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finanza

Riccardo Achilli: David Cameron, il nuovo protagonista dello shakespeariano servo Oswald

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David Cameron, il nuovo protagonista dello shakespeariano servo Oswald

di Riccardo Achilli

Spiace doverlo dire ai tanti euro-fanatici, che affollano le borghesie macellaie dei Paesi europei, ma la scelta di Cameron di bocciare l'idea di una Tobin Tax è del tutto logica e coerente con una strategia resa esplicita già da mesi, da quando cioè il governo britannico si oppose al tentativo di regolamentazione dei mercati finanziari europei portato avanti dalla Commissione, e successivamente rigettò la proposta di revisione dei trattati europei, rompendo proprio sul rifiuto di vedersi imporre nuove regole restrittive sui servizi finanziari. La strategia di Cameron, o meglio dei poteri finanziari che gli stanno dietro, e che oramai reggono le sorti dell'economia britannica, fra le più finanziarizzate del mondo, è quella di affondare sistematicamente ogni tentativo di imbrigliare i movimenti finanziari, ivi compresi quelli speculativi ed over the counter. Poiché la City rappresenta, per capitalizzazione, il quarto più grande operatore borsistico mondiale ed il più grande in Europa, è chiaro che l'opposizione del suo governo a qualsiasi ipotesi di regolamentazione o fiscalizzazione delle transazioni finanziarie diventa determinante.

D'altra parte, in questo caso Cameron ha anche ragioni tecniche da vendere: non ha senso imporre la Tobin Tax soltanto sui mercati finanziari europei, perché ciò non farebbe altro che spostare le transazioni finanziarie meramente speculative, cioè sganciate da qualsiasi attività produttiva o reale, verso altre piazze offshore che non abbiano tale tassa. Mentre penalizzerebbe le transazioni finanziarie a destinazione produttiva (aumenti di capitale effettuati da imprese industriali sui mercati borsistici e finalizzati a maggiori investimenti, utilizzo di strumenti derivati per finalità meramente protettive di investimenti produttivi o transazioni commerciali di beni) ampliando il gap competitivo delle imprese europee rispetto a quelle extra europee.
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G.Carandini e P.Leon: Nessuno capisce che cos’è il debito

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Nessuno capisce che cos’è il debito

di Guido Carandini e Paolo Leon

Il premio Nobel Paul Krugman, ha scritto sul New York Times un articolo intitolato "Nessuno capisce cos'è il debito". Intendeva nessun economista della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una analogia falsa per due motivi.

Il primo: le famiglie devono rimborsare il debito contratto ma non i governi, ai quali si impone solo che il debito cresca meno della base fiscale. L'enorme debito contratto durante la seconda guerra mondiale non è mai stato rimborsato ma è diventato progressivamente irrilevante man mano che l'economia Usa cresceva e con essa i redditi soggetti a tassazione.

Il secondo: una famiglia oberata dai debiti deve del denaro a qualcun'altro, mentre il debito degli Usa è in larga parte denaro che è dovuto ai suoi stessi cittadini. È vero che a causa del debito contratto per vincere la seconda guerra mondiale i contribuenti sono stati colpiti da un onere che, in rapporto al reddito nazionale, era assai maggiore di quello attuale. Ma quel debito era anche posseduto dai contribuenti che avevano acquistato i titoli del Tesoro americano e quindi non rese più poveri gli americani del dopoguerra i quali, anzi, godettero del più marcato aumento dei redditi e degli standard di vita mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti. Krugman sostiene dunque che, in determinate situazioni, politiche governative dirette a stimolare la crescita e l'occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai superiori a quelli che la saggezza convenzionale ritiene accettabili.
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Giulietto Chiesa: Finanza e banditi a Basilea

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Finanza e banditi a Basilea

Giulietto Chiesa

Accadde a luglio del 2011, alla vigilia del vertice del G-20. Il mondo del mainstream, istruito per farci vedere il varieté, ci raccontò gl’incontri dei grandi e dei meno grandi, ma non ci disse niente in prima pagina sul posto dove quelle loro - si fa per dire - decisioni erano state prese, prima che costoro si riunissero.  

Soprattutto si è guardato bene dal dirci “chi” erano quelli che le avevano prese, e poi, opportunamente confezionate, le avevano fatte servire agl’ignari abitanti di Matrix.

Il luogo fu Basilea, la città cui è toccato di scandire, con la precisione degli orologi svizzeri, il cambio d’epoca cui siamo forzati ad assistere. Si chiamano “Basilea 1”, “Basilea 2”, “Basilea 3” (in fieri) , le tappe in cui i regolamenti finanziari sono stati definiti negli scorsi anni. Basilea non per un capriccio del destino, ma perché è la sede della Bank for International Settlements, cioè la superbanca delle superbanche, il luogo dove si decidono le regole delle banche, cioè ormai degli Stati (dal momento che questi ultimi sono dei nani al servizio dei ciclopi); il tempio dove si stabilisce il grado di libertà che le superbanche intendono riservarsi nel loro agire.

A luglio 2010 non si tenne una “Basilea 3” definitiva, ma di sicuro quella riunione resterà nella storia del capitalismo finanziario mondiale, perché fu là che si misurarono i rapporti di forza tra i potenti del pianeta, per meglio dire tra i potenti dell’Occidente, perché fu tra di loro che si regolarono - provvisoriamente - i conti. Erano sei mesi fa e, a occhio e croce, si può dire che quella partita è già finita e se ne stanno aprendo altre, probabilmente assi più dure di quella.

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Francesco Indovina: Niente è come prima

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Niente è come prima

Francesco Indovina

La ripetizione che niente è, e sarà, come prima non corrisponde alla consapevolezza che la formazione sociale capitalistica è cambiata. Il capitalismo pare abbia concluso la sua fase «rivoluzionaria», e come l’apprendista stregone non riesce a governare le forze che ha evocato.

Questione che può essere affrontata da diversi punti di vista e che qui si affronta, in forma molto semplificata, dal punto di vista della trasformazione del denaro in capitale (Marx, Il Capitale, Libro primo).

Dal «Sole 24 Ore» del 6 agosto si ricavano i seguenti dati di valore riferiti al 2010 del sistema mondo:

– Pil 74.000 miliardi;
– borse 50.000 miliardi;
– obbligazioni 95.000 miliardi;
– «altri» strumenti finanziaria 466.000 miliardi.

La produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari (economia di carta), tenendo fuori da questo calcolo il valore delle Borse che, ci si può illudere, hanno riferimento con l’economia reale. Detto in altro modo, quello che uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della «ricchezza» finanziaria che circola.

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Guido Viale: Il default è un disastro ma è il male minore

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Il default è un disastro ma è il male minore

di Guido Viale

Di quale crescita parliamo? Di rilanciare la produzione di suv, lavatrici e navi da guerra, o di tav, mose e ponti? Le ricette che hanno ucciso la Grecia ci preciterebbero nel baratro. Una polemica con Felice Roberto Pizzuti

«Un default azzererebbe il risparmio che i singoli cittadini/lavoratori, direttamente o indirettamente, hanno affidato allo stato, anche a fini pensionistici (...). Riguarderebbe anche le istituzioni del welfare, cioè il sistema pensionistico obbligatorio, gli ammortizzatori sociali e l'assistenza, il sistema sanitario nazionale, l'istruzione (...). Si estenderebbe alle banche e sarebbero colpiti anche i singoli correntisti (...). Priverebbe il sistema produttivo non solo del risparmio nazionale, ma anche del suo sistema bancario, con l'effetto di estendere la crisi all'economia reale (occupazione, consumi, prestazioni sociali, ecc) (...). Genererebbe seri rischi di altri fallimenti a catena nell'economia europea e mondiale. L'euro e la stessa Unione europea avrebbero molte difficoltà a sopravvivere (...). Bisognerebbe mettere in conto inevitabili reazioni, rivalse e un grave deterioramento delle relazioni internazionali (...). Sarebbe poi pressoché impossibile praticare politiche autonome che privilegiassero obiettivi sociali e ambientali».

Queste frasi, estratte da un articolo di Felice Roberto Pizzuti sul manifesto del 4 novembre, vorrebbero scongiurare il rischio di un default; e persino diffidare dal parlarne troppo, per paura che l'idea si diffonda per contagio. L'autore non sembra rendersi conto che quello che prospetta come conseguenza di una scelta politica per lui da evitare (blocco del welfare, paralisi di scuola e sanità, contrazione del circuito economico, disoccupazione, isolamento internazionale, azzeramento delle politiche ambientali, ecc.) non è molto diverso da quello che succede in Grecia con le misure imposte dalla cosiddetta troika. O dalla strada che l'Italia è destinata a percorrere se darà attuazione alle prescrizioni di Draghi e Trichet. Tutti sanno che la Grecia non si risolleverà per anni dallo stato di prostrazione economica e civile a cui la condannano quelle misure: la aspetta come minimo un «ventennio perso», come quello che il Fmi aveva imposto ai paesi dell'America latina alla fine del secolo scorso - e dal quale si sono risollevati solo quando ne hanno rigettato le prescrizioni.
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Prof. Monti, dopo Berlino dove si va?

di Sergio Cesaratto

Caro Prof. Monti,

la sig.ra Merkel dopo il colloquio con Lei era assai scossa. Spesso non apprezziamo il Suo eccessivo aplomb, ma in quella conferenza stampa ci ha fatto piacere, suonava persino ironico. Il colloquio era stato preceduto da una Sua intervista a Die Welt, un importante quotidiano tedesco di stampo conservatore, in cui Lei aveva espresso concetti che, se non del tutto condivisibili, mostrano tuttavia, finalmente, un’Italia con la schiena un po’ più dritta in Europa:

“Sono convinto che i rischi per il mio Governo non vengano dall’Italia. [Da dove dunque? Domanda l’intervistatore] Dall’Europa. Il problema è … che l’Unione Europea, malgrado questi sacrifici, non ci viene incontro, in termini di una riduzione del tasso di interesse. I sacrifici fatti dagli italiani pagheranno in tre, cinque, dieci anni, per i nostri figli. E purtroppo constatiamo che questa politica in Europa non gode del riconoscimento e apprezzamento che le spetta obiettivamente. Se gli italiani nel prossimo futuro non vedranno i risultati della loro disponibilità per le riforme e il risparmio, sorgerà –come già si profila - una protesta contro l’Europa e anche contro la Germania quale promotore dell’intolleranza Ue, e contro la Banca Centrale. Chiedo agli italiani sacrifici onerosi – ma li posso chiedere se si profilano dei vantaggi».

Non condividiamo, naturalmente, l’utilità di molti di quei sacrifici, in particolare quelli volti a peggiorare le condizioni di vita dei ceti medio-bassi. Inutili ancor prima che iniqui, abbiamo detto tante volte. Riteniamo infatti che ci si sarebbe potuti presentare in Europa con una manovra altrettanto rigorosa, ma che non fosse com’è l’attuale un contributo alla recessione italiana ed europea.
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