SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Guido Viale: Fronte dei porci

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Fronte dei porci

di Guido Viale

E l'ambiente? È scomparso dai radar, soffocato dalla paura dello spread, della crisi, del default. Non solo in Italia ma in tutta Europa; e in tutto il mondo. Non solo a livello locale, ma anche a quello globale.

Tra il 28 novembre e il 10 dicembre si terrà a Durban (Sudafrica) la Cop 17, l'ultima conferenza sul rinnovo degli accordi di Kyoto per il contenimento delle emissioni che sono all'origine dei cambiamenti climatici. Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma a Durban, come a Cancun (2010) o a Copenhagen (2009) non succederà niente. La delegazione europea, che aveva le posizioni più avanzate, ha ormai rinunciato - a causa della "crisi" - a proporre agli altri governi vincoli più stretti (e quella italiana non ha mai avuto qualcosa da dire). Se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo la metà dell'attenzione dedicata allo spread, il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza con i forconi per costringere i rispettivi governanti a prendere provvedimenti immediati.

A livello locale il nostro paese - ma anche il resto d'Europa - viene sconvolto sempre più spesso dal dissesto di interi territori, con morti e danni incalcolabili.

William Oman: Europa: Tempesta perfetta. Quando la Possibilità Incontra la Realtà

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Europa: Tempesta perfetta. Quando la Possibilità Incontra la Realtà

di William Oman

Un lungo articolo su Economonitor che vale la pena di leggere:  in una prospettiva storica mette in luce la incredibile inadeguatezza delle proposte politiche del mostro europeo franco-tedesco a due teste. La testa italica farà la differenza? Mah... 
 
 
"Che tu possa vivere in tempi interessanti".

Quale miglior frase di questa maledizione Cinese apocrifa per catturare l'essenza delle settimane, dei mesi e degli anni a venire? Più precisamente, quanto interessanti saranno i tempi a venire ? La storia suggerisce che dovremmo stare attenti a ciò che desideriamo. La crisi del debito in Europa costituisce un rischio enorme per il futuro del continente, eppure essendo materia tecnica, questi rischi non vengono indicati chiaramente come dovrebbero. Una ragione è la natura elusiva del rischio.
 
Il 4 agosto 1914, il giorno in cui è scoppiata l'ostilità tra Francia e Germania, il filosofo francese Henri Bergson ha descritto come, fino al giorno dello scoppio effettivo della guerra tra la Francia e la Germania, la guerra appariva "allo stesso tempo probabile e impossibile: una nozione complessa e contraddittoria che è durata fino alla fine". Slavoj Žižek spiega questa tensione tra possibilità e realtà: un evento può essere vissuto come impossibile e non realistico, o come realistico, e non più impossibile. "L'incontro del Reale e dell'Impossibile è quindi sempre mancato", scrive Žižek. Lo spazio tra ciò che sappiamo può accadere e ciò che noi crediamo che accadrà - il paradosso brillantemente identificato da Bergson - è al centro della attuale mancanza di visione e coraggio dei leaders Europei. Anche se nessuno di loro sembra disposto ad accettare che la zona euro possa crollare, la probabilità di questo evento devastante aumenta ogni giorno che passa. Come i politici ritardano la resa dei conti, il costo economico e sociale della crisi aumenta, così come il rischio di un finale di partita caotico per l'euro e una fine violenta e catastrofica per lo stesso progetto Europeo.

Alberto Bagnai: I “salvataggi” che non ci salveranno

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I “salvataggi” che non ci salveranno

di Alberto Bagnai

Intervenendo su lavoce.info prima della manovra di luglio prevedevo che essa difficilmente avrebbe placato i mercati. La previsione si è avverata e i motivi che ne hanno determinato il successo sono gli stessi che determineranno, purtroppo, l’insuccesso delle attuali strategie di salvataggio della zona euro.


Lo squilibrio strutturale

Si parla solo di debiti “sovrani”, ma la scansione dei fatti mostra che la crisi dei PIGS nasce dall’accumulazione di debito privato verso creditori esteri. Dal 2000 al 2007 nei PIGS è cresciuto il debito estero (in Grecia, Portogallo e Spagna per circa 60 punti di Pil; Fig. 1), ma il debito pubblico era stazionario (come in Grecia) o in calo (Spagna, Irlanda, Italia). Il debito estero era quindi essenzialmente privato (questo è chiaro ad esempio a De Grauwe). Certo, il debito “nato” privato è poi “morto” pubblico: dal 2008 la perdita di credibilità dei PIGS chiude il rubinetto dei capitali esteri e i salvataggi pubblici della finanza privata fanno esplodere l’indebitamento pubblico. Ma se non si ricorda che il problema è il debito privato, non si capisce perché le manovre non hanno risolto nulla e perché i “salvataggi” autunnali si avviano sulla stessa strada.

R.Bellofiore e J.Toporowski: Come evitare il suicidio dell'Europa

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Come evitare il suicidio dell'Europa*

di Riccardo Bellofiore e Jan Toporowski**

La Grecia non è responsabile della crisi europea. Se l’euro fosse ristretto a Germania e ‘satelliti’ la crisi poteva scoppiare in Belgio (rapporto debito pubblico/PIL al 100%). La variabile chiave non è il debito, in rapporto al PIL o in assoluto, ma quanto la banca centrale si rifiuta di rifinanziare. L’ideologia per cui le banche centrali dell’UE devono acquistare titoli privati, persino tossici, non titoli di stato, è stata incrinata: ma troppo timidamente. La BCE ha aderito a fondi di stabilizzazione, ampliato la durata delle concessioni di liquidità, esteso la gamma dei titoli che accetta, e rifinanzia i titoli di stato sui mercati secondari. Si dovrebbe però garantire stabilmente la liquidità del mercato dei titoli pubblici: anche solo sui mercati secondari, con un intervento annunciato, credibile e continuo.

Il default non dovrebbe essere un problema. Parte della sinistra ne pare convinta e propugna il diritto al default. Si suggerisce anche di uscire dall’euro per guadagnare competitività. Bisognerebbe chiedersi cosa succederebbe al sistema bancario se ciò che si desidera accadesse. Il default unilaterale lo fa crollare: il governo si rifiuta di pagare le proprie banche, dovendo tornare a chiedergli prestiti; per le banche svanisce il valore dei titoli di stato, e finiscono insolventi. L’uscita dalla moneta unica aggrava le cose, per una previa fuga dei depositi in euro, seguita dal valore delle passività che schizza verso l’alto nella nuova valuta. L’accordo di giovedì mattina è ingannevole. Si è concordata con i creditori della Grecia una sorta di bancarotta dentro l’euro. Può a prima vista avere il merito di ‘tagliare’ buona parte di crediti inesigibili, evitando di uccidere il malato con i salassi. L’haircut è però finanziato in modo improbabile da un fondo di stabilizzazione su cui (oltre Halevi sul manifesto) vale quanto profeticamente scrive Münchau lunedì scorso sul Financial Times: moltiplica fittiziamente le munizioni per il soccorso costruendo un effetto leva e una ‘assicurazione’ sui prestiti di tossicità pari all’opaco meccanismo sottostante i subprime. A termine amplifica, non risolve, la crisi.

Andrea Fumagalli: Il paradosso dell’Italia

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Il paradosso dell’Italia

Andrea Fumagalli

L’attuale situazione politica italiana è alquanto paradossale. Non è una novità, è una costante dell’Italia.

Soltanto un anno fa, da un punto di vista economico, non si riscontravano segnali che potessero far pensare ad una pressione speculativa così forte sull’Italia. Non aveva tutti i torti il ministro Tremonti ad affermare che i fondamentali economici del paese erano sufficientemente solidi. Il rapporto debito pubblico/PIL italiano era sì molto elevato (120%), ma, tutto sommato, lo stesso di 20 anni fa e nel corso della crisi dei subprime l’Italia aveva fatto registrare l’aumento più contenuto, di gran lunga inferiore a quello Usa (dal 60% del 2007 al 105% di oggi). Al netto della spesa per interessi, il rapporto deficit/Pil risultava inferiore a quello francese e inglese e di poco superiore a quello tedesco. Inoltre il tasso d’inflazione era in linea con quello europeo e la disoccupazione ufficiale (sottostimata rispetto a quella reale) pure. Piuttosto, il problema economico dell’Italia risulta la sua bassa crescita, a seguito dell’elevata precarizzazione del lavoro che penalizza i settori a più alto  valore aggiunto e la dinamica della produttività e un’eccessiva concentrazione dei redditi che penalizza la domanda interna.

Eppure, nel giro di pochi mesi, l’Italia si è trovata al centro della pressione speculativa.

La ragione è essenzialmente nella scarsa credibilità europea e internazionale del governo Berlusconi. Si sa che una bassa “reputation” è spesso motivo di attenzione dell’attività speculativa, in quanto una cattiva reputazione favorisce il sorgere di aspettative negative.

La spirale della speculazione si muove nell’ottica del massimo guadagno a brevissimo periodo e si concentra in quei settori economici dove si registra un aumento dei rapporti di debito e credito a maggior intensità di rischio.  Da questo punto di vista il caso dell’Italia (come quello della Grecia) è un caso da manuale.

Marco Assennato: La competenza dei tecnici: note su finanza, democrazia e indignazione

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La competenza dei tecnici: note su finanza, democrazia e indignazione

written by Marco Assennato


Libero mercato e democrazia.

La storia lunga della forma politica europea è arrivata al tramonto. Prendere parte, in questo crepuscolo, è necessario. Ne va delle parole di domani. Tutti i nodi dell’ultimo scorcio di secolo vengono al pettine. A guardare bene è una buona notizia. Dopo saranno tempi nuovi. Certo, il tramonto può far paura, sembra un abisso, un precipitare lento e inesorabile. Come tutti i passaggi radicali, originari. Ma questa è la partita. Radicale, originaria. Coincide e conferma l’idea, la geografia della crisi: prima la Grecia - impedita, fatto enorme, di procedere ad un referendum popolare, che per quanto inadeguato aveva il sapore d’un appello al popolo in ultima istanza, perchè dicesse, prendesse parola sul destino proprio - poi l’Italia, ex-repubblica parlamentare le cui funzioni sovrane a lungo maltrattate, vengono commissariate da tecnocrati già protagonisti della crisi in corso. E la prossima sarà la Francia.

La Francia, non la Spagna, né il Portogallo. Ma la Francia della rivoluzione borghese del 1789, quella di libertà, eguaglianza e fraternità. Il corpo maturo dell’impero finanziario transnazionale si disfa delle vecchie utopie. Demokratía, nasce in Grecia, come dispositivo che consente al dèmos di costruire un caleidoscopio di forme di vita pubblica che ruotano attorno ai concetti di libertà, uguaglianza, trasparenza. Fu a lungo un fantasma per i poteri pubblici, quest’ipotesi di kràtos del démos. Potere coercitivo del popolo sulla cosa pubblica. Tutta la teoria politica greca si è basata sulla necessità di dargli forma e così limitarlo, farlo coesistere con gli altri poteri. La Grecia, perciò, è stata culla delle costituzioni - dispositivi di legge che tentavano questo rigoroso esercizio della forma.

Franco Romanò: La vita rivoluzionaria di Frederick Engels

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La vita rivoluzionaria di Frederick Engels

di Franco Romanò

Hunt ci offre* la biografia intellettuale di Engels, le trasformazioni del suo pensiero a contatto con la rivoluzione industriale. Engels politico, organizzatore, antropologo, ma specialmente fondatore della Spd e curatore delle opere di Marx

1) “Byron e Shelley, erano letti solo dalla classe operaia perché in casa di un borghese erano disdicevoli.” Questa affermazione di Engels, citata da Hunt in questa biografia ci dà subito la cifra del libro: una meticolosa ricognizione della formazione del pensiero di Engels e delle sue osservazioni ‘sul campo’ o sarebbe meglio dire sui diversi campi (da manager dell’azienda di famiglia, a soldato e stratega durante la sollevazione prussiana, all’apprezzamento, da vero intenditore del vino di Provenza, fino all’organizzatore che porterà alla nascita del Partito socialdemocratico tedesco), sembrano costituire un unico modo di procedere da parte di una personalità che faceva dell’esperienza diretta il suo vero campo d'azione. In questo senso, dal libro emerge quello che già si sapeva ma che trova verifiche puntuali e meticolose: la sua complementarietà con Marx, diversissimo da lui, l'accettazione senza invidia (solo con qualche sofferenza durante il periodo ‘manageriale’ della sua vita che Engels subì per mantenere economicamente l'amico), del ruolo di spalla, sottolineata da una frase che ricorre più volte nel libro: "… Marx era un genio, noi altri al massimo avevamo talento…”.

Tornando all'affermazione citata, l’ho trovata sorprendente di primo acchito, eppure se si pensa alla cura che nelle sezioni del partito comunista (parlo anche di quello italiano) aveva la parte letteraria dell’educazione di massa (sarebbe davvero interessante, una ricerca specifica sulle biblioteche delle sezioni), non può stupire più di tanto, se non per il fatto che si parli di poesia, mentre era certamente maggiore l’attenzione dedicata alla narrativa perché fisiologicamente più didattica. Il quadro che emerge dal libro, comunque è quello di un movimento operaio inglese già fortemente organizzato nelle società di mutuo soccorso, in tutto l’arcipelago di organizzazioni oweniane, che Engels a detta di Hunt non disprezzava per nulla. Con Owen, infatti, mantenne un rapporto durante tutta la vita anche quando il marxismo si fece scientifico da utopistico che era.

Mario Pezzella: Dopo il Carnevale, la Quaresima

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Dopo il Carnevale, la Quaresima

di Mario Pezzella

Rispondo con ritardo e con qualche osservazione alla lettera di Anna Pizzo, dopo aver letto anche le considerazioni più recenti di Pierluigi Sullo e Marco Revelli.

Quando una democrazia finisce o rischia di finire, anche se si tratta di quella democrazia spettacolare, svuotata, che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, trovo che ci sia poco da festeggiare e che sia normale una grande tristezza: perché nelle più oscene caricature della democrazia è pur sempre presente almeno un ricordo della sua origine, della sua richiesta di diritti e di uguaglianza, un immaginario non del tutto riducibile alla sua figura attuale. Era vero per la Repubblica di Weimar ed è vero per l’Italia e per la Grecia oggi. Non viviamo solo una crisi della politica, ma una catastrofe dell’immaginario politico che ci ha accompagnato nel corso della nostra vita.

Secondo Hegel, un regime politico in declino può mantenere intatta la sua facciata per un tempo relativamente lungo, anche se è roso internamente da una contraddizione non risolvibile; l’apparenza del suo potere resiste al vuoto che internamente si propaga sempre di più, finché – oltre una certa sogli a- basta un leggero colpo di dito e tutto l’edificio crolla al suolo in pochissimo tempo.

Alcuni anni fa, nella “Carta della democrazia insorgente”, riprendendo un’idea di Guy Debord, scrivemmo che il regime politico democratico parlamentare sopravviveva solo più come uno spettacolo e una messa in scena, mentre i veri luoghi di potere e di decisione si spostavano in organismi paralleli, ufficiosi, segreti. Questo declino della democrazia ha preso inizio all’inizio degli anni ottanta del Novecento ed è ora giunto al suo termine. Di segretezza e di associazioni nascoste non c’è più bisogno.

Comidad: Goldman Sachs succede a se stessa e Silvio torna utile per la psywar

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Goldman Sachs succede a se stessa e Silvio torna utile per la psywar

Comidad

La nuova fiaba ufficiale è che Berlusconi sia stato liquidato dalla finanza internazionale, dai banchieri, dai "mercati", dallo "spread". Così proclamano i giornalisti al soldo di Berlusconi, ed altrettanto confermano anche giornalisti che fanno professione di antiberlusconismo.[1]

La prova starebbe nel fatto che il suo successore, Mario Monti, è un consulente (advisor) di Goldman Sachs, la superbanca multinazionale, nota anche come la "Spectre". Se è per questo, Monti siede persino nel consiglio consultivo della Coca Cola; quindi è a tutti gli effetti un uomo di fiducia delle multinazionali, come testimonia la sua biografia ufficiale. [2]

Però c'è un problema: anche l'uomo di fiducia di Berlusconi (anzi, il tutore di Berlusconi, secondo il pubblico riconoscimento del presidente Napolitano), cioè il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, era advisor di Goldman Sachs dal 2007. [3]

L'azienda familiare di Berlusconi era, a sua volta, in cordata con Goldman Sachs per acquisire i diritti della trasmissione "Il Grande Fratello".[4]

Chi è stato poi a nominare un altro uomo di Goldman Sachs, Mario Draghi, alla suprema carica della Banca d'Italia nel 2005?

Guarda la combinazione: è stato il governo Berlusconi. Si trattava inoltre della prima volta che la nomina del governatore della Banca d'Italia non avveniva per via interna, ma per decisione governativa.[5]

Elisabetta Teghil: Da Bandung a Sirte

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Da Bandung a Sirte

Elisabetta Teghil

 
“ Falsa ingenuità, fuga, malafede, solitudine, mutismo, complicità rifiutata e, insieme, accettata, è questo quello che abbiamo chiamato, nel 1945, la responsabilità collettiva. All’epoca non era necessario che la popolazione tedesca sostenesse di aver ignorato l’esistenza dei campi.” Ma andiamo” dicevamo, “Sapevano tutto!” Avevamo ragione, sapevano tutto, e soltanto oggi siamo in grado di comprenderlo: perché anche noi sappiamo tutto……..Oseremo ancora condannarli? Oseremo ancora assolverci?
(J.P.Sartre
“Vous étes formidables” Gallimard 1962 sulla guerra d’Algeria)

Dal 18 al 24 aprile del 1955 si svolse a Bandung, stazione climatica di Giava, in Indonesia, la conferenza che radunò i rappresentanti delle nazioni che, da allora, furono chiamate “terzo mondo”, conferenza che prese il nome proprio dalla città.


Alcuni partecipanti erano già al potere nei loro paesi come il cinese Chou En-Lai, lo jugoslavo Tito, l’egiziano Nasser, l’indiano Nehru e l’indonesiano Sukarno. Altri combattevano ancora per l’indipendenza come l’FNL algerino, il Neo-Destur in Tunisia e l’Istiqlal in Marocco. In totale, 29 Stati e trenta movimenti di liberazione nazionale, tutti territori che ,per molto tempo, erano stati solo macchie colorate sulle carte geografiche che rappresentavano gli imperi coloniali.


Un anno prima, con la vittoriosa battaglia di Dien Bien Phu, i popoli colonizzati avevano avuto la loro Valmy. Leopoldo Senghor parlò a tale proposito di “liberazione dai ceppi” e Nasser disse “ Cessa di chinare il capo, fratello mio, i tempi dell’umiliazione sono finiti”.


La conferenza di Bandung fu un’aurora per i popoli assoggettati.

Si entrava nell’era postcoloniale.


E’ di pochi giorni fa la conquista di Sirte da parte delle truppe inglesi e francesi, coadiuvate da quelle qatariote, con la cattura di Gheddafi da parte di unità speciali britanniche, la sua consegna agli ascari locali con relativo linciaggio ripreso dagli ufficiali inglesi e mandato in giro per il mondo a monito terroristico.

Franco Berardi "Bifo": La sinistra fiduciosa

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La sinistra fiduciosa

Franco Berardi "Bifo"

Mentre la Spagna si prepara alle elezioni e alla vittoria della destra, la Fundaciòn Idea – il laboratorio ideologico del PSOE – ha riunito in un Hotel di Madrid il 15 novembre i leader della sinistra europea.

C’era Alfonso Guerra, François Hollande, Pier Luigi Bersani, Jesus Caldera e l’ungherese Attila Mesterhazi. Quest’ultimo, che viene da un paese nel quale il governo è saldamente nelle mani di una coalizione di destra della quale fa parte (con il 20% dei voti) il partito Jobbit (i migliori) diretto discendente di quello che nella seconda guerra mondiale fu il partito hitleriano, ha preso la parola per dire: “Dieci anni fa incontrarci sarebbe stato una festa perché c’era Tony Blair al governo in Gran Bretagna, e Gerhardt Schroder in Germania. Oggi il pendolo in Europa è girato verso i partiti conservatori. Perché?”

Attila si domanda perché. Come mai dopo il governo delle sinistre hanno vinto dovunque i partiti che lui chiama conservatori, e forse sarebbe meglio chiamare con il loro nome: partiti reazionari, in qualche caso razzisti, in qualche caso fascisti, in qualche caso nazisti? Perché? Non è poi così difficile comprenderlo, e dovrebbe farcela anche Attila, il quale ha in effetti nominato due signori che hanno distrutto quel che rimaneva da distruggere dell’affidabilità della sinistra come forza progressista, socialista, e anti-militarista: Blair e Schroder (ha dimenticato D’Alema, si parva licet componere magnis).

Alberto Burgio: Arriva Monti E la democrazia?

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Arriva Monti. E la democrazia?

Alberto Burgio

Il referendum greco bloccato, l'Italia commissariata. Tutti aspettano l'uomo che risanerà i conti dello Stato, ma nel frattempo il gioco democratico va in pezzi. E avanza una nuova forma di dispotismo illuminato

Le cronache della crisi offrono materia per qualche riflessione sulle sorti della democrazia. Quando Papandreou ha osato immaginare un referendum sulle misure imposte dalla Bce in cambio del prestito, è stato preso per pazzo da potenti e sapienti e additato al pubblico ludibrio. Eppure si era limitato a citare la Costituzione e un elementare principio democratico. Qualcuno - tolti noi, pensatori liberi e marginali - ha sentito il bisogno di dire, se non altro, che quella levata di scudi tradiva un problema? Che qualcosa non va in questa Europa, se anche solo ipotizzare di dar voce al «popolo sovrano» scatena una crisi di nervi?

Poi è venuto il turno nostro. Nel giro di una settimana ci siamo ritrovati il commissariamento del Paese, il governo in crisi, un senatore a vita già unto del Signore e la prospettiva di un nuovo esecutivo, decisa da un presidente della Repubblica che sta rivoluzionando il ruolo costituzionale del Capo dello Stato. Non bastasse, stiamo assistendo a un esemplare esercizio di obbedienza all'ordine dettato dai cosiddetti mercati. Lo stesso Napolitano si è mosso entro margini strettissimi, di tempo e di merito. Ed è stato, per dir così, costretto a imporre ai partiti una figura designata dal mondo della finanza internazionale. Difficilmente avrebbe potuto fare scelte molto diverse.

Come la condanna di Papandreou, così il giubilo per Monti è stato pressoché unanime. Certo, il fatto che l'arrivo di Monti coincida con l'uscita di Berlusconi aiuta a comprendere il generale sollievo, e lo stesso può dirsi del discredito che pesa sulla classe politica. Ma i modi e i tempi del suo irrompere - e questa stessa entusiastica accoglienza - destano preoccupazione: la Costituzione repubblicana non contempla governi presidenziali, né la figura del Salvatore della Patria.

Carlo Formenti: Il moderno non è mai finito

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Il moderno non è mai finito

Carlo Formenti

All’amico Alberto Abruzzese «alfabeta2» proprio non va giù. In un lungo articolo (Pensare e fare politica nel tempo delle reti) pubblicato a puntate sulla rivista «gli Altri», si è dichiarato profondamente irritato per i «vertici di politichese marxista, leninista, idealista» che, a suo parere, si toccherebbero su queste pagine, infestate dai «fantasmi» del comunismo e della rivoluzione non meno di quelle della vecchia alfabeta. Del resto – questo lo dice Marx, non Alberto, ma è chiaro che anche lui lo pensa – si sa che nella storia le tragedie, se e quando si ripetono, assumono veste farsesca. Replicare alle invettive con le invettive serve a poco, se non a sfogare il cattivo umore. Quindi mi guarderò bene dal farlo, anche perché le invettive di Alberto arrivano solo alla fine di una serie di argomentazioni «serie» che meritano di essere trattate come tali, e sulle quali mi è impossibile tacere, visto che vengo in più occasioni tirato in ballo in quanto membro di una confraternita di autori accusati di aver contribuito a definire e analizzare il tempo presente in quanto «società delle reti». Una definizione, commenta amaramente Abruzzese, che ha sortito l’effetto «di trascinare la soggettività delle reti dentro l’economia politica invece di spingere la società stessa a sciogliersi dentro le reti».

Ovviamente prendo l’accusa come un complimento, dato che la mia ambizione dichiarata è quella di contribuire a una critica dell’economia politica del capitalismo delle reti. Al tempo stesso devo subito sottolineare due elementi di dissidio radicale relativi al linguaggio stesso con cui l’accusa viene formulata:

–      Si dice che a trascinare la soggettività delle reti dentro l’economia politica sarebbe la definizione in quanto tale di società delle reti, attribuendo alle parole uno smisurato potere evocativo, degno dei versetti della Genesi: basta nominare le cose in un certo modo perché la loro realtà si adatti al nome;

–      Si pone come obiettivo la necessità-possibilità di «sciogliere» la società nelle reti.

Augusto Illuminati: Melancholia

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Melancholia

di Augusto Illuminati


Cos’è questo rumore sordo di sottofondo, che impercettibilmente cresce soffocando le strida viola di giubilo su via del Plebiscito e davanti al Quirinale? Perché le fattezze oneste e non mascarate di Monti si sbozzano sul disco bluastro di un pianeta in avvicinamento? L’impatto ormai imminente è non con la crisi, ma peggio: con la cura della crisi. La cura presunta, s’intende, quella che ci vorrebbero propinare i responsabili della crisi secondo il discusso metodo omeopatico di Hahnemann, secondo il quale (wiki-citazione) il rimedio appropriato per una determinata malattia sarebbe dato da quella sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella persona malata. Con l’unica differenza che il rimedio è somministrato in dose non diluita bensì concentrata. I precari rischiano di non avere pensioni? Tagliamo quelle dei nonni e dei padri che al momento li mantengono. I giovani sono disoccupati? Rendiamo più facili i licenziamenti degli occupati. Gli speculatori ci strozzano con il debito? Inseriamo in Costituzione l’obbligo di restituire i debiti. Il territorio si sfascia? Rendiamo costituzionalmente lecito fare di tutto e costruire per ogni dove. La crisi è pilotata dalla Goldmann Sachs? Piazziamo ai vertici europei e italiani i suoi esponenti.

I bocconiani che non hanno minimamente previsto la crisi dovrebbero fungere da medici. Come se non ci avessimo già provato con la finanza creativa di Tremonti. Più liberismo guarirà i mali del liberismo. In questo folle vortice –qui sta la differenza– ci precipitiamo con il consenso bipartisan di destra e sinistra (compreso chi, come Vendola, non deve manco votare Monti in Parlamento). O meglio: la sinistra ci si butta con entusiasmo, seguendo i consigli presidenziali e timorosa di vincere in elezioni anticipate, la destra fa il doppio gioco, strillando al tradimento, allo stato di necessità (per evitare il crollo delle azioni Mediaset e Mediolanum), riservandosi di scatenare una campagna contro i tagli, contro l’euro, contro i cattivi di Europa, Bce e Fmi, confidando magari in una rimonta elettorale a giugno 2012.

C’è dell’altro (e ovviamente anche qui la destra bavosa e sconfitta ci intinge il pane). L’esproprio di democrazia e di quel tanto che restava di (non rimpianta) sovranità nazionale è più che evidente e d’altronde il caso greco l’aveva anticipato.

Vladimiro Giacchè: Il governo Monti non è la soluzione. Serve una vera svolta politica ed economica

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“Il governo Monti non è la soluzione. Serve una vera svolta politica ed economica”

a cura di Salvatore Romeo

Vladimiro Giacchè, economista e vice-presidente dell’associazione “Marx XXI”, è autore di numerosi saggi di carattere economico e filosofico e recentemente ha curato l’edizione italiana di una raccolta di scritti di Karl Marx sulla crisi (K. Marx, Il capitalismo e la crisi, DeriveApprodi, 2009). All’inizio del prossimo anno pubblicherà un volume proprio sul particolare momento economico che stiamo attraversando. Ed è appunto di questo che abbiamo parlato, con uno sguardo particolare rivolto all’attualità politica.


Dottor Giacchè, ci aiuti a capire quello che è successo in questi giorni sui mercati finanziari. Perché i titoli di Stato italiani sono soggetti ad attacchi speculativi?

E’ una cosa abbastanza logica. Io non lo intenderei come un attacco dotato di una regia. In realtà la cosa è più semplice e peggiore di questa. A un certo punto, per una serie di motivi, chi opera sui mercati si è convinto che il debito pubblico italiano non sia più “sostenibile”. I motivi sono diversi: essenzialmente la bassa crescita del nostro paese, che fa sì che il rapporto debito/PIL vada aumentando per effetto dell’andamento del denominatore; l’altro punto è l’assoluta insipienza del governo Berlusconi, che ha fatto più o meno il contrario di quello che doveva fare. Non soltanto perché le manovre hanno colpito gli interessi della parte più povera della popolazione – il che comporterà un calo della domanda e quindi effetti recessivi –, ma ha anche dato all’Europa l’impressione di voler fare il furbo – cioè di voler continuare a tirare a campare, che è una cosa che oggi assolutamente nessuno si può permettere.


Diversi osservatori (da ultimo il capo investimenti di UBS) e  persino qualche politico (come il Presidente portoghese Silva) sostengono che per fermare la speculazione sarebbe necessario che la BCE agisse da “prestatore di ultima istanza”. Può spiegarci cosi si intende con questa espressione? E lei ritiene opportuno questo tipo di intervento?

Io ritengo che sia necessario e che prima o poi sarà fatto. Speriamo che non lo facciano troppo tardi, quando ormai la situazione sarà irrecuperabile – non mi riferisco solo al debito italiano, ma alle molte situazioni di crisi. In sostanza, il prestatore di ultima istanza è colui che mette i soldi quando nessuno ce li può più mettere. La BCE dovrebbe fare quello che la Banca centrale del Giappone fa da oltre dieci anni, quello che la FED fa da quando è scoppiata la crisi: ossia comprare i titoli di Stato dei paesi in difficoltà, se necessario stampando moneta. In realtà non si può sostenere che attualmente la BCE non compri i titoli dei debiti sovrani – la BCE ha sostenuto anche lo Stato italiano: ad agosto gli acquisti ammontavano 70 mld. e probabilmente ora sono di più. Il problema è che però ha fatto degli acquisti “sterilizzati”. Cioè, per mantenere inalterata la quantità di moneta e in equilibrio il proprio bilancio, per tot. titoli che ha comprato ne ha venduti degli altri di valore equivalente, in modo da restare in pareggio. Per battere la speculazione sarebbe invece necessario che la BCE dichiarasse la propria disponibilità a sostenere i titoli di Stato dei paesi in crisi in misura illimitata.

Claudio Bazzocchi: Populismo, antipolitica e governo tecnico sono facce della stessa medaglia

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Populismo, antipolitica e governo tecnico sono facce della stessa medaglia

di Claudio Bazzocchi


L'Italia del dopo-Berlusconi sarà retta da un governo tecnico. Non si sa per quanto tempo.

Commentatori e politici di destra e sinistra parlano di attacco alla politica. Altri di inadeguatezza nella nostra classe dirigente, che non poteva che avere come risultato un governo tecnico.

Vorremmo fare alcune considerazioni su questi due assunti, per dire agli uni che chi ha cavalcato il populismo antipartiti – da destra come da sinistra – non può certo meravigliarsi del fatto che l'Italia sarà governata da un professore liberista della Bocconi, e agli altri che non esistono classi dirigenti inadeguate, ma ideologie che ne postulano l'inadeguatezza proprio in quanto classe politica.

Sarà bene allora ricordare che in tutto l'Occidente capitalistico la politica e i politici soffrono di una grave crisi di legittimazione a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. La politica diventa sinonimo di doppiezza, corruzione, perseguimento di interessi particolari, spreco e inefficienza. I politici sarebbero degni attori di tale scena, perseguitori degli spregevoli fini assegnati appunto alla politica da un'opinione pubblica sempre più risentita, disincantata e disaffezionata.

L'Italia rappresenta in questa storia un caso particolare, ma non perché le sue classi dirigenti siano molto più corrotte di quelle degli altri paesi, bensì per il fatto che la presenza del partito comunista più forte d'Europa e di un sindacato molto politicizzato richiedevano un attacco al sistema partitico e sindacale ancora più aggressivo da parte della destra padronale e del suo apparato accademico.

Paolo Ermani: Mario Monti nuovo premier. Verso l'economia del "suicidio deliberato"?

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Mario Monti nuovo premier. Verso l'economia del "suicidio deliberato"?

di Paolo Ermani

La nomina a nuovo premier del neosenatore a vita ed ex commissario europeo Mario Monti chiude il ventennio berlusconiano ma rappresenta un ulteriore passo verso il rafforzamento di una politica economica votata alla crescita senza freni "che significa solo dare ancora più soldi e risorse a chi vuole continuare a devastare il Paese e il pianeta per comprarsi il cinquantesimo panfilo. E sono praticamente tutti d'accordo".

Dal cilindro è uscito Mario Monti.

Se mentre fino ad ora c'era comunque un Berlusconi a cui non dava retta quasi più nessuno, inviso addirittura ai mercati e ai mercanti, se non altro perché troppo spudoratamente rivolto ai suoi interessi e soprattutto piaceri, ecco che si profila all'orizzonte il grande timoniere che mette più o meno d'accordo tutti.

Nominato dai mercati e mercanti europei, Monti è visto come l'Arcangelo Gabriele, colui che farà piazza pulita e rimetterà le cose a posto cioè farà qualsiasi cosa per il rilancio dell'economia intesa come crescita, senza farsi distrarre da donnine allegre e addormentarsi durante gli impegni istituzionali. Si profila quindi lo scenario peggiore, cioè dove tutti o quasi sono d'accordo.

Recentemente infatti uno degli aspetti più negativi di questo periodo infausto, non sono stati solo gli infiniti scandali emersi dall'ombra ma anche uno scandalo al sole dove imprenditori e sindacati nel settembre scorso hanno sancito un accordo per agevolare la crescita. Un brivido di terrore è corso lungo la schiena di chiunque ha a cuore le sorti delle persone e dell'ambiente. Imprenditori e sindacati assieme per dire a gran voce che bisogna assolutamente ripartire a tutta velocità. Ma ripartire per fare cosa?

Prendiamo in esame due settori tradizionalmente trainanti dell'economia ai quali l'intero paese si è genuflesso per anni e anni e che ne hanno tragicamente cambiato il volto: l'industria automobilistica e l'edilizia.

Secondo questa Santa Alleanza imprenditori/sindacati per la crescita ripartire significherebbe ad esempio produrre ancora più automobili e farne acquistare sempre di più.

Guglielmo Forges Davanzati: L’Italia commissariata da Goldman Sachs

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L’Italia commissariata da Goldman Sachs

di Guglielmo Forges Davanzati*

C’è da dubitare che lo tsunami finanziario che ha investito (e sta investendo) l’Italia sia interamente imputabile alla scarsa credibilità del Governo Berlusconi, sebbene sia indiscutibile che questa esperienza di governo sia stata caratterizzata da un immobilismo irresponsabile. Per dimostrarlo, occorre ripercorrere sinteticamente ciò che è accaduto negli ultimi mesi, e chiarire preliminarmente i termini del problema. Dalla scorsa estate, l’Italia è stata oggetto di ‘attacchi speculativi’ di inaudita intensità, ovvero di vendita in massa di titoli del debito pubblico, con successiva difficoltà nel collocarli sui mercati anche a tassi di interesse elevati. La riduzione del prezzo dei titoli di Stato implica, infatti, che il tasso di interesse ottenibile dai risparmiatori aumenta, ponendo lo Stato italiano nella condizione di dover offrire un tasso più elevato per i nuovi titoli emessi.

E’ così aumentato il differenziale dei rendimenti fra i titoli italiani – in particolare i buoni del Tesoro con scadenza decennale – e i titoli del debito pubblico tedeschi, prefigurando una condizione nella quale lo Stato italiano potrebbe trovarsi impossibilitato a ripagare il debito contratto con i sottoscrittori dei buoni del Tesoro e dichiarare fallimento.

L’opinione dominante fa propria la convinzione secondo la quale questo fenomeno sia stato, in ultima analisi, determinato dal basso tasso di crescita dell’economia italiana (il che è condivisibile) e, soprattutto, dalla scarsa credibilità del Governo in carica (il che dà adito a qualche dubbio). Innanzitutto, va chiarito – ove ve ne fosse bisogno – che non è possibile dare una misurazione della ‘credibilità’ di un’Istituzione. Stando all’opinione dominante, la credibilità di un Governo la si concepisce – in questa fase, e nel nostro caso – sulla base del rispetto delle ‘raccomandazioni’ della Banca Centrale Europea. Le quali – è opportuno ricordarlo – suggeriscono misure di austerità ancora più drastiche rispetto a quelle fin qui messe in atto: riduzione della spesa pubblica, maggiore precarizzazione del lavoro e facilità dei licenziamenti, privatizzazioni, liberalizzazioni, aumento dell’età pensionabile, riduzione dei costi della pubblica amministrazione e suo snellimento, con possibile riduzione degli stipendi – e maggiore mobilità - dei lavoratori del settore pubblico.

Riccardo Achilli: La miseria dell'economia

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La miseria dell'economia

di Riccardo Achilli


Introduzione: della qualità umana e professionale degli economisti
mainstream

Finalmente ad un convegno cui ho partecipato oggi a Roma i colleghi economisti hanno abbandonato il mantra che ripetevano da mesi, ovvero che la ripresa è alle porte, il peggio è passato, ecc. (sarebbe utile ricordare che fino al 2010 si stimava, per il nostro Paese, una crescita al 2011 dell'1,3%, che dovrebbe essere in realtà, secondo le ultime stime di preconsuntivo, pari allo 0,7%, ovvero la metà di quanto preventivato! La ripresa, prevista per il 2012 ad un tasso dell'1,8%, oggi viene negata, poiché le ultime previsioni stimano per il 2012 una crescita pressoché nulla (0,2%). Nessun economista, nessun centro studi, ha chiesto scusa per tali enormi errori di stima! Finalmente ho sentito ammettere (ovviamente senza chiedere scusa per gli errori pregressi) che vivremo ancora per molti anni all'interno di questa situazione di assenza di crescita e di progressivo impoverimento di ampie fasce della popolazione. Si cita Prescott (premio Nobel dell'economia) secondo cui questa fase non è congiunturale, ma è strutturale, e corrisponde ad uno storico spostamento della ricchezza dall'Occidente in declino all'Oriente in fase di sviluppo (peraltro con una citazione ingenua, che non tiene conto dei crescenti squilibri socio-economici della crescita cinese, che potrebbero portare il gigante asiatico ad una sua specifica forma di recessione, cfr. a tal proposito “rischi di Crollo Economico in Cina”, di J. Cahn, su http://stefano-santarelli.blogspot.com/. Ancora un volta, l'omissione di documentazione rilevante sulla situazione reale, che smentirebbe dichiarazioni perentorie come quella della “vittoria economica cinese”, denuncia ciarlataneria, superficialità e scarsa scientificità). Di fatto, gli economisti mancano delle più elementari forme di umanità, come la modestia, l'onestà intellettuale, la prudenza prima di formulare previsioni azzardate. In breve, mancano di quelle qualità fondamentali per potersi approcciare ad un metodo anche lontanamente "scientifico". Noi economisti siamo solo apprendisti stregoni, ciarlatani e cacciatori di consulenze ed incarichi.

David Graeber: Che cos'è il debito?

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Che cos'è il debito?

Denaro, crisi e progresso sociale secondo un antropologo

Philip Pilkington intervista David Graeber
 

Su cosa si fonda il valore del denaro? Come si origina il debito? Di fronte alla crisi globale che scuote oggi le più potenti economie capitalistiche del pianeta, sono probabilmente molti i profani di economia che, come il sottoscritto, si sono posti magari per la prima volta nella loro vita domande del genere.

Ho quindi deciso di realizzare e pubblicare su questo blog la traduzione di un'interessante intervista all'antropologo (nonché militante anarchico) David Graeber, già professore associato di Antropologia a Yale e oggi assistente di Antropologia Sociale presso la Goldsmiths University di Londra. 
 
La brillante carrellata storico-antropologica proposta da Graeber nel suo ultimo lavoro, Debt: the First 5.000 Years" (MelvilleHouse Publ.), ci riporta alle origini del credito nell'Antica Mesopotamia e all'invenzione delle prime forme di moneta coniata da parte dei grandi imperi del passato, offrendo spunti particolarmente interessanti per interpretare la "crisi del debito" che sta sconvolgendo gli equilibri del mondo capitalistico. 

L'intervista, disponibile in inglese sul blog naked capitalism, è stata realizzata dal giornalista e scrittore irlandese Philip Pilkington. Traduzione di Don Cave. Un grazie a  DueCents (aka Paul D-Boy Kondratiev) per la segnalazione.
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Philip Pilkington: La maggior parte degli economisti sostiene che il denaro fu inventato per sostituire il sistema basato sul baratto. Ma le ricerche svolte hanno condotto a risultati completamente diversi, dico giusto?

David Graeber: Sì, c'è una storiella convenzionale che è stata raccontata a tutti noi, un "c'era una volta" – nient'altro che una fiaba, in effetti. Non merita davvero di essere introdotta diversamente da così: secondo questa teoria, in origine tutti gli scambi erano fondati sul baratto. "Sai cosa ti dico? Ti darò venti galline per quella vacca. O tre punte di freccia per quella pelliccia di castoro o per qualcos'altro tu possa offrirmi." Questo creava degli inconvenienti, magari perché il tuo vicino non aveva bisogno di galline in quel momento, ragion per cui si dovette inventare il denaro.

Mario Pezzella: La democrazia dei senza parte

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La democrazia dei senza parte

Mario Pezzella

Pochi concetti sono stati banalizzati come quello di “democrazia”. Rancière cerca di restituire al termine tutto il suo significato originariamente radicale e di verificarne il significato attuale. Secondo la critica marxista più ortodossa, la democrazia – come ogni credenza in un diritto uguale per tutti – non è che “ideologia”: essa è una maschera illusoria, oppio dei popoli, che occulta la vera questione dell’emancipazione sociale. Non varrebbe dunque la pena di preoccuparsene: rovesciati i rapporti di produzione capitalistici, una nuova formazione sociale avrebbe gradualmente realizzato l’eguaglianza concreta tra gli uomini, e superato quella puramente formale e giuridica del capitalismo.

Rancière accetta in parte i fondamenti di questa critica, ma prova a rovesciarne i termini negativi in una contraddizione positiva. E’ vero, quando la democrazia si autopresenta come uguaglianza realizzata, questa è menzogna ed illusione; perché alla sua base sussiste un torto e una disuguaglianza sostanziale, tra coloro che detengono il potere e la grande schiera dei sottomessi, che Rancière chiama i senza parte: essi non sono riconosciuti parte dello Stato a pieno titolo, come i membri della classe dominante. Tuttavia, l’esistenza di questo torto non rende inutile il parlare di democrazia, ma ne costituisce l’essenza politica profonda: la democrazia non è uno Stato realizzato, ma il processo grazie al quale i senza parte acquistano consapevolezza di sé e pretendono di rovesciare il rapporto di servitù in cui si trovano: “Il torto è semplicemente il modo di soggettivazione entro cui prende forma politica la verifica dell’uguaglianza…Il torto istituisce un universale singolare, un universale polemico, associando al conflitto delle parti sociali la manifestazione dell’uguaglianza, come parte dei senza parte”(57)[1].

Se l’uguaglianza è riconosciuta come principio, ma in effetti lo Stato esclude una parte dei senza parte dalla cittadinanza, allora chiederne un’applicazione più completa ed estesa significa riattivare il conflitto tra chi è privo di diritti e chi li possiede.

Rossana Rossanda: L’Europa e noi, tra passato e futuro

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L’Europa e noi, tra passato e futuro

di Rossana Rossanda

Dalle radici dell'idea europea al vizio originario dell'euro, che presenta il conto con la crisi attuale. Cosa può fare la politica? Le conclusioni di Rossanda al forum "La rotta d'Europa", che ha sviluppato alcune prime proposte possibili, contro le tendenze criminali della finanza, l'ineguaglianza crescente, il rigore che si accanisce su chi ha meno

A luglio, quando è precipitata la crisi greca, ho chiesto ad alcuni padri dell’Unione europea se e quale era stato l’errore nell’impianto ormai scricchiolante della Ue. Con Sbilanciamoci e Opendemocracy è iniziata una discussione che si è presto spostata dal “perché” si è arrivati a questo punto al “che cosa fare perché la situazione non si aggravi”. Ad essa hanno portato contributi preziosi molti economisti e sociologi, e sarà pubblicata interamente come ebook. In essa si sono confrontate alcune voci, peraltro interessanti, che hanno proposto l’uscita dall’euro dei paesi in maggiore difficoltà, primo la Grecia, mentre la maggioranza ha ragionato su come mantenere l’euro e la Ue dandole un nuovo indirizzo. Condivido queste ipotesi correttive, esposte da Mario Pianta su sbilanciamoci e sul manifesto del 6 novembre. Ma quali forze politiche le porteranno avanti?
 

Il nodo sociale dell'Europa

L’Europa è nata male. Una federazione europea, che era stata un ideale antifascista di pochi, sarebbe diventata più forte con la vittoria sul nazismo e sul fascismo: l’orrore del secondo conflitto mondiale avrebbe finalmente indotto il bellicoso continente ad andare a una pace perpetua dotandosi d’una qualche struttura federale. E pareva ovvio che un’avanzata democrazia sociale ne sarebbe stata la natura e il fine.

L’Europa era stata non solo la madre del pensiero politico moderno, che si sarebbe diffuso in Occidente, ma l’unico continente che ne aveva portato a fondo il nodo, lasciato irrisolto dal 1789, fra eguaglianza e libertà, sciogliendolo nella necessità di ravvicinare le condizioni di vita dei cittadini perché potessero effettivamente esercitare i diritti di libertà loro promessi. Era la questione sociale, divenuta dirompente fra il XIX e il XX secolo.

Franco Soldani: Le lezioni del capitale

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Le lezioni del capitale

Che cosa ci rivelano l’assassinio di Gheddafi e l’osceno tripudio della Clinton

di Franco Soldani

Solo chi nuota controcorrente può sperare di risalire alla fonte.
Lao Tze

Premessa

A partire dall’11 settembre 2001, la data chiave con cui si apre veramente, e non solo sul piano cronologico, il nuovo secolo, le diverse amministrazioni statunitensi, coadiuvate in questo da tutto l’Occidente di cui sono la superpotenza dominante, ci hanno fatto precipitare in un mondo alla rovescia in cui viviamo ancora oggi. In particolare oggi direi, dopo dieci lunghi anni di rodaggio della nuova macchina della propaganda. E un decennio di stress collettivo a seguito della “war on terror” seguita a quell’avvenimento cruciale. Non a caso. Come ci spiega infatti Edward Hunter, <<la gente è molto più impressionabile dalla propaganda quando è già in un intenso stato di tensione>>. È per questo che tendono a tenerci permanentemente sulla corda. Con tutti i mezzi. Soprattutto, è appena il caso di dirlo, tanto è manifesta la cosa, con le varie forme di terrorismo che sanno orchestrare così bene.

Indipendentemente dalla nostra volontà e persino contro di essa, siamo ormai entrati in un lungo viaggio come quello di Alice, senza alcuno specchio però da attraversare. La sua superficie, anzi, ci rimanda nuovamente le immagini più consuete e ordinarie della realtà, e ci ripete di non aver nient’altro da mostrarci. Questo è tutto quello che c’è. E tu uomo più non dimandare.

Da questo punto di vista, la megamacchina in questione funziona ormai perfettamente e l’attuale presidente degli Stati Uniti, che ne ha preso formalmente il volante o, se si vuole, si è impadronito del suo joy stick, può con confidenza affidarsi al regno metaorwelliano che gli odierni Megamedia, con tutto il tenebroso fascino di una creazione dal nulla, hanno disegnato appositamente per noi. In questo reame delle loro brame finalmente realizzato si assiste ormai ad una inedita pièce postnovecentesca:

Maurizio Ferraris: Perseverare è diabolico

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Perseverare è diabolico

Dialettica del postmodernismo

Maurizio Ferraris

Se guardiamo al cuore filosofico del postmoderno ci troviamo di fronte a un paradosso istitutivo. L’idea di fondo era quella di una grandissima istanza emancipativa, che affondava le sue radici in Nietzsche (che a giusto titolo Habermas, nel Discorso filosofico della modernità, ha definito la «piattaforma girevole» che traghetta la filosofia verso il postmoderno) e ovviamente nella Dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno. La richiesta di emancipazione, che si appoggia sulle forze della ragione, del sapere e della verità che si oppongono al mito, al miracolo e alla tradizione, giunge a un punto di radicalizzazione estrema e si ritorce contro sé stessa. Dopo avere adoperato il logos per criticare il mito, e il sapere per smascherare la fede, le forze decostruttive della ragione si rivolgono contro il logos e contro il sapere, e inizia il lungo lavoro della genealogia della morale, che svela nel sapere l’azione della volontà di potenza. Il risultato è che ogni forma di sapere deve essere guardata con sospetto, appunto in quanto espressione di una qualche forma di potere. Di qui una impasse: se il sapere è potere, l’istanza che deve produrre emancipazione, cioè il sapere, è al tempo stesso l’istanza che produce subordinazione e dominio. Ed è per questo che, con un ennesimo salto mortale (quello espresso lucidamente da Vattimo nel Soggetto e la maschera, che esce nel 1974 e che reca il sottotitolo emblematico Nietzsche e il problema della liberazione) l’emancipazione radicale si può avere solo nel non-sapere, nel ritorno al mito e alla favola, e in ultima istanza in ciò che Vattimo, molti anni dopo, definirà apertamente come un «addio alla verità». L’emancipazione girava a vuoto. Per amore della verità e della realtà, si rinuncia alla verità e alla realtà, ecco il senso della «crisi dei grandi racconti» di legittimazione del sapere con cui, nel 1979, Lyotard ha caratterizzato il postmodernismo filosofico. Il problema di questa dialettica è però, semplicemente, che lascia tutta l’iniziativa ad altre istanze, e l’emancipazione si trasforma nel suo contrario, come risulta evidente da quanto è accaduto dopo.

Questa dialettica infatti non ha semplicemente un versante storico-ideale, ma comporta delle precise attuazioni pratiche. Si incomincia appunto con le affermazioni decostruttive, tipicamente con tesi che mettono in dubbio la possibilità di un accesso al reale che non sia mediato culturalmente, e che, insieme, relativizzano il valore conoscitivo della scienza, seguendo un filo conduttore che da Nietzsche e Heidegger porta a Feyerabend e Foucault. Tolto il caso di Heidegger, dove l’elemento conservatore e tradizionalista è largamente prevalente, la decostruzione della scienza e l’affermazione del relativismo degli schemi concettuali fanno parte precisamente del bagaglio emancipativo che sta alla base dell’impulso originario del postmoderno, ma il loro risultato è diametralmente opposto. In particolare, le critiche alla scienza come apparato di potere e come libero gioco di schemi concettuali hanno dato vita a quello che potremmo chiamare un «postmodernismo conservatore».

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