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geopolitica

Comidad: L'antipolitica la fanno le privatizzazioni

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L'antipolitica la fanno le privatizzazioni

di Comidad

Era scontato che il grillismo conquistasse il centro dell'arena mediatica proprio nel momento in cui esso è diventato marginale rispetto alla questione dei veri equilibri del potere coloniale che domina sull'Italia. Venti anni fa Beppe Grillo nei suoi spettacoli parlava dello strapotere e degli abusi delle multinazionali; poi, mangiato vivo dalle cause civili per danni di immagine intentategli dalle stesse multinazionali, Grillo ha progressivamente spostato la sua polemica sui partiti, cioè sul nulla. In democrazia la libertà di parola è strettamente condizionata alla sua ininfluenza; quando invece si parla in televisione, allora nominare una multinazionale può mandarti sul lastrico.

Strano poi che l'emergenza dell'antipolitica venga associata alla figura di Grillo, quando alla Presidenza del Consiglio vi è un ex advisor di Goldman Sachs e del Consiglio Atlantico della NATO. Mario Monti rappresenta infatti la personificazione di quell'intreccio tra militarismo e finanza che è alla base del colonialismo.

In un'intervista al "Corriere della Sera", Claudio Costamagna, un ex di Goldman Sachs, ha gridato al complottismo per l'allarme che hanno causato i precedenti di Monti. Secondo Costamagna, quella di Monti era una semplice funzione di consulente, ed il meschino non aveva neppure un ufficio a Goldman Sachs, magari si sedeva pure per terra; è la linea di Goldman Sachs quella di assicurarsi la consulenza dei più competenti, e questi danno il loro contributo disinteressatamente, per la pura soddisfazione morale di condurre Goldman Sachs per i retti sentieri. [1]

Insomma, anche Monti sarebbe una vittima del pregiudizio e dell'invidia sociale, quasi a confermare che il governo Monti si pone, anche sul piano del vittimismo, in continuità con Berlusconi. Nella sua conferenza del 30 aprile, Monti ha rivendicato una sorta di rottura con il berlusconismo, di fatto da lui appoggiato negli anni scorsi, in veste di opinionista dalle colonne del "Corriere della Sera".
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Comidad: Cina: la tigre di carta alibi del filoamericanismo

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Cina: la tigre di carta alibi del filoamericanismo

di Comidad

La compagine ministeriale di Mario Monti si sta sempre più caratterizzando come un quarto governo Berlusconi, assumendo gli stessi tratti di scompostezza e di cialtroneria della precedente esperienza governativa. C'era chi si illudeva che il nuovo Presidente del Consiglio potesse almeno evitare all'Italia le figuracce a livello internazionale elargite a piene mani nell'epoca berlusconiana, ma ha dovuto ricredersi dopo il viaggio di Monti in Asia.

Il Monti cinese ha alternato gli atteggiamenti da accattone con velleitari sussulti di autocelebrazione meramente personale, a scapito dell'immagine di un'Italia dipinta immancabilmente in modo denigratorio. Monti è apparso un continuatore del berlusconismo: una politica estera del cappello in mano e delle brache calate, insieme con un approccio comunicativo interamente distorto ai fini della propaganda interna. Resoconti di stampa tendenziosi hanno cercato poi di far credere che al governo cinese fregasse davvero qualcosa della questione della "riforma" dell'articolo 18, e che ciò potesse in qualche modo costituire un incentivo a quegli investimenti cinesi in Italia tanto invocati da Monti.

Tutta l'operazione mediatica dei giorni scorsi non ha fatto altro che rafforzare nell'opinione pubblica il mito della potenza economica emergente della Cina, ed il viaggio di Monti è servito ad enfatizzare l'immagine di un nuovo imperialismo economico di marca cinese a cui inchinarsi. Sembra la riedizione della politica estera - di berlusconiana memoria - del baciamano al falso potente di turno. La sensazione è invece che la potenza cinese emergente costituisca solo una tigre di carta, un mito gonfiato pretestuosamente in funzione di altri interessi.
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Marco D'Eramo: Tra Berlino e Washington

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Tra Berlino e Washington

di Marco D'Eramo

Commettiamo un errore di prospettiva quando scrutiamo la politica della Germania in un'ottica tutta europea. Nel senso che europeo è il terreno di manovra, ma mondiale è la posta in gioco. Lo si può constatare meglio se l'andamento della crisi lo si osserva non da Roma o Parigi (o persino da Londra), bensì da Washington.

Gli Stati uniti non hanno infatti dimenticato la mancata adesione tedesca, questa primavera, alla campagna Nato contro la Libia.

All'epoca nessuno provò a riflettere su cosa implicasse quel gesto che nel passato sarebbe stato inimmaginabile.

È vero che nel 2003 Gerhard Schröder si era dissociato dall'invasione dell'Iraq, ma lo aveva fatto insieme alla Francia, in nome di una posizione comune. Stavolta invece la Germania di Angela Merkel si smarcava proprio dai suoi partner europei.

Quel gesto lasciò trapelare, per la prima volta in modo palese, la nuova assertività della Cancelleria tedesca. Mostrò altresì che le critiche che i responsabili tedeschi da due anni non risparmiavano al capitalismo statunitense, non erano le solite ostentazioni da primo della classe che alza la mano per dire alla maestra che lui lo sapeva già. O almeno non erano solo questo.

Certo, Berlino è stata presa alla sprovvista dalla crisi finanziaria quanto tutte le altre capitali, e lo dimostrano i massicci aiuti di cui necessitarono le banche tedesche a cavallo del 2008-2009.
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Danilo Zolo: Guerra e paura

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Guerra e paura

intervista a Danilo Zolo

Nel nostro colloquio con il giurista e filosofo del diritto Danilo Zolo, continuiamo le nostre indagini sulle idee per la Transizione, piccoli avviamenti a pensieri capaci di immaginare il futuro, particolarmente suggestivi nel momento in cui vogliamo uscire dalla gabbia delle idee troppo legate al XX secolo: la solita destra-sinistra, le isole culturali incomunicanti, gli scontri di civiltà, il mercato delle idee funzionale alle ideologie dell'accumulazione, sullo sfondo delle possibilità autodistruttive della nostra specie. Questo colloquio è parte dello sforzo di conoscere menti creative, libri davvero originali, pensieri diversi in vista di un cambiamento difficile.

 

1. Nel suo ultimo libro (Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere) lei sostiene che vi sia un intimo rapporto fra potere globale (essenzialmente anglo-americano) e reazioni terroristiche di matrice islamica. Senza giustificare mai la violenza lei fa comunque intendere che il terrorismo internazionale è l’esito, drammatico e prevedibile, della paura diffusa fra le popolazioni soggette da decenni all’occupazione militare delle potenze occidentali. Potrebbe spiegarci questo legame fra la paura e il terrore?

In Occidente si è diffusa l’idea che il terrorismo islamico esprima la volontà di annientare la civiltà occidentale assieme ai suoi valori fondamentali: la libertà, la democrazia, lo Stato di diritto, l’economia di mercato. La figura del terrorista suicida, affermatasi soprattutto in Palestina, sarebbe l’espressione emblematica dell’irrazionalità, del fanatismo e del nichilismo terrorista. Al fondo del terrorismo islamico ci sarebbe esclusivamente l’odio teologico dei mujahidin contro l’Occidente, diffuso dalle scuole coraniche. A mio parere si tratta di tesi molto dubbie, come risulta da analisi rigorose della tradizione coranica e in generale della cultura arabo-islamica. Come hanno accertato le ricerche empiriche di Robert Pape, la ragione determinante nella genesi del terrorismo non è il fondamentalismo religioso: si tratta in realtà, nella grande maggioranza dei casi, di una risposta collettiva a ciò che viene percepito come uno stato di occupazione militare del proprio paese.

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Enrico Piovesana: Italia, un 'regime change' senza armi

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Italia, un 'regime change' senza armi

Enrico Piovesana


La soluzione ai nostri guai sarebbe quindi Mario Monti, tecnocrate che gode della piena fiducia dei mercati. Non stupisce, visto che l'ex commissario europeo è anche consulente di Goldman Sachs (la superbanca che ha causato il collasso greco che l'affossamento dei Btp italiani) e della Coca Cola, presidente europeo della Commissione Trilaterale di David Rockefeller e membro direttivo del potente club Bilderberg.

Ma come si è arrivati a questo?

Lo scorso luglio i mercati internazionali, soprattutto statunitensi (grandi banche d'affari, fondi d'investimento, agenzie di rating, multinazionali e compagnie assicurative) hanno scatenato il loro attacco speculativo contro l'Italia: non perché le condizioni economiche del nostro Paese fossero improvvisamente peggiorate, ma per la definitiva perdita di credibilità e di fiducia del governo Berlusconi.

Inizialmente sostenuto dai mercati internazionali per le sue promesse di 'rivoluzione liberale', ultimamente il Cavaliere, sempre più invischiato nei suoi scandali sessuali e concentrato a difendere i suoi interessi personali, veniva giudicato dai mercati irrimediabilmente inadeguato a portare avanti le riforme e le politiche economiche da essi richieste.

La crescente apprensione dei mercati si è tramutata in paura a giugno, con la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell'acqua: un campanello d'allarme sulla pericolosa piega democratica che rischiava di prendere l'Italia nel vuoto di potere creato da Berlusconi.

In un Paese inaffidabile e indisciplinato come l'Italia, i mercati non potevano certo affidare il cambio di regime al popolo bue, rischiando di vedersi rieletto Berlusconi o di vederlo sostituito da un governo troppo sbilanciato a sinistra. Hanno giudicato più sicuro prendere direttamente il controllo dell'Italia con il pretesto dell'emergenza.

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Antonio Mazzeo: I costi del crimine della guerra, oggi

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I costi del crimine della guerra, oggi

di Antonio Mazzeo

“Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale”. Continua ad essere chiamato così il 4 novembre, cent’anni dopo la fine del primo terribile conflitto mondiale del secolo breve. Celebrata dai cappellani militari nelle piazze di tutta Italia, caserme e unità navali aperte alla visita di civili, giovani e studenti, donne e uomini armati nel nome della difesa del suolo patrio, dell’onore, di libertà sempre più effimere e intangibili. Eppure mai come quest’anno ci sarebbe tanto bisogno di riflettere sui soffocanti e deleteri processi di militarizzazione della società, dell’economia, della vita di milioni di italiani. Siamo in guerra, una guerra fatta di morti invisibili, in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Libia, Somalia, Africa centrale, Filippine, Kurdistan, Yemen e chissà ancora in quanti posti ancora. Una guerra che nelle periferie delle megalopoli è fatta di disperazione, abbandono, emarginazione, morte per fame e malattie. Una guerra alle risorse del pianeta, ai beni comuni, alle migrazioni, all’ambiente. Guerre che vedono l’Italia protagonista, complice, responsabile, vittima.    

I numeri sono entità fredde, astratte, spersonalizzanti. Il loro uso può assuefare, normalizzare, virtualizzare. Ma ci sono numeri che il 4 novembre ministri, generali e cappellani si guarderanno bene a menzionare. Come ad esempio quelli forniti dal Comando Nato di Bruxelles per quantificare le operazioni di morte realizzate in Libia. Dall’inizio di Unified Protector (31 marzo 2011) sino allo scorso 21 ottobre, ad esempio, sono state condotte 26.223 “sortite” di cui 9.634 Strike (quelle in cui c’è il cosiddetto ingaggio di obiettivi). Ovviamente ci si guarda bene a descrivere la tipologia degli obiettivi di cui si sta parlando. In linea con le guerre globali e permanenti del XXI secolo dove sono satelliti e computer a dirigere blitz e bombardamenti e dove vige il diktat di occultare qualsiasi scenario di distruzione in campo “avversario”, falchi e strateghi di Bruxelles si guardano bene a fornire i dati sui morti e i feriti. Non esistono. Non devono esistere. Ma quanti bambini, donne e uomini sono caduti sotto le bombe dei 9.634 Strike degli aerei Nato? Il 4 novembre faremmo bene a fermarci un attimo e pensarci.
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Karla: Dopo Tripoli. Ritorno al futuro

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Dopo Tripoli. Ritorno al futuro

di  Karla

La conclusione della campagna di Libia ha, con ogni probabilità, sancito la definitiva fuoriuscita dal ‘900. Esplicativo il modo in cui si è dato l’intervento militare delle forze occidentali.

La NATO ha funzionato a tutti gli effetti come forza combattente di alcuni interessi direttamente coloniali al fine di garantire a questi il libero accesso a una fonte energetica di non secondaria importanza e permettere l’installazione di basi militare solide e sicure all’interno di un’area geoeconomica d’importanza strategica. Dopo la “campagna di Libia” la mappa politica e militare dell’intero Medio Oriente e del Nord Africa cambia decisamente volto. Siamo di fronte al pieno recupero della “politica di potenza” dell’epopea coloniale anche se, a differenza del passato, dove alla guerra esterna faceva da contraltare una sostanziale situazione di pacificazione interna questa volta, pur con gradi e intensità diverse, guerra interna e guerra esterna trovano piena continuità. Mentre le forze britanniche di maggiore consistenza contribuivano alla presa di Tripoli le seconde linee si misuravano all’interno contro l’insorgenza indigena un fatto che, di per sé, è quanto mai indicativo. A differenza del passato, infatti, la guerra è un continuum dove interno ed esterno non rappresentano più mondi assolutamente separati ma una realtà unica pur se diversamente declinata. La “linea di condotta” del governo britannico, del resto, non è stata una voce fuori dal coro poiché, in contemporanea, le altre potenze imperialiste direttamente interessate alla conquista libica varavano,contro i propri subalterni, una serie di misure economiche e sociali che, fuor di metafora, possono considerarsi vere e proprie azioni di guerra. Questo l’elemento realmente nuovo rispetto all’epopea classica del colonialismo.

Nel passato, le guerre coloniali, hanno sempre avuto anche lo scopo di catturare, attraverso l’elargizione di una serie di benefit più o meno corposi, gran parte delle classi lavoratrici interne.
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Samir Amin: Costruire convergenza tra le lotte

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Costruire convergenza tra le lotte

Dmitrij Palagi e Mattia Nesti intervistano Samir Amin

1) Su diversi giornali e siti si parla di Primavera Araba, così come in passato si è utilizzata l’espressione Primavera Sudamericana. Si tenta anche di collegare questi processi con le varie forme di protesta europee, dagli indignados ai referendum italiani. Nonostante questo collegamento è evidente l’assenza dello spirito di Genova 2001, un senso di unità che in molti riassumevano con lo slogan “un altro mondo è possibile”. C’è stata una perdita di unità ed è mai realmente esistito un movimento mondiale anticapitalista?

Alla questione è difficile rispondere. I movimenti sono evidentemente diversi l’uno dall’altro, da un paese all’altro: ognuno ha delle condizioni specifiche. C’è un grosso pericolo nel parlare di “mondo arabo”, perché si rischia di ignorare le molte differenze che esistono tra le vicende di Tunisia ed Egitto rispetto alla fase di Siria e Libia. Questo vale ovviamente di più per il collegamento con un realtà così distante come quella sudamericana, che presenta delle differenze anche al suo interno, dal Brasile al Venezuela cambia molto. Lo stesso discorso vale per i movimenti di Europa e Stati Uniti, che hanno caratteristiche proprie, legate alle specificità delle loro basi sociali.

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Michele Basso: La rivincita della Germania

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La rivincita della Germania

Michele Basso

Quando, caduto il muro di Berlino, le merci e i capitali tedeschi invasero l’Europa orientale, ci fu chi giustamente osservò che la conquista, non riuscita ai panzer di Hitler, era stata ottenuta con altri mezzi. La Germania sostituì la Russia come partner commerciale in quasi tutta l’area. Quindi la rivincita sulla Russia c’è già stata, bisogna vedere se questo avverrà anche nei confronti delle potenze occidentali. Qui è possibile fare solo ipotesi. Mentre i cambiamenti materiali delle condizioni economiche della produzione possono essere verificati con precisione  scientifica – spiegano Marx ed Engels - le forme politiche con cui si affrontano i conflitti originati da queste condizioni devono essere spiegate indirettamente con le contraddizioni della vita materiale. Sarebbe semplicistico, perciò, attribuire alla Germania un peso politico e militare proporzionato alla sua importanza economica, perché non si possono trascurare fattori storici importantissimi, che pesano sulla politica e sulla psicologia di una popolazione. Il ricordo delle sconfitte militari, quello dell’iperinflazione del 1923,  i vincoli dei trattati e la presenza di basi militari americane sul suo territorio non sono certo condizionamenti poco rilevanti.

Prima del crollo dell’Unione Sovietica, le motivazioni che avvicinavano la Germania agli USA prevalevano sui contrasti. La politica estera aveva forti limitazioni, ma le condizioni di marca di frontiera e la presenza di un forte impegno americano le portavano molti vantaggi, tra cui quello di non spendere eccessivamente per la difesa, e potersi concentrare sullo sviluppo economico.
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Piero Pagliani: La Libia e l’imperialismo: un deficit di analisi

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La Libia e l’imperialismo: un deficit di analisi

di Piero Pagliani

1. Ancora una volta, con la crisi Libica risalgono in superficie le ragioni profonde della inadeguatezza delle categorie acriticamente ereditate dalla tradizione marxista. A parte la questione di quanto riflettano veramente il pensiero di Marx, occorre rilevare – perché è una questione immediatamente politica – che l’errore di molto marxismo novecentesco è stato lo scolasticismo della suddivisione struttura-sovrastruttura, che si traduceva in errore economicistico e storicistico. L’aveva compreso Lenin (che infatti scriveva che non si capisce il primo libro del Capitale se non si è letta e capita tutta la logica di Hegel, e ne concludeva che “di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!!“) e lo aveva capito Gramsci, che infatti fu accusato di idealismo.

Ma in seguito queste intuizioni furono appannaggio solo di pochi marxisti e in particolare il marxismo di origine post-sessantottina e più ancora post-settantasette dimenticò la reale lezione politica di Lenin e la vera lezione ideologica e teorica di Gramsci. In definitiva ci fu lo sbandamento verso la focalizzazione su una delle tante sfere in cui si suole suddividere la realtà del capitalismo.

Ma la suddivisione della realtà in sfera economica, finanziaria, politica e culturale è una suddivisione di comodo. E se essa permette di analizzare specifiche logiche, è però necessario cercare di utilizzare categorie analitiche – e soprattutto politiche – che riflettano l’interferenza o l’interazione tra i vari piani, le varie sfere e le varie logiche, che per giunta sono inter e intra conflittuali. Perché c’è bisogno di categorie che su questo complesso intreccio permettano di agire.
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Augusto Illuminati: Fine dell’Impero?

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Fine dell’Impero?

di Augusto Illuminati

Eh, anche l’Impero non è più quello di una volta. I bei tempi di Billy Clinton e George Lucas, neppure il bravo Obama riesce a rievocarli. Guardate come l’intera coalizione Odyssey Dawn sta andando a puttane e, per dirla con la stampa italiana di (estrema) destra, cioè Libero e il Giornale, Sarkozy sta bombardando l’Italia, impadronendosi di Bulgari e Parmalat e spingendo l’Eni lontano dai pozzi libici, a tutto vantaggio della Total. Che poi sotto le macerie finisca pure Berlusconi è ben magra consolazione per noi – figuriamoci per i detentori di bond Parmalat e per i consumatori finali di metano, elettricità, gasolio e benzina verde! Il mondo è finito bottom down: la destra è pacifista (da Ferrara e Feltri a Formigoni) e denuncia gli sporchi interessi economici dietro la pelosa retorica umanitaria, Berlusconi “si addolora” per Gheddafi e tesse trame disfattiste con Putin, la Lega gufa la guerra tifando la Germania non interventista e si preoccupa solo di sbarrare le coste ai migranti, perfino La Russa giura (e spergiura) che i nostri aerei non sparano (che cazzo fanno allora? voli di addestramento?), mentre la sinistra si infila l’elmetto sul cranio e va alla guerra con le fanfare e senza rischi se non di ridicolo. Repubblica è l’unico esempio al mondo di giornale embedded con i giornalisti che restano a Largo Fochetti, l’Unità sproloquia sul “male minore” delle bombe tricolori rispetto a quelle tiranniche (linea Henry-Lévy, Cohn-Bendit e Joschka Fischer, te li raccomando i kosovari). Il Fatto ospita la qualunque.
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Giovanna Cracco: Il regime di verità del libero mercato

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Il regime di verità del libero mercato

Giovanna Cracco

L'Europa, la Trilateral Commission e il Gruppo Bilderberg

Poche cose generano disinteresse negli italiani quanto l’Unione Europea, le sue regole, i vari trattati che l’hanno creata, le istituzioni. Un disinteresse radicato, nonostante la consapevolezza, o il sentore, che l’unione stia fagocitando pian piano l’autonomia decisionale di ogni Paese membro.

Le ultime elezioni europee del 2009 hanno visto un’affuenza del 65%, in calo rispetto alle votazioni precedenti dell’8%. una persona consapevole ma ottimista (quasi un ossimoro) potrebbe valutare il disinteresse come una presa di coscienza da parte degli italiani del fatto che la politica, in Europa, ha un peso talmente irrisorio, che esercitare il proprio diritto di voto per decidere da chi farsi rappresentare al Parlamento europeo è una farsa a cui si sottraggono volentieri. Ma proprio in virtù dell’ossimoro, risulta difficile dare questa interpretazione. Più probabile che la complessità delle strutture europee, e quindi l’impegno che richiede il conoscerle e farsi un’opinione, sia la ragione alla base del disinteresse.


Nel 1992, anno della firma del Trattato di Maastricht, l’Unione Europea era stata presentata agli italiani come la terra promessa, l’unica possibile salvezza da un sistema Paese in fallimento, in preda a Tangentopoli, falcidiato nella sua classe politica corrotta; come il solo modo per uscire dalla dinamica di un debito pubblico in perenne aumento e da una lira buttata fuori dal sistema monetario europeo (Sme).
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Domenico Moro: Le vere cause delle rivolte in Nord Africa

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Le vere cause delle rivolte in Nord Africa

di Domenico Moro

Le rivolte che, partite dalla Tunisia, si sono estese in tutto il Nord Africa sono state spiegate dai media nostrani, secondo l’ideologia democratica occidentale, come rivolte contro il dispotismo. Tale categoria, però, non spiega perché “despoti” al potere da quaranta anni siano stati messi fuori gioco in poco tempo, né la diffusione rapidissima del contagio in un’area molto vasta. Le cause di quanto sta avvenendo sono senza dubbio molteplici e complesse, ma certamente vi giocano un ruolo importante il modo in cui sono state gestite la crisi mondiale e la globalizzazione.

Il centro del sistema capitalistico mondiale, gli Usa, ha scelto di risolvere la crisi, di cui è stato epicentro nel 2007, mantenendo i tassi d’interesse sul denaro vicini allo zero e procedendo all’immissione di una massa enorme di denaro nel sistema economico mediante il cosiddetto “quantitative easing”. Questo consiste nell’acquisto di titoli del Tesoro per 600 miliardi di dollari da parte della Banca centrale Usa, cui è stata aggiunta la proroga, per 800 miliardi di dollari, degli sgravi fiscali dell’epoca Bush. In questo modo lo Stato Usa ha rilanciato il Pil (nel 4° trimestre 2010 al 3,2%) e i profitti delle imprese (+35%) e delle borse, specie di Wall street, che non chiudeva in rialzo per nove settimane di fila dal ’95.[1] Si tratta però, come accaduto a seguito della crisi del 2001, di una crescita drogata che non risolve la crisi, anzi la aggrava, aumentando il gigantesco debito pubblico, e lasciando inalterata la forte disoccupazione (10%).[2]
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Giulietto Chiesa: I quattro giganti ciechi alla sfida del futuro prossimo*

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I quattro giganti ciechi alla sfida del futuro prossimo*

di Giulietto Chiesa

Dopo un quarantennio imperiale, unipolare, stiamo vivendo una parentesi multipolare. Quanto durerà nessuno può saperlo e non abbiamo una sfera di cristallo in cui guardare. L'unica cosa che sappiamo, con certezza, da molti segnali, è che siamo nella vicinanza relativa di un punto di rottura della continuità storica: quello che si può definire come un “cambiamento di fase”, qualcosa di analogo a quello che in fisica, per esempio, è il passaggio dallo stato liquido a quello gassoso. È per questa ragione che parlo di parentesi multipolare: perché non sarà lunga come la fase storica unipolare che l'ha preceduta, e perché la sua durata equivale alla nostra distanza dal punto di rottura, o cambiamento di fase.

Questa distanza si misura in anni, non in decenni e quello che avverrà in questi anni deciderà le modalità del cambiamento di fase e, in misura decisiva, deciderà anche come l'umanità uscirà dalla transizione.

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Tito Pulsinelli: Il gasodotto "South stream" non s'ha da fare! Yes mister

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Il gasodotto "South stream" non s'ha da fare! Yes mister

Tito Pulsinelli

Per gli Stati Uniti è più importante il petrolio che il coinvolgimento nella sua fallimentare invasione dell'Afganistan: i soldati italiani inviati ed immolati con la foglia di fico della NATO, sono strategicamente inferiori all'autonomia dell'ENI. Per loro, è inaccettabile che il governo di Roma si muova verso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, e che l'ENI collabori con Gazprom. "Il gasodotto South streem non s'ha da fare" dice Washington.

Ok, è comprensibile, difendono i loro specifici interessi nazionali (in fase calante). A loro non conviene una linea che ci collegherebbe direttamente con i giacimenti russi. Ed hanno già lanciato l'anatema anche riguardo le forniture dalla Libia e dall'Iran. Per fortuna l'ENI ha firmato un accordo con il Venezuela, dove investe 19 miliardi di dollari, ed ha già esplorato un gigantesco giacimento che si appresta a trivellare.
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Danilo Zolo: Le guerre di aggressione terroristiche e il fallimento del pacifismo istituzionale

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Le guerre di aggressione terroristiche e il fallimento del pacifismo istituzionale

Danilo Zolo

In un mondo sconvolto da guerre di aggressione sempre più cruente e devastanti, e nel quale la vendetta del terrorismo internazionale fa strage quotidiana di vittime innocenti, occuparsi della pena di morte rischia di apparire un ozioso passatempo filosofico. La vita umana è ferocemente violata sia dalle armi di distruzione di massa, sia dalla logica sanguinaria del "terrorismo globale", in particolare nelle sue forme suicide, efficacissime e sempre più diffuse (1). L'uccisione di persone innocenti sembra accettata e normalizzata: si pensi al cinismo degli "effetti collaterali" inaugurato nel 1999 dalla NATO nella guerra di aggressione contro la Repubblica Federale Jugoslava. Il disprezzo della vita è nei fatti e lo è, ancor più, nella indiscutibile legittimità che le grandi potenze occidentali accordano allo spargimento del sangue di persone che ritengono nemiche. Mai come oggi il potere delle grandi potenze è stato legibus solutus.

Oggi l'industria della morte è più che mai fiorente mentre il pacifismo sembra sempre più l'illusione di poche anime candide. Persino l'attuale pontefice romano se ne scorda, mentre non dimentica di riverire i potenti del mondo, abbiano o meno le mani insanguinate.
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Danilo Zolo: Violenza, democrazia, diritto internazionale

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Violenza, democrazia, diritto internazionale

Danilo Zolo


1. Quale democrazia?


Prima di iniziare questo mio breve intervento sul rapporto fra uso della forza, regimi democratici e diritto internazionale desidero precisare che vorrei fare riferimento a una nozione di democrazia un po' rigorosa, che non si riduca ad una formula retorica o addirittura, come accade spesso nella comunicazione politica occidentale, platealmente propagandistica. Proporrei di lasciare da parte i modelli 'classici' di democrazia - quello partecipativo e quello rappresentativo -, perché troppo esigenti e ormai non realizzabili entro società differenziate e complesse. Potremmo attestarci, in via stipulativa, su una nozione post-classica di democrazia (schumpeteriana, pluralista, minimale), secondo cui un governo democratico è contraddistinto da un grado accettabile di responsiveness e di accountability. Un regime è democratico se le autorità politiche 'rispondono' alle aspettative dei cittadini rispettandone e promuovendone i diritti fondamentali, e se sono 'responsabili': se cioè devono rendere conto delle loro decisioni di fronte ad un elettorato capace di valutazioni sufficientemente autonome e competenti.
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James Petras: In guerra con la Cina? I pericoli di una conflagrazione globale

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In guerra con la Cina? I pericoli di una conflagrazione globale

L'ASCESA E IL DECLINO DEI POTERI ECONOMICI: IL CONFLITTO CINA-USA SI INASPRISCE

James Petras

Introduzione

I conflitti sempre più intensi tra Stati Uniti e Cina condurranno inevitabilmente ad una conflagrazione globale? Se cerchiamo una risposta nel passato recente, questa sembra essere un clamoroso sì. Le guerre più rovinose del XX secolo sono state il risultato di bracci di ferro tra potenze imperieliste affermate e nascenti. Le esperienze e politiche delle prime fungono da linea guida per le seconde.

Lo sfruttamento coloniale dell'India da parte dell'Inghilterra, dei suoi affari, dei suoi tesori, delle materie prime e del lavoro sono servite da modello per la guerra tedesca e per il suo tentativo di conquista della Russia [1]. L'ostilità tra Churchill e Hitler aveva tanto a che fare con le loro comuni mire imperialistiche quanto ne aveva con le loro contrastanti idee politiche. Inoltre, il saccheggio coloniale perpetrato da Europa e Stati Uniti nel sudest asiatico e nelle città della costa cinese sono state uno spunto per l'iniziativa del Giappone volta allo sfruttamento di Manciuria, Corea e Cina continentale.
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Danilo Zolo: Il terrorista, un terrorizzato

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Il terrorista, un terrorizzato

intervista di Francesca Borri a Danilo Zolo

La giustificazione ufficiale è la tutela dei diritti umani e la diffusione della democrazia: ma dall'Iraq a Gaza, non sono che guerre di aggressione, in nome di un progetto imperialistico di egemonia globale. Danilo Zolo sostiene che è necessaria un'indagine sulle radici e sulle ragioni del terrorismo islamico "perché l'Occidente può combattere l'integralismo altrui solo cominciando dal proprio".


Si dice terrorismo, e si dice Undici Settembre. E invece il discrimine, lei sostiene, non è il 2001, ma il 1989.

DZ. La mia tesi è che il discrimine è stato segnato dalla fine dell'impero sovietico, dallo scioglimento del Patto di Varsavia, dal rapido declino del bipolarismo nei rapporti internazionali e dall'emergere degli Stati Uniti d'America come la sola potenza politico-militare in grado di affermare la propria egemonia a livello globale. I documenti pubblicati dalla Casa Bianca e dal Pentagono nei primi anni novanta sono una prova lampante della consapevolezza che gli Stati Uniti hanno della propria assoluta supremazia. Essi sanno di essere la sola potenza in grado di dar vita a un new world order e di garantire, in collaborazione con l'Europa e il Giappone, una global security. La guerra di aggressione scatenata dal presidente George Bush senior contro l'Iraq nel 1991 è stata l'inizio sanguinario del "Nuovo ordine mondiale". Ed è stata, nello stesso tempo, la causa del costante incremento del terrorismo suicida, come ha provato Robert Pape nella sua accuratissima analisi Dying to Win. L'attacco terroristico dell'Undici Settembre è stato, da ogni punto di vista, una replica terroristica al terrorismo di una guerra che aveva fatto strage di centinaia di migliaia di persone innocenti con l'uso di armi di distruzione di massa quasi nucleari, come le cluster bombs, le daisy-cutter e i famigerati fuel-air explosives.
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Felice Capretta: G8, G20, G...ira gira è sempre quella zuppa

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G8, G20, G...ira gira è sempre quella zuppa

di Felice Capretta

gregge2or6.jpgBen lontano da Toronto, si è concluso il G8.

A circa 200 km dalla città canadese, in tutta sicurezza, si è infatti compiuto l'ennesimo incontro del tutto inutile fra gli "8 grandi (aggiungere qui la parola che si preferisce)" del pianeta.

Visto che erano in 8, si poteva fare un bel torneo di scopa d'assi, con coppa di ottone al vincitore finale e bicchieri di rosso per tutti. E spuma per gli astemi.

Che magari costava meno, tipo qualche migliaio di euro.

Invece hanno speso un miliardo di dollari solo di organizzazione e sicurezza.
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Karl Marx, un contemporaneo

di Vladimiro Giacchè

Ironie della storia. Mentre in Germania viene festeggiato il 20° anniversario della fine della Repubblica Democratica Tedesca, si assiste ovunque a un grande risveglio di interesse nei confronti di quello che ne fu (inconsapevolmente) il filosofo ufficiale: Karl Marx. Soltanto in Italia da giugno ad oggi sono uscite due biografie: la traduzione del testo di Francis Wheen (Karl Marx. Una vita, Isbn edizioni, p. 400) e il volume di Nicolao Merker Karl Marx. Vita e opere (Laterza, pp. 261). Se il primo testo è avvincente, il secondo riesce a fare il miracolo: ossia a darci una panoramica completa della vita di Marx e delle linee di fondo del suo pensiero.

Merker inizia ricordando che “il pensiero di Marx sta nei suoi scritti”. Non si tratta di una banalità, ma di una doverosa cautela, visto l’uso a dir poco disinvolto che spesso si è fatto del pensiero di Marx. I testi di Marx vanno letti e collocati nel loro contesto storico. Ma non per farne altrettanti “classici” da tenere sullo scaffale, bensì per capire cosa ci possono dire sull’oggi. Questo utilizzo è possibile in quanto la struttura economica della società in cui viviamo è ancora quella descritta da Marx.
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