Sinistrainrete

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Massimo Cappitti: L’ascesa del capitalismo dei disastri

E-mail Stampa PDF
Hits

L’ascesa del capitalismo dei disastri

di  Massimo Cappitti

Pubblichiamo una riflessione di Massimo Cappitti sulle tesi sostenute da Naomi Klein in un libro di qualche anno fa, Shock Economy, e che oggi rivelano tutta la loro attualità; l’articolo proviene dal sito della rivista “Altro Novecento”

Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo, scrive che «i campi di concentramento e le camere a gas» – senza dubbio «la soluzione più sbrigativa del problema della sovrappolazione, della superfluità economica e dello sradicamento sociale» – lungi dal costituire un «monito» possano, al contrario, rappresentare anche per le società democratiche un «esempio», una tentazione, cioè, destinata a riproporsi quando appaia «impossibile alleviare la miseria politica, sociale o economica in maniera degna dell’uomo».

Quelle soluzioni, pertanto, mantengono, nel presente, la propria efficacia, pronte ad essere utilizzate allorché, ad esempio, si profili l’esistenza di un altro ritenuto a tal punto nemico da risultare irriducibilmente incompatibile con l’ordine sociale vigente. L’altro – qualunque sembiante assuma – può diventare, secondo un dispositivo implacabile, sterminabile. Dapprima si costruisce il nemico, spogliandolo delle qualità umane che lo rendono soggetto degno di riconoscimento e cura; così trasformato in una «non persona» ed esposto all’isolamento, diventa oggetto della violenza dello stato. Violenza giustificata dalla convinzione che, soltanto eliminando il nemico assoluto, si possano efficacemente preservare la compattezza e la salute del corpo sociale dalla minaccia che quello incarna.

Di questo nesso, ovvero del legame tra «libertà economica e terrore politico», e di come questo rapporto abbia segnato in modo doloroso la storia degli ultimi decenni tratta Shock Economy, edito da Rizzoli (pp.622, € 20,50), di Naomi Klein.

L’autrice ripercorre, in modo rigorosamente documentato, «l’ascesa del capitalismo dei disastri» dai primi esperimenti in Cile e Argentina fino ai conflitti israelo-palestinese e iracheno, attraverso le vicende della Polonia e della Russia post-comuniste, dei paesi asiatici dopo la crisi finanziaria della metà degli anni ’90, del Sudafrica dopo l’apartheid, della Cina e, ancora, dei paesi travolti dal maremoto del 2004.

Sono situazioni accomunate dalla violenza delle emergenze da cui sono state colpite, ma, soprattutto, dalle risposte fornite a queste emergenze; risposte ispirate dalle teorie di Milton Friedman e della scuola di Chicago che hanno scorto nelle catastrofi non tanto problemi da risolvere, quanto opportunità di un rapido arricchimento a favore di un’esigua minoranza raccolta nel patto scellerato tra una classe politica criminale e corrotta e le grandi imprese multinazionali.

Secondo, infatti, il «fondamentalismo capitalistico» di Friedman e dei suoi allievi – alcuni dei quali insediati ai vertici dei più importanti organismi finanziari, altri, invece, direttamente impegnati come consiglieri dei governi – «il verificarsi di una grande crisi o di un grande shock» consente di «sfruttare le risorse dello stato per ottenere un guadagno personale mentre gli abitanti sono ancora disorientati».

Il prodursi di eventi traumatici diventa, allora, l’occasione per poter rimodellare la società, applicando «misure radicali di ingegneria sociale ed economica».

Gli esempi, descritti con cura da Klein, mostrano l’uniformità delle misure imposte ai governi colpiti dalle crisi: taglio della spesa sociale; eliminazione dei controlli dei prezzi; abbattimento del costo del lavoro; adozione di misure per l’incremento della flessibilità lavorativa; cessione ai privati e, in particolare, alle imprese straniere, delle industrie nazionali; deregolamentazione di salari e prezzi e, quando occorra, distruzione dei sindacati e dell’opposizione ricorrendo, anche, alla tortura e all’omicidio.

Del resto, sottolinea l’autrice, che un’impostazione drasticamente liberista possa, senza problemi, convivere con regimi autoritari non solo è stata una convinzione di Friedman – consigliere, peraltro, del governo di Pinochet e di quello cinese – ma è attestata da alcune esperienze raccontate nel libro: su tutte, i governi sudamericani degli anni ’70 e la Cina. Anzi, l’adozione di queste misure può richiedere il sostegno di governi forti, capaci, cioè, di sospendere il sistema dei diritti e di ricorrere alla coercizione violenta inferta al «corpo politico» e a «innumerevoli corpi individuali».

La soppressione delle garanzie non solo ha la funzione di eliminare ogni forma di resistenza, ma consente di rendere permanenti le “riforme” e così fare della crisi lo strumento dell’affermazione di un capitalismo sfrenato e senza limiti.

Anche le catastrofi naturali possono essere volte, produttivamente, in quella direzione. Gli effetti del ciclone Katrina, ad esempio, sono serviti a trasformare New Orleans nel laboratorio dove sperimentare «l’apartheid dei disastri», la divisione, cioè, della città in una zona verde – abitata dai cittadini ricchi – e in zone rosse, dalla prima nettamente separate, dove agli abitanti poveri è stato persino impedito di ricostruire le proprie case.

Distruggere diventa, così, l’ossessione degli economisti di Chicago, persuasi che, rimossa ogni interferenza, il capitalismo possa, alla fine, imporsi in tutto il mondo.

Cameron, uno psicologo al servizio della CIA negli anni ’50 e ’60, riteneva che infliggere shock agli individui avrebbe consentito – azzerando le precedenti – la ricostruzione di nuove e più sane personalità. Analogamente, Friedman «credeva che quando un’economia è profondamente distorta, l’unico modo per tornare allo stato edenico, di pre-caduta, fosse quello di infliggere deliberatamente degli shock dolorosi».

Ritorna l’idea smithiana secondo la quale il mercato, sciolto da ogni controllo e lasciato alle sue dinamiche spontanee, sia in grado, autonomamente, di raggiungere il proprio equilibrio. Ciò che conta è che nessun agente esterno – lo stato, in particolare – intervenga alterandone gli automatismi e le leggi altrettanto fisse e immutabili di quelle naturali. Il mercato, così “naturalizzato”, si presenta come un organismo che ha in sé le condizioni del superamento delle crisi che, periodicamente, ne segnano l’esistenza, funzionando, pertanto, come «il sistema scientifico perfetto in cui gli individui, agendo in base ai propri interessi, creano i benefici massimi per tutti».

Nemico di Friedman è il keynesismo, la concezione, cioè, secondo la quale lo stato non solo può ma, in circostanze critiche, deve intervenire affinché il sistema economico posa risollevarsi dalle proprie difficoltà. Presupposto della visione di Keynes è la convinzione che il mercato sia incapace di governare sa solo le proprie emergenze che, anziché presentarsi come turbamenti temporanei, che avrebbero preluso al raggiungimento di un nuovo equilibrio, producono, come nel ’29, effetti disastrosi, immedicabili con le risorse tradizionalmente affidate al libero gioco dei soggetti economici. Lo stato, allora, deve abbandonare la sua posizione non-interventista per correggere, attraverso la politica economica e sociale, le distorsioni del mercato.

Nelle conclusioni l’autrice evidenzia lo sgretolamento della shock economy, legato, in parte, alla scomparsa di alcuni dei suoi principali sostenitori, in parte al fallimento delle “terapie” liberiste e, infine, alla diffusione di nuove forme di resistenza. In particolare, Naomi Klein sottolinea l’importanza delle esperienze di alcuni paesi latino-americani dove la «ricostruzione dal basso» si è alimentata, insieme, del rinnovamento dei programmi “socialdemocratici” e dalla riscoperta dell’orgoglio nazionale. Ne sono testimonianza le misure dei governi: «nazionalizzazione di settori chiave dell’economia, riforma agraria, grossi investimenti nell’educazione, nell’alfabetizzazione e nella sanità».

Qui, però, risiede la debolezza del libro. Klein sembra affidare la cura del male a chi ha contribuito a produrlo, riproponendo, cioè, un capitalismo governato dall’intervento statale, seppure integrato dal controllo e dalla partecipazione di movimenti popolari radicali. Come se lo stato fosse una macchina neutrale e non il monopolista della violenza, pronta a utilizzarla indipendentemente dalle posizioni ideologiche dei governi e come se il capitalismo accettasse limiti, dettati da scrupoli etici, al suo accrescimento e la sua essenza non consistesse, invece, secondo un’intuizione già marxiana, proprio nella preparazione di «crisi più estese e più violente».

Lo stesso keynesismo – che l’autrice guarda con simpatia – è stato una riforma interna al capitalismo: ultimo episodio di una strategia volta a “spoliticizzare” la classe operaia e a disinnescarne la tensione rivoluzionaria, integrandola – attraverso l’accesso ai consumi, ad esempio – nel sistema.

Occorre, allora, sulla scia dei dati forniti da Klein, tornare, da un lato, a ripensare alla necessità del superamento dello stato in quanto tale, per la costruzione di una sfera pubblica definitivamente  emancipata dalla violenza e, dall’altro, al superamento del capitalismo insofferente a ogni forma di controllo e di regolazione, come la stessa storia del ‘900 ha ampiamente dimostrato.

In questo compito, ossia nella rivendicazione della propria estraneità alla distruttiva polarità rappresentata da capitale e stato, risiede la scommessa dei soggetti rivoluzionari di là da venire.

Commenti

Nome *
Inserisci l'e-mail per la verifica
URL
Code   
ChronoComments by Joomla Professional Solutions
Invia commento
 

Vuoi iscriverti alla Newsletter?

Ricezione

Ultimi articoli

Shinystat

contatti

Per contatti, precisazioni, problemi: tonino@sinistrainrete.info - tonino.g@mclink.it

networked blogs

 
 

Cerca nel sito

Sinistrainrete è anche su Facebook!

Browser consigliati

Questo sito è ottimizzato
per i seguenti browser:

Firefox
Chrome
Opera
Safari

i più letti

link

Aldo Giannuli
Alfabeta2
Altreconomia
altrenotizie
altri
aprile on line
Arcoiris tv
Articolo 21
Attac
Bella Ciao
beppe grillo
Cambiailmondo

Campo Antimperialista
Carmillaonline
Carta
Cassandra
Centro Riforma dello Stato
Cercare ancora
Clash City Workers
Comedonchisciotte
Comunismo e comunità
Il Comunista Quotidiano
Connessioni per la lotta di classe
Contra-versus
Countdown

Crisi e Conflitti
Crisis
cristian
Critica Marxista
Dazebao
DeriveApprodi
DL online
Domenico Losurdo
Economia e Politica
Eguaglianza e libertà
emiliano brancaccio
Esc
Essere comunisti
Fabionews
Faremondo
Giap
Giornalismo Partecipativo
Global Project
Goodwin Box
Guerre e Pace
Homolaicus: Umanesimo laico e socialismo democratico
iceberg finanza
Il Cambiamento
Il Manifesto
Il Pane e le Rose
infoaut
Informazione scorretta
Intermarx
Karl Marx Platz
L'Ernesto
La Contraddizione
la grande crisi
La vecchia talpa
Lettera
Lettera 22
Libera Tv
Liberazione
Loop
L'orizzonte degli eventi
Lo Straniero
Luca Michelini storico dell'economia
Lunaria
Luogo Comune
Manifesto Sardo
martina
Marx 2010
Marxiana
Immateriali resistenti
Mazzetta
Megachip
Mondocane
Napoli Monitor
Nazione Indiana
Nigrizia
Nonluoghi
Odradek
Ozio Produttivo
Paolo Barnard
peacereporter
Politica & Classe
Posse
Progetto Alternativo

Proteo
Punto Informatico
Punto Informatico
Punto Rosso
Radio Sherwood
Sbilanciamoci
Sentieri Erranti
Senzasoste
sinistra in rete
Socialpress
Svolte epocali
unimondo
uniriot
Vis-à-vis
voci dalla strada
wildcat
Wu Ming Foundation
Zapruder
Z-Net


Contenuti flash

Il capitale dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2) Pubblicazione e teoria

di Roberto Fineschi

Premessa

Un libro relativamente noto di Jacques Bidet s'intitola significativamente Que faire du Capital? lo credo che si possa essere più radicali e fare un passo indietro chiedendosi che cosa sia Il capitale. Attraverso quest'opera Marx voleva rendere comprensibile il funzionamento della società borghese. Quale però? Quella della Rivoluzione industriale? Oppure voleva elaborare un modello generale che andasse oltre la contingenza, o la limitatezza di fase e che servisse come quadro generale al quale riferire dei sottoperiodi o delle articolazioni ulteriori? Ma in verità il problema non consiste solamente nello stabilire come intendere il testo da un punto di vista teoretico: la domanda può essere estesa all'esistenza stessa di tale testo, soprattutto in considerazione della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, la seconda Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA).
Leggi tutto...