SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Elisabetta Teghil: Certe righe….

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Certe righe….

di Elisabetta Teghil

La Cassazione ha confermato che il "saccheggio" e la "devastazione" comportano una condanna da sei a quindici anni.

Tradotto in parole povere:....assaltare un bancomat, bruciare un cassonetto, magari uscire con il carrello della spesa da un supermercato senza aver
pagato.......

Sapevamo che, in questa società, il dio a cui tutto è sacrificato è la proprietà privata, ma non pensavamo che si arrivasse a tanto.

Evidentemente c'è dell'altro che sta nella natura e nello scopo del G8 del 2001.

Si dovevano decidere i tempi e i modi per realizzare il neoliberismo.

Contro questo, in tante e in tanti si erano date/i appuntamento a Genova e, per questo, la repressione è stata così dura e, per certi versi, feroce.
Allora non ci voleva molta fantasia per sapere che cos'è il neoliberismo. Ma oggi anche le/i più miopi lo sanno perché si sta realizzando giorno dopo giorno.

Oltre l'austerità

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"Oltre l'austerità", un ebook gratuito per capire la crisi

di Sergio Cesaratto

Da oggi è scaricabile gratis sul sito di MicroMega l'ebook "Oltre l'austerità". Un contributo indispensabile per approfondire i temi della crisi economica e sociale che ha investito l'Europa e le prospettive per la sua soluzione. Con estremo rigore analitico, ma con un linguaggio accessibile anche per il lettore non specialista, gli autori del volume fanno giustizia di molti luoghi comuni, superficialità ed errori con i quali, anche sulla stampa italiana, è stata raccontata la crisi.
Più sotto l'indice. Buona lettura.

Indice
Introduzione 6
S. Cesaratto e M. Pivetti

1. Le politiche economiche dell’austerità

L’austerità, gli interessi nazionali e la rimozione dello Stato 11
M. Pivetti
Molto rigore per nulla 19
G. De Vivo

2. La crisi europea come crisi di bilancia dei pagamenti e il ruolo della Germania
Il vecchio e il nuovo della crisi europea 26
S. Cesaratto
Le aporie del più Europa 44
A. Bagnai
Deutschland, Deutschland…Über Alles 55
M. d’Angelillo e L. Paggi

3. Austerità, BCE e il peggioramento dei conti pubblici
Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico 71
R. Ciccone
La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave? 89
G. Zezza
Oltre l’austerità 4 MicroMega
Le illusioni del Keynesismo antistatalista 104
A. Barba
La crisi economica e il ruolo della BCE 111
V. Maffeo

4. Austerità, salari e stato sociale

Quale spesa pubblica 122
A. Palumbo
Crescita e “riforma” del mercato del lavoro 133
A. Stirati
Politiche recessive e servizi universali: il caso della sanità 145
S. Gabriele
Spread: l’educazione dei greci 160
M. De Leo

5. Oltre l’euro dell’austerità

Un passo indietro? L’euro e la crisi del debito 172
S. Levrero
Una breve nota sul programma di F. Hollande e la sinistra francese 185
M. Lucii e F. Roà

Maurizio Donato: C’era una volta la crescita, reale

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C’era una volta la crescita, reale

di Maurizio Donato



Se uno guarda il grafico contenuto nel World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale [1] pensa: dopo il capitombolo del 2008-9, l’economia mondiale si è ripresa, nell’ultimo anno ha fatto registrare una crescita media del prodotto interno lordo del 3,8%, e allora le cose non vanno così male. Non che la crisi sia finita, ma almeno il peggio è passato: dopo tutto il sistema cresce ancora, i tassi sono positivi, anche se l’ultima parte della curva va presa con beneficio di inventario perché si tratta di previsioni.

Ma ha senso trarre conclusioni o anche solo indicazioni da dati riferiti all’ultimo quinquennio, e dunque fortemente influenzati dalle oscillazioni cicliche?

Robin Hahnel: Il crescente potere del neoliberalismo nel mondo

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Il crescente potere del neoliberalismo nel mondo

Taylan Tosun intervista Robin Hahnel

Taylan Tosun: Perché i centri del potere finanziario internazionale temono così tanto un’inflazione anche minima? Perché quasi tutte le banche centrali di tali paesi sono incaricate di “combattere l’inflazione”? Perché gli interessi finanziari internazionali si oppongono al tipo di inflazione moderata che potrebbe ben accompagnare politiche favorevoli alla crescita e contrarie all’austerità?

Robin Hahnel: Quando i tassi d’inflazione sono più elevati del previsto i finanziatori ricevono un tasso di remunerazione, in termini reali, inferiore alle attese, mentre i debitori finiscono per pagare meno, in termini reali, di quanto pensavano di dover pagare.  In generale sono i ricchi quelli che concedono prestiti, mentre il resto di noi si indebita.  Questa è la prima ragione per cui  i ricchi – che sono i clienti serviti dall’industria finanziaria internazionale – sono più preoccupati del resto di noi di mantenere bassi i tassi d’inflazione.

Ma c’è un secondo motivo. L’attività principale per la maggior parte di noi consiste nel guadagnare un reddito decente. Così  la maggior parte di noi vuole che l’economia produca in base al suo potenziale completo, in modo da poter ricevere redditi pieni. E’ per questo che la maggior parte di noi ha interesse in politiche che, innanzitutto,  prevengano le recessioni e le interrompano quanto prima possibile. E’ per questo che la maggior parte di noi ha un forte interesse a politiche favorevoli alla crescita nel corso della recessione globale più grande da ottant’anni a questa parte.

Rodolfo Ricci: Italia, Ratificato il Fiscal Compact

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Italia, Ratificato il Fiscal Compact

Ora non ci resta che uscire dall’Euro

di Rodolfo Ricci

Nel più ampio silenzio mediatico che si sia mai registrato (assenza di servizi radiotelevisivi pressoché totale, autocensura  della quasi totalità dei giornali), la Camera dei Deputati ha ratificato oggi, con grande zelo e senza alcun dibattito significativo, con l’opposizione di 65 parlamentari di Italia dei Valori e Lega e con l’astensione di altri 65 parlamentari, il cosiddetto “Fiscal Compact”, che entrerà in vigore il prossimo gennaio a condizione che almeno 12 paesi lo abbiano ratificato (al momento erano solo 9, Cipro, Danimarca, Grecia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Portogallo, Romania e Slovenia).

L’Italia è quindi il decimo paese. Come si vede non ci sono ancora né Francia, né Germania, paese in cui la Corte Costituzionale si è riservata di emettere, entro Settembre, la propria sentenza sulla compatibilità o meno con la Grundgesetzt (Legge fondamentale) di questo provvedimento che limita definitivamente e rende permanente, almeno per i prossimi 20 anni, la sovranità dei singoli paesi che lo accettano, in materia di politica economica e sociale.

Il «fiscal compact» prevede infatti, come punti centrali, “l’impegno delle parti contraenti ad applicare e ad introdurre, entro un anno dall’entrata in vigore del trattato, con norme costituzionali o di rango equivalente, la ‘regola aurea’ per cui il bilancio dello Stato deve essere in pareggio o in attivo”.

Elisabetta Teghil: Le foglie del carciofo

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Le foglie del carciofo

di Elisabetta Teghil

Quando c’era l’URSS, una delle vulgate più ricorrenti nei media occidentali era che Stati Uniti ed Unione Sovietica si equivalevano e che l’esito di una eventuale guerra sarebbe stato incerto.

Bugia grande come una casa.


Si sapeva bene che la lotta sarebbe stata impari ed il risultato scontato. L’URSS sarebbe stata in grado di infliggere pesanti perdite alla controparte, ma questo non sarebbe bastato.


Oggi, venuta meno l’URSS, si sono inventati i Brics, come polo alternativo e antagonista alla potenza statunitense.


Perché allora e adesso si ricorre a questo stratagemma? Il principio è sempre quello di creare un nemico all’interno o all’esterno per compattare la nazione e tutti quelli che si rifanno a valori occidentali.

Si omette, a bella posta, che gli Stati Uniti hanno più di 300 basi militari in tutto il mondo, hanno accerchiato militarmente la Russia e la Cina ed hanno forze di pronto intervento in ogni area geografica, Africa compresa.

Emiliano Brancaccio: Gli intellettuali “di sinistra” e la crisi della zona euro

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Gli intellettuali “di sinistra” e la crisi della zona euro

di Emiliano Brancaccio

Man mano che la crisi della zona euro si aggrava, tra gli imprenditori italiani e persino negli ambienti della destra “rispettabile” inizia a far capolino l’ipotesi di una uscita dell’Italia dalla moneta unica. Come quasi sempre accade, allora, per riflesso pavloviano anche gli intellettuali e gli economisti di “sinistra” si vedono costretti a uscire dalle consuete ambiguità retoriche e ad assumere posizioni più chiare sul da farsi. Vari articoli pubblicati di recente, così come un seminario sulla crisi organizzato pochi giorni fa dalla Fondazione Di Vittorio e dall’ARS, hanno dato conto di questa tendenza.

Semplificando al massimo, tra gli intellettuali di sinistra, inclusi gli economisti, possiamo riconoscere due posizioni prevalenti.

Alcuni di essi ritengono che una deflagrazione della zona euro determinerebbe una catastrofe economica talmente violenta da condurre l’intera Europa sull’orlo di un conflitto bellico. La loro tesi è che l’Unione economica e monetaria rappresenta una condizione necessaria per garantire la pace tra i popoli europei. Chiunque si azzardi a evocare la possibilità di un’uscita dall’euro viene quindi immediatamente considerato un avventuriero irresponsabile, potenzialmente un guerrafondaio. In verità questi studiosi non forniscono chiare evidenze a sostegno dei loro anatemi. Nel libro L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa (Il Saggiatore, Milano 2012) abbiamo rilevato che la tesi secondo cui le unioni economiche e monetarie - e più in generale il liberoscambismo - garantirebbero la pace tra le nazioni, non trova adeguati riscontri storici. Abbiamo ricordato, in proposito, che alla vigilia del primo conflitto mondiale sussisteva piena libertà di circolazione dei capitali e vigeva un sistema di cambi fissi vincolante quasi quanto l’euro.

Leonardo Mazzei: Una «Syriza italiana»?

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Una «Syriza italiana»?

di Leonardo Mazzei

Può formarsi in Italia una coalizione alla greca?

Potrà nascere in Italia qualcosa che assomigli (pur senza mitizzarla, che anzi l'abbiamo a più riprese criticata) alla coalizione greca di Syriza? E' una domanda che si vanno ponendo in molti. E' una domanda importante oltre che legittima. Cerchiamo perciò di dare qualche risposta.


1. Meriti e limiti di Syriza

Il merito principale di Syriza è stato quello di aver saputo incanalare e raccogliere, almeno elettoralmente, la forte radicalizzazione che attraversa la società greca. Da quasi tre anni la Grecia vede in piazza un potente movimento sociale. Un movimento che non è riuscito a fermare le scelte del blocco dominante, a sua volta eterodiretto dalle istituzione europee e dal Fmi, ma che non ha mai abbassato la testa. L'immagine di questo movimento è quella della capitale in fiamme, nel pomeriggio di domenica 12 febbraio (vedi La disfatta e la (possibile) riscossa), mentre il parlamento approvava i nuovi sacrifici imposta dalla troika (Ue, Bce, Fmi). 

I limiti risiedono in una linea che ad un no chiaro al Memorandum imposto dall'Europa, fa corrispondere un programma assai evanescente. Syriza si è presentata alle elezioni del 6 maggio, e poi a quelle decisive del 17 giugno, con l'illusione della «rinegoziazione del debito» in un'Europa «più a sinistra», anche alla luce della vittoria di Hollande in Francia. I suoi dirigenti, a partire dal leader Alexis Tsipras, hanno sempre sostenuto di non voler uscire dall'Unione e dall'euro, ma di volervi invece rimanere, solo con qualche sconto sui sacrifici richiesti.

Joseph Stiglitz: L’ultima proroga dell’euro

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L’ultima proroga dell’euro

di Joseph Stiglitz

Non è solo la fiducia nei paesi periferici dell’Europa ad essere in declino, ma è la stessa sopravvivenza dell’euro ad essere ora in dubbio

Proprio come un prigioniero nel braccio della morte, l’euro ha ottenuto un ultimo minuto di sospensione dell’esecuzione. Potrà sopravvivere ancora un po’. I mercati stanno festeggiando, come hanno fatto dopo ciascuno degli ultimi quattro vertici sulla “crisi dell’euro”, finché non si renderanno conto che i problemi fondamentali devono ancora essere affrontati.

Ci sono state delle buone notizie in questo vertice. I leader europei hanno finalmente capito che l’operazione “fai da te” in base alla quale l’Europa presta i soldi alle banche per salvare i paesi sovrani e ai paesi sovrani per salvare le banche, non funzionerà. Allo stesso modo, riconoscono ora che i prestiti di salvataggio, che garantiscono ai nuovi prestatori un grado di superiorità sugli altri creditori, non fanno altro che peggiorare la posizione degli investitori privati che finiranno per pretendere tassi di interesse ancora più alti.

E’ profondamente sconcertante che ai leader europei ci sia voluto così tanto per comprendere un concetto così ovvio (e già evidente più di un decennio e mezzo fa con la crisi dell’Asia orientale). Ma ciò che manca nell’accordo è ancor più significativo di ciò che contiene. Già un anno fa, i leader europei avevano infatti riconosciuto che la Grecia non avrebbe potuto riprendersi senza crescita e che non era possibile ottenere la crescita solo attraverso una politica di austerità. Ciò nonostante, hanno fatto molto poco.

Ora è stata avanzata la proposta di una ricapitalizzazione della Banca Europea per gli Investimenti quale parte di un pacchetto di crescita di circa 150 miliardi di dollari.

Laura Cantelmo: Capitalismo catastrofico

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Capitalismo catastrofico

di Laura Cantelmo

Il capitalismo che accumula catastrofi nell'analisi di John Bellamy Foster: nel corso delle due ultime generazioni l'equilibrio biochimico del pianeta è stato stravolto

Nella critica al capitalismo una delle tematiche che si è andata sviluppando con toni allarmati riguarda sempre più l'impatto sull'ambiente causato da quello che orgogliosamente è stato rivendicato come controllo dell'uomo sulla natura. La sua importanza diventa ineludibile in tempi di 'global heating' e di sconvolgenti variazioni climatiche. Il capitalismo e l'accumulazione delle catastrofi è il titolo di un articolo di John Bellamy Foster (Monthly Review, dicembre 2011) che comprende una disamina del tema fornendo un interessante excursus storico della percezione della catastrofe provocata dalla”vendetta della natura” che dal secolo XIX i filosofi e gli scienziati di indirizzo marxiano hanno avvertito.

Foster non esita ad affrontare senza mezzi termini la drammaticità del problema con dovizia di documenti di carattere scientifico elaborati da illustri climatologi che danno conto dell'estrema gravità della situazione in cui versa il pianeta e dell'ultima chance di salvezza che viene offerta ai suoi abitanti.

Interessante notare come gli esperti valutino la fragilità del pianeta in stretta relazione con l'atteggiamento predatorio nei confronti della natura, speculare a quello che l'attuale sistema tiene nei rapporti con gli esseri umani.

Il tema non è nuovo a chi si occupa di marxismo, a chi è convinto che quella di Marx sia prima di tutto un'indicazione di metodo nell'individuare le possibilità di sopravvivenza dell'intero pianeta, dell'umanità e di una vita non ridotta a merce, ma rispettosa della dignità di ciascuno.

Girolamo De Michele: Devastazione e saccheggio

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Devastazione e saccheggio

di Girolamo De Michele

Devastazione e saccheggio: è questa la formula entro la quale la Cassazione ha, in via definitiva, rinchiuso e circoscritto ciò che accadde nei tre giorni del G8 2001 a Genova. Al di là dei tecnicismi giuridici che hanno portato alla modifica della sentenza di secondo grado – peraltro lieve in termini formali, e difficile da percepire per le vite e i destini dei 10 compagni colpevoli di essersi fatti catturare –, il significato tutto politico di questa sentenza resta, ed è inequivocabile.

Era indispensabile, dopo la sentenza sulla macelleria messicana della scuola Diaz e sul lager di Bolzaneto, sanzionare che a Genova c’era una situazione di guerra, o poco meno: a futura tutela di eventuali azioni giuridiche nei confronti delle forze e dei tutori dell’ordine costituito. A quanto pare, i macellai della Diaz sono colpevoli non per aver fatto ciò che hanno fatto, ma per averlo fatto nei confronti di un centinaio di innocenti: avessero scelto meglio i loro bersagli, avessero scaricato il loro sadismo nei confronti dei tanti devastatori e saccheggiatori che si intuisce essere stati lì, a portata di mano, non avrebbero patito conseguenze giudiziarie. Fascista, ma anche un po’ pirla, il loro daimon

Era altresì indispensabile, a futura tutela della necessità di condotte un po’ meno messicane (vogliamo dire: greche o spagnole?) che fosse evidente a tutti lo scambio, il pari-e-patta tra la condanna, indifferibile, dei violenti all’interno delle forze dell’ordine e la speculare condanna dei violenti all’interno del movimento: due anomalie da rimuovere in modo chirurgico, la cui asportazione giustifica il tornare a parlare del G8 di Genova dopo quasi un decennio nel corso del quale non il G8 in sé, ma la stessa città di Genova era scomparsa dalla televisione, dai notiziari, persino dalle location delle fiction.

Gigi Roggero: Mistificazioni meritocratiche

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Mistificazioni meritocratiche

di Gigi Roggero

La maggiore virtù del suo confuso progetto di “riforma” sarebbe consistita, sosteneva Profumo, nel non apportare ulteriori tagli alla disastrata situazione dell’università italiana. É anche incauto, il pasdaran della meritocrazia. La spending review ha riportato le cose a posto ed ecco, tra imbarazzi e parziali retromarce, un’ennesima sostanziosa sforbiciata a formazione e ricerca. Al malato terminale non viene concessa nemmeno la morfina per alleviare il dolore. L’eutanasia sarebbe decisamente consigliabile, e se non dolce la morte segnerebbe almeno la fine dell’agonia.

Ma la tragedia ha, da tempo, ceduto il passo alla farsa: così, mentre si toglie l’ossigeno, infuria il dibattito tra gli addetti ai lavori sulla valutazione. I problemi dell’università non sono lo smantellamento strutturale, gli oltre 60.000 precari senza prospettive, la dequalificazione dei saperi, l’impasto di potere feudale e tendenze aziendaliste, bensì gli “sprechi” e la “corruzione”. La ricetta è, ovviamente, l’istituzione di “oggettivi” meccanismi di valutazione. Monti e Profumo fanno bella figura, Giavazzi è contento, i baroni stanno tranquilli perché, ancora una volta, l’attenzione è distolta: i mali da combattere sono, infatti, individuali e mai sistemici. Come chiamare tutto questo se non populismo tecnocratico, cifra e sostanza dell’attuale governo?

Roberto Finelli: Tipologie della negazione in Hegel

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Tipologie della negazione in Hegel

Variazioni e sovrapposizioni di senso

di Roberto Finelli

Il concetto di «negazione» nell’opera di Hegel appare centrale ma anche polisemico, composto di vari significati e di varie utilizzazioni.  Secondo quanto afferma Hegel stesso in un passo sulla religione egizia delle Vorlesungen über die Philosophie der Religion, «il negativo [das Negative], questa astratta espressione, ha molte determinazioni»[1]. Ne consegue che provarsi a comprendere la filosofia di Hegel significa saper chiarire la diversità delle varie determinazioni del concetto e delle funzioni della negazione: così come saperle distinguere e sciogliere tra loro, soprattutto quando si dia il caso di un loro intreccio talora indebito e sovrapposto.

In queste pagine cercherò di presentare tre diversi luoghi della filosofia hegeliana – appartenenti  rispettivamente al manoscritto giovanile di Der Geist des Christentums und sein Schiksal, alla Logik di Jena, alla Wissenschaft der Logik – per esemplificare usi e significati distinti della negazione in Hegel, senza rinunciare nello stesso tempo a svolgere qualche considerazione sulla Entwicklungsgeschichte del pensiero di Hegel, visto appunto alla luce delle trasformazioni e delle complicazioni di senso del significato del «negativo».


1.1.  La negazione come destino

La prima figura della negazione in Hegel, che qui prendo in considerazione, è di carattere metaforico, nel senso che non viene tematizzata come un qualche atto di un negare logico-apofantico – nella forma cioè di un giudizio negativo -, bensì sotto la forma, del tutto peculiare e originale, di un rapporto tra di opposti stretto ed unificato dal nesso del destino.

Antiper: Il crack finanziario del 2007 e la “sconfitta” del neoliberismo

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Il crack finanziario del 2007 e la “sconfitta” del neoliberismo

Antiper1

Secondo la quasi totalità dei commentatori “anti-neo-liberisti” il crack finanziario del 2007 - quello, per intenderci, dei “mutui subprime” - costituirebbe un'evidente sconfitta storica e teorica del neo-liberismo dal momento che quella crisi avrebbe dimostrato inequivocabilmente come il sistema finanziario americano e internazionale siano potuti sopravvivere al proprio collasso solo grazie al massiccio intervento diretto degli Stati. E, quando lo Stato interviene – deducono gli anti-neo-liberisti - il neo-liberismo è fritto.

La prima proposta di intervento statale su vasta scala per sostenere Wall Street dopo il crack della banca di investimenti “Lehman Brothers”, nel settembre 2008, venne avanzata nei giorni immediatamente successivi e inizialmente respinta dal Congresso; fu poi approvata e perfezionata in una gigantesca operazione di “tamponamento falle” (il TARP [2]) che i giornali dell'establishment politico ed economico denunciarono come “statalista” e “socialista”. Come era prevedibile, Marx fu messo sulla copertina del Time, nonostante che egli fosse, più che un sostenitore dell'intervento in economia dello Stato borghese-capitalistico, piuttosto un sostenitore della distruzione di tale Stato. Ma tant'è...

***

Di recente [3], l'Economist ha parlato di “capitalismo di stato” e di “mano visibile” [4] (parafrasando ironicamente Adam Smith) in relazione, oltre che alla politica economica degli USA, a quella dei paesi emergenti (Cina, Russia, India...) mettendo a fuoco una parte del problema che abbiamo di fronte: Stato e mercato sono davvero antitetici come parrebbero suggerire le opposte ideologie del (neo) liberismo e dell'anti (neo) liberismo?

Roberta Cordisco: L’industria culturale di Fortini e l’industria cinematografica di Pasolini

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L’industria culturale di Fortini e l’industria cinematografica di Pasolini

La mutazione degli strumenti intellettuali

Roberta Cordisco

1.

Durante gli anni del boom economico e della rivoluzione dei consumi Pasolini e Fortini ne hanno inquadrato gli effetti nelle ormai note categorie di “mutazione antropologica” e “surrealismo di massa”. Spesso si è discusso sulle ripercussioni che il moderno capitalismo ha avuto in ambito sociale ma è interessante, sempre attraverso questi due autori, esaminare il problema da un’altra prospettiva, ossia quella che si sofferma a riflettere sugli sconvolgimenti che la mutazione ha operato anche all’interno della produzione culturale e del lavoro intellettuale.

In molte pagine della saggistica di Franco Fortini risuonano le note francofortesi della critica alla cosiddetta industria culturale. È fondamentale capire l’influenza che tale nozione esercita sull’analisi di Fortini anche per coglierne un’importante differenza con la critica di Pasolini. Quest’ultimo ebbe sempre «un atteggiamento di rifiuto e di ignoranza procurata nei confronti della critica della cultura e della industria culturale»1 poiché essa lo avrebbe costretto al compito spiacevole di «una critica dei propri strumenti di comunicazione che prevedeva paralizzante »2.

Così Fortini coglie il punto esatto in cui la teoria dell’amico cade in contraddizione: è vero che Pasolini denuncia la minaccia di un «Potere senza volto» e invita a combatterlo, ma il suo grido d’allerta promana dalle strutture comunicative interne a quello stesso Potere. Egli è sceso a patti con le logiche del mercato letterario e dei nuovi strumenti di comunicazione di massa, per questo non può che criticare il sistema capitalistico rimanendo in parte impigliato alle sue reti.

Emilio Quadrelli: L’esclusione ovunque

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L’esclusione ovunque

Una rivisitazione del paradigma foucaultiano

di Emilio Quadrelli

I borghesi hanno ottime ragioni per attribuire al lavoro una soprannaturale forza creativa, poiché proprio dalla natura condizionata del lavoro risulta che l’uomo, possessore soltanto della propria forza – lavoro, deve essere, in tutte le condizioni sociali e culturali, schiavo di altri uomini che si sono resi proprietari delle materiali condizioni di lavoro. (K. Marx, Critica al programma di Gotha)

Intorno al carcere, alla sua storia e funzione, sono state scritte intere biblioteche. È  immaginabile che il lettore di questo sito ne abbia una conoscenza abbastanza ampia. Diamo quindi per scontato gran parte di ciò che ci sta alle spalle e proviamo a tracciare alcune linee di ricerca e intervento a partire dal presente. Il carcere non è, come certa letteratura di genere (prendiamo su tutti i romanzi di Edward Bunker) ama mostrare, un mondo a sé con regole e retoriche diverse e distanti dai mondi sociali esterni bensì la sintesi, portata sino alle estreme conseguenze, del mondo che lo circonda. Il carcere è esattamente lo specchio, neppure troppo deformato, del mondo cosiddetto normale. Questo, chiaramente, non significa che tra dentro e fuori non esistano differenze ma, più realisticamente, che le regole e i modelli della prigione sono i medesimi della società circostante. Parlare del carcere, quindi, significa parlare dei modelli sociali nei quali siamo immessi. Ciò è vero sia per quanto riguarda la società ufficiale e legittima, ossia quella che utilizza e gestisce il carcere, sia per quanto riguarda la parte deputata a subirlo e ad abitarlo. Il carcere, non diversamente da qualunque altro ambito sociale, non può che essere l’effetto di una condizione storicamente determinata.

Credo che sia importante, per iniziare a comprendere il mondo della prigione di oggi, prendere sommariamente in esame il modo in cui è mutuata negli ultimi anni la “questione sicurezza”. Penso sia noto a tutti come, solo pochi anni addietro, le retoriche relative alla sicurezza insieme a tutte le autentiche ossessioni che si portavano appresso fossero una delle argomentazioni politiche di maggior rilievo.

Wu Ming 4: Genova 2001 e la sentenza 10×100. Orizzonti di gloria

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Genova 2001 e la sentenza 10×100. Orizzonti di gloria

di  Wu Ming 4

La giustizia italiana ha deciso che cinque persone pagheranno per tutti. Altre cinque potrebbero aggiungersi. E così si ottiene il pari e patta politico con la sentenza sull’assalto alle scuole Diaz.

E’ chiaro che stanotte non c’è nessuna gloria. E domattina nessun orizzonte. Era antifrastico anche il titolo del film di Stanley Kubrick, uno dei più belli contro l’ottusità antiumana del militarismo. La trama è nota: durante la Prima Guerra mondiale, sul fronte occidentale, un inetto generale francese lancia un impossibile attacco contro una fortificazione tedesca. Le truppe francesi non riescono nemmeno a uscire dalle trincee, vengono falciate dalle mitragliatrici, ricacciate indietro. L’attacco è una catastrofe colossale. Per non passare da incapace, il generale addossa la colpa alla codardia dei suoi soldati e chiede che ne vengano fucilati cento, estratti a sorte. L’Alto Comando gliene concede tre. Tre capri espiatori, che pagheranno per tutti, anche se la colpa non è di nessuno, o meglio, è di chi stava in alto. Di chi ha voluto quella guerra.

La giustizia italiana, stasera, non è diversa da quella militare nel film di Kubrick (che si ispirava a un fatto realmente accaduto). Anche lì c’era un bravo avvocato difensore, che veniva sconfitto da una sentenza grottesca, quasi caricaturale per la sua assurdità.

La giustizia italiana ha deciso che cinque persone pagheranno per tutti. Altre cinque potrebbero aggiungersi. E così si ottiene il pari e patta politico con la sentenza sull’assalto alle scuole Diaz. Poco importa che le condanne dei poliziotti riguardino il pestaggio e il massacro preordinato di persone, per di più indifese, mentre quelle dei manifestanti siano motivate dalla distruzione di cose, di oggetti inanimati, in mezzo al caos generalizzato. Qualcuno di loro si becca dieci anni di galera.

Domenico Mario Nuti: Lo strano siparietto degli eurobond

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Lo strano siparietto degli eurobond

di Domenico Mario Nuti

Sulla questione dei titoli a garanzia europea tra Monti e Merkel si è svolto un siparietto, utile a entrambi. Meglio pensare alle cose concrete plausibili e utili: fondi per la stabilizzazione e reflazione tedesca

Un sempliciotto, o un truffatore, potrebbero cercare di persuadere i membri più ricchi di un club, come i tedeschi, gli olandesi e i finlandesi nella zona dell’euro, ad accettare la mutualizzazione del debito pubblico dei governi europei attraverso l’emissione su larga scala di Eurobond, intesi come soggetti a responsabilità individuale e collettiva di tutti i membri. Poiché inevitabilmente quei membri più ricchi finirebbero col pagare per tutti. Nessun altro tipo di Eurobond risolverebbe la crisi dell’euro, che si tratti di project bonds o mini-Euro-bills su piccolo scala, o Eurobond soggetti a responsabilità pro-rata, o emessi da una qualsivoglia agenzia europea diversa dalla Banca centrale europea (Bce, che è impossibilitata ad emetterli da trattati e statuti) e che in vista delle minuscole dimensioni del bilancio dell’Eu sarebbero necessariamente trattati come titoli spazzatura. Queste proposte forniscono un alibi per il rifiuto di suggerimenti più plausibili e utili, quali l’aumento del fondo del Meccanismo Europeo di Stabilizzazione (Ems), o il riequilibrio e la reflazione dell’economia tedesca.

Perché, allora, Mario Monti e François Hollande hanno fatto pressioni così insistenti e persistenti, per non dire ossessive, per l’emissione di tali Eurobond, ignorando ripetuti rifiuti? Che l’abbia fatto Hollande non deve sorprendere: egli è un socialista dalle buone intenzioni, e un mal-consigliato principiante senza previa esperienza di governo. Ma perché Monti, l’accorto economista ed eurocrate di grande esperienza? C’è una spiegazione razionale. Avanzando richieste chiaramente inaccettabili, Mario Monti dava al cancelliere tedesco una meravigliosa opportunità di prendere una posizione spettacolare: “Non finché vivrò!”. Non è a caso che secondo un sondaggio condotto subito dopo il vertice EU la sua popolarità è salita al livello più elevato registrato negli ultimi tre anni. Il sondaggio confermava un forte appoggio per la sua posizione sulla crisi del debito nell’eurozona, mostrando che il 66% dei tedeschi erano soddisfatti della sua performance, un aumento di otto punti percentuali rispetto al mese precedente e il livello più elevato dal 2009 all’epoca della sua rielezione. “Circa il 58% dei tedeschi credono che la posizione della Merkel nella crisi dell’euro sia corretta e decisiva, anche se l’85% degli interpellati si aspetta che la crisi peggiori” (Eurointelligence.com, 7 luglio).

Sandro Moiso: Una biografia rivoluzionaria

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Una biografia rivoluzionaria

di Sandro Moiso

Franz Mehring, Vita di Marx, Shake Edizioni, Milano 2012, pp.416, euro 20,00

Nei primi anni novanta del secolo appena trascorso, in un momento di gravi difficoltà economiche per l’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, una cordata di imprenditori giapponesi offrì la propria disponibilità finanziaria per il salvataggio dell’immensa mole di carte marxiane (manoscritti originali, lettere, opuscoli originali, ecc) colà depositate. L’Istituto non dovette alla fine ricorrere a tale anomalo aiuto, ma, sicuramente, il caso costituisce motivo di interesse.

Certo i possibili finanziatori non erano animati né da un’improvvisa conversione al comunismo rivoluzionario né, tanto meno, dall’intenzione di diffondere tra i propri dipendenti una più approfondita riflessione sul lavoro, lo sfruttamento e l’estorsione del plusvalore.

Probabilmente, e più prosaicamente, intendevano non perdere l’occasione per provare a metter le mani su documenti ancora mai pubblicati ed assicurarsi così la possibilità futura di diffonderli, a proprio piacimento e secondo imperscrutabili calcoli, sul mercato editoriale.

Non è da escludere, però, che l’offerta nascondesse anche un reale interesse nei confronti di una teoria economico-politica che, nonostante la fine della storia predetta da Francis Fukuyama nel 1992 e il trionfo dei Chicago Boys di cui oggi possiamo ammirare la lungimiranza, aveva ancora molto da dire sull’essenza del capitalismo, sui suoi metodi di accumulazione e sulle sue crisi.

Insomma: siamo liberisti, ma non neghiamoci la possibilità di capire qualcosa di più del nostro avvenire e dei meccanismi economici da cui dipendiamo.

La parabola, se così è lecito chiamarla, serve a sottolineare un paradosso già altre volta segnalato: mentre i rappresentanti del capitale, pur negandola ad ogni piè sospinto, si armano e si preparano costantemente allo scontro e alla lotta di classe, anche studiando le idee e le strategie dell’avversario per farne il miglior uso possibile a proprio vantaggio, i rappresentanti della classe potenzialmente nemica si spalmano come nutella sull’ideologia liberista e rinunciano alle armi teoriche che avrebbero a disposizione, rinnegandole in toto.

Sandro Mezzadra: I predatori metropolitani

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I predatori metropolitani

di Sandro Mezzadra

«Il capitalismo contro il diritto alla città», l'ultimo lavoro del geografo di origine inglese mette al centro la spinosa «questione urbana», rivisitata alla luce del funzionamento dei mercati finanziari internazionali

Il capitalismo contro il diritto alla città è il titolo scelto dalla casa editrice Ombre Corte per il piccolo libro di David Harvey da poco in libreria (pp. 106, 10 euro). È un libro, conviene dirlo subito, tanto piccolo quanto prezioso. Per chi non conosce il lavoro di Harvey, uno dei protagonisti indiscussi dei dibattiti marxisti internazionali, è un'ottima introduzione ai temi al centro della sua ricerca fin dall'inizio degli anni Settanta, qui rivisitati sullo sfondo della crisi contemporanea. Per chi è familiare con l'opera dell'autore inglese, da tempo trasferitosi negli Stati Uniti, la lettura dei tre capitoli che compongono il volume riserva qualche sorpresa - o meglio dischiude prospettive analitiche e politiche rimaste sotto traccia nel lavoro di Harvey degli ultimi anni (da La guerra perpetua a Breve storia del noeliberalismo, entrambi usciti in Italiano per Il Saggiatore, fino a L'enigma del capitale, pubblicato lo scorso anno da Feltrinelli).


Espropriazione urbana


Geografo di formazione, Harvey ha raccontato spesso come il momento decisivo nella sua radicalizzazione politica sia stato l'arrivo a Baltimora, nel 1969: «non avevo mai visto un tale livello di povertà», ha dichiarato ancora di recente in un'intervista con la rivista francese «Vacarme». Erano gli anni in cui, negli Stati Uniti, il dibattito pubblico era dominato dal tema della «crisi urbana», sullo sfondo delle grandi rivolte nei ghetti afro-americani.

Emiliano Brancaccio: Mainstream e teorie economiche critiche

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Mainstream e teorie economiche critiche

Intervista ad Emiliano Brancaccio sul suo “Anti-Blanchard”

Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, è uno dei più autorevoli esponenti del cosiddetto “mainstream”, la corrente principale della teoria economica contemporanea. Blanchard è anche autore del manuale Macroeconomia, uno dei libri di testo più diffusi nelle università di tutto il mondo. L’edizione italiana, edita da Il Mulino, è stata realizzata in collaborazione con Alessia Amighini e Francesco Giavazzi.1

Il manuale di Blanchard rappresenta la versione più avanzata della cosiddetta “sintesi neoclassica”. La “sintesi” trae origine dal famigerato modello IS-LM con il quale John Hicks, nel 1937, diede avvio a un celebre quanto discusso tentativo di assorbimento del tipico problema keynesiano della carenza di domanda di merci all’interno di un impianto concettuale tradizionale di tipo neoclassico. Un “keynesismo bastardo”, come venne rudemente definito da Joan Robinson, che però è andato evolvendosi nel tempo e che oggi rappresenta il mainstream, l’approccio dominante alla macroeconomia.

Il modello didattico di Blanchard è detto di domanda e offerta aggregata. Esso ruota intorno al concetto di “equilibrio naturale” di una economia di mercato. La convergenza del sistema economico verso l’equilibrio “naturale” si determina nell’incrocio tra le curve di domanda e di offerta aggregata, rispettivamente decrescente e crescente rispetto al livello dei prezzi.

Stando a questo modello, le variazioni dei salari e dei prezzi generano una serie di effetti su tutti i mercati che spingono l’economia a convergere spontaneamente verso il cosiddetto livello di “disoccupazione naturale”.

Elisabetta Teghil: Versailles

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Versailles

di Elisabetta Teghil

Il primo alleato della Francia socialdemocratica è l’Italia di Monti. L’avversaria dichiarata di entrambe, al di là delle manifestazioni di facciata, è la Germania di Merkel.

Forse, le chiavi di lettura che abbiamo utilizzato finora si rivelano inadeguate per capire quello che sta succedendo in Europa.

Se vogliamo leggere gli avvenimenti europei attuali, dovremmo cominciare da due punti fermi.

Uno ci riguarda da vicino. Monti, alla sua età, fa quello che sa fare e che ha fatto in tutta la sua vita, cioè il funzionario delle multinazionali anglo-americane e l’uomo di fiducia degli organismi sovranazionali che, delle prime, sono espressione ed emanazione.

L’altro è che è in atto una guerra per la ridefinizione dei rapporti di forza fra Stati e multinazionali che vede gli Stati Uniti e l’Inghilterra alleati all’offensiva.

Il motivo occasionale nell’immediato, è il profondo deficit statale e privato che gli Stati Uniti e l’Inghilterra hanno accumulato.

Roberto Esposito: La prevalenza dell’etica

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La prevalenza dell’etica

di Roberto Esposito

C´è una tendenza in atto a moralizzare la filosofia. Non nel senso di rendere buoni i filosofi – ‘vaste programme´, avrebbe detto qualcuno. Ma nel senso di porre i valori morali al centro della ricerca filosofica, al punto da fare dell´etica non più un suo territorio, ma la questione stessa del pensiero. E´ questo il presupposto implicito, e anche la tonalità diffusa, che sembra accomunare una serie di libri recenti come La questione morale di Roberta de Monticelli (Cortina 2010), Filosofia morale di Luigi Alici (La Scuola 2011), Il coraggio dell´etica. Per una nuova immaginazione morale di Laura Boella (Cortina, 2012). Se si aggiunge che dopo una fortunata collana filosofica del Mulino, su ciascuno dei dieci comandamenti, ne è nata un´altra, da Cortina, sulle virtù, i cui primi titoli sono Sincerità (di Andrea Tagliapietra), Rispetto (di Roberto Mordacci) e Coraggio (di Diego Fusaro), il quadro si completa. Dopo una fase in cui il compito del pensiero è apparso quello di decostruire i valori consolidati, ponendo un interrogativo critico sulla loro vigenza, oggi la filosofia torna a riproporli in prima persona, parlando direttamente il linguaggio della morale.

I motivi di tale svolta sono evidenti. Nel momento in cui non solo l´etica pubblica sembra affondare sotto il peso di una corruzione ormai insostenibile, ma anche la politica diventa un collettore di interessi privati, la filosofia è portata ad assumere un ruolo di supplenza nei loro confronti. Questo spiega lo straordinario successo della filosofia in piazza, anch´esso in contrasto con la crescente disaffezione politica. Contro l´illegalità dilagante, e la vera e propria barbarie che esplode improvvisa a devastare il senso stesso della vita umana, L´elogio del moralismo – è il titolo del vibrante pamphlet di Stefano Rodotà (Laterza 2011) – diventa più che un segno di rivolta.

nique la police: Beppe Grillo e la regressione modernizzatrice

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Beppe Grillo e la regressione modernizzatrice*

nique la police

“Non c’è nulla di nuovo in borsa. Non può esserci perché la speculazione è vecchia come le colline”. (Jesse Livermore, trader arricchitosi con le crisi del 1907 e del ‘29. Morto suicida).

1. Populismo. L’Italia tra Wall Street e il Reno.


Aggiungiamo un racconto alle cronache provenienti dagli Stati Uniti che si sono susseguite, a partire dall’autunno 2011, a causa della protesta di Occupy. Parliamo di una insegnante, che ha perso il lavoro come i risparmi e il suo status di classe media grazie al crack di borsa, che incita le folle e diventa famosa per uno slogan sempre scandito nei suoi discorsi.  Lo slogan,  cavallo di battaglia fatto proprio da moltissimi americani è questo: “Wall Street possiede il paese. Non esiste più un governo del popolo, dal popolo, per il popolo ma solo un governo di Wall Street, da Wall Street, per Wall Street”.

Il vigore oratorio di Mary Elisabeth Lease, così si chiama l’insegnante, e  la sua capacità di stare in piazza si fanno davvero apprezzare. Ma ci sono due aspetti da evidenziare. Il primo è che non si trovano tracce della Lease su youtube. Perché non si tratta di una attivista che emerge assieme alle proteste a seguito del crollo di Lehman Brothers del 2008, o con l’esperienza di Occupy, ma di una persona comune che si forma politicamente sull’onda di proteste causate dalla long depression originata dal crack di borsa del 1873. Il secondo è che la Lease è stata un membro del  People’s Party, il primo e più grande partito populista americano. Stiamo parlando di un partito che ha espresso governatori e sindaci, nonché almeno un serio candidato presidenziale con significativa presenza di deputati al congresso, e che ha lasciato una reale traccia nella storia politica americana. Sia nei democratici, che finirono per assorbire il People’s Party, che nei repubblicani.

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