SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Andrea Fumagalli: I metafisici sacerdoti di una scienza del potere

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I metafisici sacerdoti di una scienza del potere

Andrea Fumagalli

Contro l'economia politica: «L'austerity è di destra» La critica al pensiero economico dominante di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella coglie il segno, ma rischia di non vedere le nuove forme di sfruttamento

In una conferenza nel 1989, il premio Nobel Ilya Prigogine, tra i più noti fisici e chimici contemporanei, affermava che solo due discipline accademiche pretendevano, contro ogni evidenza epistemologica, di mantenere un approccio «metafisico»: la psicologia e l'economia politica. Riguardo la prima, non sono in grado di pronunciarmi. Riguardo la seconda, non si può che dar ragione a Prigogine. Sarà perché disciplina relativamente giovane, sarà perché i suoi maggior esponenti sono affetti da sindrome di inferiorità, ma solo l'Economia Politica ritiene, nella sua componente mainstream, di essere depositaria della «verità» in materia di regolazione economica e sociale dei mercati.

Ed è contro questa presunzione (che, non a caso, è assai funzionale al mantenimento delle forme attuali di governance) che il pensiero economico critico deve continuamente battersi nei rari spazi che l'accademia, in Italia meno che altrove, concede. Ne è testimonianza il pamphlet scritto da Emiliano Brancaccio e Marco Passarella dal titolo L'austerity è di destra (Il saggiatore, Milano, pp. 152, euro 13), pensato anche come possibile risposta ad un altro pamphlet di Giavazzi e Alesina: Il liberismo è di sinistra, pubblicato sempre da Il Saggiatore nel 2007.


La retorica della scarsità


L'affermazione del titolo dovrebbe essere ovvia, di questi tempi. L'austerity implica infatti l'adozione di politiche recessive.

Riccardo Bellofiore: L'euro non va. No complotto, sì lotta sociale

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L'euro non va. No complotto, sì lotta sociale

Roberto Santilli intervista Riccardo Bellofiore

"Non credo che l'euro sia un problema. Semmai, la sua costruzione è stata un problema".

L'economista Riccardo Bellofiore, professore ordinario al dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bergamo, ha la sua versione sulle condizioni terribili in cui versano l'Italia e l'Europa. E non coincide, non in tutto, con chi negli ultimi tempi si è scagliato contro il governo di Bruxelles, la Banca centrale europea (Bce) e, in Italia, Mario Monti e la moneta unica, considerata da alcuni economisti il vero scandalo al centro di tutto ciò che sta distruggendo la ricchezza europea.

Le critiche del prof contro Bruxelles, per capirci, non corrispondono a quelle di alcuni dei suoi colleghi.

“È sbagliata - spiega Bellofiore ad AbruzzoWeb - la posizione di quelli che credono che la crisi sia colpa dell'euro. L'origine della crisi europea non ha molto a che vedere con il bilancio pubblico, né con l'euro. Tutto risale alla crisi del debito privato del 2007-2008. Il che non toglie che sia deleteria l’ossessione degli eurocrati contro i disavanzi di bilancio e che il disegno istituzionale della moneta unica sia sbagliato".

"La crisi che stiamo vivendo - sostiene - è stata senz’altro resa drammatica dalla struttura istituzionale dell'Europa unita. Si vive con l'ossessione dei disavanzi del debito pubblico. I tecnocrati tagliano la spesa pubblica e impongono l’austerità e la privatizzazione di ogni servizio, le uniche medicine che conoscono. Senza contare il modo in cui la Bce gestisce i finanziamenti dei disavanzi”.

“Non ci si può arrabbiare troppo con Mario Draghi, presidente della Bce - continua Bellofiore - accusandolo, per esempio, di non aver permesso l’acquisto dei titoli di Stato da parte della Banca centrale.

Maurizio Merlo: Il governo tecnico delle scienze

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Il governo tecnico delle scienze

di Maurizio Merlo

1. Crisi della mediazione scientifica

Una critica che si attardasse a rilevare il deficit di politicità che il governo tecnico apparentemente esibisce e cercasse invece di far valere ragioni di politica di equilibrio e rappresentanza, mancherebbe il suo bersaglio polemico. In quanto determinazione istituzionale interna alla centralità e autonomizzazione degli esecutivi – che si prospetta oramai come una costante di lungo periodo – il governo opera un dislocamento della tecnica della decisione politica dallo stato di eccezione alla produzione e riproduzione di un’omologia strutturale tra scienza e politica della società, tra governo dei saperi e riarticolazione del sociale.

Parliamo di governo tecnico delle scienze dentro l’approfondirsi della crisi generale della media­zione sociale e come caratteristica di lungo periodo della fase attuale. E intendiamo non solo la crisi della rappresentanza politica come istituzione per eccellenza della mediazione, ma della società come tale e in essa del sistema – del ciclo – della formazione.

La legittimità del governo dei saperi sta tutta nella sua distanza dai luoghi della produzione normativa, nella posizione che occupa all’interno delle articolazioni del legame tra messa al lavoro dei saperi sociali e denaro. È il denaro che sovradetermina il rapporto di produzione, piegando a tale sovradeterminazione anche le tradizionali istanze della rappresentanza. Nel rapporto di sottomissione monetaria che i governi cercano di imporre come unico legame sociale vengono ridisegnate le condizioni generali del sistema della produzione e dunque le figure della sussunzione generale al rapporto di capitale. Come il denaro si mostra privo di pathos e libero dalla dimensione passionale e perciò mobile della politica, così il governo tecnico (pur nelle lacrime prive di pathos di una ministra) svolge il proprio ruolo in uno scenario di pretesa ri-naturalizzazione del legame sociale.

Slavoj Žižek: La Grecia ci salverà

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La Grecia ci salverà

Written by  Slavoj Žižek

Il testo dell'intervento del filosofo sloveno alla convention di Syriza ad Atene.
 
Al termine della sua vita Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, fece la famosa domanda «che cosa vuole una donna?», ammettendo la perplessità di fronte all'enigma della sessualità femminile. Una simile perplessità sorge oggi: «Che cosa vuole l'Europa?» Questa è la domanda che voi, il popolo greco, state rivolgendo all'Europa. Ma l'Europa non sa quello che vuole. Il modo in cui gli stati europei e i media riportano ciò che sta accadendo oggi in Grecia è, credo, il miglior indicatore di che tipo di Europa vogliono. È l'Europa neoliberale, è l'Europa degli stati isolazionisti. I critici accusano Syriza di essere una minaccia per l'euro, ma Syriza è, al contrario, l'unica possibilità che ha l'Europa. Ma quale minaccia. Voi state dando all'Europa la possibilità di uscire dalla sua inerzia e di trovare una nuova via.

Nelle sue note sulla definizione di cultura, il grande poeta conservatore Thomas Eliot ha sottolineato quei momenti in cui l'unica scelta è tra eresia e il non credere. Vale a dire momenti in cui l'unico modo per mantenere il credo, per mantenere viva la religione, è necessario eseguire una diversione drastica dalla via principale. Questo è ciò che accade oggi con l'Europa. Solo una nuova eresia - rappresentata in questo momento da Syriza - può salvare ciò che vale la pena salvare dell'eredità europea, cioè la democrazia, la fiducia nelle persone, la solidarietà egualitaria. L'Europa che vincerà, se Syriza verrà messa fuori gioco, sarà un'Europa con valori asiatici: e, naturalmente, questi valori asiatici non hanno nulla a che fare con l'Asia, ma con la volontà attuale ed evidente del capitalismo contemporaneo di sospendere la democrazia.

Si dice che Syriza non ha abbastanza esperienza per governare. Sono d'accordo, manca loro l'esperienza di come far fallire un paese, truffando e rubando. Non avete questa esperienza.

Fabio Damen: Alle radici della crisi

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Alle radici della crisi

La caduta dei profitti e la finanziarizzazione dell'economia

di Fabio Damen

Sulle cause di questa crisi si è detto di tutto e di più, sia in campo borghese che in quello marxista. Nel secondo campo, quello che a noi più interessa, viene, tra le altre, riproposta la tesi ‘classica’ della sovrapproduzione o del sottoconsumo, con conseguente saturazione dei mercati, quale motore propulsivo della crisi. In questo caso non si prendono in considerazione gli aspetti peculiari che hanno caratterizzato la vita del capitalismo negli ultimi decenni e, quindi, le differenze – rispetto alle ‘normali’ recessioni – che sono all’origine del rigonfiamento e dello scoppio della bolla speculativa, dell’abnorme crescita del capitale fittizio e delle ricadute sull’economia reale, già ampiamente compromessa dalle sue insanabili contraddizioni.

Nell’approfondimento che qui andremo a sviluppare, prenderemo in considerazione gli aspetti generali e di metodo dell’analisi da sovrapproduzione per poi confrontarli e integrarli, sulla base dei dati empirici, con quella della caduta del saggio medio del profitto, affrontando la questione nel lungo periodo, e non soltanto relativamente agli anni immediatamente vicini al 2007, data di inizio della crisi. Un buon punto di partenza potrebbe essere l’enunciazione di Marx nel capitolo quindicesimo, del libro terzo, relativo allo sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge: “D’altro lato in quanto il saggio di valorizzazione del capitale complessivo, il saggio del profitto, è lo stimolo della produzione capitalistica (come la valorizzazione del capitale ne costituiscono l’unico scopo), la sua caduta rallenta la formazione di nuovi capitali indipendenti e appare come una minaccia per lo sviluppo del processo capitalistico di produzione; favorisce infatti la sovrapproduzione, la speculazione, le crisi, un eccesso di capitale contemporaneamente a un eccesso di popolazione”.

È proprio la relazione tra la caduta del saggio del profitto, le crisi economiche e la sovrapproduzione di capitali – che non trovando ambiti sufficientemente remunerativi nella produzione vanno verso la speculazione, verso la creazione di capitale fittizio, contribuendo alla formazione di bolle speculative il cui unico approdo è l’esplosione del sistema finanziario con tutte le ricadute del caso sull’economia reale – che è stata la base di partenza.

Centri sociali del nordest: Sulla crisi e sull’europa: appunti di fase

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Sulla crisi e sull’europa: appunti di fase

Centri sociali del nordest

Economia mondo e crisi

L’insistenza, con cui negli ultimi tre anni abbiamo sottolineato il carattere “globale” della crisi attuale, non può far sottovalutare come essa si sviluppi in realtà in maniera tutt’altro che “omogenea”, ma anzi in forme fortemente differenziate nelle diverse aree del pianeta.

Insistendo sul carattere “sistemico” abbiamo infatti cercato di registrare, al tempo stesso tra le sue cause e i suoi effetti, il progressivo declino dell’egemonia economica, militare e politica degli Stati Uniti d’America (e dell’Occidente più in generale) sui processi globali e il progressivo affermarsi di nuovi potenti attori su scala planetaria. Le conseguenze della crisi finanziaria ed economica interessano infatti, in misura e con modalità assai differenti, i Paesi emergenti del cosiddetto BRICS, per i quali lo sviluppo capitalistico ha ancora caratteristiche espansive, non solo in termini di crescita del Pil, ma anche della forza lavoro occupata, del suo salario, del reddito per essa disponibile e delle dinamiche di riproduzione allargata e consumo.

Lo svilupparsi di una crisi inedita come quella attuale può produrre una sorta di “miopia” dell’analisi: una difficoltà a vedere bene le cose lontane che di contro, incentiva la troppa concentrazione dello sguardo ai particolari di prossimità. Il capitalismo globale, se si osserva ciò che accade lontano da noi, non sembra in crisi. Il Brasile, la Russia, L’India, la Cina e il Sudafrica registrano un incremento verticale dei processi di accumulazione capitalistica, in maniera opposta a quanto invece sta accadendo in tutti i paesi occidentali che hanno tassi di crescita vicini allo zero o in marcata recessione.

carmenthesister: Perché l'Unione Fiscale e di Bilancio non Funzionerebbe

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Perché l'Unione Fiscale e di Bilancio non Funzionerebbe*

di carmenthesister

Man mano che mi inoltro nelle letture consigliate, mi risulta sempre più chiaro il motivo per cui la crisi dell'euro non può essere risolta  con un'unione fiscale o di bilancio, come sembra cominciare a pensare generosamente la Germania, dopo che le sue esportazioni verso l'eurozona hanno iniziato il movimento discendente.

Per capirlo meglio, può essere utile ripercorrere un po' di storia del nostro controverso rapporto con l'area del marco.


Il Serpentone

Nel 1973 l'Italia aderì al primo tentativo fatto in Europa di integrazione monetaria denominato "serpente monetario", dove i paesi aderenti si impegnavano a mantenere le proprie valute ancorate al marco entro una banda di oscillazione, e insieme fluttuare nei confronti del dollaro.

Le autorità di governo allora si accorsero abbastanza presto che la creazione di un sistema di cambi fissi tra economie non perfettamente integrate può fortemente danneggiare alcune delle economie avvantaggiandone altre, e che l'Italia non era in grado di migliorare nel breve periodo le debolezze strutturali della sua economia per adeguarne la competitività a quella dei partners più forti, quindi per evitare di mandare il paese in stagnazione, decisero velocemente di uscire dal serpente.

Piotr (Пётр): Arlechin servidor de do paroni

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Arlechin servidor de do paroni

di Piotr (Пётр)

1. «Davanti a Obama, lite tra Monti, Hollande e Merkel. Eurolandia si spacca sul rischio contagio a Madrid».

Questo un titolo in grande rilievo nella sezione di economia dell’edizione di Venerdì 1° giugno dell’organo italiano del Democratic Party americano, “La Repubblica”.Si riferiva ad una videoconferenza tra Monti, Merkel, Cameron, Hollande e il presidente statunitense.

Obama attacca subito spingendo con insistenza sull’ipotesi di Unione Bancaria europea e per l’intervento diretto del fondo salva-stati (l’EFSF che è sul punto di trasformarsi nel più potente Esm) nel salvataggio delle banche spagnole.

Monti e Hollande appoggiano subito il pressing di Obama mentre la Merkel oppone un netto rifiuto: “La Germania è contraria ad un intervento diretto dell’EFSF; non vogliamo che il fondo con i soldi dei governi, spenda milioni in cambio di collaterali di banche già cotte”.

Sembra di sentire gli echi antinterventisti e moralistici della cosiddetta Scuola Austriaca.

Monti la scongiura di rifletterci sopra. In cambio l’Italia respingerà i tentativi di cambiamento dello statuto della BCE (cioè rinuncerà a chiedere che la BCE diventi prestatore di ultima istanza). Ma niente da fare: la partita è rimandata sotto gli auspici-minacce di Monti: “La Germania deve riflettere profondamente e rapidamente”.

Michele Paris: Gli assassini della Casa Bianca

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Gli assassini della Casa Bianca

di Michele Paris

Un agghiacciante articolo apparso settimana scorsa sul New York Times ha descritto esaustivamente le modalità con cui la Casa Bianca autorizza l’assassinio mirato di presunti terroristi islamici in paesi come Pakistan, Yemen e Somalia. Il lungo resoconto del quotidiano americano fa luce su un programma palesemente illegale e condotto nella quasi totale segretezza, nel quale il presidente Obama si assume l’intera responsabilità di decidere della vita e della morte di individui che quasi mai rappresentano una reale minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.

Con cadenza settimanale, un centinaio di membri dell’apparato anti-terrorismo americano si riuniscono in videoconferenza per valutare le biografie di sospettati di terrorismo che vengono poi raccomandati al presidente per entrare in una apposita “kill list”. Questo processo segreto di “nomination”, scrive macabramente il Times, si risolve nella decisione finale di Obama, il quale stabilisce personalmente chi debba essere assassinato con un’incursione dei droni impiegati oltreoceano.

Secondo le parole del consigliere per la sicurezza nazionale, Thomas Donilon, il presidente “è determinato nello stabilire fin dove debbano arrivare queste operazioni”, cioè in sostanza si attribuisce il potere di uccidere chiunque sia sospettato di far parte di organizzazioni terroristiche e si trovi sul territorio di paesi sovrani non in guerra con gli USA, senza passare attraverso un procedimento legale. Nelle sue decisioni, Obama è costantemente assistito dal capo dei consiglieri per l’anti-terrorismo, John Brennan, veterano della CIA profondamente implicato nelle torture dei detenuti durante l’amministrazione Bush.

Bruno Amoroso: L'avanzata cinese, gli scenari di guerra e l'uscita politica dalla crisi

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L'avanzata cinese, gli scenari di guerra e l'uscita politica dalla crisi

Stefano Galieni intervista Bruno Amoroso

Con questa lunga intervista, il professor Bruno Amoroso, a suo tempo allievo di Federico Caffè, definisce gli aspetti di storia economica e di mutamenti geopolitici che hanno attraversato il pianeta negli ultimi cinquanta anni.

Un testo ricco di spunti e di riflessioni che potrebbero innescare un interessante dibattito fra chi vuole guardare alla crisi attuale con una prospettiva di ampio respiro.

Il professor Bruno Amoroso è uno dei pochi intellettuali italiani che guarda alla crisi economica con lo sguardo ampio di chi è abituato ad osservare la complessità del pianeta. Sono passati tanti anni da quando preconizzava uno scontro politico ed economico fra le potenze tradizionali e quelle emergenti, uno scontro che potrebbe anche tradursi in conflitto militare.


«Per spiegarmi debbo partire da alcune riflessioni attorno alla crisi. Stanno cambiando velocemente i rapporti fra i diversi sistemi economici che ridefiniscono anche la geopolitica del mondo. Nasceranno nuovi equilibri e si tratta insomma di capire quello che sarà il futuro.

Elisabetta Teghil: "Coscienza illusoria di sè"

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"Coscienza illusoria di sè"*

di Elisabetta Teghil

Uno dei nodi del nostro impegno come femministe è lo scardinamento dei ruoli.

Lottare solo contro l’ideologia, la mentalità, la cultura patriarcale senza mettere in discussione i meccanismi che la producono, è insufficiente se non fuorviante.

Non trasformando i rapporti di produzione capitalistici iscritti nei processi di lavoro, questi riproducono continuamente tutti i ruoli della divisione sociale capitalistica, tutti i ruoli degli apparati politici e ideologici patriarcali.

Disoccupazione, inquinamento, controllo, lavoro sempre più monotono ,noioso, sempre più disumano…….. qualsiasi condizione, situazione, fisica, mentale, affettiva….. trasformata in occasione di profitto, è qui il carattere propriamente tragico degli anni che viviamo.

Ma, questa condizione non si realizza a partire dall’automatismo in sé, non dipende dalle nostre possibilità o capacità, ma ha le radici dentro le condizioni sociali cioè nella natura della società e può essere dissolta soltanto dalla prassi consapevole di soggetti che intendono liberarsi.

Pertanto, la liberazione di noi tutte non è un programma per il futuro ma l’inventario del presente, l’insieme delle potenzialità incorporate nel sapere sociale.

Francesco Raparelli: Controcorrente

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Controcorrente

Per fare in pezzi il conformismo della sinistra che c'è

di Francesco Raparelli

«Il conformismo, che fin dall'inizio è stato di casa nella socialdemocrazia, non è connesso solo con la sua tattica politica, ma anche con le sue idee economiche. Esso è una causa del suo successivo crollo. Non c'è nulla che abbia corrotto i lavoratori tedeschi quanto la persuasione di nuotare con la corrente. Per loro lo sviluppo tecnico era il favore della corrente con cui pensavano di nuotare. Di qui era breve il passo all'illusione che il lavoro di fabbrica, che si troverebbe nel solco del progresso tecnico, rappresenti un risultato politico». (W. Benjamin, Tesi sul concetto di storia)

Quando ero liceale, negli anni '90, e leggevo ancora con un po' di fatica le tesi benjaminiane, giunto alla Tesi XI non avevo dubbi: avevo per le mani un testo di formidabile attualità! Come descrivere diversamente le socialdemocrazie europee promotrici del Trattato di Maastricht? Quali parole migliori per dare conto della terza via blairiana che in Italia prendeva le sembianze del Pds prima e dei Ds dopo? Mi sembrava, davvero, che Benjamin nel '39, in fuga dal nazismo, aveva già capito tutto ciò che c'era da capire. Certo lo avevano aiutato il Marx critico del programma di Gotha e il Weber dello spirito del capitalismo, ma queste cose le ho imparate più tardi.

Oggi, nell'epoca in cui la tecnica, quella degli economisti neoliberali, si è fatta governamentalità, il conformismo socialdemocratico è ancora più insopportabile. Un conformismo comprensibile, ma mai giustificabile, vent'anni fa, in piena fase espansiva della globalizzazione; un conformismo servile e intollerabile ora che la globalizzazione neoliberale è travolta dalla seconda Grande Contrazione.

Pierre Macherey: Illusioni perdute dell'altro mondo

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Illusioni perdute dell'altro mondo

Pierre Macherey

Il pensiero utopico aiuta a interpretare i periodi di transizione, quando il vecchio non è ancora morto e il futuro si manifesta con difficoltà. Nella crisi attuale può infatti fornire strumenti per elaborare realistiche strategie di resistenza al neoliberismo

A differenza di quanto avveniva appena un secolo fa, oggi non si scrivono più grandi favole utopiche: le ultime, senza dubbio, sono state quelle di H. G. Welles le quali, però, si presentavano più come racconti d'anticipazione che come utopie in senso stretto.

Perché questo declino? Molto probabilmente perché si è consumata l'aspirazione che dava la forza di credere alla virtù delle utopie, quelle che si situavano all'incrocio dell'immaginario e del reale, in questo punto d'incertezza, ma anche di speranza, in cui sembra si prolunghino l'una nell'altra. È come se questa divisione tra immaginario e reale fosse divenuta insormontabile.

La forma di pensiero propria all'utopia è quella che si adatta meglio ai periodi di transizione, di passaggio, durante i quali non si sa più bene quale posizione si occupi, se si è nel vecchio o nel nuovo: l'utopia opera a fondo questo tipo di equivoco, per questo si può dire che essa sia l'espressione di una crisi. Ma cosa vuol dire «vivere in un periodo di crisi?» È una situazione oggettiva, che obbedisce a dei parametri riconoscibili, oppure, per usare una terminologia corrente, si tratta di un «sentito» soggettivo, della presa di coscienza di un qualcosa che potrebbe essere in procinto di passare, ma di cui non si riescono a definire con esattezza gli antecedenti e le conseguenze, i pro e i contro?

L'utopia prospera nell'intervallo tra i due, quando i due bordi soggettivo e oggettivo della crisi - e tutte le epoche sono, in un modo che non è mai lo stesso, delle epoche di crisi - entrano in comunicazione nonostante ciò che li oppone.

P.Boone e S.Johnson: Fine dell'Euro: Guida alla Sopravvivenza

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Fine dell'Euro: Guida alla Sopravvivenza

di Peter Boone e Simon Johnson

Nel loro Blog The Baseline Scenario Simon Johnson e Peter Boone sostengono che l'uscita della Grecia farà crollare l'eurozona, e qui spiegano come secondo loro accadrà

In ogni crisi economica arriva un momento di chiarezza. In Europa, presto, milioni di persone si sveglieranno e si renderanno conto che l'euro-come-lo-conosciamo non c'è più. Li attende il caos economico.

Per capire perché, prima spogliatevi delle vostre illusioni. La crisi Europea fino ad oggi è stata una serie di presunti "decisivi" punti di svolta, ciascuno dei quali si è rivelato essere solo un altro passo giù verso il burrone. Le prossime elezioni del 17 giugno in Grecia sono un altro momento del genere. Benché le forze cosiddette "pro-bailout" possano prevalere in termini di seggi parlamentari, una qualche forma di nuova moneta presto invaderà le strade di Atene. E' già quasi impossibile salvare l'appartenenza della Grecia alla zona euro: i depositi fuggono dalle banche, i contribuenti ritardano i pagamenti delle imposte, e le aziende posticipano il pagamento dei loro fornitori - sia perché non possono pagare sia perché si aspettano che presto potranno pagare in dracme a buon mercato.


La troika della Commissione Europea (CE), Banca Centrale Europea (BCE), e Fondo Monetario Internazionale (FMI), non si è dimostrata in grado di riportare la Grecia in una prospettiva di ripresa, e qualsiasi nuovo programma di prestiti incontrerà le stesse difficoltà. Con un'evidente frustrazione, il capo del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha osservato la scorsa settimana, "Per quanto riguarda Atene, penso anche a tutte quelle persone che cercano continuamente di sfuggire al carico fiscale."

Alfonso Gianni: Karl Marx, le revenant

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Karl Marx, le revenant.

Appunti e riflessioni sulla marx renaissance

di Alfonso Gianni

Si ricorderà che la Bbc4 organizzò un sondaggio, cui parteciparono più di 30mila persone, per definire quale fosse il miglior filosofo di tutti i tempi. Vinse Marx, ma non di misura. Doppiò infatti il secondo arrivato, David Hume; ricevette voti pari a quattro volte il terzo, Ludwig Wittengstein. Il sondaggio non passò inosservato fin da subito. Man mano che risultava chiaro che Marx avrebbe rischiato di stravincere, come poi avvenne, i maggiori giornali inglesi presero posizione e invitarono i loro lettori a esprimere le loro preferenze, nel tentativo di contrastare la marcia vittoriosa del pensatore di Treviri. Al punto che l’autorevole Economist, che all’inizio aveva puntato le sue carte su John Stuart Mill, poi incitò a votare per Hume, avendo percepito che solo il grande empirista scozzese avrebbe potuto intercettare la vittoria di Marx. Così non fu. Era l’anno 2005 e il successo del Moro fu tanto più significativo perché bissava quello precedente del 1999, quando in un analogo sondaggio, ma allargato agli scienziati e non solo ai filosofi, Marx risultò primo davanti a Einstein e Newton.

Giochi di società? Non solo. In realtà quei sondaggi rivelavano una percezione diffusa. Di Marx non brillava solo il fascino di un mondo antico che si può solo rimpiangere ma si è certi che non tornerà - come commentò qualcuno, visto che il suo successo si registrava dopo il crollo dell’impero del socialismo reale - ma dimostrava che Marx veniva percepito come un pensatore utile a comprendere il presente.

Pino Ferraris: Prendere a calci il presente

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Prendere a calci il presente

di Pino Ferraris

Torniamo ancora a Pino Ferraris, con la registrazione della sua presentazione di Ieri e domani. Storia critica del movimento operaio e socialista ed emancipazione dal presente (Edizioni dell’Asino) tenuta alla Festa della parola, a Roma, il 30 settembre dell’anno scorso.

L’impegno della storiografia per me ha un significato prima di tutto politico. Mi considero un politico in esilio da trent’anni, ma nonostante questo la maggior parte della mia vita è stata occupata dalla militanza politica.


Sono un animale politico e non lo nascondo, e una delle prime considerazioni che faccio e che mi ossessiona è che la perdita della memoria, l’annientamento del passato, significa anche annientamento del futuro. Non c’è possibilità di costruire futuro se non si spreme la memoria, se non la si elabora. L’amnesia, come in parte la nostalgia, afferma la dittatura del presente. Oggi viviamo a tutti gli effetti nella dittatura del presente...

Ieri e domani
è la versione, più efficace, che Goffredo Fofi ha dato al titolo che io avevo pensato per il libro: Passato e futuro. Passato e futuro era in origine la proposta che io avevo fatto per “Parole chiave”, la rivista tutt’ora esistente sui “problemi del socialismo”. L’ispirazione mi venne in opposizione polemica alla rivista di storia contemporanea “Passato e presente”, dove traspare un elemento di filosofia della storia in cui il presente sembra già contenuto nel passato, mentre il problema mio e credo nostro è quello di affermare la libertà nella storia: libertà condizionata, libertà che può sfuggirci di mano... però il principio di fondo è la libertà nella storia, non un determinismo storico che ci annienta.

Vladimiro Giacchè: Così parlò George Soros

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Così parlò George Soros

Ecco cosa pensano davvero i “mercati” della crisi europea

di Vladimiro Giacchè

Ormai tutte le decisioni assunte dai Governi dell’Eurozona vengono giustificate in nome dei mercati: si opera per ricevere la loro benevolenza ed evitare la loro “ira funesta” (la prima si traduce nella disponibilità ad acquistare i titoli di Stato emessi dal nostro Paese, la seconda nel venderli).

Come ho già ricordato nel numero di Linus di febbraio, l’idea (sbagliata) che si debba ossequiare sempre e comunque quello che desiderano i mercati risale agli anni Novanta, e precisamente agli anni in cui si decise la moneta unica: fu allora che il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, lodò il fatto che i Governi nazionali avevano scelto di privilegiare “il permanente plebiscito dei mercati mondiali” rispetto al “plebiscito delle urne”. E in effetti il Governo Monti deve la propria nascita precisamente al fatto che si è deciso di privilegiare il primo tipo di plebiscito rispetto al secondo (ossia alle elezioni anticipate, che sarebbero state la logica conseguenza del fallimento di Berlusconi e della sua maggioranza).

Ora la verità è che non esiste un signor Mercato. I mercati non sono persone, ma luoghi in cui si scambiano delle cose (scarpe, pesci, azioni, obbligazioni), in genere contro denaro. E quando parliamo dei “mercati” come dotati di un’autonoma volontà, parliamo in realtà di ciò che risulta dalle tante volontà individuali, spesso contrastanti tra loro, di chi opera sui mercati. Nel caso dei mercati finanziari, si tratta di trader e operatori di borsa, di gestori di fondi di investimento, e simili.

Questi operatori non agiscono (in genere) in maniera arbitraria e irrazionale, ma assumono delle informazioni, fanno i loro ragionamenti, e sulla base di questi comprano o vendono. Ovviamente non tutti gli operatori sono uguali: ce ne sono alcuni più influenti di altri, o per il fatto di aver azzeccato molte previsioni in passato (in gergo si dice che hanno un “buon track record”), o per il fatto di gestire molti soldi, o per il fatto di avere entrambe le caratteristiche (ovviamente, spesso la seconda caratteristica deriva dalla prima).

Raffaele Sciortino: La strategia della “crescita” del governo Monti

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La strategia della “crescita” del governo Monti*

Raffaele Sciortino

Interverrò sull’attualità provando a fare due cose: innanzitutto, un’analisi sintetica non solo della cosiddetta riforma Fornero del mercato del lavoro ma dell’insieme delle manovre Monti, più correttamente dovremmo dire del governo Monti-Napolitano succeduto a Berlusconi. Cercando di porre, questo il secondo punto, una domanda: c’è una strategia? Per rispondere a questa domanda è inevitabile provare a inquadrare le manovre del governo dentro l’attuale passaggio della crisi, il che ovviamente richiederebbe una analisi più articolata. Soprattutto per porre i nodi politici che stanno sul tavolo perché se anche, questa la tesi, c’è una strategia – non una grande strategia, però c’è un tentativo di versione italica di exit strategy dalla crisi, dentro quel quadro internazionale che dicevo, e se anche non è detto che riesca dal loro punto di vista negli obiettivi, però avrà, già sta avendo, degli effetti non solo rispetto al quadro sociale ma ai dispositivi di assoggettamento, così come nel prefigurare un terreno di possibili conflitti che in qualche modo si disloca in avanti.

Primo. Le manovre, l’insieme delle politiche del governo Monti-Napolitano si compongono di risanamento e “crescita”, lo mettiamo tra virgolette perché uno dei punti fondamentali è di tentare una decostruzione sensata di questa “crescita”. Ora, sul versante risanamento il governo utilizzando lo shock, operando una terapia-shock, è intervenuto subito sulle pensioni – una storia infinita questa del debito pubblico come leva di accumulazione delle ricchezze per chi sfrutta in variegati modi chi lavora; qui però a novembre, nel passaggio di consegne tra Berlusconi e Monti, in una situazione da rischio “fallimento” del sistema, abbiamo avuto un taglio secco delle pensioni fondamentalmente senza una risposta, sia dal punto di vista sindacale che sociale.

Bruno Amoroso: La speranza contro la paura

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La speranza contro la paura

Riflessioni su un libro di Pietro Barcellona

di Bruno Amoroso*

Pietro Barcellona è uno dei pochi pensatori del Novecento che non ha superato lo shock prodotto dalla crisi del comunismo e, quindi, del sogno dell`alternativa al capitalismo e ai sistemi esistenti in Occidente, estraniandosi da questi, prendendone le distanze, rinunciando a una autocritica di se e del nostro passato. Al contrario, nella consapevolezza che ogni movimento verso il futuro non può che ripartire da una rilettura del presente e delle cause profonde, storiche e culturali, che quel fallimento hanno causato, si è fatto carico del compito di ricostruire l`intero ciclo evolutivo e involutivo che ha portato un progetto di emancipazione al suo fallimento. Quindi non una fuga in avanti, verso la modernità e il progresso infinito, cercando di confondersi come hanno fatto in tanti tra le folle inneggianti alla ”fine della storia”, alla ”democrazia” e al ”progresso”, e neanche con la lettura consolatoria dell`”avevamo detto”, come se il fallimento fosse dovuto a problemi di scelte politiche o di errori di pianificazione e di modelli di mercato, come sono soliti fare gli economisti.

Un cammino che non lo vede giudice estraneo e al disopra delle parti, ma parte del problema, e che pertanto non sceglie la comoda narrazione in terza persona, di distanza dalle persone e dai fatti, ma si interroga partendo da sè, dai propri interessi e dalle proprie aspirazioni, dalle forme e contenuti del proprio linguaggio, per svelarne i legami profondi con la realtà e le esperienze che si propone di illustrare. La riflessione di Barcellona è una lettura attenta, sofferta, dei fenomeni che hanno reso tutto questo possibile rinunciando sia al determinismo economicistico del mercato, sia all`idea seducente ma falsa dell`”uomo macchina” applicata al funzionamento della mente, alle sue aspirazioni e sofferenze, come oggetto di trattannti semiautomatici a dinamiche sociali o meccanismi di causa effetto. L`orizzonte dentro il quale si muove la sua riflessione non è quello degli equilibri parziali, del soddisfacimento di questo o quel bisogno, del raggiungomento di questo o quell`obiettivo specifico che nella letteratura corrente svolgono il ruolo sia di distrarre dalla gravità e complessità dei problemi e delle domande che ci si pone, sia di sviarne l`impegno e l`attenzione verso presunte soluzioni di nicchia e consolatorie. Si tratta invece di superare la frammentazione esistente tra l`io e il noi, tra i bisogni e le aspirazioni, frutto della segmentazione dei saperi.

Federica Roà: Il programma eterodosso del Front de Gauche

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Il programma eterodosso del Front de Gauche

Federica Roà

Analizzando l’esperienza del Front de Gauche (FdG) colpisce in primo luogo il coraggio di assumere a base del suo programma l’analisi economica eterodossa, con un risultato che mi sembra ragionevole [1]. Su un piano economico, ad esempio, si individuano le radici dell’attuale crisi economica nella redistribuzione del reddito a favore dei profitti operata negli ultimi 30 anni, e si considera il debito pubblico una “vittima”, e non un “artefice”, della crisi - cose spesso affermate da economisti critici, ma raramente da un partito politico. Su un piano politico, vi si trova l’idea che nello scontro di interessi tra “popoli” e “mercati” non possano vincere entrambi, e che la mondializzazione del capitale, il potere della finanza, la competizione internazionale non siano una fatalità, o una legge di natura, bensì piuttosto “un processo politico interamente comandato dai governi nazionali che fanno, in realtà quello che vogliono”, sicchè “(u)n governo determinato può sbarazzarsi degli speculatori, riprendere il controllo della finanza, superare la crisi del debito pubblico, liberarsi dalle costrizioni imposte dai trattati europei, senza nemmeno uscire dalla Unione Europea o dall’Euro”.[2]

Dell’esperienza del FdG colpisce però anche la provenienza dei suoi dirigenti politici. Una spinta importante al FdG è stata impressa da politici che vengono dall’establishment, dalla sinistra del Partito Socialista francese: Jean-Luc Mélénchon, Jacques Généreux, Marc Dolez.

Maria Anna Mariani: Perec, Svevo e la memoria

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Perec, Svevo e la memoria

di Maria Anna Mariani

«All’epoca mi nutrivo di Svevo», scrive Perec in Sono nato (Je suis né), una sottile autobiografia pubblicata nel 1990, che così si intitola perché la sua trama è infittita dall’anafora «sono nato».

Sono nato il 7.3.36. Quante decine, quante centinaia di volte ho scritto questa frase? Non lo so. So che ho cominciato abbastanza presto, ben prima che il progetto di un’autobiografia si formasse. Ne ho tratto materia per un cattivo romanzo intitolato J’avance masqué e per un racconto altrettanto pessimo […]. È difficile immaginare un testo che cominci così. Sono nato. Ma ci si può invece interrompere, una volta precisata la data. […] Questa quasi-impossibilità di continuare, una volta emesso questo “Sono nato il 7.3.36”, costituì, a ripensarci oggi, la sostanza stessa dei libri summenzionati: in J’avance masqué il narratore raccontava almeno tre volte di seguito la sua vita in tre narrazioni tutte ugualmente false («una confessione in iscritto è sempre menzognera», all’epoca mi nutrivo di Svevo) ma forse significativamente diverse (Perec 1990, 11-12).

«Una confessione in iscritto è sempre menzognera»: ecco il cibo sveviano del quale specialmente si nutre Perec. Svevo è condensato per sineddoche in questa frase famosa, che sembra fatta apposta per essere citata. Perec la infila tra due parentesi e non sente la necessità di indicare il luogo del prelievo: lo dà per scontato o non se ne cura. Ma non si fa nessuna fatica a rintracciarlo: è il capitolo ottavo della Coscienza di Zeno.

Mauro Vanetti: Sfiga e rivoluzione

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Sfiga e rivoluzione

Crisi dell’euro e crisi di sovrapproduzione: la forma e la sostanza

di Mauro Vanetti (guest blogger)


Sarà mica che porto sfiga?

Nell’estate del 2007 mi trovavo in California; quello fu l’anno della crisi dei mutui subprime. Il nome è improprio, come tutti i nomi che vengono dati ai vari crack del capitalismo; i giornalisti amano etichettare le catastrofi economiche a seconda del casus belli, camuffandone in questo modo le cause profonde. Con questa nomenclatura, la Prima Guerra Mondiale dovrebbe chiamarsi la Guerra dell’Attentato di Sarajevo, mentre la Seconda potrebbe essere registrata nei libri di storia come la Guerra della Radiostazione di Gleiwitz. Ad ogni modo, l’esplosione della bolla immobiliare mise in luce la fragilità della crescita statunitense; si erano accumulate montagne di dollari vendendo case a prezzi sempre crescenti a famiglie senza soldi e ad imprese senza liquidità, e costruendo castelli di carta speculativi su previsioni irrealistiche di crescita eterna di questi prezzi. L’era Bush entrava in declino in un clima crepuscolare ben descritto da quelle scene di Capitalism, a Love Story di Michael Moore in cui si mostra come le banche abbiano imposto allo stesso Congresso il Grande Salvataggio (bail out) nell’autunno 2008, inducendo dozzine di parlamentari smidollati ad approvarlo dopo che il 29 settembre la Borsa era crollata perché i deputati avevano “votato sbagliato” in uno strano sussulto di democrazia. Il Bail Out era di 700 miliardi di dollari tondi; a chi chiese perché la cifra fosse proprio quella, si rispose con compiacimento che non c’erano motivi tecnici, doveva solo sembrare «bella grossa».

Sarà mica che porto sfiga?

Nel 2008 mi ero trasferito a Londra; quello fu l’anno della crisi bancaria britannica. Dopo che per qualche mese si erano combattuti su riviste e giornali gli “ottimisti” e i “pessimisti” rispetto alla possibilità che la crisi “immobiliare” statunitense potesse esondare oltre il settore immobiliare e al di là dell’Atlantico, i fatti hanno dato ragione a chi riteneva che la bolla immobiliare USA aveva coperto per anni, come le ghette da ricco di Zio Paperone, non solo i piedi d’argilla dell’economia degli Stati Uniti, ma quelli dell’intero capitalismo mondiale e in particolare europeo.

Gianni Fraschetti: Bomba di Brindisi: la cruda verità è che c'è un gasdotto di troppo

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Bomba di Brindisi: la cruda verità è che c'è un gasdotto di troppo

di Gianni Fraschetti

Parecchi mesi fa documenti riservati rivelati da Wikileaks, portarono alla ribalta il puzzle del gas e le guerre sotterranee che si erano scatenate.

Riassumiamo brevemente i termini della questione, almeno per quanto ci riguarda da presso. Il gas metano, oltre che ad essere necessario per il riscaldamento e gli altri usi domestici si e' sempre piu' affermato come vettore energetico alternativo al petrolio  e cio' per due motivi di importanza capitale. Costi sensibilmente piu' bassi uniti ad emissioni notevolmente inferiori. In previsione di una domanda sempre piu' massiccia di questo prodotto, sono stati ideati tre gasdotti per approvvigionare l' Europa. Il North Stream che dalla Russia rifornisce la Germania ed i paesi scandinavi ed e' l' unico che e' stato realizzato, almeno nella tratta Russia-Germania, il South Stream, in fase di completamento, ed Il Nabucco, ancora in fase progettuale.

Il Nabucco e' il gasdotto "amerikano", salta il territorio russo e passa esclusivamente attraverso paesi in buoni rapporti con gli USA. come la Turchia e la Georgia, per esempio. I bacini di approvvigionamento si trovano in Azerbaijan, Turkmenistan e Kazakistan ma non si esclude di utilizzare anche giacimenti irakeni ed egiziani (la primavera araba?) ed eventualmente anche iraniani (se mai l' iran  verra' "normalizzato"). Sul piano geopolitico e' chiaro che i due gasdotti sono profondamente alternativi. Nabucco ipotizza un' alternativa abbastanza fumosa al gas russo ed una maggiore indipendenza politica ed economica dalla Russia delle Repubbliche ex URSS che attraversa.

Piero Pagliani: Parole parole parole

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Parole parole parole

di Piero Pagliani

[seguito da un commento di Franco Romanò]

“Vi è in Italia un quarto Partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l'aumento dei prezzi o le campagne scandalistiche. L'esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l'Italia senza attrarre nella nuova formazione di Governo, in una forma o nell'altra, i rappresentanti di questo quarto Partito, del partito di coloro che dispongono del denaro e della forza economica.
(Alcide De Gasperi, consiglio dei ministri aprile 1947; cit. in E. Sereni, Il Mezzogiorno all'opposizione, Torino 1948)

1. Per giustificare le guerre dopo l’11/9 Condoleezza Rice affermò che si era come all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Dal punto di vista statunitense non aveva tutti i torti dato che, come Harry Truman, Bush Jr si era assunto il compito di condurre un mondo in preda a forze centrifughe in una struttura gerarchica di stati a guida USA.

Con il dovuto assestamento tattico da parte di Obama, gli Stati Uniti stanno continuando coerentemente in quella direzione. Sarà proprio questa strategia che condurrà alla Terza Guerra Mondiale? E’ un evento da scongiurare con ogni mezzo, non ineluttabile ma non impossibile.

Nel frattempo anche gli economisti e i movimenti di sinistra fanno analisi e lanciano proposte come se si fosse nel secondo dopoguerra.

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