SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Domenico Moro: I comunisti, la tattica e le alleanze, che fare?

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I comunisti, la tattica e le alleanze, che fare?

Domenico Moro *

1. Un uso corretto della teoria

Nell'ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, la seconda opzione rappresenta una rottura con una linea che, seppure in modo non sempre uniforme, è stata portata avanti per venti anni da Rifondazione Comunista e dal PdCI. Per supportare questa o quella posizione si è fatto riferimento alla teoria politica marxista, i cui fondamenti sono stati espressi da Lenin e sviluppati da pochissimi altri, tra cui Gramsci.

Va da sé che, come per ogni classico, si corre il rischio di citare impropriamente questo o quel passaggio. Eppure, un uso improprio di Lenin è particolarmente difficile se solo lo leggiamo un po' più attentamente. Ad esempio, "L'estremismo malattia infantile del comunismo" viene qualche volta citato a sostegno della necessità dei compromessi. In merito, però, la posizione di Lenin è alquanto articolata: "Un uomo politico deve saper distinguere i casi concreti di quei compromessi che sono inammissibili e dirigere tutta la forza della critica contro questi compromessi concreti (…)".

Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso."[1] Un conto, dice Lenin, è il compromesso della socialdemocrazia nel 1914, che votò i crediti di guerra, altro conto è il trattato di pace che i bolscevichi firmarono con i tedeschi a Brest-Litovsk nel 1918.

Alfonso Gianni: A proposito delle due sinistre: dal big bang alla fusione fredda?

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A proposito delle due sinistre: dal big bang alla fusione fredda?

di Alfonso Gianni

Mentre da più parti si auspica il superamento del paradigma delle “due sinistre”, Vendola apre alla possibilità che Sel confluisca nel Pd. Se prevalesse questa opzione la sinistra semplicemente si estinguerebbe, perché il Pd è un partito di centro completamente subalterno al mainstream della teoria economica. La sinistra può rinascere solo dal basso e dalle lotte

Qualche giorno fa, in questo stesso spazio, compariva un interessante articolo di Emilio Carnevali (“Oltre le due sinistre”) dedicato al dibattito sul superamento delle due sinistre aperto questa estate da Mario Tronti sull’Unità, cui è seguita una nutrita serie di contributi. Se rileggiamo il tutto alla luce dell’esito delle primarie del cd. centrosinistra, non si può non riscontrare alcune convergenze fra le analisi, le previsioni e la realtà. Se Tronti (di cui ben conosciamo la radicalità teorica e al contempo l’iperrealismo politico) si domandava retoricamente a luglio se avesse ancora senso una separatezza fra due sinistre «imprecise, provvisorie, incapaci di vera autonomia», Carnevali, con maggiore precisione, scrive che in caso di vittoria delle primarie da parte di Pierluigi Bersani con un esplicito appoggio di Nichi Vendola al secondo turno, il tema della ricomposizione della sinistra potrebbe tornare all'ordine del giorno.

A quel punto, secondo Carnevali, il leader di Sel «potrebbe decidere di trarne le conseguenze per giocare da dentro la sua partita, scegliendo di ‘rottamare’ una creatura politica esilissima – che non ha mai dato vera prova di vita autonoma – per entrare a far parte dell'ultimo ‘partito solido’ e radicato nel territorio rimasto in Italia».

Fabio Raimondi: Ipotesi sul comunismo

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Ipotesi sul comunismo

Note per una discussione / 2

di Fabio Raimondi

Parlare di comunismo oggi potrebbe sembrare un gesto desueto, per non dire nostalgico, una postura estetizzante e provocatoria o, peggio, la progettazione astratta di un’utopia. Non è così. Nonostante il tema sia del tutto escluso dal dibattito pubblico, esso è presente in alcune delle riflessioni politiche più interessanti del nostro tempo e si presenta come un modo per provare a capire le trasformazioni che stanno segnando il periodo di crisi in cui viviamo. La decisione di proporre una serie di affondi sul comunismo risponde al bisogno di confrontarsi con un discorso esigente e strutturato, anche se rimosso dalla fine del socialismo reale, per capire se può darci strumenti utili a entrare nel futuro comprendendo il passato e aggredendo il presente della crisi della globalizzazione capitalistica, ma anche quello della falsa alternativa dei «beni comuni» e del «soggetto mite».

In questo secondo contributo (qui il primo) alla ricostruzione e discussione delle ipotesi in campo nel dibattito degli ultimi dieci anni circa sul comunismo1 prenderò in esame alcune analisi e proposte politiche formulate da Alain Badiou e Slavoj Žižek, tralasciando, quando possibile, le questioni filosofiche che, pur non accessorie, richiederebbero ampio spazio per essere trattate.


Badiou: il comunismo come Idea

1. La «morte del comunismo», dopo il 1989, è solitamente connessa con quella dell’«impero sovietico», ma siccome «“comunismo” nominava la comunità universale, la fine delle classi e, dunque, il contrario di ogni Impero, […] questa “morte” è solo l’evento-morto del già morto»: il «noi» nominato dal comunismo, infatti, era deceduto nel 1968. Il problema, dunque, è capire se e come si possa riattivare il processo di formazione di un “noi” comunista e ab-bozzarne le caratteristiche principali, che non potranno più essere quelle del Partito-Stato e dell’Impero. La filosofia attraverso il nome comunismo pensa

«la passione ugualitaria, l’Idea della giustizia, la volontà di rompere coi compromessi relativi al servizio dei beni, la rinuncia all’egoismo, l’intolleranza dell’oppressione, il desiderio della fine dello Stato. L’assoluta preminenza della presentazione molteplice sulla rappresentazione. L’ostinazione militante, obbligata da qualche evento incalcolabile, a reggere per caso il discorso di una singolarità senza predicato, di un’infinità senza determinazione né gerarchia immanente».

Badiou lo chiama «il generico che è, quando la sua procedura è politica, il concetto ontologico della democrazia o comunismo», della «politica come pensiero», l’opposto della democrazia parlamentare, il «capital-parlamentarismo», che è il «regime dell’Uno anziché quello del molteplice»2.

Luigi Ferrajoli: Ma l’economia è democratica?

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Ma l’economia è democratica?

Luigi Ferrajoli

1. La crisi, i mercati e il rapporto tra economia e politica

Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.

Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica.  Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica.

Stefano Perri: Produttività, quando l'ideologia si mangia i fatti

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Produttività, quando l'ideologia si mangia i fatti

di Stefano Perri

Il dato più eclatante è la bassa produttività del capitale. I dati Istat mettono in chiaro la volontà di scaricare tutto sulla flessibilità del lavoro

La vicenda dell'accordo sulla produttività del lavoro, sottoscritta da Cisl e Uil e non dalla Cgil è l'ultima tappa del percorso che negli ultimi decenni ha visto progressivamente erosi i diritti dei lavoratori. Il lavoro torna ad essere considerato una merce pura e semplice, appendice del capitale, sussunto, direbbe Marx, alle sue esigenze di valorizzazione. Nel merito, nel Manifesto l'accordo è stato criticato efficacemente, ad esempio da Paolo Pini, mostrando come possa condurre a risultati del tutto opposti rispetto agli obiettivi dichiarati di incentivare una ripresa della crescita della produttività del lavoro e della competitività.

Vorrei sottolineare che ancora una volta si conferma come la «tecnica» che pretende di imporre soluzioni dettate dai fatti, sia in realtà una ideologia che si afferma a prescindere dai fatti e che copre una lotta di classe alla rovescia, guidata dagli interessi di una minoranza dominante che vuole farci credere che questi suoi interessi coincidano semplicemente con gli interessi generali.

Che la tecnica intesa come riallineamento alle pretese leggi oggettive e immodificabili della economia sia una copertura ideologica è spesso svelato dai dati elaborati da istituti di statistica al di sopra ogni sospetto:

Sandro Mezzadra: America latina: tra impasse e nuovo conflitto sociale

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America latina: tra impasse e nuovo conflitto sociale

Note per riaprire la discussione

di Sandro Mezzadra*

1. Non siamo certo stati gli unici, negli ultimi dieci anni, a considerare l’America latina un formidabile laboratorio politico. A differenza di altri, tuttavia, a interessarci in modo particolare non sono state tanto la retorica del “socialismo del XXI secolo”, il ritorno del “populismo” o la celebrazione delle “nazionalizzazioni”. Il punto di vista che ha guidato il nostro interesse per l’America latina, nella fitta rete di relazioni che abbiamo instaurato in quell’area del mondo, è stato piuttosto quello delle lotte e dei movimenti che hanno accompagnato l’età neo-liberale (gli anni del “Consenso di Washington”) fino a decretarne la fine. Tra la grande insurrezione dei poveri di Caracas nel 1989 (il “Caracazo”) e lo “sciopero di cittadinanza” che nel 2005 destituisce il Presidente Gutierrez in Ecuador, uno straordinario ciclo di lotte percorre sotterraneamente l’intera America latina. Il protagonismo degli indigeni (simbolicamente rilanciato dagli zapatisti a partire dal 1994) riapre una storia – quella della conquista coloniale – la cui continuità si era riprodotta attraverso i secoli. Una nuova questione agraria, dopo la grande trasformazione dell’agricoltura determinata dalla “rivoluzione verde”, viene prepotentemente posta all’ordine del giorno dalle mobilitazioni dei contadini “senza terra”. La tumultuosa conquista di spazi di azione e parola da parte di moltitudini di poveri urbani rimette in discussione i codici esclusivi dei sistemi sociali e politici. Lotte operaie di tipo nuovo (ad esempio nell’ABC paulista) si incontrano con l’occupazione e l’autogestione di imprese dismesse e con grandi mobilitazioni di lavoratori disoccupati.

Quando questo insieme profondamente eterogeneo di soggetti – qui richiamato soltanto per sommi capi – si incontra (ad esempio a Cochabamba nel 2000, il 19 e 20 dicembre del 2001 in Argentina), ne deriva un’azione insurrezionale di tipo nuovo.

Emiliano Brancaccio: Brevi note sulla MMT

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Brevi note sulla MMT*

Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo

di Emiliano Brancaccio

“Mezzogiornificazione” europea: Paul Krugman (1991) l’aveva preannunciata in tempi non sospetti ed altri, poi, l’hanno riesaminata e ne hanno studiato gli sviluppi. Con questa espressione possiamo intendere, sinteticamente, quei processi  di desertificazione produttiva, annientamento o assorbimento estero dei capitali nazionali, ed emigrazione di massa dei lavoratori, che soprattutto a seguito della crisi economica stanno determinando profondi mutamenti nella struttura produttiva dei paesi periferici dell’Unione monetaria europea. La “mezzogiornificazione” indica, in sostanza, che il dualismo economico che ha duramente segnato la storia dei rapporti tra Nord e Sud Italia non costituisce più un caso particolare limitato al nostro paese, ma andrebbe ormai riletto come caso anticipatore ed emblematico di un dualismo molto più ampio, che si riproduce oggi su scala continentale tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa, e che rischia di compromettere gravemente i loro futuri rapporti economici e politici.

Non suscita quindi particolare meraviglia che i cittadini meridionali, oggi, risultino particolarmente sensibili ai mutamenti in corso negli assetti dell’eurozona. Subendo gli effetti del dualismo economico già da tempo, essi sembrano intuire più rapidamente di altri quali siano i rischi che l’Europa oggi sta correndo. Non credo sia del tutto casuale, dunque, che iniziative come questa, che mirano a diffondere maggior consapevolezza dei processi economici in atto, maturino proprio lì da voi, a Reggio Calabria, città estrema situata esattamente al centro del Mediterraneo, nei pressi di Scilla e al cospetto di Cariddi. 

Marcello Musto: Le speranze disattese del "nuovo Sudafrica"

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Le speranze disattese del "nuovo Sudafrica"

di  Marcello Musto

Il Sudafrica di oggi, dove il conflitto di classe ha preso il posto di quello razziale e una classe politica ex rivoluzionaria talk left, walk right

Coloro che, visitando il Sudafrica (SA), desiderano comprendere gli eventi che hanno contraddistinto la drammatica storia di questo paese non possono tralasciare il Museo dell'Apartheid. Situato a pochi chilometri dal centro di Johannesburg, esso rappresenta, infatti, uno dei luoghi più significativi dal quale intraprendere l'angosciante viaggio a ritroso nella storia di uno dei peggiori casi del colonialismo europeo e, al contempo, del razzismo del XX secolo.

L'atmosfera festosa che si respira all'esterno, per la presenza delle scolaresche che, fra canti e dolcissimi sorrisi, si dispongono in una fila di vestiti e zainetti colorati prima di entrare, cessa bruscamente sull'uscio d'ingresso. Al museo non si accede tutti insieme. Uno ad uno, studenti o membri di famiglie in visita, vengono separati in base al numero del biglietto acquistato e per un'ora, prima di ricongiungersi accanto a una fotografia di Nelson Mandela, rivivranno la tragedia della segregazione. Quelli con i numeri pari entrano dal passaggio riservato ai "bianchi", dei quali, nel corso della visita, si rammentano i privilegi goduti e le atrocità commesse; mentre i dispari, dal varco accanto, ripercorrono il tragitto delle brutalità subite dai "non bianchi", ovvero i neri e i coloured. Tutti seguono lo stesso percorso, potendosi spesso guardare e, talvolta, camminare anche fianco a fianco, ma restano sempre divisi da una fredda gabbia di metallo; non si toccano mai e attraversano racconti, documenti ed esperienze di vita completamente differenti.


Razzismo e apartheid

La data in cui prese avvio la colonizzazione europea è il 1486, anno in cui il navigatore portoghese Bartolomeu Dias superò l'estremo meridionale dell'Africa.

Cesare Allara: Dovremo diventare grillisti?

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Dovremo diventare grillisti?

Cesare Allara

Prendo spunto dalla domanda che mi rivolge Gigi Viglino in merito al bel comunicato di Beppe Grillo sugli scontri di Roma (Soldato blu …) nel giorno dello sciopero europeo, “Quasi mi spiace, ma devo prendere atto. Onore al merito. Com'è? Dovremo diventare grillisti?”, per chiarire il mio pensiero sulla fase politica che stiamo attraversando. Viviamo una fase del capitalismo in cui tre pilastri della “tavola dei valori” che hanno caratterizzato  buona parte della seconda metà del Novecento, la democrazia, il lavoro, il welfare, sono in uno stadio avanzato di demolizione.

Come la propaganda del regime di centrodestra/centrosinistra racconta quotidianamente a mass-media unificati, questi tre elementi non sono più sopportabili nelle forme in cui li abbiamo sin qui conosciuti perché per troppi anni abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità economiche e democratiche: per ricominciare a crescere per uscire dalla crisi occorre tagliare la spesa pubblica, non quella destinata alle grandi opere inutili, ma cancellando a poco a poco lo stato sociale. Se vogliamo diventare attraenti per gli investitori internazionali e “tornare a crescere” occorre modificare in senso liberista i capisaldi della Costituzione. Se poi vogliamo un lavoro di merda con relativo salario della stessa materia non dobbiamo essere schizzinosi e dobbiamo rinunciare ai diritti acquisiti. Compresi i diritti previsti dalla Costituzione, peraltro già da tempo largamente superati con il consenso dei governi di centrodestra/centrosinistra e col vivo e vibrante sostegno di questo presidente della repubblica.

‘A corruzione e il "Fogno": lo strano caso del doctor Petiot

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‘A corruzione e il "Fogno": lo strano caso del doctor Petiot*

1. Antefatto metaforico

Il dottor Petiot fu a lungo stimato per le sue conoscenze scientifiche, addirittura lodato per la sua utilità alla comunità come medico, che, dicevano, faceva “avanzare” la scienza medica.

Ma se si fosse analizzata in dettaglio la sua vita precedente, senza pregiudizi e distorsioni, determinate da un “certo tipo di consenso” pubblico (divenne persino sindaco del suo paese), con tutte le abbondanti “tracce” di una crudeltà inumana (o “troppo umana”), sostenuta dall’incrollabile fede nelle sue ragioni, gli stessi benpensanti che lo avevano lodato sarebbero stati terrorizzati… http://www.occhirossi.it/biografie/MarcelPetiot.htm

Leggendo, e facendo i dovuti collegamenti, capirete il “nesso” (“nexus”, per coloro che ricordano i “modelli” dei replicanti in Blade Runner).

Ovviamente la storia si manifesta prima in tragedia e poi si ripete come “farsa”. Ovviamente…
 

2. Macroeconomia e il luogocomunismo aziendalista

L’essenza di ciò che consente di “prosperare” all’azione dei doctor Petiot del nostro tempo, è un’idea alterata e manipolativa dell’economia politica, della macroeconomia applicata all’esistenza dello Stato come soggetto “insopprimibile” delle dinamiche socio-economiche.

Anna Stefi: L’amore vero al tempo di Twitter

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L’amore vero al tempo di Twitter

Anna Stefi

Ma che direbbe Guy Débord dell’#amourdeuxpointzéro di tigella, un hashtag che raccoglie frasi come “tu ne me retweets plus comme au début de notre histoire” o “il nostro è stato amore al primo ‘visualizza il profilo’”? Che direbbe di questo amore che nasce dal profilo, di questo amore per il profilo?


Guy Débord è l’autore de La società dello spettacolo, un testo del 1967 scritto “con la precisa intenzione di nuocere alla società spettacolare”. Partendo dall’assunto che “lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato da immagini”, Débord aveva evidenziato con lungimiranza il fascino perverso della rappresentazione e si era scagliato contro il pullulare di realtà mediali corrotte e destinate a mascherare il reale delle cose, l’autentico, il “mondo al di sotto”, puro, da guardare con nostalgia.


Tigella è Claudia Vago ed è una protagonista di Twitter. Ha 18000 followers, “racconta storie che vede”; esperta di comunicazione e social network, svolge un ruolo non solo di reporter e produttrice di contenuti, ma anche di social media curator: vaglio delle fonti di informazioni, gestione delle liste, attenzione agli hashtag. Twitter è uno dei canali attraverso cui svolge il proprio lavoro: comunicazione puntuale, dialogo, confronto, e poi anche chiacchera e racconto di sé, divertimento con chi, in questa rete, da follower si è fatto amico.

Rino Genovese: Contro le primarie

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Contro le primarie*

di Rino Genovese

Sono radicalmente contrario alle primarie. E provo a spiegare perché. Anzitutto, come nascono le primarie in Italia? Le volle Romano Prodi, che non aveva alcun partito alle spalle e, in quei tempi che sembrano ormai lontani, guidava una variegata coalizione di centrosinistra in chiave antiberlusconiana. Come spesso accade per le cose italiane, erano una merce d’importazione dagli Stati Uniti. Laggiù sono una cosa relativamente seria (per esempio ci s’iscrive alle liste elettorali un annetto prima), e la più tipica espressione di un presidenzialismo da sempre molto personalizzato, organizzato attorno a due grandi partiti che in realtà, più che partiti politici nel senso europeo, sono dei giganteschi comitati elettorali. Contro il berlusconismo politico-televisivo e il suo plebiscitarismo senza plebisciti (basato sulla macchina della propaganda, sull’uso dei sondaggi che anticipavano costantemente il risultato elettorale trionfalistico, ecc.), parve a Prodi che la sua figura di tecnico o intellettuale prestato alla politica, e di leader di una coalizione virtualmente rissosa (come poi si ebbe modo di vedere), avesse bisogno di un di più d’investitura popolare, che gli consentisse di non ripetere la brutta esperienza che gli accordi e i disaccordi tra le segreterie di partito gli avevano riservato nel 1998, ai tempi del suo primo governo. Di pari passo, Prodi spinse moltissimo verso la costituzione di un partito di centrosinistra, il Pd, che avrebbe dovuto essere il suo partito nato dalla fusione della parte maggioritaria della sinistra erede del vecchio Pci con quella frangia centrista o popolare di sinistra, che era un pezzo del mondo cattolico-sociale interno alla vecchia Dc.

Come sappiamo, le cose andarono molto diversamente da come Prodi aveva immaginato: al punto che oggi egli non è più nulla nel partito che pure aveva voluto, e finanche il suo messia, Arturo Parisi, è praticamente scomparso dalla scena.

Giuseppe Laino: Lettera aperta a Nichi Vendola

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Lettera aperta a Nichi Vendola

di Giuseppe Laino

Caro Nichi

                  affermare, come hai fatto in una recente apparizione televisiva, che il lavoro per tutto il ‘900 si è accompagnato alla libertà e, ancora, che il lavoro ha, finora, garantito le libertà individuali, è semplicemente allucinatorio. Porta, cioè, fuori dalla realtà in cui dovrebbe stare una sinistra antiliberista come è quella che tu rappresenti.

         Di che lavoro stai parlando?

         Il lavoro ha assunto nelle varie epoche connotazioni diverse. È storicamente determinato, essendo non univoca la modalità con cui l’uomo ha interagito con la natura per ottenere beni fruibili. Ma il lavoro a cui tu ti riferisci, il lavoro che ci avrebbe donato la libertà, non può che essere quello salariato. Quello, cioè che si è generalizzato negli ultimi secoli su scala globale. Esattamente lo stesso lavoro che, secondo Marx, sottrae tempo alla vita e che perciò diviene l’arcano attraverso cui passa ogni sfruttamento.

         Il lavoro salariato non dà affatto la libertà. In nessun caso.

         Nel grigiore uniforme del pensiero unico dominante appare come una necessità a cui nessuno può sottrarsi.

Sandro Moiso: Errata corrige 2: Gioventù

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Errata corrige 2: Gioventù

di Sandro Moiso

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita
(Paul Nizan, Aden Arabia, 1931)

Un’affermazione violenta, superba, categorica, vera: l’intellettuale francese l’aveva scritta nel suo libro più famoso, quattro anni prima di morire in guerra.

Anche oggi, quasi quotidianamente, l’immagine felice e gioiosa della gioventù, che il marketing televisivo e l’idea borghese del mondo vorrebbero trasmettere, è messa in crisi dalla realtà dei fatti economici, sociali e politici.


Non importa che Monti si sforzi di affermare, davanti alla platea della Bocconi, di essere dalla parte dei giovani e che tutte le scelte del suo governo sono state fatte per favorirli: bastano le parole della ministra Fornero e i dati sull’occupazione a smentirlo.

Non importa che la ministra Cancellieri si sforzi di incontrare gli studenti: sono le violenze poliziesche a smentirla. Non serve che il ministro Profumo dica di stare operando per un rafforzamento e miglioramento dell’istruzione: è lo stato delle scuole pubbliche italiane a smentirlo.


Le manifestazioni sempre più frequenti degli studenti e gli scontri con le forze del dis/ordine che ne conseguono bastano, poi, da sole a dimostrare che quella illusoria felicità giovanile non è più di casa né in Italia né nel resto d’Europa.


Il disagio giovanile oggi si manifesta principalmente attraverso le lotte in difesa del diritto all’istruzione, nel rifiuto dell’enorme debito pubblico accumulato, soprattutto, con gli interessi pagati sui titoli di stato e nella richiesta di un lavoro che, attualmente, semplicemente non c’è.

Paolo Cacciari: Keynesismo o decrescita

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Keynesismo o decrescita*

di Paolo Cacciari

Le macchine automatiche (…) danno origine alla tentazione di produrre molto di più di quanto non sia necessario per soddisfare i bisogni reali, il che conduce a spendere senza profitto tesori di forza umana e di materie prime”.
Così il più funesto dei circoli viziosi trascina la società intera al seguito dei suoi padroni in un girotondo insensato”.
Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione, 1934

La natura di una crisi che viene da lontano

Vissuta in Europa la crisi economica in corso da cinque anni assume caratteristiche strutturali ed epocali. Di fronte all’Europa si prospetta un futuro di decadenza e di emarginazione. La sensazione diffusa è che un lungo ciclo storico si sia irrimediabilmente concluso.

Da 70 anni l’Europa è stata al traino degli Stati Uniti. I governi europei sono stati i loro servitori/imitatori ben ricompensati (un’ “area sub-imperiale”, come giustamente ricorda Alternativa).

Per un quarto di secolo (la “golden age” postbellica) l’Europa, all’ombra del dollaro, ha potuto beneficiare di aiuti diretti e di ragioni di scambio favorevoli sui mercati internazionali per approvvigionare di petrolio e di materie prime a basso prezzo i propri apparati produttivi industriali.

Inoltre, quando si ricordano con nostalgia quegli anni  (come ora fanno in molti, tra tutti Gabriele Pastorello e Joseph Halevi su “il manifesto” del 20.9.12: “La decrescita è in atto, Si chiama povertà”, che scrivono: “Combattere il capitalismo è un conto, ma disprezzare l’unico periodo – quello keynesiano – in cui fu costretto a dividere maggiormente i frutti con i lavoratori, è insensato.”), bisognerebbe anche ricordare il veleno contenuto in quei frutti: urbanizzazione dissennata, inquinamenti irreversibili, salute compromessa per non poche categorie di operai, spoliazione di risorse naturali non rinnovabili in giro per il mondo.

Daniele Barbieri: Una recensione condita di riflessioni e qualche lacrimuccia

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Una recensione condita di riflessioni e qualche lacrimuccia

di Daniele Barbieri

Il quotidiano «il manifesto» sta esplodendo e/o implodendo. Persino le persone più distratte sanno che ieri nella prima pagina del quotidiano «comunista» (così si legge sopra la testata) Rossana Rossanda annuncia che non collaborerà più al quotidiano che fondò nel 1971 e aggiunge: «un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito.

Io sono arrabbiato con la redazione per molte ragioni (che magari spiegherò un’altra volta) ma – del tutto incoerentemente? – continuo a sostenerlo, a pensare che (se non finisce nelle mani di un padrone però) pur con tutti i suoi difetti sia una lettura necessaria di questi brutti tempi. Addirittura ho preso dall’editore Manni 25 copie del libro di Valentino Parlato «La rivoluzione non russa» (sottotitolo «Quarant’anni di storia del manifesto», a cura di Giancarlo Greco: 188 pagine per 14 euri) e le ho già vendute, con lo sconto: anche questi pochi soldini – così hanno deciso editore e autore – andranno a rimpinguare le casse del quotidiano; o meglio finiranno forse in una grande “colletta” per tentare di ricomprare, in modo collettivo, il giornale quando i curatori fallimentari indiranno “l’asta”.

Ho preso le 25 copie “al buio” (beh, so bene chi è Parlato) e dunque in questa sorta di recensione devo anzitutto dire se sono rimasto deluso. No, il libro è proprio come «il manifesto» cioè pieno di pregi e difetti ma comunque unico nel suo genere; con Parlato sono a volte d’accordo e qualche volta invece mi fa inferocire.

Devi Sacchetto: Doina fila e Berta non va in pensione

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Doina fila e Berta non va in pensione

Come il made in Italy gioca di prestigio con gli operai

di Devi Sacchetto

La storia è analoga a molte altre e non ha meritato più di due colonne nella cronaca locale. Diversamente da quanto pensano i pigri e talvolta prezzolati giornalisti, però, per noi questa storia consente di gettare uno sguardo profondo sui processi di globalizzazione. Una fabbrica con un marchio storico, una multinazionale che la acquista per quattro denari e che dopo aver tirato il collo a lavoratrici e lavoratori la chiude, mantenendo il marchio. Le cause, ripetute come un mantra, sono i costi della manodopera e della materia prima, ritenuti eccessivi. Peccato che la stessa multinazionale, ventidue giorni prima di chiudere in Italia, abbia inaugurato uno stabilimento in Romania. D’altra parte, per continuare a produrre «made in Italy» non serve molto: due operazioni di qualsiasi tipo svolte in Italia, come ad esempio spazzolare e imbustare il prodotto, e lo sporco lavoro rumeno sparisce lasciando il posto alla bellezza del lavoro ben fatto, italiano. Il made in Italy nasconde procedure di valorizzazione che funzionano solo perché si attraversano i confini, mentre come vedremo le fabbriche diventano uno degli snodi di produzione della precarietà e una lente privilegiata per cogliere le trasformazioni complessive del sindacato. La produzione globale gioca di prestigio con gli operai: li fa sparire da una parte per farli comparire in un’altra con salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori. La produzione di precarietà ha bisogno di confini da varcare in continuazione affinché il gioco di prestigio sia redditizio. Quelli che restano da questa parte del confine hanno il problema di organizzare una precarietà sempre più spesso priva di salario, mentre dall’altra parte il salario è la misura stessa della precarietà. E presto o tardi ci si accorge che questo confine non separa degli Stati, ma stabilisce una posizione rispetto al salario che si ripete in ogni paese, indifferente alle frontiere.

La multinazionale è però tutta italiana e ha i piedi ben piantati in piazzetta Cuccia, dove si trova la (ex?) sede del potere economico e finanziario di questo paese, Mediobanca.

G.Sottile e A Pagliarone: 31 Tesi sulla Società della Miseria

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31 Tesi sulla Società della Miseria*

Message in a Bottle

giuseppe sottile, antonio pagliarone

La ricchezza della società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico
si presenta come una “immane raccolta di merci”.
(Karl Marx, Il Capitale)

L’intera esistenza delle società nelle quali predominano le moderne condizioni
di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di “spettacoli”.
(Guy Debord, La Società dello spettacolo)

I.
Diversamente da quanto solitamente immaginato, la "politica" non ha mai avuto alcun ruolo rilevante nelle società capitalistiche, specie riguardo all’influenza da essa esercitata sulle fasi del trend economico. Essa ha goduto dei favori della crescita economica un tempo (Golden Age) come è caduta in disgrazia quando si è entrati in una fase di pronunciato declino economico.

Il tanto sbandierato "primato della politica" è stato un riflesso proprio dell’ingovernabilità dei processi economici - come la religione lo fu di quelli naturali - da quando l'economia è divenuta una dimensione sovra-determinante gli individui a tutti gli effetti, sicché quel "primato" nel contempo ha fatto da "visione del mondo" con cui gli apparati politico-istituzionali sorti col capitalismo hanno rappresentato e legittimato loro stessi, come un tempo, appunto, gli apparati religiosi.


II. A partire in specie dal secondo dopoguerra e relativamente ai Paesi industrializzati, il capitalismo ha intrapreso una notevole fase di crescita economica, caratterizzata da consistenti investimenti in capitale fisso e ampio incremento dell'occupazione in ogni settore dell'economia. La crescita dei primi si è accompagnata - come sempre nella storia di questo sistema sociale - alla crescita della seconda.

“Il mio punto di vista … concepisce lo sviluppo della formazione
economica della società come processo di storia naturale”.
(K. Marx, Il Capitale)


III. In questa fase il capitalismo in alcune aree del pianeta sembra aver portato a compimento la sua più essenziale natura, ossia trasformare la popolazione in una massa di lavoratori salariati.

Adele sfida i potenti

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Adele sfida i potenti

"Ipocriti, questo è il nostro funerale"

«Caro ministro Clini, caro magnifico rettore: oggi state celebrando un funerale, non l’inaugurazione della nostra università». Scena surreale, a Parma, alla cerimonia di apertura dell’anno accademico: a scuotere l’aula è una ragazza, Adele Marri, portavoce del collettivo studentesco “Anomalia Parma”. Una requisitoria memorabile. La ragazza parla per cinque, interminabili minuti: parole durissime, scolpite nell’aria. Una denuncia drammatica, che ha la fermezza composta e terribile di un testamento. E’ la vigilia di una morte annunciata: fine della scuola, della libertà, della democrazia. Fine dello Stato di diritto. E fine del futuro, per decreto dell’infame Europa del rigore. Lo scenario: crimini contro l’umanità di domani, quella dei giovani. Sentenza senza appello. E senza neppure la dignità di un commento: ammantati di ermellini, gli emeriti membri del senato accademico restano ammutoliti, dietro al clamoroso imbarazzo del “magnifico rettore”. 

«Prima, il rettore ha detto che l’università è un luogo libero», esordisce Adele, che protesta: lezioni sospese per permettere a tutti di partecipare alla cerimonia inaugurale, «e invece quello che abbiamo trovato è stata un’università blindata da cordoni di polizia e carabinieri con scudi e manganelli».

nique la police: Primarie, iniezione fatale di "realtà aumentata"

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Primarie, iniezione fatale di "realtà aumentata"

di nique la police

“Dovunque regni lo spettacolo, le uniche forze organizzate sono quelle che vogliono lo spettacolo”. Questa frase dei Commentari di Guy Debord va interpretata in modi differenti, diversi anche dalle intenzioni dell’autore. Debord metteva l’accento su come differenti forze dello spettacolo si contendessero il dominio, per operare politiche del tutto simili, nella società dello spettacolare integrato. Società che altro non era che un dispositivo di potere coordinato tra concentrazione di potere nella produzione di significati spettacolari e diffusione microfisica dei suoi effetti. Qui Debord, interpretato meno alla lettera e in toni meno apocalittici, faceva capire come nelle società contemporanee la coesione politica, e anche quella sociale di qualunque segno, non possa essere separata da quella spettacolare. Il possesso  di una evoluta logistica dello spettacolo è quindi garanzia di potere politico ma anche della riuscita, quello spettacolo che rappresenta il campo di forza della coesione sociale. Fa politica chi è in grado di mettere assieme spettacolo e logistica intesi come tecnologie della creazione e del mantenimento del campo di forza della coesione sociale. Un quarto di secolo dopo i Commentari, con l’esplosione di diverse generazioni di tecnologie della comunicazione, vanno rivisti sia i concetti di spettacolo che di logistica in rapporto alla politica istituzionale.

Le primarie di centrosinistra rappresentano quindi un buon punto di osservazione dei cambiamenti di questi concetti. E questi cambiamenti sono il vero dato politico delle primarie visto che il grosso delle politiche su lavoro, fisco, bilancio in Italia (quello che sarebbe il nucleo di un programma elettorale) passa tra Ecofin, eurogruppo e Bce e le  esigenze di un sistema bancario europeo in preda a tossicità di ogni genere.

Domenico Moro: Spread? La vera emergenza è la disoccupazione

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Spread? La vera emergenza è la disoccupazione

Domenico Moro

In Eurolandia la disoccupazione è strutturale…


La vera emergenza nell’area euro non è lo spread ma la disoccupazione. Lo ammette la Bce nel suo ultimo rapporto sul mercato del lavoro[1], che rivela come un’elevata disoccupazione sia ormai una caratteristica strutturale dell’economia europea. Tra il 2008 e il 2011 l’Europa ha perso 4 milioni di posti di lavoro (-2,6%). Negli Usa la perdita è stata maggiore, ovvero di 6 milioni di posti di lavoro (-4,5%), pur a fronte di un medesimo calo del Pil (-5%). Ma mentre dopo il 2010 - quando entrambe le economie raggiunsero un tasso di disoccupazione del 10% - negli USA questo ha cominciato a diminuire, in Europa ha continuato a crescere (raggiungendo nella sola area euro, a settembre scorso, i diciotto milioni e mezzo di unità). La disoccupazione dell’area euro in meno di tre anni è aumentata di due punti, passando dal 9,6% del 2009 all’11,6% del settembre 2012[2]. Contemporaneamente, è aumentata anche la disoccupazione di lungo periodo[3], che nel 2010 ha raggiunto il 67,3% del totale (7 punti più che nel 2008). Un segno evidente di quanto la disoccupazione non sia più un fenomeno congiunturale. I disoccupati nell’area euro dal settembre 2011 al settembre 2012 sono aumentati di 2milioni 174mila unità.


…ma “divergente” tra la Germania e quasi tutto il resto dell’area euro

Nel primo periodo della crisi in Germania e in Belgio la perdita di posti di lavoro è stata solo dell’1%, sebbene il calo del Pil fosse nella media europea, mentre in Irlanda è stata del 15%, e in Spagna e Grecia del 10%.

Rossana Rossanda: Un anno dopo, Monti e a capo

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Un anno dopo, Monti e a capo

di Rossana Rossanda

È giusto un anno che il parlamento italiano, auspice il presidente della repubblica, si è consegnato mani e piedi a un illustre “tecnico” e al governo da lui interamente scelto (se no non avrebbe accettato l’incarico) per smettere con le fanfaluche politiche e risanare i conti del nostro bilancio, primo fra tutti l’indebitamento. Si sa che la politica non è “oggettiva”, quando va bene risponde a una parte sociale, quando va male risponde a interessi privati, mentre la “tecnica” non guarda in faccia a nessuno, è neutra e, come il professor Monti ama ripetere, è assolutamente super partes.

Risultato? L’analisi di Pitagora, (“L'anno perduto di Mario Monti”, Sbilanciamoci.info 20 novembre 2012) ha dimostrato nel modo che più chiaro non potrebbe essere, che il nostro debito è in aumento, crescita, occupazione ed entrate pubbliche sono calati. (E non parliamo del contorno di corruzione che sembra incrostato nelle nostre istituzioni, non è per colpa specificamente di questo governo). I fautori delle somme e delle sottrazioni contabili possono soltanto dirci: “È vero. Niente di fatto. Ma se non avessimo applicato questa terapia da cavallo chissà dove saremmo finiti. E avremmo dovuto chiedere un prestito accettando di passare sotto il controllo della troika, cosa che il nostro premier, essendo uno della stessa famiglia, ha evitato”. Dunque il debito è cresciuto ma politicamente a bocce ferme; l’equilibrio sociale fra chi ha e chi non ha non è stato toccato.

E invece no. L’essere Monti e il suo governo super partes, senza il fardello delle ideologie, ha preteso che alcune parti, che sarebbero state finora favorite, cioè i meno abbienti, abbiano pagato più delle altre, in soldi e diritti.

Francesco Saraceno: Teorie economiche e governi tecnocratici

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Teorie economiche e governi tecnocratici

di Francesco Saraceno

Le prossime elezioni italiane hanno innescato un interessante dibattito sulle scelte future, e sul ruolo dei governi tecnocratici. Pochi giorni fa la giornalista italiana Barbara Spinelli ha pubblicato sul quotidiano La Repubblica una magistrale analisi delle difficoltà incontrate da una sfera politica che sembra incapace, o che non ha la volontà, di riprendersi dai tecnocrati il compito di governare, e con questo intendo il diritto / dovere di scegliere tra politiche che comportano diverse conseguenze economiche e sociali.

Per un economista, l’analisi di Spinelli è una fonte di ulteriori riflessioni sul ruolo della scelta nella teoria economica e politica, con conseguenze importanti non solo per l’Italia ma anche per il percorso che la costruzione europea intraprenderà nei prossimi anni.

La seconda metà del ventesimo secolo è segnata dalla opposizione di (almeno) due diverse concezioni di politica economica, la cosiddetta tradizione “neoclassica”, e la teoria keynesiana. La scuola neoclassica, che ha dominato il panorama intellettuale per gran parte del secolo scorso, ha le sue radici nel tentativo fatto nel XIX secolo di costruire una teoria economica più vicina alla fisica e alle scienze naturali che alle scienze sociali. Nelle parole di Henry Moore,

“Nell’ultimo quarto del secolo scorso, gli economisti hanno nutrito grandi speranze nella capacità dell’economia di tradursi in “scienza esatta”. Secondo la visione dei teorici più importanti, lo sviluppo della dottrina dell’utilità e del valore aveva gettato le basi di una economia scientifica con concetti esatti, e sarebbe stato presto possibile erigere sopra il nuovo fondamento una solida struttura di parti interrelate che, nella loro determinatezza e forza di persuasione, avrebbero esercitato la suggestione della severa bellezza delle scienze matematico-fisiche … “

(Henry L. Moore, cicli economici, 1914: p.84-85)

E ‘difficile riassumere in poche righe più di un secolo di sviluppi teorici, quindi spero che mi si perdoni un certo grado di semplificazione e approssimazione.

Riccardo Achilli: Il declino tendenziale del saggio di profitto

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Il declino tendenziale del saggio di profitto

di Riccardo Achilli

L’illustrazione di Marx

Il tema della legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto è, non a caso, insieme alla questione della trasformazione dei valori in prezzi, il più dibattuto e controverso della teoria del grande pensatore di Treviri. Non è un caso: dall'accettazione o confutazione di tale legge discende l'accettazione o confutazione dell'idea di una estinzione del capitalismo per via della sua stessa contraddizione interna fondamentale, ovvero la declinante capacità di valorizzare il capitale investito, fatto salvo, ovviamente, l’indiscutibile argomento per cui il capitalismo terminerà soltanto quando sorgerà la classe sociale che lo abbatterà.

Nei termini più semplificati possibili, Marx afferma che l'incremento continuo di investimento in macchinari e strumenti di produzione, mirato ad accrescere la produttività del lavoro, produce una tendenza alla caduta del tasso di profitto, anche quando ciò accresce il saggio del plusvalore. L'effetto depressivo derivante dall'incremento del capitale costante, infatti, più che compensa l'aumento del plusvalore. Formalmente:

-        sia q la composizione organica del capitale, ovvero q = Cc/Cv, dove Cc è il capitale costante, ovvero il valore-lavoro (lavoro morto) incorporato nella massa di macchinari e strumenti per la produzione, e Cv è il capitale variabile, ovvero il valore-lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro (approssimabile con il monte-salari);
-        sia s il saggio del plusvalore, ovvero s = Pv/Cv, dove Pv è il plusvalore estratto dal capitalista;
-        sia p il saggio di profitto, ovvero p = Pv/(Cc + Cv).

Se dividiamo numeratore e denominatore del saggio di profitto per Cv, otteniamo:

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