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globalizzazione

Pasquale Cicalese: La rivoluzione nel mercato mondiale passa (nuovamente) dalla Cina

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La rivoluzione nel mercato mondiale passa (nuovamente) dalla Cina

di Pasquale Cicalese

Gli occidentali si stracciano le vesti, le borse sprofondano giacché il segnale che proviene dall’import cinese di marzo (+5,9% annuo) rifletterebbe la frenata dura dell’economica di quel Paese.

Gli occidentali, immemori, non sembrano dare conto di un dato storico: nel primo trimestre del 2002 l’attivo commerciale della Cina è di appena 670 milioni di dollari, contro circa 40 miliardi di euro del surplus tedesco nello stesso periodo.

Tale numero rivela un cambiamento storico nel mercato mondiale. Per capirlo è utile analizzare cosa è avvenuto in Asia a partire dalla crisi del ‘97/’98. In quel periodo tutte le tigri cadono a terra, Fondo Monetario e Banca Mondiale si precipitano nelle capitali asiatiche per imporre alle popolazione di quei paesi il cosiddetto “Washington Consensus”, vale a dire terapie d’urto consistenti in privatizzazioni, deregolamentazioni, liberalizzazioni delle finanze e abbassamento dei livelli di vita.

Contro i desiderata occidentali avvengono però tre fatti “storici”: 1) i coreani si precipitano a decine di migliaia a consegnare oro alla banca centrale; con questo messaggio fanno capire chiaramente che non hanno nessuna intenzione di perdere un apparato industriale costruito con il sangue; 2) il premier malese Mahatir Mohamed sbatte fuori gli emissari del “Washington Consensus” e adotta politiche espansive; 3) fattore sconvolgente, che spiazzerà gli occidentali, è la mossa cinese di non svalutare lo yuan permettendo alle altre valute asiatiche di aver sbocchi commerciali.

Con questa mossa la dirigenza cinese si assicura l’amicizia delle potenze asiatiche nel primo decennio del 2000.
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Franco Piperno: Dall'ora globale all'ora locale

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Dall'ora globale all'ora locale

di Franco Piperno

“Il presente musicale viene costruito permettendo a dei suoni d’essere in sincronia mentre altri stanno in un rapporto di prima e di dopo. Il presente della comunità è costruito permettendo ad alcune azioni di dispiegarsi in contemporanea mentre altre sono soggette alla relazione di prima e di dopo. Il tempo non ha direzione, non scorre.” Pataturk.

I. La crescita esponenziale ed il tempo dell’impero


Via via  che l’unificazione del mercato mondiale impone a masse crescenti d’esseri  umani  d’adottare, sotto la maschera  dei diritti  universali,  l’interesse composto -- ovvero la crescita esponenziale --  anche i ritmi e gli strumenti di lavoro diventano simili, mentre quelli scientifici per parte loro risultano identici. Va così  rattrappendosi  la molteplicità dei modi temporali costruiti fin dall’inizio della storia della nostra specie. A differenza delle religioni o delle ideologie politiche che, pur essendo intolleranti le une verso le altre, ammettono al loro interno ampie variazioni, la civilizzazione ipermoderna – ovvero la crescita esponenziale --  consente solo differenze irrilevanti da un paese ad un altro; mentre il calcolo scientifico, come il gioco degli scacchi,  non ne consente nessuna.

Si badi, gli Imperi a noi contemporanei -- USA, Unione Europea,Cina, India, Federazione Russa, Brasile -- non si contrappongono  come civilizzazioni alternative,irriducibilmente diverse;  si limitano a competere tra di loro In quanto capitalismi imperiali per i quali la misura del successo è data dai tassi di crescita  nella produzione di merci per il mercato mondiale unificato. 

Emerge, così, proprio nell’attualità della crisi che stiamo vivendo, una inedita e qualche po’ raccapricciante forma di cooperazione generalmente umana, quella di un mondo globale temporalmente omologato, dove la tecno-scienza  assicura, in primo luogo tramite il computer, la così detta “governance”, ovvero il dominio del progresso, il dominio dell’interesse composto.

Marx, sia detto per inciso, che pure intuiva la tendenza famelica del capitale a mangiarsi il mondo, aveva pure intravisto, in questa sciagura, una uscita di sicurezza : l’omologazione mercantile come condizione di possibilità per il riaffiorare di una potenzialità naturale, quella dell’individuo sociale, dalla coscienza enorme, all’altezza del la specie.

Va da sé che il capitalismo non ha aspettato la globalizzazione  per imporre, tramite i missionari ed il mercato -- che usano andare insieme --  la sua temporalità alle comunità umane; giacché, in effetti, un mercato mondiale è sempre esistito.
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Elisabetta Teghil: La chiusura del cerchio

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La chiusura del cerchio

Elisabetta Teghil

In questa fase neoliberista del capitalismo, lo scontro tradizionale che avveniva per la conquista delle materie prime e la penetrazione nel mercato dei paesi del terzo mondo, oggi investe anche i paesi occidentali.

Questa è la chiave di lettura dell'improvvisa apparizione del debito nel panorama economico dei paesi dell'Europa occidentale.

I paesi più indebitati al mondo, sia in assoluto che in rapporto alla popolazione locale e alla ricchezza produttiva, sono gli Stati uniti e l'Inghilterra.

Allora vediamo che la vicenda- debito è strumentale e fa parte di un unico progetto: svendere l'economia dei paesi così detti indebitati alle multinazionali anglo- americane.

L'obiettivo, per rimanere in Italia, è di appropriarsi delle riserve auree dello Stato e mettere mano ai risparmi delle famiglie, due aspetti che caratterizzano il nostro paese rispetto agli altri, perché alcuni non hanno riserve auree consistenti come quelle italiane e, in altri, le famiglie sono fortemente indebitate e non ci sono risparmi da saccheggiare.

Lo stesso avviene per la casa. Anche in questo campo, in Italia, c'è una grande tradizione rispetto alla proprietà della casa. E anche questa è nel mirino di banche e finanziarie.

Per fare ciò, l'Italia si è dotata di un iperbolico apparato di controllo e, accanto alla guardia di finanza, ha messo su Equitalia, una struttura mastodontica, per mezzi e uomini, per poter raggiungere questo obiettivo.
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Massimo Cappitti: L’ascesa del capitalismo dei disastri

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L’ascesa del capitalismo dei disastri

di  Massimo Cappitti

Pubblichiamo una riflessione di Massimo Cappitti sulle tesi sostenute da Naomi Klein in un libro di qualche anno fa, Shock Economy, e che oggi rivelano tutta la loro attualità; l’articolo proviene dal sito della rivista “Altro Novecento”

Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo, scrive che «i campi di concentramento e le camere a gas» – senza dubbio «la soluzione più sbrigativa del problema della sovrappolazione, della superfluità economica e dello sradicamento sociale» – lungi dal costituire un «monito» possano, al contrario, rappresentare anche per le società democratiche un «esempio», una tentazione, cioè, destinata a riproporsi quando appaia «impossibile alleviare la miseria politica, sociale o economica in maniera degna dell’uomo».

Quelle soluzioni, pertanto, mantengono, nel presente, la propria efficacia, pronte ad essere utilizzate allorché, ad esempio, si profili l’esistenza di un altro ritenuto a tal punto nemico da risultare irriducibilmente incompatibile con l’ordine sociale vigente. L’altro – qualunque sembiante assuma – può diventare, secondo un dispositivo implacabile, sterminabile. Dapprima si costruisce il nemico, spogliandolo delle qualità umane che lo rendono soggetto degno di riconoscimento e cura; così trasformato in una «non persona» ed esposto all’isolamento, diventa oggetto della violenza dello stato. Violenza giustificata dalla convinzione che, soltanto eliminando il nemico assoluto, si possano efficacemente preservare la compattezza e la salute del corpo sociale dalla minaccia che quello incarna.

Di questo nesso, ovvero del legame tra «libertà economica e terrore politico», e di come questo rapporto abbia segnato in modo doloroso la storia degli ultimi decenni tratta Shock Economy, edito da Rizzoli (pp.622, € 20,50), di Naomi Klein.

L’autrice ripercorre, in modo rigorosamente documentato, «l’ascesa del capitalismo dei disastri» dai primi esperimenti in Cile e Argentina fino ai conflitti israelo-palestinese e iracheno, attraverso le vicende della Polonia e della Russia post-comuniste, dei paesi asiatici dopo la crisi finanziaria della metà degli anni ’90, del Sudafrica dopo l’apartheid, della Cina e, ancora, dei paesi travolti dal maremoto del 2004.

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Emiliano Brancaccio: I demolitori del 15 ottobre e il futuro del movimento

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I demolitori del 15 ottobre e il futuro del movimento

Intervista a Emiliano Brancaccio

Dalle piazze di Madrid, dove tutto è cominciato lo scorso 15 maggio, la protesta si è estesa nel resto del mondo. Sabato 15 ottobre gli “indignati” hanno sfilato per le strade di 950 città – da Honk Kong a Boston, da San Paolo a Kuala Lumpur, da Sidney a Tokyo – denunciando i drammatici effetti sociali della crisi economica scoppiata nel 2007/2008 e l'assenza di risposte all'altezza della gravità della situazione da parte della politica e dei governi. Non è un caso se le file di “indignados” sono composte sopratutto da giovani, i più colpiti dalla disoccupazione di massa legata alla brusca contrazione di produzione e reddito che si è registrata quando la crisi finanziaria si è scaricata sull'economia reale.

A Roma una grande manifestazione cui hanno preso parte oltre centomila persone è degenerata in violentissimi scontri. Il bilancio provvisorio è di 70 feriti (tre gravi), 12 arrestati, una città messa a ferro e fuoco per diverse ore e il solito, inevitabile, strascico di polemiche. Ancora una volta queste discussioni hanno oscurato le ragioni di una protesta che, come ha scritto Guido Rossi sul Sole 24 Ore, “nasce da mille, troppi disagi e merita di essere esplorata con spirito analitico”. Ne abbiamo parlato con Emiliano Brancaccio, economista dell'Università del Sannio assai critico con quelle politiche di austerità varate dai governi europei che, insieme alla Bce e al mondo della finanza, erano il bersaglio privilegiato degli slogan dei cortei di sabato. Brancaccio segue da anni le vicende dei movimenti e nel 2002 è stato relatore della proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Attac per l’istituzione della Tobin tax.


Partiamo dalla giornata di sabato. Che idea si è fatto di ciò che è accaduto a Roma?


In tutta franchezza non intendo accodarmi alla consueta discussione etico-normativa su “violenza” e “non violenza”.
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Marx e la decrescita. Per un buon uso del pensiero di Marx

di Marino Badiale e Massimo Bontempelli.

Questo saggio, il cui titolo nomina Marx e la decrescita, è ovviamente rivolto in primo luogo alle persone interessate a Marx e a quelle interessate alla decrescita, e il primo obiettivo che ci poniamo è quello di suscitare una discussione costruttiva fra questi due gruppi.

1. Introduzione.

E’ noto che, in genere, fra coloro che continuano a ricavare ispirazione dal pensiero di Marx e coloro che in tempi recenti hanno iniziato a teorizzare la decrescita non corrono buoni rapporti. I primi tendono a vedere la decrescita, nel migliore dei casi, come un’aspirazione soggettiva di natura socialmente ambigua, mentre i “decrescisti” vedono nel pensiero di Marx nient’altro che una versione “di sinistra” dell’idolatria dello sviluppo che oggi domina il mondo e contro cui intendono combattere. Giudichiamo questa contrapposizione del tutto negativa, e cercheremo in questo saggio di mostrare le ragioni di questo nostro giudizio.

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