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America anno zero

La presidenza modernariato

di Piotr

Offriamo ai lettori un saggio di Piotr sul contesto della presidenza Trump (il saggio è qui disponibile in formato pdf). Scenari nuovi, inediti, non preventivati

trump geopolitica... i fatti che oggi osserviamo sono il risultato di
eventi la cui origine risiede in un passato molto
distante, così la soluzione dei problemi che
censiremo, e l’intera ipotesi di adattamento ai
tempi nuovi che ci riguardano da vicino, non deve
pretendere che una singola azione, un singolo
attore, un tempo breve e decisivo possano
risolvere tutto con immediatezza.1

1. Premessa

Il mangiadischi è forse uno degli oggetti culto del modernariato proposto nei mercatini. Questo oggetto è carico di nostalgia, per chi lo utilizzò quando era una novità. Ad esso associamo un’epoca, un vissuto, di cui la musica riprodotta con quell’oggetto era una colonna sonora. Ma oggi, anche se è vero che il vinile gode di un importante revival, il mangiadischi è stato soppiantato dall’Ipod. Possiamo sbizzarrirci a valutare i pregi e i difetti del mangiadischi, quelli estetici, di ingombro, di fedeltà della riproduzione. Possiamo anche decidere che ci piace di più dell’Ipod.

Ma rimane pur sempre un oggetto di un’altra epoca, anche se si conclude che quell’epoca era meglio di quella che stiamo vivendo.

  • La nostra prima tesi è che Donald Trump sia un pezzo di modernariato, come il mangiadischi.
  • La seconda tesi è che è chiaramente percepibile un bisogno di modernariato, diffuso sia a livello popolare sia di alcuni settori delle élite e ciò indica che una fase della crisi sistemica, e la strategia che questa fase accompagna, sta per concludersi.
  • La terza tesi è che il modernariato rimane pur sempre modernariato, ovvero non preannuncia soluzioni nel futuro ai problemi ereditati dal passato.
  • La quarta tesi è che i dischi d’antan che il mangiadischi Trump dichiara di voler suonare sono tutti rigati e il risultato sarà cacofonico. Non è difficile immaginare che il neo presidente in questa cacofonia intenda nascondere i veri interessi che lui rappresenta, a partire dai suoi.
  • La prima conclusione è che l’unica cosa positiva all’orizzonte della presidenza Trump è il possibile (ma non garantito) allentamento della tensione con la Russia e quel che da ciò può seguire, a partire dalla Siria e dall’Ucraina.
  • La seconda conclusione è che questa sarà una presidenza di transizione a una differente fase della crisi sistemica che per ora può solo essere oggetto di incerte ipotesi.

Siccome tutto si tiene, non sarà possibile svolgere queste tesi seguendo un ordine, ma ci saranno molte cose mischiate. Per non far perdere tempo a chi si appresta a leggere, devo subito avvertire che quanto segue ha senso solo sotto una premessa: la finanziarizzazione-globalizzazione è una strategia sostenuta da scelte politiche consapevoli, non un fenomeno economico “naturale” e nemmeno una “naturale” fase del capitalismo. Non è neppure frutto di un complotto, né un esito obbligato della crisi. E’ in sostanza una scelta che tiene conto dei principali fattori della crisi sistemica dal punto di vista dei meccanismi di accumulazione ad egemonia statunitense.

Ciò detto, per prima cosa dobbiamo capire che cosa rappresenta Donald Trump. Sottolineo il significato letterale del concetto di “rappresentare”, che è diverso da quello di “incarnare”. Possiamo rispondere, in estrema sintesi, che Donald Trump rappresenta chi ha percepito, che la strategia della finanziarizzazione-globalizzazione (la indicheremo spesso con F-G) è agli sgoccioli e che un suo proseguimento sarebbe catastrofico. Rappresenta chi ha percepito che essa ha minato seriamente la base della tenuta sociale degli Stati Uniti, rappresenta chi, come vastissimi strati della classe lavoratrice e della classe media, è stato duramente depauperato da quella strategia ed esige che si volti pagina. Qualcuno dietro di lui ha poi razionalizzato questa percezione. Tuttavia la risposta di Trump e degli interessi che lo sostengono sarà monca, letteralmente dimezzata come vedremo. Ciò indurrà molteplici contraddizioni nell’azione della nuova amministrazione.

 

2. Il voto americano

Come sono andate le elezioni americane, realmente?

Facciamocelo dire non da un sostenitore del neo presidente, ma da un suo oppositore. “Sorry, liberals. Bigotry didn’t elect Donald Trump”. “Scusate, liberals. Ma non è stata l’intolleranza ad eleggere Donald Trump”. Così il columnist David P. Kuhn sul New York Times, in un articolo che cerca di far ragionare i Democrat sulle vere ragioni della sconfitta invece di richiudersi a riccio nelle loro spiegazioni identitaristiche. «Donald J. Trump ha vinto il voto della classe lavoratrice bianca su Hillary Clinton con il più ampio margine dalla II Guerra Mondiale ottenuto da un candidato di uno dei partiti maggiori». La maggioranza di quei lavoratori non pensava che «Trump avesse il senso della decenza. Ma non si votava sulla decenza». Infatti i 3/4 dei votanti che sotto vari aspetti disapprovavano l’atteggiamento di Trump, lo hanno comunque votato. Non è nemmeno stato votato da un blocco xenofobo, perché circa il 50% dei suoi votanti ha affermato che gli immigrati illegali devono avere una chance per rimanere legalmente negli USA invece di essere deportati. Non era neppure un voto razziale, dato che nel 2008 i bianchi sono stati disponibili a votare per Obama come non succedeva a un candidato democratico dal 1980. Così, dunque il NYT. Analisi più di dettaglio mostrano una geografia sociale dei voti che è analoga a quella italiana e altrove: la sinistra raccoglie consensi nelle aree centrali medio-alte e alto borghesi delle città e tra le persone anziane mentre gli altri partiti vincono in tutte le rimanenti aree e tra i giovani. Il voto del referendum in Italia ha seguito gli stessi schemi.

In Francia si è costretti a candidare un gaullista come Fançois Fillon, che ha un programma simile a quello di Donald Trump, per cercare di contrastare il crescente consenso popolare per Marine Le Pen, mentre a sinistra svetta un solitario Jan Luc Mélenchon che è l’unico che in politica estera ed interna si pone gli stessi problemi della destra ed estrema destra, anche se non offre -e ci mancherebbe altro -le identiche soluzioni. I socialisti sono fuori gioco, eredi delle macerie lasciate da un presidente uscente, Francoise Hollande, che ha raggiunto il minimo storico assoluto di un misero 4% dei consensi (ma ha il coraggio di asserire che è Assad a non avere il consenso del suo popolo). In Francia la presidenza sarà probabilmente giocata tra la destra e il centrodestra. Ciò dà palmarmente la misura della débâcle della sinistra.

In altri Paesi europei l’elettorato popolare è sempre più “euroscettico”, cosa che sostanzialmente significa che è sempre più ostile alla strategia F-G (finanziarizzazione-globalizzazione, rammento), anche se lo è in modo necessariamente contraddittorio, perché tra le altre ragioni l’euroscetticismo non è un sentimento puramente popolare, ma è condiviso da alcuni forti gruppi di interesse. Cercheremo di capire quali, ma il piglio duro, deciso e addirittura trionfalistico con cui Theresa May, rincuorata dall’insediamento di Trump, vuole staccarsi al più presto dall’Unione Europea per onorare -diciamo così -la volontà popolare, la dice lunga. Norbert Hofer in Austria ha perso le presidenziali quando si è messo a cincischiare sull’Unione Europea decidendo alla fine di non metterla in discussione. E comunque il suo partito nazionalista è dato per favorito nelle prossime elezioni legislative austriache.

Siamo di fronte a un voto invertito rispetto alle tradizionali mappe del consenso e questa inversione ne denuncia una soggiacente a livello sociale, politico e del sistema di credenze mitologiche e di convinzioni concettuali chiamato “ideologia”. Questa inversione è il frutto in Occidente della crisi sistemica, che deve essere brevemente descritta.

 

3. La crisi sistemica in poche righe

Molto in sintesi e saltando passaggi, la ricostruzione del dopoguerra, avvenuta sotto l’egemonia statunitense, ha portato a quello che è stato definito il “ventennio d’oro del capitalismo”, che grosso modo va dalla fine del Piano Marshal-inizio della Guerra Fredda, nel 1951, al Nixon shock del 1971, cioè alla dichiarazione che il Dollaro non era più convertibile in oro, che fu la spia che la crisi sistemica era iniziata. Un ventennio che da noi prese il nome di “boom economico” (intervallato dalle famose “congiunture” negative), caratterizzato da un deciso intervento statale, da misure “keynesiane”, dal pieno impiego delle risorse, da un forte movimento operaio e, qui sta il punto, da un’abbondante generazione di capitali. La crisi sistemica, economicamente, si è infatti presentata a partire dagli USA come crisi di sovraccumulazione, capitali in sovrannumero che non potevano più essere reinvestiti in commercio e industria perché lì i profitti erano decrescenti e perché i capitali sovraccumulati si sarebbero intralciati l’uno con l’altro.

Dopo un decennio di guerra tra Wall Street e la City, che spingevano verso l’investimento finanziario speculativo di quei capitali, e Washington e Londra che cercavano di contrastarlo per ragioni politiche e geopolitiche, alla fine con la presidenza Reagan e col governo Thatcher negli anni Ottanta vinse la strategia di finanziarizzazione-globalizzazione: i capitali sovraccumulati si scatenavano nella produzione e nel commercio non più di beni reali, ma di “prodotti finanziari” (emblematici i “derivati” e gli altri titoli “strutturati”, cioè basati su un rimando ad altri prodotti e/o indicatori finanziari), mentre le industrie superstiti si delocalizzavano. Una strategia che ha lasciato dietro di sé una scia di devastazioni materiali, sociali e psicologiche per costruire un castello di carte autofecondato caratterizzato da bolle speculative enormi. Notevoli quella borsistica della “New Economy” basata su Internet, che tanto ha tratto in inganno i post-operaisti con le loro teorie del “capitale immateriale” e del “capitale cognitivo”, con annesse “moltitudini desideranti” (un “marxismo da bere”, così come lo era la Milano in quegli anni secondo un famoso slogan pubblicitario) e la crisi dei subprime, cioè dei prestiti ipotecari elargiti purchessia per poter costruire su di essi prodotti finanziari derivati. Tutte sottocrisi della crisi sistemica maggiore.

Se si calcola che i soli derivati già nel 2010 ammontavano al 1000% del PIL mondiale, cioè alla ricchezza prodotta da dieci Terre, si ha un’idea dell’inconsistenza di queste masse di titoli (banalmente perché di Terre ce n’è una sola!). Ovverosia, almeno il 90% della pretesa ricchezza potrebbe essere beatamente buttata nel cesso, pur tenendo conto di tutte le leve finanziare che si vogliono, semplicemente perché è una massa di numeri scritti sulla carta straccia, “valori” non redimibili. Per bilanciare almeno parzialmente questa assurdità c’era bisogno di produrre plusvalore (vero) e quindi c’era bisogno della globalizzazione, cioè di un processo di decentramento delle cosiddette “catene del valore” (value chains) verso Paesi non facenti parte del centro capitalistico, laddove quindi era ancora possibile produrre plusvalore in misura accettabile2. Le importazioni di semilavorati o di prodotti finiti e le delocalizzazioni sono fenomeni chiave di questa strategia. Altro fenomeno chiave è la privatizzazione del dominio pubblico (sanità, istruzione, pensioni, trasporti, energia, eccetera), vittime sacrificali per le zanne degli affamatissimi capitali in cerca di investimenti, e quella che si può definire la “privatizzazione del debito pubblico”, cioè la sua sottrazione alla Banca Centrale e l’affidamento alle speculazioni dei mercati finanziari globali. Cosa che impoverisce lo Stato e lo rende vulnerabile al ricatto delle privatizzazioni.

Insomma, una rapina continua che però non riuscirà mai a riequilibrare alcunché, perché si può anche spremere un limone fino all’ultima goccia, ma se ne servono dieci il bicchiere non sarà mai riempito. E più si va avanti, più il bicchiere da riempire si ingrandisce. I risultati in Occidente sono stati essenzialmente di due tipi. Interni: disoccupazione, sottoccupazione, deindustrializzazione, progressiva riduzione del welfare, tendenziale finanziarizzazione dei diritti garantiti dalle Costituzioni (educazione, sanità, pensioni) e conseguente devastazione, anche ideale, della società. Esterni: l’emergenza sempre più imperiosa di nuove potenze cresciute sull’onda della globalizzazione. E siccome la dimensione conta, e conta molto, in prima fila tra queste neo potenze troviamo la Russia, la Cina, l’India e poi il Brasile e altri. Un mondo tenuto per secoli ai margini del potere globale, sul cui asservimento (o esclusione) è da sempre dipesa la grandezza del centro capitalistico storico, che ora rivendica una “par condicio”. E, quel che è peggio per il centro capitalistico storico, ha i mezzi per pretenderla.

 

4. La coazione a ripetere

La strategia F-G non può far altro che replicare se stessa a grandezza sempre maggiore.

La finanziarizzazione è un bluff basato sul Dollaro (e monete di fatto ancillari come l’Euro, perché così è stato concepito). Ma il Dollaro non ha base metallica, al Dollaro non corrisponde nessuna forma di ricchezza reale. Al Dollaro corrisponde essenzialmente la supremazia mondiale statunitense nella politica, nella finanza, nella ricerca scientifica e nella cultura -intesa anche come modalità di pensiero, percezione dei problemi, estetica, lingua, modi di essere, valori -e la supremazia in ciò che Immanuel Wallerstein ha definito “l’arte criminale”, cioè quella di fare la guerra. Insomma, un bluff basato su un bluff basato sulla capacità e spregiudicatezza del giocatore a maneggiare le Colt 45, sul suo sguardo e il suo atteggiamento decisi e minacciosi.

Il giocatore deve assolutamente evitare che qualcuno al tavolo da gioco del saloon dica “Vedo!”, perché in mano ha al massimo una doppia coppia e sa che gli altri hanno di più. E per prima cosa deve evitare che qualcuno abbia il coraggio e la possibilità materiale (Colt 45 comprese) di dirlo. Gli USA lo fanno seguendo una strategia geopolitica delineata da Zbigniew Brzezinski durante la presidenza Carter (di cui era Consigliere per la Sicurezza) contemporanea ai primi vagiti della finanziarizzazione, aggiornata dal Project for a New American Century nel 2000 dopo circa vent’anni di dispiegata finanziarizzazione-globalizzazione e messa in opera nei suoi aspetti imperialistici, dopo l’implosione dell’URSS, dai neocons (e lo “stato profondo” che essi hanno costruito/contaminato pazientemente) a partire da George W. Bush, dopo il preludio delle guerre nei Balcani di Bill Clinton. Una strategia giunta all’isteria coi neo-liberal-cons, di cui Hillary Clinton è la campionessa indiscussa. Un milieu politicoideologico che chiameremo collettivamente “liberal-imperiale”.

Ma questa geostrategia non è di stampo classico, basata cioè sull’equilibrio di potere e quindi sull’intramontabile principio “divide et impera”. La strategia F-G ha infatti bisogno del dominio mondiale e questo non sempre consente il “divide” mentre impone sempre l’ “impera”. La saldatura tra Russia e Cina, impensabile fino a qualche anno fa, è il frutto inintenzionale di questa necessità, la reazione ad essa. La strategia F-G non può far altro che crearsi un nemico sempre più grande da minacciare fino al confronto militare diretto che metterebbe a repentaglio la vita sulla Terra.

Parimenti, nei centri capitalistici la strategia F-G non può che approfondire la devastazione sociale. I numi tutelari dell’Europa hanno addirittura teorizzato con grande lucidità le crisi come unico motore per la loro unificazione europea. L’austerity, che in sostanza significa spremere la società per riversare ogni goccia di ricchezza reale negli istituti finanziari, non può essere che reiterata fino alla rottura finale, inevitabile.

“Rilanciare” è la parola chiave che definisce la strategia F-G. Si rilancia l’aggressività militare e si rilancia la rapina della società a beneficio della finanziarizzazione3.

Questa coazione a ripetere si manifesta soggettivamente con un atteggiamento la cui arroganza e ottusità lascia stupefatti. Fallisco, faccio danni a me e agli altri? Rilancio la mossa. Rifallisco? La rilancio ancora. Perché io ho ragione e quindi infine avrò ragione di tutto e di tutti. Per via di questa coazione a ripetere, molti analisti hanno pensato che gli USA in realtà non abbiano una “grand strategy”. Non possono averla perché la F-G contempla una sola strategia, inflessibile, che è quella di tirare dritti fino ad andare a sbattere. L’eccezionalismo americano da mito puritano ad uso interno diventerà in quegli anni la dottrina d’elezione di quella strategia. Quali sono i precedenti storici di questa situazione? Quali le analogie e quali le differenze?

La Gran Bretagna riuscì a gestire la propria egemonia mondiale per oltre un secolo attraversato anche da una crisi ventennale (la Lunga Depressione 1873-1895), perché si poneva nei confronti del mondo nella veste di centro commerciale mondiale e di bancomat mondiale. E lo poteva fare perché aveva a disposizione il più grande impero mai visto nella Storia. Un impero che, ad esempio, assorbiva coartatamente le merci di scarso valore aggiunto prodotte in Inghilterra e quelle che non potevano reggere la concorrenza al di fuori dell’impero stesso. Un impero che, altresì, riforniva di capitali la madrepatria facendone così, per l’appunto, il bancomat mondiale. Ciò contribuì a prolungare l’egemonia britannica oltre termini che da un punto di vista economico non erano più plausibili perché nel frattempo gli USA e la Germania avevano soffiato la posizione di “opificio del mondo” alla Gran Bretagna. Termini che venivano quindi prolungati “artificialmente”, cioè con mezzi extraeconomici (tra i quali un impressionante ampliamento dell’Impero che finì per comprendere un quarto della popolazione mondiale e il 40% delle terre abitabili). Nel frattempo i due competitors si preparavano allo scontro per prendere il posto di un Impero comunque destinato al declino. Il lungo conflitto vide schieramenti asimmetrici, perché la Germania effettivamente si scontrò tra il 1914 e il 1945 con la Gran Bretagna, mentre gli USA, intervenuti per due volte dopo un sufficiente dissanguamento reciproco dei belligeranti, si schierarono dalla parte dell’Impero pur essendo la sua dissoluzione uno dei loro obiettivi strategici. E gli “alleati” USA infine l’ottennero, paradossalmente facendo vincere la Gran Bretagna.

La strategia F-G rammenta quella britannica dell’entrepôt-banca globale. Ma non è sostenuta da un impero formale, ovverosia organizzato lungo linee gerarchiche. Un impero che i Britannici difesero al costo di due guerre mondiali, una più sanguinosa dell’altra. A partire dall’ 11/9 e con un’accelerazione con i mandati di Barack Obama, ci siamo trovati di fronte al tentativo statunitense di definirne uno, allargandolo ovunque. L’unico modo perché la strategia F-G fosse sostenibile. Un tentativo che però è iniziato quando lo spazio geopolitico mondiale stava diventando denso, occupato in larga parte da avversari sempre più potenti e temibili, in gran parte proprio a causa di quella stessa strategia F-G che vede nei suoi stessi esiti i maggiori ostacoli.

Nel 2001, quando Bush jr iniziò le sue guerre in Asia pianificate dal Pentagono (la prima tranche era composta da due Paesi africani e cinque asiatici: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Libano, Somalia e Iran), la Russia dopo la cura cleptocratico-compradora di Boris Yeltsin sembrava fuori gioco, facile terreno di scorribanda. Rimaneva la Cina, nei mal di testa imperiali, e le guerre asiatiche (direttamente e con le alleanze che ne potevano derivare) erano tese al controllo di quel Paese.

Quelle guerre non sono andate come si sperava, la Cina non si è lasciata affatto intimorire e la Russia è riemersa da uno dei suoi momenti più drammatici. Lo spazio geopolitico è così diventato improvvisamente molto affollato.

E’ questo che fa temere seriamente che se si proseguisse lungo la strategia F-G non ci sarebbe più molto spazio temporale tra adesso e l’incidente che potrebbe innescare, involontariamente, la III Guerra Mondiale. Che sarebbe una guerra fatta per i puri interessi di una minuscola, straricca e moralmente miserabile élite.

Detto altrimenti, la guerra più elitaria del mondo sarebbe per contrasto la più devastante.

 

5. Tentare di evitare il disastro finale

Per dirla allora in termini molto semplici, Trump è stato voluto e poi eletto da chi, per differenti ragioni e differenti interessi, ha capito che si stava andando violentemente a sbattere e vuole cambiare strategia. E’ chiaro che il miliardario Trump, in quanto persona e interessi, non è l’espressione degli strati sociali che lo hanno votato. La geografia sociale del voto a Trump non spiega totalmente la sua vittoria e non spiegherà nemmeno il suo operato. Per dirla in modo schematico, se l’elettorato popolare che ha votato per lui lo ha fatto perché vuole che si torni ad investire sul territorio per poter lavorare, Trump vuole reinvestire sul territorio perché è sul territorio che lui fa affari. Sono due obiettivi differenti che richiedono modalità contrastanti di investimento e intervento sul territorio, uno produttivo e l’altro speculativo. Trump cercherà di fare la seconda cosa simulando di fare la prima, a partire dall’ormai famoso tema dell’ammodernamento multimiliardario delle infrastrutture. E ciò darà vita a una delle sue prime contraddizioni.

Ma al di là dei suoi propri interessi, Trump è un “proxy” per qualche cos’altro. Quindi occorre completare il quadro cercando di disegnare anche la geografia delle élite che hanno sostenuto questo voto, le loro motivazioni e infine i futuri venti politici e ideologici.

Per quanto riguarda i poteri e i gruppi d’interesse che hanno favorito l’ascesa di Trump, ho spulciato con pazienza i profili dei suoi grandi donors, senza ricavarne molto: ci sono speculatori finanziari, magnati della grande distribuzione, ex magnati dell’elettronica. Ovviamente petrolieri, ma nulla che possa identificare un insieme organico di lobby che facciano capo al vecchio sistema industriale del petrolio, dell’acciaio, del cemento armato, della prima elettronica, della chimica, quello cioè che ha trainato lo sviluppo del capitalismo occidentale per oltre cento anni e che fu alla base del “ventennio d’oro” postbellico al quale Trump fa implicitamente riferimento. Ma questo potrebbe non essere sorprendente. In un Paese con interi settori industriali scomparsi, i sostenitori di Trump, oltre alle persone che sono state messe in ginocchio dalla deindustrializzazione, non possono essere i fantasmi di una industria che non c’è più, bensì chi intende investire ingenti capitali in una reindustrializzazione, che chiaramente non guarderà solo al passato, qualora si creassero le condizioni politiche ad essa favorevoli.

Ad ogni modo niente lascia supporre che Trump e i suoi grandi sostenitori abbiano intenzione di condurre una battaglia contro Wall Street. I loro stessi business non sono separati da quello della finanza, anzi a volte ne sono notevoli esponenti. Qualcuno ne ha dedotto che Donald Trump è quindi solo uno showman, sostenuto dai soliti poteri tanto quanto la Clinton. Eppure tutto l’establishment F-G politico, mediale e finanziario era ferocemente ostile allo sfidante repubblicano durante la campagna elettorale ed è diventato ancora più ostile dopo la sua vittoria, fino a minacciare un vero e proprio regime change, con addirittura richieste di un impeachment preventivo. A Davos, George Soros ha avuto parole di inusitata violenza contro il presidente che si stava insediando a Washington; “Trump è un impostore, un imbroglione, un potenziale dittatore”. Sembra di risentire le contumelie contro Silvio Berlusconi. Con l’aggravante che, per parafrasare Ennio Flaiano, se in Italia possono succedere cose gravi, negli USA esse sono anche molto serie. E per tutto il mondo.

Più che due sistemi di interessi economici contrapposti, sembra che si sia di fronte a un sistema di potere che vuole difendersi con le unghie e coi denti, contrapposto a un’area non molto definita, sicuramente consigliata politicamente da qualcuno che le cose le sa e le capisce, ovviamente dal punto di vista dell’impero americano, che vuole mettere fine alla strategia che questo sistema di potere porta avanti. Ma questa strategia non è messa in discussione nel suo insieme, bensì negli aspetti politici e geopolitici connessi principalmente alla globalizzazione. Inoltre, convinti che i guai della società americana derivino esclusivamente dalla globalizzazione, gli esponenti di quest’area immaginano che una volta imboccata la strada della reindustrializzazione le poche regole e reti sociali di salvataggio, come l’Obamacare, predisposte dai Democrat per continuare in modo ordinato lungo la finanziarizzazione, possano essere smantellate. Anzi, il loro smantellamento è visto come un requisito.

Per quello che sappiamo e vediamo oggi, appare assai improbabile che verranno messi in discussione i giochi dell’alta finanza statunitense. Non a caso gli attacchi di Trump tipicamente non sono stati rivolti a Wall Street, ma a Washington. Indirettamente potrebbero essere messe in discussione e persino osteggiate le diramazioni internazionali di questi giochi. Ma incidentalmente e non nel quadro di una strategia unitaria e coerente. Nelle intenzioni verrà attaccato quello che in fondo è il fenomeno subordinato (la globalizzazione) e non il fenomeno sovraordinato (la finanziarizzazione).

Ciò fa già capire che la risposta alle esigenze espresse dalla parte di società che ha votato Trump sarà monca, contraddittoria, farraginosa, involuta e spesso reticente o totalmente mancante. Sicuramente non sarà né adeguata né risolutiva e c’è da temere che tale inadeguatezza verrà nascosta dalla riproposizione di una ideologia antitetica al politicamente corretto - e come tale similmente odiosa - e a correlate mosse, come la costruzione del muro col Messico, tra l’altro inutile visto la chilometrica barriera già costruita dai predecessori del nuovo presidente.

Permetterà però probabilmente di bloccare o di correggere in qualche misura la catastrofica linea geopolitica che la strategia F-G ha da tempo imboccato. Anche in questo caso con contraddizioni e autocontraddizioni. Saremo di fronte molto più a una navigazione a vista che strumentale. Anche la presidenza Trump è un frutto del caos sistemico.

Se nel suo complesso, la vittoria di Donald Trump è dunque da associare alla crisi generale di quella strategia, soggettivamente essa strategia sarà aggredita solo in alcuni dei suoi aspetti riguardanti il rapporto degli Stati Uniti con l’esterno.

La crisi di cui stiamo parlando si evince dal fatto che i suoi disastri in politica interna sono raddoppiati dal fallimento continuo in politica estera, perché a fronte di due mezzi successi, l’abbattimento di Gheddafi e il golpe di Kiev, i risultati sono stati controproducenti: reincorporazione della Crimea nella Russia, perdita del Donbass, influenza russa in Egitto dopo decenni di esclusione (con reintrusione russa negli affari libici), manovre militari russe congiunte con Serbia, India e persino Pakistan, impantanamento in Afghanistan, influenza iraniana in Iraq, riarmo russo, riarmo cinese e assertività della Repubblica Popolare nel Mar Cinese Meridionale, insubordinazione (a suon di insulti ad Obama) delle Filippine, consolidamento della partnership russo-cinese, intervento russo, libanese e iraniano in Siria con sconfitte pesanti dei mercenari imperiali, neutralizzazione del Qatar, sorprendente cambio di campo da parte della Turchia, persino voltafaccia in Myanmar di Aung San Suu Kyi, così a lungo coccolata da Washington, rafforzamento senza precedenti di Putin. E infine, a riassumere tutto ciò, accresciuta importanza del Gruppo di Shanghai e del progetto eurasiatico One Belt One Road (OBOR), cioè le nuove vie della seta. Tutte cose che Trump ha rinfacciato ai big neocons e ai liberal-imperialisti a partire dagli ex responsabili della CIA4.

Da ciò è evidente innanzitutto una cosa: la necessità di accorciare le linee, di diminuire il sovradimensionamento strategico degli Stati Uniti, il ritorno a un limes geopolitico più gestibile.

L’attuale geopolitica insostenibile è la conseguenza di una strategia di contrasto della crisi sistemica anch’essa insostenibile nel tempo, a meno che tutto il mondo decida di sostenerla per il beneficio di élite ristrettissime. E quindi a meno che tutto il mondo non sia obbligato con la forza. La politica estera di Trump sembra invece voler tornare alla geopolitica classica dell’equilibrio di potere. Quella che fu abbandonata dopo l’amministrazione Reagan il cui obiettivo era stato sconfiggere l’ “impero del male” ma per poi farci affari, non per dominare tutto il mondo. Il mentore di Trump in questo caso sembra che sia Henry Kissinger, da lungo tempo frequentatore di Vladimir Putin.

Consigliere per la Sicurezza di Nixon, Segretario di Stato di Gerard Ford, Nobel per la Pace (per la fine della guerra nel Vietnam) con le mani lorde di vari crimini, tra cui il golpe in Cile del 1973 e l’assassinio del legittimo presidente socialista Salvador Allende, il vecchio geostratega ha dichiarato che Trump «potrebbe passare alla Storia come un grande presidente» e indirettamente gli ha indicato una linea maestra: allearsi alla Russia per controllare la Cina (senza però irritarla troppo) e negoziare da posizioni di forza il ruolo degli Stati Uniti in un «nuovo equilibrio che è crescentemente multipolare e globalizzato» 5. Una linea maestra che non è detto che Trump voglia seguire integralmente6.

Questa politica estera meno aggressiva non deve far pensare a un prossimo collasso della potenza statunitense, un pensiero che sarebbe non il frutto di analisi ma di un desiderio politico-etico dettato dalle nefandezze che gli USA hanno commesso senza soluzione di continuità da quando è caduto il muro di Berlino. Ma non è così. Se c’è una cosa realistica nei progetti di Trump è che gli USA potrebbero rimanere una grande e influente Potenza anche se teoricamente si ritirassero al di là del Pacifico e dell’Atlantico, cioè se si isolassero parzialmente. Cosa che è impossibile per qualsiasi Stato europeo e cosa che comunque gli USA non faranno.

Da decifrare è la predilezione di Donald Trump per Benjamin Netanyahu e la scelta di assistente per il Medio Oriente di Walid Phares, senior fellow della Foundation for the Defense of Democracies, FDD, finanziata da un gruppo di miliardari che sostengono la politica israeliana. E’ da decifrare perché non si può essere incondizionatamente dalla parte di Israele senza essere ostili all’Iran (in lotta non per questioni ideologiche, ma perché le loro mire geostrategiche si scontrano)7. E non si può essere ostili all’Iran e contemporaneamente amici della Russia. Uno dei triangoli impossibili con cui la presidenza Trump avrà a che fare.

Il ministro della Difesa, Mike Flynn, personifica perfettamente questo triangolo paradossale: fermamente ostile all’ISIS, ai Fratelli Musulmani e quindi alla politica neocon e liberal-imperialista in Medio Oriente e Nord Africa, Flynn è però contemporaneamente ostile agli accordi con l’Iran, è Freedom Scholar della FDD di cui sopra e infine coautore di un libro assieme a Michael Ledeen, padrino dei neocons.

 

6. La presidenza modernariato all’opera: il sogno della Pace attraverso la Forza

Donald Trump fa riferimento alla politica reaganiana di “Pace attraverso la forza”. Un riferimento coerente con l’idea guida del neo presidente statunitense che potremmo esprimere con le parole di Reagan stesso: «La nostra strategia per la pace e la libertà deve essere basata anche sulla forza: forza militare e forza economica. … Il ritorno a un’economia americana forte e ricca è stato e rimane uno dei pilastri centrali della nostra politica estera».

Quindi vediamo che la “Nuova Grande America” di Trump è una strategia duale dove la prosperità interna è necessariamente accompagnata da una grande forza verso l’esterno; una forza di deterrenza e di rassicurazione degli alleati, cosa ben diversa dalla continua e ormai isterica aggressività dei liberal-imperialisti. Vedremo cosa succederà, ma le accuse del fronte liberal-imperiale a Donald Trump di essere votato al riarmo atomico e un rischio per la pace mondiale, sono sguaiati e spudorati tentativi di un toro sanguinario di dare del cornuto a un asino che ancora non ha fatto una mossa. Tuttavia, il concetto di “Pace attraverso la forza” era consistente ai tempi di Reagan mentre non è detto che lo sia oggi. Infatti la sua implementazione cozzerà contro molti problemi che riassumiamo in due punti:

1) La crisi sistemica all’epoca di Reagan era iniziata solo da un decennio e contro di essa Reagan aveva a disposizione l’arma F-G, mentre oggi la crisi -che ormai veleggia verso il mezzo secolo di vita si è enormemente aggravata e quell’arma non è più utilizzabile. In altri termini, la politica della “pace attraverso la forza” di Reagan era associata alla vittoria della finanziarizzazione sulla precedente politica “fordista-keynesiana”. E la finanziarizzazione richiedeva la globalizzazione in quanto nuovo termine per “predominio americano” (Kissinger). Ma è proprio questo scenario, allora vincente, che Donald Trump vuole parzialmente ribaltare perché nella realtà dei fatti è interamente incancrenito.

2) Sono cambiati drasticamente i parametri con cui gli USA devono misurare la propria forza e quella dei loro avversari, a causa ad esempio dell’impressionante crescita della potenza economica e finanziaria dei suoi competitors, della grande crescita anche della forza militare di alcuni di essi e dell’ influenza di ciò sulla tenuta del campo Nato e degli altri stati tributari degli USA8.

Oggi Trump, o più precisamente chi sta dietro a lui o pensa di cavalcarlo, vuole associare la “pace attraverso la forza” a una politica di de-globalizzazione, o meglio di rinegoziazione dei termini in cui gli Stati Uniti si situano nel mondo. Come già detto, non sembra che a questa politica si accompagnerà una vera e consapevole politica di de-finanziarizzazione, come invece dovrebbe essere. Perché per farlo occorrerebbe un presidente molto forte, con precise idee politiche, con un sostegno a prova di bomba del Congresso e un esteso appoggio popolare. Occorrerebbe un misto di Putin e di Kennedy, e si vede a occhio nudo che l’istintivo, confusionario e divisivo Donald Trump è tutt’altra cosa.

Un ritorno all’investimento industriale sul territorio americano richiede la de-globalizzazione (che deve avvenire per livelli e gradi), ma questa non è possibile senza una de-finanziarizzazione, perché la finanziarizzazione impone una politica globalista. Siamo di fronte a un altro triangolo impossibile, quello che più segnalerà il carattere antipopolare della presidenza Trump e quello che fa pensare che gli investimenti sul territorio si potrebbero ridurre in gran parte a investimenti principalmente speculativi (tipo, nelle infrastrutture, tanti “ponti di Messina” o tante “TAV”).

Trump propone una politica che è un misto di “sfere d’influenza” à la Truman, di “Nuova Frontiera” à la Kennedy, di vaghissima Great Society à la Johnson (che però vago non fu), di “keynesismo” à la Nixon e, per l’appunto, di liberismo e “pace attraverso la forza” à la Reagan. Una politica intrinsecamente incoerente, come si è visto. Per l’appunto, una politica modernariato, l’irrealizzabile sogno che Donald Trump ha fatto baluginare davanti agli occhi di milioni di americani in difficoltà e in affanno.

Ma la strategia post-moderna F-G dei liberal-imperialisti non è più sostenibile, è diventata letteralmente letale per il resto del mondo e per gli Americani stessi. La sua crisi è indipendente da Donald Trump e quindi non è facile capire dove la sua azione presidenziale verrà sospinta. Al suo posto il mangiadischi Donald Trump ripropone un disco scassato con incisa la vecchia colonna sonora degli anni del dopoguerra. Il punto di reload apparentemente più coerente con quel che vuole fare è Ronald Reagan. Ma, per l’appunto, è apparenza.

All’epoca di Reagan gli USA ricominciarono ad avere il vento in poppa dopo un decennio nero in cui avevano perso la guerra del Vietnam, avevano perso alleati come l’Iran e il Nicaragua, la supremazia del Dollaro col Nixon shock aveva perso il suo sostegno metallico riconosciuto a Bretton Woods e si era svolta una sorda guerra a suon di politiche espansive del Potere del Territorio (Washington) contro il Potere del Denaro (Wall Street). Ma infine ritrovarono il vento in poppa proprio perché imboccarono con decisione la rotta della finanziarizzazione-globalizzazione. Ora Trump vuole riportare l’America col vento in poppa invertendo quella rotta. Anche solo questa metafora marinara mostra la difficoltà della manovra e l’aleatorietà del suo successo.

Avrà contro avversari disposti a tutto, capeggiati da una Hillary Clinton inferocita perché non è riuscita a passare alla Storia come la prima presidentessa donna degli Stati Uniti. Sul lato economico, come vedremo, i suoi progetti semi-isolazionisti avranno contro anche i grandi competitors, Russia, Cina e India in prima fila, e una configurazione dello spazio economico mondiale dove tutto si interseca con tutto.

La sua strategia duale manca del pezzo più importante e potrebbe con tutta probabilità rivelarsi bipolare, schizoide, zeppa di triangoli impossibili. Con la sua perniciosa idea, che possiamo definire di “reindustrializzazione speculativa”, Donald Trump vorrebbe salvare capra e cavoli, de-globalizzazione e finanziarizzazione. Ma riuscirà solo a impantanare gli USA in mezzo a un guado creando un enorme grumo di problemi per tutto il mondo. Sarà sempre meglio di una terza guerra mondiale, ma non risolverà le difficoltà. D’altra parte, anche se diventasse con la responsabilità assunta una persona più seria, al “ventennio d’oro” non si potrà tornare se non con una grande e pericolosa forzatura, per due motivi fondamentali: perché le lancette della Storia non possono tornare indietro e perché se anche ci si riuscisse non sarebbe una soluzione, proprio perché fu quel formidabile ventennio l’incubatore della crisi. Una sua riedizione sarebbe più breve e genererebbe una crisi ancora più grande.

Ne segue che non accadrà quello che oggi pensano Trump e i suoi strateghi, e meno che meno gli Americani otterranno ciò che gli è stato promesso, ma vedremo scenari nuovi, inediti, non preventivati e molto difficili da prevedere.

La crisi non ha nel suo grembo soluzioni, solo problemi.

Vedere le cose, sia favorevolmente sia sfavorevolmente, come si è fatto finora non servirà altro che a commettere errori, sempre più grandi.

 

7. Il nodo Russia

La politica di distensione con la Russia che Trump vuole promuovere è probabilmente l’unico punto positivo esplicito della vittoria di Donald Trump. Purtroppo trova molti ostacoli, non solo esterni, ma anche negli altri punti programmatici della nuova amministrazione.

Iniziamo, notando che per raggiungere il suo obiettivo Trump ha immediatamente di fronte due difficilissimi compiti. Il primo è neutralizzare gli sforzi dei suoi avversari di dipingerlo come una sorta di agente, o utile idiota, al soldo della Russia. Se non ci riesce avrà le mani totalmente legate. Qui Trump dovrà temere l’assalto coordinato dei servizi segreti e della stampa, coadiuvati da una mobilitazione permanente. Trump dovrà quindi cercare di diminuire l’influenza dei media corporate, specialmente progressisti, e la loro organicità agli apparati di sicurezza, CIA in testa. Il suo programma di “ottimizzazione-snellimento-depoliticizzazione” dell’intelligence ha infatti due obiettivi: il primo è quello di avere delle agenzie di intelligence non ostili, il secondo è quello di rescindere o quanto meno neutralizzare il collegamento tra i media mainstream e queste agenzie. Questa sarà una delle sue battaglie più rischiose e dall’esito incerto.

Per seconda cosa dovrà smantellare quell’enorme sistema antirusso, militare, propagandistico, di intelligence, politico e ideologico, che l’amministrazione Obama gli lascia in eredità. Dopo questa escalation una politica di distensione diventerà molto onerosa per Trump in termini politici e lo metterà in contrasto coi vertici militari USA e Nato per due motivi: (i) perché i generali vedrebbero ridimensionata la loro influenza e il loro ruolo, (ii) perché toglierebbe lucrosi introiti ai complessi militari-industriali statunitense e alleati. Per quanto riguarda gli USA, Trump potrebbe ribilanciare con un altrettanto lucroso riarmo di deterrenza, come ha espresso nel programma che abbiamo visto sopra. Ma gli alleati della Nato si vedrebbero tolti da sotto al naso una bella fetta della torta delle spese militari (difficile da rimpiazzare con quelli per una Difesa Europea che è impossibile in un’Europa dove ogni Paese ha interessi geopolitici distinti dagli altri). Un altro buon motivo per scatenare anche in Europa una campagna anti-Trump.

Per quanto riguarda i problemi esterni, Trump dovrà ridurre la tensione con la Russia nell’ambito di negoziati, che ovviamente verteranno sul riconoscimento reciproco del diritto alla sicurezza entro i propri confini e su una sorta di condominio conflittuale su quella serie di interessi esterni che definiscono le loro aree d’influenza. Ma dopo quanto è successo, la Russia non rinuncerà a rafforzare la propria difesa (cosa che avverrà a un costo minore di quello statunitense per via del modus operandi del complesso militare-industriale americano: il business prima di tutto, l’efficienza e l’efficacia dopo).

Un altro oggetto di negoziazione potrebbe essere la rinuncia a estendere la sfera d’influenza russa in Polonia e nei Paesi baltici, cosa che permetterebbe agli USA di non perdere la faccia con questi alleati. Il valore di questo scambio però dipende da quelle nazioni, che potrebbero cambiare atteggiamento verso la Russia (anche se è difficile, ma con gli USA in ritirata non è detto). Mosca comunque cercherà di allentare i legami tra l’Europa e gli USA. Ai Paesi Europei, una volta metabolizzata la svolta di Trump, potrebbe invece in teoria andar bene un asse Washington-Bruxelles-Mosca per tenere a bada il prevedibile strapotere economico cinese. Ma un conto è la teoria, nella pratica i Paesi europei, presi dalle convulsioni dell’Eurozona, già iniziano a disunirsi sui rapporti da intrattenere con Mosca. Nel trio fondatore della UE, per ora la più amichevole è l’Italia, poi seguirà la Francia di Fançois Fillon o di Marine Le Pen. A quel punto anche la Germania dovrà cambiare atteggiamento. Sa che può farlo per ultima perché ha i migliori argomenti contrattuali.

Ad ogni modo deve essere chiaro che la Russia ha interesse a incoraggiare e facilitare un neoisolazionismo militare-politico statunitense, ma non vedrà con favore un neoisolazionismo economico, anche se la Russia non rientra negli strali commerciali di Trump. Men che meno sarà accettato dalla Cina, come ha ribadito con forza il presidente cinese Xi Jinping nel recente discorso all’inaugurazione del 47° Forum economico di Davos. E non lo è negli interessi dell’India e neppure dell’Unione Europea. E non è nemmeno detto che sia negli interessi degli Stati Uniti stessi, che pure dipendono meno degli altri attori dalle esportazioni.

I triangoli impossibili di Trump potrebbero quindi diventare ancora più impossibili a causa del tentativo del resto dei grandi attori mondiali di disaccoppiare i due “isolazionismi” per impedire quello economico.

Disaccoppiare i due “isolazionismi” vorrebbe dire disaccoppiare una globalizzazione 2.0 (cioè non più sinonimo di “predominio americano”, come affermava Kissinger) dalla finanziarizzazione, perché quest’ultima implica la globalizzazione 1.0 -ormai al capolinea -, ma quella 2.0 non implica di necessità la finanziarizzazione. E’ questo che fa del discorso del presidente della Repubblica Popolare Cinese a Davos un punto di svolta, non -come riportano soddisfatti i media -i gridolini di giubilo al suo indirizzo dei globalisti old fashon.

La riprova è che la Cina ha fatto subito sapere che se gli USA si ritirano dalla leadership mondiale e nessun altro avanza la propria candidatura, allora si candida lei ad essere la leader mondiale. Tra le altre cose, sa che la finanziarizzazione andrà a picco senza gli Yuan (e lo sa la City di Londra, ben contenta di non avere più la palla al piede della UE).

Washington ovviamente sembra voler utilizzare due pesi differenti con la Russia e la Cina nelle sue intemerate protezionistiche, per dividere le due grandi potenze. Inoltre, gli USA hanno effettivamente cose da concedere a Mosca, a partire da un allontanamento delle armi della Nato dai confini russi, per arrivare alla normalizzazione in Ucraina, in Siria, in Libia e nello Yemen e alla rottura coi jihadisti, ma non è chiaro cosa possa concedere la Russia, se non il proprio mercato e le proprie risorse naturali. L’unico verosimile grande oggetto geopolitico di concessione sarebbe appunto l’allontanamento dalla Cina. Ma è pensabile che la Russia abbia interesse a tradire una Cina col vento a favore e con la quale da anni sta facendo accordi mastodontici su tutto e a tutto spiano, per ingraziarsi al suo posto una Potenza in fase di transizione e di declino, nonostante la Russia sia culturalmente più vicina all’Occidente che alla Cina (cosa comunque da tenere in conto)? In più Washington sarà veramente in grado di alzare barriere tariffarie con la Cina?

Insomma, la negoziazione tra Washington e Mosca (e con una schiera di altri grandi giocatori) verterà su oggetti in contraddizione uno con l’altro.

 

8. Politica economica e sociale: cosa significa “fare di nuovo grande l’America”?

Anche nei piani di politica economica, le contraddizioni abbondano. Trump vuole veramente giocare sul rialzo dei tassi d’interesse per attrarre capitali negli USA come fece Ronald Reagan? Qui si capisce cosa vuol dire essere all’inizio della finanziarizzazione rispetto ad essere al suo capolinea. E si capisce cosa bisogna intendere con “presidenza modernariato”. Se lo facesse, i già mortificati profitti manifatturieri diminuirebbero e di conseguenza gli investimenti in commercio e industria avrebbero ritorni ancor più decrescenti mentre i capitali aspirati negli USA si riverserebbero sui bond del Tesoro o darebbero vita a nuove bolle speculative. Il contrario di quel che Trump dichiara di voler fare. Può essere che ciò che dichiara non è ciò che vuole fare, o che addirittura questi effetti non gli importino. Ma noi, come si è detto, continuiamo la nostra analisi partendo dal presupposto che la crisi della strategia F-G impone che si volti pagina e che le dichiarazioni programmatiche di Donald Trump riflettano il modo in cui attualmente negli Stati Uniti alcune élite intendano farlo. Ora, che il tasso ufficiale di sconto venga rialzato o no, nessuna politica di reindustrializzazione basata sui prodotti e le tecnologie correnti funzionerebbe se non si alzano barriere doganali mirate. Questo è infatti un altro punto del programma di Trump. Ma come reagirebbero i grandi attori economici mondiali, la Cina o la Russia stessa alla quale intende riavvicinarsi? Non bene, come già sappiamo. Il minimo che potrebbero fare sarebbero rappresaglie commerciali e l’aumento degli scambi con l’Europa, attraendola così sempre più verso il blocco eurasiatico, cosa che contrasta direttamente con il termine “forza” nella strategia della Pace attraverso la Forza.

Trump vuole impugnare unilateralmente il Nafta. Ma il Messico non è solo il terzo maggior esportatore verso gli USA, è anche il secondo maggior importatore di merci statunitensi. Si parla di 250 miliardi di dollari nel 2015. Gli USA grazie al Nafta hanno un surplus commerciale col Canada di quasi 12 miliardi di dollari (sempre dati 2015) e il vicino settentrionale è il primo importatore di beni e servizi per ben 35 stati (New York, Pensilvanya, Michigan, Illinois, …). Come farà a impugnare il Nafta con queste cifre? Potrebbe, più prudentemente, imporre standard ecologici e lavorativi antidumping. Ma come può farlo se il primo antiambientalista è lui e se, come vedremo, con molta probabilità la reindustrializzazione statunitense potrebbe dover far uso di dumping sociale?

Quali tariffe potrà elevare contro le merci cinesi la cui produzione negli USA non esiste ormai più (televisioni, monitor, smartphone, tessili, componenti elettroniche)? Come e in che tempi potrà avvenire la reindustrializzazione in questi settori? Alzerà le tariffe solo dopo avere ricostruito gli stabilimenti? Chi investirebbe senza barriere doganali?

Ma se le alzasse subito anche i prezzi si alzerebbero e diminuirebbero i consumi. Senza contare che industrie delocalizzate in Cina si stanno spostando altrove, ad esempio in Indonesia. Quindi sarebbe una rincorsa faticosa, che non si sa come e dove potrebbe terminare.

Ad ogni modo, posto che gli Stati Uniti in questo momento non si possono permettere di svalutare il Dollaro, Trump non potrebbe reindustrializzare gli Stati Uniti se non alzando barriere tariffarie. Ma in un’economia dove le catene del valore si dipanano su vari continenti e si intersecano tra di loro come le bacchette nel gioco dello Shanghai, alzare le tariffe doganali diventa un po’, per l’appunto, come prendersi una bacchetta senza muovere le altre. O detto altrimenti, sebbene il protezionismo possa dare dei frutti qua e là, in un settore o nell’altro, metterebbe a repentaglio l’integrità di un gran numero di catene del valore di cui gli USA oggi beneficiano, anche di industrie il cui core è ancora negli Stati Uniti. O di cui beneficiano gli alleati degli USA (si pensi alla catena del valore dei prodotti elettronici Taiwan-Cina).

Infine le ritorsioni commerciali sarebbero temibili. Basta considerare le cifre precedenti e il fatto ad esempio che nove milioni di americani lavorano grazie al commercio e agli investimenti col Canada o che un quarto dei proventi della Apple proviene dalla Cina e l’ampiezza potenziale del mercato cinese.

Ma questo non basta: il deficit commerciale statunitense è il veicolo per il ruolo dominante del Dollaro.

Qui altro che triangoli impossibili, siamo ai cubi impossibili.

Non desta meraviglia che lo speaker della Camera, il repubblicano Paul Ryan, abbia dichiarato che l’aumento delle tariffe non passerà mai al Congresso.

Ma laddove il protezionismo non fosse applicabile, Trump dovrebbe ricorrere lui stesso al dumping ambientale e sociale, deprimendo le condizioni salariali e lavorative, mettendosi in concorrenza, per l’appunto con Taiwan e/o con l’Indonesia, per far due nomi. E sarebbe ingenuo da parte di Trump immaginarsi di poter evitare il dumping sociale barattandolo con quello dell’ambiente, che pure non rispetterà, per altro con risultati a breve modesti e a lungo disastrosi9. Ed è molto dubbio che possa rifare grande l’America deregolamentando a man bassa. Le regole ormai sono ridotte a un minimo. E dà da pensare che per prima cosa voglia abolire il Dodd-Frank Act introdotto da Obama per limitare il modo di operare dell’alta finanza statunitense. I suoi stessi sostenitori riconoscono che non funziona come dovrebbe, che non ha fatto un baffo ai grandi istituti d’investimento mentre ha messo in difficoltà le piccole banche e reso difficile l’erogazione di mutui. Ma Trump non lo vuole sostituire con qualcosa di meglio, lo vuole semplicemente abolire. Una mossa che sarà difficile e costosa da implementare e in diretto contrasto con la sua immagine di vendicatore mascherato della middle class.

Altri punti del suo programma contrastano direttamente col proposito di risollevare le sorti dei lavoratori e della classe media americani e di reindustrializzare il Paese. Il progetto di tagliare le tasse alle imprese dal 35% al 15% si accompagna all’impressionante piano di tagliare il budget federale di 10,5 trilioni di dollari in dieci anni. Si capisce subito che con questi tagli sarà inutile pensare a un qualsiasi sistema si welfare (ma al contrario il complesso militare-industriale continuerà ad essere rimpinzato dal governo). L’Obamacare funziona male, ma non verrà sostituito da nulla, come nel caso del Dodd-Franck Act. I ricchi diventeranno ancora più ricchi e i poveri diventeranno ancora più poveri, deprimendo il mercato interno con buona pace della reindustrializzazione. Dove andranno a finire quelle migliaia di miliardi risparmiati? Possiamo sbagliarci, ma ci sono seri sospetti: nelle tasche dei soliti noti. Ma se Trump è uno sfacciato, la Clinton è un’ipocrita, perché mentre attaccava le politiche sociali del suo avversario, a Wall Street prometteva anche lei un drastico taglio delle spese sociali.

 

9. Neo-isolazionismo ed eccezionalismo

Per una grande Potenza come gli USA, un neo-isolazionismo, seppur parziale, danneggerebbe la rete di alleanze che ne protegge la “forza”. E’ l’estensione e manutenzione di questa rete che giustifica razionalmente le immagini in sé grottesche di “Paese eccezionale” e di “Paese indispensabile” con cui gli USA amano raffigurarsi. Per contrasto, un’America neo-isolazionista sarebbe oggi agli occhi degli alleati un’America che si sottrae alle proprie “responsabilità internazionali”, così come fece dopo la I Guerra Mondiale, quando pur emergendo come prima potenza assoluta, si rifiutò di assumere l’egemonia capitalistica del mondo, cosa che condusse alla II Guerra Mondiale nel giro di soli 20 anni. Soltanto alla fine del secondo conflitto mondiale gli Stati Uniti decisero che dovevano essere il Paese leader del mondo, e fecero così sapere che loro erano un Paese eccezionale, che erano il Paese indispensabile.

Il grottesco di queste idee sta nel fatto che gli Americani non sono importanti per ciò che sono ma per il luogo dove vivono. Ovvero perché vivono nell’unica nazione-continente che abbia le caratteristiche dell’insularità: due vasti oceani commerciali la dividono dall’Asia e dall’Europa (e quindi la separano dalle loro insidie) mentre due deserti a Sud (di Chihuahua e di Sonora) e foreste e praterie spesso gelate a Nord, la dividono dagli unici due Stati con cui confina. A questa posizione geopoliticamente e commercialmente straordinaria, si aggiungono altre caratteristiche anch’esse straordinarie, come, in particolare, la più vasta estensione contigua di terra arabile del mondo. Inoltre il vantaggio dell’affaccio sui due maggiori oceani commerciali è raddoppiato dalla più vasta rete di fiumi navigabili del mondo (di cui beneficiano tra l’altro proprio i produttori di quell’enorme superficie arabile). Dato che nell’epoca dei carburanti fossili il costo del trasporto via acqua è più conveniente rispetto a quello via terra da 10 a 30 volte, l’eccezionale situazione fisico-geografica degli Stati Uniti riesce a spiegare una parte della loro capacità interna di generare capitali e il loro successo come potenza globale (come prima riusciva a spiegare una parte della loro capacità interna di generare capitali e il loro successo come potenza globale (come prima riusciva a spiegare quello di Roma, delle Repubbliche Marinare, degli Stati iberici, dell’Olanda e dell’Inghilterra)10.

La storia della formazione degli Stati Uniti è - per stessa ammissione dei suoi padri nobili -quella della creazione di un vero e proprio impero da contrapporre all’impero dominante di allora, quello britannico, che per oltre un secolo fu considerato dai giovani Stati Uniti come il principale avversario. La Guerra di Secessione fu il punto di svolta: con la vittoria del Nord gli Stati Uniti si svincolarono definitivamente dalla subordinazione all’Impero Britannico, iniziando il loro percorso autonomo verso la leadership mondiale (ragione per cui io personalmente considero la vittoria nordista nel 1865 come l’inizio dell’Età Contemporanea). Per molti motivi, la Guerra di Secessione era parte dei movimenti rinascimentali che nello stesso periodo in Europa forgiavano gli stati-nazione sulla spinta degli interessi delle vittoriose borghesie industriali locali.

Alla fine del secondo conflitto mondiale, le tecnologie militari disponibili ridimensionarono il ruolo dell’insularità statunitense: gli Stati Uniti erano aggredibili, e ciò costringeva ad ampliare la cintura di sicurezza attorno ad essi. Inoltre gli USA erano l’unico mercato ancora esistente, possedevano la quasi totalità dei mezzi di pagamento del mondo, la loro produttività e il loro PIL erano assolutamente senza paragone. Dopo la II Guerra Mondiale, anche se non lo avessero voluto, gli Stati Uniti furono obbligati a prendere le redini del mondo diventando la potenza egemone. Oggi gli USA non hanno più la forza di mantenere l’egemonia. Non ce ne sono più le condizioni. Questo è comprensibile se si intende l’egemonia capitalistica per quella che effettivamente è, cioè la convergenza di diverse supremazie: finanziaria, economica, politica, militare e culturale. Cinque fattori che si sostengono a vicenda, che non possono fare a meno uno dell’altro. Se ad esempio il ruolo del Dollaro come moneta internazionale di riferimento fosse ridimensionato, gli Stati Uniti avrebbero una crescente difficoltà anche culturale -ad imporre le proprie idee economiche come idee globalmente dominanti e, di conseguenza, il mondo entrerebbe in una fase di pluralità di politiche economiche che, a sua volta, minerebbe ancor più l’egemonia statunitense. Ne potrebbe risultare un’anarchia globale.

D’altra parte voler mantenere a tutti i costi l’exorbitant privilege del Dollaro significherebbe dover stressare il sovradimensionamento strategico statunitense e le tensioni internazionali fino al rischio della rottura militare catastrofica. Questa è proprio la sconsiderata e criminale politica liberal-imperialista alla quale Donald Trump vorrebbe porre termine. Almeno sulla carta.

Tuttavia, per quanto abbiamo appena visto, se gli Stati Uniti lasciassero spazio al progetto eurasiatico OBOR delle nuove vie della seta, si potrebbero trovare di fronte una sfida enorme, in quanto esse interconnetterebbero le più grandi aree arabili contigue esistenti al di fuori del Midwest statunitense, tra l’altro proprio mentre uno degli sforzi degli USA è quello di diventare una nazione indispensabile dal punto di vista alimentare (anche con la politica degli OGM). Questo già di per sé è intollerabile da parte degli USA. Inoltre a questa sfida se ne sovrapporrebbe una a un livello distinto e superiore, cioè una convergenza al di fuori degli Stati Uniti, della leadership sui capitali, le merci, il potere politico e quello militare. Da qui si capisce il tentativo, spinto fino all’insania, di scongiurare un collegamento organico tra Europa occidentale e Russia attraverso la costituzione di una cintura di caos che va dall’Ucraina al Medio Oriente, il cui primo segmento è una barriera tra Europa e Russia, mentre il secondo costituisce una sorta di embargo terrestre contro il nucleo dell’Eurasia.

Questa strategia, come si è visto, ha però portato a un consolidamento preoccupante dei rapporti tra due enormi Stati, la Cina e la Russia, ed è qui che ha un senso la strategia divisoria di Trump. Una strategia che però richiede che gli USA possano esercitare nei confronti della Russia e dell’Europa una forza d’attrazione maggiore di quella che l’asse eurasiatico non possa esercitare rispetto all’Europa.

Da qui discenderanno le inevitabili contraddizioni dell’era Trump. Infatti è impossibile esercitare questa forza d’attrazione con una politica neo-isolazionista, e nemmeno con una sorta di riedizione dello “splendido isolamento” inglese della seconda metà del XIX secolo. Come si è già visto, la Gran Bretagna al suo apogeo e gli USA dopo la II Guerra Mondiale fecero leva su una dinamica chiave: aprire il proprio mercato alle esportazioni straniere, cioè diventare il supermercato globale fornito di bancomat mondiale (prima la Sterlina e poi il Dollaro). Benché sostenuta dal gold standard, la Sterlina non resse nel tempo alle contraddizioni dell’accumulazione capitalistica, tra le quali c’è la lotta per il potere tra i capitalisti e tra gli Stati a cui fanno riferimento. Nella nostra epoca, il Dollaro non solo non si basa su un gold standard e un impero tributario, ma dal 1971 (Nixon shock) non si basa più nemmeno su un gold-exchange standard perché la necessità statunitense di essere il bancomat mondiale aveva indebolito la moneta statunitense, in virtù di note leggi logico-economiche (paradosso di Triffin) e di difficoltà di potere (la guerra del Vietnam), che dovettero così essere neutralizzate da leggi extraeconomiche sostenute dal rilancio della supremazia statunitense e dagli stratagemmi economici che essa era in grado d’imporre, tra i quali spicca la sostituzione dei titoli del debito pubblico statunitense al posto dell’oro.

Paradossalmente, proprio nell’epoca in cui l’economia sembra esercitare una totale supremazia sulla politica, scopriamo che senza il supporto attivo della politica tutto il castello globale economico crollerebbe all’istante.

La politica è quindi sempre al primo posto, checché ne dicano la propaganda neoliberista, il marxismo economicistico e quello del “capitale giunto al suo concetto”.

Che politica avrà allora Trump nei confronti del resto del mondo? Se Kissinger e Brzezinski hanno ragione, se il mondo sta diventando multipolare e gli Stati Uniti devono riconoscere che non sono più la Potenza egemone, pur restando l’entità più potente, che conclusioni ne deve tirare un saggio governante americano? Conclusioni che riguardano il ruolo internazionale del Dollaro di contro alle conseguenze interne di una de-dollarizzazione dell’economia mondiale, che riguardano l’operare come un mercato mondiale aperto di contro a una reindustrializzazione protetta, conclusioni che riguardano la crescita, le risorse, l’attuale sovraccumulazione finanziarizzata e sopra tutto, perché tutto comprende, i meccanismi di accumulazione.

Ma Donald Trump non può affrontare in modo anche solo decentemente coerente problemi che implicano un cambio di mentalità che nessun governante al mondo sembra avere effettuato. Dobbiamo allora limitarci a domande più localizzate, anche se importanti.

Che politica avrà ad esempio nei confronti dell’Europa? Indebolire la Nato, toglierle prerogative militari, vuol dire toglierle le capacità politiche unificatrici. Questo aumenterebbe le forze centripete già presenti in Europa11 . Ma se un’Europa disunita è teoricamente più controllabile, i suoi vari pezzi potrebbero organizzarsi secondo linee non preventivate. Che cosa impedirebbe ad esempio alla Germania di riprendere la sua storica Ostpolitik, specialmente se l’Ucraina dovesse diventare un problema non più controllato militarmente dagli USA e gestito finanziariamente dal FMI, ma un rompicapo da risolvere urgentemente da Russia e Germania in modo collaborativo?

Per quanto abbiamo visto, il doppio isolazionismo, economico e politico, è una strada molto difficilmente percorribile. Aprirebbe una serie di problemi per ognuno di quelli apparentemente risolti. Benché i due poli del neo-isolazionismo non debbano seguire meccanicamente la stessa agenda, comunque manterrebbero una forte connessione.

Per quanto riguarda la politica economica i consiglieri di Trump potrebbero indirizzarlo, invece che sul ritorno al passato, verso le innovazioni di prodotto e di processo. Ma esistono tre problemi (che non sono solo statunitensi, ovviamente). La lotta intercapitalista è una lotta di potere condotta tramite la massimizzazione differenziale dei profitti, cioè la creazione di profitti sopra una media di riferimento12. Ciò serve ad attaccare e a difendersi. Così l’introduzione di innovazioni tecnologiche non avviene quando esse sono disponibili, ma tenendo conto del riflesso che esse hanno in questa lotta13. Quindi siamo di fronte non a fattori tecnici, ma a logiche di profitto con le loro dinamiche e contraddizioni. In secondo luogo, occorre vedere l’impatto sociale che le innovazioni di prodotto possono avere. Sarebbero in grado di trascinare intere società verso il benessere come fecero la prima e, specialmente, la seconda rivoluzione industriale (che è quella che ha forgiato l’America che Trump considera un modello)? Non conosciamo le future scoperte, ma le biotecnologie, le nanotecnologie, la microelettronica, per parlare di tre settori di punta attuali, hanno la capacità di generare decine di milioni di posti di lavoro? Hanno la possibilità di sostenere profitti differenziali nel tempo? Inoltre non tutte le innovazioni tecnologiche sono fuori dalla portata di Paesi come la Russia e la Cina, quindi si può contare solo su un insieme limitato di esse. In terzo luogo che ricaduta avranno sull’occupazione le innovazioni di processo? Non è che richiederebbero una riduzione dell’orario di lavoro che è di otto ore da cento anni, da quando l’automazione era ai primordi? Non c’è nessuna indicazione che le intenzioni di Donald Trump vadano in questa direzione. Anzi, rispetto a ciò è interessante dare uno sguardo a quelle di un suo alter ego europeo, il francese François Fillon.

 

10. Lo specchio europeo

Anche il candidato repubblicano all’Eliseo, Fançois Fillon, vuole fare “nuovamente grande la Francia”. Le grandi linee del suo programma prevedono la lotta all’élite finanziaria cosmopolita, l’asserzione dei valori tradizionali della società francese (c’è chi dice, con più precisione, della provincia francese, proprio per contrapporli al cosmopolitismo, anche nei costumi, delle élite parigine), il rifiuto del multiculturalismo anche in nome della lotta al terrorismo. Infine la sua politica è improntata al “realismo” e non all’ideologismo. Fillon, come Trump, ripete che occorre forgiare un’alleanza con la Russia contro il terrorismo jihadista e in particolare l’ISIS. Siccome entrambi sanno benissimo chi ha invece forgiato questo terrorismo, questa affermazione è un annuncio di voler riprendere la collaborazione con Mosca.

Ma i problemi che Fillon dovrà affrontare sono gli stessi di Trump. Quello di base è come deviare i capitali dalla speculazione all’investimento produttivo. Nel capitalismo le risposte sono solo due: o con la forza (che implica anche l’embargo sui movimenti di capitale), oppure rendendo profittevoli gli investimenti industriali. Ma “profittevole” in un mondo aperto significa più profittevoli (differenzialmente) in relazione non solo agli investimenti finanziari ma anche ad investimenti industriali in altre nazioni. E questo, di nuovo, significa o protezionismo (rendere il mondo chiuso) oppure rendere concorrenziale la valuta e le condizioni salariali e lavorative francesi, cioè deprimerle, cosa che noi abbiamo iniziato a fare in modo deciso con il Jobs Act di Renzi. E probabilmente Fillon pensa che quest’ultima sia la linea più facile. Ecco infatti puntuale il suo attacco alle 35 ore settimanali che, afferma, hanno reso la Francia non competitiva. Ecco l’attacco al pubblico impiego, accresciuto da Hollande di un milione di persone, una forma di ricco sussidio di disoccupazione dissimulato e di ingegneria dei consensi.

Ma come tenere assieme innovazione tecnologica nei processi, aumento delle ore lavorative, aumento dell’efficienza e della produttività e aumento dell’occupazione? In mancanza di rivoluzionarie innovazioni di prodotto, l’equazione non è risolvibile. Un altro triangolo impossibile.

Inoltre gli slogan “Fare grande di nuovo l’America” e “Fare grande di nuovo la Francia” sono sintomatici di dove si andrebbe a parare: da un insostenibile mondo globalizzato si andrebbe a finire in un insostenibile mondo di sistemi economici e statali in competizione, anche se Fillon non mette in discussione l’Euro e la UE. Una UE però destinata a diventare sempre più rissosa. Specialmente se il collante Nato perderà il suo mordente, e verrà meno la sua capacità di mettere ordine tra i membri.

 

11. Uno pseudo New Deal autoritario?

Dopo aver visto l’immagine di Trump nello specchio europeo, ritorniamo negli States14. Che tratti avrà la politica interna del neo presidente? Certo, il suo predecessore ha fatto il peggio del peggio anche in politica interna, ma ciò non toglie che non lo possa fare anche Donald Trump, visto che la crisi sistemica finora ha trasformato in pratica di tutti i giorni il detto “al peggio non c’è mai fine”.

Alla luce delle difficoltà descritte possiamo prevedere che tratti avranno i tentativi trumpiani di, chiamiamolo così, pseudo New Deal? Il New Deal originale nasceva in un’America già fortemente isolata e protetta e in un mercato mondiale fratturato. In Europa, dove le nazioni erano meno isolate e protette, e soprattutto non avevano a disposizione un continente come gli Stati Uniti e dovevano difendersi dalle prepotenze di un Impero Britannico vincitore (prepotenze denunciate dallo stesso Lord Keynes), le politiche à la New Deal furono attuate da governi fascisti, che tramite la dittatura imposero le protezioni necessarie, contrastarono con aggressioni lo strapotere anglosassone, portarono i propri Paesi in una guerra catastrofica, si macchiarono di grandi crimini ma fecero uscire i propri Paesi dal circolo del sottosviluppo. Voglio sottolineare che l’esito finale può essere una scusante dal punto di vista del capitale, ma non dal nostro. Similmente, la lotta al nazifascismo -effetto collaterale di una lotta condotta per altri motivi (in politica estera i concetti di “libertà” e “democrazia” sono sconosciuti) -non è una scusante per crimini come Hiroshima, Nagasaki e Dresda. Nessun crimine ne lava un altro.«Sul conto del Re! La vita, le anime, i debiti, le spose, i figli, i peccati, tutto sul conto del Re», come faceva dire Shakespeare a Enrico V.

Cosa succederà nei prossimi quattro anni negli Stati Uniti? E cosa succederà in Europa?

E’ veramente difficile da dire, perché il programma di Donald Trump è talmente intriso di contraddizioni, di triangoli e cubi impossibili, che per forza di cose nel corso del tempo si dovrà trasformare. Potrebbe persino fare cose migliori, non previste ma dettate dalle circostanze e dai nuovi scenari della crisi sistemica. Ma il marchio politico generale rimarrà il medesimo e non è un marchio particolarmente entusiasmante.

La Storia non si ripete mai due volte allo stesso modo, ma indubbiamente alcune figure, o pattern, si ripresentano. Io temo che i tentativi di pseudo New Deal saranno all’insegna dell’autoritarismo, un autoritarismo “populista”, ça va sans dire, ideologicamente sguaiato e con tratti decisamente anti-popolari.

Così i liberal-imperiali potranno sbraitare come non mai contro il fascismo che avanza. Invece proprio l’ideologia che accompagna i programmi di Trump e Fillon dovrebbe dare la misura dei danni procurati dall’irrisione della sovranità popolare, dall’indifferenza alle crescenti difficoltà delle persone, dall’uso cinico e opportunista di ogni valore positivo: l’accoglienza, la non discriminazione, la tolleranza culturale, la fratellanza, i diritti delle minoranze. Fa parte della natura del capitale appiattire ogni differenza, quando non gli conviene il contrario. Quello che non sarà mai perdonabile è l’irresponsabilità opportunista con cui l’intellettualità di sinistra si è prestata al gioco di usare ideologicamente quell’appiattimento per servire, per vari tipi di tornaconto, gli interessi e la strategia del liberal-imperialismo. Ora questa sinistra sbraita contro il “populismo”. Ma non occorreva essere dei geni per capire che i sintomi di xenofobia non derivavano da un impazzimento improvviso, da un virus nascosto, ma erano parte di una più generale spinta alla de-globalizzazione. Non era difficile immaginarsi che di fronte all’attacco cosmopolita-livellatore del capitale globalizzato e finanziarizzato la classe lavoratrice e la classe media, devastate, angosciate, arrabbiate, avrebbero opposto una reazione uguale e contraria 15 . E’ storico. Ma grandi o micragnosi interessi economici, di prestigio, di reputazione, di consenso, accademici, la pura vanità stessa e spesso persino la pigrizia mentale, sono stati più forti della decenza e dell’onestà intellettuale. Ora questa stessa intellettualità grida al “pericolo fascista”, ma non punta il dito sui propri padrini, che fanno stragi di esseri umani. Evidentemente questo non è considerato fascista. Non lo punta su chi ha fatto scaricare una rabbia sacrosanta su valori che noi amiamo e che sono stati maltrattati, stravolti e infine resi impresentabili dai suoi padrini liberal-imperialisti. No, questa intellettualità punta il dito su chi non ne può più dei suoi padrini, punta il dito su chi a loro, pur confusamente, si ribella.

Ad essa ben si adatta il giudizio sprezzante di Marx sulla bohémienne bonapartista, quella che applaudiva i fucilatori dei Comunardi e popolava la «Parigi dei boulevardiers e delle boulevardières, la Parigi ricca, capitalista, coperta di soldi, infingarda, che ora ingombrava, con i suoi lacchè, i suoi ladri in guanti gialli, con la sua bohème di letterati e con le sue cocottes, Versailles, Saint-Denis, Rueil e Saint-Germain»16. Dopo di che un intellettuale onesto come Carlo Formenti, facendo autocritica, intelligentemente e con mente aperta chiama la sinistra a fare i conti coi danni che ha fatto, a rivedere le proprie idee evanescenti, a scavare nella realtà invece di immaginarla a proprio gusto e si becca seduta stante del “rossobruno”, un’accusa che rivela l’idiozia di chi l’ha pronunciata17.

 

12. L’identitarismo Democrat

I Repubblicani avranno il controllo della Casa Bianca e di tutti i livelli di governo, compresi 33 governatorati e 32 legislature statali. Questo può essere interpretato come la misura del fallimento del partito Democratico a causa delle sconfitte interne ed esterne di Obama e dei colpi infertigli dalla candidata meno presentabile che ai Democrats potesse venire in mente.

Ma se andiamo un poco più a fondo, vediamo che in realtà è la misura di una sconfitta più generale. Ma cosa è stato sconfitto? Certo, sono stati sconfitti l’arroganza, la disonestà, il cinismo, l’ipocrisia, la crudeltà e la sfrenata ambizione non solo di Hillary Clinton ma di tutto il suo discusso clan. Ma quali sono i motivi “strutturali” per cui la portatrice di quella serie di gravissimi difetti è stata scelta, con un vero colpo di mano, come candidata democratica? Essendo l’etica un sistema di regole di convivenza sociale e di indirizzo delle azioni, una candidata totalmente amorale è di sicuro la prova che il benessere della società non era la preoccupazione dei padroni liberal-imperialisti del partito Democratico.

La candidatura di una delle più detestate personalità politiche della storia americana è infatti una dimostrazione di quanto si diceva, cioè della coazione a ripetere che caratterizza la strategia F-G. L’arroganza in questo caso si associa al disprezzo per il popolo, considerato totalmente manipolabile dalle bugie e dai ricatti dei media mainstream e “deprecabile” quando non lo è.

Un popolo deprecabile perché si è stancato di pagare bonus milionari ai manager della finanza col debito proprio, dei figli e dei nipoti, perché si è stancato di vedersi portare via la casa dalle banche, di vedere la ricchezza sempre più concentrata in poche mani mentre città una volta fiorenti sono ridotte a baraccopoli. Trump in un certo senso è anche il prodotto delle istanze di Occupy Wall Street, benché paradossalmente rappresenti un’ideologia e interessi opposti. Ma è proprio questo paradosso che deve essere indagato e affrontato senza schermi ideologici, pena la perenne impossibilità di proporre un’alternativa credibile.

Perché questo deprecabile popolo si è anche stancato di vedere i propri problemi resi invisibili da un’ideologia identitaria liberal-imperiale arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si ergono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie18.

La lotta per la nomination democratica, da parte della Clinton era giocata non sui problemi reali del Paese ma principalmente su questa identità, fino agli insulti.

Lo stesso atteggiamento fu poi rivolto contro Trump. Che Sanders non si meritasse gli anatemi del politicamente corretto e Trump sì, non sposta il problema del carattere del tutto ideologico degli argomenti dei liberal-imperialisti, negli USA e fuori.

Le questioni delle minoranze e delle discriminazioni sono usate come spaventapasseri nel senso preciso descritto da Pier Paolo Pasolini: un modo per deviare lì l’attenzione, le preoccupazioni e le lotte sia dei “progressisti” sia dei “reazionari”, di modo che le élite che realmente dominano -e che sono al contempo progressiste e reazionarie possano continuare indisturbate a portare avanti le loro strategie senza intralci, mentre gli animi si sfogano con i conflitti attorno agli spaventapasseri.

Chi si tiene a distanza dalle lotte attorno ai simulacri, ma cerca di andare al cuore dei problemi reali, deve essere quindi targato non con un marchio politico ma con un improperio: “Populista”.

Non più “destra” e “sinistra”, che non è aria, ma populisti deprecabili che si contrappongono a persone pulite, raziocinanti e politicamente corrette.

D’altronde, nell’establishment cosmopolita della F-G la destra si è fusa con la sinistra, i neocons e i liberal-imperialisti sono un tutt’uno, tanto che qualcuno li chiama “neo-liberal-cons”.

Specularmente, dalla parte dei loro avversari, istanze di destra (come il nazionalismo) e di sinistra (come l’antimperialismo) si sovrappongono, si intersecano si mischiano creando a volte, negli esponenti più eclettici o disattenti (o a volte anche solo esasperati), quel melange che viene chiamato “rossobrunismo”.

Questo quanto meno dovrebbe spingere a rileggere con più attenzione la storia delle ideologie e dei pensieri politici, non per dimostrare che tra destra e sinistra non c’è differenza, o che non c’è differenza tra comunismo e fascismo, tra fascismo e New Deal, e via combinando e indifferenziando, ma per vedere dove erano veramente le differenze, perché forse non erano dove finora le avevamo viste. E’ ad esempio indubbio che ci sia un nesso nazionalismo-sovranità nazionalesovranità popolare, e la vicenda UE lo sta dimostrando da anni. Ma è anche evidente che ci sono modi anche inconciliabili di esercitare la sovranità popolare o che c’è un’incolmabile distanza tra la pratica di “comunità” che sta dietro al mito del blut und boden e quella che sta dietro al concetto di “bene comune”. I temi che quindi quel nesso lega, non sono esorcizzabili e non possono essere recisi con distinzioni concettuali, ma dalla pratica politica, tenendo conto che quasi ogni concetto può rappresentare esigenze e progetti differenti. Un altro esempio è la richiesta di protezione culturale, che si situa a cavallo tra il rifiuto xenofobo dei “barbari” e il rifiuto di politiche che si servono di masse di disperati per disarticolare intere società, intimidirle, scompigliare fronti di resistenza, peggiorare le condizioni salariali e di lavoro, innescare guerre tra poveri. Liquefare, insomma, la società, coi “barbari” usati cinicamente come diluente. Politiche decise dai noti centri operativi della strategia F-G19.

D’altra parte che sia in corso una sorta di guerra civile tra le élite globalizzate e le rispettive società, si evince anche da dati “strutturali”. Non so se tutti se ne rendono conto, ma è una cosa stupefacente, perché assistiamo a un progressivo e veloce rivolgere contro il Centro del sistema tutte le armi che prima erano rivolte verso le sue Periferie.

Al G8 di Genova si manifestava per chiedere la cancellazione dei debiti del Terzo Mondo. Oggi l’arma del debito e il ricatto degli “aggiustamenti strutturali” sono rivolti sempre più aggressivamente contro gli stessi Paesi del centro capitalista.

Una volta le guerre si facevano lontane dall’Occidente. Poi ci sono state quelle dei Balcani, col primo bombardamento di una capitale europea, Belgrado, dalla fine del secondo conflitto mondiale. Poi la guerra nel Donbass, in piena Europa. E adesso gli Usa vogliono rischiare una crisi militare con la Russia nel quadrante europeo Nordest.

Le rivoluzioni colorate, i regime change, i golpe una volta venivano inflitti all’Africa, all’Asia, al Sudamerica. Poi sono stati attuati in Europa, dove spicca il golpe di Kiev, ma anche il tentativo di delegittimare il voto della Brexit in Gran Bretagna. Adesso addirittura nel centro dell’Impero stesso: gli USA, per delegittimare l’elezione di Trump con la storia dell’influenza russa sul voto presidenziale, non hanno avuto vergogna ad autodefinirsi una “repubblica delle banane”. Un esempio che Germania e Francia sono pronte a seguire.

Una volta i fascismi venivano imposti nei Paesi vassalli periferici. Oggi i battaglioni mossi da Kiev sventolano i simboli nazisti e il parlamento ucraino è pieno di persone che in Italia per la legge Mancino dovrebbero essere messe in galera. Le misure liberticide colpiscono le nazioni del Centro. Le élite F-G si sono rese conto con irritata sorpresa della resa decrescente degli sforzi e dei mezzi con cui vogliono indottrinare il popolo sovrano. Sfiduciate nella loro possibilità di riuscire a manipolare le masse con i media mainstream e l’infotainment, e con balle sempre più colossali, le élite F-G con l’ausilio dei teorici della post-verità e gli allarmi sulle fake news, stanno quindi mettendo in piedi un vero e proprio Ministero della Verità, incubo degli incubi della distopica immaginazione di Orwell.

Un incubo che una volta era anatema per la sinistra, mentre oggi sono proprio i suoi eredi liberal-imperiali a chiederne con urgenza la materializzazione (la presidente Boldrini in prima fila). Come backup, se mai mettere il bavaglio non bastasse, si chiede anche di evitare di far votare se il risultato può essere sgradito (e si ricordi che gli ultimi quattro governi non sono l’esito di elezioni democratiche, ma il risultato di decisioni del presidente della Repubblica sostenute da un Parlamento eletto con una legge anticostituzionale).
Si è giunti al paradosso che la sinistra ha in odio la democrazia e la libertà di pensiero non perché è comunista, ma perché non lo è più.

Per i liberal-imperialisti il populista Trump rappresenta evidentemente un pericolo molto serio, un danno enorme, qualcosa da contrastare assolutamente con ogni mezzo. E i mezzi li conoscono bene perché li hanno usati un po’ dappertutto con le loro “rivoluzioni colorate”, che iniziano sempre con appelli e mobilitazioni, come quello di Avaaz (organizzazione di Soros) che incurante del ridicolo chiede firme contro il rischio di guerra nucleare che Trump rappresenterebbe. A questi appelli fanno eco le manifestazioni che vedono e vedranno in piazza tutti i rappresentanti dell’ideologia identitaria liberal-imperialista: le lobby femministe, quelle LGBT, quelle ambientaliste, quelle antirazziste, accademici, intellettuali (anche sedicenti marxisti, ovviamente), militanti pacifisti (e questa è forse la cosa più paradossale), scrittori, giornalisti, divi di Hollywood, dell’arte e della musica pop e, prevedo, vecchi profeti liberal-imperiali coadiuvati da nuovi creati ad hoc per meglio confondere le idee.

Il degrado senza precedenti della società statunitense, a partire proprio dalla popolazione afroamericana fucilata in serie dalla polizia militarizzata di Obama, i due milioni e mezzo di immigrati deportati durante i suoi mandati, le migliaia di chilometri di barriera antimmigrazione con il Messico davanti alla quale si consuma una vera strage di disperati, il riarmo atomico miliardario decise dal Nobel “nero” per la Pace, le sue 27.000 bombe sganciate solo nel 2016, le centinaia di migliaia di civili uccisi nelle sue guerre, le migliaia uccisi dai suoi droni, le sue esecuzioni extragiudiziarie, è tutto già ribaltato sul neo-presidente, ascritto a suo carico preventivamente. Un caso straordinario di consuntivo di una gestione passata che viene fatto passare come preventivo della gestione futura.

In molti si presteranno a questa rivoluzione colorata perché ci credono, incantati da abili pifferai magici. Ci parteciperanno non facendo i conti con l’unico suo possibile esito, cioè la letale continuazione democraticamente fascista della strategia F-G. Non rifletteranno sul fatto che se Trump è un cancro, la Clinton è un infarto fulminante, come dichiarò il repubblicano Charles Koch prima delle elezioni.

Molti sosterranno questa rivoluzione colorata non perché sono pagati per dire o fare una cosa in cui non credono, ma perché incarnano il liberal-imperialismo e solo rimanendo fedeli ad esso possono sentirsi confortati nella considerazione, nella reputazione, nella carriera e nei benefici messi a disposizione dall’ambiente che li ha prescelti (un quotidiano, una rivista, un canale televisivo o radiofonico, un posto d’insegnamento, una posizione in una impresa, un ruolo in un partito). A volte a quelle convinzioni (che dall’esterno possiamo pure definire “opportunistiche”), sono giunti poco a poco, passando per vari gradi di corruzione ambientale. Ma ora esse fanno parte della loro falsa coscienza, che è molto peggio della cattiva coscienza perché non è oggetto di pentimento e difficilmente è oggetto di ripensamento. Altri invece si sentiranno confortati nella loro microidentità culturale, di genere, di etnia, più incapaci di esprimere una vera universalità di quanto lo sia il loro stesso avversario. E in fondo al loro percorso, il rischio di un serio conflitto civile.

Anche questo fa parte del caos sistemico, che si sta impadronendo del Centro.

 

13. Un presidente di transizione

Trump è un presidente di transizione. La sua “impreparazione” politica e la sua “improvvisazione”, che sono a seconda dei casi una forza o una debolezza, indicano senza dubbio il carattere di transizione della sua presidenza. Una transizione che non inizia all’improvviso, ma i cui segni apparivano già nella caoticità della seconda amministrazione Obama.

Tutto si tiene nelle idee del neo presidente, sia ciò che è coerente sia ciò che è incoerente. Ma più che altro si tengono tra loro tutte le contraddizioni, tutti gli ostacoli alla sua linea politica.

Teoricamente (e proprio questo è il limite della geopolitica pura) agli USA non mancano la terra, il lavoro e il capitale. Il problema è che c’è una sovraccumulazione che si è trasformata in una massa disordinata e di grandezza assolutamente insensata di capitale fittizio. Terra, lavoro e titoli di credito non bastano. Nel capitalismo occorre il profitto, così che i titoli di credito diventino capitale propriamente detto, cioè si trasformino da oggetti dotati di un semplice valore nominale, in input e output di un processo di valorizzazione. Si può allora ipotizzare che i settori dell’élite che hanno appoggiato Trump intendano ricondurre almeno in parte l’accumulazione alla sua “natura” di creazione di profitti. Ma per far ciò è necessario mettere in conto che una massa esorbitante di capitale fittizio dovrebbe essere “macellata”, per dirla con Marx. E questo non potrebbe essere il risultato se non di una durissima lotta di potere, una sorta di rivoluzione.

Ma Donald Trump non farà una rivoluzione, a meno che venga letteralmente trascinato da circostanze oggi imprevedibili. Non farà ovviamente una rivoluzione socialista, ma nemmeno una rivoluzione fascista, come molti paventano. Dopo il Nixon shock gli USA ci misero dieci anni di tira e molla a imboccare la strategia di finanziarizzazione-globalizzazione che ora volge al termine. Trump, similmente, andrà avanti per prove ed errori, forse in ugual misura. Ho la sensazione che sarà la versione repubblicana di Jimmy Carter, che dopotutto non fu un presidente malaccio, per quanto un presidente statunitense possa non essere malaccio. Non per nulla è stato quello più detestato dall’establishment. Era sempre rappresentato mentre inciampava o s’imbranava. Solo alla fine del suo mandato gli USA si infilarono definitivamente nella finanziarizzazione-globalizzazione.

La differenza, importante, è che la situazione ereditata da Trump è molto più seria di quella che dovette gestire Carter.

 

14. E noi?

Trump cercherà di suonare con un mangiadischi le musiche degli anni ormai passati. Aspettiamoci allora un’Amministrazione cacofonica, incasinatissima, piena di contraddizioni, dove si dirà e si farà di tutto e il contrario di tutto. Io credo che nella fase iniziale la sua amministrazione darà un colpo al cerchio e uno alla botte, dirà una cosa e il suo contrario, perché dovrà navigare su una nave enorme, armata fino ai denti, ma totalmente instabile, che non riesce più a governare e sfruttare i venti, fuori rotta, senza punti di riferimento validi, con l’approdo che non si vede nemmeno col cannocchiale e con gli ufficiali sempre sull’orlo dell’ammutinamento. Un’Amministrazione che sarà tentata di scendere a molti compromessi per non trovarsi mortalmente contro le “three-letter agencies”, NSA, CIA, DIA, FBI, per ingraziarsi il Pentagono, i tenenti, i sergenti e i caporali della burocrazia. La domanda che mi faccio spesso è: “Chi glielo fa fare a un uomo come lui di rischiare così tanto?”.

Ad oggi non ho una risposta. Se fossimo hegeliani potremmo dire che è il prodotto dell’astuzia della ragione. Un irragionevole prodotto, però. Perché l’era Trump è già iniziata ed è in larga parte indipendente da questo inquietante personaggio. Sarà un’epoca in cui le asimmetrie e l’ineleganza della realtà la faranno da padrone. Dovremo imparare ad essere pragmatici senza rinunciare ai principi. Sarà un’epoca interlocutoria, perché la vecchia strategia che ha un solo esito, la guerra mondiale e quindi un non-esito, sarà abbandonata (a meno di un colpo di coda degli inferociti e feroci avversari di Trump, che assumerebbe in pochissimo tempo la forma della catastrofe). Sarà abbandonata e non sappiamo da cosa verrà rimpiazzata e nemmeno se c’è la possibilità che venga rimpiazzata da qualcosa.

La nuova epoca sarà “realista”. Ci accorgiamo ora che lo scorso trentennio che era dipinto come l’epoca della morte delle ideologie è stato invece un’epoca fortemente ideologizzata, perché diverse visioni del mondo che scimmiottavano le vecchie ideologie in modo così falso da finire per scambiarsi i ruoli, dovevano scontrarsi per nascondere il criminale lavoro di un’unica pratica politica. L’epoca “realista” incomincia oggi, all’anno zero della vecchia potenza egemone.

Il problema è che la realtà sarà sempre più incasinata (voce dotta ma meno espressiva: “contraddittoria”). E anche noi dovremo essere realisti e quindi, per forza di cose, dovremo muoverci nel casino e ci incasineremo.

Anch’io vorrei un mondo senza barriere, senza conflitti, compreso da libertà, fratellanza e uguaglianza. Non è così. Ciò non vuol dire che dobbiamo accettare lo stato di fatto. Vuol dire che dobbiamo fare politica sulla base delle circostanze che abbiamo ereditato, che sono esattamente il contrario della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza. Anche la giustizia è risorsa scarsa. Ciò significa che qualsiasi politica noi pensiamo che l’Italia e l’Europa debbano intraprendere non può partire dal presupposto che la potenza degli USA stia declinando esponenzialmente, come desidererebbe un pur sacrosanto senso della giustizia e della pietà nei confronti delle persone che sono state uccise a milioni dalla sua politica estera ed economica. L’America esiste ed esisterà per un bel pezzo, meno potente ma sempre molto potente, e dovremo farci i conti.

Li dovremo fare sfruttando d’ora in avanti le miriadi di contraddizioni che emergeranno dalla politica della nuova amministrazione. Alcuni di noi, in Italia e nel mondo, sono guidati da un imperativo morale che è antimperialista. Un imperativo morale che diventa immoralmente evanescente se non assume un aspetto politico, perché si lascerebbe sedurre da ogni sirena. Un imperativo che ha ovviamente propagazioni nella politica estera ma le ha anche in quella interna. Ci assicureranno che con qualche crimine imperialista in più potremmo stare tutti un po’ meglio. E in parte potrebbe essere vero, per lo meno localmente e temporaneamente, perché per un Paese sub-imperialista come il nostro, le cose vanno anche così. Con quali argomenti allora rifiuteremo? Come raccorderemo un rifiuto etico e politico al fatto più generale ma anche più prosaico che oggi le guerre imperiali e il depauperamento della società sono gli esiti obbligati della stessa strategia, che quei famosi benefici sono decrescenti e quando ci sono, sono momentanei e il loro prezzo è inaccettabile? Non sarà facile. Non sarà facile rispondere con un pensiero e un progetto politico dal lungo respiro ecologico a bisogni urgenti che respirano affannosamente. Anche noi dovremo districarci tra i nostri triangoli impossibili.

L’unico modo è rilanciare il discorso antimperialista sapendo che non può che essere anticapitalista e quello anticapitalista sapendo che non funziona se non è compendiato da quello antimperialista.

Che imperialismo occidentale e capitalismo occidentale siano tra loro nello stesso rapporto di suocera e nuora (non c’è una senza l’altra) sarà finalmente ciò che l’amministrazione Trump è destinata a mostrare alla luce del sole quando (e se) incomincerà contraddittoriamente, a singhiozzo, incoerentemente, a smantellare la strategia della finanziarizzazione-globalizzazione che di questo rapporto è stata la quintessenza e, paradossalmente, anche il velo di Maya che meglio l’ha celato. Così che qualcuno si è dedicato al solo anticapitalismo, qualcuno al solo antimperialismo e molti, consapevoli o meno, si sono dedicati al devoto culto del velo di Maya stesso.

Anticapitalismo e antimperialismo dovranno fare a meno delle loro geometrie, delle loro belle simmetrie concettuali, nell’epoca in cui la realtà, esaltata da una complessità che dobbiamo ancora iniziare a comprendere e a trattare, rivendica tutta la sua irregolarità. Chi l’ha detto, ad esempio, che nel prossimo futuro il problema principale continuerà ad essere l’imperialismo statunitense? Chi può escludere che lo potrà essere per alcune cose ma non per altre, che gravi problemi e gravi minacce possano sorgere da altre parti? Oggi sembra improbabile, ma non è impossibile, specialmente nell’universo incasinato che Donald Trump potrebbe generare.

Ha ragione da vendere Carlo Formenti quando dice che dobbiamo imparare a navigare a vista tra i “populismi”. Non è né una provocazione né una follia, perché i populismi sono quanto di alternativo al sistema ha prodotto la “società liquida”, ovvero una società non più strutturata in classi con progetti universali ma che, non di meno, è oggetto e vittima di una lotta di classe feroce. Il populismo è il necessario esito di una lotta di classe dall’alto pienamente dispiegata e non contrastata da una lotta di classe dal basso. Un fenomeno non limitato agli Usa e all’Europa (si veda ad esempio il caso indiano).

Ovviamente, i populismi possono prendere pieghe non accettabili, direzioni da contrastare, anche con decisione. Indietro comunque non si potrà ma nemmeno si dovrà tentare di andare. Il mare in cui dobbiamo navigare deriva da una sconfitta storica con conseguenze di grande portata e durata. Non possiamo fermarci al populismo ma non possiamo nemmeno riproporre i vecchi schemi, le vecchie categorie. Il populismo è un fenomeno del caos sistemico e noi è nel caos sistemico che dobbiamo agire, perché questa è la situazione in cui siamo immersi. Non l’abbiamo scelta, ci è stata consegnata. Possiamo fare gli schizzinosi, i puristi, gli immacolati e ignorare che i mondi spiegabili con schemi teorici e politici eleganti nei loro concetti simmetricamente disposti e collegati, evidenziati da contorni netti, vivono in una dimensione che non è quella del reale. Possiamo ignorare che abbiamo a che fare con una realtà difforme, spiacevole e poco armonica, come la definiva Lenin. Lo possiamo fare se vogliamo continuare a divertirci coi concetti, a dividerli in due, poi in quattro, in otto e così via. Lo possiamo fare se ciò ci fa stare più tranquilli, più orgogliosi, più in pace con noi stessi. Ma dobbiamo sapere che non servirà a nulla se non ad attrarre su di noi la vergogna di non essere riusciti, in un momento critico, a fare, per l’appunto, assolutamente nulla.

Vogliamo rischiare di sbagliare, o di avere questo rimorso nei confronti delle generazioni future? 


Note
1 Pierluigi Fagan, Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’epoca Trump. Fazi Editore, 2017 
La “catena del valore” è in fondo una metafora del conto economico suddiviso per processi, principali e di supporto, connessi tra di loro. Il concetto è dovuto a Michael Porter che lo introdusse nel suo libro “Competitive Advantage” nel 1985. Qui noi lo usiamo nella sua metafora “geometrica” di processi formanti linee interconnesse di input-output.
Nella divaricazione tra società-economia produttiva da una parte e finanziarizzazione agisce anche un differenziale nei ritmi di crescita: la finanziarizzazione cresce con progressione geometrica (si pensi solo agli interessi composti), l’economia cresce (quando non è penalizzata dalla finanziarizzazione stessa) normalmente con progressione aritmetica. Ciò spiega anche l’affanno della coazione a ripetere.
Ciò in gran parte è dovuto al fatto che la tabella di marcia dei neocons, messa a punto nel 2001 al Pentagono e spifferata nel 2007 dal generale Wesley Clark (i sette Paesi sopra menzionati erano da conquistare in cinque anni) non è stata rispettata, e ciò a causa di un impedimento classico: i popoli aggrediti cercano sempre di resistere, prima e dopo l’aggressione. Qui non interessa la forma ideologica che la resistenza assume, perché stiamo parlando di relazioni e dinamiche geopolitiche e dei loro effetti. In particolare il rallentamento ha dato il tempo a Russia e Cina di diventare potenze che gli USA anche militarmente non possono più sottovalutare (come ha dimostrato l’intervento Russo in Siria, per quanto molto limitato).
Si veda la “Primakov lecture” tenuta da Kissinger al Gorchakov Fund di Mosca. In questo indirizzo, Kissinger auspica che l’Ucraina diventi un ponte tra la Russia e l’Occidente e che Mosca e Washington collaborino per la fine del conflitto siriano. Il concetto di “mondo multipolare” è ripetuto tre volte da Kissinger. Qualcuno ritiene che sia un’espressione non sincera, ma si può anche pensare che secondo Kissinger una volta concordata una posizione di forza e di sicurezza in un mondo multipolare, gli Stati Uniti si potrebbero scrollare di dosso un po’ di onerose “responsabilità” mondiali. L’alleanza con la Russia, nella visione di Kissinger tutta incentrata sugli equilibri internazionali, è suggerita dal fatto che questo Paese sarebbe più debole della Cina. Leggermente differente è la valutazione di Zbigniew Brzezinski, per il quale oggi la Russia sarebbe più forte della Cina che comunque in futuro è destinata ad essere l’avversario maggiore. Si veda il suo articolo “Toward a global reallignment”. In esso Brzezinski non parla di mondo multipolare ma distingue tra essere l’entità statale più potente del mondo (cosa che gli USA sono ancora) ed essere la potenza imperiale globale (cosa che gli USA non sono più, così come non lo è nessun’altra Potenza).
La prima mossa con la Cina ha contraddetto il suggerimento di non irritarla sulla questione di Taiwan. Ma la seconda mossa, l’incontro con Jack Ma, il fondatore di Alibaba, ha contraddetto la prima.
La strana risoluzione last minute dell’amministrazione Obama contro le nuove colonie israeliane è sembrata fatta apposta per rovinare le relazioni tra USA e Israele in vista del 20 gennaio, non certo per difendere i diritti dei Palestinesi.
Il concetto di “forza” ha poi bisogno di un nemico chiaramente identificabile. La Russia nella politica estera di Trump non lo sarebbe più. La Cina dovrebbe essere la nuova candidata al ruolo, ma la sua ineffabile capacità diplomatica può smontare la nuova sceneggiatura. La cattivissima Corea del Nord andrebbe bene, ma è oggettivamente troppo piccola. Da parte sua il “terrorismo islamico” non giustificherebbe il potenziamento della difesa atomica strategica. E’ vero che gli USA si sono dimostrati capaci di mobilitazioni militari con la scusa di combattere i narcotrafficanti in Colombia, ma a tutto c’è un limite, specialmente se si ha a che fare con un Congresso che presumibilmente sarà conservatore in materia fiscale, dopo tre lustri di balle sesquipedali sulle costosissime “guerre infinite” per “combattere il terrorismo”. Balle a cui nessuno negli USA vuole più credere, a partire dal neopresidente stesso, che ha messo pubblicamente in discussione la narrazione ufficiale dell’11/9.
Problemi simili, si badi bene, dovrebbero essere affrontati anche per un’eventuale reindustrializzazione dell’Italia. In linea di principio un ritorno alla Lira potrebbe permettere moderate svalutazioni competitive, ma il problema delle barriere tariffarie sarebbe comunque presente, tenendo anche conto che una rottura con l’Euro significherebbe anche la ridefinizione dei rapporti commerciali con la UE. Con la differenza che mentre il peso politico, economico e militare degli USA permetterebbe a questa Potenza di imporre i propri termini negoziali (ad esempio un protezionismo a macchia di leopardo o politiche monetarie ad usum delphini -si pensi al Plaza Accord e al Reverse Plaza Accord imposti in successione al Giappone dagli Stati Uniti quando erano padroni del campo), l’Italia da sola non potrebbe farlo.
10 I fattori fisico-geografici non erano estranei alle analisi di Marx ed Engels, ma lo sono, ahimè, nelle analisi del marxismo accademico e intellettuale, tutto incentrato sui concetti, cioè il contrario dell’approccio di Marx stesso, che aveva esplicitamente chiarito, ad esempio, che a lui del “concetto” di merce non importava un bel nulla, perché la sua analisi verteva su cosa era una merce nel sistema capitalistico. I famosi scritti sul “modo di produzione asiatico” sono un esempio dell’importanza per Marx dei fattori geopolitici in senso ampio, perché la geopolitica non è solo una riflessione sui conflitti e i rapporti di forza tra le formazioni statali/nazionali, ma è innanzitutto l’analisi delle condizioni di possibilità che sottostanno alle formazioni sociali, l’analisi delle difficoltà di queste formazioni in relazione alle condizioni di possibilità, delle modalità con cui le affrontano, delle dinamiche che queste modalità mettono in moto, dinamiche non solo politiche o militari ma anche ideologiche.
11 La Nato garantisce di fatto l’equilibrio tra gli Stati membri. In assenza di tale equilibrio potrebbero riemergere paure, gelosie e risentimenti, senza più mediazioni.
12 Si veda Jonathan Nitzan, Shimshon Bichler, Capital as Power. A Study of Order anCreorder. Routledge, 2009.
13 Paolo Sylos-Labini, Oligopolio e progresso tecnico. Einaudi, Torino, 1975.
14 E a proposito di specchi e di conseguenze dell’elezione di Trump sulla politica europea, la recente elezione di Antonio Tajani a presidente del Parlamento Europeo sembra che sia stata presa male dai liberal-imperialisti euro-americani. Posto che dopo il socialdemocratico Schulz la presidenza per regola doveva andare alla destra, il candidato ideale dei liberal-imperialisti era il belga Guy Verhofstadt, leader di ALDE (proprio il gruppo dove secondo Beppe Grillo il M5Stelle doveva confluire). Non per nulla ha scritto a quattro mani un libro con un campione del pensiero liberalimperialista, l’ex anarchico e leader sessantottino Daniel Cohn-Bendit. L’elezione di Tajani è quindi stata male accolta dal presidente della Commissione Europea, Jan-Claude Junker, che benché dello stesso gruppo politico europeo di Tajani (il Partito Popolare Europeo) è fiduciario della grande finanza internazionale, e da Martin Schulz stesso, che è stato sprezzante nei confronti del neopresidente europeo.
15 E’ poi cosa studiata come le migrazioni di massa siano utilizzabili a fini sia politici (si pensi a quelle
richiamate negli Stati centrali americani dopo la Guerra di Secessione) che geopolitici.
1Karl Marx, La guerra civile in Francia. Editori Riuniti, 1977.
17 Si veda di Carlo Formenti La variante populista (Derive Approdi, 2016) e anche il precedente Utopie
letali. Contro l’ideologia postmoderna (Jaka Book, 2013).
18 Con danni enormi alla credibilità delle minoranze stesse, di cui alle élite non importa alcunché e che probabilmente nel profondo disprezzano. Questo è evidente, ad esempio, nel continuo martellare sul rispetto delle “scelte sessuali”, perché il termine “scelta” è indicatore di un’intrinseca omofobia, dato che non riconosce la naturalità dei rapporti omosessuali (che infatti, per questi sepolcri imbiancati, rifletterebbero scelte, non sentimenti). La Goldman Sachs è inappuntabile dal punto di vista della promozione delle diversità e dell’inclusione. Cosa che fu sottolineata dalla Clinton durante il suo famoso discorso in quello stesso istituto finanziario, pagato 225.000 dollari. Da noi si veda come è stata gestita ideologicamente e con bassa cucina la vicenda delle unioni civili.
19 A ciò si aggiunge un atteggiamento legislativo e giudiziario a volte rasentante la “positive discrimination”, come il vero e proprio trattamento di favore di una corte austriaca che ha scarcerato un ventenne iracheno che aveva violentato un bambino di 10 anni e aveva giustificato il suo crimine con una “urgenza sessuale”. Non so se con queste positive discriminations le élite globaliste vogliono farsi perdonare gli orrori che hanno ricoperto d’infamia loro stesse con le guerre attuali e i maggior loro con quelle coloniali. Sono comunque scuse il cui conto è presentato ad altri, cioè all’ex popolo sovrano, il modo migliore per fertilizzare il terreno dell’intolleranza, della xenofobia e del razzismo, una colpa che non riuscirò mai a perdonare dato che il razzismo è la cosa che più detesto al mondo. Ad uno sguardo distaccato sembrerebbe che ristrettissime élite consorziate tra loro internazionalmente stiano conducendo una guerra contro le proprie società nazionali, utilizzando qualsiasi mezzo e ogni causa, a patto che non sia a favore della maggioranza. Così, nelle loro mani ogni causa degna, ogni battaglia anche legittima, ogni argomento decente, diventa un oggetto da boutique, depotenziato, avvilito, letteralmente sputtanato, destinato a essere disprezzato.

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