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finanza

M.Vanetti e L.Lombardi: Signoraggio FAQ

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Signoraggio FAQ

Ovvero come ho imparato a non preoccuparmi del Complotto e a odiare il Capitale

di Mauro Vanetti e Luca Lombardi


È vero quello che ho letto sul signoraggio?

Probabilmente no. Questo è un tema su cui si fa molta disinformazione; le fonti di questa disinformazione sono gruppi fascisti o rossobruni (cioè fascisti camuffati da comunisti), teorici del complotto e moltissima gente in buona fede che si è convinta che queste teorie spieghino come le banche e il capitalismo ci schiavizzino. Chiameremo quelli che diffondono bufale sul signoraggio “signoraggisti”.


Le banche e il capitalismo ci schiavizzano?

Sì. Ma la teoria del signoraggio non ci aiuta a capire come, né come fare a rompere questa schiavitù.


Che cos'è il signoraggio?

Il signoraggio è il guadagno realizzato dall'emissione di moneta. Se l'emissione di moneta ha un costo (per esempio, nel caso delle monete metalliche, il costo del metallo e i costi di funzionamento della zecca), il signoraggio è la differenza tra il valore nominale della moneta e il suo costo di produzione.


Chi ci guadagna dal signoraggio?

Lo Stato o la banca centrale, a seconda dei casi. Anche quando a guadagnarci è la banca centrale, gran parte o la totalità degli utili della banca vanno comunque per legge allo Stato.


Chi ci perde dal signoraggio?

Tutti quelli che posseggono denaro denominato nella valuta che viene emessa, perché si svaluta – ovvero, si alzano i prezzi e peggiora il cambio con valute straniere.

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Riccardo Achilli: David Cameron, il nuovo protagonista dello shakespeariano servo Oswald

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David Cameron, il nuovo protagonista dello shakespeariano servo Oswald

di Riccardo Achilli

Spiace doverlo dire ai tanti euro-fanatici, che affollano le borghesie macellaie dei Paesi europei, ma la scelta di Cameron di bocciare l'idea di una Tobin Tax è del tutto logica e coerente con una strategia resa esplicita già da mesi, da quando cioè il governo britannico si oppose al tentativo di regolamentazione dei mercati finanziari europei portato avanti dalla Commissione, e successivamente rigettò la proposta di revisione dei trattati europei, rompendo proprio sul rifiuto di vedersi imporre nuove regole restrittive sui servizi finanziari. La strategia di Cameron, o meglio dei poteri finanziari che gli stanno dietro, e che oramai reggono le sorti dell'economia britannica, fra le più finanziarizzate del mondo, è quella di affondare sistematicamente ogni tentativo di imbrigliare i movimenti finanziari, ivi compresi quelli speculativi ed over the counter. Poiché la City rappresenta, per capitalizzazione, il quarto più grande operatore borsistico mondiale ed il più grande in Europa, è chiaro che l'opposizione del suo governo a qualsiasi ipotesi di regolamentazione o fiscalizzazione delle transazioni finanziarie diventa determinante.

D'altra parte, in questo caso Cameron ha anche ragioni tecniche da vendere: non ha senso imporre la Tobin Tax soltanto sui mercati finanziari europei, perché ciò non farebbe altro che spostare le transazioni finanziarie meramente speculative, cioè sganciate da qualsiasi attività produttiva o reale, verso altre piazze offshore che non abbiano tale tassa. Mentre penalizzerebbe le transazioni finanziarie a destinazione produttiva (aumenti di capitale effettuati da imprese industriali sui mercati borsistici e finalizzati a maggiori investimenti, utilizzo di strumenti derivati per finalità meramente protettive di investimenti produttivi o transazioni commerciali di beni) ampliando il gap competitivo delle imprese europee rispetto a quelle extra europee.
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G.Carandini e P.Leon: Nessuno capisce che cos’è il debito

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Nessuno capisce che cos’è il debito

di Guido Carandini e Paolo Leon

Il premio Nobel Paul Krugman, ha scritto sul New York Times un articolo intitolato "Nessuno capisce cos'è il debito". Intendeva nessun economista della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una analogia falsa per due motivi.

Il primo: le famiglie devono rimborsare il debito contratto ma non i governi, ai quali si impone solo che il debito cresca meno della base fiscale. L'enorme debito contratto durante la seconda guerra mondiale non è mai stato rimborsato ma è diventato progressivamente irrilevante man mano che l'economia Usa cresceva e con essa i redditi soggetti a tassazione.

Il secondo: una famiglia oberata dai debiti deve del denaro a qualcun'altro, mentre il debito degli Usa è in larga parte denaro che è dovuto ai suoi stessi cittadini. È vero che a causa del debito contratto per vincere la seconda guerra mondiale i contribuenti sono stati colpiti da un onere che, in rapporto al reddito nazionale, era assai maggiore di quello attuale. Ma quel debito era anche posseduto dai contribuenti che avevano acquistato i titoli del Tesoro americano e quindi non rese più poveri gli americani del dopoguerra i quali, anzi, godettero del più marcato aumento dei redditi e degli standard di vita mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti. Krugman sostiene dunque che, in determinate situazioni, politiche governative dirette a stimolare la crescita e l'occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai superiori a quelli che la saggezza convenzionale ritiene accettabili.
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Giulietto Chiesa: Finanza e banditi a Basilea

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Finanza e banditi a Basilea

Giulietto Chiesa

Accadde a luglio del 2011, alla vigilia del vertice del G-20. Il mondo del mainstream, istruito per farci vedere il varieté, ci raccontò gl’incontri dei grandi e dei meno grandi, ma non ci disse niente in prima pagina sul posto dove quelle loro - si fa per dire - decisioni erano state prese, prima che costoro si riunissero.  

Soprattutto si è guardato bene dal dirci “chi” erano quelli che le avevano prese, e poi, opportunamente confezionate, le avevano fatte servire agl’ignari abitanti di Matrix.

Il luogo fu Basilea, la città cui è toccato di scandire, con la precisione degli orologi svizzeri, il cambio d’epoca cui siamo forzati ad assistere. Si chiamano “Basilea 1”, “Basilea 2”, “Basilea 3” (in fieri) , le tappe in cui i regolamenti finanziari sono stati definiti negli scorsi anni. Basilea non per un capriccio del destino, ma perché è la sede della Bank for International Settlements, cioè la superbanca delle superbanche, il luogo dove si decidono le regole delle banche, cioè ormai degli Stati (dal momento che questi ultimi sono dei nani al servizio dei ciclopi); il tempio dove si stabilisce il grado di libertà che le superbanche intendono riservarsi nel loro agire.

A luglio 2010 non si tenne una “Basilea 3” definitiva, ma di sicuro quella riunione resterà nella storia del capitalismo finanziario mondiale, perché fu là che si misurarono i rapporti di forza tra i potenti del pianeta, per meglio dire tra i potenti dell’Occidente, perché fu tra di loro che si regolarono - provvisoriamente - i conti. Erano sei mesi fa e, a occhio e croce, si può dire che quella partita è già finita e se ne stanno aprendo altre, probabilmente assi più dure di quella.

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Francesco Indovina: Niente è come prima

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Niente è come prima

Francesco Indovina

La ripetizione che niente è, e sarà, come prima non corrisponde alla consapevolezza che la formazione sociale capitalistica è cambiata. Il capitalismo pare abbia concluso la sua fase «rivoluzionaria», e come l’apprendista stregone non riesce a governare le forze che ha evocato.

Questione che può essere affrontata da diversi punti di vista e che qui si affronta, in forma molto semplificata, dal punto di vista della trasformazione del denaro in capitale (Marx, Il Capitale, Libro primo).

Dal «Sole 24 Ore» del 6 agosto si ricavano i seguenti dati di valore riferiti al 2010 del sistema mondo:

– Pil 74.000 miliardi;
– borse 50.000 miliardi;
– obbligazioni 95.000 miliardi;
– «altri» strumenti finanziaria 466.000 miliardi.

La produzione reale, merci e servizi (74.000 miliardi), è pari al 13% degli strumenti finanziari (economia di carta), tenendo fuori da questo calcolo il valore delle Borse che, ci si può illudere, hanno riferimento con l’economia reale. Detto in altro modo, quello che uomini e donne producono, in tutto il mondo, rappresenta poco più di 1/10 del valore della «ricchezza» finanziaria che circola.

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Come cominciare dall’inizio

Slavoj Žižek

Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi.  Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento.

Dunque di nuovo: non è sufficiente restare fedeli all’Idea comunista - bisogna collocarla all’interno di antagonismi reali, storici, che le diano un’urgenza pratica. L’unica vera domanda oggi è: appoggiamo la predominante naturalizzazione del capitalismo o il capitalismo globale odierno contiene antagonismi abbastanza potenti da impedirne la riproduzione all’infinito? Quattro sono questi antagonismi: l’incombente minaccia della catastrofe ecologica, l’inadeguatezza della nozione di proprietà privata applicata alla cosiddetta «proprietà intellettuale», le implicazioni etiche e sociali dei nuovi sviluppi tecnico-scientifici (specialmente in campo biogenetico) e, ultime ma non meno importanti, le nuove forme di apartheid, i nuovi Muri e le nuove baraccopoli. C’è una differenza qualitativa tra

l’ultima caratteristica – lo scarto che separa gli Esclusi dagli Inclusi – e le altre tre, che si collocano nell’ambito di ciò che Hardt e Negri chiamano i «commons», il «comune», la sostanza condivisa del nostro essere sociale, la cui privatizzazione implica atti violenti, ai quali si dovrebbe resistere anche con mezzi violenti, se necessario:

il comune della cultura
, le forme del capitale «cognitivo» immediatamente socializzate, prima di tutto il linguaggio, il nostro mezzo di comunicazione e di istruzione, ma anche le infrastrutture condivise come il trasporto pubblico, l’elettricità, le poste ecc.
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