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Guido Viale: Il default è un disastro ma è il male minore

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Il default è un disastro ma è il male minore

di Guido Viale

Di quale crescita parliamo? Di rilanciare la produzione di suv, lavatrici e navi da guerra, o di tav, mose e ponti? Le ricette che hanno ucciso la Grecia ci preciterebbero nel baratro. Una polemica con Felice Roberto Pizzuti

«Un default azzererebbe il risparmio che i singoli cittadini/lavoratori, direttamente o indirettamente, hanno affidato allo stato, anche a fini pensionistici (...). Riguarderebbe anche le istituzioni del welfare, cioè il sistema pensionistico obbligatorio, gli ammortizzatori sociali e l'assistenza, il sistema sanitario nazionale, l'istruzione (...). Si estenderebbe alle banche e sarebbero colpiti anche i singoli correntisti (...). Priverebbe il sistema produttivo non solo del risparmio nazionale, ma anche del suo sistema bancario, con l'effetto di estendere la crisi all'economia reale (occupazione, consumi, prestazioni sociali, ecc) (...). Genererebbe seri rischi di altri fallimenti a catena nell'economia europea e mondiale. L'euro e la stessa Unione europea avrebbero molte difficoltà a sopravvivere (...). Bisognerebbe mettere in conto inevitabili reazioni, rivalse e un grave deterioramento delle relazioni internazionali (...). Sarebbe poi pressoché impossibile praticare politiche autonome che privilegiassero obiettivi sociali e ambientali».

Queste frasi, estratte da un articolo di Felice Roberto Pizzuti sul manifesto del 4 novembre, vorrebbero scongiurare il rischio di un default; e persino diffidare dal parlarne troppo, per paura che l'idea si diffonda per contagio. L'autore non sembra rendersi conto che quello che prospetta come conseguenza di una scelta politica per lui da evitare (blocco del welfare, paralisi di scuola e sanità, contrazione del circuito economico, disoccupazione, isolamento internazionale, azzeramento delle politiche ambientali, ecc.) non è molto diverso da quello che succede in Grecia con le misure imposte dalla cosiddetta troika. O dalla strada che l'Italia è destinata a percorrere se darà attuazione alle prescrizioni di Draghi e Trichet. Tutti sanno che la Grecia non si risolleverà per anni dallo stato di prostrazione economica e civile a cui la condannano quelle misure: la aspetta come minimo un «ventennio perso», come quello che il Fmi aveva imposto ai paesi dell'America latina alla fine del secolo scorso - e dal quale si sono risollevati solo quando ne hanno rigettato le prescrizioni. Che l'Italia abbia molto da imparare da quelle vicende è comprovato dalla loro somiglianze con la nostra situazione: ci accomunano la «tutela» del Fmi, una politica deflazionistica e la corsa alla privatizzazione, cioè all'esproprio per «conto terzi», dei servizi pubblici e dei beni comuni: misure da cui non è mai nato alcuno «sviluppo»; ma ci accomunano anche altri indicatori da «Terzo mondo»: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi - e soprattutto di grandi multinazionali basate all'estero - il dilagare dalle corruzione; una classe dirigente priva di autonomia e di orgoglio; il controllo, il servilismo e l'ipocrisia di tutti, o quasi, i mezzi di informazione; le fughe dei capitali (protetti dagli scudi fiscali); un'espansione urbana incontrollata; il degrado del territorio e persino la sua militarizzazione per imporre alla popolazione qualche grande opera devastante (invece della cura dei territori con mille piccole opere gestite da chi vi ha un interesse diretto).

Quando il governo che succederà a Berlusconi avrà fatto l'inventario, se mai avrà il coraggio e la capacità di farlo, di questi 17 anni della sua egemonia - esercitata sia dal governo che dall'opposizione - si troverà di fronte un deserto: uno «spirito civico» devastato in tutti i gangli dell'apparato istituzionale e in tutte le strutture imprenditoriali (corruzione ed evasione fiscale hanno ben lavorato...); un razzismo di stato ormai consolidato, che rende improbo ricreare le condizioni di una convivenza civile; scuola, università e ricerca alle corde; un tessuto industriale ridotto ai minimi termini da chiusure, delocalizzazioni, lavoro nero; tre dei maggiori gruppi industriali (Fiat, Finmeccanica e Fincantieri) in via di smantellamento, e impegnati a «recuperare» produttività con licenziamenti, chiusure e ritmi di lavoro insostenibili; le maggiori catene distributive in mani estere, a fare acquisti lontano dai produttori italiani; un'agricoltura che non esiste più; e pochi settori che ancora esportano, ma ormai incapaci di fare da traino al sistema. Che cosa significa «crescita» in queste condizioni? E di che crescita si parla? Tornare a produrre tante automobili Fiat (suv, soprattutto), portando via quote di mercato a Volkswagen? O tanti elettrodomestici Merloni a spese di Elettrolux? O tante navi da guerra, missili e carri armati in Fincantieri e Finmeccanica? O tante arance commercializzate da mafia e 'ndrangheta? O tanti visitatori stranieri nei nostri musei chiusi e dissestati o nei nostri alberghi formato rapina? O tanti Tav e Ponti e Mose da affidare in concessione, sacrificando la salvaguardia del territorio? O tanti palazzi, e uffici, e condomìni formato Ligresti sui terreni che l'expo avrà «liberato» dall'agricoltura? E può esserci una «crescita» dell'economia italiana, e tale da rimettere in sesto i conti, in un contesto in cui tutti i paesi dell'Occidente, e in parte anche quelli emergenti, prevedono un rallentamento, una stasi o un arretramento della loro? E perché chi continua a vedere nel ritorno alla crescita «la soluzione» non affronta mai queste questioni? Che sono in realtà quelle di una radicale conversione ecologica dell'apparato produttivo, degli stili di vita, della cultura.

È il pensiero unico, la fiducia nei «mercati», la convinzione che «non c'è alternativa», a spingere tutti a pensare che, una volta rimesso in moto il motore (con il taglio della spesa, delle pensioni, dei salari, dell'occupazione, dei servizi pubblici, della ricerca, dell'istruzione e, magari, con qualche miliardo da iniettare in un piano, possibilmente europeo, di «Grandi opere») il mercato, anzi, «i mercati», ci faranno ritrovare la strada della crescita. E a esentare tutti, quindi, dal pensare che cosa occorra veramente per promuovere, stabilizzare e qualificare l'occupazione, salvare il tessuto industriale, le professionalità e le competenze ancora esistenti, restituire fertilità ai suoli e sostenibilità all'assetto idrogeologico; contribuire a salvare il pianeta Terra dagli imminenti sconvolgimenti climatici. La crisi finanziaria ha distolto le menti da questi problemi - soprattutto dall'ultimo, che è il più grande e urgente: non solo in Italia ma in tutto il mondo che fa della crescita il suo feticcio: tanto che a Durban, dove sta per aprirsi la Cop 17, ultima occasione per prendere impegni contro il riscaldamento della Terra, non si concluderà, per l'ennesima volta, niente. Perché il problema, ora, è evitare il default. Ma che cosa significa?

La Grecia è in default conclamato: in base ai criteri delle agenzie di rating, il dimezzamento - o anche solo la riduzione del 20 per cento - del valore dei suoi bond configura un default. Ma nessuno lo dice, altrimenti le banche, soprattutto statunitensi, che hanno emesso Cds (cioè assicurazioni senza copertura) sul debito greco dovrebbero mettere mano al portafoglio. E neanche chi avrebbe titolo al rimborso si fa avanti: verosimilmente per paura che venga scoperchiata la pentola dei debiti insolubili che bollono nella finanza europea e mondiale. Perché a essere ben instradate sulla via di un default non sono solo Grecia, Italia, o gli altri Pigs; è tutto il sistema finanziario mondiale a ritrovarsi di nuovo sull'orlo di un baratro, in una catena che stringe indissolubilmente banche e stati, stati e banche. E allora, perché dovremmo «impiccarci» per rimandare un disastro che riguarda tutti?

Certo un default non si può affrontare a cuor leggero: parlare di «diritto al default» è come invocare un «diritto al disastro». Perché un default è un disastro. Ma imboccare quella strada potrebbe evitare disastri maggiori (come aprire una chiusa e allagare un territorio per evitare danni molto più gravi a valle); soprattutto se si cerca di farlo per via negoziale. C'è un punto di forza nel fatto che un default italiano incontrollato «genererebbe - come scrive Pizzuti - seri rischi di altri fallimenti a catena nell'economia europea e mondiale. L'euro e la stessa Unione europea avrebbero molte difficoltà a sopravvivere». D'altra parte, si può cercare di dosare il danno. Le soluzioni oggetto di un negoziato sono tante; e non tutte si escludono tra loro: moratoria sul pagamento degli interessi, prolungamento delle scadenze del rimborso; dimezzamento del valore dei bond (come in Grecia; ma prima di imboccare la strada senza ritorno di Papandreou); azzeramento del debito con franchigia fino a una soglia data - come per i conti correnti delle banche fallite - riduzione selettiva per tipologia di creditore; sterilizzazione di una quota di debito di tutti i paesi dell'eurozona con i fatidici eurobond (ma senza finanziarli con nuovo debito; bisogna cominciare a sgonfiare la bolla della finanza mondiale); ecc.

Tutto è meglio della deriva di rimpiazzare Berlusconi per portare a termine quello che lui non ha saputo o voluto fare: cioè assumere la lettera di Draghi (ormai senza Trichet) come programma di governo. Che è un po' come mettersi nelle mani di Goldman Sachs. Certo, parlare di cose del genere oggi è quasi impossibile; anche perché non ci sono economisti impegnati sul merito tecnico - e sulla valutazione delle conseguenze economiche - delle diverse opzioni. Ma un grande audit sul debito pubblico italiano, sulle sue origini, i suoi detentori, le conseguenze di un default selettivo, potrebbe sopperire a questa debolezza. E rilanciare un vero dibattito - oggi inesistente per via dei «vincoli» finanziari - sul «che fare?». Un punto imprescindibile di un programma di governo: per l'Italia e per l'Europa.

Commenti

avatar martelun
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soddisfatto.
finalmente, qualcuno che va a fare tana e a dire al professore Monti di riempire di contenuti la parola "crescita".
Noi, intendo loro, i duecentocinquan ta economisti che il 14 giugno del 2010 hanno analizzato ed hanno proposto nella "Lettera degli economisti" che cosa produrre e quale sarebbe la direzione di marcia, non del governo Monti ma di qualsiasi governo dotato di buon senso, senso di responsabilità e che abbia nel cuore e nella mente la res publica, dovrebbe avere.
Piano di sviluppo e produzione pubblica di beni collettivi.
Ciò non avverrà lo sappiamo tutti, è scritto, è marcato a fuoco che la direzione con cui il governo Monti, il professore Monti si avvierà sarà quella della macelleria sociale e di classe 2.
Siamo obbligati a seguirlo strettamente, in gergo calcistico marcatura stretta ad uomo.
Va in Europa e va bene, per che fare? a proporre che la Bce diventi prestatore di ultima istanza, che si creino eurobond, che si tassi le transazioni finanziarie, che si armonizzino e si integrino il sistema finanziario europeo o va per altro?
Il default è un'arma di contrattazione, noi non lo vogliamo, ma se siamo costretti non ne abbiamo paura.
Ma, ed è un'altra arma di contrattazione, se saremo costretti a dichiarare default, si scordino i capitali tedeschi, olandesi, austriaci, finlandesi di venire in Italia a fare compere a basso costo o a far circolare le loro merci come se niente fosse successo.
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Oddio, c'è Marx nel corridoio!

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Ma che cos’è questa ossessione della borghesia europea per l’alta velocità nel trasporto delle merci? E’ solo una questione di puntiglio? E’ la necessità di dimostrare chi comanda ai cittadini/sudditi di una valle ribelle? E’ un tributo versato al feticcio dello sviluppo? E’ la ricerca dell’ennesimo banchetto da apparecchiare su un’opera pubblica? Oppure si tratta di una cieca e irrazionale furia devastatrice del territorio? Molto probabilmente c’è un fondo di verità in ognuno di questi quesiti, ma la risposta per noi non può che essere un’altra. I capitalisti non sono padroni perché sono stronzi, ma sono stronzi perché sono padroni… e c’è in questo una bella differenza.

Se volessimo esprimere il concetto in maniera più elegante potremmo dire che “il possessore di denaro diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione – la valorizzazione del valore – è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto l’unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 129) e “la concorrenza  impone ad ogni singolo capitalista  come leggi coercitive esterne le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 430).

Quindi, come il filosofo di Treviri aveva ben sottolineato, il Capitale si muove avendo quale unico obbiettivo quello della sua valorizzazione qual è data percentualmente dal saggio di profitto che “è il rapporto tra il plusvalore e l’intero capitale anticipato” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 382), da cui:

r=p/K

a sua volta sappiamo, sempre con Marx, che il plusvalore può essere scomposto nel prodotto del saggio di plusvalore (o grado di sfruttamento) moltiplicato per il valore della forza lavoro impiegata, ovvero quello che sempre Marx chiama capitale variabile, così che la formula sopra diventa:
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