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Emilio Quadrelli: Lo Stato in guerra

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Lo Stato in guerra

di Emilio Quadrelli

Note per una lettura della fase imperialista contemporanea

“La guerra è sviluppata prima della pace: modo in cui certi rapporti economici come lavoro salariato, macchinismo ecc., sono stati sviluppati dalla guerra e negli eserciti, prima che nell'interno della società borghese. Anche il rapporto tra produttività e rapporti di traffico diviene particolarmente evidente nell'esercito.” (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica 1857 – 1858, Volume I)

Forse è ancora presto per dire se il 14 dicembre ha rappresentato un’autentica svolta e le masse sono tornate a essere prepotentemente protagoniste della scena politica. Alcuni indicatori, non solo il non ritiro della “Riforma Gelmini" bensì la sua approvazione ma, soprattutto, la decisione con cui Marchionne ha chiuso la “partita Fiat”, porterebbero a dire che i bagliori del 14 dicembre non sono ancora gli incendi di Mosca 1905. Così come, se non è del tutto certo che, la medesima data, possa passare alla storia come il 23 frimaio di Silvio Bonaparte è per lo meno ipotizzabile che le forze della controrivoluzione non sembrano essere state scosse più di tanto dagli avvenimenti di piazza. Resta, ed è un dato politico di grande importanza, che un movimento di massa, non ascrivibile unicamente al mondo dell’Università, ha rotto gli argini della pacificazione sociale.

Questo, più che la violenza in sé, è il dato, nuovo e positivo, al contempo che questo movimento spontaneo di massa ha posto, almeno in potenza, all’ordine del giorno.  Le esperienze che le masse faranno nei mesi venturi e la capacità delle avanguardie comuniste di agire da partito dentro le insorgenze che si profilano saranno gli unici elementi in grado di raccontare e fare la storia. Non si tratta di assumere una posizione attendista o frenante bensì, più realisticamente, di farsi carico delle responsabilità alle quali, una fase difficile e complessa come l’attuale, rimanda. Ma questo è un compito che, anche nel suo semplice abbozzo, esula dal presente contributo poiché è solo dentro le lotte, nella  loro evoluzione e conduzione, che si misura la capacità dell’avanguardia di essere tale. Solo nella prassi il partito dell’insurrezione mostra o meno di essere all’altezza dei tempi. Tutto il resto è cretinismo accademico. Un cretinismo che, oggi, è esattamente speculare al cretinismo parlamentare. Hic Rhodus, hic salta!

Ciò che invece, da subito, possiamo iniziare a fare è analizzare il tipo di risposta posta in atto dallo Stato nel corso di quella giornata, gli scenari che, un attimo dopo, sono stati prefigurati e cercare di leggerli con una prospettiva a più ampio raggio e non condizionata dall’irrompere delle “contingenze”. Molto genericamente si può parlare di repressione il che rappresenta certamente una verità ma, per l’appunto, si tratta di una spiegazione generica in grado di raccontare poco o nulla delle strategie politiche “concrete” messe in atto oggi dallo stato imperialista. Sotto tale profilo la proposta di “daspizzare” gli studenti è particolarmente indicativa. Ciò che è stato testato sugli Ultra adesso è esteso a un altro corpo sociale ma, così come il problema non erano gli Ultra, con ogni probabilità il problema non sono neppure gli studenti e le masse proletarizzate scese in piazza con questi ma chiunque, in un qualche modo, non si mostri allineato. Quindi atteggiamento repressivo, a tutto tondo, da parte dello stato ma, ed è questo il punto, di fronte a quale tipo di repressione ci stiamo trovando? Di quali scenari, la repressione con la quale abbiamo a che fare (e sempre più avremo), è foriera? Quali sono le indicazioni che i comunisti devono cogliere per saper svolgere al meglio la loro funzione? È facile notare come, immediatamente, la questioni si complichi.

Definiamo, intanto, dentro quale scenario la repressione si collochi. Questo scenario è la crisi strutturale che attraversa il modo di produzione capitalista e le linee di condotta che lo stato attiva, a tutto campo, per fronteggiarla. L’operazione che, da un punto di vista comunista, occorre tentare non è diversa da quella portata a termine da Lenin dentro la crisi e la guerra che fanno da sfondo al Primo conflitto mondiale: leggere le trasformazioni politiche proprie della fase imperialista nella quale si è immessi e tutti i balzi che questa comporta. Per farlo, pur in maniera molto sintetica, cominciamo con il mettere a confronto il modo in cui gli stati imperialisti hanno affrontato le ricadute del giovedì nero del 1929 e quello messo a regime dopo il settembre – ottobre 2008. Nel primo caso lo stato è intervenuto pesantemente nell’economia attraverso investimenti pubblici al fine di rimettere in moto la macchina produttiva. Al contempo ha iniziato a dare vita a sostanziosi programmi sociali finalizzati a neutralizzare gli effetti più devastanti che la crisi stava riversando sulle masse subalterne. Intervento nell’economia e intervento nella società, in che modo? Gli Stati Uniti e la Germania ne rappresentano l’elemento paradigmatico per eccellenza. In entrambi i Paesi la fuoriuscita,almeno momentanea, dalla crisi avviene attraverso massicci investimenti statuali nella produzione bellica. Gli Stati Uniti gettano le basi per la loro supremazia aero – navale mentre la Germania inizia a sviluppare quell’esercito che metterà a ferro e fuoco l’Europa e non solo. Si preparano le armi e si allevano al meglio quelle masse che, da lì a poco, saranno chiamate a vestire la divisa e a ottimizzare al meglio l’apparato produttivo. A fare argine alla crisi non è altro che la preparazione alla guerra il cui paradigma industriale obbliga a catturare, almeno in parte, anche il consenso delle masse. Gli anni Trenta del secolo scorso vedono, al contempo, svilupparsi gli interventi statali nell’economia e nel sociale al fine di preparare la guerra. La centralità che le condizioni di vita delle masse rappresentano è sotto agli occhi di tutti. La richiesta di un intervento statale, finalizzato a risolvere la loro indigenza, viene sollecitata, in prima persona, dai circoli  esclusivi della borghesia imperialista. La nota affermazione del Presidente degli Stati Uniti Frank Delano Roosevelt: Il New Deal ha salvato il capitalismo da se stesso, ne rappresenta qualcosa di più di una battuta di spirito. Tutto ciò non deve stupire. Le risposte che gli stati danno alla crisi sono tutte interne a quella tendenza alla guerra, egemonizzata dal paradigma industriale, a cui quella determinata fase imperialista obbliga. Sullo sfondo di tali politiche è difficile non vedere quanto peso giochi la forma guerra.

Veniamo al presente. Le risposte statuali all’irrompere della crisi non sono state certo di poco peso. L’indebitamento degli stati ha raggiunto cifre stratosferiche ma con limitati effetti sulla ripresa della produzione industriale e ricadute pressoché nulle sulle condizioni materiali delle classi sociali subalterne le quali, dentro la crisi, precipitano ogni giorno che passa sempre più in basso. La miriade di fondi pubblici è stata utilizzata per ridare fiato all’economia finanziaria, saldare e parare i suoi debiti e i suoi guasti, rimettere in circolazione una massa di denaro attraverso la quale far ripartire le transazioni:  finanziare il tutto, questo è il punto, mirando a contenere, ridurre e se possibile azzerare la spesa sociale.  In poche parole, per le masse, non ci sono né Euro, né, dollari, né altro. Negli Anni Trenta, al contrario, anche andando contro e senza mezze misure a corpose quote di borghesia che, in virtù della loro miopia, si opponevano alla realizzazione dei programmi propri dello stato sociale il cervello della borghesia imperialista non si faceva problema a lottare anche contro la propria classe al fine di porre delle solide basi alla sua politica di potenza.  Questo scenario è oggi riproponibile? Assolutamente no anzi, come chiunque può facilmente constatare osservando con un minimo di realismo il mondo che ci circonda, il presente racconta qualcosa di diametralmente opposto. Forse perché viviamo dentro il sogno kantiano della pace perpetua? Evidentemente no ma la guerra, la sua forma, la sua conduzione e i suoi obiettivi si sono radicalmente modificati rispetto a quel paradigma che ha a lungo imperversato lungo gran parte del Novecento. Questo il nodo che occorre sciogliere. 

Nelle epoche passate la messa in forma della guerra presupponeva la costituzione di un blocco statuale il più unito e compatto possibile, assolutamente pacificato e a vari gradi consenziente. Lo Stato di guerra presupponeva una sostanziale condizione di pace interna. La guerra doveva essere sempre al di fuori dei confini politici dello stato. Gli eventuali rovesci militari, con la conseguente occupazione di territori nazionali, non inficiavano la rigida separazione tra interno ed esterno, semmai il contrario. Lo Stato di guerra, anche in ripiegamento e ritirata, doveva ancor più contare  sul carattere granitico e monolitico della sua legittimità politica e militare. Le sorti della guerra potevano ridurre lo spazio geografico di uno stato non il suo peso politico. Quando la guerra entrava dentro i confini politici dello stato non poteva che assumere immediatamente i tratti della guerra civile rivoluzionaria. Tutte le politiche sociali degli stati imperialisti avevano come obiettivo scongiurare tale evento. Perdere il controllo delle masse significava non avere più soldati e quindi non riuscire più a condurre la guerra imperialista; non avere più operai e quindi essere deprivati di quella indispensabile produzione finalizzata ad alimentare e sostenere i combattimenti; infine, ma non per ultimo, correre il  concreto rischio di essere spodestati dalla classe operaia e dal proletariato a cui la stessa guerra imperialista ha dovuto consegnare le armi e, in qualche modo, le fabbriche. Per le classi dominanti era assolutamente necessario che alla guerra esterna corrispondesse la più solida pace interna. Oggi, al contrario, la forma guerra si dispiega, pur con intensità diverse, sia all’interno che all’esterno. Non vi è più, da un punto di vista statuale, un interno e un esterno ma un unico campo di battaglia dove si giocano gradi e modalità di un medesimo conflitto. Il paradigma contemporaneo assunto dalla forma guerra è quello della guerra nelle città o guerra tra la gente un contesto che non ha alcun metro di paragone col Novecentesco paradigma industriale. Ma tutto ciò cosa significa? Quale tipo di guerra si sta oggi combattendo? L’unico modello che sembra avvicinarsi agli scenari bellici in corso ha molto a che vedere con le guerre coloniali. Ciò che le potenze imperialiste stanno attuando in gran parte del mondo, dall’Iraq, all’Africa, dai Balcani all’Afghanistan ricorda assai da vicini la politica della “porta aperta” attraverso la quale gli imperialismi cercarono di spartirsi la Cina. In queste guerre non si combatte contro un esercito ma contro la popolazione. Non vi sono campi di battaglia ma, il più delle volte, lo scenario bellico è rappresentato dalle città o da alcune sue zone. A combattere per l’imperialismo sono o truppe di volontari o mercenari veri e propri mentre, contro l’imperialismo si mobilitano forze partigiane la cui strategia è riconducibile alla guerra asimmetrica. A cosa mira, l’imperialismo, attraverso queste guerre?  Oltre agli obiettivi come dire classici che hanno fatto da sfondo a ogni epopea coloniale oggi queste guerre puntano a porre sotto controllo quote non secondarie di popolazione al fine di metterle al lavoro, in condizioni non distanti dal lavoro servile e coatto, alle dirette dipendenze delle imprese multinazionali e degli stati che queste controllano. Quella che comunemente è chiamata delocalizzazione della produzione non è altro che l’impianto di enormi comparti industriali all’interno di territori dove, il capitalismo, al “patto sociale” preferisce di gran lunga la frusta e le baionette. Un modello che, per le borghesie imperialiste, ha valenza universale e che, una volta sperimentato fuori dai propri confini metropolitani, in questi viene reimportato. Se, come ricorda Marx, è dall’uomo che si ricava la scimmia allora è dove più alto è l’estrazione di plusvalore che occorre partire per comprendere in quale modello politico e sociale siamo precipitati. A tracciare la storia, sempre come ricorda Marx, è sempre il suo lato cattivo. Sono le fabbriche rumene, albanesi, irachene, le enclavi israeliane destinate ad ospitare la forza lavoro arabo palestinese e così via a tracciare le vie dell’attuale fase imperialista e, a partire da ciò, a modellare per intero la formazione economica e sociale dell’attuale ciclo capitalista.  Ma se questo è il modello trainante della produzione, e conseguentemente il “cuore politico” della fase imperialista, che cosa ne è della forza – lavoro insidiata nelle aree metropolitane imperialiste? Se non c’è più un “dentro” e un “fuori” perché, in contemporanea, “dentro” e “fuori” convivono fianco a fianco in ogni contesto, è possibile una politica “inclusiva” da parte degli stati imperialisti nei confronti delle proprie masse?  Anche il più modesto degli indicatori sembra in grado di dare una risposta negativa. Se, a partire dal 1914 sino al 1989, per le stesse forze imperialiste dare un volto politico e sociale alle masse rappresentava una strettoia obbligata oggi, al contrario, le pratiche in atto sembrano raccontare qualcosa di decisamente rovesciato: la condizione delle masse è sempre più quella della massa senza volto. Anche in questo caso, un breve confronto con quanto accaduto dopo il fatidico giovedì nero, è quanto mai utile. Combattendo le non secondarie resistenze di una parte delle forze borghesi il New Deal, nel 1933, tenne a battesimo il National Industrial Recovery Act il cui punto di svolta dal punto di vista politico e sociale era rappresentato dal paragrafo (A) della sezione 7 dove si sanciva, per legge, il diritto dei lavoratori alla contrattazione collettiva. Un passaggio quanto mai esplicativo. Di fronte all’irrompere della crisi il Paese che si pone come il punto più alto dello sviluppo, e delle contraddizioni, del capitalismo, risponde dando un volto giuridico – formale alle masse proletarie. In questo modo ne riconosce e ne formalizza l’esistenza. Per l’imperialismo è essenziale mettere a regime tutte le condizioni perché il “fronte interno” o “fronte industriale” sia pronto a sostenere la propria politica di potenza. Quelle masse dovranno combattere per lui e non contro di lui. Il modello che si esplicita, quindi, è quello della pace interna in funzione della guerra esterna. Al contrario, oggi, l’imperialismo non sembra avere alcuna necessità di un qualche “fronte interno” anzi all’interno, nei confronti delle masse, a prevalere sono le “politiche di guerra” non certo quelle di pace. È a questa esigenza che si piega l’involucro politico contemporaneo.   

Nel momento in cui, dopo l’89, si è potuto appieno dispiegare quel fenomeno comunemente noto come capitalismo globale il mondo si è fatto veramente uno nel senso che, il rapporto tra capitale e lavoro – salariato, non ha più dovuto essere mediato da un insieme di esigenze politiche e miliari come negli anni precedenti. Molto prosaicamente l’era del capitalismo globale non ha fatto altro che universalizzare in basso, almeno in tendenza, le condizioni delle masse proletarie. Per molti versi, oggi, assistiamo alla definitiva cesura storica con l’epoca di Weimar. Se, in quello svolto storico, la formalizzazione giuridica del lavoro – salariato (nazionale) era al centro degli interessi imperialistici oggi si assiste al suo esatto rovesciamento. Le trasformazioni intervenute nel mondo del lavoro sono in grado di parlare da sole. La nuova era non universalizza i diritti del Welfare State ma la condizione di “massa senza volto” a cui l’imperialismo aveva deputato i subalterni del cosiddetto Terzo mondo. Un processo che gradualmente ma inesorabilmente ha marciato a pieno ritmo.

Un paio di decenni addietro, quando i migranti cominciavano a fare capolino nei nostri mondi a nessuno poteva venire in mente che quelle figure “povere” e disposte ad accettare un lavoro a qualunque condizione prefigurassero, anche solo alla lontana, lo specchio di un destino possibile per una parte considerevole delle masse salariate europee. Erroneamente considerati “lavoratori marginali” appetibili solo per attività residuali e di poco conto, ben difficilmente facevano immaginare che quella condizione, attraverso un processo a cascata, avrebbe funzionato da apripista per cospicue quote del lavoro subordinato locale. Le stesse retoriche sulle ricadute apportate dall’avvento del capitalismo globale apparivano, nel comune sentire, la semplice omologazione a modelli e “stili di vita” condizionati da mode e gusti sovranazionali. In poche parole la globalizzazione sembrava andare non molto oltre un’eccessiva presenza di hamburger e patatine fritte cotte con lo strutto sulle nostre tavole oltre a qualche cappellino da baseball di troppo. Nella peggiore delle ipotesi il massimo effetto nefasto che ci si potesse aspettare era l’andare incontro a una sorta di “imperialismo culturale”. Prospettive che, a molti, più che criticabili si mostravano appetibili. Sia come sia, oltre all’hamburger e ai cappellini le ricadute che il capitalismo globale ci avrebbe riservato non sembravano essere molte  di più. In tutto questo la figura del migrante c’entrava poco o nulla. Anzi, per molti, quella presenza culturalmente così diversa e in fondo, ma in realtà solo in apparenza, pre – globale non faceva altro che rendere più appetibile la globalizzazione. Era su di loro, infatti, che si sarebbero riversati i lavori e le mansioni tipiche di quella che veniva chiamata tarda modernità alludendo con ciò alla residualità del lavoro materiale a fronte di un mondo, secondo retoriche particolarmente in voga in quegli anni, in piena corsa verso la dimensione immateriale del lavoro, che, in qualche modo, continuavano a essere fastidiosamente presenti nei nostri mondi. Mentre le nostre società entravano nell’era del post – lavoro i suoi residui e cascami potevano essere tranquillamente appaltati alle popolazioni che, loro malgrado, continuavano a essere qualche passo indietro al “progresso”. Una visione fiabesca e idilliaca, repentinamente tramontata.

Abbastanza velocemente il capitalismo globale, senza rinunciare a invadere le mense con prodotti al limite della decenza, ha mostrato il suo vero volto, quello del mercato globale. Un mercato che, ancor prima che le merci, deve produrre i produttori e le condizioni in cui questi sono messi al lavoro. Si è così drammaticamente “scoperto” che, il capitalismo globale, per essere tale non può far altro che, in tendenza, trovare di fronte a sé una forza – lavoro indifferenziata, malleabile, flessibile e continuamente sotto ricatto. Una condizione che, se nel lavoratore migrante ha trovato la sua migliore esemplificazione, ha finito con il modellare tempo ed esistenza di una parte considerevole delle popolazioni locali ascrivibili al mondo del lavoro subordinato. Nel grande gioco del capitalismo globale una delle poste in palio decisive, come si è appena ricordato, è la continua produzione di produttori a basso costo posti nella condizione di non nuocere il che, per il management del capitalismo globale, molto prosaicamente significa scongiurare il manifestarsi di qualunque forma di resistenza organizzata da parte dei subordinati. È all’interno di tale obiettivo strategico che, allora, diventa facile comprendere le attuali trasformazioni della forma stato.

Il problema, per l’attuale forma stato, non è portare le masse dentro la cornice statuale semmai buttarle fuori. In questo passaggio è condensata l’intera eclissi del Welfare State. Forma stato e forma guerra continuano a vivere in unità dialettica ma questa dialettica, adesso, sposta il centro del discorso dallo Stato di guerra, tipico del conflitto interimperialistico novecentesco, allo Stato in guerra e questa guerra non ha più confini perché, in prima istanza, è una guerra che deve essere combattuta contro le masse. In questo senso, allora, si può rimettere in gioco il modello della guerra coloniale come contenitore contemporaneo della forma guerra con una differenza, rispetto al passato, non secondaria perché, oggi, le “colonie”, sono anche, e la banlieue e le sue vicende ne sono forse tra le sue migliori esemplificazioni, entro i territori metropolitani dei Paesi imperialisti. Il fatto che, oggi, una struttura come quella della NATO dedichi gran parte del suo tempo e delle sue risorse a mettere a punto le strategie più idonee per condurre la “guerra tra la gente” racconta esattamente il tipo di scenario politico – militare con cui ci troviamo ad interagire e quale forma stato è legittimo aspettarsi. Certo, queste modeste note non possono pretendere di aver esaurito il lavoro che la scienza comunista, sulla lettura del presente, è obbligata a compiere ma, più modestamente, mettere al centro del dibattito alcuni elementi di analisi in grado di non limitarsi ad osservare l’albero (il fare repressivo dello stato) senza cogliere la foresta (le forme statuali dell’attuale fase imperialista). A partire da queste considerazioni, allora, il dibattito su 14 dicembre e dintorni diventa l’occasione non semplicemente per registrare la repressione di Stato ma per affinare le armi della critica in vista del forma “concreta” assunta dal conflitto di classe nell’attuale fase imperialista.

 

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