SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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CSI - Cyprus: Saving and Investment

di Alberto Bagnai

(dopo il punto di vista del cinico ragioniere, voliamo alto con la macroeconomia... per poi precipitare nel baratro del debito estero!)

È arrivato... "L'arrotino?" chiederete voi. No, il coroner.

Andiamo a vedere cos'è successo a Cipro. Perché capirete, il piddino, sapendo di sapere, è anche un espertone, e per ogni problema che rischia di incrinare il suo sogno, quel sogno che lui vuole tanto lasciare a suo figlio (non potendo lasciargli un esempio), per ogni problema, dicevo, lui ha una spiegazione, sempre diversa. Si sa, il piddino è fatto così. Gli fai vedere un albero e gli chiedi: "Scusa, ma è un faggio o una quercia?". E lui, diligente, si munisce di lente d'ingrandimento e comincia a contare le nervature di ogni foglia.

Nel disperato tentativo di non ammettere che il problema è l'euro, la spiegazione che il piddino dà del caso cipriota è veramente esilarante! Il problema, dice il piddino, sarebbe che i capitali che arrivavano a Cipro appartenevano ai perfidi oligarchi russi, e quindi, insomma, erano capitali dubbi. Quale sia il nesso che lega l'origine dubbia di alcuni capitali alla sòla che hanno preso tutti i depositanti (nel meraviglioso mondo dell'euro che tutela i risparmi) a me sinceramente sfugge. Come sfugge (sapientemente nascosto nelle pieghe di un'informazione virtualmente inesistente) chi staremmo salvando a Cipro.

Vi faccio un esempio, spero benaugurante. Ma scusate tanto: se voi, domattina, uscendo per strada, trovaste in terra un bel biglietto da 500 euro, cosa fareste? Vi chiedereste se è caduto di tasca a Jack the Ripper o a Cappuccetto Rosso? Non penso. Credo che vi chinereste con molta dignità, ostentando indifferenza, e ve lo mettereste rapidamente in tasca. E avreste (avrete) tutta la mia paterna benedizione. Perché pecunia non olet.
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Populismo ed elezioni

di Mario Pezzella

Il 16 marzo, a Senigallia, nelle Marche, si è tenuto un seminario, anzi una “semina”, come dicono gli organizzatori, cui hanno partecipato persone di movimenti cittadini e territoriali, della regione e di varie parti d’Italia. Tema: come ricostruire la democrazia, dopo che il voto ha dimostrato quanto bloccato sia il sistema politico e quanto i cittadini vogliano smantellarlo? Il titolo dell’incontro era “Associazioni,  comitati, persone verso l’autogoverno dei territori. Nessi, metodi, iniziative”. Del dibattito e delle conclusioni del seminario, che ha avuto una discreta partecipazione, pubblicheremo via via interventie  conclusioni. Qui, il testo di base dell’intervento di Mario Pezzella, di DKm0, docente alla Scuola Normale di Pisa

Per definire Grillo e il suo movimento si usa spesso il termine “populismo”. Come abbiamo fatto a suo tempo per quello di spettacolo, può essere utile capire cosa vuol dire effettivamente questo termine, al di fuori delle banalizzazioni giornalistiche e televisive. Un primo riferimento utile è il libro di Ernesto Laclau, “La ragione populista”, anche se preciso subito di non essere d’accordo con le conclusioni dell’autore, che è un sostenitore dell’attuale governo peronista argentino. Un movimento populista nascerebbe con tre caratteri iniziali: la vaghezza dei principi, l’equivalenza e la confluenza di domande sociali che in realtà sarebbero distinte e perfino discordi, l’unificazione immaginaria dei conflitti sociali.

Per quanto riguarda la vaghezza dei principi, secondo Laclau, non è una colpa o un’insufficienza del movimento: l’incertezza dei concetti, la ricerca a tastoni di un nuovo linguaggio, non sono un effetto ma una causa del movimento.

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Papi e madonne

di Cristina Morini

Nessuno mette in dubbio le molte competenze di Laura Boldrini, attuale presidente della Camera. Ci limitiamo a sottolineare brevemente come un sistema completamente al collasso, vada affidando le tribolazioni del dopo elezioni alle brave persone, meglio se donne, ai buoni pensieri e alle parole semplici quasi fossero piccoli atti di purificazione simbolica per avvezzarci a sopportare i mali del momento. “Buona sera, fratelli e sorelle”, dice al microfono il neo-papa Francesco e a noi pare già di sentirci meglio.

La cura è proseguita, appunto, con l’elezione sullo scranno della Camera di una donna dai solidi meriti. Bella, buona, sa tutte le lingue, sempre con la valigia in mano, in giro per tutti i paesi disperati del mondo. Dacci una mano anche tu che sei stata in tanti luoghi di crisi, tra cui ex Jugoslavia, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Iran, Sudan, Caucaso, Angola e Ruanda. Lei, nel primo discorso, non dimentica nessuno:  “la difesa dei diritti degli ultimi… l’impegno per chi ha perso certezze e speranze… la lotta contro la povertà e non contro i poveri… le donne che subiscono violenza travestita da amore… i detenuti che oggi vivono in una condizione disumana e degradante… i pensionati che hanno lavorato tutta una vita e che oggi non riescono ad andare avanti… chi ha perso il lavoro o non lo ha mai trovato, a chi rischia di perdere la Cig, ai cosiddetti esodati… ai tanti imprenditori che costituiscono una risorsa essenziale per l’economia italiana e che oggi sono schiacciati dal peso della crisi… alle vittime del terremoto…”.

Qualche commentatore si è emozionato e ha sentito allora di poter destare il fantasma di Enrico Berlinguer, cioè di quella vecchia e rassicurante sinistra che di solito sta chiusa a chiave in un cassettone.

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2060

di Antiper

Nel novembre scorso, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE - o OECD in inglese -) ha pubblicato una previsione di lungo termine [1] su quello che ritiene sarà l'andamento della distribuzione della ricchezza prodotta a livello globale da qui al 2060.Lo studio, ovviamente, non tiene conto di fattori ed eventi che oggi non possono essere previsti in termini quantitativi anche se sono piuttosto prevedibili in quanto a possibilità di accadere (come, ad esempio, una serie di crack finanziari, forse altrettanto e più virulenti di quello del 2008). Possiamo dunque dire che lo studio costituisce una stima ottimistica degli andamenti globali che si determineranno nei prossimi 50 anni e che la previsione formulata dall'OCSE di una crescita globale media del 3% all'anno deve essere significativamente corretta al ribasso (anche se al momento nessuno è in grado di quantificare l'entità di tale correzione [2].

Lo studio costituisce una proiezione statica, basata sulle linee di tendenza che si possono intravvedere a partire dai dati storici (passato e presente). Del resto, è difficile valutare fattori che non sappiamo se e come si verificheranno; prendiamo, solo per fare un esempio, l'innalzamento relativo dei costi di produzione (e dei salari, in particolare) che può avvenire nelle “economie emergenti” o in altri contesti per effetto dello sviluppo delle lotte dei lavoratori e l'impatto che questo può avere sulla scelta, nei prossimi anni, dei paesi verso cui indirizzare gli investimenti diretti esteri di capitale (diciamo, per semplificare, le delocalizzazioni).
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Fatica sprecata. Produttività e salari in Europa

Maurizio Donato

La produttività del lavoro dipende dalle innovazioni tecnologiche, dall’organizzazione della produzione, dalla dimensione e dai settori in cui le imprese operano; il livello dei salari, normalmente oscillante attorno alla sussistenza, dipende dalla forza contrattuale dei lavoratori. Gli stessi dati contenuti nel testo presentato dal presidente della BCE all’ultimo vertice europeo di Bruxelles, se inquadrati in una prospettiva logica e temporale differente, confermano che per circa tre decenni i salari reali in Europa e in tutti i paesi industrializzati sono cresciuti meno della produttività. Se si considera la dimensione relativa del salario, le evidenze empiriche disponibili illustrano una riduzione costante e generalizzata della quota del reddito nazionale spettante ai lavoratori.
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Metà elettorato boccia Pd e Pdl

Guido Viale

L'esito delle elezioni ha tolto il tappo a un sistema politico bloccato, pietrificato dall'egemonia, condivisa da destra e sinistra, del pensiero unico (e in Italia consolidata, e in parte mascherata, dal dilagante berlusconismo). Ma non è stato Beppe Grillo a far saltare quel tappo; sono stati quelli che lo hanno votato, andando ad aggiungersi o a sovrapporsi al numero, altrettanto ampio, degli astenuti. Non è stato Grillo a intercettare il loro voto; sono stati quegli elettori a intercettare Grillo.

E che altro potevano fare? Se si fossero astenuti, il sistema politico italiano centro-destra, centro e centro-sinistra - avrebbe continuato le sue pratiche come se niente fosse, incurante del fatto che ormai solo il 50 per cento degli elettori lo vota. D'altronde negli Usa è già così da tempo. Ma è sbagliato confondere gli elettori di Grillo con il movimento cinque stelle o dare troppo peso al loro programma; perché a fare il pieno di voti è stata la rivolta contro il sistema dei partiti e le politiche economiche. Come è sbagliato sostenere che il movimento cinque stelle non ha un programma: c'è l'ha, ed è più solido e sensato di quello del Pd, anche se forse né Grillo né il movimento hanno idee chiare su come realizzarlo (Pizzarotti insegna). Ma gli elettori che lo conoscono sono una minoranza; e quelli che lo condividono, o vi si riconoscono, sono ancor meno.
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La democrazia sostituita dal "pilota automatico"

di  Dante Barontini

Mario Draghi dice quel che nessuno vuol sentire: "non contanto i risultati elettorali, né in Italia né altrove; abbiamo creato un pilota automatico per imporre il consolidamento di bilancio". Chiunque vinca.

Quando la verità è agghiacciante, c'è sempre un tecnico che ha l'obbligo di dirla. Un po' come la “lettera scomparsa”, che sta davanti agli occhi di tutti. La questione del vero “programma di governo” che da Palazzo Chigi o altrove sarà calato su questo paese è stata “rivelata” ancora una volta da Mario Draghi, presidente della Bce, quella banca centrale politicamente irresponsabile (in senso tecnico, perché non ha nessun governo o parlamento continentali in grado di “condizionarla”) che ordina “riforme strutturali” ai singoli governi nazionali dimentica di avere – unica al mondo – uno statuto illogico che la obbliga a tener conto solo del tasso d'inflazione. La quale, perciò, non possiede strumenti ordinari di intervento sui mercati oltre il banale e ormai spuntato gioco sui tassi di interesse. E che, inoltre, quando ha reso iniziative “non convenzionali” (ovvero non previste dallo statuto) è stata duramente bacchettata dalla vera banca centrale europea: Bundesbank.

La lunga premessa serve solo a ricordare l'assetto squilibrato del pulpito da cui Mario Draghi ha parlato negli ultimi giorni per mostrare la “grande tranquillità” sua e dei mercati (spesso anche lui sembra confondere i due ambiti) davanti ai risultati imprevisti delle elezioni italiane.

In sintesi: «questa è la democrazia», specie in un sistema monetario con 17 paesi (18 da luglio, entra la Croazia) all'interno dei quali si vota più volte nell'arco di quattro o cinque anni.
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La crisi ha il volto delle donne

Spazio Me-Ti

Spunti di riflessione per un dibattito su violenza di genere e crisi economica

“La crisi ha il volto delle donne” si trova da qualche parte scritto sui muri. Ed è proprio vero, mai come in questa fase di profonda crisi economica è necessario tornare a riflettere sul nesso tra subordinazione di genere e sfruttamento economico, tra violenza domestica e violenza sui posti di lavoro, tra la “spietatezza” degli uomini – dei mariti, dei padri – e “spietatezza” dei padroni, sul rapporto/scontro di genere in relazione al modo di produzione capitalistico che lo informa e lo impiega a suo uso e consumo. Soprattutto è necessario, di fronte al proliferare dei presunti paladini dei diritti delle donne, all’inserimento – almeno formale – nell’agenda politica di tutti i partiti della “questione femminile”, smascherare alcuni luoghi comuni che non consentono, a nostro avviso, di inquadrare la questione nei termini dovuti.


Confidiamo nel progresso! Ovvero l’emancipazione femminile e l’illusione illuminista

Questa crisi economica ha avuto il merito (sic!) di mettere in luce una delle grandi aporie del pensiero dominante: l’idea che il patriarcato, la violenza sulle donne, la loro esclusione dal mercato del lavoro non fossero che fattori residuali destinati ad assorbirsi, ad essere superati “naturalmente” e in maniera indolore col susseguirsi delle generazioni.

L’idea illuminista di progresso - sulla quale ha fatto perno la borghesia in ascesa due secoli fa – quella dello svolgersi necessario delle forze storiche verso un futuro più radioso, sono idee arrugginite, ma ancora non da buttar via. Se la Storia si fa da sé, allora non serve che aspettare, pazienti, che ogni cosa vada al suo posto: perché ribellarsi? Perché fare forzature?

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Quale Lavoro e quale Reddito: Italia 2013

Salvatore Perri

E’ un luogo comune piuttosto diffuso quello che vuole il Lavoro ed il Reddito in contrapposizione fra loro. Senza lavoro non può esserci reddito, il reddito assegnato senza una contropartita distrugge il lavoro. Nell’Italia del 2013, che ha un passato ed ha un futuro, le tendenze macroeconomiche e socio-politiche certificano l’esatto contrario. Senza reddito non ci sarà lavoro ed il declino italiano sarà irreversibile

Quale lavoro

E’ impossibile ricostruire in poche righe la storia industriale italiana. Tutti sanno che dalla fine degli anni 70 è cominciato un sostanziale smantellamento della grande industria del nord-ovest, rimpiazzato in parte dal “miracolo” dei distretti industriali del NEC (nord-est, centro). Molti studiosi si sono soffermati sulla natura di questi distretti, enfatizzandone gli aspetti peculiari. Ai nostri scopi è essenziale affermare che tutte queste trasformazioni sono state “labour saving” ovvero, i progressi tecnologici hanno consentito di risparmiare lavoro. Viene prodotto un maggior volume di produzione con un minore impiego di lavoratori. Maggior reddito più disoccupazione. Parallelamente la dimensione media dell’industria è diminuita ed il peso dei lavoratori sindacalizzati si è contratto di conseguenza. Meno lavoro, minore influenza dello stesso nella società. Il sud (alcune parti di esso) in questa storia ha un destino a se stante, seppur funzionale allo sviluppo del nord-est, esso è stato un mercato protetto per le merci settentrionali finanziato in larga parte dai trasferimenti statali (sotto forma di finanziamento di lavori non direttamente produttivi o pensioni).


Le risposte politiche


Rispetto alla condizione che si delineava la politica ha risposto con provvedimenti inadeguati. Maggiore disoccupazione? Si cambiano i contratti rendendoli “flessibili”. Questo ha fatto sì che da un lavoro a tempo indeterminato ne scaturissero un paio a tempo determinato, ma con un minor monte salari complessivo, senza che ciò comportasse un’inversione della tendenza. Rispetto alle imprese le politiche sono state di 2 tipi: detassare gli straordinari e spingere ogni disoccupato a creare una nuova impresa.
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Eurozona nel caos

L'Irlanda si riprende parte della sua sovranità

di Piero Valerio

Che l’eurozona sia nel caos ormai è un dato di fatto. La mancanza di un governo centrale capace di prendere decisioni univoche e chiare (e magari anche razionali e comprensibili, che non guasta) si sta facendo sentire proprio adesso che bisogna fare delle scelte e nessuno sa bene chi sia autorizzato a farle. In mezzo a questo putiferio istituzionale l’Irlanda nel silenzio più assoluto dei media (perché parlare di cose importanti, ci sono tante belle scemenze di cui parlare? Gli occhi di Berlusconi, le lacrime di Bersani, le bacchettate di Grillo, l’elezione del papa, insomma per i cialtroni dell’informazione c’è solo l’imbarazzo della scelta), la piccola Irlanda ha fatto una mossa che potrebbe mettere presto in crisi il colosso d’argilla europeo e nessuno sembra avere la capacità di cambiare gli eventi. La Commissione Europea scarica il compito alla BCE e la BCE, a sua volta, per bocca del suo governatore Mario Draghi, passa la patata bollente al Consiglio Direttivo, che a quanto pare sul caso specifico dell’Irlanda dovrà pronunciarsi entro la fine dell’anno. In questo contesto di confusione assoluta, il governo irlandese guidato dal primo ministro Enda Kenny (foto a sinistra) pare sia l’unica istituzione ad avere le idee chiare e abbia deciso di continuare ad andare avanti per la sua strada, in attesa che qualcuno si decida a pronunciarsi chiaramente sul da farsi. "Il risultato odierno è un passo storico sulla strada per la ripresa economica" ha detto trionfante al Parlamento di Dublino Kenny qualche giorno fa "Questa manovra assicura la futura sostenibilità finanziaria dello stato".

Ma cosa ha fatto di così rivoluzionario ed epocale Kenny? Si tratta di un’ennesima bufala o fregatura per i cittadini, oppure questa decisione aiuterà concretamente la ripresa di uno stato a pezzi? Andiamo con ordine perché la posizione attuale dell’Irlanda è molto delicata.
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Una polemica con i Wu Ming

di Sergio Sinigaglia

In questi giorni si stanno inevitabilmente spendendo fiumi di parole dopo il voto del 24/25 febbraio. In particolare, sotto la lente di ingrandimento c’è  il risultato eccezionale del M5S. L’altra sera una cara amica legata alla vecchia militanza degli anni settanta mi ha detto: “Per la prima volta in vita mia ho vinto le elezioni, e ti devo confessare che sono molto felice”. Naturalmente alludeva alla sua scelta di votare 5 Stelle.

Tra le tanti analisi che si possono leggere sui giornali e internet ci sono quelle dei Wu Ming, espressione di una componente importante della sinistra sociale. In queste riflessioni il movimento grillino viene definito “criptofascista” (vedi l’intervista sulla Repubblica), si sottolinea come ampi settori dell’elettorato di centrodestra abbiano votato per M5S, e si fanno le pulci al movimento con dovizia di particolari. Bene, ritengo tutto questo molto reticente e, per certi, aspetti un po’ insopportabile.

E’ superfluo da parte mia evidenziare la scarsa simpatia nei confronti del duo Casaleggio-Grillo. In particolare la sottomissione, seppur sotto la veste di “garante”, da parte degli aderenti ai 5Stelle di fronte all’ex comico è sconcertante. Il tutto sembra coincidere pienamente con il ventennio berlusconiano. Un virus che in questi anni ha contagiato ampiamente la stessa sinistra radicale, oggi felicemente e direi finalmente defunta.

Ma torniamo ai grillini e ai giudizi liquidatori. E’ sicuramente vera l’ambiguità dei 5 Stelle su certe tematiche, come l’immigrazione. Così come sul piano sociale c’è una certa confusione, se si pensa alla rivendicazione del cosiddetto “reddito di cittadinanza”.

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Abbiamo perso? Non ci hanno capito!

di Gianni Fresu

Pubblichiamo come contributo alla discussione questo intervento dell'ex segretario regionale del Prc della Sardegna

È veramente triste fare i conti con il mesto epilogo di un progetto nato con l’ambizione di rifondare una teoria e una prassi comunista nel Paese, dopo lo scioglimento traumatico del PCI. Di sconfitta in sconfitta, l’organizzazione incaricatasi di rappresentare la palingenesi del marxismo militante si è progressivamente ridimensionata, fino a divenire inutile, residuale, insignificante. Altro che l’erede del più grande partito comunista dell’Occidente, al massimo ci siamo ridotti a scimmiottare una delle tante organizzazioni della vecchia sinistra extraparlamentare, con una non trascurabile differenza: allora c’era anche il PCI, oggi no.

Negli ultimi anni siamo stati impegnati, più che a costruire il nostro progetto politico e dargli credibilità, a ragionare in termini di posizionamento rispetto agli altri: PD sì, PD no; governo sì, governo no. Potremmo evocare la Sindrome di Stoccolma per spiegare l’attuale stato d’animo del PRC e del PdCI, perché la sconfitta e la profonda crisi del Partito democratico ha anzitutto spiazzato chi in questi anni ha incessantemente incentrato la propria azione politica sulla critica feroce o l’appiattimento verso questo partito. Se non esistesse più il PD un buon 70% degli argomenti al centro delle nostre discussioni, negli ultimi anni, verrebbe meno. Panico: chi siamo, dove andiamo, come fare?

Fondare o affondare il proprio progetto sulla politica delle alleanze (alleati sempre e comunque oppure mai) è indice di subalternità politica: in entrambi i casi il soggetto non sono io, bensì l’altro, in ragione del quale, in un senso o nell’altro, configuro tutte le mie scelte di tattica e strategia.
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Grilli parlanti, spettri e burattini animati…

Una vicenda italiana

di EffeEmme

Le recenti elezioni italiane, precarie nei loro risultati, confuse nella loro determinazione, possono essere ricordate come quelle del “grillo parlante” e del “Pinocchio” tricolore. I due simpatici personaggi sono i protagonisti della arci-nota fiaba di Collodi. Il Grillo parlante, che nelle avventure di Collodi rappresenta la “voce della coscienza”, il daimon hillmaniano in grado di indicare le retta via al burattino immaturo, perennemente nei guai. E Pinocchio, il burattino animato; fondamentalmente buono, grossolano e facilone, un po’ bugiardo ma non cattivo; crede che il mondo sia semplice, immediato, reale; è, come tanti ragazzini, affetto da una ben nota patologia che spesso coarta gli spiriti giovani: l’immaturità. Per questo, nella fiaba, Collodi gli pone accanto un  'daimon', il 'demone' che ciascuno di noi riceve come compagno prima della nascita e che, secondo Hillmann, è il battistrada per un’esistenza etica. Pinocchio è, per certi versi, il picaro alla ricerca della verità, dell’Uno, dell’Assoluto, di ciò che solo lo può riconciliare con la pienezza dell’esistenza, per questo quella di Collodi può ben essere identificata come una parabola di formazione, una storia entro cui si dipanano le vicende esistenziali che conducono verso una maturità in cui tutti ci possiamo rispecchiare.

Pinocchio, al pari del popolo italiano (connotazione vaga, lo so), corre e si ficca nei guai andando inconsapevolmente dietro ad una fantasia inconscia, quella di una verità ultima che lo riconcili con il suo passato di burattino. Lacan, nel Seminario VII, ha chiarito come la nostra esperienza nel mondo, la rappresentazione che ce ne facciamo (Vorstellung), altro non è che la ri-presentazione sempre mancante della Cosa (Das Ding).
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Tutte le banche centrali stanno per trasformarsi in “bad banks”*

R. Jellen intervista Ernst Lohoff e Norbert Trenkle sulla crisi economica e finanziaria (I parte)

Nuvole nere all'orizzonte: mentre in Europa le economie rischiano di cadere come le pedine del domino e la fine dell'euro è in vista, le contro-misure politiche adottate1 sembrano per contro, nonostante le dimensioni assurde della crisi (la Germania ha, ad esempio, attualmente2 per un debito complessivo € 644.000.000.000), destinate ad essere sempre meno efficaci.

Qualsiasi soluzione al problema sembra trasformarsi di fatto in un problema ancora più grande e continuare ad aggravare ed approfondire la crisi economica, debitoria e finanziaria. Questa crisi3, con la prospettiva del crollo dell'ultima bolla finanziaria rimasta, cioè quella del credito statale con la minaccia dell'inflazione, potrebbe far apparire il Venerdì nero del 1929 come una piacevole passeggiata in una soleggiata Domenica di Pasqua. Pubblichiamo qui un colloquio con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle del gruppo Krisis, che individuano nel loro libro “La grande svalutazione”4 la nostra epoca come il momento storico in cui l'economia borghese incontra i suoi limiti definitivi.



-Che cosa si capisce con Marx sulla crisi attuale5 meglio che con altri teorici?

Ernst Lohoff: Innanzitutto è necessario tenere presente il dibattito attuale sulla crisi, che è caratterizzato da una bizzarra discrepanza. Da un lato si afferma che si tratta di una crisi di “proporzioni storiche”, e ogni due settimane c'è un nuovo vertice alla fine del quale i principali leader annunciano che avrebbero salvato l'economia mondiale proprio poco prima della caduta definitiva.
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Si vota a giugno?

Imbrigliare M5S e cancellare la volontà popolare

di Emmezeta

Il tema è ormai dibattuto apertamente. Ed in molti fanno gli scongiuri. I più patetici sono gli scribacchini del Corsera. Ieri, con il direttore De Bortoli, ad invocare il «Napolitano bis»; oggi dopo aver incassato il no del Quirinale —«la questione è chiusa», ha detto il portavoce— affidandosi ad astrusi calcoli tesi a dimostrare l'indimostrabile, e cioè l'impossibilità tecnica di votare a giugno.

In realtà il titolo del pezzo di Roberto Zuccolini si commenta da solo: «Votare a giugno? Impossibile (o quasi)». Non entriamo qui nei dettagli tecnici della tempistica istituzionale. Non è necessario, dato che il «quasi» sta esattamente a significare che è possibile eccome, purché ve ne sia la volontà (o la necessità) politica. E' questo il punto da analizzare, non certo i tecnicismi a cui si aggrappano i tanti De Bortoli in circolazione, che proprio non riescono a digerire il terremoto elettorale di febbraio.

Costoro avevano scommesso sul Salvatore della Bocconi, abbiamo visto quanto apprezzato dagli elettori. Il colpo è stato duro, ma non per questo si sono arresi: in fondo il Quisling con cagnolino fu insediato a Palazzo Chigi dal «comunista preferito» da Kissinger, uno che di golpe se ne intende. Dunque, hanno pensato, perché arrendersi ad un voto? Che tutto venga posto nelle (per loro) sicure mani di Napolitano! Già, ma il golpista novembrino è a scadenza.
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Olli Rehn, ovvero: il dogma con le altrui terga

Mauro Poggi

Olli Rehn, vice presidente della Commissione europea (un altro dei tecnocrati democraticamente NON eletti),  si è assunto il compito di rappresentare l’epitome vivente dell’ottuso euro-dogma dell’austerità, quello che sembra esser dettato, più che da esigenze economiche, da imperativi morali.

Nonostante le conclamate evidenze di questi anni, ultima in ordine di tempo l’Italia proconsolare di Mario Monti, egli è ancora convinto che la politica del rigore sia l’unica possibile (ovviamente a carico delle classi disagiate – una categoria in piena crescita; perché – diciamocelo una buona volta – i poveri, se sono tali, devono pure aver fatto qualcosa per meritarselo).

 


Il signor Rehn è così compreso nella difesa  dei principi ispiratori dell’euro-dogma che si stizzisce se analisi da fonti non sospette, ancorché tardive (per esempio tale Olivier Blanchard, capo economico del Fondo Monetario Internazionale)  raccomanderebbero una maggior cautela nella loro applicazione.

E tanto se ne adonta da scrivere un’accorata lettera a chi di dovere, per far notare sostanzialmente che il dibattito in materia è irrilevante (probabilmente perché sono irrilevanti i soggetti chiamati a pagarne lo scotto) e anzi dannoso, in quanto “erode la fiducia che abbiamo meticolosamente costruito in questi anni durante numerose riunioni notturne” (sic).

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Il Papa argentino

Francesco I, il conservatore popolare nei torbidi della dittatura

di Gennaro Carotenuto

Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. È l’erede materiale e spirituale di Karol Wojtyla e, per i cardinali che lo hanno eletto in conclave, deve essere apparso una scelta perfetta su più d’uno dei fronti aperti per la chiesa cattolica.

Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti. Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale.

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Beppe Grillo ed Eurolandia

La posizione del M5S sull’Euro e l’Unione Europea

di Francesco Salistrari

Tutti i più grandi giornali internazionali vedono nell’affermazione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo alle elezioni politiche italiane,  una chiara espressione del popolo italiano contro le politiche di “austerity” imposte dalla Germania.  Che poi tali politiche siano pienamente avallate da decenni da tutta la classe politica italiana ed in qualche modo, da un punto di vista sostanziale, siano perfettamente confacenti alle scelte obbligate a cui il paese si trova di fronte permanendo nel sistema monetario unico,  questo conta poco. Perché sì, è vero che questa classe politica è la principale responsabile dello sfacelo in cui ci troviamo, ma il punto nodale è che tale sfacelo non è determinato, così come ciancia Beppe Grillo da anni, semplicemente da corruzione, rimborsi elettorali, privilegi di casta e vitalizi. Certo, si tratta di cose assolutamente inaccettabili e a cui andrebbe trovato un rimedio in tempi rapidi. Ma il problema del debito pubblico italiano è tale, e questo Grillo non lo spiega né lo ha mai detto, principalmente perché il paese si trova nell’Euro ed essendo costretto a vincoli di bilancio (3% deficit-Pil con il Trattato di Maastricht, pareggio di bilancio dal 2013 con il Fiscal Compact), l’unica strada percorribile, nella condizione data è in poche parole “l’agenda Monti” (svalutazione salariale, armonizzazione del mercato del lavoro agli standard tedeschi, limitazione dei diritti e delle tutele, innalzamento età pensionabile, tagli a scuola e sanità, (s)vendita del patrimonio pubblico ecc, ecc.).

Infatti anche secondo quanto afferma in un’intervista allo Spiegel, Peter Bofinger, economista e consulente del Governo Tedesco:

Rispetto ad altri paesi (gli interessi, ndr) sono troppo alti.[Nonostante] il deficit di bilancio sia il secondo piu’ basso dopo quello della Germania. Il deficit britannico è 4 volte quello italiano, tuttavia gli interessi sul debito pubblico sono solo al 2%, mentre l’Italia deve pagare il 6%”.

Allora perché l’austerity e le politiche restrittive?

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Novecento che non passa

Luigi Cavallaro

Stalinismo è il termine spesso usato per lanciare periodici j'accuse contro ogni tipo di regolazione statale dell'economia. Finito il tempo dell'esorcismo è però giunto il momento di analizzare le basi materiali in cui operò Stalin e che portarono allo sviluppo dell'esperienza del welfare state

Racconta Leonardo Sciascia che, una notte, il sarto Calogero Schirò sognò Stalin. Era in una bara di vetro, le mani secche e dure. Accostò il viso per scorgerlo meglio, quando sulla bara vide posarsi una grande mano: era la mano di Stalin, era vivo e diceva: «Meglio di così non potevano ammazzarmi; due volte».

Si svegliò male. Gli era già capitato di sognarlo. La prima volta all'indomani del patto Ribbentrop-Molotov: Stalin gli era apparso per tranquillizzarlo, dicendogli che si trattava di un trucco per poter riuscire, in futuro, a schiacciare il serpe tedesco. La seconda volta era successo nel bel mezzo dell'operazione Barbarossa: c'era molta neve, betulle che fischiavano per il vento, gran formicolare di soldati, e Stalin gli si era materializzato come in dissolvenza, il faccione arguto e sorridente. «Lasciateli correre - diceva - questa la corsa del puledro è», e tirava sbuffi soddisfatti con la pipa. Poi era successo ancora all'alba del 18 aprile 1948, quando Stalin gli aveva anticipato la sconfitta del «Blocco del popolo» nello scontro elettorale con la Dc: «Calì, in queste elezioni abbiamo da perdere, non c'è niente da fare, i preti hanno la prima mano. Oggi perderemo, la gente non è ancora matura, ma vedrai se non ci arriveremo». Ma quell'ultimo sogno non dava più speranza: l'Espresso aveva appena pubblicato il rapporto Chruscëv, i maggiorenti del partito a Regalpetra gli avevano confermato che al novantanove per cento era tutto vero, che il movimento comunista non si era accorto che portava in grembo un tumore quanto la testa di un bambino, che insomma, sì, c'erano state molte grandi cose ma anche molti grandi errori.
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La corruzione, il sogno europeo e lo "strano" caso MPS

di Orizzonte48


"Chiunque di noi (segue indicazione di un partito ma, come vedremo, è un sistema "europeo" applicabile teoricamente, ancora adesso, a qualunque formazione politica ndr.) avesse responsabilità amministrative, negli enti locali o nelle partecipate, dove ci sono voragini vere e proprie, sapeva di potersi rivolgere a Mps per le questioni più spinose. Esempio: c`era una azienda di un comune in crisi? I sindacati facevano casino e i lavoratori rischiavano il posto? Mps concedeva un finanziamento e la situazione si calmava. In campagna elettorale si dovevano effettuare 300-400 assunzioni in una partecipata? Mps concedeva il mutuo e il consenso lievitava. Ovviamente, la maggior parte di questi crediti non verranno mai incassati per assenza o inadeguatezza di garanzie. Quanti? Sarebbe interessante saperlo con precisione. Lo sanno tutti. Se spunta fuori l`elenco, è la fine..."

Questa eloquente sintesi di un meccanismo era stata abbondantemente anticipata in questo blog e, anzi, costituisce una sorta di bandiera, con la descrizione in dettaglio del fenomeno, nel post di gran lunga più letto. Ma anche altrove (in tema di costosità delle società pubbliche o "miste"), e più volte (in tema di crisi finanziaria e governance del sistema).

La sintesi, cioè, proprio perchè tale, richiede una premessa: capire ciò che è stato fatto "in nome dell'Europa". 
 

E ciò significa che qualcosa di non dissimile accade anche negli altri paesi europei
.
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Il salario sociale globale di classe come meccanismo di accumulazione

Il caso Cina

di Pasquale Cicalese

“Torniamo, al punto di partenza concettualmente più logico dal punto di vista del proletariato: la questione del salario; essa, in un preciso significato di classe, si pone correttamente come contraddizione della forma specifica di carattere di merce della forza-lavoro. Nella concezione critica marxiana, il salario è da in­tendere esclusivamente nella sua determinatezza sociale, e in termini reali (ossia non nominalmente monetari) e relativi (rispetto alla dinamica della ricchezza della nazione). Il salario - spiegava Marx - “vale non per il sin­golo individuo ma per la specie”. Il salario si concepisce perciò come grandezza sociale innanzitutto perché ri­guarda il proletariato intero come classe. Il salario non si esaurisce pertanto nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza con la *spesa del reddito dei lavoratori*, ma è composto anche dall’insieme di *prestazioni colletti­ve* che derivano dalla ricchezza sociale generale”. G.Pala, Classe, salario, Stato.

Ti svegli la mattina presto per studiarti i mercati asiatici, gli unici ormai di qualche interesse. Lo fai andando a dormire presto, con i bimbi, perché tanto Wall Street non ti interessa, è tutta carta straccia, e poi tua moglie pensa che un film di Tim Burton valga di più dei tuoi studi, forse a ragione. Capita così che la mattina presto assisti agli sconvolgimenti industriali e monetari provenienti da quell’area, mentre l’Occidente continua imperterrito a guardare a New York, con i suoi 50 mila senzatetto.

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Il capitalismo divino e la morte di Dio

di Eleonora de Conciliis

Il bisogno e il lavoro, sollevati a[ll’]universalità,
formano… un immenso sistema di… dipendenza reciproca;
una vita del morto moventesi in sé.

Hegel,
Filosofia dello Spirito jenese

Premessa

Da qualche anno in Italia gli studiosi hanno riscoperto, o meglio si sono accorti dell’esistenza di un frammento che Walter Benjamin scrisse con ogni probabilità nel 1921, e che è apparso in traduzione italiana nel 1997, insieme ai materiali preparatori per le celebri Tesi sul concetto di storia del 19401. Un po’ come è accaduto a queste ultime a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, una volta ripubblicato da Editori Riuniti in una nuova raccolta e con una nuova traduzione2, il frammento, cui si è deciso di dare il titolo Capitalismo come religione, è stato per così dire sur-interpretato, divenendo anche per i non specialisti del filosofo una sorta di vademecum teorico, se non profetico, attraverso cui ripensare l’attuale assetto dell’economia politica occidentale.

Si tratta di uno scritto scarno e talora criptico, poco più di un appunto esteso con le indicazioni dei testi di riferimento, com’era nello stile di Benjamin, e che sembra tuttavia prestarsi a un facile lavoro di decodifica concettuale, poiché rinvia, da un lato, a due pietre miliari del pensiero politico e sociologico moderno (Marx e Weber), dall’altro a due critici radicali della metafisica (Nietzsche e Freud), con la quale Benjamin, negli anni dieci e venti, intratteneva ancora rapporti assai stretti.

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Il problema è l'atterraggio

Rete dei Comunisti

Una storia si è chiusa. Una conclusione ampiamente prevedibile da parecchio tempo. Non riguarda solo le dimissioni delle Segreterie Nazionali di PRC e PdCI ma, più complessivamente, l’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI

Una storia si è chiusa. Questa conclusione, a dire il vero, era già ampiamente prevedibile e anche da parecchio tempo. Sia chiaro: non vogliamo – qui – fare riferimento esclusivamente alle dimissioni delle Segreterie Nazionali del PRC e del PDCI ma, più complessivamente, all’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI. Quando avvengono fatti di questa rilevanza non è mai solo una questione oggettiva ma sempre il suo combinarsi con quelle soggettive. Nessun comunista può mai essere sollevato quando vede il pezzo di una tradizione, cui lui stesso appartiene, scomparire nell’irrilevanza dell’attualità. Ma allo stesso tempo, la consapevolezza di essere dentro una battaglia lunga, aiuta a comprendere i passaggi di fase e lo smascheramento degli errori. Ovviamente pesantissimi, date le circostanze favorevoli in cui un’organizzazione comunista si trova in questo momento di crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Crisi che, come sottolineiamo da anni, è sistemica e non strutturale. Il capitale però sta sì su di un piano inclinato ma da solo non precipita. Davanti alle praterie sterminate che ci aspettano e in un momento in cui è molto più facile che non venti anni fa dirsi comunisti, aver preferito una linea politicista e non di organizzazione politica di rappresentanza del blocco sociale, è apparsa una scelta suicida. E, allora, affondiamo i piedi nel piatto. Che il risultato elettorale di Rivoluzione Civile sia stato negativo poco deve importare ai comunisti, nulla al paese.

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Comico e serio in politica

A margine della Direzione del PD e di una pièce “grillina” di Dario Fo

di Luca Michelini

1. Il linguaggio di un gruppo sociale organizzato ha i propri, complessi sottintesi. Della “liturgia del PD” so interpretarne solo una parte, non facendo parte di quel consesso ed anzi avendolo criticato “da sinistra” più volte1. Pur con questi limiti, alcune riflessioni sulla direzione del PD si possono proporre.

Si è trattato di una discussione vera e sentita, se pure ingessata, inevitabilmente, dalla larga partecipazione. 37 minuti di relazione di Bersani e poi 7 minuti ad oratore, nel corso di una seduta fiume, non tutta fruibile sul web. La differenza tra la relazione di Bersani e la discussione è, inevitabilmente, rilevante: un tentativo serio di cambiare passo la prima, talvolta sconcertante la seconda per la confusione d’analisi.

Bersani parla di una fase nuova, che definisce di “transizione”, di un “sommovimento profondo”, europeo, per ora solo mediterraneo (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia): “lo sciame sismico che scuote le democrazie aumenta di intensità”. La causa è duplice: l’esplodere di una drammatica “questione sociale” (si è di fronte ad una “esperienza inedita di impoverimento”); l’inadeguatezza della politica nel rispondervi.

L’inadeguatezza politica e istituzionale è aggravata, in Italia, da una radicata antistatualità, dal berlusconismo, da comportamenti immorali e da privilegi di una classe dirigente non solo politica.

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