SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Alfonso Gianni: Bellofiore, considerazioni su crisi, Europa e… barbarie

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Bellofiore, considerazioni su crisi, Europa e… barbarie

di Alfonso Gianni

«Il primo dovere della sinistra è - puramente e semplicemente - il rigetto senza ambiguità delle politiche di austerità», afferma perentoriamente Riccardo Bellofiore in La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra (Trieste, Asterios, 2012, pp. 74, euro 7). Il libro, di poca mole ma di grande sostanza, (che reca in esergo un verso di Heinrich Heine, «Il posto è vacante! Le ferite aperte» dedicato alla memoria di Edoarda Masi e Lucio Magri) esce accompagnato dal suo gemello La crisi capitalistica, la barbarie che avanza (Trieste, Asterios, pp. 77, euro 7). L’argomento è la grande crisi economica mondiale, ma più esattamente si dovrebbe dire il marxismo e la crisi. Il nocciolo di entrambi i libri consiste, infatti, nella critica da un punto di vista marxista delle diverse letture della crisi e allo stesso tempo nella critica dei comportamenti della sinistra di fronte alla crisi.

Va da sé, infatti, che l’affermazione di cui sopra non sta avendo i successi desiderati. La sinistra moderata, quella che Bellofiore definisce social-liberista, non solo ai tempi di Toni Blair, ma nelle spire di una crisi che per l’Europa, con l’eccezione della Germania e del suo satellite, la Polonia, appare ancora più grave di quella che prese le mosse dal crollo di Wall Street nell’ottobre del 1929, ha assunto pratiche e atteggiamenti anche più liberisti del neoliberismo, mettendo in mostra il tipico entusiasmo dei parvenu. Quando questa rivista uscirà dalla tipografia, sarà già stata modificata la nostra Costituzione, con l’introduzione nell’articolo 81 dell’obbligo del pareggio di bilancio, vero mantra del credo neoliberista.

Nicola Acocella: Crisi, equità, sviluppo

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Crisi, equità, sviluppo*

di Nicola Acocella

Le politiche di crescita sono diventate un elemento imprenscindibile, per allentare i costi sociali della crisi e per evitare che si avviti ulteriormente, ma vanno realizzate puntando all'equità

Vorrei rovesciare l’ordine dei concetti che compongono il tema di questa tavola rotonda. Non soltanto perché di sviluppo (di crescita, in realtà) si parla molto in questi ultimi mesi, ma anche perché è opportuno avere qualche punto fermo. Qualcuno da tempo ha sottolineato l’opportunità di azzerare la crescita o di attivare un processo di decrescita (gli studiosi del Club di Roma e Georgescu-Roegen tra i precursori; tra i principali fautori: S. Latouche; in Italia, G.Ruffolo, M. Cacciari ed altri) per salvaguardare il futuro del pianeta e, con esso, dell’umanità. Si tratta di persone stimabili e devo dire che condivido le loro preoccupazioni, che non possono essere dismesse molto facilmente sul piano analitico. Però, dello sviluppo abbiamo necessità. Deve trattarsi non di sola crescita e deve essere sostenibile, ma dello sviluppo non possiamo fare a meno. Una prospettiva, alla John Stuart Mill, di stato stazionario, nella quale non ci sia motivo per ‘urtarsi e scavalcarsi’ e ci sia spazio per la contemplazione della natura e per la riflessione, è certo densa di aspetti esteticamente, ecologicamente ed eticamente apprezzabili. Temo però che una tale prospettiva sarebbe possibile soltanto con una redistribuzione drastica delle attuali ricchezze, nell’ambito dei paesi sviluppati e, soprattutto, fra questi e i Pvs. Infatti, lo stato stazionario sarebbe accettabile soltanto da chi abbia attualmente una posizione di privilegio nella società. Ma la redistribuzione potrebbe avvenire soltanto attraverso scontri violenti e con costi umani inimmaginabili. La redistribuzione è necessaria, non può essere affidata al trickle down, ma ad un’azione riformatrice lunga e tenace, dove il termine riformatrice è inteso nel senso in cui esso era usato da Caffè.

Passiamo ora alla crisi. Nella crisi siamo immersi. Quali ne sono i costi immediati e quali i riflessi sulle prospettive di sviluppo? I costi immediati sono enormi. Non mi occupo dei costi politici della crisi, per i riflessi perniciosi che essa può avere, come già in passato, sulle velleità autoritarie nei paesi più coinvolti.

Ida Dominijanni: Sul confine fra forza e violenza

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Sul confine fra forza e violenza

Ida Dominijanni

La voce della filosofa, della militante, dell'intellettuale in lotta contro il conformismo imperante. Lo spettro ritornante degli anni di piombo, un passato scongiurato per essere evocato e viceversa

Capita a volte che il momento più giusto, per un gesto politico, coincida con quello più scomodo. Capita, in particolare, quando il gesto politico in questione prende di mira il conformismo imperante, attaccandolo in un punto sensibile. Capita, nella fattispecie, all'ultimo saggio di Luisa Muraro, un «gransasso» Nottetempo intitolato Dio è violent, che piomba per l'appunto come un sasso nelle acque stagnanti del dibattito politico, attaccandone il conformismo nel punto sensibile, irritato e irritante, della violenza (e della nonviolenza).

Mossa imprevista, da parte di una pensatrice femminista: non ci ha abituate, l'ordine del discorso dominante - e anche l'ordine dominante del discorso femminista - a mettere gli uomini dalla parte della violenza, e le donne, che della violenza maschile sono l'oggetto prediletto, dalla parte della nonviolenza? Non è un fatto assodato che l'ordinamento democratico escluda la violenza e sia anzi teso a neutralizzarla ogni volta che compare, e che a questo comandamento democratico si sia infine piegata,«senza se e senza ma», anche tutta la sinistra erede di una tradizione novecentesca che dalla violenza non era stata esente? C'è qualcosa da scompaginare, e che cosa, in questo quadro assodato e tranquillizzante?

Qualcosa c'è, e in verità si è scompaginato da solo: l'ordine del discorso non dice più la realtà delle cose. Nella realtà delle cose, gli ordinamenti democratici vanno a braccetto con guerre illegali violentissime ma definite «giuste» e «umanitarie», con un uso sempre più cinicamente violento di alcuni poteri (per primo quello economico-finanziario), con una governamentalità biopolitica che con una violenza sempre più subdola fa presa sui corpi e sulle anime dei governati, con un'esplosione di micro e macroviolenza quotidiana insensata ed efferata contro gli altri (dal cosiddetto femminicidio alle bombe di Brindisi) e contro se stessi (i suicidi da disperazione economica).

Massimo Recalcati: L'evaporazione del padre nella scuola "senza Legge"

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L'evaporazione del padre nella scuola "senza Legge"*

Daniele Balicco intervista Massimo Recalcati


Nel 2004 il liceo Parini di Milano fu letteralmente devastato da un’occupazione che lo rese inagibile per alcuni mesi. Riconosciuti i responsabili, il preside, insieme al corpo docente, decise di non adottare alcun intervento disciplinare contro i ragazzi responsabili della devastazione. Per iniziare la nostra conversazione le chiedo di commentare, riferito a questo caso particolare, il giudizio di Roberta De Monticelli: “la sostanziale impunità fa male, tanto a chi ne fruisce quanto alla comunità. [Questi ragazzi hanno così ricevuto] una supplementare cura di inconsapevolezza […] [perché sono stati] privati del senso delle conseguenze delle proprie azioni, che è un costituente essenziale della libertà”[1].

La Legge, per come la pensa la psicoanalisi, vale a dire la legge simbolica, che è la legge della castrazione, si manifesta attraverso l’introduzione dell’impossibile. La Legge segnala l’esistenza di una soglia, di un limite che è impossibile valicare, riprendendo per altro una tradizione che sta all’origine dei testi biblici. E tuttavia, a differenza dei testi biblici, questo impossibile non si chiama Eden, ma incesto. Cosa significa? Significa che è impossibile per l’uomo fare esperienza di un godimento illimitato, che è il godimento della cosa materna. Questo godimento senza limiti è interdetto dalla Legge, la cui funzione è precisamente quella di introdurre il senso del limite come elemento costitutivo dell’esperienza umana. Nello stesso tempo, questo impossibile è ciò che paradossalmente apre la possibilità stessa del desiderio.

Per venire al nostro caso, il diritto ad essere puniti è un diritto, senza dubbio. Tuttavia, per uno psicoanalista questa idea rischia sempre di scivolare verso un terreno che è quello del godimento sadico di chi esercita la punizione.

Claudio Gnesutta: I nodi gordiani dell'Europa

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I nodi gordiani dell'Europa

di Claudio Gnesutta

L'Eurozona rischia di implodere, a causa di asimmetrie interne, carenze istituzionali e classi dirigenti inadeguate. Nel suo ultimo libro Bruno Amoroso propone come via d'uscita "un sistema monetario flessibile"

L’incertezza sul futuro dell’euro si accentua di giorno in giorno per l’assenza, o meglio per i pericolosi ritardi, che l’attuale dirigenza politica europea manifesta nel trovare soluzioni che diano respiro ai paesi più deboli dell’eurosistema a superare le difficoltà finanziarie in cui sono coinvolti.

È paradossale che un sistema monetario immaginato per consolidare la società europea in un progetto di Unione sovranazionale operi invece come moltiplicatore delle tensioni politiche interne quando viene investito da uno shock proveniente dall’esterno. La crisi finanziaria si è infatti diffusa a diversi livelli (produttivo, occupazionale, di finanza pubblica, del sistema bancario ecc.) evidenziando la sua natura “sistemica” che rende molto problematiche le politiche di stabilizzazione di molti paesi dell’eurozona. Se le istituzioni della moneta unica hanno dimostrato di poter contenere gli effetti della crisi sul sistema bancario, esse si sono invece dimostrate ampiamente inefficaci nel fronteggiare le difficoltà del settore pubblico e del suo debito. Anzi, la linea di austerità imposta dalle autorità di Bruxelles, volta a privilegiare il riequilibrio dei conti pubblici in un contesto di conclamata recessione, ha ovviamente reso ancor più complessa la situazione dei paesi più deboli.

L’inadeguatezza istituzionale dell’eurozona si manifesta nell’asimmetria dei suoi meccanismi. Essi hanno richiesto (e richiedono) ai paesi-membri di rinunciare a importanti strumenti di politica economica (monetaria e valutaria) per favorire lo sviluppo dell’Unione, ma, nel momento delle difficoltà, li lascia soli nel risolver da sé i propri problemi. Se tutti si sono sottoposti a una regola comune, logica vorrebbe che tutti dovrebbero sentirsi compartecipi nella gestione delle difficoltà che sono accentuate da questo squilibrio istituzionale dell’euro.

Sandro Chignola: Scuola e istruzione beni comuni?

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Scuola e istruzione beni comuni?

La scuola oltre il limite, ovvero insegnare fuori dal neoliberismo

Marco Ambra intervista Sandro Chignola

Sandro Chignola, filosofo veronese, studioso del pensiero di Michel Foucault e curatore di Governare la vita. Un seminario sui Corsi di Michel Foucault al Collège de France (1977-1979) (ombre corte, Verona 2006, pp. 154, 13 euro) ci aiuta a dissipare il rumore mediatico che avvolge in questi giorni la proposta di legge Profumo, attraverso un’analisi serrata del ruolo della scuola pubblica nella società italiana contemporanea e della funzione svolta dall’ideologia del merito nei progetti nei progetti di riorganizzazione dell’ultimo ventennio.

Marco Ambra: Partiamo proprio dai processi di riorganizzazione della scuola in corso dagli anni ’90. Lei li ha descritti nei termini di una ristrutturazione secondo l’ideologia del new public management: la graduale privatizzazione della scuola pubblica, l’implementazione di una tecnologia didattica delle competenze, il coinvolgimento di tutti gli share holders (genitori, studenti, funzionari pubblici, dirigenti) nella valutazione dell’attività didattica, anche attraverso strumenti di misurazione statistico-quantitativa (come le prove INVALSI). In che modo questi punti-guida dell’azione riorganizzatrice della scuola pubblica creano uno spazio nel quale può inserirsi quello che Foucault, nella Nascita della biopolitica, rileva come uno dei dispositivi più efficaci del neoliberismo: l’idea di un individuo imprenditore di sé, ontologicamente primo rispetto alla società nella quale agisce? In che senso questa riorganizzazione è sostenuta da un’episteme pedagogica espressione della didattica delle competenze?

Sandro Chignola:
Il fatto che io mi riferisca a Sicurezza, territorio e popolazione e alla Nascita della biopolitica per decostruire gli interventi di riforma che si sono abbattuti sulla scuola pubblica a partire dagli anni ’90 è qualcosa che in qualche modo Foucault stesso auspicava quando ribadisce, nelle interviste, di pensare alla propria opera come ad una cassetta degli attrezzi. L’opera foucaultiana non è una disciplina o un pensiero chiuso nella propria coerenza, quanto piuttosto una «freccia scagliata al cuore del presente» (Habermas), un repertorio di argomenti, mosse, analisi che potevano e possono essere proseguite.

Sergio Cesaratto: La dannazione tedesca sull’euro

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La dannazione tedesca sull’euro*

Sergio Cesaratto

Mentre il prode Monti offre ai tedeschi un ricco pacchetto di imprese pubbliche italiane a garanzia del piatto di riso (o crauti) che ci daranno in cambio, ci domandiamo come mai solo Alfano alzi un po' la voce, con la sua credibilità zero. In fondo all'articolo ho aggiunto altri due scenari, di Munchau e Rodrik, anche più pessimistici del mio.

La crisi finanziaria europea ha subito una accelerazione, attesa dagli osservatori più avveduti. Esaminiamone gli esiti possibili e la loro eventualità.

(a)    La continuazione delle attuali politiche imposte dalla Germania di sostegni tampone ai paesi periferici e austerità. Il fallimento dell’aiuto concesso alle banche spagnole lo scorso fine settimana e la possibile vittoria di Syriza nelle elezioni greche (che ci auguriamo) suonano la campana a morto per tale strategia.

(b)   Una integrazione europea più stretta che da un lato dia una qualche rassicurazione ai mercati di una garanzia europea sui debiti, e dall’altro avochi a una commissione tecnica a Bruxelles le decisioni nazionali di bilancio. Tale piano non è altro che un rafforzamento della prima strategia, inaccettabile sotto il piano della democrazia - diventeremmo de jure colonie tedesche - e disastroso sul piano economico: la periferia europea sarebbe condannata a un declino che la ridurrebbe a livelli di vita assimilabili ai paesi più poveri dell’Europa dell’est.

Nessuna delle due strategie assale alla radice il problema europeo: una drammatica perdita di competitività della periferia dovuta alla moneta unica in paesi fragili già esposti alla globalizzazione. Per assalire tale problema le strategie sono due:

(c)    Quella più auspicabile è che la Germania, di fronte al baratro, decida di assumere il ruolo che per importanza economica e politica le spetta di paese leader europeo e globale.

M.Travaglio e B.Grillo: “Non fregheranno i 5 stelle con Saviano, Passera o Montezemolo”

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“Non fregheranno i 5 stelle con Saviano, Passera o Montezemolo”

Marco Travaglio intervista Beppe Grillo


Ora mi tocca diventare moderato, sennò questi partiti spariscono troppo rapidamente. Sono anni che dico che sono morti, ma insomma, fate con calma, non esagerate a prendermi alla lettera…”.

Beppe Grillo se la ride mentre strimpella la sua pianola canticchiando su una base vagamente jazz, nel salotto della sua villa bianca con vista sul mare di Sant’Ilario (Genova). Accanto c’è quella rossa dove viveva Bartolomeo Pagano, l’attore che interpretava Maciste nei kolossal degli anni ’10 e ’20, ora abitata dai suoi eredi. Ma “Grillo contro Maciste” è un film che rischia di uscire presto dalle sale: l’ultimo sondaggio di La7 dà i Cinquestelle al 20 per cento, seconda davanti al Pdl, a 5 punti dal Pd.

“Se ne stanno andando troppo in fretta. Io faccio di tutto per rallentare, mi invento anche qualche cazzata per dargli un po’ di ossigeno, ma non c’è niente da fare, non si riesce a stargli dietro. Devo darmi una calmata nell’attaccare i partiti, anzi devo convincere la gente a fare politica, a impegnarsi, a partecipare. È una fase nuova, dobbiamo cambiare un po’ tutti, anch’io. La liquefazione del sistema è talmente veloce che domani rischiamo di svegliarci e non trovarli più. E poi come si fa? Non siamo pronti a riempire un vuoto così grande”. In casa, alla spicciolata per il pranzo, arriva l’intero Comitato Centrale del terribile M5S: il fratello maggiore Andrea, pensionato, la moglie Parvin e i figli più piccoli Rocco, 18 anni, e Ciro, 11. Andrea ha già letto tutti i giornali e fa la rassegna stampa al volo. Parvin dice che Renzo Piano telefona in continuazione per sapere come sta Beppe, ha paura per lui dal primo V-Day. Rocco non sopporta che il padre venga riconosciuto per strada, lo vorrebbe sempre col casco della moto in testa. Per Ciro invece, che si allena in giardino col pallone contro le finestre, un po’ di popolarità non guasta. “Ma cosa scrivi, facciamo due chiacchiere e basta. Per le interviste è presto, lasciami godere ancora qualche giorno lo spettacolo.

Claudio Valerio Vettraino: Ho un Grillo per la testa

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Ho un Grillo per la testa

La comune a “cinque stelle” alla prova del XXI secolo

di Claudio Valerio Vettraino

La vittoria del MoVimento Cinque Stelle ha dimostrato due fatti decisivi per la politica italiana e non solo.

Innanzitutto ha decretato l’assoluta evanescenza (a seconda dei casi) dei partiti tradizionali, ormai ritenuti dalla schiacciante maggioranza della popolazione inutili ed inaffidabili. Dunque, l’euforia elettorale dei vari Bersani e Di Pietro  certifica la miopia di un sistema che non comprende o non vuole comprendere il suo ritardo, il suo elefantiaco spegnersi nel non rappresentare più nulla, se non il vuoto ideologico ed organizzativo del loro perpetuarsi. Ovviamente non bisogna confondere gli apparati dei partiti, la loro burocrazia, gli equivoci personaggi che bazzicano le loro sedi, con gli onesti e scrupolosi funzionari che lavorano e si sacrificano per un’idea, un progetto (qualora ce ne fosse ancora uno in grado di appassionare le masse e rendere vive le coscienze) di società, umanità ad venire.

E’ un liquefarsi sotto il cielo della politica e dell’incalzare dei movimenti civici e dei cittadini che dal basso, in piena autonomia, propongono un’idea diversa di gestione della cosa pubblica a partire dai loro bisogni concreti, solo apparente e non va perciò sottovalutato. L’esaurirsi politico dei partiti e, con essi, di un sistema di potere, viene mitigato e “compensato” dal mantenersi in vita dei partiti come centri di potere economico-finanziario. I partiti dunque sopravvivono alla loro estinzione non solo come rappresentanti di un forma di gestione del potere “obsoleta ”, ma come effettivi coaguli di intrecci d’impresa e finanza. I partiti sopravvivono riducendosi alla loro forma essenziale, alla loro elementarità economica di gestori pubblici (essendo però enti giuridici privati) di interessi affaristici.

Jacques Bidet: Il mondo svelato del dio mercato

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Il mondo svelato del dio mercato

Jacques Bidet*

La necessità di ripartire dal Capitale per vedere i punti forti e i limiti di una teoria che si poneva come obiettivo il superamento di un modo di produzione divenuto dominante nel mondo. Anticipiamo la relazione che il filosofo francese Jacques Bidet presenterà in un seminario all'Università Roma 3 della capitale

Dopo avere, per quindici anni, costantemente rielaborato i suoi concetti e argomenti, Marx consegnò finalmente la sua ultima versione del Capitale. Il compito di continuare questo lavoro, incompiuto, spetta a coloro che vengono dopo. Due vie sono aperte. La prima è filologico-teorica. Per quali rotture e attraverso quali tappe Marx ha sviluppato la sua teoria? Quali sono gli strumenti concettuali che ha trovato negli storici, economisti e filosofi che lo hanno preceduto? Come li ha trasformati e integrati? Quali novità ha apportato? Qual è la coerenza del tutto? Domande costantemente ravvivate da una migliore conoscenza dei suoi scritti e da nuove messe in prospettiva. L'altra via riguarda il valore di questa teoria, la rilevanza dei suoi concetti, la sua capacità euristica e pratica. È la questione del vero e del falso.

Queste due vie sono inseparabili. Separarle significa o attenersi al progetto, illusorio, di cercare la chiave di questa teoria di scienza sociale in una qualche filosofia che l'ha ispirata. Oppure ripiegare sull'idea, altrettanto discutibile, che essa abbia il privilegio di essere insuperabile nel suo ordine. Oggi si deve prendere atto che il capitalismo domina il mondo più che mai. Il popolo militante sembra incapace di superare la sua impotenza politica. Coloro che sono impegnati nel campo della teoria non hanno dunque altra scelta che continuare a scontrarsi con la sfida della scienza: lavorare per ridisegnare quel che sembra essere insufficiente o errato nella concettualità di Marx, per capire meglio la nostra società e la sua storia, e aprire una prospettiva politica. Questa è la via in cui, con molti altri, mi sono impegnato.


La doppia natura del lavoro


Il capitalismo si dà, lo sappiamo, come una «economia di mercato».

Paul Craig Roberts: Prima o poi un crollo della finanza busserà alla porta

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Prima o poi un crollo della finanza busserà alla porta

di Paul Craig Roberts

Fin dall'inizio della crisi finanziaria e della contrazione dei consumi, la domanda che ci siamo posti è stata: “Come può la Federal Reserve mantenere a zero i tassi di interesse per le banche e applicare tassi reali negativi per i risparmiatori e gli obbligazionisti mentre il debito pubblico degli Stati Uniti aumenta di 1.500 miliardi dollari ogni anno per il suo deficit di bilancio?”

Non molto tempo fa la Fed ha annunciato che avrebbe continuato questa politica per altri due o tre anni. Ma la Fed è vincolata alla politica e se non tenesse artificiosamente bassi i tassi di interesse, il costo degli interessi sul debito pubblico sarebbe così alto che ci si dovrebbe fare domande sul rating di credito che gode il Tesoro degli Stati Uniti e sulla vitalità del dollaro.

Allora si che verrebbero a galla tutti i problemi sulle migliaia di miliardi di dollari di interest rate swap e di tutti i derivati.

In altre parole, la deregolamentazione finanziaria ha permesso a Wall Street di giocare d'azzardo. La decisione del governo degli Stati Uniti di salvare le banche per farle sopravvivere e la Federal Reserve con la sua politica di zero tassi di interesse ha messo il futuro economico degli Stati Uniti, e la sua moneta, in una posizione insostenibile e pericolosa. Non sarà possibile continuare a inondare i mercati obbligazionari con 1.500 miliardi dollari in nuove emissioni ogni anno se il tasso di interesse sulle obbligazioni sarà inferiore al tasso dell’inflazione. Chiunque acquistasse un Treasury Bond comprerebbe un bene che si deprezza. Per di più è un rischio molto alto investire in titoli del Tesoro. Un tasso di interesse basso significa che il prezzo pagato per una obbligazione è molto alto. Un aumento dei tassi di interesse, che deve venire prima o poi, farà crollare il prezzo delle obbligazioni e infliggerà perdite in conto capitale a tutti i detentori di obbligazioni, sia nazionali che estere.

Filippomaria Pontani: L’antica Grecia verso le elezioni del 17 giugno

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L’antica Grecia verso le elezioni del 17 giugno

Filippomaria Pontani

In greco, a volte, le parole fanno miracoli. Quella più gettonata, e temuta, è di questi tempi il sostantivo refstòtita, derivato dal verbo reo, “scorrere”, che generazioni di ginnasiali hanno coniugato come paradigma del presente indicativo dei contratti: refstòtita è un perfetto bisenso che indica sia la “volatilità” dell’elettorato, sfuggente come una saponetta sotto gli usurati guantoni dei sondaggisti, sia la “liquidità” del contante che disperatamente manca alle casse dei cittadini e dello Stato. È sullo scheletro di questo bisenso che vorrei impostare le impressioni che seguono, tratte da un viaggio breve ma intenso nell’Ellade perduta, sospesa tra le elezioni del 6 maggio e quelle incombenti del 17 giugno: chi avrà la pazienza di leggere potrà saggiare da sé le analogie che legano i problemi qui descritti alla situazione del nostro Paese – in rispettoso omaggio a chi insiste da mesi sul fatto che «noi non siamo la Grecia».


1. Liquidità


Con singolare tempismo, in una lettera spedita il 24 maggio scorso al capo dello Stato Kàrolos Papulias (e resa pubblica dal giornale Vima la domenica successiva), l’ex premier Lukas Papadimos, autorevole esponente della tecnocrazia di scuola occidentale che ha traghettato il Paese verso l’attuale impasse, informava le autorità che le casse dello Stato sono vuote, anzi per la precisione che i 700 milioni ancora a disposizione basteranno fino al 18 giugno, mentre dal 20, tre giorni dopo le elezioni, s’inizierà ad andare in rosso, e dunque non si potranno pagare né stipendi né pensioni (per le spese correnti servirebbero almeno 3 miliardi al mese). Sull’evidente caratura politica di un simile allarme tornerò tra un momento: per ora consideriamone il contenuto, che è ragionevole supporre veritiero.

CAU e Clash City Workers: Crisi dell’Eurozona

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Crisi dell’Eurozona

Cos’è, quanto male fa e cosa possiamo fare noi

di CAU e Clash City Workers

“Crescita vs Austerity”: questo è il tema che sta monopolizzando il dibattito pubblico in mezza Europa. In particolare dopo le elezioni greche di maggio e la salita all’Eliseo di François Hollande, non passa giorno senza assistere sui media a vere e proprie tenzoni tra economisti e politici dei due diversi schieramenti. Da una parte coloro che invocano il rigore a tutti i costi, indicano la Germania come “modello” e avversano il progetto di Eurobond, dall’altra invece chi chiede politiche maggiormente “espansive”, ritiene il governo Merkel responsabile del perdurare della crisi europea e vuole una riforma della BCE.

Insomma tra i padroni del vecchio continente è in atto un vero e proprio scontro che si palesa ad ogni vertice europeo e internazionale. Ogni “guerra” però ha bisogno di consenso e così, in tutti i paesi dell’Unione, i vari apparati della propaganda borghese lavorano a pieno regime mistificando la realtà e tentando di incanalare il malessere sociale verso nuove forme di nazionalismo.

Infatti, se diamo uno sguardo ai principali quotidiani europei, vediamo che a noi italiani raccontano che la colpa è dei greci “fannulloni” e dei tedeschi “troppo ottusi”, in Germania sostengono che il problema non sono solo gli ellenici ma anche gli italiani tradizionalmente “sfaticati”, e in Francia invece si fa leva su uno sciovinismo mai del tutto sopito. Ancora una volta la controparte padronale cerca di governare il conflitto di classe mettendo i proletari europei gli uni contro gli altri. Intanto le alleanze si fanno e si disfano: ieri c’era l’asse Parigi-Berlino, poi c’è stato quello Monti-Merkel, oggi sembrano tutti contro la Germania... Una dinamica effettivamente molto simile a quella di un conflitto, dove magari i lavoratori non sono chiamati a combattere, ma a tifare per la patria sì, accettando la malsana idea che esista una coincidenza tra i propri interessi e quelli dei padroni.

A nostro avviso questa situazione, fatte le debite proporzioni, ricorda molto quella dei primi vent’anni del secolo scorso e, in particolare, dell’Europa alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: una situazione caratterizzata da un fronte padronale estremamente diviso e impegnato a combattere al proprio interno.

Ennio Abate: Una premessa e otto tesi per essere (criticamente) molti in poesia

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Una premessa e otto tesi per essere (criticamente) molti in poesia[1]*

di Ennio Abate

Premessa
 
Partiamo da qui: è crollata una chiara definizione dei confini della poesia, è stata svalutata dal prevalere della società dello spettacolo e dalla TV la lettura in generale  e lo studio di quei testi, che autorità riconosciute nel campo della critica e nella comunità dei poeti avevano fino a ieri garantito come  poesia. La poesia, come dopo un’esplosione, sembra disseminata  dappertutto: nelle canzoni,  nei testi di amici e conoscenti, nei poeti pubblicati dai massimi e dai minimi editori, nelle plaquette autoedite, sul Web…

Questa crisi ho cercato di leggerla attraverso il fenomeno dell’essere molti in poesia. Che è sotto gli occhi di tutti, ma rimosso, non pensato, poco indagato nei suoi aspetti ambivalenti, positivi e negativi. La proliferazione elefantiaca e  incontrollata delle scritture poetiche, parapoetiche o similpoetiche (Raboni) è dovuta a tanti fattori (sociali, economici e tecnologici) sui quali qui non posso fermarmi.[2] Ma mi preme indicare come concausa anche il disarmo della critica. Che, tranne eccezioni, ha preferito affrontare la crisi della poesia (e di se stessa) tirando i remi in barca e vivendo di rendita, come fecero gli antichi mercanti borghesi che, durante il Seicento, nel periodo della rifeudalizzazione, diventarono proprietari fondiari e rinunciarono ai rischi “militanti”. Il problema di cosa in tale produzione sia o non sia poesia (o se, non più dopo Auscwitz, ma dentro questa globalizzazione selvaggia, abbia ancora senso scrivere o fare poesia), non è stato neppure affrontato o non ha ottenuto  ragionevoli risposte.

Joseph Stiglitz: Il problema di quelli dell'un per cento

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Il problema di quelli dell'un per cento

di Joseph Stiglitz

Cominciamo definendo la premessa di base: le disuguaglianze negli Stati Uniti si stanno ampliando da decenni.  Siamo tutti consapevoli del fatto. Sì, proprio in questo momento ci sono alcuni a destra che negano questa realtà, ma gli analisti seri dell’intero spettro politico la danno per scontata. Non ripercorrerò qui tutte le prove, se non per dire che il divario tra l’un per cento e il novantanove per cento è vasto se considerato in termini di reddito annuo e ancora più vasto se considerato il termini di ricchezza, cioè in termini di capitale accumulato e di altre attività. Si consideri la famiglia Walton: i sei eredi dell’impero Walmart possiedono una ricchezza complessiva di circa 90 miliardi di dollari, che equivale alla ricchezza del 30% più in basso nella società statunitense. (Molti, giù in fondo, hanno un patrimonio netto pari a zero, o negativo, specialmente dopo il crollo del settore immobiliare).  Warren Buffett è stato corretto nel descrivere la cosa quando ha affermato: “E’ in corso una guerra di classe da vent’anni e la mia classe sta vincendo”.

Dunque no: c’è poco da discutere sul fatto fondamentale dell’allargamento della disuguaglianza. Il dibattito è sul suo significato. Da destra a volte si ascolta la tesi che la disuguaglianza è fondamentalmente una cosa buona: quando i ricchi si avvantaggiano maggiormente, lo stesso vale per tutti gli altri. Questa tesi è falsa: mentre i ricchi si sono fatti più ricchi, la maggior parte degli statunitensi (e non soltanto quelli al fondo della scala sociale) non è stata in grado di conservare il proprio tenore di vita, per non parlare del tenersi al passo. Un tipico lavoratore maschio a tempo pieno riceve oggi lo stesso reddito che riceveva un terzo di secolo fa.

Al tempo stesso a sinistra la disuguaglianza in ampliamento spesso sollecita a un appello alla semplice giustizia: perché così pochi devono avere così tanto quando così tanti hanno così poco?

Maurizio Donato: La guerra dei mercati

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La guerra dei mercati

Competizione, speculazione e interessi nella crisi dell’eurozona

Maurizio Donato*

La domanda che questo articolo si pone è se la correlazione tra rendimenti sui titoli del debito e stabilità dei conti pubblici di un paese  sia sufficientemente robusta da reggere da sola il peso della spiegazione della tempesta che si è abbattuta dalla primavera del 2011 sui titoli pubblici di alcuni paesi europei.

L’ampliarsi del differenziale tra i rendimenti dei titoli pubblici dei paesi europei sotto attacco e quelli del paese considerato più sicuro sintetizza la forma assunta dall’attacco speculativo: per continuare ad acquistare obbligazioni pubbliche degli Stati sottoposti a pressione, i “mercati finanziari” pretendono rendimenti elevatissimi. Se in seguito agli attacchi il paese fallisce e/o esce dall’euro, i rendimenti maggiori compenseranno il minor valore futuro atteso della nuova/vecchia moneta nazionale; se lo Stato non fallisce e resta (nel)l’euro, il guadagno sarà evidentemente ancora maggiore perché contabilizzato in una valuta forte.

Andrea Fumagalli: I metafisici sacerdoti di una scienza del potere

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I metafisici sacerdoti di una scienza del potere

Andrea Fumagalli

Contro l'economia politica: «L'austerity è di destra» La critica al pensiero economico dominante di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella coglie il segno, ma rischia di non vedere le nuove forme di sfruttamento

In una conferenza nel 1989, il premio Nobel Ilya Prigogine, tra i più noti fisici e chimici contemporanei, affermava che solo due discipline accademiche pretendevano, contro ogni evidenza epistemologica, di mantenere un approccio «metafisico»: la psicologia e l'economia politica. Riguardo la prima, non sono in grado di pronunciarmi. Riguardo la seconda, non si può che dar ragione a Prigogine. Sarà perché disciplina relativamente giovane, sarà perché i suoi maggior esponenti sono affetti da sindrome di inferiorità, ma solo l'Economia Politica ritiene, nella sua componente mainstream, di essere depositaria della «verità» in materia di regolazione economica e sociale dei mercati.

Ed è contro questa presunzione (che, non a caso, è assai funzionale al mantenimento delle forme attuali di governance) che il pensiero economico critico deve continuamente battersi nei rari spazi che l'accademia, in Italia meno che altrove, concede. Ne è testimonianza il pamphlet scritto da Emiliano Brancaccio e Marco Passarella dal titolo L'austerity è di destra (Il saggiatore, Milano, pp. 152, euro 13), pensato anche come possibile risposta ad un altro pamphlet di Giavazzi e Alesina: Il liberismo è di sinistra, pubblicato sempre da Il Saggiatore nel 2007.


La retorica della scarsità


L'affermazione del titolo dovrebbe essere ovvia, di questi tempi. L'austerity implica infatti l'adozione di politiche recessive.

Riccardo Bellofiore: L'euro non va. No complotto, sì lotta sociale

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L'euro non va. No complotto, sì lotta sociale

Roberto Santilli intervista Riccardo Bellofiore

"Non credo che l'euro sia un problema. Semmai, la sua costruzione è stata un problema".

L'economista Riccardo Bellofiore, professore ordinario al dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bergamo, ha la sua versione sulle condizioni terribili in cui versano l'Italia e l'Europa. E non coincide, non in tutto, con chi negli ultimi tempi si è scagliato contro il governo di Bruxelles, la Banca centrale europea (Bce) e, in Italia, Mario Monti e la moneta unica, considerata da alcuni economisti il vero scandalo al centro di tutto ciò che sta distruggendo la ricchezza europea.

Le critiche del prof contro Bruxelles, per capirci, non corrispondono a quelle di alcuni dei suoi colleghi.

“È sbagliata - spiega Bellofiore ad AbruzzoWeb - la posizione di quelli che credono che la crisi sia colpa dell'euro. L'origine della crisi europea non ha molto a che vedere con il bilancio pubblico, né con l'euro. Tutto risale alla crisi del debito privato del 2007-2008. Il che non toglie che sia deleteria l’ossessione degli eurocrati contro i disavanzi di bilancio e che il disegno istituzionale della moneta unica sia sbagliato".

"La crisi che stiamo vivendo - sostiene - è stata senz’altro resa drammatica dalla struttura istituzionale dell'Europa unita. Si vive con l'ossessione dei disavanzi del debito pubblico. I tecnocrati tagliano la spesa pubblica e impongono l’austerità e la privatizzazione di ogni servizio, le uniche medicine che conoscono. Senza contare il modo in cui la Bce gestisce i finanziamenti dei disavanzi”.

“Non ci si può arrabbiare troppo con Mario Draghi, presidente della Bce - continua Bellofiore - accusandolo, per esempio, di non aver permesso l’acquisto dei titoli di Stato da parte della Banca centrale.

Maurizio Merlo: Il governo tecnico delle scienze

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Il governo tecnico delle scienze

di Maurizio Merlo

1. Crisi della mediazione scientifica

Una critica che si attardasse a rilevare il deficit di politicità che il governo tecnico apparentemente esibisce e cercasse invece di far valere ragioni di politica di equilibrio e rappresentanza, mancherebbe il suo bersaglio polemico. In quanto determinazione istituzionale interna alla centralità e autonomizzazione degli esecutivi – che si prospetta oramai come una costante di lungo periodo – il governo opera un dislocamento della tecnica della decisione politica dallo stato di eccezione alla produzione e riproduzione di un’omologia strutturale tra scienza e politica della società, tra governo dei saperi e riarticolazione del sociale.

Parliamo di governo tecnico delle scienze dentro l’approfondirsi della crisi generale della media­zione sociale e come caratteristica di lungo periodo della fase attuale. E intendiamo non solo la crisi della rappresentanza politica come istituzione per eccellenza della mediazione, ma della società come tale e in essa del sistema – del ciclo – della formazione.

La legittimità del governo dei saperi sta tutta nella sua distanza dai luoghi della produzione normativa, nella posizione che occupa all’interno delle articolazioni del legame tra messa al lavoro dei saperi sociali e denaro. È il denaro che sovradetermina il rapporto di produzione, piegando a tale sovradeterminazione anche le tradizionali istanze della rappresentanza. Nel rapporto di sottomissione monetaria che i governi cercano di imporre come unico legame sociale vengono ridisegnate le condizioni generali del sistema della produzione e dunque le figure della sussunzione generale al rapporto di capitale. Come il denaro si mostra privo di pathos e libero dalla dimensione passionale e perciò mobile della politica, così il governo tecnico (pur nelle lacrime prive di pathos di una ministra) svolge il proprio ruolo in uno scenario di pretesa ri-naturalizzazione del legame sociale.

Slavoj Žižek: La Grecia ci salverà

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La Grecia ci salverà

Written by  Slavoj Žižek

Il testo dell'intervento del filosofo sloveno alla convention di Syriza ad Atene.
 
Al termine della sua vita Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, fece la famosa domanda «che cosa vuole una donna?», ammettendo la perplessità di fronte all'enigma della sessualità femminile. Una simile perplessità sorge oggi: «Che cosa vuole l'Europa?» Questa è la domanda che voi, il popolo greco, state rivolgendo all'Europa. Ma l'Europa non sa quello che vuole. Il modo in cui gli stati europei e i media riportano ciò che sta accadendo oggi in Grecia è, credo, il miglior indicatore di che tipo di Europa vogliono. È l'Europa neoliberale, è l'Europa degli stati isolazionisti. I critici accusano Syriza di essere una minaccia per l'euro, ma Syriza è, al contrario, l'unica possibilità che ha l'Europa. Ma quale minaccia. Voi state dando all'Europa la possibilità di uscire dalla sua inerzia e di trovare una nuova via.

Nelle sue note sulla definizione di cultura, il grande poeta conservatore Thomas Eliot ha sottolineato quei momenti in cui l'unica scelta è tra eresia e il non credere. Vale a dire momenti in cui l'unico modo per mantenere il credo, per mantenere viva la religione, è necessario eseguire una diversione drastica dalla via principale. Questo è ciò che accade oggi con l'Europa. Solo una nuova eresia - rappresentata in questo momento da Syriza - può salvare ciò che vale la pena salvare dell'eredità europea, cioè la democrazia, la fiducia nelle persone, la solidarietà egualitaria. L'Europa che vincerà, se Syriza verrà messa fuori gioco, sarà un'Europa con valori asiatici: e, naturalmente, questi valori asiatici non hanno nulla a che fare con l'Asia, ma con la volontà attuale ed evidente del capitalismo contemporaneo di sospendere la democrazia.

Si dice che Syriza non ha abbastanza esperienza per governare. Sono d'accordo, manca loro l'esperienza di come far fallire un paese, truffando e rubando. Non avete questa esperienza.

Fabio Damen: Alle radici della crisi

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Alle radici della crisi

La caduta dei profitti e la finanziarizzazione dell'economia

di Fabio Damen

Sulle cause di questa crisi si è detto di tutto e di più, sia in campo borghese che in quello marxista. Nel secondo campo, quello che a noi più interessa, viene, tra le altre, riproposta la tesi ‘classica’ della sovrapproduzione o del sottoconsumo, con conseguente saturazione dei mercati, quale motore propulsivo della crisi. In questo caso non si prendono in considerazione gli aspetti peculiari che hanno caratterizzato la vita del capitalismo negli ultimi decenni e, quindi, le differenze – rispetto alle ‘normali’ recessioni – che sono all’origine del rigonfiamento e dello scoppio della bolla speculativa, dell’abnorme crescita del capitale fittizio e delle ricadute sull’economia reale, già ampiamente compromessa dalle sue insanabili contraddizioni.

Nell’approfondimento che qui andremo a sviluppare, prenderemo in considerazione gli aspetti generali e di metodo dell’analisi da sovrapproduzione per poi confrontarli e integrarli, sulla base dei dati empirici, con quella della caduta del saggio medio del profitto, affrontando la questione nel lungo periodo, e non soltanto relativamente agli anni immediatamente vicini al 2007, data di inizio della crisi. Un buon punto di partenza potrebbe essere l’enunciazione di Marx nel capitolo quindicesimo, del libro terzo, relativo allo sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge: “D’altro lato in quanto il saggio di valorizzazione del capitale complessivo, il saggio del profitto, è lo stimolo della produzione capitalistica (come la valorizzazione del capitale ne costituiscono l’unico scopo), la sua caduta rallenta la formazione di nuovi capitali indipendenti e appare come una minaccia per lo sviluppo del processo capitalistico di produzione; favorisce infatti la sovrapproduzione, la speculazione, le crisi, un eccesso di capitale contemporaneamente a un eccesso di popolazione”.

È proprio la relazione tra la caduta del saggio del profitto, le crisi economiche e la sovrapproduzione di capitali – che non trovando ambiti sufficientemente remunerativi nella produzione vanno verso la speculazione, verso la creazione di capitale fittizio, contribuendo alla formazione di bolle speculative il cui unico approdo è l’esplosione del sistema finanziario con tutte le ricadute del caso sull’economia reale – che è stata la base di partenza.

Centri sociali del nordest: Sulla crisi e sull’europa: appunti di fase

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Sulla crisi e sull’europa: appunti di fase

Centri sociali del nordest

Economia mondo e crisi

L’insistenza, con cui negli ultimi tre anni abbiamo sottolineato il carattere “globale” della crisi attuale, non può far sottovalutare come essa si sviluppi in realtà in maniera tutt’altro che “omogenea”, ma anzi in forme fortemente differenziate nelle diverse aree del pianeta.

Insistendo sul carattere “sistemico” abbiamo infatti cercato di registrare, al tempo stesso tra le sue cause e i suoi effetti, il progressivo declino dell’egemonia economica, militare e politica degli Stati Uniti d’America (e dell’Occidente più in generale) sui processi globali e il progressivo affermarsi di nuovi potenti attori su scala planetaria. Le conseguenze della crisi finanziaria ed economica interessano infatti, in misura e con modalità assai differenti, i Paesi emergenti del cosiddetto BRICS, per i quali lo sviluppo capitalistico ha ancora caratteristiche espansive, non solo in termini di crescita del Pil, ma anche della forza lavoro occupata, del suo salario, del reddito per essa disponibile e delle dinamiche di riproduzione allargata e consumo.

Lo svilupparsi di una crisi inedita come quella attuale può produrre una sorta di “miopia” dell’analisi: una difficoltà a vedere bene le cose lontane che di contro, incentiva la troppa concentrazione dello sguardo ai particolari di prossimità. Il capitalismo globale, se si osserva ciò che accade lontano da noi, non sembra in crisi. Il Brasile, la Russia, L’India, la Cina e il Sudafrica registrano un incremento verticale dei processi di accumulazione capitalistica, in maniera opposta a quanto invece sta accadendo in tutti i paesi occidentali che hanno tassi di crescita vicini allo zero o in marcata recessione.

carmenthesister: Perché l'Unione Fiscale e di Bilancio non Funzionerebbe

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Perché l'Unione Fiscale e di Bilancio non Funzionerebbe*

di carmenthesister

Man mano che mi inoltro nelle letture consigliate, mi risulta sempre più chiaro il motivo per cui la crisi dell'euro non può essere risolta  con un'unione fiscale o di bilancio, come sembra cominciare a pensare generosamente la Germania, dopo che le sue esportazioni verso l'eurozona hanno iniziato il movimento discendente.

Per capirlo meglio, può essere utile ripercorrere un po' di storia del nostro controverso rapporto con l'area del marco.


Il Serpentone

Nel 1973 l'Italia aderì al primo tentativo fatto in Europa di integrazione monetaria denominato "serpente monetario", dove i paesi aderenti si impegnavano a mantenere le proprie valute ancorate al marco entro una banda di oscillazione, e insieme fluttuare nei confronti del dollaro.

Le autorità di governo allora si accorsero abbastanza presto che la creazione di un sistema di cambi fissi tra economie non perfettamente integrate può fortemente danneggiare alcune delle economie avvantaggiandone altre, e che l'Italia non era in grado di migliorare nel breve periodo le debolezze strutturali della sua economia per adeguarne la competitività a quella dei partners più forti, quindi per evitare di mandare il paese in stagnazione, decisero velocemente di uscire dal serpente.

Piotr (Пётр): Arlechin servidor de do paroni

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Arlechin servidor de do paroni

di Piotr (Пётр)

1. «Davanti a Obama, lite tra Monti, Hollande e Merkel. Eurolandia si spacca sul rischio contagio a Madrid».

Questo un titolo in grande rilievo nella sezione di economia dell’edizione di Venerdì 1° giugno dell’organo italiano del Democratic Party americano, “La Repubblica”.Si riferiva ad una videoconferenza tra Monti, Merkel, Cameron, Hollande e il presidente statunitense.

Obama attacca subito spingendo con insistenza sull’ipotesi di Unione Bancaria europea e per l’intervento diretto del fondo salva-stati (l’EFSF che è sul punto di trasformarsi nel più potente Esm) nel salvataggio delle banche spagnole.

Monti e Hollande appoggiano subito il pressing di Obama mentre la Merkel oppone un netto rifiuto: “La Germania è contraria ad un intervento diretto dell’EFSF; non vogliamo che il fondo con i soldi dei governi, spenda milioni in cambio di collaterali di banche già cotte”.

Sembra di sentire gli echi antinterventisti e moralistici della cosiddetta Scuola Austriaca.

Monti la scongiura di rifletterci sopra. In cambio l’Italia respingerà i tentativi di cambiamento dello statuto della BCE (cioè rinuncerà a chiedere che la BCE diventi prestatore di ultima istanza). Ma niente da fare: la partita è rimandata sotto gli auspici-minacce di Monti: “La Germania deve riflettere profondamente e rapidamente”.

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