molto potenti. Ci sono insomma due imperativi etici: cominciare e continuare. Secondo lei oggi la famiglia prepara gli individui a questo tipo di coraggio e di apertura?
L'attaccamento crescente alla famiglia è sicuramente scatenato dalla rinuncia a dare una dimensione più eroica alla nostra vita. La famiglia sembra offrire tranquillità e sicurezza. Si è intanto costruita l'opinione comune che la giovinezza vada protetta al massimo. La giovinezza dovrebbe essere invece l'epoca dell'erranza, del rischio, della scelta, della rottura. Dovrebbe essere una stagione di incontri. Per quanto sia doloroso per i familiari, il destino di ogni figlio è quello di lasciare la famiglia. Se non parte, se resta dov'è, questo significa che anche il mondo resterà dov'è. Abbiamo dunque ragione di pensare che l'avvenire sarà fortemente conservatore.

La sua giovinezza invece è stata una stagione di incontri?
È stato per me vitale l'incontro con Sartre e Simone de Beauvoir, e non solo da un punto di vista intellettuale. Anche gli incontri che ho fatto nel '68 hanno rivoluzionato la mia vita, aprendola a orizzonti diversi da quelli a cui sembrava destinata. Ovviamente pure l'incontro con certe donne ha davvero contato, per non parlare di quello con le opere di Lacan! Incontrare è fondamentale, noi siamo interamente determinati non da ciò che siamo, ma da ciò che incontriamo. Certo poi sta a noi decidere che cosa fare di un incontro, se trasformarlo o no in un evento fondatore. È questo il problema filosofico fondamentale col quale siamo tutti chiamati a confrontarci.

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Un atelier segnato dall'usura del tempo

Stefano Petrucciani

Pubblicate alcune lezioni tenute da Lucio Colletti prima del definitivo congedo dal marxismo. Testi tuttavia importanti perché indicano strade di ricerca che potrebbero condurre a un'analisi dei rapporti conflittuali tra capitalismo e democrazia

È un peccato, almeno a mio modo di vedere, che la bizzarra vicenda politica di Lucio Colletti (il suo transitare dal Partito d'Azione al comunismo di sinistra, poi al craxismo e infine al centro-destra) abbia fatto passare in secondo piano l'interessante contributo intellettuale che egli ha dato in quanto studioso e interprete di Marx e del marxismo. Un'occasione per tornare a rifletterci è data oggi dalla pubblicazione, a poco più di dieci anni dalla sua morte, delle lezioni che egli dedicò al Primo Libro del Capitale (Il paradosso del Capitale. Marx e il primo libro in tredici lezioni inedite, a cura di Luciano Albanese, prefazione di Giancarlo Galli, Liberal edizioni, Roma 2011, pp. 210, euro 13,00.

Per quanto riguarda il metodo, la lettura collettiana di Marx si qualifica per alcune caratteristiche che la rendono difficilmente comparabile con altre: le tesi che Colletti propone sono sempre molto nette e prive di sfumature (come era nel suo carattere); e soprattutto sono presentate con una non comune nitidezza e lucidità di esposizione. Un pregio, questo, che caratterizza anche le lezioni ora pubblicate, risalenti all'inizio degli anni Settanta e cioè al periodo immediatamente precedente la svolta verso una radicale critica del marxismo, che Colletti consegnò alla famosa Intervista politico-filosofica, apparsa prima sulla «New Left Review» e poi nel '74 da Laterza in un volume che comprendeva anche il saggio Marxismo e dialettica.


Tra Francoforte e Jena


Le interpretazioni filosofiche di Marx nel Novecento (una discussione riaperta, nel 1923, da Storia e coscienza di classe di Lukács) si sono disposte fondamentalmente secondo due assi di divisione: dialettici e antidialettici (cioè più o meno simpatetici nei confronti del nesso tra Marx e Hegel) e continuisti e discontinuisti (cioè più o meno propensi a vedere una frattura tra il Marx giovane e quello della maturità).
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