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Sergio Cararo: L'escalation

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L'escalation

Perchè Israele è diventata un pericolo per l''umanità (e per se stessa)

di Sergio Cararo

israel_palestinians_lon804--158x237.jpgLa tempesta è in arrivo e della quiete non c'è alcuna avvisaglia. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente alla luce dell'azione di vero e proprio terrorismo di stato compita dalle forze speciali e dalla marina militare israeliana contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza. Il pesante bilancio di morti e feriti tra gli attivisti internazionali provenienti da diversi paesi - ed in particolare dalla Turchia - privano le autorità di Tel Aviv di qualsiasi giustificazione, anche tra tra i governi che pure hanno brillato per la loro complicità con i crimini di guerra accumulati da Israele in questi decenni.

Molti sono i fattori che indicavano come le contraddizioni che si erano andate accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali, abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La irrisolta questione palestinese appare oggi solo parzialmente responsabile ma fortemente ipotecata da questo scenario regionale.

Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:

1) Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi politici nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;

2) La perdita israeliana dell’unico alleato nell’area ossia la Turchia. La nuova linea politica di Ankara rivela le sue ambizioni a giocare un ruolo regionale più attivo e meno subalterno. Allo stesso modo la crisi diplomatica tra Israele e Turchia ha congelato le possibilità di riaprire il negoziato con la Siria nel tentativo di staccarla dall’alleanza con l’Iran. Al contrario la recente iniziativa comune tra due paesi emergenti come Turchia e Brasile per dare soluzione alla crisi nucleare con l'Iran, ha rivelato ad Israele e alle potenze del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che oggi ci sono nuovi attori in campo a determinare le relazioni internazionali sia in Medio Oriente che nel mondo.

3) Si palesa il rischio sempre più concreto di un attacco militare israeliano e statunitense contro l’Iran (vedi l'invio dei sommergibili nucleari israeliani nel Golfo Persico) che ha tutte le potenzialità di estendersi ad un più devastante conflitto regionale con immediate conseguenze in Iraq e in Libano;

4) Lo stallo nel negoziato tra Israele e ANP e la cristallizzazione della spaccatura interpalestinese tra il governo di Ramallah e il governo di Gaza;

5) La perdita di credibilità dell’Egitto come paese leader del mondo arabo decisivo ai fini di un negoziato complessivo sugli assetti della regione. L’appiattimento egiziano ai diktat israeliani e USA (vedi il Muro al confine con Gaza e la complicità con l’assedio dei palestinesi nella Striscia) ne ha delegittimato la credibilità.
E’ evidente come un contesto regionale così compromesso poteva riattivizzarsi solo attraverso una svolta sul piano negoziale tra i palestinesi e Israele che riconsegni la centralità al ruolo degli USA oppure attraverso uno “scossone” ossia una escalation della tensione e della guerra che molti intravedono nell’ipotesi dell’attacco all’Iran o – in misura indiretta – con un nuovo attacco al Libano dove Hezbollah ha rafforzato molto sia sul suo peso politico entrando nel governo di unità nazionale sia – e non un dettaglio – le sue capacità militari.

Quello che è certo, è che dentro questa situazione, la questione palestinese è tornata ad essere un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro (e di fuoco) della regione mediorientale. Per le forze che in questi anni hanno sviluppato una intensa mobilitazione al fianco della resistenza palestinese – pur mantenendo la propria iniziativa contro l’apparato coloniale sionista - è quantomeno tempo di affiancare alla insostituibile azione si sostegno alla resistenza palestinese anche una riflessione più ampia su quanto sta accadendo e potrebbe accadere in Medio Oriente.

La soluzione dei “due popoli due stati” come soluzione per il conflitto in Palestina non solo si è rivelata un tragico inganno e una proposta resa impraticabile dalla realtà sul campo, ma è una ipotesi che andrebbe a legittimare proprio l’idea di uno “stato ebraico” in Israele eventualmente separato da un possibile “stato islamico” palestinese. In sostanza sarebbe la negazione di tutto il processo di autodeterminazione nazionale perseguito in questi decenni dalle forze più avanzate dello schieramento palestinese. Appare più convincente ed anche più coerente l’ipotesi dello Stato Unico per tutti coloro che abitano sul territorio della Palestina storica indipendentemente ed anzi in contrasto con ogni discriminazione di tipo religioso o etnico. Questa consapevolezza sembra ricominciare ad emergere come sbocco possibile in ambiti crescenti (seppur ancora minoritari) del movimento progressista palestinese e israeliano e viene percepita come seria minaccia dai gruppi sionisti e dalle autorità israeliane. In questo senso appare inevitabile che anche nella sinistra europea si riprenda e si approfondisca la lotta politica e culturale contro il sionismo inteso come progetto coloniale e apparato ideologico fondativo dell’occupazione israeliana della Palestina.

In attesa che le soggettività politiche del popolo palestinese avvino un processo di rottura effettiva con la politica perseguita da Oslo in poi, occorre auspicare ed agire per sostenere – così per come può esprimersi qui ed ora - la resistenza attiva contro la crescente occupazione coloniale dei Territori Palestinesi, contro il rafforzamento del sistema di apartheid verso i palestinesi del ’48 residenti in Israele e porre con la dovuta forza la questione del diritto al ritorno dei profughi dei campi nella diaspora.

La dimensione internazionale del sostegno alle forze che animano la resistenza popolare palestinese appare decisiva. I fatti ci indicano che ciò che l’apparato coloniale sionista al momento teme di più sono proprio le campagne internazionali (come la campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) o le iniziative come la marcia e poi la flottiglia Free Gaza. Non è un caso che la repressione israeliana in questa ultima fase si fosse abbattuta più pesantemente contro gli attivisti palestinesi e israeliani attivi in queste campagne o contro giornalisti e attivisti internazionali attivi nei Territori Palestinesi.

L’apparato coloniale israeliano è forte sul terreno del controllo militare del territorio ma estremamente vulnerabile nel contesto regionale e internazionale. Israele ed i suoi apparati ideologici di stato temono enormemente la perdita di immagine positiva nel mondo (soprattutto in quello occidentale) e sono consaevoli soprattutto come stiano perdendo la "guerra delle parole" in quanto gran parte dell'umanità non crede e non si accontenta più dei luoghi comuni ampiamente diffusi in questi anni (l'unica democrazia in Medio oriente, il mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti, la sicurezza di un paese minacciato etc.). L'isolamento regionale e poi quello internazionale di Israele stanno portando la sua impresentabile leadership sull'orlo di una crisi di nervi. Paradossalmente nasce da questa consapevolezza sia la debolezza che la pericolosità delle scelte che ha davanti l’establishment israeliano nel suo rapporto con se stesso e con il resto dell'umanità.

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