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Karla: Dopo Tripoli. Ritorno al futuro

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Dopo Tripoli. Ritorno al futuro

di  Karla

La conclusione della campagna di Libia ha, con ogni probabilità, sancito la definitiva fuoriuscita dal ‘900. Esplicativo il modo in cui si è dato l’intervento militare delle forze occidentali.

La NATO ha funzionato a tutti gli effetti come forza combattente di alcuni interessi direttamente coloniali al fine di garantire a questi il libero accesso a una fonte energetica di non secondaria importanza e permettere l’installazione di basi militare solide e sicure all’interno di un’area geoeconomica d’importanza strategica. Dopo la “campagna di Libia” la mappa politica e militare dell’intero Medio Oriente e del Nord Africa cambia decisamente volto. Siamo di fronte al pieno recupero della “politica di potenza” dell’epopea coloniale anche se, a differenza del passato, dove alla guerra esterna faceva da contraltare una sostanziale situazione di pacificazione interna questa volta, pur con gradi e intensità diverse, guerra interna e guerra esterna trovano piena continuità. Mentre le forze britanniche di maggiore consistenza contribuivano alla presa di Tripoli le seconde linee si misuravano all’interno contro l’insorgenza indigena un fatto che, di per sé, è quanto mai indicativo. A differenza del passato, infatti, la guerra è un continuum dove interno ed esterno non rappresentano più mondi assolutamente separati ma una realtà unica pur se diversamente declinata. La “linea di condotta” del governo britannico, del resto, non è stata una voce fuori dal coro poiché, in contemporanea, le altre potenze imperialiste direttamente interessate alla conquista libica varavano,contro i propri subalterni, una serie di misure economiche e sociali che, fuor di metafora, possono considerarsi vere e proprie azioni di guerra. Questo l’elemento realmente nuovo rispetto all’epopea classica del colonialismo.

Nel passato, le guerre coloniali, hanno sempre avuto anche lo scopo di catturare, attraverso l’elargizione di una serie di benefit più o meno corposi, gran parte delle classi lavoratrici interne. Da qui la sostanziale adesione delle forze socialdemocratiche alle politiche espansioniste delle proprie borghesie imperialiste. Classicamente all’espansione coloniale e imperialista ha corrisposto una politica di “garanzie” e di “diritti” per quote consistenti del proletariato locale. Oggi, al contrario, la politica di potenza coloniale si coniuga, dentro le metropoli imperialiste, con la politica di depotenziamento e azzeramento di quell’insieme di diritti sociali più noti come Welfare State. Ciò a cui si assiste, dentro i vecchi confini del cosiddetto Primo mondo, è la messa a regime di una serie di dispositivi tipicamente coloniali verso quote sempre più ampie di proletariato indigeno. Non si assiste al varo di politiche inclusive ma, al contrario, alla messa a regime di dispositivi sempre più escludenti. Se, per un’intera epoca, a caratterizzare le politiche statuali occidentali sono state le retoriche del far vivere oggi, a primeggiare, sono le politiche del lasciar morire. Questa la svolta epocale dentro cui siamo tutti quanti immessi. In questo senso ciò che è accadute nei quartieri di Londra e quanto si è visto per le vie di Tripoli rappresentano, per un verso, il carattere proprio dell’attuale fase imperialista dall’altro l’oggettivo e materiale convergere di interessi dei subalterni interni ed esterni.

Il secondo aspetto su cui sembra il caso di soffermarsi sono le sorti a cui è giunto il “regime di Gheddafi” in quanto, proprio questa sembra essere un altro elemento non secondario della definitiva fuoriuscita dal ‘900. Che cosa rappresenta infatti Gheddafi e perché è stato rimosso? Che tipo di nemico oggettivamente incarnava? Ora, al di là degli indubbi meriti in qualità di combattente anticolonialista e antimperialista che gli vanno senza alcun dubbio tributati, così come a Winston Churchill non si può negare il titolo di combattente anti nazifascista per eccellenza, Gheddafi e il suo regime erano ben distanti dal rappresentare, anche solo alla lontana, una pur vaga istanza rivoluzionaria. Non lo erano sul piano dell’organizzazione politica e sociale interna e tanto meno su quello internazionale. Non solo o semplicemente in virtù degli accordi stabiliti con l’imperialismo europeo che lo ha portato a fare della Libia uno sterminato CIE ma ancor più per lo sfruttamento della forza lavoro immigrata che caratterizzava il modello economico e sociale libico. Il fatto che, tutto sommato, il tenore di vita degli indigeni fosse mediamente elevato, di per sé, non significa molto. Tutti i regimi nazionalisti, in grado di sfruttare una forza lavoro extra nazionale, sono sempre stati in grado, e se ne sono ampiamente vantati, di aver elevato la condizione socio economica delle proprie classi sociali subalterne. Una simile politica l’ha fatta l’Inghilterra imperiale, l’imperialismo statunitense e non per ultimo il nazionalsocialismo hitleriano. L’intera epopea dell’aristocrazia operaia e del collaborazionismo di classe, del resto, si gioca proprio sull’intreccio oggettivo di interessi tra borghesia imperialista e quote nazionali di classe operaia e proletariato. In sé, quindi, il “modello libico” non era in contraddizione con lo stile proprio di una qualunque borghesia. La “rivoluzione verde” non incarnava, neppure alla lontana, lo spettro o l’idra della rivoluzione. Non era un esempio e un programma, come la Rivoluzione dei Soviet, per le masse subalterne internazionali ma un “modello borghese regionale” che, non per caso, non ha potuto essere esportato.

Ciò che il regime di Gheddafi incarnava era la presenza sulla scena internazionale di un regime borghese nazionale, con pretese di potenza regionale, che, volta per volta, negoziava il suo posizionamento, su un piano di pari dignità, con gli attori politici internazionali. A venir meno, adesso, è esattamente l’esistenza legittima di una borghesia nazionale non disponibile a mutuarsi in agente locale dei blocchi imperialisti egemoni sul piano internazionale. Ciò che sembra assodato, quindi, è il venir meno nel contesto attuale della borghesia nazionale come agente politico. In Libia ciò è stato particolarmente chiaro ed evidente poiché, la crisi del regime, è nata all’interno del regime stesso tanto che, come ogni giorno che passa diventa sempre più evidente, a formare l’ipotetico governo della “nuova Libia” saranno, in gran parte, uomini e blocchi di potere tutti interni al vecchio ordinamento anche se, questo il punto nodale, non si tratterà di un semplice mutamento di facciata. In questo senso la “nuova Libia” sarà quanto di più radicalmente diverso dal passato. La rivolta contro Gheddafi, e in questo occorre riconoscere da parte delle forze borghesi insorgenti un fiuto politico per nulla disprezzabile, sancisce la fine di ogni spazio di “autonomia nazionale”. Questo spazio ha avuto una qualche possibilità di buon gioco fino a quando, dentro lo scenario della “guerra fredda”, le borghesie nazionali riuscivano a mantenere una loro autonomia. Dopo l’89 tutto questo è andato velocemente in frantumi. Non esiste, per una borghesia nazionale, la possibilità di mantenersi in piedi. Il suo tempo è finito. Quell’attore politico che, nel corso delle lotte anticoloniali, ha svolto in non poche occasioni un ruolo “oggettivamente” progressivo e rivoluzionario è obiettivamente espunto dal corso della storia. Il futuro governo libico, pertanto, non potrà che essere, sul piano locale, un’articolazione di un governo imperialista all’interno del quale, le reali contraddizioni, saranno rappresentate dalle possibili frizioni tra le compagini imperialiste internazionali che hanno rimosso il regime di Gheddafi. Priva di una qualunque autonomia, la frazione di borghesia che ha spodestato Gheddafi, potrà, come nel più classico dei regimi coloniali, negoziare la quantità di “corruzione” politicamente accettabile per i gruppi imperialisti dominanti. In Libia si apre, adesso e senza troppe remore, la fase politica della “porta aperta”. A dettare i tempi e i ritmi di tale scenario saranno prevalentemente i conflitti che, inevitabilmente, si apriranno tra le diverse consorterie precipitatesi sul bottino libico. Piatto ricco, mi ci ficco è stato il collante che ha tenuto insieme, dopo le titubanze iniziali, tutte le forze formalmente allineate dentro la NATO. Con ogni probabilità il precario equilibrio raggiunto, in virtù della comunità di intenti tra i diversi gruppi imperialisti, è destinato a saltare e la Libia, più che una nuova Somalia, potrebbe trasformarsi, seppur in micro, nella Cina prerivoluzionaria.

Questi i designi del potere imperialista. Un grande disordine, pertanto, sembra regnare sotto il cielo. Cosa occorre perché la situazione diventi eccellente? Quale battaglia deve condurre con urgenza la soggettività politica? Forse il primo e indispensabile passaggio consiste nel metabolizzare sino in fondo la fuoriuscita oggettiva dal ‘900. Significa comprendere, sotto il profilo della prassi, quanto interno ed esterno siano oggi termini che hanno perso, almeno in tendenza, gran parte del loro significato e che l’attuale forma guerra attraversa per intero tutte le relazioni politiche ancorché diversamente graduata. L’imperialismo, con la sua condotta, ha imposto la tendenza alla guerra dentro tutti gli spazi presentandosi come un rinoceronte forte e invincibile dimenticando però che, mille punture d’insetto, sono in grado di immobilizzare prima e colpirlo a morte poi anche l’animale più mastodontico. Lawrence e Mao in maniera neppure troppo diversa lo hanno non solo capito ma abbondantemente dimostrato. A questo salto, oggi, sono chiamate tutte le avanguardie coscienti.

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Proletariato e divisione del lavoro

di Valerio Bertello

L'autorganizzazione come potenzialità

La divisione del lavoro è la questione centrale della rivoluzione. Riguarda il problema dell’organizzazione a tutti i livelli, quello dell’organizzazione del proletariato come movimento politico, quello dell’organizzazione della produzione nella società comunista, e quello dell’organizzazione politica e sociale nella stessa.

La prima questione che si pone è se nel comunismo la divisione del lavoro debba essere abolita. La risposta è chiara e immediata: la divisione del lavoro è nella società sviluppata la base della socialità. Nelle società tradizionali non era così: legami di sangue, lingua, e costumi tramandati da una tradizione conservatrice e indiscutibile erano il cemento che univa gli individui in gruppi sociali estremamente coesi. Anche se poi il legame fondamentale andava ricercato nella necessità di difesa contro popolazioni circostanti. Con lo sviluppo della società di classe questi rapporti naturali hanno assunto una importanza assai inferiore ai rapporti economici, che sono divenuti gli unici rapporti sociali necessari. Infatti la società capitalistica è costituita essenzialmente da individui che hanno fra loro come unici rapporti necessari quelli economici, e che sono per tutti gli altri aspetti della loro esistenza sociale assolutamente incondizionati. Quindi la risposta alla questione è che è impossibile abolire la divisione del lavoro perché è alla base del legame sociale nella società moderna. Ma la vera risposta è un’altra. La divisione del lavoro è la vera grande forza produttiva della società capitalistica, che l’ha sviluppata in una forma peculiare, la divisione del lavoro manifatturiera, che ha aumentato prodigiosamente la produttività del lavoro. Quindi tale abolizione sarebbe un atto regressivo, quindi impossibile secondo il materialismo storico, in quanto implicherebbe il crollo delle strutture produttive attuali e un ritorno alla barbarie.
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