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Tito Pulsinelli: Il gasodotto "South stream" non s'ha da fare! Yes mister

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Il gasodotto "South stream" non s'ha da fare! Yes mister

Tito Pulsinelli

Per gli Stati Uniti è più importante il petrolio che il coinvolgimento nella sua fallimentare invasione dell'Afganistan: i soldati italiani inviati ed immolati con la foglia di fico della NATO, sono strategicamente inferiori all'autonomia dell'ENI. Per loro, è inaccettabile che il governo di Roma si muova verso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, e che l'ENI collabori con Gazprom. "Il gasodotto South streem non s'ha da fare" dice Washington.

Ok, è comprensibile, difendono i loro specifici interessi nazionali (in fase calante). A loro non conviene una linea che ci collegherebbe direttamente con i giacimenti russi. Ed hanno già lanciato l'anatema anche riguardo le forniture dalla Libia e dall'Iran. Per fortuna l'ENI ha firmato un accordo con il Venezuela, dove investe 19 miliardi di dollari, ed ha già esplorato un gigantesco giacimento che si appresta a trivellare.
Come spiegare la simbiosi tra ambasciata USA ed il fronte magmatico che aspira a rimpiazzare l'attuale governo italiano? E' razionalmente spiegabile che il capo d'imputazione principale sia l'agenda energetica e i passi compiuti in direzione del maggiore tra i Paesi produttori? E' etico far proprie oscure ragion di Stato (straniero), non-europeo, che fanno a pugni con una lungimirante autonomia che risale ai tempi di Enrico Mattei? Domande che trovano il mutismo totale dei "frontisti colorati" e del loro europeismo di facciata. Non hanno il coraggio e l'indipendenza di emulare lo statista tedesco socialdemocratico G. Schroeder che presiede il consorzio North stream.

L'aggregazione informe delle schegge e dei frammenti del defunto bipolarismo-forzato, candidata come "alternativa" all'attuale palude, brandisce le ragioni dello sponsor d'Oltreatlantico, e vi si affida come a una vitale stampella, ma non definisce la propria agenda energetica nazionale. Ne ha una? Non difende e/o subordina l'Italia alle multinazionali anglosassoni, e volta le spalle anche all'Europa, che è inconcepibile senza una autonomia energetica basata sulla diversificazione degli approvvigionamenti ed industria propria. A nulla servono i verginali strilli contro i pericoli dell'orco, perdon orso siberiano. In realtà dovrebbero solo ispirarsi alla Germania. Cercare di essere meno vassalli, ed avere la medesima rettitudine di dirigenti autenticamente europeisti come G. Schroeder. E ricordarsi -ogni tanto- che il passo decisivo per l'integrazione europea venne dato con il primo gasodotto, costruito nell'epoca dell'Unione Sovietica. Seppero dire no al veto di Washington.

L' "alternativa" che stanno cucinando gli apprendisti stregoni ha altri scheletri nell'armadio e prevede tirar fuori dal congelatore personaggi che furono protagonisti del grande ciclo privatizzatore iniziato negli anni 80. Il più quotato è Draghi, uomo targato Goldman Sachs che -come altri suoi colleghi- è stato inserito ai vertici delle banche centrali nazionali. Varie "authority" nostrane e straniere -chi le ha elette?- puntano il dito contro le residuali -ma strategiche- aziende statali nazionali. Fare spezzatino dell'ENI e Fimeccanica, privatizzare gradualmente la Previdenza sociale, moltiplicare la disoccupazione giovanile, affondare definitivamente l'Europa. E' quanto avvenuto dalla Grecia alla Spagna, all'Irlanda, dov'è di nessuna importanza l'identità politica dei governi.

Ne hanno una? Rappresentano o difendono gli interessi sociali dei loro elettori o dei loro cittadini? Semplicemente applicano il diktat del FMI e della Banca Cenrale Europea, a scoppio ritardato, molto dopo i disastri prodotti in America latina ed in Asia. La BCE  vi si si tuffa con gaudente lascivia, proprio mentre gli altri ne stanno uscendo fuori, dopo aver messo ai margini il FMI. Cancellando -in tutto o in parte- i dogmi della globalizzazione, in primis lo strapotere delle banche centrali. L'Unione Europea diretta dal BCE indietreggia su tutta la linea, mentre il BRIC (Brasile, Russia, Cina, India) diventa una forza emergente, e da debitore diventa creditore del FMI:

Con una maggioranza risicata, il "fronte colorato" si camufferà dietro la presunta autonomia di imprenditori reclamizzati, economisti travestiti dietro la "neutralità" dei banchieri centrali o l'oggettività delle "scienze economiche"  monetariste coniate nelle madrasse anglosax. Ci sarà l'irruzione sulla scena dei poteri forti, dei guru votati alla supremazia totale dell'economia su tutto il resto; di imprenditori allattati col biberon delle sovvenzioni pubbliche ma ferventi devoti del neoliberismo. Il centro della scena sarà per banchieri centrali per i quali è criminoso sovvenzionare il reddito sociale, l'impresa produttiva e la domanda,  ma è un toccasana regalare soldi alla banca privata.

Dopo la Caporetto della fu-casta sopravviveranno solo i politici-zerbino dell'élite atlantista dell'EuroNATO. Nemmeno i confindustriali sembrano apprezzare la portata di una intesa a lungo termine che prevede l'intercambio di materie prime e idrocarburi, ed apre le porte di un grande mercato all' esportazione di tecnologie e prodotti dell'UE. Condannati a guardare solo verso l'ovest dalle stelle strisciate, con un PIL gonfiato soprattutto dai "prodotti finanziari" e manifattura bellica del complesso militar industriale. Questo è finanziato dai denari federali con un astronomico 30% del bilancio destinato alla difesa. Con la terza parte degli investimenti statali destinati al polo privato armamentista, sopravvive malamente un mercato sempre più rattrappito e poco solvente.

Come altre volte nel passato, è in arrivo il settimo cavalleggeri dei Draghi, Monti, Padoa Schioppa, Dini, ecc, ed altre protesi del potere de facto, privi di legittimità perchè non scaturiscono da nessuna elezione popolare sovrana. La "sinistra" del neoliberismo ha già mostrato il suo nuovo biglietto da visita.

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Contro il pessimismo (degli “intellettuali”)

Fabio Frosini

I marxisti hanno interpretato la propria tradizione, finora, con il linguaggio della vulgata o con le raffinatezze del più dotto accademismo. Ai «nuovi marxisti» si richiede invece di far progredire la ricerca (come ricerca sulle cose) impiegando – se possibile – una lingua scarna e largamente accessibile: recuperando – per così dire – alcuni pregi di chiarezza didascalica che furono del vituperato diamat sovietico, senza ripeterne gli schematismi ideologici; o, se si preferisce, assimilando la virtù stilistica della cultura anglosassone, senza ricadere nelle angustie della visione empiristica1.

1. Contro il pessimismo

Così titolava Antonio Gramsci l’editoriale pubblicato in grande evidenza nel secondo numero del rinato “L’Ordine Nuovo”. Era il 15 marzo 1924. Il primo del mese, il primo numero della nuova serie si apriva con un altro editoriale, Capo, tutto dedicato a un confronto tra Lenin e Mussolini, tra la dittatura del proletariato e la dittatura fascista. Lenin era morto da pochi giorni, il 21 gennaio, e tutto il presente poteva apparire, a un militante comunista in esilio, sotto una cattiva stella. Eppure, con quella combinazione tra l’analisi comparativa di fascismo e comunismo, e la netta critica del pessimismo, Gramsci si ripresenta sulla scena italiana – rientrerà solo in maggio, grazie all’immunità garantitagli dall’elezione alla Camera dei deputati – tentando di rianimare le truppe disperse e disanimate del piccolo partito nato tre anni avanti a Livorno.

Così inizia Contro il pessimismo: occorre

fare un esame di coscienza, un esame del pochissimo che abbiamo fatto e dell’immenso lavoro che ancora dobbiamo svolgere, contribuendo così a chiarire la nostra situazione, contribuendo specialmente a dissipare questa oscura e grave nuvolaglia di pessimismo che opprime i militanti più qualificati e responsabili e che rappresenta un grande pericolo, il più grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire. Questo pessimismo è strettamente legato alla situazione generale del nostro paese; la situazione lo spiega, ma non lo giustifica, naturalmente. Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, tra la nostra volontà e la tradizione del partito se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente, per impulso irresistibile, e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera?2

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