SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Caso Ilva, Riva non è l’eccezione

Guido Viale

Per capire di che cosa parliamo quando parliamo di privatizzazioni guardiamo l’Ilva. Riva ha comprato l’Italsider di Taranto (un «ferrovecchio», secondo lui che lo ha comprato; un gioiello, secondo Prodi che ne ha predisposto la vendita) una ventina di anni fa per una manciata di miliardi (di lire: cioè di milioni di euro). Da allora, ha instaurato in fabbrica un regime dispotico, che gli è valso due condanne per discriminazione (ma ne avrebbe meritate decine), ma che è costato agli operai centinaia di morti sul lavoro.  Ha appestato la città con emissioni, reflui e rifiuti nocivi che hanno provocato migliaia di malattie e centinaia di morti. Ha macinato profitti per miliardi di lire, ma poi anche di euro, e ne ha imboscati molti in paradisi fiscali, rimpatriandone una parte esentasse grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Ha sfruttato gli impianti senza investire se non lo stretto necessario per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, insieme a operai e città inquinata, quando non sarebbero più stati redditizi.

Riva non è un’eccezione: il resto dell’Italsider ceduta a privati come Lucchini e ora prossima al fallimento non è stata da meno. Ma le privatizzazioni degli anni ’90 hanno riguardato ben altro: le tre Banche di Interesse Nazionale e con loro quasi tutto il sistema bancario, compresa la Banca d’Italia (che, grazie al «divorzio» dal Tesoro, che da allora non la «controlla» più, oggi è «proprietà privata» delle banche che dovrebbe controllare…).
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Tremonti al "netto" di Monti

L'inutilità contabile del più €uropa e la curva di Phillips implicita

Quarantotto

La notizia è "rimbalzata" su tutti i giornali e le televisioni. Perciò, a titolo esemplificativo, vi riporto un articolo sul "taglio" che gli è stato dato:
 
"L'austerity fa male all'economia, ma anche ai conti pubblici e all'occupazione. Il rigore imposto ai paesi dell'Unione europea, è la causa della recessione e anche della contrazione nelle entrate fiscali. È un atto di accusa contro gli eccessi del rigore quello lanciato ieri dalla Corte dei conti alla presentazione del Rapporto 2013 sul coordinamento della finanza pubblica presentato ieri al Senato. Sempre a Palazzo Madama la Fiaip, la federazione degli agenti immobiliari ha calcolato che per colpa della stretta sul credito e dell'Imu si sono persi 500 mila posti di lavoro in quattro anni.

«L'intensità delle politiche di rigore adottate dalla generalità dei paesi europei è stata una rilevante concausa dell'avvitamento verso la recessione», si legge nel rapporto della Corte dei conti. I giudici contabili hanno quantificato la perdita di Pil negli anni acuti della crisi. Oltre 230 miliardi di euro nell'arco della legislatura 2009-2013.

Sul fronte dei conti pubblici le manovre si sono fatte sentire, ma solo perché hanno «consentito importanti risparmi di spesa, il cui livello è risultato nel 2012 inferiore di oltre 40 miliardi alle stime iniziali». Peccato che i sacrifici siano praticamente annullati; innanzitutto perché la spesa rispetto al Pil è rimasta invariata poi perché è stato mancato il pareggio di bilancio. Spiega la Corte: «Il cedimento del prodotto non ha permesso alcuna riduzione dell'incidenza delle spese sul Pil passata, nel triennio, dal 47,8 al 51,2 per cento». Poi, «l'adozione di una linea di severa austerità (oggi oggetto di critiche e ripensamenti)» non ha «impedito che gli obiettivi programmatici assunti all'inizio della legislatura fossero mancati». Alla fine della scorsa legislatura, è stato mancato il pareggio di bilancio con un indebitamento netto di quasi 50 miliardi più alto rispetto delle previsioni.

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Letta e il falso problema del debito pubblico

di Guglielmo Forges Davanzati

L'elevato debito pubblico italiano costituisce un problema, per il presidente Letta, perché danneggia le generazioni future, che saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere. Sono tesi che si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato. E che devono essere superate, se davvero si vuole andare oltre il disastroso dogma dell'austerità

Per l’ex premier Mario Monti, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituiva un problema dal momento che avrebbe incentivato attacchi speculativi, così che occorreva porre in essere misure di austerità, riducendo la spesa pubblica e soprattutto aumentando l’imposizione fiscale. Due i risultati ottenuti: le misure di austerità messe in atto per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL hanno prodotto l’esito esattamente opposto, determinandone un aumento di circa 7 punti percentuali in un anno, anche in considerazione dell’errore di stima del moltiplicatore fiscale, come evidenziato dal Fondo Monetario Internazionale. In più, proprio in quella fase, all’aumentare del debito pubblico non hanno fatto seguito attacchi speculativi, o almeno non di entità e durata paragonabili a quelli sperimentati nell’estate del 2011, quando l’indebitamento pubblico rispetto al PIL era inferiore ai valori assunti nel corso del 2012.

Per il neo-Presidente del Consiglio, Enrico Letta, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituisce un problema perché danneggia le generazioni future, che, inevitabilmente, a suo dire, saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere.

E’ bene chiarire che queste convinzioni si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato, e soprattutto si basano sull’assunto – non dimostrato né dimostrabile – secondo il quale il nostro debito pubblico è eccessivamente elevato.
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Geopolitica e coscienza di classe

di Sebastiano Isaia

Giovanni Armillotta rivendica su Limes «la struttura marxiana» quale eccellente strumento di analisi dei fenomeni geopolitici, soprattutto per ciò che riguarda il processo di globalizzazione. Su un articolo del 25 marzo 2013 pubblicato appunto sulla nota rivista italiana di geopolitica, Armillotta svolge alcune interessanti «considerazioni sulla presa di potere di fascisti, nazisti e bolscevichi», con l’obiettivo, davvero ammirevole, di smitizzare «luoghi comuni di destra e di sinistra», sebbene «La ragione di questo articolo non è certo quella di illustrare il senso politico, sociale o economico del vocabolo “rivoluzione”» (Numeri e rivoluzione in Europa).

Prima di vedere i tre casi storici portati ad esempio dal Nostro analista geopolitico, è forse utile comprendere il suo punto di vista geopolitico, il quale a me pare molto interessante, se non altro perché si sforza di resistere al luogocomunismo del politicamente corretto made in Occidente. Cito da un intervento di Armillotta pronunciato il 6 ottobre 2011: «La manipolazione delle rivolte nel mondo arabo; l’aggressione alla Libia, la perdita d’identità e valore dell’Europa in una sorta di silenziosa e rassegnata colonizzazione e trasformazione in melting pot di Serie B, a cui le ricchissime classi politiche sono insensibili; la tenzone con la Cina temuta da Washington sua “erede”, e le crisi dei debiti sovrani sono al centro dei grandi rivolgimenti in atto. Obama non è altro che uno dei migliori alleati dei piani dei neoconservatori. Gli stessi che sognano un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal protagonismo armato degli Stati Uniti, ampliatosi durante la presidenza di Barack Hussein. Un progetto cullato dalla famiglia Bush e portato avanti da Obama.

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Terroristi e fiancheggiatori

di Elisabetta Teghil

L’elemento certo su cui tutti/e possiamo convenire nella lettura delle recenti elezioni amministrative, è il calo dei/delle votanti, particolarmente forte nelle grandi città.

In questo, siamo in sintonia con il mondo occidentale ed in particolare con lo stato-guida, gli USA, dove la percentuale dei votanti si attesta al 50%. Perciò possiamo presumere che sia una tendenza che si confermerà e si accentuerà nelle prossime elezioni perché il neoliberismo provoca disaffezione alla politica e allontanamento dalla conflittualità.

Ci differenziamo, invece, dal resto dell’Europa, intendendo sempre quella che definiamo occidentale e, comunque dagli Stati Uniti, per il fatto che non esiste un vero bipolarismo.

Alcuni dicono che PD e Pdl sarebbero come il Giano della mitologia, due facce di uno stesso progetto e, quindi, un governo e l’altro, una mera alternanza.

Altri, invece, ritengono che saremmo di fronte ad una alternativa

E’ vero che possiamo parlare propriamente di alternanza e non di alternativa con riferimento al quadro sistemico e al sistema capitalistico, ma i due partiti si differenziano fortemente in quanto portatori di interessi che non trovano nella forma Stato un momento di mediazione.
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Grillo e quella casta di 25 milioni di italiani

È perfettamente vero che nel nostro paese esiste una quota di “pensioni d’oro” e “stipendi d’oro” che assorbono una quantità ingente e ingiustificata di risorse: oltre ad essere un problema di finanza pubblica sono un inaccettabile insulto all’equità. È perfettamente vero che il posto di lavoro pubblico è diventato, soprattutto in alcune regioni,  un sostituto di strumenti che in altri paesi sono in carico al welfare, mentre il nostro è uno stato sociale male organizzato e incapace di allocare efficacemente ed equamente le risorse. Ancora, è perfettamente vero che nel nostro paese le tasse, sul lavoro come sulle imprese (sebbene in diminuzione per queste ultime), sono troppo alte e che i servizi corrispondenti sono spesso (ma non sempre) tutt’altro che all’altezza.

Ma quanto ieri affermato da Beppe Grillo sul suo blog, a commento delle elezioni amministrative e come giustificazione del crollo del M5S, è un’aperta (e potenzialmente pericolosa) distorsione della realtà.

 Secondo Grillo:

“Esistono due Italie, la prima, che chiameremo Italia A, è composta da chi vive di politica, 500.000 persone, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico, 4 milioni di persone, dai pensionati, 19 milioni di persone (da cui vanno dedotte le pensioni minime che sono una vergogna). La seconda, Italia B, di lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e media imprese, studenti. La prima è interessata giustamente allo status quo. Si vota per sé stessi e poi per il Paese.

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M5S: una lezione salutare?

Leonardo Mazzei

Cosa ci dicono le elezioni amministrative di domenica

Non perdiamoci in troppi fronzoli: pur con tutte le attenuanti del caso il M5S ha registrato un clamoroso flop. E' questo il dato principale del voto amministrativo di domenica scorsa. Gli altri elementi da considerare sono invece rappresentati dall'evidente insuccesso della destra (Pdl e Lega), dall'insperato recupero del centrosinistra (Pd in primis), da un astensionismo montante che promette vette stratosferiche ai ballottaggi.

Partiamo da questi ultimi aspetti, prima di concentrarci sulle ragioni della sconfitta del movimento di Grillo che è la questione che più ci interessa.

La fortissima crescita dell'astensionismo è spiegabile, a mio avviso, con tre ragioni: la prima consiste nel fatto che i temi amministrativi riscuotono oggi assai meno interesse che nel passato, dato il prevalere dell'attenzione sui temi politici ed in particolare sulle grandi questioni della politica economica, nazionale ed europea.

La seconda ragione, che rafforza evidentemente la prima, risiede nella penosa condizione delle amministrazioni locali, le cui scelte sempre più dipendono dai vincoli nazionali ed europei (Patto di stabilità interno, tagli alla spesa, eccetera).
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Considerazioni sulla sinistra che non c’è

di Roberto Salerno

I.

Sembra ormai patrimonio comune l’idea dell’irreversibilità della sconfitta della sinistra cosiddetta “radicale”. Fuori dal Parlamento, tradita dai suoi elettori – rifugiatisi in un movimento quanto meno ambiguo, quando non direttamente nell’astensione – e abbandonata dai militanti, non sembra più in grado di incidere in nessun modo sui destini del Paese.

Meno discussa è invece l’incredibile débâcle della sinistra moderata – o “riformista” – quella che una volta si sarebbe chiamata socialdemocratica e che oggi prova in tutti modi a nascondere cos’è, peraltro riuscendoci benissimo. A differenza di quella radicale, la sconfitta della sinistra moderata non è però nei numeri; in fondo in Italia il PD è alla guida del governo. La sconfitta è ideologica: l’idea stessa della giustizia sociale – in fondo vera ragion d’essere di ogni sinistra moderata o radicale, riformista o rivoluzionaria – è stata assorbita e reinterpretata attraverso strumenti e politiche limpidamente di destra, una destra forse civile, ma di certo paternalistico-elitaria.


II.


Per provare a meglio definire questa sconfitta limitiamoci a soli quattro esempi, lasciando per ultimo quello più clamoroso.

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Gli errori degli economisti 2.0

di Vladimiro Giacché

Il rapporto dell'opinione pubblica e della politica con gli economisti, nel corso di questa lunga crisi, è stato contraddittorio e altalenante.

Per un verso non ha giovato alla buona fama degli economisti il fatto di aver ignorato (salvo pochi lodevoli casi) la gravità della crisi e di non averne inteso le vere cause. Nel 2008 fu la stessa regina d'Inghilterra a porre a un'imbarazzata platea di economisti la fatidica domanda: "perché nessuno si è accorto dell'arrivo di questa crisi?". Le risposte avute non devono essere state troppo convincenti, se nel dicembre dello scorso anno, durante una visita alla Banca d'Inghilterra, è tornata sull'argomento osservando, con un tono che a qualcuno è apparso ironico, che "è davvero difficile prevedere le crisi". D'altra parte, molte delle politiche adottate per contrastare la crisi in Europa – e che in realtà l'hanno aggravata – si sono avvalse di una copertura teorica fornita da economisti e centri studi.

Nelle ultime settimane, però, sono avvenuti alcuni episodi che hanno sollevato in modo esplicito il problema del controllo sulla qualità di questi dati e di queste ricostruzioni teoriche.

Si è infatti scoperto che, almeno su due argomenti chiave, rapporto tra debito pubblico e crescita e relazione tra produttività e andamento dei salari, i dati usati per giustificare le politiche adottate in Europa erano sbagliati, incompleti o esposti in modo tendenzioso. Vediamo.
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Finanza: masters of Universe

Ovvero una banda di ladri

di Giulietto Chiesa

Il crollo della Borsa di Tokyo (-7,32%) è stato il più alto e drammatico dopo Fukushima di 2 anni fa. Conferma che i due trilioni di yen, creati dalla Banca Centrale del Giappone con la cura Abe,  non sono serviti a nulla, se non a procurare un primo disastro. Visto che il nuovo premier giapponese annuncia il raddoppio della propria massa monetaria da qui alla fine del 2014, che Dio gliela mandi buona, a lui e a tutti noi.

Anche perché sta continuando la danza assurda della Federal Reserve, che continua a “stampare” (cioè a creare al computer) 85 miliardi di dollari al mese. Quosque tandem,  Ben Bernanke, abutere patientia nostra?

Non lo sa neanche lui. Affermano, Bernanke e Abe, di voler stimolare l’economia (leggi la finanza) stampando banconote, in attesa di Godot, che però non arriverà più. Per due motivi: perché stimolare la finanza non fa più crescere l’economia, e perché i limiti alla crescita sono ormai apparsi sulla scena e non andranno più via.

Tutte chiacchiere, naturalmente. Il crollo di Tokio e di tutte le Borse europee (per quanto valga poco come segnale) viene dai dati cinesi:  la crescita cinese rallenta. E questo produce il rallentamento di tutti i mercati.

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La solidarietà europea di fronte alla crisi dell'Eurozona

Claudio Borghi Aquilini

Pubblichiamo la traduzione dell'intervento di Claudio Borghi Aquilini alla conferenza tenutasi a Bruxelles il 24 gennaio 2013 per la presentazione del Manifesto di solidarietà europea

Gentili Signori,

vorrei offrirvi un breve viaggio che comincia qui e termina in Italia, il mio paese, e al termine di questo viaggio spero sarà chiaro che tavolta ci sono matrimoni che sarebbe molto meglio non celebrare. Un brillante economista italiano, il professor Alberto Bagnai, ha perfino scritto un racconto: "Il romanzo di Hans Centro e di Maria Periferia", prevedendo ciò che avverrà in futuro se dovessimo insistere nel mantenere questo fidanzamento troppo a lungo, e le conseguenze sono assai cupe. Non c'è niente di male nell'amicizia, talvolta può sfociare in un matrimonio, ma il più delle volte è meglio restare solamente amici. E per l'Europa è proprio il caso.

Cominciamo dagli anni novanta: lo SME era un precursore dell'Euro, con tassi di cambio pressoché fissi. Questa situazione iniziò ben presto a generare in Italia un pesante deficit della bilancia commerciale, e il deflusso di denaro fu contrastato esattamente con gli strumenti sbagliati che stiamo utilizzando oggi: un forte aumento delle tasse (il governò tassò addirittura i depositi bancari durante la notte, prelevando una percentuale a qualsiasi Italiano avesse un saldo attivo sul suo conto corrente), un aumento dei tassi d'interesse fino al 18%, ed esattamente la stessa retorica che stiamo sentendo oggi, a proposito del disastro di un'uscita dallo SME. Come forse ricorderete, dopo che la Banca d'Italia ebbe bruciato tutte le riserve di valuta estera, alla fine l'Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e la lira svalutò di circa il 20%.
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Accade in Italia

Il decisionismo autoritario di un presidente–sovrano    

Scritto da Gianfranco Greco

 
“Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare”
(Mark Twain)

Trovarsi nei panni degli elettori PD deve durare una certa fatica laddove si pensi che una sapiente e risoluta  operazione di restaurazione li ha fatti precipitare dalle mitiche  “primarie” - condite dai precisi impegni, presi dai maggiorenti del partito, di non fare accordi con Berlusconi - ad una situazione per tanti versi surreale in cui, alla fine, i loro voti vanno a fare mucchio con quelli degli elettori PDL per dar vita - tanto per rinverdire i fasti tipici del trasformismo italiano – ad un governo delle larghe intese, voluto e realizzato da chi, da sempre, ha svolto un indefesso lavorìo a favore di questa soluzione.

Dolersi, indignarsi per la piega presa dai recenti accadimenti rientra nel più classico dei dejà vu, tuttavia nello stigmatizzare talune prese di posizione, certi giri di valzer, specificatamente a livello parlamentare, non ci si dovrebbe mai dimenticare che gli stessi sono legittimati e quindi consentiti da quella che viene, con spreco di enfasi, definita “la più bella Costituzione del mondo” che, all’art. 67, recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita la sua funzione senza vincolo di mandato” significando in tal modo che il singolo parlamentare non ha vincolo né verso il proprio partito, né verso il suo programma elettorale, né, tantomeno, verso gli elettori che lo hanno votato, ai quali viene riconosciuta la sola libertà di non eleggerlo alla successiva tornata elettorale.

Ciò avrebbe garantito, secondo i “padri fondatori”, la libertà di espressione più assoluta ai membri del Parlamento.
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Le origini culturali della crisi*

Alessandro Roncaglia

Negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere infinite volte che gli economisti non hanno previsto la crisi finanziaria ed economica che ci ha travolto. Perfino la regina d’Inghilterra se ne è lamentata. Di fronte a queste critiche, la nostra professione deve porsi con urgenza almeno tre domande. Primo, a nostra parziale discolpa: cosa significa, nel nostro caso, prevedere un evento? Secondo, a parziale critica della superficialità dei mezzi di informazione: è vero che gli economisti non hanno previsto la crisi? Terzo, e più importante: se, come vedremo, alcuni l’hanno prevista e altri no, da cosa è dipesa la relativa preveggenza degli uni e la relativa cecità degli altri?

La terza domanda ci porterà a una questione fondamentale, che merita certo una trattazione più approfondita di quella possibile in un breve intervento come il mio: la responsabilità di un orientamento culturale tuttora prevalente tra gli economisti – che può essere indicato, sempre in modo necessariamente vago, mainstream, o Washington consensus, o fondamentalismo liberista – nel favorire il formarsi della situazione di cui la crisi sarebbe divenuta uno sbocco inevitabile.

Innanzitutto, prevedere una crisi non significa indicare in anticipo il giorno in cui scoppierà, o le precise caratteristiche con cui si svilupperà. Come i sismologi sono in grado di indicare le zone in cui i terremoti sono più probabili (tanto che delle loro analisi si tiene conto nel determinare norme più o meno rigide sul modo in cui costruire gli edifici), così gli economisti sono, o dovrebbero essere, in grado di indicare le condizioni in cui le crisi divengono probabili, se non inevitabili.

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Club Bilderberg e classe capitalistica transnazionale

di Alexander Höbel

Sul Gruppo Bilderberg e organismi affini è fiorita in questi anni una letteratura di taglio “complottistico” che, per quanto attraente per molti lettori, di fatto non favorisce una reale comprensione del fenomeno. In una direzione diversa va invece il libro di Domenico Moro (Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti 2013), che colloca la questione in un quadro più ampio, quello dell’attuale fase della storia del capitalismo e delle dinamiche della lotta di classe; Moro insomma affronta il problema da un punto di vista marxista.

Se il titolo e il cuore del libro riguardano il Club Bilderberg (cui si aggiunge la più giovane Trilateral), sullo sfondo ci sono questioni più complessive, il ruolo delle élite (e del “ritorno delle élite” parla anche l’ultimo libro di Rita di Leo), i caratteri dell’attuale oligarchia capitalistica trans-nazionale, le forze di classe in campo e gli scontri in atto sul piano globale, la questione della democrazia e della sua crisi.

Se partiamo da quest’ultimo punto, non possiamo che partire dalla straordinaria avanzata della “democrazia organizzata”, della partecipazione popolare e dei partiti di massa, che riguardò molti paesi e l’Italia in modo particolare negli anni Sessanta e Settanta.
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Espressionismo: rivolta o utopia

di Luciano Parinetto

Gottfried Benn (uno, allora, dei suoi rappresentanti) ebbe a definire l’espressionismo: «un’eversione con eruzioni, estasi, odio, sete d’un’umanità nuova, con un linguaggio che va in pezzi per far volare in pezzi il mondo» (in prefazione a un’antologia di poeti espressionisti, Limes Verlag, Wiesbaden 1955). Effettivamente, secondo la cronologia proposta da Mittner, dal 1907 al 1926 circa (con preludi e postludi), questo movimento, soprattutto nei paesi di lingua tedesca, rappresenta (assieme, in parte, al futurismo, surrealismo, imagismo di altri paesi) una sovversione non solo estetica, ma morale, anzi, totale, che segna la impietosa svolta critica degli inizi dei secolo.

Ed è la rivolta generazionale in una società che da agricola si avvia a diventare industriale; passando ad un capitalismo che toglie/conserva in sé antiche forme patriarcal feudali e, favorendo l’inurbamento nelle metropoli e il lavoro nelle fabbriche, provoca radicali mutamenti nelle coscienze, nei comportamenti, nei costumi sessuali e, senza volerlo, l’acquisizione anche della coscienza di classe fra le masse proletarizzate. Gli espressionisti sono appunto i diretti testimoni della lacerazione dell’uomo tedesco fra prassi (ormai capitalistica) e coscienza (ancora nel guscio ideologico industriale, o già proiettata nella contestazione del macchinismo alienazione industriale).

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Sul progetto del capitalismo contemporaneo

Un aggiornamento

di Marco Bertarello e Danilo Corradi

La crisi da strutturale si va trasformando in sistemica nella misura in cui l’economia di mercato, nel suo produrre disfunzioni e inefficacia, dà vita a un crescente mancato consenso sociale. L’incapacità di quest’ultimo di riversarsi su un progetto alternativo consente all’attuale sistema di permanere ancora saldamente in sella. Ma allo stesso tempo è sempre più evidente il distacco in ordine sparso e atomizzato, e qui sta il limite che sviluppa impotenza, di importanti segmenti della società. Il problema sarà come passare dal mancato consenso al dissenso, dalla critica alla proposta. Quello che intanto appare come un dato ineliminabile è l’incapacità concreta di uscire dalla crisi da parte delle attuali classi dirigenti. Restando quindi su questo punto, sono necessarie alcune considerazioni per comprendere come sia in corso una sorta di fine dell’Impero a cui è sempre più urgente contrapporre un’alternativa, pena il rischio che forze centrifughe e di destra prendano il sopravvento. Se ci convinciamo seriamente della parabola da fine dell’Impero allora saremo costretti a prendere più seriamente anche la necessità di un’alternativa radicale, capace di uscire dagli schemi politici, economici e sociali che il Novecento ancora riversa sul nuovo secolo.

Lo scorso anno di questi tempi ragionavamo [Quale progetto persegue il capitalismo contemporaneo?, 4/07/2013] su quale fosse il disegno secondo il quale si poteva uscire dalla crisi attraverso politiche economiche di rigore che in definitiva apparivano recessive.

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La politica si illude, in attesa dell'incendio

di Alberto Burgio

Le illusioni e le latenti possibilità di uscire da una crisi della sinistra, iniziata vent'anni fa con l'accettazione del Caimano da parte del PD

Quanto a lungo reggerà il nuovo governo non lo sa nessuno, ma di certo siamo comodamente seduti su una polveriera Il congelamento della crisi del Pd, non ancora matura, ha effetti che coinvolgono l'intero spazio alla sua sinistra La sensazione è che ogni giorno, inesorabilmente, l'ingranaggio si muova verso l'impatto fatale. Qualsiasi cosa accada, qualunque cosa facciano o dicano gli attori principali. Come nel più classico dei thriller o alla vigilia della prima guerra mondiale, quando i capi di Stato di tutta Europa contribuirono all'incendio convinti di impedirlo. Si vive come sospesi, in trepidante attesa. Consapevoli dell'instabilità e dell'incertezza generale, forse anche dell'incapacità di governare il momento. 

Perché ci si ritrovi in queste condizioni l'abbiamo detto tante volte, ma di mese in mese il quadro si chiarisce sempre più. Senza andare troppo in là, basta tornare indietro di un paio d'anni.Già la grande crisi imperversava. La destra governava, secondo i suoi criteri, per conto del grande capitale privato. A suon di regalie e scudi fiscali, giri di tangenti e privatizzazioni più o meno legali. Ma - tenendo al consenso - il governo non riduceva la spesa pubblica e soprattutto esitava a inferire al lavoro la mazzata finale. I mercati quindi scalpitavano. La Germania ringraziava ma temeva di dovere, presto o tardi, intervenire a proprie spese. I giornali evocavano ad arte lo spettro della bancarotta. Finché, alla fine del 2011, qualcosa accadde.
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Confindustria chiede una banca pubblica

di Pasquale Cicalese

Il 20 maggio scopri che in Italia ci sono i sovietici; di ritorno dalla sede della Regione Calabria dove rendiconti spese comunitarie, accendi il pc, Vlad Ilic, come al solito, ti ha mandato la rassegna stampa finanziaria, non c'è granché, lasci perdere, vediamo cosa dice Confindustria. Molti documenti non li puoi leggere, sono riservati alle sedi territoriali, che ovviamente manco calcolano, non hai rapporti con la sede di Crotone, non ne vuoi avere, hai il ricordo dei miliardi truffati degli incentivi a fondo perduto donati a partire dal 1992, mille miliardi di lire in dieci anni solo a Crotone mangiati da commercialisti, professionisti e da quel che il proletariato crotonese ha definito "i prenditori". Chissà perché da queste parti sbattono in galera manovalanza della 'ndrangheta e gente che per campare vende e coltiva marjuana, mentre per gli altri vige l'impunità più assoluta. Ah, la maria! Se la legalizzassero...i terreni da queste parti li fittano a poche lire, sono abbandonati, i paesani sono emigrati in Germania, se fosse legalizzata in culo al lavoro salariato, alla disoccupazione, alla miseria e all'emigrazione.

Vuoi mettere la sensimiglia di Amsterdam con la "rossa" calabrese? Per non parlare di quella albanese, robaccia da schifo totale venduta a tonnellate negli anni novanta al nord a gente che si bruciava il cervello. Noi terroni calabresi abbiamo il "Brunello di Montalcino" della canapa indiana, ma se la coltiviamo ci schiaffano 8 anni di galera, l'alternativa è fornire braccia ai sanfedisti brianzoli, veronesi o bolognesi. Pensi a questo dopo aver letto domenica 19 maggio un autentico manifesto antiproibizionista del principe degli economisti di Confindustria, Fabrizio Galimberti.
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Falsificazioni del marxismo

Olympe de Gouges

L’intervista sul potere di Luciano Canfora è certamente un libro di grande interesse, "denso", come amano dire quelli che apprezzano la commistione continua di argomenti e tesi tra i più disparati e non di rado tra loro contraddittori. Un libro che è un monumento di erudizione  per le insistenti citazioni e rinvii bibliografici. Insomma, un’opera che piace a un certo pubblico e che può poi essere usata come un bancomat dal quale prelevare un po’ di quella stessa moneta da spendere sul mercato delle idee correnti e in saldo.

Non si parla quasi che di élite, generali, statisti, dittatori e cialtroni del genere. Dall’antichità a ieri l’altro mattina. Le cause del mutamento sociale e di rivolgimento statuale per Canfora vanno ricercate nel gioco politico tra le diverse élite da un lato e nella disputa per l’egemonia tra potenze dall’altro. Le quali cose, soprattutto la seconda, indubbiamente rivestono la loro importanza; e tuttavia se tali aspetti sono declinati lasciando in ombra un fattore essenziale e decisivo della dinamica storica, quale il ruolo dei mutamenti del modo di produzione e di scambio, matrice dei rapporti di dominio e di servitù, di conquista ed espansione, si finisce nell’histoire événementielle, pur se nella versione prestigiosa dei tipi Laterza.

Può essere un esempio il modo in cui il filologo barese delinea le cause dell’affermazione del cristianesimo, francamente con argomentazioni datate e assai banali sulle quali forse ritornerò in una prossima occasione.

Ed è appunto trascurando l’aspetto decisivo dei rapporti sociali basati sulla produzione e lo scambio, dunque gli antagonismi reali tra le classi, che Canfora può stabilire che nazismo e fascismo rappresentino una “terza via tra capitalismo e socialismo”.

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Lafontaine e la trappola dell’euro

di Enrico Grazzini

Il leader della Linke tedesca Oscar Lafontaine ha dichiarato recentemente che è necessario abbandonare l'euro, tornare in maniera ordinata alle monete nazionali e realizzare un sistema flessibile e concordato di cambi in Europa. È una via percorribile? Perché questo dibattito è completamente assente in Italia?

L'Europa vive una crisi drammatica sia sul piano economico che politico e va incontro a una frattura storica: l'euro però non fa parte della soluzione ma del problema. L'euro sta spaccando l'Europa e occorre trovare rapidamente una soluzione alla crisi dell'euro per tentare di ricostruire la cooperazione europea. La critica radicale proviene niente di meno che da Oskar Lafontaine, il dirigente socialista tedesco che, come ministro delle finanze e presidente della SPD, negli anni '90 ha dato un contributo sostanziale alla nascita dell'euro, e che però nel 2005, in rotta con la SPD, ha lasciato il partito socialista di Gerhard Schröder per fondare la Linke, la formazione politica della sinistra alternativa. Nel suo blog Lafontaine ha scritto recentemente che è necessario abbandonare l'euro, tornare in maniera ordinata alle monete nazionali e realizzare un sistema flessibile e concordato di cambi in Europa [1]. Lafontaine vorrebbe che i paesi più deboli possano svalutare per riguadagnare competitività di fronte alla potenza dominante tedesca, e tornare a crescere. Una soluzione semplice ma originale, finora non prevista né dalla Linke né da Syriza, il partito della sinistra radicale greca.

Ma la soluzione proposta da Lafontaine è valida e praticabile? Per tentare di rispondere occorre partire da una constatazione. L'euro si è rivelato il fattore più problematico e negativo per l'Europa unita.
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I confini mobili della collettività

di Marco Bascetta

Un pamphlet di Ermanno Vitale per Laterza contro la retorica dei beni comuni e le pulsioni «comunitariste» premoderne. Il problema è giuridico e politico, come l'inclusione del sapere minacciato dalle recinzioni e dal controllo delle multinazionali

Il titolo è di quelli che dovrebbero farti sobbalzare sulla sedia: Contro i beni comuni (Ermanno Vitale, Laterza, pp.126, 12). Un effettaccio editoriale da manuale. Il sottotitolo subito ci rassicura «Una critica illuminista». Tiriamo un profondo sospiro di sollievo: non stiamo dalle parti di un arcigno conservatorismo gerarchico. Ci è promessa chiarezza e onestà intellettuale. Alla terza pagina della prefazione ci mettiamo definitivamente a nostro agio: «penso insomma più ai giovani vicini ai centri sociali e alle forme serie di volontariato che non a quelli che inseguono il mito dell'imprenditore di se stesso o prendono una tessera di questo o quel partito».

Insomma siamo tra amici. E anche il bersaglio di questo pamphlet, vale a dire la stucchevole retorica dei beni comuni e le pulsioni comunitariste, nostalgiche e premoderne che la attraversano merita, in buona parte, di essere condiviso. Che visioni olistiche, organicistiche e perfino mistiche innervino spesso le argomentazioni sulla centralità dei beni comuni è cosa indubbia. Come è indubbio che il libro di Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto (edito dallo stesso editore e nella stessa collana) vi indulga, (sia pure vincolato alla concisione enfatica propria della forma-manifesto), in svariati passaggi, lasciando trapelare l'idea che esista o possa esistere, nella modernità o nella postmodernità («riflessiva» alla Beck) una società incardinata sui beni comuni e la relativa dottrina.

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Una critica fraterna sull’assemblea di Bologna

di Rino Malinconico

Ho trovato singolare che il dibattito di sabato scorso a Bologna abbia di fatto ignorato le straordinarie potenzialità dei due aggettivi presenti nel titolo dell’appello, e cioè “anticapitalista” e “libertario”. Peraltro molti interventi non solo hanno evitato di cimentarsi coi due termini, ma hanno proceduto speditamente in una direzione che a me è parsa francamente opposta. Porre, infatti, l’accento sull’anticapitalismo, quando quasi tutti partono dalla speculazione, dalla finanza, dalla corruzione e quant’altro, significa impegnarsi su un terreno preciso, che è analitico e programmatico allo stesso tempo. Significa provare a sostenere, con argomentazioni possibilmente documentate, motivate e credibili, che l’origine dei mali del nostro tempo non risieda affatto nella “degenerazione” del capitalismo, ma proprio nel suo sistema normale di funzionamento.

Dal mio punto di vista, far valere una tale affermazione è assolutamente necessario. E però, questa scelta ha poi delle conseguenze stringenti, tanto sul piano della cultura politica quanto sul piano delle modalità dell’azione pratica.
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Un nuovo pensiero di sinistra parte dall’uguaglianza come valore

di Alfonso Gianni

Una lettura in chiave europea dello scenario italiano aiuta meglio a comprendere la nostra situazione e le cause che l’hanno determinata. La crisi delle socialdemocrazie è infatti un fenomeno che attraversa tutto il continente e rivela caratteri di irreversibilità. La sinistra deve essere dunque ricostruita: partendo dall'“eguaglianza”

Marc Lazar è tornato recentemente a riflettere sulle sorti della sinistra italiana dopo il non esito elettorale dello scorso febbraio. “Questa drammatica situazione costituisce certo una specificità italiana, ma al tempo stesso rispecchia le turbolenze che scuotono tutta la sinistra europea” ha scritto lo studioso francese. La sua lettura si distingue quindi da quelle che vedono prevalentemente nelle scelte successive al voto un sorta di tradimento da parte delle forze politiche di destra e di sinistra della volontà degli elettori del nostro paese che sarebbe stata perpetrata attraverso la costruzione di una Grosse Koalition in salsa italica o, se si preferisce, dato il carattere non necessitato della medesima, di un oversize government. In effetti una lettura in chiave europea dello scenario italiano aiuta meglio a comprendere la nostra situazione e le cause che l’hanno determinata.

“In Francia, François Hollande ha battuto molti record di impopolarità – ha osservato Lazar –; la sua maggioranza si sta lacerando e le critiche dei settori più a sinistra si fanno più incalzanti. In Gran Bretagna il Labour è sempre in quarantena; in Germania almeno per ora la Spd non sembra in grado di colmare il suo distacco da Angela Merkel”. Né sembra volerlo effettivamente fare, si potrebbe aggiungere, visto le caratteristiche assai moderate del candidato scelto per contrapporlo alla cancelliera di ferro e il fatto che il nuovo segretario della Spd, Gabriel, propone di cambiare volto e nome alla stessa Internazionale socialista in un’ indistinta Alleanza dei progressisti.

Si domanda quindi Lazar: “la sinistra è condannata a scomparire?”. Laddove ha vinto in termini elettorali ha ottenuto successi ambigui, poi subito contraddetti da politiche che in poco o in nulla si discostavano dalla regola aurea dell’austerità europea.
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Eurozona, quelli che “la benzina aumenterà settanta volte sette…”

di Alberto Bagnai

Tira una brutta aria nelle roccaforti del Pude (Partito Unico Dell’Euro), aria di imminente smobilitazione. Le crepe nel muro di gomma sono sempre più evidenti, il dibattito è aperto perfino nel paese che, per i più ingenui, avrebbe meno interesse ad aprirlo (la Germania), l’opposizione all’Eurss si fa, da scientifica, politica, e in paesi più democratici del nostro fa incetta di voti. Questa, peraltro, è un’altra fonte di preoccupazione, visto che lo spazio politico della verità tecnica (l’euro è insostenibile) è stato improvvidamente lasciato alle destre più becere da chi ha ucciso il dibattito a sinistra (in Italia il Pd).

Ma è proprio quando la fine si avvicina, che si manda in prima linea la carne da cannone. Le unità di élite (si fa per dire) meglio risparmiarle: chi scaltramente e per tempo ha dimostrato di avere un po’ di cervello, tornerà poi utile per negoziare al tavolo della pace, forte di un opportunistico “io l’avevo detto”.

Illuminante in questo senso la puntata di La vita in diretta” del 2 maggio scorso, condotta da un ottimo Marco Liorni. Una puntata che ha raggiunto vette di umorismo involontario grazie alle uscite di due estremi difensori dell’euro.

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