SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Comidad: L'antipolitica la fanno le privatizzazioni

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L'antipolitica la fanno le privatizzazioni

di Comidad

Era scontato che il grillismo conquistasse il centro dell'arena mediatica proprio nel momento in cui esso è diventato marginale rispetto alla questione dei veri equilibri del potere coloniale che domina sull'Italia. Venti anni fa Beppe Grillo nei suoi spettacoli parlava dello strapotere e degli abusi delle multinazionali; poi, mangiato vivo dalle cause civili per danni di immagine intentategli dalle stesse multinazionali, Grillo ha progressivamente spostato la sua polemica sui partiti, cioè sul nulla. In democrazia la libertà di parola è strettamente condizionata alla sua ininfluenza; quando invece si parla in televisione, allora nominare una multinazionale può mandarti sul lastrico.

Strano poi che l'emergenza dell'antipolitica venga associata alla figura di Grillo, quando alla Presidenza del Consiglio vi è un ex advisor di Goldman Sachs e del Consiglio Atlantico della NATO. Mario Monti rappresenta infatti la personificazione di quell'intreccio tra militarismo e finanza che è alla base del colonialismo.

In un'intervista al "Corriere della Sera", Claudio Costamagna, un ex di Goldman Sachs, ha gridato al complottismo per l'allarme che hanno causato i precedenti di Monti. Secondo Costamagna, quella di Monti era una semplice funzione di consulente, ed il meschino non aveva neppure un ufficio a Goldman Sachs, magari si sedeva pure per terra; è la linea di Goldman Sachs quella di assicurarsi la consulenza dei più competenti, e questi danno il loro contributo disinteressatamente, per la pura soddisfazione morale di condurre Goldman Sachs per i retti sentieri. [1]

Insomma, anche Monti sarebbe una vittima del pregiudizio e dell'invidia sociale, quasi a confermare che il governo Monti si pone, anche sul piano del vittimismo, in continuità con Berlusconi. Nella sua conferenza del 30 aprile, Monti ha rivendicato una sorta di rottura con il berlusconismo, di fatto da lui appoggiato negli anni scorsi, in veste di opinionista dalle colonne del "Corriere della Sera".

Alberto Burgio: Insostituibile Rousseau

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Insostituibile Rousseau

Alberto Burgio

A 250 anni dalla pubblicazione, il «Contrat social» mette in luce le intuizioni del filosofo sui dilemmi della democrazia borghese

Il 2012 è un anniversario rousseauiano perfetto: Jean-Jacques nacque (a Ginevra) 300 anni fa e 250 anni sono trascorsi dalla pubblicazione del Contrat social e dell'Émile, le due opere che - insieme ai Discorsi e alle Confessioni - hanno consacrato il loro autore a una fama imperitura.


Teorie «empie e scandalose»


Rousseau è figura controversa per eccellenza. Uomo dei Lumi, «anticipò» secondo alcuni la temperie romantica. Amico di Diderot (e collaboratore dell'Encyclopédie), fu la bestia nera di tanti philosophes, che non gli perdonarono le invettive contro la «civilizzazione» e i suoi miti progressisti. Padre della Rivoluzione e icona dei giacobini che ne vollero traslare le spoglie mortali nel Pantheon, è non di rado accusato di conservatorismo per la tenace nostalgia verso l'arcadia e la riverente attenzione alla lezione di Montesquieu.

Il piano politico è centrale nella controversia, che coinvolge in particolare il Contrat social, pubblicato nel 1762 e subito messo all'Indice, insieme all'Émile, sia a Parigi che a Ginevra, dove il Piccolo Consiglio che governa la città ne definisce le teorie «temerarie, scandalose ed empie: tese a distruggere la religione cristiana e ogni governo». Come ha mostrato in una preziosa analisi Louis Althusser, il capolavoro rousseauiano è un'opera complicatissima, labirintica, apparentemente contraddittoria. Non vi è traccia del geometrismo cartesiano, abbondano invece anacoluti logici, prolessi criptiche, iati e duplicazioni. Lo stesso Rousseau se ne avvede e chiede - esige - la pazienza del lettore, se non la sua complicità. «Tutte le mie idee si tengono, ma non posso esporle tutte in una volta» scrive, quasi a prevenire più che prevedibili critiche. Ma non è solo questione di difficoltà espositive. I problemi sono altri e ben altrimenti concreti.

Sergio Bologna: Il grande alibi e le simmetriche ipocrisie

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Il grande alibi e le simmetriche ipocrisie

Sergio Bologna

"Lo scontro sull’art. 18 non è una politica per lo sviluppo, è una scena di simmetriche ipocrisie [...]. Si parla di stabilizzazione, si parla di contratto unico, ma perché nessuno parla dei working poor? Si parla di disoccupati, ma perché nessuno parla degli occupati che stanno certe volte peggio dei cassaintegrati? Perché chi lavora per far rispettare i suoi diritti deve sempre ricorrere alla magistratura? ".(Pubblicato sulla Newsletter Lab21)

***

E’ finito il tempo in cui tutta la crisi del paese si poteva addossare alle responsabilità della Lega e del Cavaliere. E’ finito il Grande Alibi con il quale certi partiti e grandi organi di stampa hanno vissuto, o vegetato, coprendo le loro responsabilità storiche con le immagini marionettistiche o truci di Bossi e Berlusconi. Adesso stanno lì, mezzi nudi, e la loro pochezza è sempre più visibile. Cercano di fare un po’ lo stesso giochetto con il governo Monti, ci provano, ma è più difficile, lo hanno voluto loro, lo ha confezionato il Presidente. Come si può sconfessare una cultura, propria di quella generazione di ex comunisti, che ha sempre visto il nemico a sinistra e considerato alla stregua dell’eversione le espressioni di autonomia di pensiero che si fanno rappresentanza?

La discussione, le modalità, gli esiti del confronto sul mercato del lavoro hanno portato in superficie il peggio della cultura politica italiana ed è a questa cultura, non altro, che va ricondotto lo stato miserevole in cui si trovano oggi milioni di persone tra i 20 e i 40 anni, se hanno la sfortuna di vivere del loro lavoro.

Era il luglio 1993 quando sindacati e Confindustria firmarono l’accordo che avrebbe negli anni successivi dato il via libera alla flessibilità della forza lavoro e al contenimento dei salari. Un anno prima il patrimonio pubblico nell’industria e nelle banche era stato messo all’asta, non al miglior offerente ma al più raccomandato. Doveva essere, quell’accordo, l’inizio di un processo di consolidamento dell’impresa italiana, di maggiore capitalizzazione, avremmo dovuto avere imprese più robuste e con maggiori risorse da investire in tecnologia e risorse umane.

Marco Assennato: Tra Foucault e Tommaso (Müntzer): una replica ad Asor Rosa

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Tra Foucault e Tommaso (Müntzer): una replica ad Asor Rosa

di Marco Assennato

Alberto Asor Rosa ha dedicato un lungo articolo – sul Il manifesto del 27 aprile – di critica al “Manifesto per un soggetto politico nuovo”, che già aveva suscitato un’accesa discussione sulle pagine dello stesso quotidiano. Franchezza per franchezza: non è tanto sulla valutazione da darsi dell’ipotesi di fondare un nuovo partito – sulla scorta del manifestino dei beni comuni – che trovo interessante porre questioni. Non saprei dire, infatti, se mi preoccupa di più il contenuto di quella proposta politica o il contenuto delle repliche polemiche che ha suscitato. Mi interessa invece, e m’interroga, l’arco di argomentazioni che Asor pone per giustificare la sua critica, poiché mi pare coincidere con altre e sempre più diffuse “pose” argomentative sulla sinistra italiana. La passione dello storico chiama Asor Rosa a rammentarci per intero la raccomandazione di Gramsci sull’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione: un modo per dire che non s’ha bisogno, per trasformare il mondo, di “ridicoli fantasticatori” pronti ad esaltarsi ad ogni sciocchezza o deprimersi di fronte all’orrore, quanto piuttosto “d’uomini sobri, pazienti” capaci d’una analisi realistica dei contesti e d’una azione all’altezza del tempo dato. Ecco. Sempre più spesso (e me ne sfugge la ragione) in Italia si ragiona iniziando così, quando s’affronta il nodo politica istituzionale – movimenti. Penso ad esempio a molti e differenti articoli apparsi su Alfabeta2, insomma all’impostazione complessiva di quel dibattito, come ad alcuni accenti della discussione sul manifesto. Sempre così inizia il ragionamento: vi sarebbe da una parte la nebulosa degli “esaltati”, “sognatori” – a volte definiti persino “saturnini” – e dall’altra quella degli “uomini sobri”, “realistici”, “pragmatici”.

Marco Sacchi: Capitalismo in decomposizione?

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Capitalismo in decomposizione?

Marco Sacchi

Tutti i modi di produzione del passato hanno conosciuto un periodo di ascendenza e un periodo decadenza. Il primo periodo corrisponde a un pieno adeguamento dei rapporti di produzione dominanti con il livello di sviluppo delle forze produttive della società, nel secondo questi rapporti di produzione sono divenuti troppo stretti per contenere le forze produttive.

La decadenza di un modo di produzione si caratterizza per due aspetti, uno economico e l’altro sovrastrutturale.


L'aspetto economico del concetto di decadenza

Lo sviluppo delle forze produttive può presentarsi sotto due forme:

1° Con l’accrescimento del numero dei lavoratori incorporati nella produzione a un livello di produttività dato.
2° Con lo sviluppo della produttività del lavoro con numero dato di lavoratori.

Nella realtà di un sistema in piena espansione si costata la combinazione di due forme. Un sistema in crisi è un sistema che si trova limitato sui due piani allo stesso tempo.

Internationalist-Perspective: Occupy, risultati e prospettive

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Occupy: risultati e prospettive

di Internationalist-Perspective

La fiammata globale di proteste di massa, che si è accumulata nel movimento Occupy Wall Street, è stata naturalmente accompagnata da una serie di attività e di analisi da parte della sinistra. Mentre è sicuramente impossibile dare una precisa formula che può spiegare il salto di coscienza che è il fondamento essenziale per un movimento spontaneo in quanto tale, non c'è dubbio che le proteste della primavera araba, gli Indignados e Occupy segnino un momento storico stupefacente. Infatti, per il carattere spontaneo, per il respiro della sua estensione globale, e per la sua velocità temporale, è il primo di questo tipo. 

Sembrerebbe che il purgatorio neo-liberale degli ultimi trenta anni stia volgendo al termine, l'ideologia predominante del capitalismo mostra segni di collasso. Rispondendo a una crisi sempre più profonda e devastante, le proteste hanno messo in luce i contorni generali di stati di polizia emergenti in tutto il mondo, nonché un potenziale di resistenza che si poteva solo sognare fino a poco tempo fa. L'analisi definitiva è ovviamente impossibile, mentre il movimento è in svolgimento, non solo per la comparsa di nuove forme di lotta ma anche a causa del carattere eterogeneo e decentrato delle proteste. Tuttavia, è essenziale per tentare una analisi, non al fine di strumentalizzare il movimento come è il modus operandi dell’avanguardismo di sinistra, ma piuttosto per contribuire a dare forma a un nuovo immaginario sociale come partecipanti alle lotte, per spingere verso una riconfigurazione rivoluzionaria dei rapporti umani e per perturbare la dialettica inevitabile di recupero da parte del capitale.

Domenico Moro: Perché la riforma Fornero va contro produttività e crescita

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Perché la riforma Fornero va contro produttività e crescita

Domenico Moro

1. Produttività e crescita economica


In Italia e in Europa si ripete come un mantra la necessità di accompagnare la crescita al risanamento dei conti pubblici. La crescita economica è riconducibile a molte e complesse fonti. Secondo molti economisti, una delle più importanti è l’aumento della produttività globale, sebbene i meccanismi che legano questa alla crescita siano diversi a seconda della prospettiva di analisi adottata.[1] Proprio con lo scopo dichiarato di innalzare la produttività italiana e, in questo modo, di spingere la crescita, da tempo entrambe stagnanti, è stata presentata dal ministro Fornero una proposta di riforma del mercato del lavoro. La logica sottostante a tale riforma, in accordo con il senso comune del mainstream economico e politico, è che il declino della produttività  in Italia dipende da un mercato del lavoro troppo poco deregolamentato. A nostro avviso si tratta di una logica non solo errata ma anche controproducente.

Prima di affrontare il discorso sulle cause del declino della produttività italiana, va precisato che definire e misurare la produttività e la sua evoluzione nel tempo è piuttosto complesso. Le misure utilizzabili sono molteplici. L’indicatore più comune è la produttività generica del lavoro, nella forma del rapporto tra la quantità di valore aggiunto prodotto (QV) e il numero delle ore di lavoro (H) impiegate per produrlo (P = QV/H). Tale indicatore presenta, però, il limite di non far emergere esplicitamente il ruolo degli investimenti e dell’innovazione tecnologica.

Vittorio Giacopini: Parole al vento

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Parole al vento

di Vittorio Giacopini

Una Weimar dello spirito o il Circo Oklahoma

Si scrive ma è come spedire una lettera senza destinatari né indirizzo. Messaggi nella bottiglia, parole al vento. Tra l’atto del pensiero, il lavoro di scrittura, e il (minuscolo) pubblico destinato ad accogliere queste deliberatamente provvisorie ruminazioni, lo scarto potrebbe rivelarsi incolmabile. È comico, volendo, anzi ridicolo. È vero, il tempo non sta mai fermo, però oggi l’accelerare delle situazioni rende abbastanza improbabili profezie, mediocri congetture, divinazioni.

Già l’articolo di quotidiano esce invecchiato, figurarsi le parole per un mensile. Il termine crisi (generico quanti altri mai però efficace) compendia questo modo nuovo di stare dentro il tempo, o di subirlo. Il paesaggio che ci circonda muta alla velocità della luce (o dei neutrini) e l’effetto più impressionante è questa sensazione di intensa, vorticosa, entropica inflazione degli eventi. Una settimana, un giorno, pochi mesi, e il mondo sembra mutare, totalmente. Basta un esempio. Tra i primi di agosto 2011 e il 15 del mese, Ferragosto – neanche quindici giorni – s’è svelato uno scenario del tutto inedito (la “crisi”, appunto, qualsiasi cosa essa sia, naturalmente) che ancora oggi insiste a mutare e muta ancora, (“difficile dire che sia finita” dice oggi Mario Draghi, fine febbraio: quantomeno un’osservazione di buonsenso). Inflazione degli eventi, estrema caducità della parola: si diventa obsoleti in un baleno e sembra davvero di vivere in una specie di Weimar dello spirito (o al famoso Circo Oklahoma di Franz Kafka). Ci si arma di tesi, concetti, diagnosi, criteri per dare un senso al presente e provare ad afferrarlo, fugacemente, ma nel breve arco di un giorno quel piccolo patrimonio intellettuale diventa subito inutile, superato, e serve sempre di più, altro e altro ancora. Senza che uno se ne sia accorto, l’abbia visto, la crisi potrebbe essersi fatta nuova forma di vita quotidiana, terra incognita. Siamo alla rincorsa dell’ombra di noi stessi, di un domani che ci anticipa e ossessiona, e ci spaventa. Intanto saltano tempi, criteri, modelli, parametri.

David Harvey: La nuova rivoluzione urbana

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La nuova rivoluzione urbana

Max Rivlin-Nader intervista David Harvey

Lunga intervista a David Harvey sui temi del suo ultimo libro Città Ribelli, di prossima pubblicazione in Italia. Dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street. Salon, 29 aprile 2012

Dalla Parigi del 1871 alla Praga del 1968 al Cairo nel 2011, per finire con le vie di New York, le città sono da lungo tempo il terreno di coltura dei movimenti radicali. Nel corso del tempo le proteste urbane nascono da una infinità di spunti diversi, dalla disoccupazione alla fame, alla privatizzazione alla corruzione. Ma c’entra forse anche la stessa geografia delle città? Una questione particolarmente accesa questa settimana, mentre il movimento Occupy si prepara a una serie di grandi manifestazioni in tante città del paese per il Primo Maggio.

Il geografo e sociologo David Harvey, professore di antropologia al Graduate Center della City University di New York, uno dei venti studiosi in campo umanistico più citati di tutti i tempi, ha passato un’intera vita a studiare il modo in cui si organizzano le città, e poi cosa vi accade. Il suo nuovo libro Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution, esamina in profondità gli effetti delle politiche finanziarie liberiste sulla vita urbana, il paralizzante debito dei ceti medi e a basso reddito d’America, la devastazione dello spazio pubblico per tutti i cittadini operata da uno sviluppo sfuggito al controllo.

A partire dalla domanda: Come organizziamo una città? Harvey esplora l’attuale crisi del credito e le sue radici nella crescita urbana, e come questo processo abbia di fatto reso praticamente impossibile qualunque azione politica nelle città per gli ultimi vent’anni. Harvey si propone come esponente di punta del movimento per il “diritto alla città”, l’idea secondo la quale il cittadino deve poter intervenire sui modi in cui le città crescono e sono strutturate. A partire dalla Comune di Parigi del 1871, quando la cittadinanza rovesciò l’aristocrazia prendendo il potere, Harvey ricostruisce i modi in cui le città si sono riorganizzate, e come potrebbero farlo, per diventare più inclusive e giuste.

Laboratorio Baracca: Piccola Guida alla controriforma del Mercato del Lavoro

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Piccola Guida alla controriforma del Mercato del Lavoro

di Laboratorio Baracca

 

“I cinesi hanno detto chiaramente che la rigidità del nostro mercato del lavoro è uno dei fattori che finora li ha disincentivati dall’investire in Italia”
Mario Monti, 31/03/2012

A contare, nel “vecchio” articolo 18, non sono stati gli effetti visibili; a contare sono stati quelli che non si sono potuti vedere.”
Franco De Benedetti, 23/03/2012

Crescita di cosa..? Un’introduzione critica

Il disegno di legge di “Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita” porta ancor più indietro nel tempo la legislazione sul lavoro, retrodatandola agli anni precedenti le conquiste dei diritti collettivi degli anni ’70. Chiariamo subito: niente di particolarmente nuovo dopo decenni che hanno visto, tra gli altri, il pacchetto Treu (che istituì le agenzie interinali), la legge Biagi (che legalizzò la precarietà) e altre misure che avrebbero dovuto rendere “più efficiente un mercato del lavoro ingessato”, freno di una crescita che non si è poi mai presentata. Si tratta quindi di un ennesimo, ma questa volta particolarmente significativo, passaggio verso quel “dopo Cristo” auspicato da Marchionne – il 1800 dopo Cristo in cui vigevano analoghe condizioni di lavoro.

Per questo motivo ci si riferirà al DdL in termini di “Controriforma”. (Scarica il documento in pdf

La Controriforma esprime già nel titolo il suo scopo apparente: riportare la “crescita del Paese” (parole della Ministro Fornero).

Fa parte delle riforme strutturali richieste dall’Europa, quelle “necessarie” che non avremmo fatto in questi anni vissuti “al di sopra delle nostre possibilità”, illudendoci di avere qualcosa di più che una bettola in affitto, cibo scadente o una striminzita pensione – e che ora ci costringono, tutti indistintamente, a sacrifici.

Paolo Mossetti: Piccolo saggio sulla diserzione

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Piccolo saggio sulla diserzione

Written by Paolo Mossetti

Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l'andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all'orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l'illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio.
Henri Laborit,
Elogio della Fuga, 1976.
“W la Resistenza”
(La resistenza è un congegno elettrico)
Collettivo Eveline, Milano, 2006.
 
C’è stato un momento, nella cultura italiana, in cui i temi dell’esilio e della fuga vennero esplorati in forme generose e originali. C’era il cinema di Gabriele Salvatores, «dedicato a tutti quelli che stanno scappando», e quello di Mario Martone, con i suoi sconfitti dalla vita; le musiche di 99 Posse, Almamegretta, Bisca, Daniele Sepe che esaltavano i valori delle radici e dell’antifascismo militante, ma ancor di più suggerivano una diserzione dal treno progressista; poi la letteratura nomade di Pino Cacucci, i fumetti di Sergio Bonelli, e in generale nelle arti si sentiva ancora l’influenza di Hugo Pratt, di Carmelo Bene, di Jodorowski. Quelle voci ci raccontavano, in modi assai diversi tra loro, di una generazione non ancora pronta a sentirsi adulta e borghese, di amicizie virili, di disgusto per la società del “reflusso”, di codardia persino. Lo facevano con linguaggi a volte ingenui, ma senza mai mancare di un certo gusto per l’avventura e della voglia di contaminarsi, di creare collaborazioni, intrecci inaspettati.

Ora tutto questo sembra un romantico ricordo. Gli anni che vanno dal G8 di Genova alla crisi finanziaria del 2008 hanno visto rinascita di mitologie che credevamo estinte per sempre: il Patriottismo di «sinistra», il Tricolore, il feticismo della Costituzione, la Legge e l’Ordine.

Sergio Cesaratto: La crisi globale

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La crisi globale

di Sergio Cesaratto

Lunedì 23 aprile si è svolta a Roma 3 la presentazione dei volumi di Bellofiore e Giacché sulla crisi, Radio radicale l'ha registrata, qui c'è la mia relazione con alcuni postscriptum

Mi occupo solo di uno dei due libri di Bellofiore, La crisi globale, l’altro è più teorico. Devo avanzare una critica di fondo a Bellofiore: l’eccesso di distinguo dalle altrui posizioni attraverso sottigliezze che lasciano il lettore smarrito circa l’argomentazione di fondo [molti l’han notato anche nell’esposizione al dibattito; un esempio è quando Riccardo ha disquisito circa la data di inizio della crisi … il 2008 non gli andava bene, le cause sono anteriori, ma questo è ovvio e non aggiunge molto. Il lettore potrà farsi una propria opinione attraverso la registrazione di Radio Radicale, che ringraziamo]. Tutto questo con amicizia, ma anche con franchezza.

Parto dalle conclusioni. I due volumi convergono nell’idea che una rottura/fuoriuscita dall’UME è improponibile, tanto sarebbero importanti le conseguenze. Non è di questa opinione Paul Krugman:

“What is the alternative? Well, in the 1930s — an era that modern Europe is starting to replicate in ever more faithful detail — the essential condition for recovery was exit from the gold standard. The equivalent move now would be exit from the euro, and restoration of national currencies. You may say that this is inconceivable, and it would indeed be a hugely disruptive event both economically and politically. But continuing on the present course, imposing ever-harsher austerity on countries that are already suffering Depression-era unemployment, is what’s truly inconceivable.”

Comunque, conclude Giacché, se continua così sarà l’Euro a rompersi. L’impegno dei paesi emergenti a sostenere l’intervento del FMI a sostegno dei paesi europei in difficoltà sembra però indicare che ci saranno degli sforzi ad impedirlo. Una lunga pena ci attende, più probabilmente. Ma può darsi che il redde rationem arrivi, ma siamo nel regno delle illazioni.

Lorenzo Battisti: Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa?

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Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa?

di Lorenzo Battisti

1. Le elezioni presidenziali francesi sono competizioni estremamente personalistiche. Conta molto il candidato, come si presenta e l’esposizione mediatica che ottiene. Così ha voluto de Gaulle quando scrisse la costituzione della Quinta Repubblica, soprattutto per contenere i comunisti. Per queste ragioni sarebbe sbagliato trarre dal primo turno delle presidenziali un giudizio compiuto sulle tendenze di fondo in atto nella società. Questo passaggio elettorale ha, semmai, impresso una istantanea e per poter leggere una dinamica di fondo è importante guardare a quanto avverrà dopo tutti i passaggi elettorali. Questa stagione, cominciata domenica con il primo turno delle presidenziali, si concluderà a giugno quando saranno eletti i deputati dell’assemblea nazionale (lo scorso autunno si sono tenute le senatoriali).

Tuttavia, alcune considerazioni posso essere tratte già da questo primo appuntamento elettorale e, come vedremo, non riguardano sono i destini della Francia.


2. Il primo dato molto importante da analizzare è stato il forte calo dell’astensione, scesa al 19,59%: il più basso da molti anni. Questo dato (come altri, che analizzeremo in seguito) ha colto di sorpresa tanto i sondaggisti quanto i commentatori, i quali si aspettavano un aumento dell’astensione, anche se lieve, rispetto alle passate presidenziali. Ciò mostra che molti francesi hanno compreso come queste elezioni avessero grande importanza per determinare i destini della Francia e dell’Europa nei prossimi anni. E ciò è stato possibile non solo perché i due candidati ora al ballottaggio (Sarkozy ed Hollande) hanno fatto il pieno dei propri voti, ma perché tanto il Front National, quanto il Front de Gauche, hanno dinamizzato la competizione elettorale, superando di misura i propri precedenti risultati e portando al voto fasce di potenziale astensione.

Mario Tronti: Urss, il continente scomparso

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Urss, il continente scomparso

Mario Tronti

Dal capitalismo al socialismo e ritorno. «L'esperimento profano» di Rita Di Leo ripercorre controcorrente il fiume di una storia rimossa, che illumina lo scontro di oggi fra politica ed economia

Siamo malati di anniversari. Se non ci fossero, per i giornali, bisognerebbe inventarli. E infatti spesso se ne inventano. E altrettanto spesso se ne nascondono. E' passato tutto intero il 2011 e nessuno, o quasi, si è ricordato che, esattamente vent'anni prima, era accaduto quell'evento che si chiama «fine dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche". Si può non avere simpatia per il presidente Putin e in effetti non ne suscita in gran quantità, ma ha detto almeno una volta la cosa essenziale e cioè che la caduta dell'Urss è stata la più grande catastrofe geopolitica del Novecento. Le futili vicende che abbiamo vissuto da allora, mascherate da improbabili accadimenti epocali, ce lo confermano. Ecco un libro che ci riporta, saltando indietro nel tempo che conta, a una vicenda, «un esperimento», si dice, che ha fatto storia e che non a caso alla sua conclusione ha fatto parlare di fine della Storia. Sto parlando di Rita di Leo, L'esperimento profano, sottotitolo eloquente Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Ediesse, Citoyens, Roma 2012.

È un testo da leggere, impossibile da riassumere. E' un testo breve, sintetico, con rimandi ad altri approfondimenti analitici della stessa autrice, dimostrazioni empiriche delle tesi teorico-storiche qui presenti, che varrebbe la pena di veder presto pubblicati a parte. Una narrazione, che non si può raccontare di nuovo, si può solo ascoltare. Ne parlo, usando le stesse frasi e parole del libro. 1917-1991: ecco date che stanno in piedi da sole, come corpi in carne ed ossa, non fantasmi evocati dalle pratiche magiche della comunicazione mediatica. Scelgo di dare subito conto, con una citazione di esempio, dello stile e del tono del discorso. A metà libro:

Lameduck: Fail Monty

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Fail Monty

Lameduck

"Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis."
(E' un po' lungo, fatevelo durare).

"Il rigore porterà lavoro e crescita", ha detto oggi Mario9000. Un'altra frase che dà ragione a chi sostiene che il nostro potrebbe essere entrato definitivamente in modalità "giro giro tondo", insomma essere impazzito. Perché il rigore, inteso evidentemente come aumento spropositato della tassazione sulla produzione e i consumatori, e la conseguente recessione, per non parlare della depressione instillata nella popolazione - si direbbe apposta - con questo continuo parlare di sacrifici, pianti in diretta, proclami di ineluttabilità delle decisioni ed incertezza generalizzata per il futuro,  escludono qualunque possibilità di crescita positiva.

La ricetta neoliberista finora applicata dal governo Monti e dai suoi tecnici, facenti parte di un'elite oligarchica ed aristocratica di ritorno, tesa solo alla protezione del proprio particulare e quindi totalmente inetta se portata a confrontarsi con l'interesse generale, può raggiungere solo  lo scopo di condurre il paese al default; dopo il quale, si potrà parlare di crescita e ripresa solo applicando una politica economica che sia obbligatoriamente l'opposto di quella neoliberista, quindi in contrasto con i principi che sembrano difendere Mario Monti, il presidente minuscolo napolitano e tutto l'arco (in)costituzionale della politica italiana. 
 

Quando in molti siamo caduti vittime della Sindrome del Salvatore, Monti veniva paragonato ad un chirurgo che non deve essere pietoso ma amputare senza pietà la gamba malata così il corpo guarirà.

Rossana Rossanda: Il Quarto Stato del Capitale

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Il Quarto Stato del Capitale

di Rossana Rossanda

La lotta di classe non è finita, così come non sono scomparse le classi sociali. L'ultimo libro di Luciano Gallino per Laterza sgombra il campo da molte erronee convinzioni che hanno orientato le politiche delle sinistre. Ma è anche un invito a guardare con lucidità la crisi del pensiero critico, che non può invece essere aggirata proponendo soluzioni che non scalfiscono la religione del libero mercato. Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18).

Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c'è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov'è oggi l'operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera. E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un'ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l'estensione dell'economia mondializzata. Mai come oggi l'innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produrre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore. Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno per esempio in Europa, dove i lavoratori avevano conquistato da un secolo salari e diritti maggiori.

Alfio Mastropaolo: La democrazia Imperiale e quella di Asterix

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La democrazia Imperiale e quella di Asterix*

Alfio Mastropaolo

Anche in Italia c’è un villaggio di Asterix e di galli irriducibili. Non saranno proprio galli, magari sono celti, magari sono qualcos’altro o non sono niente, ma irriducibili sembrano esserlo di sicuro. Li dove le Alpi si inchinano alla pianura c’è la Val di Susa. Lì finora si sono scornate le legioni di Pompeo (Prodi), quelle di Cesare (Berlusconi) e neanche quelle del regista della grande pax augustea (Monti) sembrano destinate a miglior sorte.

L’oggetto della disputa è arcinoto. I danti causa delle legioni vogliono scavare sotto casa degli irriducibili un buco colossale, la cui escavazione si protrarrà nel tempo per chissà quanto. Gli irriducibili valligiani non ne vogliono sapere. Gli escavatori dichiarano che il buco è assolutamente necessario, che di lì passerà l’avvenire del mondo che governano, quello delle generazioni future, il progresso, la modernità, lo sviluppo, l’occupazione e quant’altro. La replica degli irriducibili è che in questo non c’è nulla di vero, che il buco è superfluo, che costerà somme enormi agli escavatori, ma pure a coloro in nome di quali essi promettono progresso, modernità, sviluppo, occupazione, e che, smentendo le promesse, provocherà inquinamento aggravato, devastazioni ambientali irreversibili, oltre a non meno irreversibili devastazioni sociali.

Dall’una e dall’altra parte sono state mobilitate competenze di altissimo pregio. Si esibiscono studi d’impatto ambientale e di costi/benefici, valutazioni dei flussi di traffico attuali e potenziali. Le competenze esibite dagli uni, ad esser equanimi, non appaiono meno autorevoli di quelle esibite dagli altri. Perché se da un lato gli escavatori hanno dalla loro il potenziale di know-how che possono mobilitare i governi nazionali, cui si somma quello mobilitabile da quella parvenza di governo – in realtà molto efficace – che sono le istituzioni europee, dal canto opposto a fianco degli irriducibili si è mobilitato l’altrettanto imponente know how di coloro, che non sono pochi, né sono tanto meno culturalmente sprovveduti – che mettono severamente in discussione la qualità degli argomenti tecnici degli escavatori e le loro parole d’ordine. Progresso, modernità e sviluppo stanno da un’altra parte, o vanno conseguiti in altro modo. Non scavando altri buchi, ma semmai proteggendo quel poco di territorio che non è stato violentato, in micidiale e geometrica progressione, dalla rivoluzione industriali in avanti. Anzi cominciando a rimediare a tali violenze, laddove si voglia davvero, ammesso che lo meriti, salvaguardare il destino della specie.

Vladimiro Giacchè: Titanic Europa

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Titanic Europa

Helena Janeczek intervista Vladimiro Giacchè

Si chiama Titanic Europa (Aliberti, 14,00€), ma in circa 170 pagine contiene una nave e un iceberg ben più grandi: la crisi economica presa da molto prima del crack di Lehman Brothers, fino alla Grecia e l’Italia, perno del possibile naufragio, too big to fail ma troppo grande per essere salvata. L’ha scritto Vladimiro Giacché, dirigente della finanziaria Sator e, al contempo, marxista dichiarato. Nel saggio prevale lo sguardo dell’insider o la voce del militante? Entrambe, si direbbe, ma forse soprattutto qualcos’altro. Grande capacità di sintesi, chiarezza espositiva, scrittura agile. Si tratta per due terzi di un breviario utile a chiunque voglia integrare il costume di esprimersi come un allenatore con la più recente urgenza di dire qualcosa di sensato su spread e pareggi di bilancio.

Riconoscere le ragioni di una crisi di sistema e discernere le risposte affatto obbligatorie con cui si è reagito a essa, riduce il senso di impotenza di chi ne è investito quasi fosse un evento naturale. La grande bolla esplosa nel 2008 si stava preparando da decenni. Con la fine del boom industriale, la macchina del consumo e del profitto occidentale è stata alimentata togliendo ogni vincolo all’economia del credito e della finanza. Il suo rovescio è l’indebitamento, ma il conto della deflazione viene fatto pagare ai più deboli: negli Usa alle famiglie povere che avevano acceso un mutuo sulla casa, in Europa ai lavoratori costretti a rinunciare alle conquiste sociali. Il salvataggio delle banche, secondo un rapporto della Bank of England del 2009, è invece costato 14.000 miliardi di dollari, debito spaventoso assorbito a gratis dagli Stati che ora arrancano o si trovano nel occhio del ciclone. La cura non solo iniqua ma per giunta sbagliata – vedi i risultati in Grecia – dimostra, secondo Giacché, quanto un’ideologia possa resistere persino alla lezione della realtà.


Lei mostra di trovarsi in buona compagnia. Sempre più economisti riconsiderano Marx e ripetono, con Keynes, che imporre l’austerity in tempi di recessione è un’idiozia suicida. Ormai lo dicono non solo i più liberal, ma un numero crescente di colleghi mainstream. Perché la politica UE è diventata più realista del re nel farsi volonterosa esecutrice di una supposta volontà dei mercati?

Alberto Bagnai: One (labour) market, one money

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One (labour) market, one money

di Alberto Bagnai

(sempre per la serie ce l’avevano detto, e per l’altra serie “pe’ malati c’è la china...”)

Vi ricordate Pantegana? Il mio più tragico fallimento didattico? Il piddino che mi sono covato in seno? Dai, non è proprio così... Non siamo mai più tornati sul suo discorso, c’erano tante e tante cose da dire, ma in fondo l’idea del ripristino del Glass-Steagall, per esempio, non è mica cattiva. E poi, quando parlavo di fallimento didattico, io scherzavo, va da sé. Fosse stato vero, avrei preferito tacere: i fallimenti, di solito, si tende ad occultarli. Invece io so che lui ha imparato molto da me, e anch’io ho imparato molto da lui. Per esempio, l’uso dell’accordo di settima di quarta specie (ma anche di quello di nona), non preparato, a scopo di rimorchio. Pensa, Panty, che poi, quando ho preso il mio secondo diploma, ho fatto una gran bella figura con l’insegnante di lettura della partitura grazie a te, perché tu mi avevi insegnato che in questa musica decadente che piace a voi un accordo dissonante può avere funzione di tonica. Quattro note (ma giuste) e da cembalista puoi riciclarti pianista jazz (si fa per dire)... Che poi, volendo parlare a molti (come pochi mi chiedono) indubbiamente sarebbe una strategia vincente. Mi scuserai, Panty, se non ho ancora trovato tempo di far tesoro dei tuoi insegnamenti: ormai temo sia tardi.

In compenso tu hai fatto tesoro dei miei, e non sai quanto sono fiero di te.

Ecco che ricevo quindi dalle cloache della finanza un altro sms del buon Panty, che sottopongo alla vostra attenzione, perché si pone una domanda che credo qualcun altro si ponga (certamente l’amico del tornese, ma, ne sono certo anche molti altri).

Ti leggo almeno una volta a settimana... Un abbraccio profondo e sincero, su alcuni temi non sono sempre allineato ma ti leggo sempre con gusto. Ti auguro sempre il meglio! Alla fine se gli squilibri di bilancia esistono in qualsiasi sottoinsieme del sistema: paesi, regioni, province... città... Ma allora qual è il perimetro di taglio per le valute? Facciamo la valuta dei Parioli? Hugs!

Antonio Pagliarone: La più Grande Depressione della storia?

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La più Grande Depressione della storia?

Antonio Pagliarone

Noi sappiamo bene che occorrono condizioni assolutamente determinate
perché sia possibile l'abbattimento del capitale. La volontà del
proletariato non basta, giacché se non esistono queste condizioni
determinate tale volontà non può svilupparsi affatto (Paul Mattick
Crisi
Mondiale e Movimento Operaio
, 1933).

Vedrai, vedrai… vedrai che cambierà…forse non sarà
domani ma un bel giorno cambierà (Luigi Tenco 1965)

Gli economisti più disparati e gli osservatori di ogni genere insistono nel definire l’attuale corso economico come una delle tante recessioni che hanno caratterizzato l’ultimo secolo, ma ben pochi hanno il coraggio di descrivere quella che potremmo forse qualificare come la più grande Depressione della storia. Per poter sostenere tale affermazione occorre prendere in considerazione le stime relative alle diverse grandezze economiche utili per fotografare una sistema economico e sociale che non è più in grado di riprodursi, un organismo seriamente malato di fronte al quale non si riescono ad applicare le solite terapie che in passato lo hanno rigenerato. Un malato terminale in via di decomposizione.

Uno dei protagonisti sorti alla ribalta dell’economia moderna è l’indebitamento.

Il debito accumulato negli Stati Uniti nel 2011 ammontava a poco più di 15 trilioni di dollari superando di poco il PIL dello stesso anno mentre nel pieno della crisi finanziaria del 2008 era di 9,6 trilioni Il debito al consumo delle famiglie americane, pur essendo declinato dal 2008, che era pari a 14 trilioni, registra nel 2011 un ammontare di 11,66 trilioni. La Figura 1 riporta l’andamento del debito complessivo rispetto al PIL nel quale si nota che nel 2009 ha raggiunto il 369.7 % mentre il picco del 1933 era del 299,8%

Paolo Massucci: La crisi europea oltre l'ideologia del mercato

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La crisi europea oltre l'ideologia del mercato

di  Paolo Massucci*

Inserendoci nel dibattito attuale sulla cosiddetta “crisi dell’Euro” ci proponiamo, pur senza pretesa di completezza, di coglierne alcuni punti essenziali, per poter ampliare il ragionamento al di là della preponderante informazione massificata, basata su ”l’ideologia del mercato”, fuorviante per una effettiva comprensione del processo storico sottostante.

Si tratta evidentemente di un compito ostico, soggetto ad errori e fraintendimenti e certamente parziale e provvisorio, in quanto si tenta di “afferrare” una fase della storia in tumultuoso corso di svolgimento, il cui terreno sembra continuamente “muoversi sotto i piedi”. L’attuale crisi appare comunque di proporzione “storica”: è in atto un profondo e drammatico processo di riorganizzazione del sistema capitalistico, il cui esito purtuttavia non può essere né noto né certo.

Siamo vicini al collasso del sistema capitalistico? Al momento è poco probabile, mentre siamo di fronte, almeno in Europa, ad una profonda ristrutturazione dei rapporti di potere, nel segno della scomparsa dei modelli cosiddetti “democratici” del funzionamento della politica e dei modelli cosiddetti “sociali” di redistribuzione delle ricchezze, la scomparsa dunque dei diritti, pur parziali, conquistati dai lavoratori nel secolo scorso. Ma lo scenario futuro rimane imprevedibile.

Quale è il principale fattore di questa incertezza, di questa instabilità, di fronte alle politiche economiche imposte dai poteri dei grandi azionisti dei capitali finanziari? Esso è, in ultima analisi, la possibilità e la capacità di reazione della società stessa (la classe lavoratrice in senso ampio), è l’imprevedibilità della storia, il fattore uomo, cioè la libertà dell’agire umano, la “risposta all’azione”.

Arturo di Corinto: Hacking netculture e sabotaggio

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Hacking netculture e sabotaggio

di Arturo di Corinto

Autorevolezza contro autorità, competenza contro gerarchie, libertà contro controllo

All’inizio c’era l’attivismo.

Diverso dalla militanza nei partiti e nelle associazioni, l’activism è l’azione diretta dei movimenti di base per denunciare un torto, contestare una scelta politica e dare voce alla protesta sociale su questioni specifiche. Poi è venuto l’hack-tivism, l’attivismo al computer, l’azione diretta in rete con tecniche da hacker, e dopo ancora il media-attivismo, l’uso consapevole e critico di telecamere, televisioni di strada e web-tv autogestite. Oggi va di moda l’attivismo 2.0: giovani e meno giovani hanno abbracciato i social media (il web 2.0) per promuovere campagne sociali e fare attivismo oltre le forme tradizionali degli scioperi, delle occupazioni, dei boicottaggi, dei cortei e delle petizioni virtuali.

Questa nuova forma di attivismo che si esprime nel “Mi piace” di Facebook, nel commentare un video su Yutube o “retwittare” un post di 140 caratteri, pretende di contribuire a una singola causa con un piccolo atto pratico, un semplice click, ma spesso si risolve nel suo peggiore estremo, il clicktivism. Puoi twittare una causa e votarla su Facebook senza coinvolgerti in nessuna azione diretta o sentire che sei importante per il suo successo. Quel gesto ripetuto si trasforma allora in slacktivism, l’attivismo fannullone che non si interessa di come è andata a finire. Magari un piccolo click ci porta a impegnarci in una cosa successiva, ma la maggior parte delle cause richiede più di un semplice click. Soprattutto, se questi click non producono azione e cambiamento, c’è il rischio di diventare cinici e smettere di crederci. Perciò anche se qualcuno usa i social media come parte della propria strategia di cambiamento non vuol dire che li stia usando strategicamente. Ci sono tanti modi di perdere tempo in campagne che non cambiano niente. E non dipende dal fatto che gli strumenti sono inefficaci, ma dal fatto che vengono usati male. Un solo click non basta.

Nicola Melloni: Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi

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Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi

di Nicola Melloni

Ormai è evidente a tutti che di austerity l'Europa muore. Ma come si fa oggi una politica espansiva, sotto il ricatto dei mercati? Serve una nuova politica monetaria, con l'arma della repressione finanziaria

Debito, politica monetaria e l’uscita dalla crisi

I dati degli ultimi giorni confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’austerity europea non funziona. Una volta esauritasi la liquidità fornita massicciamente dalla BCE, si è sciolta al sole primaverile la favola che i cambi di governo in Spagna ed in Italia avessero fermato la crisi e restaurato la fiducia dei mercati nell’Eurozona[i].

In Spagna la politica di Rajoy è sotto accusa dopo solo pochi mesi di governo. La finanziaria da 27 miliardi non ha avuto gli effetti sperati e le stime del PIL per il 2012 sono state riviste al ribasso. L’economia si contrarrà (almeno!) dell’ 1.8% mentre la disoccupazione è oltre il 23%. In una situazione di questo genere, inizialmente il governo spagnolo aveva negoziato una riduzione del deficit minore di quella prevista dal fiscal compact. Avrebbe dunque sì ridotto il deficit dall’8.5% al 5.3% del PIL, ma non di quanto richiesto dalla UE (il 4.4%). Ora però appare chiaro che pure quella finanziaria non sarebbe stata sufficiente a centrare l’obiettivo e, con lo spread risalito velocemente oltre i livelli di guardia, Rajoy si è impegnato ad altri tagli pari a 10 miliardi di euro.


Le origini del debito e l’inutile speranza nel settore privato

Ma, come già in Grecia, è una logica che crea semplicemente un circolo vizioso. L’austerity deprime l’economia, aggrava la crisi fiscale ed impone nuovi tagli. Si basa sulla speranza – esplicitata dal capofila dei supporter dell’austerity, George Osborne – che mentre il settore pubblico riduce le spese, il settore privato si rimetta in moto. Marxianamente si potrebbe dire che riducendo l’economia (la cosiddetta self-inflicted recession dei tempi del Gold Standard) ed aumentando la disoccupazione (l’esercito industriale di riserva) si riducono di conseguenza i salari (il costo del capitale variabile) favorendo gli investimenti.

Alberto Bagnai: Cose che capitano alla Spagna...

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Cose che capitano alla Spagna...

di Alberto Bagnai

E così l'Argentina ha nazionalizzato la società petrolifera Repsol. Sono cose che capitano. Non sono addentro alla vicenda, non mi intendo di diritto internazionale, non posso attribuire torti e ragioni, ma il mio affettuoso pensiero va in questo momento al premier Mariano Rajoy.

Sai, caro, il tuo paese ha avuto due periodi di splendore. Uno nel XVI secolo, quando importava, con metodi che oggi non sarebbero ritenuti ammissibili (forse perché troppo artigianali) oro dall'America Latina. E uno nel primo decennio di questo secolo, quando ha importato euro dalla Germania.

Ora, vediamo le analogie: arriva finanza dall'estero, i consumi fioriscono, la capacità produttiva del paese non basta a soddisfarli, si importa, e alla fine si deindustrializza anche un tantinello. Pensa, se n'era accorto anche quel mio compatriota, sai, Guicciardini, che diceva nella sua Relazione di Spagna:

la povertà vi è grande, e credo proceda non tanto per la qualità del paese, quanto per la natura loro di non volere dare agli esercizi; e non che vadino fuori di Spagna, più tosto mandano in altre nazioni la materia che nasce nel loro regno per comperarla poi da altri formata come si vede nella lana e seta quale vendono ad altri per comperare poi da loro panni e drappi.

Sai, questo blog si chiama Goofynomics per ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio, e che ogni fenomeno può essere visto da due prospettive diverse.
E infatti è noto che Alfonso Núñez de Castro la vedeva diversamente:

lasciamo Londra produrre quei panni così cari al suo cuore; lasciamo l'Olanda produrre le sue stoffe, Firenze i suoi drappi, Milano i suoi broccati... Noi siamo in grado di comperare questi prodotti, il che prova che tutte le nazioni lavorano per Madrid e che Madrid è la grande regina, perché tutto il mondo serve Madrid, mentre Madrid non serve nessuno.

Certo.

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