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Piero Pagliani: La Libia e l’imperialismo: un deficit di analisi

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La Libia e l’imperialismo: un deficit di analisi

di Piero Pagliani

1. Ancora una volta, con la crisi Libica risalgono in superficie le ragioni profonde della inadeguatezza delle categorie acriticamente ereditate dalla tradizione marxista. A parte la questione di quanto riflettano veramente il pensiero di Marx, occorre rilevare – perché è una questione immediatamente politica – che l’errore di molto marxismo novecentesco è stato lo scolasticismo della suddivisione struttura-sovrastruttura, che si traduceva in errore economicistico e storicistico. L’aveva compreso Lenin (che infatti scriveva che non si capisce il primo libro del Capitale se non si è letta e capita tutta la logica di Hegel, e ne concludeva che “di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!!“) e lo aveva capito Gramsci, che infatti fu accusato di idealismo.

Ma in seguito queste intuizioni furono appannaggio solo di pochi marxisti e in particolare il marxismo di origine post-sessantottina e più ancora post-settantasette dimenticò la reale lezione politica di Lenin e la vera lezione ideologica e teorica di Gramsci. In definitiva ci fu lo sbandamento verso la focalizzazione su una delle tante sfere in cui si suole suddividere la realtà del capitalismo.

Ma la suddivisione della realtà in sfera economica, finanziaria, politica e culturale è una suddivisione di comodo. E se essa permette di analizzare specifiche logiche, è però necessario cercare di utilizzare categorie analitiche – e soprattutto politiche – che riflettano l’interferenza o l’interazione tra i vari piani, le varie sfere e le varie logiche, che per giunta sono inter e intra conflittuali. Perché c’è bisogno di categorie che su questo complesso intreccio permettano di agire.

Lenin criticando il bellissimo ma dottrinario programma di Bucharin asseriva che la realtà era fatta di materiale difforme, spiacevole e poco armonico. E aveva ragione, perché ciò è dovuto proprio all’intreccio e alla combinazione di vari tipi di contraddizioni.

Nel marxismo soprattutto italiano e francese c’è invece un filone maggioritario che pensa che se questo era vero nel 1919 non è più vero adesso, perché saremmo di fronte ad una sorta di capitalismo puro. Dal mio punto di vista questo vorrebbe dire che la realtà avrebbe copiato la sua modellizzazione (riguardo a questo la tanto vituperata filosofia analitica – che io assolutamente non sposo ma nemmeno sottovaluto – ha fornito anticorpi efficaci, tanto è vero che le analisi più interessanti da tempo ci vengono dai marxisti anglosassoni). E’ per l’influenza di questo marxismo maggioritario che la categoria di “spazio liscio” (della coppia Deleuze e Guattari) ha soppiantato nella descrizione della realtà quella di “spazio striato” (i medesimi), così che di fronte ad ogni singola espressione dell’imperialismo si rimane stupefatti e presi in contropiede.

In verità penso che il suddetto tipo di marxismo sia frutto di un’operazione intellettuale eurocentrica, o meglio, proprio-ombelico-centrica, che tra l’altro non funziona nemmeno da noi.

Basti pensare a tutte le “striature” intrecciate, a tutti i piani e a tutte le sfere che collegano una politica di potenza statale alle forme molecolari di riproduzione del rapporto sociale capitalistico. Talché cosa ci stia dietro all’operazione Marchionne, al di là dell’evidente attacco alle condizioni di lavoro e ai termini contrattuali in FIAT, è stato capito da pochi (significativamente è stato però capito da un sindacalista di lungo corso come Giorgio Cremaschi).

Il tardo-marxismo molto spesso si ferma proprio alle forme molecolari e infatti vede come sostanzialmente estraneo il leninismo.

E arriva a punte paradossali. Durante l’assemblea di Giovedì scorso benemeritamente organizzata a Roma indetta da Radio Città Aperta si è assistito al tentativo di dimostrare una reazione a catena (è il caso di dirlo) Fukushima-preoccupazione per il nucleare-fame di petrolio-attacco alla Libia.

Ma ve lo immaginate? Il giorno 11 marzo c’è il terremoto in Giappone e per quel motivo catalizzante una settimana dopo i Francesi, i Britannici e gli Americani iniziano in ordine sparso a bombardare la Libia per appoggiare una rivolta opportunamente iniziata un mese prima e fatta da persone che, come si sa, erano state armate, finanziate e istruite da mesi? Caspita, che capacità di reazione! E soprattutto di previsione!

Sarebbe quasi più sensato pensare che la Guerra del Golfo del 1990 sia stata una conseguenza del disastro di Chernobyl del 1986. Ma anche questo è insensato. Nonostante fosse un disastro nucleare di proporzioni ben maggiori e alle porte di casa, la Francia allora non fece una piega e la sua politica atomica fu sostenuta anche dalla sinistra “radicale” (Liberation parlò del disastro il primo giorno poi mise il silenziatore, come tutta la stampa e gli organismi scientifici francesi – nella nostra spesso sottovalutata Italia queste censure non agirono e le cose andarono molto meglio, anche da un punto di vista di democrazia nell’informazione – ad esempio l’Istituto Superiore di Sanità si rivelò godere di una buona indipendenza nei confronti dei governanti e delle lobby).


2.
Con quel tipo di approccio, la categoria di “imperialismo” e, molto più importante, le azioni dell’imperialismo saranno sempre un rebus, o ridotte a quelle di “conquista coloniale” per soddisfare esigenze microeconomiche (che è vero che ci sono, ma non sono quelle che dettano legge e, tra l’altro, sono anch’esse riconducibili all’accumulazione di potere, non alla pura massimizzazione dei profitti). Un grave handicap politico visto che siamo nel bel mezzo di una crisi sistemica, cioè della crisi di un ciclo di accumulazione capitalistico basato da quella determinata configurazione geopolitica che uscì dalla II Guerra Mondiale.

I piani strategici delle potenze sono di lunga durata e di largo respiro. Poi ovviamente ci può essere l’avvenimento che fa aggiustare il tiro, cambiare i programmi, precipitare gli eventi. Ma quando Rumsfeld dopo l’11/9 incluse nella lista dei Paesi su cui mettere le mani la Libia pensava forse che da lì a qualche anno ci sarebbe stato un terremoto di grado 8.9 in Giappone?

Questo sforzo per inserire Fukushima nel quadro fa il paio con quelli per ricondurre ad interessi “materiali” ciò che sta avvenendo nel mondo arabo. Sforzi che sono al centro delle analisi di molti compagni che non riescono ad uscire dal tardo marxismo volgare.

Rispettando il lavoro di chi ha analizzato la situazione con dovizie di dati economici e sociali, per quanto riguarda le masse nel senso classico, beh sono anni e anni che si sa che il Washington Consensus è la più grande rapina mondiale di ricchezza esistente mai avvenuta nella storia dell’umanità. Spero che mi venga perdonata la semplificazione. Che quindi masse particolarmente rapinate e con la bocca tappata con la violenza, come quelle arabe, prima o poi reagissero era chiaro. Dati gli avvenimenti che si susseguono e non da adesso nel fu Terzo Mondo, è necessario invece approfondire il ruolo e gli interessi dei giovani della emergente e composita classe media (che è quella di Twitter, non quindi “generazione Twitter” come scrissero sul Manifesto in occasione del tentativo di rivoluzione colorata in Iran, ma generazione e classe Twitter) e le loro relazioni con le “masse” suddette. Di solito sono relazioni strumentali, perché i loro interessi sono divergenti, e qui si vede quanto fuori dalla realtà siano i discorsi che accomunano l’Illuminismo antifeudale o i risorgimenti a quanto avviene nel Maghreb e nel Makresh, perché nel caso delle rivoluzioni borghesi europee il proto-proletariato era alleato alla proto-borghesia e la borghesia aveva una strategia nazionale. Qui invece sembrerebbe che la borghesia (per lo meno quegli strati che hanno accesso ai media) sia alleata col capitale internazionale e con chi ne tira le fila o li abbia come punti di riferimento, quanto meno culturali. Per questo le “opposizioni” vogliono l’intervento armato “democratizzante” occidentale (buona ultima la cosiddetta “opposizione siriana”). Per questo i loro slogan sono in Inglese. Il contendere è più liberismo, non meno liberismo. Questo è quanto si capisce, anche se dobbiamo tenere conto che solitamente la comunicazione coi nostri media avviene tramite una lingua occidentale e questo già filtra la posizione sociale e politica degli interlocutori locali.


3.
Per finire, ragionare e, soprattutto, agire politicamente tenendo conto di tutte le contraddizioni che vanno dalla molecola all’organismo complesso, dal rapporto di sfruttamento in fabbrica alle politiche di potenza internazionali, e tutti i loro intrecci, è una sfida enorme. Più semplice applicare il solito riduzionismo. Così c’è chi si focalizza sulle politiche di potenza e sulle geostrategie e chi sul conflitto capitale/lavoro, e a questi due poli riducono tutto (detto en passant, è perché non capiscono l’intreccio di queste contraddizioni che a destra ripropongono incessantemente la tesi del “complotto mondialista” che altro non è che una riproposizione riveduta e corretta del “complotto demoplutogiudaico”).

E così si lasciano ampi spazi di manovra alle soluzioni reazionarie.

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Il conflitto sociale

Valerio Bertello

E’ sempre stata ambizione delle scienze umane quella di costituire un sapere nel senso unitario in cui lo sono le scienze della natura, cioè una scienza fondata su un unico metodo, quello scientifico, e su un unico principio fondamentale, quello causale. Coloro che operano in campo sociale hanno sempre agito secondo principi pragmatici più o meno esplicitati, ma lontani dal costituire una teoria, e comunque contrapposti fra loro. Circostanza che in questa disciplina ha sempre costituito fonte di incertezza e perplessità.

Vi è un’unica significativa eccezione, l’economia, che ha sempre asserito di costituire una scienza del comportamento sociale secondo l’accezione delle scienze naturali. Non a caso essa è alla base dell’economia politica, quale sua applicazione in campo sociale nel senso più estensivo del termine. Nell’ambito dell’economia politica il socialismo scientifico è la teoria più comprensiva e conseguente, in quanto pone integralmente l’economia come propria base e dichiara suo campo d’indagine e d’applicazione tutta la storia. Quindi il socialismo scientifico non è solo un’applicazione dell’economia alla società, ma una teoria che considera l’economia una teoria della storia. Cioè come afferma Marx “l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica”. Più precisamente il socialismo scientifico teorico è il materialismo storico marxiano, mentre come prassi è il socialismo in quanto movimento politico. Così non solo l’economia viene storicizzata, ma la storia diviene storia materiale e l’economia, interpretata come materialismo storico, diviene per la storia ciò che la fisica è per le scienze della natura, la teoria fondamentale di tutte le scienze umane[1].

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