SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Franco Soldani: Intervista

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Intervista a Franco Soldani*

di Davide Dell'Ombra

Davide DellOmbra: Quando cominciai, quattro anni fa, a interessarmi ai Suoi scritti, recensendo per SWIF i due volumi di Le relazioni virtuose (Uniservice 2007), mi colpirono subito due aspetti della Sua riflessione sul mondo della conoscenza: il primo aspetto riguarda la sensazione, già leggendo quell’opera e in seguito altre, di entrare in un circolo epistemico dal quale riesce difficile uscire, quello in cui ogni conoscenza scientifica e financo filosofica, nessuna esclusa, essendo «preformata dal capitale», risulta necessariamente falsa e inattendibile. A quel punto appare arduo ogni tentativo di risalire la corrente e, uscendo dal circolo vizioso, tuffarsi nella «realtà». Il secondo aspetto riguarda invece la pressoché totale assenza, ancora in quell’imponente scritto del 2007, di un riferimento preciso al pensiero di Marx, nonostante si facesse ampio ricorso a esso in generale. Questo secondo aspetto non potei fare a meno di sottolinearlo nella recensione ma, con grande piacere, ho notato che nel Suo ultimo lavoro, Colonialismo cognitivo (Faremondo 2011), Lei ha provveduto ampiamente a soddisfare la mia curiosità su quel particolare (si vedano le pagg.27 e segg.). Per riassumere, cosa secondo Lei Marx ha intuito dei rapporti tra cultura, società ed economia e cosa invece dei suoi scritti va considerato, come si usa dire, ‘superato’?


Franco
Soldani:

Intanto Dell’Ombra la ringrazio di avermi concesso l’opportunità di poter discutere con lei di questioni che neanche sfiorano la mente di coloro che rappresentano la cultura ufficiale (in genere il mondo dell’Accademia istituzionale, per non dire poi degli attuali Megamedia, divenuti ormai una sorta di Dipartimento della Propaganda dell’Occidente, sulla scia originaria del resto della Congregatio partorita nel 1640 dalla Chiesa di Roma). Diciamo pure che non esistono per questi soggetti. Le persone comuni, poi, ne sanno ancora meno. Se per me è dunque un’occasione gradita, per lei è senz’altro un merito.

Detto quello che andava detto, che d’altra parte era solo un prologo, entriamo pure in medias res.

Si potrebbe cominciare da una constatazione.

Giovanni Mazzetti: La rifondazione fallita

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La rifondazione fallita

Giovanni Mazzetti

Il problema non è se dirsi comunisti, ma come eventualmente provare ad esserlo. È necessario interrogarsi sul fallimento del tentativo di rifondarlo per capire dove si è sbagliato. E non correre dietro a qualsiasi forma di disagio e di opposizione

Nel 2007 scrissi con Luigi Cavallaro un articolo a quattro mani pubblicato sulla rivista Essere comunisti. Il titolo era "Perché essere comunisti" e rappresentava una risposta critica a Piero Di Siena che poco prima aveva posto, anche se in modo meno aperto, un interrogativo analogo a quello che la Rossanda ha lanciato recentemente sul giornale. Pochi mesi prima ero intervenuto al convegno organizzato anche dal manifesto, i cui atti sono poi stati raccolti dalla Manifestolibri in Rive Gauche. La mia riflessione si intitolava "Affinché la vittoria della sinistra non diventi una iattura". Era il periodo immediatamente antecedente le elezioni nelle quali l'alleanza di centrosinistra, l'Unione, era destinata a vincere, con i miseri risultati che oggi sappiamo e col disastro finale di cui ancora soffriamo le conseguenze.

Perché accennare a tutto ciò, pur lasciando da parte una valanga di altri allarmi lanciati a suo tempo? Perché non ci sto all'ennesima ripetizione, di quello che lentamente si sta trasformando in un gioco perverso. Personalmente sono comunista. Ma credo che il ripeterlo e il ripetermelo serva ormai a ben poco. Mi devo piuttosto interrogare sul come sia eventualmente possibile agire oggi in maniera coerente con questo bisogno. Perché nel frangente che stiamo attraversando il comunismo non solo non riesce più ad essere un movimento ma, come dimostra l'interrogativo della Rossanda, stenta addirittura a sopravvivere come bisogno.

Non è detto, infatti, che per il semplice affacciarsi sulla scena sociale un bisogno riesca ad avere un'esistenza reale. Come scriveva Marx sin dal 1843, «una cosa può essere resa necessaria dalla situazione», e alcuni soggetti possono affermare questa necessità, ma l'insieme delle condizioni esteriori possono precluderle «di entrare a far effettivamente parte della vita». In genere, quando ci si riferisce a queste condizioni esteriori le si immagina, opportunisticamente, solo come "forze indipendenti dai soggetti agenti"; nel nostro caso "la forza del capitale globale".

Augusto Illuminati: Mi raccomando, i fagiolini

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Mi raccomando, i fagiolini

di Augusto Illuminati

Senza dubbio, i licenziamenti selvaggi sono stati arginati. L’art. 18 varrà per i partiti, reintegrati nel posto fisso dopo la bocciatura nei sondaggi e nei messaggi imperiali da Pechino. E avranno per sovrappiù gli indennizzi, cioè i rimborsi allegri per Trote, spaghettini all’astice, ristrutturazioni edilizie all’insaputa dei beneficiari. Altri risultati dell’epocale riforma del lavoro non se ne vedono –e non è che non li veda io, pare che non li vedano neppure gli onniscienti mercati, stanti gli spread e l’andamento delle borse. Sorridono ABC (come i reparti militari addetti alle armi Atomiche, Biologiche e Chimiche), un po’ meno sindacati operai e padronali, si è “rasserenato” il Presidente Napolitano, che molto ha interferito sulla trattativa, distraendosi dai suoi consueti appelli per il consumo dei fagiolini e la moralità della politica.

Mentre i nodi della precarietà (complice una certa miopia sindacale) restano irrisolti e anzi si aggravano in modo palese, come testimoniano ogni settimana i dati Istat, mentre l’economia europea va a rotoli e si annuncia una nuova ondata di fallimenti e di ulteriori misure di contenimento a effetto recessivo, i dissestati partiti italiani tirano un sospiro di sollievo, illudendosi di contare qualcosa o almeno di sottrarsi per un attimo alla loro progressiva insignificanza. Questa morte procrastinata ci costa molto più dello sperpero di tesorieri infedeli e del resto era molto meglio la dispersione privata dei Lusi e Belsito che non un corretto investimento in macchine di partito che producono solo guasti.

In realtà la “rinascita” dei partiti è strettamente vincolata all’ossequioso consenso alle politiche di Monti, anzi alla promessa di proseguirle (con rinnovo della delega oppure in prima persona) anche dopo le elezioni del 2013. A riprova, quando un partito si azzarda a opporsi sul serio (lasciamo perdere perché), viene stroncato con fulminea durezza, come è accaduto alla Lega, distrutta nel giro di un giorno sotto la pressione concomitante dei servizi, della magistratura e dei dissidenti interni. Esempio mirabile di dissuasione, cui non è mancato l’invito del Presidente impiccione a un maggior controllo sui finanziamenti pubblici ai partiti. Chi ha orecchie per intendere, intenda. ABC hanno inteso.

Giorgio Lunghini: Austerity. Il premier tra Churchill e Keynes

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Austerity. Il premier tra Churchill e Keynes

Giorgio Lunghini

In Europa e in Italia domina ancora la Treasury View, quel punto di vista del Tesoro britannico che nell'infausto '29 Winston Churchill, allora Cancelliere dello Scacchiere, aveva sostenuto con determinazione: «Quali che ne possano essere i vantaggi politici e sociali, soltanto una assai piccola occupazione addizionale, ma nessuna occupazione addizionale permanente, possono essere create con l'indebitamento pubblico e con la spesa pubblica». L'argomento addotto è che qualsiasi aumento della spesa pubblica sottrae un pari ammontare di risorse agli investimenti privati: se il governo si indebita, allora entra in concorrenza con il settore privato, assorbe risorse che altrimenti avrebbero potuto essere investite dall'industria privata e dunque non si avrà nessun effetto netto sul livello di attività. Oggi non ci si ricorda invece che nel 1936 era uscita la General Theory of Employment, Interest and Money di J. M. Keynes, che della Treasury View e del suo fondamento neoclassico costituisce una critica radicale, con particolare riguardo alle determinanti dell'occupazione.

La Treasury view è corretta soltanto in un caso: quando l'economia è già in una situazione di piena occupazione, così che la spesa pubblica spiazzerebbe gli investimenti privati; si noti però che se ci fosse già la piena occupazione non ci sarebbe bisogno di nessun intervento dello Stato. In una situazione di disoccupazione, soprattutto se la disoccupazione è elevata come è oggi in Italia, lo Stato dovrà invece intervenire e ciò potrà fare indirettamente o direttamente. «Lo Stato dovrà cercare di influenzare la propensione al consumo, in parte mediante l'imposizione fiscale, in parte fissando il saggio di interesse e in parte, forse, in altri modi. Tuttavia sembra improbabile che l'influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell'investimento si dimostrerà l'unico mezzo per consentire di avvicinarci all'occupazione piena; sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi coi quali la pubblica autorità collabori con l'iniziativa privata».

M.Bertorello e D.Corradi: Quale progetto persegue il capitalismo contemporaneo?

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Quale progetto persegue il capitalismo contemporaneo?

di Marco Bertorello e Danilo Corradi

La crisi economica e sociale sembra senza fine. Prima l’esplosione del sistema finanziario nel 2008, poi un breve periodo di ripresa, in seguito un ritorno tendenzialmente recessivo per l’Europa e di modestissima crescita per gli Usa. Persino il principale paese emergente, la Cina, ha registrato un rallentamento della sua pur poderosa crescita a fronte delle difficoltà incontrate nei principali mercati di sbocco. L’economia del pianeta appare sempre più concatenata, il circuito finanziario sempre più avvolgente, e nessuna prospettiva sistemica sembra emergere. È infatti incomprensibile il disegno con cui le classi dirigenti del capitalismo contemporaneo intendono procedere. Dopo l’esplosione negli Stati Uniti l’epicentro della crisi si è spostato verso l’Europa, innescandosi sulla fragilità dell’economia reale che già avvolgeva il vecchio continente. Qui la crisi finanziaria  pare «retroagire sulla dinamica mondiale», come sottolinea Riccardo Bellofiore. Benché con pesi specifici differenti da paese a paese, il lato finanziario e quello strettamente economico in questi anni hanno contribuito ad alimentare una impasse complessiva. La recente dinamica è costituita da un passaggio della crisi dall’economia privata a quella pubblica, in cui i bilanci statali, già messi a dura prova per l’intero ciclo neoliberista, diventano il problema.

Una precisazione si rende necessaria. La natura insostenibile dei debiti pubblici va compresa in una doppia traiettoria, una di ordine globale e l’altra europea. La prima fa sì che i debiti statali stiano diventando un problema per tutti in quanto vanno aggiunti a quelli privati, cresciuti anch’essi considerevolmente in questi anni per sorreggere artificialmente l’economia. La prima retrocessione significativa delle agenzie di rating è subita proprio dagli Usa all’inizio del 2011. A essa fa seguito nella seconda metà dell’anno un braccio di ferro tra democratici e repubblicani per la modifica costituzionale del tetto di spesa (conflitto che rende evidenti le difficoltà su questo versante di quella che rimane la principale potenza mondiale). Ma il problema dell’entità dei debiti pubblici assume un carattere ancor più grave su scala europea, in quanto l’Unione conferma sull’argomento il punto di vista del capitalismo centro-europeo, cioè quello a guida tedesca: sull’onda della crisi greca restringe requisiti e predispone sanzioni già previste da Maastricht, mettendo sempre più sotto osservazione oltre al deficit anche il debito. Da queste decisioni avvenute a marzo del 2011 esplode la successiva crisi del debito in Spagna e anche in Italia.

Luciano Gallino: La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri

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La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri

colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli

La flessibilità aumenta l'occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l'economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo

Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.

Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.

Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica.

Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.


Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?

Andrea Colombo: Piazza Fontana e anni ’70, ma quali trame

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Piazza Fontana e anni ’70, ma quali trame

Fu lotta di classe e l’abbiamo persa

Andrea Colombo

Le polemiche divampano come se la famosa bomba invece che il 12 dicembre 1969 fosse scoppiata nel 2009, e qualcuno inevitabilmente si chiede: “Ma com’è possibile che un fatto così antico laceri ancora tanto? E magari, nella sala accanto a quella dove si proietta Romanzo di una strage danno il film sulla Diaz, roba di ieri, quasi ancora d’oggi, senza che nessuno ci si accapigli?”

Sarà che quella generazione ormai attempata il vizietto di occupare il centro della scena non lo ha mai perso: ingombranti da incanutiti quanto da ragazzi? Sarà che scannarsi su piazza Fontana, ormai, non fa più male a nessuno mentre la Diaz somiglia a quel che era “all’epoca dei fatti” il 12 dicembre?

O non sarà, invece, che la riposta la offre tra le righe Eugenio Scalfari nel suo articolone, già citato in questo sito da Lanfranco Caminiti? È probabile Lanfranco abbia ragione e che sullo sfondo della diatriba repubblichese ci sia davvero una scontro interno che riguarda ben più attuali faccenduole, tipo l’opportunità o meno di sostenere a spada tratta un governo che finirà per far rimpiangere al Paese Silvio il Puttaniere.

Ma non c’è solo quello. E non c’è solo piazza Fontana. Come li tocchi li tocchi, con gli anni ’70 ti ci scotti. Il motivo è ovvio: capita perché il Paese in cui viviamo è un prodotto di quel che accadde allora, dell’esito del conflitto durissimo che si combatté in quel decennio e dei mai più modificatisi equilibri (anzi squilibri) sortiti da quella vicenda. Degli anni ’70 il presente è ostaggio. Nel senso letterale della parola.

I ragazzi di oggi possono non sapere niente di via Fani o piazza Fontana, ma se tirano un sassetto contro i blindati in piazza san Giovanni si beccano cinque anni di galera, uno sproposito che grida vendetta e che tutti accettano senza muovere un dito, proprio perché ci sono state via Fani e piazza Fontana.

Comidad: Cina: la tigre di carta alibi del filoamericanismo

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Cina: la tigre di carta alibi del filoamericanismo

di Comidad

La compagine ministeriale di Mario Monti si sta sempre più caratterizzando come un quarto governo Berlusconi, assumendo gli stessi tratti di scompostezza e di cialtroneria della precedente esperienza governativa. C'era chi si illudeva che il nuovo Presidente del Consiglio potesse almeno evitare all'Italia le figuracce a livello internazionale elargite a piene mani nell'epoca berlusconiana, ma ha dovuto ricredersi dopo il viaggio di Monti in Asia.

Il Monti cinese ha alternato gli atteggiamenti da accattone con velleitari sussulti di autocelebrazione meramente personale, a scapito dell'immagine di un'Italia dipinta immancabilmente in modo denigratorio. Monti è apparso un continuatore del berlusconismo: una politica estera del cappello in mano e delle brache calate, insieme con un approccio comunicativo interamente distorto ai fini della propaganda interna. Resoconti di stampa tendenziosi hanno cercato poi di far credere che al governo cinese fregasse davvero qualcosa della questione della "riforma" dell'articolo 18, e che ciò potesse in qualche modo costituire un incentivo a quegli investimenti cinesi in Italia tanto invocati da Monti.

Tutta l'operazione mediatica dei giorni scorsi non ha fatto altro che rafforzare nell'opinione pubblica il mito della potenza economica emergente della Cina, ed il viaggio di Monti è servito ad enfatizzare l'immagine di un nuovo imperialismo economico di marca cinese a cui inchinarsi. Sembra la riedizione della politica estera - di berlusconiana memoria - del baciamano al falso potente di turno. La sensazione è invece che la potenza cinese emergente costituisca solo una tigre di carta, un mito gonfiato pretestuosamente in funzione di altri interessi.

Rossana Rossanda: Benecomunisti, che passione

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Benecomunisti, che passione

di Rossana Rossanda

Ecco il primo soggetto politico che toglie senz'altro di mezzo il conflitto sociale: è quello proposto dal documento di Firenze e Napoli, pubblicato sul manifesto del 29 marzo e argomentato il giorno dopo da Marco Revelli. Come Revelli, altri amici e compagni vi hanno rapidamente aderito.

È un "soggetto senza progetto". La sua idea di società, alquanto mal ridotta dai traffici di Berlusconi e dalla contabilità di Monti, non va oltre la vasta quanto vaga esigenza di far esprimere in forme dirette la società civile, la quale è fatta di tutto fuorché dallo stato, dalle istituzioni e dagli attori della politica. Da tutti e da ciascuno di noi - padroni e dipendenti, banche e depositari e speculatori, uomini e donne, ricchi e poveri, nord e sud - in quanto messi in grado di esprimersi con la scheda sui loro bisogni e le soluzioni per risolverli. Quindi una democrazia più diffusa, una rete di relazioni svincolata dal ceto politico, non più solo "rappresentativa" di qualcuno ma "partecipata" da cittadini che non rilasciano deleghe.

Questo modello non è quello della Costituzione del 1948, che punta sui partiti come corpi intermedi, mediatori fra cittadini e stato, luoghi di elaborazione degli interessi diversi di una società complessa. I partiti - è la premessa del documento - non godono più di alcuna fiducia degli italiani, chiusi come sono in se stessi e nelle loro diatribe, mancando di ogni trasparenza anche quando, raramente, non sono sospettabili di frodi. Essi costituiscono l'impermeabile e impenetrabile "Palazzo" di pasoliniana memoria, e l'ombra o penombra che vi domina sono il miglior brodo di coltura per germi di ogni tipo. Metterli sotto pressione e controllo dal basso è l'operazione di igiene che si impone, nonché cortocircuitarli quando si può chiamare a un referendum. 

Per il "nuovo soggetto" questo - trasparenza e apertura ai cittadini - è il vero problema del paese. Occorre sfondare le mura di quelli che non sono più corpi "intermedi" ma corpi "separati", e come tali non sono in grado né di capire né di comunicare con l'Italia, per cui si prevede un massiccio voltare loro le spalle con l'astensione.

nique la police: Bossi, ascesa e declino

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Bossi, ascesa e declino

Un ciarlatano che ha impartito severe lezioni alle sinistre e ai movimenti

nique la police

Se Umberto Bossi non fosse uno dei classici dell’avanspettacolo della politica italiana si potrebbe commentare il suo declino politico con le parole di Jonathan Swift. L’autore dei viaggi di Gulliver, che è un classico dell’antropologia politica piuttosto che una favola, usava parole dure nei confronti della carriera pubblica del moralista. Si comincia la carriera politica come moralista, scriveva Swift,  scagliandosi contro le razzie di chi è al potere, si va al governo, ci si appropria indebitamente di quanto possibile e poi si spera nell’amnistia per “potersi ritirare satolli delle spoglie del paese”.  Swift va però benissimo a ciò che si adatta, nella politica italiana dell’ultimo quarto di secolo, ai giudizi sulla politica inglese nei decenni che stanno a cavallo della seconda metà del seicento e della prima metà del settecento.


E’ evidente che Bossi sfugge ampiamente a questi schemi ridisegnando una tipologia di moralista politico (contro i ladri, contro le tasse) che ha rimpiazzato quella del moralista severo per attingere a piene mani dai comportamenti da avanspettacolo. E l’ormai ex segretario della Lega si candida, piuttosto che a rappresentare solo il vintage anni ’90, ad essere il primo di una serie di figure (che emergono dal “basso”, a differenza di Berlusconi) destinate a marcare, nell’apparenza ridicola, la tragica sostanza del populismo italiano a venire.

Di certo c’è che sui tg quando, per ripercorrere un ventennio e oltre di protagonismo politico di Bossi, scorrono le immagini di repertorio del segretario del carroccio che urla “la Lega ce l’ha duro” anche fotografia e montaggio rimandano immediatamente ai filmati di youtube dove si vedono spezzoni di Abatantuono, Mario Brega, Bombolo, Tognazzi.

Interpretazioni della crisi

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Interpretazioni della crisi

Oggi la parola crisi è sulla bocca di tutti. Cercheremo tuttavia di non cadere in un inconsistente immediatismo, ma di cogliere la dinamica del processo di crisi. Il tentativo di questo articolo è di analizzare le dinamiche che ruotano attorno a due possibili interpretazioni della crisi: quella di una stagnazione/parassitismo e quella di una ristrutturazione nella ristrutturazione; e se esiste una relazione tra questi aspetti.

Abbiamo deciso di analizzare comunque soltanto gli approcci che si pongono sul terreno della critica dell’economia politica, in quanto inseriti in una visione dinamica dei processi del capitale, rifiutando l’approccio economico-politico, ossia quello “keynesiano” o “neokeynesiano” e quello liberale “neoclassico”. La “teoria del mercato”, come teoria dell’equilibrio (della mano invisibile) in cui l’offerta determina la domanda e viceversa, al di là dei diversi adeguamenti, rimane il mito teorico egemone. Ambedue (keynesiano e neoclassico), anche se in forme diverse, rimangono legate a una visione in cui la produzione è legata al consumo, con la conseguenza che domanda e offerta finiscono per eguagliarsi nel mercato.

Se la teoria neoclassica dell’utilità marginale si regge su fondamenti psicologici, quella keynesiana non fa che riprendere la vecchia teoria del mercato, con l’unica differenza di considerare inefficace l’azione d’equilibrio che agisce spontaneamente concependo invece un equilibrio stabilito consapevolmente allo scopo di dare soluzione alla crisi.

In questo senso sia la teoria neoclassica che quella keynesiana sono teorie statiche fondate su un immaginario meccanismo di equilibrio. Bisogna ricordare che i limiti di queste ipotesi si manifestarono dentro precisi contesti sociali legati alla crisi: l’abbandono delle teorie neoclassiche con il crollo del 1929 e la messa in discussione delle teorie keynesiane con la crisi, che si è verificata alla metà degli anni Settanta.

Dobbiamo comunque ringraziare una serie di autori e gruppi di cui siamo debitori (tra questi ad esempio ricordiamo per l’Italia la rivista Plusvalore uscita tra gli anni 80-90), che in questi anni – pur nella loro estrema solitudine e osteggiati dalla sinistra ufficiale e alternativa – hanno continuato ad analizzare la dinamica della crisi.

Marino Badiale: Esorcismi

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Esorcismi

di Marino Badiale

È molto istruttiva la lettura dell'editoriale di Marco D'Eramo su “Il Manifesto” del 30 marzo. Ci sembra che esso rappresenti un compendio di tutte le incongruenze della sinistra sui temi dei quali ci occupiamo in questo blog (sovranità nazionale, euro, UE). Per mostrare queste incongruenze, proviamo a sintetizzare alcuni punti del ragionamento di D'Eramo:

1. Le lotte contro le misure antipopolari, che in questo periodo stanno prendendo i vari governi europei, hanno sempre una dimensione nazionale, mai una dimensione europea.
2. Al contrario, l'azione dei rappresentanti politici dell'attuale capitalismo regressivo (volta a “riportare la lancetta della storia a prima del 1929, a cancellare lo stato sociale e abrogare il compromesso fra capitale e lavoro”) ha una dimensione sovranazionale.
3. D'altronde, è un fatto che “l'unica leva di potere cui la sinistra può (…) puntare è il controllo dell'apparato dello stato nazionale”.
4. Inoltre, “l'euro è una moneta unica che paradossalmente ha diviso invece di unire: ha esaltato le differenze e le irriducibilità fra i vari paesi rendendo più difficile concordare le iniziative fra le diverse sinistre”.

Fin qui D'Eramo. Queste analisi sono ampiamente condivisibili. Quali conclusioni trarne? Chi legge questo blog conosce le nostre posizioni: occorre riconquistare la sovranità nazionale, e quindi anche economica, e usare il potere dello Stato per ricostruire la giustizia e la coesione sociale che trent'anni di neoliberismo hanno cancellato.

Come si può intuire (dopotutto, stiamo parlando di un editoriale del “Manifesto”), non è questa la conclusione che trae D'Eramo. La sua conclusione è che “quella nazionalistica è una tentazione illusoria e vana”.

Luciana Castellina: Non sputiamo sulla nostra storia

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Non sputiamo sulla nostra storia

di Luciana Castellina

Monti, da Tokio, ci fa sapere che lui è popolare, i partiti no, sono solo oggetto di disprezzo. Pirani, solitamente molto politically correct, scrive che il bello del nuovo nostro primo ministro sta nel fatto che è autonomo dalle fluttuazioni parlamentari, dalla dialettica dei partiti e dalle pressioni della società. (Voglio sperare che non si sia reso conto di cosa ha teorizzato). La traduzione a livello popolare del concetto è quanto si sente sempre più ripetere: «A che mi serve la democrazia? Costa troppo. Perché debbo pagare tanti soldi perché una cricca vada a chiacchierare dei fatti suoi in un parlamento?».

A livello alto, invece, nelle istituzioni europee e fra insigni studiosi, si dice che siamo entrati nella post democrazia parlamentare, che i problemi sono ormai troppo complicati per lasciarli a incompetenti istituzioni rappresentative. Ricordo queste cose per avvertire che quando si cominciano a denunciare classe politica e, indifferenziatamente, i partiti in quanto tali, bisogna stare un po' attenti. L'attacco alla democrazia non viene più da bande neofasciste ormai poco più che folcloristiche, ma da una minaccia più raffinata: dall'uso capzioso che ormai apertamente viene fatto dell'oggettivo fastidio, della distanza che si è scavata fra società civile e istituzioni politiche. Cui inconsapevolmente concorre anche il neo anarchismo che percorre ovunque i movimenti.

D'accordo quindi con "il manifesto per il nuovo soggetto politico" pubblicato il 29 marzo scorso su questo giornale (e firmato da molti miei amici di cui ho la massima stima) quando dicono che per salvare la democrazia bisogna arricchirla e trovare nuove forme di partecipazione e anche di democrazia diretta. Ma, vi confesso di provare anche molta preoccupazione per il tipo di nuovo soggetto politico di cui si auspica la nascita in sostituzione della forma partito novecentesca.

Girolamo De Michele: "Il romanzo di una strage"

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"Il romanzo di una strage"

di Girolamo De Michele

Un film ammiccante, menzognero, pavido, vigliacco, politicamente corretto, cialtrone

Il romanzo di una strage è, in prima battuta, un titolo ammiccante. Pasolini, Il romanzo delle stragi, io so ma non ho le prove: avete presente? Quella roba lì. Quella roba che nel film non c'è. Detto fuori dai denti: cominciano a svenderli a 3x2, i pasoliniani de noantri che si riempiono la bocca col coraggio della verità, il dovere della verità, la religione della verità fino all'estremo, e poi continuano a ruzzolare e razzolare come e peggio di prima. Il modo peggiore di uccidere una seconda o terza volta Pasolini è quello di usarlo come specchietto per le allodole: e Giordana, dopo aver girato un film su Pasolini nel quale, com'era suo dovere di intellettuale, lasciava intendere altri scenari e altri finali al di là di quelli giudiziari ufficiali, tradisce se stesso, il suo mentore e il pubblico con un film nel quale non si arriva neanche alle verità giudiziarie, figurarsi spingere lo sguardo un filo più in là.


Il romanzo di una strage
è, quindi, un titolo menzognero. Perché "romanzo" dovrebbe alludere a un'opera di fantasia che non replica il reale, ma lo arricchisce attraverso una grammatica delle immagini che sopravanza quella grammatica delle parole che ripete il mondo. E in tal modo rende possibile dire ciò che la parola non può dire: la potenza della fantasia, si direbbe nella lingua di Dante. Ricorda Goffredo Fofi che il cinema italiano fu capace, all'indomani di dittatura e guerra, di opere che raccontarono ciò che ancora non si aveva la forza di dire. A l’alta fantasia qui mancò possa, si potrebbe dire: ma ciò ch'è certo è che qui s'è parsa la sua (di Giordana) nobilitade.


Il romanzo di una strage
è, dunque, un film pavido. Che non ha il coraggio di dire che non segmenti marginali o laterali dello Stato, ma lo Stato in quanto tale, o se si preferisce l'altra faccia dello Stato, il doppio Stato, pianificò e attuò coscientemente la strategia della tensione, delle stragi, dei depistaggi, al fine di "destabilizzare per stabilizzare".

Domenico Moro: Il necessario riposizionamento

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Il necessario riposizionamento

La sinistra di classe tra legge elettorale e Articolo 18

Domenico Moro

Dieci anni fa al Circo Massimo, contro l’abolizione dell’articolo 18, si tenne la più grande manifestazione sindacale, tre milioni di partecipanti secondo la CGIL, superata forse solamente dalla manifestazione del 2003 contro la guerra in Iraq. L’articolo 18 fu salvo, con grande entusiasmo a sinistra. Eppure, si trattò di una vittoria tattica, inserita in una sconfitta strategica per il movimento operaio, cioè in un peggioramento dei rapporti dei forza complessivi. Infatti, un anno dopo passò la Legge 30/2003 (Legge Biagi), che, bypassando l’articolo 18, abbassava drasticamente il livello di tutela dei lavoratori. Il grado di protezione del lavoro, già ridottosi con il Pacchetto Treu (varato dal Primo governo Prodi, sostenuto e partecipato anche dai comunisti) crollò al di sotto di quello di Francia e Germania.

Gli esiti delle grandi mobilitazioni contro l’articolo 18 e contro la guerra hanno denotato la medesima difficoltà della sinistra a capitalizzare organizzativamente e politicamente la forte spontaneità di massa. Il decennio che seguì vide la partecipazione dell’Italia a guerre seriali, la riduzione di salari reali e welfare, le privatizzazioni, e la crescita dei profitti dei grandi gruppi in un contesto di decadenza industriale del Paese. Dulcis in fundo, l’estromissione dal Parlamento dei comunisti, per la prima volta dal 1948.


2. Attacco forte del capitale, risposta debole
 

Ma veniamo all’attualità. Siamo davanti all’attacco più forte condotto dal capitale contro il lavoro salariato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Non si tratta “solo” dell’attacco all’art. 18, la controriforma è estremamente articolata e colpisce tutti gli aspetti del mercato del lavoro. [1] Al confronto il “pacchetto Treu” e la Legge Biagi sembrano bacchettate sulle dita.

Christian Raimo: Romanzo di uno strascico

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Nuovo cinema paraculo

Romanzo di uno strascico

di Christian Raimo

Come trasformare un film animatissimo di buone intenzioni in un roba deludente? Basta fidarsi troppo delle buone intenzioni (le strade per l’inferno, si sa, ne sono lastricatissime). Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana è un film che avrebbe potuto essere bello, e non lo è. Per moltissimi motivi. Per primi, certo, quelli legati all’affidabilità della ricostruzione vedono contrapposte tante versioni diverse: il libro-inchiesta di Paolo Cucchiarelli che sostiene la tesi delle due bombe contemporanea (una bombetta-civetta anarchica e una bomba devastante di marca neofascista) e a cui si è ispirato Giordana, viene considerato molto molto discutibile da vari altri, tra cui per esempio Adriano Sofri che in questi giorni ha scritto un istant-book precisamente polemico contro libro e film.

Ma Giordana, come Sofri stesso fa notare, non sposa neanche completamente la tesi del libro, tessendo una narrazione che non si assume dei rischi. In nome di un auto-ricatto, riconosciuto o meno che sia, di un fare semplicemente un film utile, o come si usa dire oggi civile. Civile, utile alle nuove generazioni che magari non sanno nulla della bomba a piazza oppure pensano che ce l’hanno messa le Brigate Rosse.

Ma limportante è parlarne in questo caso ovviamente non basta, oltre a essere impossibile. L’intento del film di non urtare la sensibilità di nessuno finisce per non sfiorare nemmeno un pezzettino di cuore nello spettatore. L’intento del film di non incorrere noie legali finisce per avvalorarne solo le paranoie.


Il punto più problematico di questa intricata vicenda (Piazza Fontana-morte di Pinelli-omicidio Calabresi-delitto Moro), ovvero il buco nero italiano per eccellenza, è che molto spesso nelle ricostruzioni piuttosto che andarci a trovare una verità storica, i nodi mai affrontati della democrazia italiana, ognuno ci scopre il suo buco nero, il suo rimosso, la sua biografia con fantasmi revisitata, la sua personale visita agli inferi. Capita così che dalle prime reazioni al film ognuno si lamenti perché c’è un pezzo che manca: una prospettiva, un dettaglio…

Franco Piperno: Dall'ora globale all'ora locale

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Dall'ora globale all'ora locale

di Franco Piperno

“Il presente musicale viene costruito permettendo a dei suoni d’essere in sincronia mentre altri stanno in un rapporto di prima e di dopo. Il presente della comunità è costruito permettendo ad alcune azioni di dispiegarsi in contemporanea mentre altre sono soggette alla relazione di prima e di dopo. Il tempo non ha direzione, non scorre.” Pataturk.

I. La crescita esponenziale ed il tempo dell’impero


Via via  che l’unificazione del mercato mondiale impone a masse crescenti d’esseri  umani  d’adottare, sotto la maschera  dei diritti  universali,  l’interesse composto -- ovvero la crescita esponenziale --  anche i ritmi e gli strumenti di lavoro diventano simili, mentre quelli scientifici per parte loro risultano identici. Va così  rattrappendosi  la molteplicità dei modi temporali costruiti fin dall’inizio della storia della nostra specie. A differenza delle religioni o delle ideologie politiche che, pur essendo intolleranti le une verso le altre, ammettono al loro interno ampie variazioni, la civilizzazione ipermoderna – ovvero la crescita esponenziale --  consente solo differenze irrilevanti da un paese ad un altro; mentre il calcolo scientifico, come il gioco degli scacchi,  non ne consente nessuna.

Si badi, gli Imperi a noi contemporanei -- USA, Unione Europea,Cina, India, Federazione Russa, Brasile -- non si contrappongono  come civilizzazioni alternative,irriducibilmente diverse;  si limitano a competere tra di loro In quanto capitalismi imperiali per i quali la misura del successo è data dai tassi di crescita  nella produzione di merci per il mercato mondiale unificato. 

Emerge, così, proprio nell’attualità della crisi che stiamo vivendo, una inedita e qualche po’ raccapricciante forma di cooperazione generalmente umana, quella di un mondo globale temporalmente omologato, dove la tecno-scienza  assicura, in primo luogo tramite il computer, la così detta “governance”, ovvero il dominio del progresso, il dominio dell’interesse composto.

Marx, sia detto per inciso, che pure intuiva la tendenza famelica del capitale a mangiarsi il mondo, aveva pure intravisto, in questa sciagura, una uscita di sicurezza : l’omologazione mercantile come condizione di possibilità per il riaffiorare di una potenzialità naturale, quella dell’individuo sociale, dalla coscienza enorme, all’altezza del la specie.

Va da sé che il capitalismo non ha aspettato la globalizzazione  per imporre, tramite i missionari ed il mercato -- che usano andare insieme --  la sua temporalità alle comunità umane; giacché, in effetti, un mercato mondiale è sempre esistito.

La (contro)riforma del mercato del lavoro in 4 mosse

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La (contro)riforma del mercato del lavoro in 4 mosse

La riforma del mercato del lavoro pensata dal Governo Monti, è sintetizzabile in 4 mosse. Di seguito delle schede che sia tecnicamente che con brevi commenti, mostrano quali sono i punti fino ad ora toccati

La controriforma delle pensioni, realizzata tra dicembre 2011 e gennaio 2012 (ma, in realtà, ancora in atto!1), è stato il primo grande tassello dell’attuale trasformazione regressiva del mondo del lavoro. Il governo “tecnico” (baroni universitari, amministratori delegati e rappresentanti istituzionali dei grandi capitali nostrani e internazionali) l’ha realizzata per soddisfare le richieste del capitale europeo preoccupato dalla crisi iniziata nel 2007. Certo, abbiamo già assistito a molte modifiche del sistema pensionistico – Amato (1992), Dini (1995), Maroni (2004), Prodi (2007), Berlusconi (2009; 2010) – che hanno più o meno lentamente corroso i diritti di chi lavora una vita e vorrebbe passare gli ultimi anni a “gustarsi i frutti” delle sue fatiche. Ma la crisi attuale non permette più che ai lavoratori sia concesso questo lusso, perché il capitale non guadagna quasi nulla dai pensionati vecchio stile. Ecco, allora, la necessità di introdurre forti restrizioni nell’ordinamento vigente.

1. Pensioni

Un po' di storia

Dalla riforma Dini, 1995, in Italia esistono due modelli per calcolare la retribuzione pensionistica.

Il modello retributivo, il cui scopo, interno all’idea di un welfare generalizzato, era garantire a tutti i lavoratori di poter passare gli ultimi anni di vita liberamente e con un tenore di vita dignitoso. Per questo, l’importo della pensione era calcolato facendo la media delle retribuzioni (o dei redditi, per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni di lavoro. Per questo, esisteva la differenza tra pensione di anzianità (o, pensione anticipata) e pensione di vecchiaia: si aveva diritto alla prima una volta raggiunti un numero di anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica (leggi, una persona che avesse iniziato a lavorare a 15 anni poteva andare in pensione prima di una che avesse iniziato a 25) oppure con l’adempimento di due parametri complementari (età più anni di contributi); la seconda scattava col raggiungimento di una soglia di età (65 anni per gli uomini e 60 per le donne).

Giovanni Mazzetti: Decrescita, fuga verso il passato

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Decrescita, fuga verso il passato

Giovanni Mazzetti

L'abbondanza felice dei nostri antenati, come la descrive Latouche, non esiste. E non ci sono limiti ai bisogni dell'uomo

Sarà capitato a molti di coloro che si sono presi o si prendono cura di parenti anziani di sentirli ripetere che i tempi in cui sono stati giovani erano «altri tempi». Poiché questa evocazione è, in genere, un segno del sopravvenire di una loro fragilità progettuale, sollecita nell'interlocutore soprattutto un sentimento di comprensione e di tenerezza. Il quadro è ben diverso se, invece di un'evocazione nostalgica di un passato ormai tramontato, ci troviamo di fronte ad un tentativo di riportarci effettivamente indietro a quei tempi, con l'affermazione di una reale superiorità della forma di vita dell'epoca e la sollecitazione ad agire sulla base delle sue regole. Non solo in questo caso non c'è alcuna tenerezza, ma è quasi inevitabile che si instauri una polemica.

1) Si può comprendere perché il quadro sia ben peggiore quando ci si trova di fronte ad una persona un(a) giovane saputello(a), che pontifica su come instaurare una situazione virtuosa. Non sto parlando di un evento eccezionale. Non c'è seminario universitario, iniziativa culturale o politica che non veda prima o poi sbucare dal mucchio i membri di una strana congrega, i quali ripetono ossessivamente e con forza che la soluzione dei nostri problemi sarebbe garantita dall'adesione a un progetto salvifico: quello della decrescita. E' senz'altro comprensibile che, essendo immersi in una società nella quale sentono ripetere da anni che tutti dovremmo adoperarci per la crescita, e percependo la malafede di chi addita questo obiettivo, rovescino la prospettiva nel suo opposto. Ma, in contrasto con il tono con cui viene proferita, si tratta di una reazione di impotenza, analoga a quella degli anziani che rivanno col ricordo ai loro anni giovanili. E dunque è destinata a non incidere in alcun modo sulla dinamica in corso, nonostante il fervore col quale viene brandita.

Andrea Terzi: Chi salverà l’Europa dall’euro?

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Chi salverà l’Europa dall’euro?

Andrea Terzi*

Dopo gli articoli apparsi sull’Economist e sul Washington Post e il reportage di Repubblica, è cresciuto l’interesse per l’economia ‘neo-cartalista’, nota anche con l’acronimo MMT (Modern Monetary Theory). Qui vorrei proporre ai lettori di Economia e Politica una sintesi dei concetti principali di questo approccio ‘eterodosso’ per ricavarne alcune ricette per l’Europa, in alternativa alla visione che domina il dibattito in corso, e che si può riassumere più o meno così:

 

La crisi dell’euro non è un problema della moneta unica europea, che invece ha dimostrato di mantenere stabile il proprio potere d’acquisto interno ed estero, grazie alla BCE. È piuttosto un problema di alcuni stati che hanno fallito su due fronti: la competitività e l’equilibrio dei conti pubblici. In altre parole, se fossimo tutti come la Germania l’area dell’euro godrebbe di ottima salute. Per quei paesi che hanno fallito, e che possono ancora rimboccarsi le maniche per evitare di uscire dall’euro, la ricetta è una sola: austerità e riforme strutturali, e quindi sacrifici fino a quando le riforme non daranno i loro frutti. È un cammino non breve, né facile, ma è l’unico percorribile: solo riducendo sprechi e costi di produzione (anche attraverso una minor tutela del lavoro dipendente) si riacquisterà la competitività che consentirà di creare nuovi posti di lavoro.

Secondo la MMT, le ragioni della crisi non sono affatto queste, né le ricette sul tavolo dell’Europa (e dell’Italia) hanno una qualche possibilità di successo. E in considerazione del fatto che l’Europa, tra summit, annunci della BCE e nuovi trattati, entra ormai nel terzo anno della “sua” crisi, può essere utile esaminare alcune proposizioni neo-cartaliste e valutare le proposte per l’Europa che se ne possono trarre. Si tratta, d’altra parte, di proposte condivise da un più ampio fronte di economisti di formazione keynesiana e postkeynesiana, con i quali la MMT condivide alcuni principi di fondo.

Un'altra politica nelle forme e nelle passioni

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Manifesto per un soggetto politico nuovo

Per un’altra politica nelle forme e nelle passioni


Non c’è più tempo

Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l’ impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di ‘Old Corruption’.

In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli – la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell’appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l’Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste.

Stefano Zacchiroli: L'avanzata del free software

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L'avanzata del free software

"Non rinunciate al controllo"

Giulia Berardelli intervista Stefano Zacchiroli

Parla Stefano Zacchiroli, direttore del noto progetto Debian per un sistema operativo libero. L'appello ai più giovani: "Siate vigili su ciò che organizza la vostra vita". La ricetta per il cambiamento: alfabetizzazione informatica e spirito critico

QUANDO ha iniziato a "smanettare" con l'open source, Stefano Zacchiroli era poco più di un ragazzino. A quei tempi, studente di Informatica all'Università di Bologna, non avrebbe mai immaginato che nell'arco di una decina d'anni sarebbe diventato il leader di Debian, uno dei più importanti progetti per la distribuzione del software libero. Un'istituzione, per chi conosce almeno i fondamentali dell'universo open source. Oggi Zacchiroli vive a Parigi, dove oltre a dirigere la vivacissima comunità di programmatori insegna Informatica all'Università Paris Diderot. Repubblica.it lo ha raggiunto per farsi raccontare il presente del software libero e provare a immaginarne il futuro. Un futuro in cui  -  avverte Zacchiroli  -  gli utenti dovranno sviluppare un maggiore senso critico, se non vogliono correre il rischio di rinunciare ogni giorno a un po' della loro libertà.


Partiamo proprio da qui. In che senso un software può incidere sul nostro grado di libertà?

"Un software è libero quando l'utente ne ha il controllo totale. Che questo software giri su computer, tablet, telefono o televisione, poco importa. Libertà vuol dire poter usare il software senza limitazioni di scopi, poterlo copiare e soprattutto poter guardare come è stato fatto, ossia vederne il codice sorgente, e modificarlo. Ciascun programmatore sa decifrare il codice sorgente, mentre se ha solo il codice binario non può fare granché. Avere a disposizione il codice sorgente significa poter modificare il software e ridare al mondo, come un atto di collaborazione, le nuove modifiche".

Guglielmo Zanetta: “SHOCK ECONOMY” all’italiana

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“SHOCK ECONOMY” all’italiana

Ovvero come operano i nipotini di M. Friedman nel nostro paese

di Guglielmo Zanetta

La distruzione di posti di lavoro in Italia ed in Europa Meridionale  non è solo  a causa della globalizzazione, non è casuale, non è irrazionale; è la distruzione  sistematica di una “parte sostanziale”, “dei diritti”  della comunità, allo scopo di trasformarla e ridefinire il modo di essere,  le  relazioni sociali e il nostro futuro.

Questo governo agisce come altri autoritarismi del passato, coprendo gli errori e le ingiustizie di chi ha rubato; non c’è spazio per altre idee e tipologie di pensiero e di persone; indicative sono le dichiarazioni di Monti  al parlamento ed alla stampa.

Le persone che non rientrano nel nuovo ordine sono quelle “collocate nei settori che intralciano la configurazione della nuova Italia”, vedi  i lavoratori della FIOM e il loro sindacato.  Così  Berlusconi e Marchionne hanno  fatto  da apripista a Monti, con la complicità di parte di un parlamento che ha rappresentato solo  i poteri forti  in questi ultimi 20 anni.

Queste persone sono complici del disastro italiano ed oggi pontificano e  fanno pagare il prezzo alla classe lavoratrice, non a chi la ha generata, creando solo paura ed insicurezza. Il centro destra (e non solo) dopo aver infangato l’Italia, deriso la classe lavoratrice  e sostenuto che eravamo fuori dalla crisi, oggi concorre  alla distruzione dello stato sociale.

Andrea Fumagalli: L’attività di produzione

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L’attività di produzione

Evoluzione delle forme di organizzazione dell’impresa capitalistica

di Andrea Fumagalli*

1. Introduzione

Nella teoria economica dominante, il concetto d’impresa è sinonimo di libera iniziativa privata, è l’esprit del capitalismo. Il termine stesso deriva da “intrapresa”, ovvero l’iniziativa del fare, legato all’attività individuale.

Nella Teoria dell’Equilibrio Economico Generale (Walras, 1974), l’attività d’impresa non a caso coincide con l’attività individuale. Il processo economico viene descritto come un’unica attività di scambio tra agenti economici (individui) che si scambiano le merci che possiedono, o perché proprie dotazioni iniziali, o perché accumulate nel passato al fine di ottenerne un guadagno (utile). Non esistono classi (aggregati) sociali né organizzazioni. Il sistema economico è così definito da un numero finito di agenti economici, il cui comportamento è caratterizzato da razionalità strumentale, “path-independency”, preferenze diverse e struttura informativa più o meno completa e perfetta. Ogni agente economico è in grado di individuare una funzione obiettivo, che si diversifica sulla base non solo delle preferenze ma anche delle dotazioni di partenza, retaggio del tempo passato. Preferenze e dotazioni, tuttavia, non costituiscono un vincolo alle potenzialità individuali. La storia passata non conta più di tanto e tutto il problema economico è racchiuso nel presente oppure, meglio, nell’attualizzazione delle attese future. Nella diversità, dunque, gli individui hanno pari opportunità e potenzialità, seguono cioè la stessa legge di comportamento senza alcuna discriminazione: sono individui liberi e potenzialmente uguali.

Il libero scambio, in tale contesto, diventa la condizione principale per la piena libertà individuale.

Ne consegue che, se il sistema economico è composto solo da individui e se il valore delle merci è determinato sulla base del principio della scarsità, non esistono organizzazioni sovra-individuali, ovvero non dovrebbero esistere le imprese ma solo singoli produttori.

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