SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Franco Piperno: Dall'ora globale all'ora locale

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Dall'ora globale all'ora locale

di Franco Piperno

“Il presente musicale viene costruito permettendo a dei suoni d’essere in sincronia mentre altri stanno in un rapporto di prima e di dopo. Il presente della comunità è costruito permettendo ad alcune azioni di dispiegarsi in contemporanea mentre altre sono soggette alla relazione di prima e di dopo. Il tempo non ha direzione, non scorre.” Pataturk.

I. La crescita esponenziale ed il tempo dell’impero


Via via  che l’unificazione del mercato mondiale impone a masse crescenti d’esseri  umani  d’adottare, sotto la maschera  dei diritti  universali,  l’interesse composto -- ovvero la crescita esponenziale --  anche i ritmi e gli strumenti di lavoro diventano simili, mentre quelli scientifici per parte loro risultano identici. Va così  rattrappendosi  la molteplicità dei modi temporali costruiti fin dall’inizio della storia della nostra specie. A differenza delle religioni o delle ideologie politiche che, pur essendo intolleranti le une verso le altre, ammettono al loro interno ampie variazioni, la civilizzazione ipermoderna – ovvero la crescita esponenziale --  consente solo differenze irrilevanti da un paese ad un altro; mentre il calcolo scientifico, come il gioco degli scacchi,  non ne consente nessuna.

Si badi, gli Imperi a noi contemporanei -- USA, Unione Europea,Cina, India, Federazione Russa, Brasile -- non si contrappongono  come civilizzazioni alternative,irriducibilmente diverse;  si limitano a competere tra di loro In quanto capitalismi imperiali per i quali la misura del successo è data dai tassi di crescita  nella produzione di merci per il mercato mondiale unificato. 

Emerge, così, proprio nell’attualità della crisi che stiamo vivendo, una inedita e qualche po’ raccapricciante forma di cooperazione generalmente umana, quella di un mondo globale temporalmente omologato, dove la tecno-scienza  assicura, in primo luogo tramite il computer, la così detta “governance”, ovvero il dominio del progresso, il dominio dell’interesse composto.

Marx, sia detto per inciso, che pure intuiva la tendenza famelica del capitale a mangiarsi il mondo, aveva pure intravisto, in questa sciagura, una uscita di sicurezza : l’omologazione mercantile come condizione di possibilità per il riaffiorare di una potenzialità naturale, quella dell’individuo sociale, dalla coscienza enorme, all’altezza del la specie.

Va da sé che il capitalismo non ha aspettato la globalizzazione  per imporre, tramite i missionari ed il mercato -- che usano andare insieme --  la sua temporalità alle comunità umane; giacché, in effetti, un mercato mondiale è sempre esistito.

La (contro)riforma del mercato del lavoro in 4 mosse

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

La (contro)riforma del mercato del lavoro in 4 mosse

La riforma del mercato del lavoro pensata dal Governo Monti, è sintetizzabile in 4 mosse. Di seguito delle schede che sia tecnicamente che con brevi commenti, mostrano quali sono i punti fino ad ora toccati

La controriforma delle pensioni, realizzata tra dicembre 2011 e gennaio 2012 (ma, in realtà, ancora in atto!1), è stato il primo grande tassello dell’attuale trasformazione regressiva del mondo del lavoro. Il governo “tecnico” (baroni universitari, amministratori delegati e rappresentanti istituzionali dei grandi capitali nostrani e internazionali) l’ha realizzata per soddisfare le richieste del capitale europeo preoccupato dalla crisi iniziata nel 2007. Certo, abbiamo già assistito a molte modifiche del sistema pensionistico – Amato (1992), Dini (1995), Maroni (2004), Prodi (2007), Berlusconi (2009; 2010) – che hanno più o meno lentamente corroso i diritti di chi lavora una vita e vorrebbe passare gli ultimi anni a “gustarsi i frutti” delle sue fatiche. Ma la crisi attuale non permette più che ai lavoratori sia concesso questo lusso, perché il capitale non guadagna quasi nulla dai pensionati vecchio stile. Ecco, allora, la necessità di introdurre forti restrizioni nell’ordinamento vigente.

1. Pensioni

Un po' di storia

Dalla riforma Dini, 1995, in Italia esistono due modelli per calcolare la retribuzione pensionistica.

Il modello retributivo, il cui scopo, interno all’idea di un welfare generalizzato, era garantire a tutti i lavoratori di poter passare gli ultimi anni di vita liberamente e con un tenore di vita dignitoso. Per questo, l’importo della pensione era calcolato facendo la media delle retribuzioni (o dei redditi, per i lavoratori autonomi) degli ultimi anni di lavoro. Per questo, esisteva la differenza tra pensione di anzianità (o, pensione anticipata) e pensione di vecchiaia: si aveva diritto alla prima una volta raggiunti un numero di anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica (leggi, una persona che avesse iniziato a lavorare a 15 anni poteva andare in pensione prima di una che avesse iniziato a 25) oppure con l’adempimento di due parametri complementari (età più anni di contributi); la seconda scattava col raggiungimento di una soglia di età (65 anni per gli uomini e 60 per le donne).

Giovanni Mazzetti: Decrescita, fuga verso il passato

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Decrescita, fuga verso il passato

Giovanni Mazzetti

L'abbondanza felice dei nostri antenati, come la descrive Latouche, non esiste. E non ci sono limiti ai bisogni dell'uomo

Sarà capitato a molti di coloro che si sono presi o si prendono cura di parenti anziani di sentirli ripetere che i tempi in cui sono stati giovani erano «altri tempi». Poiché questa evocazione è, in genere, un segno del sopravvenire di una loro fragilità progettuale, sollecita nell'interlocutore soprattutto un sentimento di comprensione e di tenerezza. Il quadro è ben diverso se, invece di un'evocazione nostalgica di un passato ormai tramontato, ci troviamo di fronte ad un tentativo di riportarci effettivamente indietro a quei tempi, con l'affermazione di una reale superiorità della forma di vita dell'epoca e la sollecitazione ad agire sulla base delle sue regole. Non solo in questo caso non c'è alcuna tenerezza, ma è quasi inevitabile che si instauri una polemica.

1) Si può comprendere perché il quadro sia ben peggiore quando ci si trova di fronte ad una persona un(a) giovane saputello(a), che pontifica su come instaurare una situazione virtuosa. Non sto parlando di un evento eccezionale. Non c'è seminario universitario, iniziativa culturale o politica che non veda prima o poi sbucare dal mucchio i membri di una strana congrega, i quali ripetono ossessivamente e con forza che la soluzione dei nostri problemi sarebbe garantita dall'adesione a un progetto salvifico: quello della decrescita. E' senz'altro comprensibile che, essendo immersi in una società nella quale sentono ripetere da anni che tutti dovremmo adoperarci per la crescita, e percependo la malafede di chi addita questo obiettivo, rovescino la prospettiva nel suo opposto. Ma, in contrasto con il tono con cui viene proferita, si tratta di una reazione di impotenza, analoga a quella degli anziani che rivanno col ricordo ai loro anni giovanili. E dunque è destinata a non incidere in alcun modo sulla dinamica in corso, nonostante il fervore col quale viene brandita.

Andrea Terzi: Chi salverà l’Europa dall’euro?

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Chi salverà l’Europa dall’euro?

Andrea Terzi*

Dopo gli articoli apparsi sull’Economist e sul Washington Post e il reportage di Repubblica, è cresciuto l’interesse per l’economia ‘neo-cartalista’, nota anche con l’acronimo MMT (Modern Monetary Theory). Qui vorrei proporre ai lettori di Economia e Politica una sintesi dei concetti principali di questo approccio ‘eterodosso’ per ricavarne alcune ricette per l’Europa, in alternativa alla visione che domina il dibattito in corso, e che si può riassumere più o meno così:

 

La crisi dell’euro non è un problema della moneta unica europea, che invece ha dimostrato di mantenere stabile il proprio potere d’acquisto interno ed estero, grazie alla BCE. È piuttosto un problema di alcuni stati che hanno fallito su due fronti: la competitività e l’equilibrio dei conti pubblici. In altre parole, se fossimo tutti come la Germania l’area dell’euro godrebbe di ottima salute. Per quei paesi che hanno fallito, e che possono ancora rimboccarsi le maniche per evitare di uscire dall’euro, la ricetta è una sola: austerità e riforme strutturali, e quindi sacrifici fino a quando le riforme non daranno i loro frutti. È un cammino non breve, né facile, ma è l’unico percorribile: solo riducendo sprechi e costi di produzione (anche attraverso una minor tutela del lavoro dipendente) si riacquisterà la competitività che consentirà di creare nuovi posti di lavoro.

Secondo la MMT, le ragioni della crisi non sono affatto queste, né le ricette sul tavolo dell’Europa (e dell’Italia) hanno una qualche possibilità di successo. E in considerazione del fatto che l’Europa, tra summit, annunci della BCE e nuovi trattati, entra ormai nel terzo anno della “sua” crisi, può essere utile esaminare alcune proposizioni neo-cartaliste e valutare le proposte per l’Europa che se ne possono trarre. Si tratta, d’altra parte, di proposte condivise da un più ampio fronte di economisti di formazione keynesiana e postkeynesiana, con i quali la MMT condivide alcuni principi di fondo.

Un'altra politica nelle forme e nelle passioni

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Manifesto per un soggetto politico nuovo

Per un’altra politica nelle forme e nelle passioni


Non c’è più tempo

Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l’ impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di ‘Old Corruption’.

In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli – la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell’appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l’Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste.

Stefano Zacchiroli: L'avanzata del free software

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

L'avanzata del free software

"Non rinunciate al controllo"

Giulia Berardelli intervista Stefano Zacchiroli

Parla Stefano Zacchiroli, direttore del noto progetto Debian per un sistema operativo libero. L'appello ai più giovani: "Siate vigili su ciò che organizza la vostra vita". La ricetta per il cambiamento: alfabetizzazione informatica e spirito critico

QUANDO ha iniziato a "smanettare" con l'open source, Stefano Zacchiroli era poco più di un ragazzino. A quei tempi, studente di Informatica all'Università di Bologna, non avrebbe mai immaginato che nell'arco di una decina d'anni sarebbe diventato il leader di Debian, uno dei più importanti progetti per la distribuzione del software libero. Un'istituzione, per chi conosce almeno i fondamentali dell'universo open source. Oggi Zacchiroli vive a Parigi, dove oltre a dirigere la vivacissima comunità di programmatori insegna Informatica all'Università Paris Diderot. Repubblica.it lo ha raggiunto per farsi raccontare il presente del software libero e provare a immaginarne il futuro. Un futuro in cui  -  avverte Zacchiroli  -  gli utenti dovranno sviluppare un maggiore senso critico, se non vogliono correre il rischio di rinunciare ogni giorno a un po' della loro libertà.


Partiamo proprio da qui. In che senso un software può incidere sul nostro grado di libertà?

"Un software è libero quando l'utente ne ha il controllo totale. Che questo software giri su computer, tablet, telefono o televisione, poco importa. Libertà vuol dire poter usare il software senza limitazioni di scopi, poterlo copiare e soprattutto poter guardare come è stato fatto, ossia vederne il codice sorgente, e modificarlo. Ciascun programmatore sa decifrare il codice sorgente, mentre se ha solo il codice binario non può fare granché. Avere a disposizione il codice sorgente significa poter modificare il software e ridare al mondo, come un atto di collaborazione, le nuove modifiche".

Guglielmo Zanetta: “SHOCK ECONOMY” all’italiana

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

“SHOCK ECONOMY” all’italiana

Ovvero come operano i nipotini di M. Friedman nel nostro paese

di Guglielmo Zanetta

La distruzione di posti di lavoro in Italia ed in Europa Meridionale  non è solo  a causa della globalizzazione, non è casuale, non è irrazionale; è la distruzione  sistematica di una “parte sostanziale”, “dei diritti”  della comunità, allo scopo di trasformarla e ridefinire il modo di essere,  le  relazioni sociali e il nostro futuro.

Questo governo agisce come altri autoritarismi del passato, coprendo gli errori e le ingiustizie di chi ha rubato; non c’è spazio per altre idee e tipologie di pensiero e di persone; indicative sono le dichiarazioni di Monti  al parlamento ed alla stampa.

Le persone che non rientrano nel nuovo ordine sono quelle “collocate nei settori che intralciano la configurazione della nuova Italia”, vedi  i lavoratori della FIOM e il loro sindacato.  Così  Berlusconi e Marchionne hanno  fatto  da apripista a Monti, con la complicità di parte di un parlamento che ha rappresentato solo  i poteri forti  in questi ultimi 20 anni.

Queste persone sono complici del disastro italiano ed oggi pontificano e  fanno pagare il prezzo alla classe lavoratrice, non a chi la ha generata, creando solo paura ed insicurezza. Il centro destra (e non solo) dopo aver infangato l’Italia, deriso la classe lavoratrice  e sostenuto che eravamo fuori dalla crisi, oggi concorre  alla distruzione dello stato sociale.

Andrea Fumagalli: L’attività di produzione

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

L’attività di produzione

Evoluzione delle forme di organizzazione dell’impresa capitalistica

di Andrea Fumagalli*

1. Introduzione

Nella teoria economica dominante, il concetto d’impresa è sinonimo di libera iniziativa privata, è l’esprit del capitalismo. Il termine stesso deriva da “intrapresa”, ovvero l’iniziativa del fare, legato all’attività individuale.

Nella Teoria dell’Equilibrio Economico Generale (Walras, 1974), l’attività d’impresa non a caso coincide con l’attività individuale. Il processo economico viene descritto come un’unica attività di scambio tra agenti economici (individui) che si scambiano le merci che possiedono, o perché proprie dotazioni iniziali, o perché accumulate nel passato al fine di ottenerne un guadagno (utile). Non esistono classi (aggregati) sociali né organizzazioni. Il sistema economico è così definito da un numero finito di agenti economici, il cui comportamento è caratterizzato da razionalità strumentale, “path-independency”, preferenze diverse e struttura informativa più o meno completa e perfetta. Ogni agente economico è in grado di individuare una funzione obiettivo, che si diversifica sulla base non solo delle preferenze ma anche delle dotazioni di partenza, retaggio del tempo passato. Preferenze e dotazioni, tuttavia, non costituiscono un vincolo alle potenzialità individuali. La storia passata non conta più di tanto e tutto il problema economico è racchiuso nel presente oppure, meglio, nell’attualizzazione delle attese future. Nella diversità, dunque, gli individui hanno pari opportunità e potenzialità, seguono cioè la stessa legge di comportamento senza alcuna discriminazione: sono individui liberi e potenzialmente uguali.

Il libero scambio, in tale contesto, diventa la condizione principale per la piena libertà individuale.

Ne consegue che, se il sistema economico è composto solo da individui e se il valore delle merci è determinato sulla base del principio della scarsità, non esistono organizzazioni sovra-individuali, ovvero non dovrebbero esistere le imprese ma solo singoli produttori.

Giovanna Vertova: Tutti ancora più precari

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Tutti ancora più precari

Giovanna Vertova

La Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita si propone un obiettivo ambizioso: «realizzare un mercato del lavoro dinamico, flessibile e inclusivo, capace di contribuire alla crescita e alla creazione di occupazione di qualità, ripristinando al contempo la coerenza tra flessibilità del lavoro e istituti assicurativi». Il testo della riforma al momento disponibile è suddiviso in 9 aree di intervento: tipologie contrattuali; disciplina su flessibilità in uscita e tutele del lavoratore; ammortizzatori sociali; estensione delle tutele in costanza di rapporto di lavoro; protezione dei lavoratori anziani; interventi per una maggiore inclusione delle donne; diritto al lavoro dei disabili; contrasto del lavoro irregolare degli immigrati; politiche attive e servizi per l'impiego. Gli obiettivi espliciti del Governo sono «il funzionamento del mercato del lavoro, lo sviluppo e la competitività delle imprese, la tutela dell'occupazione e dell'occupabilità dei suoi cittadini». Limiterò le mie considerazioni agli aspetti che ritengo principali: tipologie contrattuali, flessibilità in uscita, ammortizzatori sociali, l'inclusione delle donne nella vita economica.

Sulle tipologie contrattuali, l'azione di governo mira a «preservare gli usi virtuosi e a limitare quelli impropri» (utilizzati per abbattere il costo del lavoro). Per l'inserimento nel mercato del lavoro, viene individuato un percorso privilegiato: l'apprendistato, «punto di partenza verso la progressiva instaurazione di rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato». Tuttavia, la preferenza governativa per il lavoro subordinato a tempo indeterminato è contraddetta nella frase successiva: «Pur mirando a favorire la costituzione di rapporti di lavoro stabili, la riforma intende preservare la flessibilità dell'uso del lavoro necessaria a fronteggiare in modo efficiente sia le normali fluttuazioni economiche, sia i processi di riorganizzazione».

Mimmo Porcaro: #Occupy #Lenin

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

#Occupy #Lenin

di Mimmo Porcaro

1. Nella sua Storia della prima repubblica Aurelio Lepre ci offre, fra le molte altre, un’osservazione di particolare interesse: “Il mito della rivoluzione che si diffuse nell’immediato dopoguerra e si consolidò nei due decenni successivi ebbe caratteri del tutto particolari. Si sognò una rivoluzione che avvenisse per impulso esterno (crollo del ‘capitalismo imperialistico’ o definitiva affermazione pacifica del modello sovietico) e non a costo di una terza guerra mondiale e di una guerra civile. Una proiezione di questo sogno fu la vastità dei consensi che riscuoteva anche a livello di massa la teoria della crisi irrimediabile del mondo capitalista, che, si credeva, poteva essere in qualche modo ritardata, ma non evitata. Essa consentiva di ritenere raggiungibile, grazie alla forza dei processi storici, un obiettivo a cui non si voleva rinunciare ma di cui, in concreto, non si vedeva nessuna scorciatoia per arrivarci”. E aggiunge Lepre che lo stesso mito di Stalin aveva, in questo senso, addirittura una funzione tranquillizzante: tanto che Elio Vittorini poteva contrapporre il saggio gradualismo del “piccolo padre” georgiano al rigorismo rivoluzionario di un Lenin.

L’idea che guida le brevi note che seguono è che una tale visione evoluzionistica del superamento del capitalismo o della costruzione del “mondo possibile” si è imposta, con le debite varianti, fino agli inizi del XXI secolo, e che la crisi l’ha resa ormai inservibile, suonando nuovamente l’ora di Lenin.
 

2. Che un forte evoluzionismo sia il pur velato nume tutelare di quasi tutte le strategie anticapitaliste della seconda metà del vecchio secolo e degli albori di quello nuovo è cosa difficile da negare. La crescita della democrazia progressiva, poi quella del contropotere operaio, poi quella dei soggetti desideranti, infine quella della democrazia partecipata, dell’economia sociale e della moltitudine, tutte a loro modo presuppongono che il capitalismo tenda per propria natura ad estinguersi, o perché intossicato dal lento veleno di una crisi storica, o perché minato dalle nuove relazioni e dai nuovi soggetti che il suo stesso sviluppo è costretto a creare.

Giorgio Boatti: Doppie bombe per una strage e un film

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Doppie bombe per una strage e un film

Giorgio Boatti

Viene presentato a Milano il 26 marzo e sarà nelle sale italiane dal 30 marzo il film che Marco Tullio Giordana, il regista de La meglio gioventù e I cento passi, dedica alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Con Romanzo di una strage, il nuovo film di Giordana, la Fictory – complessa forma di cobelligeranza tra la Fiction e la History, disciplina non esente da episodi di fuoco amico e da regole di ingaggio in continua evoluzione a seconda degli scacchieri tematici e cronologici investiti – mette così piede nella penisola italiana.

Proprio in vista dell’uscita del film di Marco Tullio Giordana Eugenio Scalfari rievoca, sulle pagine del quotidiano “Repubblica” da lui fondato, i giorni di Piazza Fontana e quelli venuti dopo. È una ricostruzione che, giungendo da un personaggio eminente della scena pubblica dell’ultimo mezzo secolo italiano, non può certo lesinare gli “io c’ero”.

“Intervengo perché io c’ero” - scrive Scalfari – “Ho assistito direttamente a gran parte di quei fatti come cittadino, come giornalista e come deputato al Parlamento”.

Traccia dunque il lungo elenco dell’“io c’ero”:

“Ero a Milano in via Larga quando fu ucciso il poliziotto Annarumma…”.

“La sera di quei giorno ero nell’aula magna dell’Università Statale…”.

Andrea Cortellessa: Fenomenologia della canotta

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Fenomenologia della canotta

di Andrea Cortellessa

È (ri)cominciato tutto con Craxi. È la fine di giugno del 1991 e a Bari fa decisamente caldo, quando va in scena il quarantaseiesimo congresso del PSI. L’architetto di regime, Filippo Panseca, stavolta ha voluto strafare: allestendo addirittura (dopo la piramide di due anni prima) degli archi di trionfo, alle spalle del podio dal quale prende le parole il Leader. Non ha pensato a una cosa, però: alla climatizzazione. E così il discorso di Craxi passa alla storia non per le citazioni da Turati, per le solite pause interminabili o le non meno consuete minacce oblique: ma per la canottiera che traspare, oscena, dalla camicia bianca trasparente e impregnata di sudore (un pezzo memorabile lo scrive allora, quantum mutatus ab illo, Giampaolo Pansa). Quello stesso segno del corpo, quell’attributo indumentario così intimo – che in un Craxi cupo, stravolto, vicino al precipizio era apparso a tradimento, come una verità nascosta, eloquente quanto inconfessabile – di lì a poco diventa un brand. Chi lo esibisce fieramente è l’astro nascente della post-politica italiana – Umberto Bossi da Soiano, frazione di Cassano Magnago, provincia di Varese – in un momento decisivo della sua parabola spregiudicatamente manovriera: nell’estate del 1994, all’indomani del “ribaltone” col quale pone fine al primo governo Berlusconi, in vacanza in Sardegna si fa fotografare e videoriprendere appunto in canotta e calzoncini da basket sbrindellati.

Come spiega Marco Belpoliti nella Canottiera di Bossi, appena uscita terza parte di una trilogia sulle politiche del corpo nella società dello spettacolo (iniziata con Il corpo del Capo nel 2009 e proseguita l’anno seguente con Senza vergogna – che di nuovo sul corpo-segno di Berlusconi si apriva e si chiudeva), la scelta del look si mostra evidente, in questo caso, nel suo valore performativo, cioè di «atto linguistico»: che, nel regno dell’immagine, al posto delle parole (o insieme alle parole, piuttosto) si vale delle posture, dei comportamenti, dei gesti.

Marcello Tarì: Il ghiaccio era sottile. Per una storia dell’autonomia

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Il ghiaccio era sottile. Per una storia dell’autonomia*

di Marcello Tarì

Nelle tante peregrinazioni, incontri fortuiti, discussioni circostanziate e chiacchiere senza scopo fatte qui e là nel mondo, mi è spesso capitato di dibattere o di essere interrogato dai miei compagni di parola sulla breve vicenda storica narrata in questo libro il quale, in tutta evidenza, si è costruito dentro e insieme a questi incontri. Quello che io stesso e i miei amici abbiamo imparato al riguardo è molto semplice in fin dei conti e cioè che la storia dei movimenti autonomi italiani degli anni ’70, man mano che passavano i decenni, invece di fissarsi nel passato è divenuta un punto di riferimento importante nell’immaginario politico di tutti coloro che ovunque, nel presente, provano a organizzarsi in senso rivoluzionario.

Certamente si tratta di un immaginario frammentario, basato molto spesso sul “sentito dire” e su informazioni indirette, ma che porta con sé molto più di una semplice curiosità storiografica: contiene la ricerca e la scrittura collettiva di una sorta di romanzo di formazione che accompagni le lotte in corso. Nessun “professore” o “maestro” può, oggi come ieri, scrivere questo romanzo i cui capitoli prendono nome dai luoghi o dalle date delle rivolte, da episodi minori di resistenza, da esperienze di vita collettiva particolarmente felici, da titoli di libri che viaggiano come dei proiettili oppure da nomi propri divenuti dei «personaggi concettuali». Un racconto la cui cronologia non rispetta quella ordinata, «omogenea e vuota», dettata dalla storiografia imperiale ma risponde solo alla discontinua densità della temporalità rivoluzionaria. Le motivazioni più profonde di questa attrazione fatale verso quel frammento di passato non sono facilmente deducibili e ciò credo valga in particolar modo per l’Italia, dove tra rimozione della storia e repressione dei movimenti e tra mistificazione del ricordo e postmodernismo estremista corre una distanza pari a zero. E tuttavia, ovunque vi sia un gruppo di giovani compagni dotati di una viva intelligenza e abbastanza decisi a sfidare il presente inevitabilmente il linguaggio delle lotte e la pratica di vita si ricostruiscono in un serrato confronto con la rielaborazione di una vicenda che si riapre in parole quali insurrezione, autonomia o comunismo.

Girolamo De Michele: "Star sui coglioni a tutti"

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

"Star sui coglioni a tutti"

Appunti per un discorso in difesa della scuola

di Girolamo De Michele*

1. Nel maggio 1967, quando viene pubblicata la Lettera a una professoressa, quasi due terzi degli italiani – il 63%, per l'esattezza – non sono in grado di riassumere un articolo di giornale dopo averlo letto, e più della metà – il 52% – è incapace di applicare nella realtà quotidiana le nozioni di base della matematica. La capacità di comprendere un testo complesso – un romanzo, un articolo di approfondimento corredato da tabelle e cifre – era limitata all'1.9% della popolazione, compresa quella scolarizzata. Mi sembra un quadro eloquente di cos'era l'analfabetismo ai tempi di quella scuola pre-sessantottarda tanto citata, come esempio positivo, da chi si riempie la bocca di stronzate.

Nei 30 anni che sono seguiti al fatale 1968, la percentuale di analfabeti di ritorno è scesa a poco più del 20% degli scolarizzati, e quella di cittadini attivi, dotati degli indispensabili strumenti per comprendere il mondo ed essere attivi nell'esercizio dei diritti, è salita al di sopra del 10%. Lo ricordo a chi si riempie la bocca con il mantra degli insegnanti che non vogliono farsi valutare: sono questi dati il vero test di valutazione della scuola. E ricordo che stiamo parlando non di risultati rilevati all'uscita dalla scuola, ma di competenze e capacità che si sedimentano nella società attraverso gli anni. Questa è la colpa della scuola italiana: aver combattuto la battaglia di don Milani contro una scuola di classe, cinghia di trasmissione e di assoggettamento del potere e del sapere dominanti. Quando la scuola italiana ha cominciato a scalfire questo dispositivo, sono iniziati gli attacchi alla scuola pubblica.


2.
Il neo-sottosegretario all'Istruzione Rossi Doria ha rilasciato inequivoche dichiarazioni sui test INVALSI. La più sconcertante è quella del consenso: appena il 5% delle scuola si sono dichiarate contrarie ai test di valutazione. Forse il sottosegretario Rossi Doria ignora che quel 5% è la percentuale delle scuole che sono riuscite, nonostante tutto, a esprimersi sui test di valutazione: perché alla quasi totalità degli insegnanti è stata impedita la libera espressione sul proprio luogo di lavoro, sancita dall'articolo 1 dello Statuto dei Lavoratori.

Riccardo Achilli: Il Governo della decrescita (infelice) e l'esigenza di una sinistra unita

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Il Governo della decrescita (infelice) e l'esigenza di una sinistra unita

di Riccardo Achilli

Un Governo privo di qualsiasi idea di crescita e sviluppo

Parliamoci chiaro: nessuno dei provvedimenti che l'attuale Governo Monti ha preso nei quattro mesi della sua esistenza è mirato a promuovere crescita e sviluppo. La riforma del mercato del lavoro è costruita esclusivamente attorno a due obiettivi.

Il primo è quello di favorire il calo della spesa previdenziale, quindi contribuire al raggiungimento del pareggio di bilancio reso costituzionalmente obbligatorio, un risultato, questo, che nemmeno Berlusconi e Tremonti avevano potuto conseguire, perché il Pd, che era contro tale vincolo quando al Governo c'era Berlusconi, adesso che spera di racimolare qualche spicciolo di potere con il sostegno al Governo-Monti, è diventato all'improvviso favorevole. Tornando alla spesa previdenziale, l'Aspi costerà 2 miliardi all'anno, mentre la parallela abrogazione della cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale, dell'indennità di mobilità e di quella di disoccupazione comporterà un risparmio di 4,5 miliardi circa, con un beneficio netto per le casse dell'INPS di 2,5 miliardi all'anno (fonte: INPS). Inoltre, l'introduzione dell'imposta di 1,4 punti calcolata sulle retribuzioni dei precari potrebbe valere, secondo le prime stime, un gettito aggiuntivo pari a 700-750 milioni di euro (che peraltro, in assenza di una previsione di reddito minimo garantito, pagheranno i lavoratori, perché le imprese, per pagare l'imposta aggiuntiva, ridurranno di conseguenza le retribuzioni). In complesso, quindi, fra minori spese e maggiori entrate, il bilancio pubblico avrà un beneficio di circa 3-3,3 miliardi di euro all'anno.

Il secondo obiettivo è quello di favorire le ristrutturazioni delle imprese, cioè in parole povere, l'espulsione di personale, tramite la più facile flessibilità in uscita.

Rodolfo Ricci: Dubbi sulla salute giuridica di Giorgio Napolitano

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Dubbi sulla salute giuridica di Giorgio Napolitano

di Rodolfo Ricci

E’ difficile comprendere il comportamento del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano. “La figura del Presidente non si attacca mai, perché rappresenta l’unità della Nazione”: questo si insegnava nelle scuole della politica della prima Repubblica. A parte i casi, previsti dalla Costituzione, in cui sussistano evidenze di alto tradimento o di manifesta incapacità per i quali sono previste le procedure di impeachment oppure di necessaria sostituzione. Ciò che reca sempre più dubbi sulla capacità del Presidente Napolitano è il suo continuo, insistente e progressivo interventismo sul tavolo di gioco della politica nazionale, decisamente squilibrato a favore del Governo Monti e delle sue misure e a contrasto di ogni posizione critica che venga da pezzi di politica, dei sindacati, dei movimenti sociali.

Il Presidente, che ha manifestato un equilibrio fin troppo attento nei primi due anni del Governo Berlusconi,  ormai da diverso tempo entra direttamente nell’agone e nella discussione politica nazionale esprimendo posizioni che valicano il limite delle sue funzioni di arbitro super partes, a partire dall’acceso sostegno all’interventismo nella guerra alla Libia con relativi bombardamenti effettuati degli aerei italiani, che considerò “la naturale evoluzione di decisioni prese dalla comunità internazionale”.

In quell’occasione ha operato una forzatura oggettiva sulle prerogative del governo allora in carica, molto restio, come si ricorderà, ad intervenire; una forzatura che, stando all’attuale evoluzione post bellica in Libia, contraddistinta dalla spaccatura del paese, dallo scorazzare di bande jihadiste, qaediste, dalla manifesta violazione dei diritti dell’uomo recentemente denunciata da Amnesty International e dalle stesse agenzie ONU, è stata sbagliata e scorretta in sé,  oltre che per la evidente perdita dell’ importante posizione strategica dell’Italia nel paese nord africano, ed ha comportato l’ennesima violazione dell’Art.11 della Costituzione.

Andrea Fumagalli: Lezioni di default dalla crisi greca

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Lezioni di default dalla crisi greca

di Andrea Fumagalli

A più di una settimana dalla conclusione della ristrutturazione del debito greco, può essere utile, a mente più serena, ripercorrere e valutare le tappe che hanno portato ad un vero e proprio default controllato.

Il 9 marzo scorso si è chiuso l’operazione di scambio (swap) di titoli di Stato greci che ha coinvolto i creditori privati. Da un punto di vista tecnico, la maggior parte degli investitori istituzionali e privati, che hanno dato la propria adesione, hanno accettato di cambiare i propri titoli con nuovi titoli di minor valore: in particolare, i vecchi titoli di stato sono stati scambiati con:

  • a. nuove obbligazioni con scadenze comprese fra il 2023 e il 2042 dal valore nominale complessivo pari al 31,5% dei titoli originariamente in possesso (quindi una svalorizzazione del 68,5%);
  • b. un warrant (titolo finanziario particolare) emesso dalla repubblica ellenica con importo nominale pari al 31,5% (quindi una svalutazione ancora del 68,5%) e scadenza nel 2042 che darà diritto al pagamento di interessi annuali nel caso in cui la Grecia dovesse osservare il previsto percorso di crescita del Pil.
  • c. nuovi titoli zero coupon emessi dall’Efsf (Fondo europeo di stabilità finanziaria) con scadenze a 12 e 24 mesi aventi un valore nominale pari al 15% (perdita dell’85%).

In conclusione si è trattata di una riduzione del valore dei titoli di stato greci mediamente pari al 73% del valore nominale. Il risultato è stato un taglio netto del debito greco privato da 206 a 107 miliardi di euro, pari a più di un terzo del debito complessivo.

Tale riduzione ha prevalentemente interessato le grandi banche europee. L’adesione degli istituti di credito all’offerta di concambio è stata, comunque, massiccia. Le 450 aziende rappresentate dalla Institute for International Finance hanno accettato tale taglio su un patrimonio complessivo vicino ai 110 miliardi di euro.

Stefano Petrucciani: Un atelier segnato dall'usura del tempo

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Un atelier segnato dall'usura del tempo

Stefano Petrucciani

Pubblicate alcune lezioni tenute da Lucio Colletti prima del definitivo congedo dal marxismo. Testi tuttavia importanti perché indicano strade di ricerca che potrebbero condurre a un'analisi dei rapporti conflittuali tra capitalismo e democrazia

È un peccato, almeno a mio modo di vedere, che la bizzarra vicenda politica di Lucio Colletti (il suo transitare dal Partito d'Azione al comunismo di sinistra, poi al craxismo e infine al centro-destra) abbia fatto passare in secondo piano l'interessante contributo intellettuale che egli ha dato in quanto studioso e interprete di Marx e del marxismo. Un'occasione per tornare a rifletterci è data oggi dalla pubblicazione, a poco più di dieci anni dalla sua morte, delle lezioni che egli dedicò al Primo Libro del Capitale (Il paradosso del Capitale. Marx e il primo libro in tredici lezioni inedite, a cura di Luciano Albanese, prefazione di Giancarlo Galli, Liberal edizioni, Roma 2011, pp. 210, euro 13,00.

Per quanto riguarda il metodo, la lettura collettiana di Marx si qualifica per alcune caratteristiche che la rendono difficilmente comparabile con altre: le tesi che Colletti propone sono sempre molto nette e prive di sfumature (come era nel suo carattere); e soprattutto sono presentate con una non comune nitidezza e lucidità di esposizione. Un pregio, questo, che caratterizza anche le lezioni ora pubblicate, risalenti all'inizio degli anni Settanta e cioè al periodo immediatamente precedente la svolta verso una radicale critica del marxismo, che Colletti consegnò alla famosa Intervista politico-filosofica, apparsa prima sulla «New Left Review» e poi nel '74 da Laterza in un volume che comprendeva anche il saggio Marxismo e dialettica.


Tra Francoforte e Jena


Le interpretazioni filosofiche di Marx nel Novecento (una discussione riaperta, nel 1923, da Storia e coscienza di classe di Lukács) si sono disposte fondamentalmente secondo due assi di divisione: dialettici e antidialettici (cioè più o meno simpatetici nei confronti del nesso tra Marx e Hegel) e continuisti e discontinuisti (cioè più o meno propensi a vedere una frattura tra il Marx giovane e quello della maturità).

M.Vanetti e L.Lombardi: Signoraggio FAQ

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Signoraggio FAQ

Ovvero come ho imparato a non preoccuparmi del Complotto e a odiare il Capitale

di Mauro Vanetti e Luca Lombardi


È vero quello che ho letto sul signoraggio?

Probabilmente no. Questo è un tema su cui si fa molta disinformazione; le fonti di questa disinformazione sono gruppi fascisti o rossobruni (cioè fascisti camuffati da comunisti), teorici del complotto e moltissima gente in buona fede che si è convinta che queste teorie spieghino come le banche e il capitalismo ci schiavizzino. Chiameremo quelli che diffondono bufale sul signoraggio “signoraggisti”.


Le banche e il capitalismo ci schiavizzano?

Sì. Ma la teoria del signoraggio non ci aiuta a capire come, né come fare a rompere questa schiavitù.


Che cos'è il signoraggio?

Il signoraggio è il guadagno realizzato dall'emissione di moneta. Se l'emissione di moneta ha un costo (per esempio, nel caso delle monete metalliche, il costo del metallo e i costi di funzionamento della zecca), il signoraggio è la differenza tra il valore nominale della moneta e il suo costo di produzione.


Chi ci guadagna dal signoraggio?

Lo Stato o la banca centrale, a seconda dei casi. Anche quando a guadagnarci è la banca centrale, gran parte o la totalità degli utili della banca vanno comunque per legge allo Stato.


Chi ci perde dal signoraggio?

Tutti quelli che posseggono denaro denominato nella valuta che viene emessa, perché si svaluta – ovvero, si alzano i prezzi e peggiora il cambio con valute straniere.

Riccardo Bellofiore: Recensione a Titanic Europa di Giacchè

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Recensione a Titanic Europa di Giacchè

di Riccardo Bellofiore

Vladimiro Giacché inizia il suo libro Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato (Aliberti editore, Roma 2012, 14 euro) in modo fulminante, citando il film di John Landis Blues Brothers. Più precisamente la scena dove Jake (John Belushi) incontra la ex fidanzata da lui lasciata sola all’altare, minacciosamente armata di fucile d’assalto M16, intenzionata ad una resa dei conti finali. Jake inanella una serie di scuse palesemente infondate, una più dell’altra. Così, ci dice Giacché, è per la lettura delle cause della crisi che ci è stata rifilata in questi anni. Non è uno dei pregi minori di questo libro agile, che si legge d’un fiato per la scrittura limpida e la chiarezza delle argomentazioni, il fatto di smontare la narrazione dominante: una narrazione che come nel caso di Jake - Giacché non lo dice, ma lo fa capire – è risultata miracolosamente convincente. Un’altra vera e propria ‘fabbrica del falso’. Sicché, passata la fase più grave della tormenta 2007-2009 ci si illuse di esserne fuori, mentre ora si va profilando una seconda immersione, forse ancora più grave, nella Grande Recessione. Se non il rischio di scivolare in un nuovo Grande Crollo, come negli anni Trenta del secolo scorso.

Chi è alla ricerca di una descrizione aggiornata dell’evoluzione della crisi, dalla prima fase centrata sugli Stati Uniti, alle risposte di politica economica che hanno spostato il debito dai soggetti privati allo Stato, al presente incubo europeo, trova qui, per così dire, il libro più breve, succoso, e intrigante: anche perché Giacché è sempre attento alle questioni teoriche sottostanti, e alle implicazioni di politica economica. Giacché ha, ai miei occhi, un solo competitore, forse adesso un po’ datato, perché precedente la deriva per cui l’esplodere del debito sovrano ha messo in questione l’esistenza stessa dell’euro, e precedente la crisi europea come moltiplicatore della crisi globale: il libro di Paul Mason, Meltdown: The End of the Age of Greed, Verso 2008 (in italiano: La fine dell’età dell’ingordigia. Notizie sul crollo finanziario globale, Bruno Mondadori, 2009).

Giorgio Lunghini: La crisi, Keynes, la decrescita

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

La crisi, Keynes, la decrescita

Giorgio Lunghini

Proibire la guerra e ogni strumento bellico, cambiare radicalmente stile di vita, evitare sprechi energetici, rinunciare a mode e prodotti inutili. Siamo pronti a diventare keynesiani?

Sul manifesto sono frequenti scritti che a fronte della crisi evocano la questione dell'ambiente e dei beni comuni, che come via di uscita invocano la teoria della decrescita, e per i quali Keynes non basta più. Hanno ragione tutti, salvo che su un punto: Keynes non è mai servito, se non come alibi abusivo per forme di keynesismo bastardo o criminale, forse perché il capitalismo non vuole essere migliorato, e per ragioni che aveva ben chiare Kalecki: «Ogni allargamento dell'ambito dell'attività economica dello Stato è visto con sospetto dai capitalisti; ma l'accrescimento dell'occupazione tramite le spese statali ha un aspetto particolare che rende la loro opposizione particolarmente intensa. Nel sistema del laissez faire il livello dell'occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Quando questa si deteriora, gli investimenti si riducono, cosa che porta a un declino della produzione e dell'occupazione (direttamente, o indirettamente, tramite l'effetto di una riduzione dei redditi sul consumo e sugli investimenti). Questo assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l' "atmosfera di fiducia", in quanto ciò può produrre una crisi economica. Ma una volta che il governo abbia imparato ad accrescere artificialmente l'occupazione tramite le proprie spese, allora tale "apparato di controllo" perde la sua efficacia. Anche per questo il deficit del bilancio, necessario per condurre l'intervento statale, deve venir considerato come pericoloso. La funzione sociale della dottrina della "finanza sana" si fonda sulla dipendenza del livello dell'occupazione dalla "atmosfera di fiducia"».

Infatti Luigi Einaudi, oggi molto di moda, pensava che Keynes fosse un bolscevico. Tuttavia la questione dell'ambiente - ma sarebbe meglio dire: della natura - era ben presente allo stesso Keynes e a un altro autore meno noto ma qui particolarmente autorevole: Georgescu-Rögen; tutti e due autori consapevoli delle premesse tecniche e politiche di un rapporto non disastroso tra capitalismo e natura. Di Keynes ricordo soltanto un passo: «Il secolo XIX aveva esagerato sino alla stravaganza quel criterio che si può chiamare brevemente del tornaconto finanziario quale segno della opportunità di una azione qualsiasi, di iniziativa privata o collettiva.

Salvatore Settis: La Tav in Val di Susa e le new town dell’Aquila

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

La Tav in Val di Susa e le new town dell’Aquila

di Salvatore Settis

Che cos'hanno in comune la Tav in Val di Susa e le new towns berlusconiane che assediano L'Aquila dopo il terremoto? Che cosa unisce l'autostrada tirrenica e il "piano casa" che devasta le città? Finanziatori e appaltatori, banche e imprese sono spesso gli stessi, anche se amano cambiare etichetta creando raggruppamenti di imprese, controllate, partecipate, banche d'affari e d'investimento. E sempre gli stessi, non cessa di ricordarcelo Roberto Saviano, sono i canali per il riciclaggio del denaro sporco delle mafie. Ma queste lobbies, che senza tregua promuovono i propri affari, non mieterebbero tante vittorie senza la connivenza della politica e il silenzio dell'opinione pubblica. Espulso dall'orizzonte del discorso è invece il terzo incomodo: il pubblico interesse, i valori della legalità.

Se questo è il gorgo che ci sta ingoiando, è perché l'Italia da decenni è vittima e ostaggio di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile. Un unico modello di sviluppo, una stessa retorica della crescita senza fine governano le "grandi opere", la nuova urbanizzazione e la speculazione edilizia che spalma di cemento l'intero Paese. Ma su questa idea di crescita grava un gigantesco malinteso. Dovremmo perseguire solo lo sviluppo che coincida col bene comune, generando stabili benefici ai cittadini. E' invalsa invece la pessima abitudine di chiamare "sviluppo" ogni opera, pubblica o privata, che produca profitti delle imprese, anche a costo di devastare il territorio. Si scambia in tal modo il mezzo per il fine, e in nome della "crescita" si sdogana qualsiasi progetto, anche i peggiori, senza nemmeno degnarsi di mostrarne la pubblica utilità.

A giustificare questa deriva si adducono due argomenti. Il primo è che la redditività delle "grandi opere" è provata dall'impegno finanziario dei privati; ma si è ben visto (Corte dei conti sulla Tav) che il project financing è uno specchietto per le allodole. Una volta approvato il progetto, i finanziatori spariscono e subentrano fondi statali, accrescendo il debito pubblico.

Augusto Illuminati: Il trappolone

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Il trappolone

di Augusto Illuminati

Con uno sgradevole tasso di dottrinarismo e con la solita sfibrante prolissità Monti ci ha spiegato che l’epoca della concertazione permanente è finita e che adesso comandano i poteri finanziari. Prendere o lasciare, anzi soltanto prendere (omettiamo cosa e dove), perché non c’è alternativa (TINA), come ricorda anche l’autorevole voce del Presidente Napolitano. Ha scritto Dario Di Vico sul «Corsera»: «verbalizzare al posto di concertare». La concertazione, che era come la nostra Costituzione materiale, «ieri è andata in pensione», anche se la riforma Fornero «è solo una prima rata». Osserviamo incidentalmente che la Costituzione formale aveva subito un bello sbrego con il passaggio da Berlusconi a Monti, quella materiale ha seguito – interessante, in genere succede l’inverso.

Gli elementi simbolici fanno cortocircuito con le pratiche sostanziali e alla logica concertativa subentra non il vuoto, bensì la coppia operativa decretazione-accordi separati. La firma di Napolitano e lo scissionismo Cisl-Uil. Il simbolo o scalpo da esibire all’Europa e alla finanza internazionale è l’art. 18 e la rottura sindacale – e Monti non ha mancato di girare il coltello nella piaga lodando la ragionevolezza della Camusso a proposito della Tav –, la pratica sostanziale è lo scarico sulle parti dei costi della mobilità, disimpegnando il contributo pubblico agli ammortizzatori, e la possibilità di riversare tutti i licenziamenti alla voce “economici” (senza possibilità di reintegro) sotto forma di pratiche individuali. Quale imprenditore sarà così stupido da ricorrere a misure disciplinari o a complesse trattative per licenziamento collettivo, quando nelle piccole e medie aziende si potrà usare uno stillicidio di licenziamenti economici individuali e nelle grandi si impiegherà lo sperimentato istituto della newco e riassunzione selettiva, modello Pomigliano? Bella forza che restano vietate le discriminazioni individuali esplicite, ma come mai al tavolo delle trattative non è stata neppure evocata quella di massa contro la Fiom nelle aziende di Marchionne?

Michele Nobile: Il governo Monti e il consenso bipartitico nella postdemocrazia italiana

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Il governo Monti e il consenso bipartitico nella postdemocrazia italiana

di Michele Nobile

1. Dall’appello allo stato d'emergenza contro Berlusconi alle chiacchere sul colpo di Stato del professor Monti.

Quando il Presidente della repubblica Napolitano conferì l’incarico di formare il governo a Mario Monti si gridò al colpo di Stato, alla democrazia sospesa e all’avvento del «governo delle banche»; curiosamente, pasdaran berlusconiani, leghisti e sinistra hanno usato e usano toni e idee simili. Ma questi sono gridi che dal lato sinistro stridono con altri già sentiti per anni. Le banche e la Confindustria non erano forse già al governo? Marchionne non praticava già una sorta di fascismo aziendale spalleggiato dal governo? E il «blocco reazionario di massa» che fine ha fatto? È con Monti o con Berlusconi? E che ne è di quel presunto specifico «regime» berlusconiano che per essere tale doveva pur mostrare di disporre di qualche muscolo? E che nuovo genere di colpo di Stato o imposizione da parte dell’oligarchia straniera è mai questa che ha il sostegno parlamentare dei due maggiori partiti nazionali che nella logica maggioritaria dovrebbero alternarsi al governo? Cos’è, un golpe ultraparlamentare invece che antiparlamentare?

Oppure, l’ascesa di Monti è forse la realizzazione del sogno putschista di Alberto Asor Rosa? Si ricorderà che un anno fa, oltre a paventare come tanti «la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire», Asor Rosa riteneva «incongrua una prova di forza dal basso»; auspicava, invece, l’intervento del Colle, lo «stato d'emergenza», il ricorso a Carabinieri e Polizia di Stato, il congelamento delle Camere (1). Il tutto a difesa della democrazia...

Se ci si ferma al caso individuale, si potrà dire che l’invocazione putschista di Asor Rosa fosse la senile espressione di quell’autonomia del politico che negli anni Settanta legittimava il compromesso storico tra i grandi partiti popolari, il Pci e la Democrazia cristiana. Ovvero dell’operazione che neutralizzò l’espansione della democrazia di base per convogliarla in morti canali istituzionali, attuò una politica consociativa nella quale veniva meno il ruolo dell’opposizione parlamentare (e quindi del normale funzionamento del parlamento), diede inizio alla legislazione d’emergenza antigarantista (la Legge Reale, l’antiterrorismo all’insegna del fine che giustifica i mezzi), accelerò la statalizzazione dei partiti (d’opposizione, oltre che di governo), impose ai lavoratori l’austerità che d’allora non ha più avuto fine, creò le basi per l’offensiva padronale gestita in proprio (i licenziamenti Fiat del 1980); dell’operazione, insomma, durante la quale si posero le basi dell’attuale regime postdemocratico.

Pagina 77 di 156

You are here: