SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Wu Ming 4: Genova 2001 e la sentenza 10×100. Orizzonti di gloria

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Genova 2001 e la sentenza 10×100. Orizzonti di gloria

di  Wu Ming 4

La giustizia italiana ha deciso che cinque persone pagheranno per tutti. Altre cinque potrebbero aggiungersi. E così si ottiene il pari e patta politico con la sentenza sull’assalto alle scuole Diaz.

E’ chiaro che stanotte non c’è nessuna gloria. E domattina nessun orizzonte. Era antifrastico anche il titolo del film di Stanley Kubrick, uno dei più belli contro l’ottusità antiumana del militarismo. La trama è nota: durante la Prima Guerra mondiale, sul fronte occidentale, un inetto generale francese lancia un impossibile attacco contro una fortificazione tedesca. Le truppe francesi non riescono nemmeno a uscire dalle trincee, vengono falciate dalle mitragliatrici, ricacciate indietro. L’attacco è una catastrofe colossale. Per non passare da incapace, il generale addossa la colpa alla codardia dei suoi soldati e chiede che ne vengano fucilati cento, estratti a sorte. L’Alto Comando gliene concede tre. Tre capri espiatori, che pagheranno per tutti, anche se la colpa non è di nessuno, o meglio, è di chi stava in alto. Di chi ha voluto quella guerra.

La giustizia italiana, stasera, non è diversa da quella militare nel film di Kubrick (che si ispirava a un fatto realmente accaduto). Anche lì c’era un bravo avvocato difensore, che veniva sconfitto da una sentenza grottesca, quasi caricaturale per la sua assurdità.

La giustizia italiana ha deciso che cinque persone pagheranno per tutti. Altre cinque potrebbero aggiungersi. E così si ottiene il pari e patta politico con la sentenza sull’assalto alle scuole Diaz. Poco importa che le condanne dei poliziotti riguardino il pestaggio e il massacro preordinato di persone, per di più indifese, mentre quelle dei manifestanti siano motivate dalla distruzione di cose, di oggetti inanimati, in mezzo al caos generalizzato. Qualcuno di loro si becca dieci anni di galera.

Domenico Mario Nuti: Lo strano siparietto degli eurobond

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Lo strano siparietto degli eurobond

di Domenico Mario Nuti

Sulla questione dei titoli a garanzia europea tra Monti e Merkel si è svolto un siparietto, utile a entrambi. Meglio pensare alle cose concrete plausibili e utili: fondi per la stabilizzazione e reflazione tedesca

Un sempliciotto, o un truffatore, potrebbero cercare di persuadere i membri più ricchi di un club, come i tedeschi, gli olandesi e i finlandesi nella zona dell’euro, ad accettare la mutualizzazione del debito pubblico dei governi europei attraverso l’emissione su larga scala di Eurobond, intesi come soggetti a responsabilità individuale e collettiva di tutti i membri. Poiché inevitabilmente quei membri più ricchi finirebbero col pagare per tutti. Nessun altro tipo di Eurobond risolverebbe la crisi dell’euro, che si tratti di project bonds o mini-Euro-bills su piccolo scala, o Eurobond soggetti a responsabilità pro-rata, o emessi da una qualsivoglia agenzia europea diversa dalla Banca centrale europea (Bce, che è impossibilitata ad emetterli da trattati e statuti) e che in vista delle minuscole dimensioni del bilancio dell’Eu sarebbero necessariamente trattati come titoli spazzatura. Queste proposte forniscono un alibi per il rifiuto di suggerimenti più plausibili e utili, quali l’aumento del fondo del Meccanismo Europeo di Stabilizzazione (Ems), o il riequilibrio e la reflazione dell’economia tedesca.

Perché, allora, Mario Monti e François Hollande hanno fatto pressioni così insistenti e persistenti, per non dire ossessive, per l’emissione di tali Eurobond, ignorando ripetuti rifiuti? Che l’abbia fatto Hollande non deve sorprendere: egli è un socialista dalle buone intenzioni, e un mal-consigliato principiante senza previa esperienza di governo. Ma perché Monti, l’accorto economista ed eurocrate di grande esperienza? C’è una spiegazione razionale. Avanzando richieste chiaramente inaccettabili, Mario Monti dava al cancelliere tedesco una meravigliosa opportunità di prendere una posizione spettacolare: “Non finché vivrò!”. Non è a caso che secondo un sondaggio condotto subito dopo il vertice EU la sua popolarità è salita al livello più elevato registrato negli ultimi tre anni. Il sondaggio confermava un forte appoggio per la sua posizione sulla crisi del debito nell’eurozona, mostrando che il 66% dei tedeschi erano soddisfatti della sua performance, un aumento di otto punti percentuali rispetto al mese precedente e il livello più elevato dal 2009 all’epoca della sua rielezione. “Circa il 58% dei tedeschi credono che la posizione della Merkel nella crisi dell’euro sia corretta e decisiva, anche se l’85% degli interpellati si aspetta che la crisi peggiori” (Eurointelligence.com, 7 luglio).

Sandro Moiso: Una biografia rivoluzionaria

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Una biografia rivoluzionaria

di Sandro Moiso

Franz Mehring, Vita di Marx, Shake Edizioni, Milano 2012, pp.416, euro 20,00

Nei primi anni novanta del secolo appena trascorso, in un momento di gravi difficoltà economiche per l’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, una cordata di imprenditori giapponesi offrì la propria disponibilità finanziaria per il salvataggio dell’immensa mole di carte marxiane (manoscritti originali, lettere, opuscoli originali, ecc) colà depositate. L’Istituto non dovette alla fine ricorrere a tale anomalo aiuto, ma, sicuramente, il caso costituisce motivo di interesse.

Certo i possibili finanziatori non erano animati né da un’improvvisa conversione al comunismo rivoluzionario né, tanto meno, dall’intenzione di diffondere tra i propri dipendenti una più approfondita riflessione sul lavoro, lo sfruttamento e l’estorsione del plusvalore.

Probabilmente, e più prosaicamente, intendevano non perdere l’occasione per provare a metter le mani su documenti ancora mai pubblicati ed assicurarsi così la possibilità futura di diffonderli, a proprio piacimento e secondo imperscrutabili calcoli, sul mercato editoriale.

Non è da escludere, però, che l’offerta nascondesse anche un reale interesse nei confronti di una teoria economico-politica che, nonostante la fine della storia predetta da Francis Fukuyama nel 1992 e il trionfo dei Chicago Boys di cui oggi possiamo ammirare la lungimiranza, aveva ancora molto da dire sull’essenza del capitalismo, sui suoi metodi di accumulazione e sulle sue crisi.

Insomma: siamo liberisti, ma non neghiamoci la possibilità di capire qualcosa di più del nostro avvenire e dei meccanismi economici da cui dipendiamo.

La parabola, se così è lecito chiamarla, serve a sottolineare un paradosso già altre volta segnalato: mentre i rappresentanti del capitale, pur negandola ad ogni piè sospinto, si armano e si preparano costantemente allo scontro e alla lotta di classe, anche studiando le idee e le strategie dell’avversario per farne il miglior uso possibile a proprio vantaggio, i rappresentanti della classe potenzialmente nemica si spalmano come nutella sull’ideologia liberista e rinunciano alle armi teoriche che avrebbero a disposizione, rinnegandole in toto.

Sandro Mezzadra: I predatori metropolitani

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I predatori metropolitani

di Sandro Mezzadra

«Il capitalismo contro il diritto alla città», l'ultimo lavoro del geografo di origine inglese mette al centro la spinosa «questione urbana», rivisitata alla luce del funzionamento dei mercati finanziari internazionali

Il capitalismo contro il diritto alla città è il titolo scelto dalla casa editrice Ombre Corte per il piccolo libro di David Harvey da poco in libreria (pp. 106, 10 euro). È un libro, conviene dirlo subito, tanto piccolo quanto prezioso. Per chi non conosce il lavoro di Harvey, uno dei protagonisti indiscussi dei dibattiti marxisti internazionali, è un'ottima introduzione ai temi al centro della sua ricerca fin dall'inizio degli anni Settanta, qui rivisitati sullo sfondo della crisi contemporanea. Per chi è familiare con l'opera dell'autore inglese, da tempo trasferitosi negli Stati Uniti, la lettura dei tre capitoli che compongono il volume riserva qualche sorpresa - o meglio dischiude prospettive analitiche e politiche rimaste sotto traccia nel lavoro di Harvey degli ultimi anni (da La guerra perpetua a Breve storia del noeliberalismo, entrambi usciti in Italiano per Il Saggiatore, fino a L'enigma del capitale, pubblicato lo scorso anno da Feltrinelli).


Espropriazione urbana


Geografo di formazione, Harvey ha raccontato spesso come il momento decisivo nella sua radicalizzazione politica sia stato l'arrivo a Baltimora, nel 1969: «non avevo mai visto un tale livello di povertà», ha dichiarato ancora di recente in un'intervista con la rivista francese «Vacarme». Erano gli anni in cui, negli Stati Uniti, il dibattito pubblico era dominato dal tema della «crisi urbana», sullo sfondo delle grandi rivolte nei ghetti afro-americani.

Emiliano Brancaccio: Mainstream e teorie economiche critiche

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Mainstream e teorie economiche critiche

Intervista ad Emiliano Brancaccio sul suo “Anti-Blanchard”

Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, è uno dei più autorevoli esponenti del cosiddetto “mainstream”, la corrente principale della teoria economica contemporanea. Blanchard è anche autore del manuale Macroeconomia, uno dei libri di testo più diffusi nelle università di tutto il mondo. L’edizione italiana, edita da Il Mulino, è stata realizzata in collaborazione con Alessia Amighini e Francesco Giavazzi.1

Il manuale di Blanchard rappresenta la versione più avanzata della cosiddetta “sintesi neoclassica”. La “sintesi” trae origine dal famigerato modello IS-LM con il quale John Hicks, nel 1937, diede avvio a un celebre quanto discusso tentativo di assorbimento del tipico problema keynesiano della carenza di domanda di merci all’interno di un impianto concettuale tradizionale di tipo neoclassico. Un “keynesismo bastardo”, come venne rudemente definito da Joan Robinson, che però è andato evolvendosi nel tempo e che oggi rappresenta il mainstream, l’approccio dominante alla macroeconomia.

Il modello didattico di Blanchard è detto di domanda e offerta aggregata. Esso ruota intorno al concetto di “equilibrio naturale” di una economia di mercato. La convergenza del sistema economico verso l’equilibrio “naturale” si determina nell’incrocio tra le curve di domanda e di offerta aggregata, rispettivamente decrescente e crescente rispetto al livello dei prezzi.

Stando a questo modello, le variazioni dei salari e dei prezzi generano una serie di effetti su tutti i mercati che spingono l’economia a convergere spontaneamente verso il cosiddetto livello di “disoccupazione naturale”.

Elisabetta Teghil: Versailles

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Versailles

di Elisabetta Teghil

Il primo alleato della Francia socialdemocratica è l’Italia di Monti. L’avversaria dichiarata di entrambe, al di là delle manifestazioni di facciata, è la Germania di Merkel.

Forse, le chiavi di lettura che abbiamo utilizzato finora si rivelano inadeguate per capire quello che sta succedendo in Europa.

Se vogliamo leggere gli avvenimenti europei attuali, dovremmo cominciare da due punti fermi.

Uno ci riguarda da vicino. Monti, alla sua età, fa quello che sa fare e che ha fatto in tutta la sua vita, cioè il funzionario delle multinazionali anglo-americane e l’uomo di fiducia degli organismi sovranazionali che, delle prime, sono espressione ed emanazione.

L’altro è che è in atto una guerra per la ridefinizione dei rapporti di forza fra Stati e multinazionali che vede gli Stati Uniti e l’Inghilterra alleati all’offensiva.

Il motivo occasionale nell’immediato, è il profondo deficit statale e privato che gli Stati Uniti e l’Inghilterra hanno accumulato.

Roberto Esposito: La prevalenza dell’etica

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La prevalenza dell’etica

di Roberto Esposito

C´è una tendenza in atto a moralizzare la filosofia. Non nel senso di rendere buoni i filosofi – ‘vaste programme´, avrebbe detto qualcuno. Ma nel senso di porre i valori morali al centro della ricerca filosofica, al punto da fare dell´etica non più un suo territorio, ma la questione stessa del pensiero. E´ questo il presupposto implicito, e anche la tonalità diffusa, che sembra accomunare una serie di libri recenti come La questione morale di Roberta de Monticelli (Cortina 2010), Filosofia morale di Luigi Alici (La Scuola 2011), Il coraggio dell´etica. Per una nuova immaginazione morale di Laura Boella (Cortina, 2012). Se si aggiunge che dopo una fortunata collana filosofica del Mulino, su ciascuno dei dieci comandamenti, ne è nata un´altra, da Cortina, sulle virtù, i cui primi titoli sono Sincerità (di Andrea Tagliapietra), Rispetto (di Roberto Mordacci) e Coraggio (di Diego Fusaro), il quadro si completa. Dopo una fase in cui il compito del pensiero è apparso quello di decostruire i valori consolidati, ponendo un interrogativo critico sulla loro vigenza, oggi la filosofia torna a riproporli in prima persona, parlando direttamente il linguaggio della morale.

I motivi di tale svolta sono evidenti. Nel momento in cui non solo l´etica pubblica sembra affondare sotto il peso di una corruzione ormai insostenibile, ma anche la politica diventa un collettore di interessi privati, la filosofia è portata ad assumere un ruolo di supplenza nei loro confronti. Questo spiega lo straordinario successo della filosofia in piazza, anch´esso in contrasto con la crescente disaffezione politica. Contro l´illegalità dilagante, e la vera e propria barbarie che esplode improvvisa a devastare il senso stesso della vita umana, L´elogio del moralismo – è il titolo del vibrante pamphlet di Stefano Rodotà (Laterza 2011) – diventa più che un segno di rivolta.

nique la police: Beppe Grillo e la regressione modernizzatrice

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Beppe Grillo e la regressione modernizzatrice*

nique la police

“Non c’è nulla di nuovo in borsa. Non può esserci perché la speculazione è vecchia come le colline”. (Jesse Livermore, trader arricchitosi con le crisi del 1907 e del ‘29. Morto suicida).

1. Populismo. L’Italia tra Wall Street e il Reno.


Aggiungiamo un racconto alle cronache provenienti dagli Stati Uniti che si sono susseguite, a partire dall’autunno 2011, a causa della protesta di Occupy. Parliamo di una insegnante, che ha perso il lavoro come i risparmi e il suo status di classe media grazie al crack di borsa, che incita le folle e diventa famosa per uno slogan sempre scandito nei suoi discorsi.  Lo slogan,  cavallo di battaglia fatto proprio da moltissimi americani è questo: “Wall Street possiede il paese. Non esiste più un governo del popolo, dal popolo, per il popolo ma solo un governo di Wall Street, da Wall Street, per Wall Street”.

Il vigore oratorio di Mary Elisabeth Lease, così si chiama l’insegnante, e  la sua capacità di stare in piazza si fanno davvero apprezzare. Ma ci sono due aspetti da evidenziare. Il primo è che non si trovano tracce della Lease su youtube. Perché non si tratta di una attivista che emerge assieme alle proteste a seguito del crollo di Lehman Brothers del 2008, o con l’esperienza di Occupy, ma di una persona comune che si forma politicamente sull’onda di proteste causate dalla long depression originata dal crack di borsa del 1873. Il secondo è che la Lease è stata un membro del  People’s Party, il primo e più grande partito populista americano. Stiamo parlando di un partito che ha espresso governatori e sindaci, nonché almeno un serio candidato presidenziale con significativa presenza di deputati al congresso, e che ha lasciato una reale traccia nella storia politica americana. Sia nei democratici, che finirono per assorbire il People’s Party, che nei repubblicani.

Marco Assennato: Il filosofo e il politico: chiaroscuri di Massimo Cacciari

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Il filosofo e il politico: chiaroscuri di Massimo Cacciari

di Marco Assennato

Su “L’Espresso” del 21 giugno Massimo Cacciari propone una risposta alla questione: a cosa serve, oggi, la politica? Si tratta d’un colto commento di cronaca, dedicato perciò alle avventure e tribolazioni di Monti e dei partiti italiani, che si concentra sul valore rivoluzionario della governance dei “tecnici”, presa d’assalto dalle coalizioni in frantumi e non sufficientemente interpretata – a dir del filosofo – neppure dall’algido professore della Bocconi. Una sorta di manifesto della tecnocrazia europea, dunque, talmente assertivo (ma chi ha consuetudine con i testi di Cacciari non si stupirà certo per lo stile) da risultare ideologico. Fosse solo questo ci sarebbe poco di interessante: meglio leggere gli originali che le copie, e cercarne l’immaginario tra le colonne del Sole 24ore.

Oppure, si potrebbe dire: i convertiti sono sempre peggiori dei credenti, come avessero qualche passato da farsi perdonare e chiudere la questione. Insomma, metter di canto quanto scrive Cacciari ricordandone semplicemente la storia fulminante: capace di attraversare gli ultimi trent’anni passando dalle lezioni operaiste al PCI dell’autonomia del politico e da lì di volare angelicamente alla teoria dell’amministrazione per approdare infine  – con una parallela e sempre più intensa passione teologica – ai lidi della tecnica, amato e odiato gelido mostro da frenare catechisticamente. In tal senso si potrebbe richiamare l’acuto pungolo di Franco Fortini il quale, già a fine anni settanta, indovinò la traiettoria di Cacciari, secondo «il sogno diffuso e non troppo proibito di poter essere a un tempo anarchico e istituzionale, negatore e organizzato, belva e compagno».

Oscar Oddi: La crisi secondo Riccardo Bellofiore

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La crisi secondo Riccardo Bellofiore

di Oscar Oddi

Recensione a “La crisi capitalistica, la barbarie che avanza”, Asterios, 2012; “La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra”, Asterios, 2012.

La crisi divampata (ma non improvvisa) nel 2007-2008, i cui terrificanti effetti sul tessuto economico, sociale e politico sono ora dispiegati in tutta la loro potenza distruttrice (si pensi alla Grecia, “modello” di azzeramento della sovranità e della democrazia reale, pronto ad essere esportato nel resto d’Europa) hanno colto la “sinistra” (in tutte le sue diramazione, compresa quel che resta di quella così detta ”radicale”) completamente spiazzata, impreparata, afona. Ridotta all’irrilevanza teorico-organizzativa, frutto di decenni di “sbornie” post-moderniste e moltitudinarie-imperiali, quando non addirittura fautrice (coscientemente o meno) dell’ideologia (neo)liberale, si trova oggi in una condizione di totale cecità rispetto alla genesi e agli sviluppi di tale crisi, e dunque sulle politiche da proporre per uscirne da una posizione di “classe”. In questo quadro sono i benvenuti questi due piccoli (come formato e pagine, non certo per la pregnante qualità di contenuto e significato) ma preziosi volumi di Riccardo Bellofiore, (“La crisi capitalistica, la barbarie che avanza”, Asterios, Trieste, 2012,  pp. 80, € 7,00, e “La crisi globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra”, Asterios, Trieste, 2012, pp. 80, € 7,00,) facente parte di quella schiera, ormai ridottissima, di autori che tentano di pensare ancora con gli strumenti forniti dal “cantiere” marxiano, e dunque, proprio per questo,  del tutto inascoltati.

A.Carabelli e M.Cedrini: Nel lungo periodo vince ancora Keynes

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Nel lungo periodo vince ancora Keynes

di Anna Carabelli e Mario Cedrini

Le ragioni inascoltate del Keynes internazionalista, dietro l'attuale fallimento del sistema di "Bretton Woods 2". La chance dell'Europa: un federalismo per condividere

Se anche fossimo schiavi di qualche economista defunto, per usare una nota espressione della General Theory, non si tratterebbe certamente di Keynes. Ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ai tempi della crisi europea e delle politiche nazionali di austerity, è soprattutto del Keynes economista e diplomatico internazionale che non siamo schiavi. Per accorgersene, è sufficiente guardare all’attuale, martoriato, sistema di Bretton Woods 2 come se fosse ciò che in realtà è, e cioè il punto d’arrivo di una storia, quella del non-sistema internazionale nato sulle ceneri dell’originario regime di Bretton Woods. Si è finito col dare per scontata la “normalità” del non-sistema (caratterizzato, come scrisse Williamson nel 1983i, dall’assenza di regole condivise sulla gestione di politiche degli stati membri che comportino ripercussioni significative all’esterno dei confini nazionali), e col fingere che quello nato nella prima metà degli anni Settanta non sia un vero e proprio sistema, sia pur innaturale e perverso. Come se la storia del paradigma del Washington Consensus non sia in realtà quella di un disastroso tentativo di ordine – imposto in particolare e inizialmente ai paesi in via di sviluppo ed emergenti – interamente impostato sulla disciplina (di mercato e degli interessi dei creditori occidentali) e sulla repressione del policy space, un ordine forte e strumentale, funzionale alla realizzazione dell’integrationist agenda portata avanti dalle istituzioni finanziarie di cooperazione sovranazionaleii.

Un ordine che a Keynes non sarebbe piaciuto, per usare un eufemismo. Perché l’intera carriera del Keynes internazionalistico, da Indian Currency and Finance (1913) ai piani per Bretton Woods, è da leggersi come la ricerca di un compromesso sostenibile tra le esigenze disciplinari del sistema e quelle autonomistiche degli stati membri (un vero e proprio “dilemma”, come Keynes lo definì nel Treatise on Money del 1930)iii.

M.Bertorello e D.Corradi: Uscire dall'euro, una scorciatoia

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Uscire dall'euro, una scorciatoia*

Marco Bertorello e Danilo Corradi

La crisi dell'Euro trascina con sé una molteplicità di problemi e potenziali soluzioni. L'economia politica condotta a livello continentale svela tutte le sue contraddizioni, facendo precipitare il contesto e rendendo urgenti scelte di cambiamento radicale. Alla crisi ha corrisposto il riemergere di un'opzione nazionale, che viene interpretata come una prospettiva adeguata ai problemi che abbiamo di fronte. Il rischio è che l'opposizione al rigore e all'austerità slitti verso un progetto di ripiegamento statual-nazionale che non fa i conti con i problemi di ordine globale, rinviando un approccio sistemico e fondamentalmente alternativo. In ogni caso il punto di partenza è rappresentato dal caso greco.

La Grecia esce oppure è fuori?

In un recente intervento Emiliano Brancaccio dava come chiave di lettura della sconfitta di Syriza la sua posizione «palesemente contraddittoria» nel chiedere una rinegoziazione del famoso memorandum, senza affrontare in maniera esplicita le possibili conseguenze derivanti da un eventuale fallimento di tale richiesta. É possibile che Syriza sia stata reticente nel ragionare in dettaglio sulle conseguenze derivanti da una risposta negativa della Troika, ma era piuttosto chiaro che le conseguenze di una chiusura della trattativa avrebbero condotto alla ristrutturazione unilaterale del debito da parte della Grecia. L'atteggiamento di Syriza, dunque, è stato tattico, dato che erano gli avversari a denunciare pesantemente il suo presunto profilo anti-europeista, ma non si può dire che non agitasse l'unico potere di contrattazione di cui disponeva la Grecia: il suo debito e persino la libertà di circolazione di capitali e merci sul proprio territorio. La pesantezza con cui è stata affrontata la campagna elettorale in Grecia, anche con bordate dal resto del continente, è stata all'insegna dell'isteria euro-si euro-no, come se vi fosse stato un referendum sulla moneta unica, piuttosto che su come uscire dalla crisi europea in generale e nello specifico dei suoi debiti sovrani.

La critica di Brancaccio, seppur fondata, appare un po' ingenerosa. Indubbiamente la ristrutturazione unilaterale del debito pubblico greco avrebbe potuto implicare l'abbandono della moneta unica.

Biagio Borretti: Un capitalismo in cerca di vie d'uscita

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Un capitalismo in cerca di vie d'uscita

di Biagio Borretti

Il vicolo cieco e la crisi sistemica del capitale. Si è tenuta a Napoli, tra il 29 ed il 30 giugno scorsi, una due giorni di studi ed approfondimenti sullo stato attuale della crisi del capitalismo organizzato dalla Rete dei Comunisti.

Il convegno, svoltosi tra venerdi pomeriggio e sabato mattina , è stato suddiviso in tre sessioni di discussione: “Guerra delle monete e trappola della liquidità” (con relazioni di Luciano Vasapollo, Leonidas Vakiatokis, Franco Russo e Guglielmo Carchedi); “La divaricazione e la competizione tra Usa e Unione Europea” (relazioni di Sergio Cararo, Giorgio Gattei, e Francesco Piccioni); “L’alternativa può venire dai paesi emergenti?” (relazioni di Mauro Casadio, Vladimiro Giacchè, Ignacio Mendoza), il tutto introdotto e moderato da Michele Franco.

L’intervento di Luciano Vasapollo si è incentrato sull’analisi della moneta come “regolatore del ritmo di accumulazione del capitale” e sulla natura del denaro così come del credito, laddove il denaro di credito è prodotto dentro le leggi del mercato e quindi è anch’esso merce. Una merce particolare, però, che non ha valore: il suo prezzo è rendita e non profitto. Ne consegue una lettura della crisi come crisi di valorizzazione e non da insufficienza di domanda.

La parte finale della sua relazione si incentra, invece, sulla ricostruzione delle differenti reazioni dei poli imperialistici e del Comecon alla fine del sistema di Bretton Woods, sottolineando il particolare interesse che oggi potrebbe suscitare un rinnovato studio della organizzazione e della funzione dell’allora Banca internazionale di collaborazione economica interna al Comecon.

Guido Viale: Il grande bluff europeo

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Il grande bluff europeo

di Guido Viale

A Bruxelles l'Europa non è certo uscita dal coma in cui l'ha gettata la crisi dell'euro. Né le risorse economiche, né - e meno che mai - quelle politiche messe in campo sono adeguate per resistere a una speculazione in buona parte promossa da quelle stesse banche e istituzioni finanziarie che tengono sotto scacco la moneta unica, ma che ne sono anche le principali beneficiarie. I governi degli Stati membri, sia quelli forti che quelli deboli, sono di fronte a un'alternativa secca: o salvare banche, finanza e assetto istituzionale dei cosiddetti mercati; o salvare i diritti: quelli del lavoro, quello al lavoro e al reddito, quelli alla sicurezza, all'esercizio della cittadinanza, alla dignità della persona.

Per alcuni governi l'alternativa si pone in maniera stringente: i soggetti da depredare con i cosiddetti compiti a casa (mai espressione più cretina era comparsa nel lessico politico) sono i propri concittadini. Per altri l'alternativa sembra più mediata: per ora a soffrire devono essere i cittadini di altri Stati: per i quali risanare il bilancio del proprio Stato altro non significa che salvare le banche che gli hanno fatto credito in modo irresponsabile negli anni delle vacche grasse: banche per lo più proprio di quegli Stati che oggi vorrebbero insegnare a tutti la moderazione.

Dante Barontini: Vivi e lascia morire

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Vivi e lascia morire

Written by  Dante Barontini

Il principio fondamentale del capitalismo tradotto in spending review.

Come al solito, con questo governo di "tre-cartisti" laureati, stiamo qui a discutere di qualcosa che nessuno conosce nei dettagli. Quel che tutti hanno in mano sono le dichiarazioni rilasciate all'uscita dell'incontro con il governo da rappresentanti degli enti locali, di Confindustria e dei sindacati “complici”. E se si dovesse ascoltare soltanto questi ultimi non si capirebbe assolutamente nulla, stretti come sono tra l'esigenza di fare il viso delle armi (senza intanto muovere un dito) e la necessità vitale di attenuare la gravità delle mosse dell'esecutivo (che richiederebbero non uno sciopero generale, ma un blocco prolungato dell'intero paese).

Il governo, sostenuto da tre partiti in via di estinzione e da una stampa mainstream ben oltre i limiti dei fogli di regime, prosegue nel gioco retorico, che fin qui è riuscito benissimo, da un paio di decenni a questa parte. Si mettono giovani contro anziani, dipendenti pubblici contro privati, precari contro stabili, esodati contro pensionati, e alla fine si tira fuori il jolly che peggiora le condizioni di vita di tutti. Equamente...

Il gioco è ancora più semplice in questo caso, perché sotto tiro finiscono i dipendenti pubblici, contro cui è stato costruita una mostrificazione di luoghi comuni, spesso purtroppo avallata da alcuni comportamenti autolesionistici della categoria.

Al di là dei comportamenti, dunque, bisogna individuare il “disegno” di riorganizzazione della macchina pubblica che emerge nettamente dall'insieme delle misure pur confusamente descritte dagli interlocutori del governo ieri. È una macchina indebolita in ogni settore meno che in quelli militari e di polizia. Persino la magistratura (e la parte amministrativa degli uffici relativi) viene pesantemente “tagliata”, eliminando tribunali, uffici, sedi. Anche i processi, in un sistema costituzionale ristretto al solo potere esecutivo, diventano un lusso di cui si può fare agevolmente a meno.

Tonino Bucci: Il disagio della cultura

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Il disagio della cultura

di Tonino Bucci

La crisi dell'intellettuale contemporaneo

Il disagio della cultura è uno dei tratti paradossali della società contemporanea. Il degrado delle istituzioni culturali e le politiche di tagli di bilancio a scuola, università, ricerca, musei, archivi, teatri, cinema ed editoria, è solo un lato del problema. Prima ancora di essere erosa dalle logiche di contabilità dei governi, la cultura è oggi messa a rischio dal venir meno della legittimazione di cui godeva in passato e dal discredito del suo ruolo nella comunità. Tramontata la stagione dell'engagement, da un lato, e dell'universalismo dei valori, dall'altro, il segno più evidente della decadenza culturale è proprio la trasformazione del ruolo degli intellettuali – ammesso che in un tempo di profonda rivoluzione delle professioni cognitive si possa ancora parlare degli intellettuali come di un ceto sociale. Seconda un'efficace formula di Zygmunt Bauman, l'intellettuale contemporaneo sarebbe passato dalla funzione di legislatore a quella di interprete. Quella figura di intellettuale che in passato, a torto o a ragione, poteva accreditarsi agli occhi della società come portavoce di istanze universali, capace di indicare ideali e modelli per l'avvenire, ha oggi abbandonato il campo a vantaggio di una nuova schiera di professionisti della comunicazione.

L'intellettuale dei nostri giorni non ha verità alle quali legare il proprio destino, ma solo opinioni candidate, di volta in volta, a incarnare le mode dei tempi e destinate a essere accantonate non appena sorgano opinioni concorrenti più in sintonia con lo spirito dominante. Alla cultura che ambiva ad esprimere l'universalità del genere umano si sostituisce oggi una sorta di marketing delle idee da utilizzare disinvoltamente a seconda delle opportunità e delle convenienze. Ai nuovi intellettuali – ma forse sarebbe meglio parlare di intellettualoidi, sulle orme della definizione di Corinne Maier1 – si addice il ruolo non più di legislatori, ma di interpreti, di traduttori a uso e consumo del grande pubblico delle idee dominanti e funzionali al potere e ai gruppi sociali più influenti: traduttori che prediligono perlopiù il linguaggio orale e delle immagini, quello più congeniale agli studi televisivi.

Andrea Fumagalli: La storia si ripete

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La storia si ripete

Riflessioni sulle conclusioni del summit europeo del 28-29 giugno 2012

di Andrea Fumagalli

La chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 28-29 giugno è stata salutata dalla stampa europea, e in particolare da quella italiana, come una svolta. La conferenza stampa finale ribadiva il cambiamento. Ma siamo certi che sia proprio così?

Due erano i principali punti all’ordine del giorno. Il primo doveva trattare delle situazioni nazionali che vivevano una particolare situazione di crisi, soprattutto nell’ambito del mercato del credito. I riflettori erano puntati su Grecia, Spagna e Cipro. Con riferimento alla Grecia, si trattava di dare una risposta alla richiesta del nuovo governo ellenico, pressato da una crescente opposizione politica, di diluire nel tempo il piano, ancora di lacrime e sangue, di rientro del debito pubblico, in un contesto, comunque, in cui il commissariamento europeo, ledendo la sovranità greca sul solo lato della spesa, garantiva il reperimento della liquidità necessaria al pagamento degli interessi (da usura) alle banche creditrici di Germania e Francia. Ebbene, molto semplicemente tale richiesta non è stata nemmeno presa in considerazione. Si è preferito soffermarsi, invece, sul problema della sostenibilità finanziaria delle banche cipriote e spagnole. Al riguardo, con particolare riferimento alle banche spagnole (declassate più volte dalle agenzie di rating), oltre a confermare l’intervento dell’ammontare di circa 62 miliardi di euro deciso nelle settimane scorse sotto il patrocinio della BCE, si è provveduto a garantire e a definire il processo di ricapitalizzazione di alcune banche, anche attingendo al Fondo Salva Stati (come già dichiarato dal governatore Draghi). Questo aspetto è legato a una delle richieste che da più parti è stata sollevata negli ultimi giorni: quella di procedere a una unione bancaria europea.

L’idea è tanto semplice quanto perversa.

Luciano Gallino: A che punto è la notte

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A che punto è la notte

Francesco Ciafaloni intervista Luciano Gallino

Luciano Gallino, maestro di rigore in un’Italia che vive di menzogne e approssimazioni, ha pubblicato di recente da Laterza una lunga intervista sul nostro grigio presente (a cura di Paolo Borgna, La lotta di classe dopo la lotta di classe), recensito nello scorso numero da Costantino Cossu. Abbiamo chiesto al nostro collaboratore Francesco Ciafaloni di stimolare Gallino a parlarne ancora, nella convinzione che è di studiosi saggi come lui che noi tutti – oggi – abbiamo grandissimo bisogno.

La domanda è: com’è che ci siamo ridotti in queste condizioni? Le macrocause e qualche macrorimedio.

Stiamo attraversando, dal 2007 in poi, una crisi che è al tempo stesso una crisi finanziaria e una crisi dell’economia reale, che dal 2010 in poi è stata trasformata, se non deliberatamente camuffata, in crisi del debito pubblico. Alle origini della crisi, che sono abbastanza lontane nel tempo, vi sono non già l’eccessiva generosità dei bilanci pubblici, lo Stato sociale, ma due cause principali, delle quali l’una è oggetto di discussione ma non di azione, ed è la crisi del sistema finanziario, la sregolatezza della finanza; l’altra, di cui non si parla per niente, è il forte peggioramento della distribuzione del reddito a danno dei salariati in generale e di buona parte del ceto medio, da prima del 1980.

La crisi finanziaria ha anch’essa molte componenti, economiche in senso stretto, e politiche, che si intrecciano. La politica, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, con una forte partecipazione di politici e intellettuali europei, ha smantellato le regole che, dal 1933, imponevano alle banche commerciali di non giocare al casinò coi soldi dei clienti o con quelli propri. Sono state demolite le leggi che regolavano i derivati, col risultato che i derivati sono diventati più di 700 trilioni di dollari in giro per il mondo, senza alcun controllo per il 90% perché scambiati “al banco” come si dice tra privati. Sono state abolite le regole per la circolazione dei capitali e non si è affatto dato peso allo sviluppo della cosiddetta “finanza ombra”.

Stefano Lucarelli: Ripensare la scienza economica

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Ripensare la scienza economica

di Stefano Lucarelli

Il recente libro di Giorgio Lunghini Conflitto Crisi Incertezza si rivolge al lettore che nulla sa di teorie economiche, categoria che comprende molti economisti e uomini politici. Un ripensamento delle teorie di Ricardo, Marx, Keynes e Sraffa può ancora offrire gli strumenti culturali per l’elaborazione di un progetto di nuova società? Una domanda scomoda e ineludibile nel pieno di una nuova crisi della teoria economica.

Nel pieno del processo di restaurazione antikeynesiana e antisocialista condotta nel corso degli anni ottanta, Giacomo Becattini su Il Ponte1 invitava alcuni grandi maestri italiani della scienza economica a porsi una domanda che allora appariva vitale per la «sinistra»: quale economia politica per il socialismo? In quegli anni, l’alta teoria economica era per lo più impegnata a dimostrare la subottimalità di ogni intervento di politica economica volto a limitare l’operato dei mercati, e le grandi riviste internazionali cominciavano a divenire inaccessibili a tutti coloro che si dimostravano ancora interessati alla critica della teoria economica. In Italia, anche grazie all’indubitabile attenzione che per tutti gli anni settanta la critica dell’economia politica aveva suscitato nel dibattito interno al sindacato, al movimento operaio, e anche ad altre esperienze politiche non riducibili alle prime due2, erano ancora molti gli economisti che condividevano l’interesse e l’urgenza per quella domanda: quale economia politica per il socialismo? A ventisette anni di distanza, tutto ciò appare, almeno in prima battuta, anacronistico. Eppure, il fatto che la domanda su richiamata susciti ancora oggi degli stati d’animo sospesi tra l’imbarazzo, l’isteria e la frustrazione, non rappresenta una ragione sufficiente per potersene sbarazzare. Tutt’altro: farlo significa arrendersi all’idea che «there is no such thing as society. There are individual men and women, and there are families. And no government can do anything except through people, and people must look to themselves first»3.

Credo che l’ultimo libro di Giorgio Lunghini4 – libro che ho avuto il piacere di leggere e commentare man mano che veniva scritto – possa innanzitutto servire a riformulare le domande di ricerca necessarie a pensare e ripensare il sistema economico in cui viviamo, dunque il capitalismo contemporaneo.

Un'autocritica di Giorgio Cremaschi

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Un'autocritica di Giorgio Cremaschi

di Michele Nobile e Gino Potrino

Riportiamo questa dichiarazione di Giorgio Cremaschi perché dice la verità. E la verità, per una volta tanto, viene detta da qualcuno che ha fatto parte integrante dell’apparato Cgil e Fiom. Ci piace anche il fatto che finalmente si senta una voce autocritica, anche se solo per i tempi più recenti (cioè per la speranza infondata che la revisione governativa e parlamentare del diritto del lavoro sarebbe stata fermata da un moto popolare). Per un’autocritica sul passato della Fiom/Cgil – per lo meno dal 1969 in poi - vale la pena di attendere ancora. Ma prima o poi bisognerà arrivarci.

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La costituzione esce dalle fabbriche

di Giorgio Cremaschi

Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro.  Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non e' più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.

Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all'attacco all'articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non e' stato così, mi sono sbagliato, sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.

Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No, colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil.

Elisabetta Teghil: Sulla via di Damasco

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Sulla via di Damasco

di Elisabetta Teghil


Poco tempo fa ho riportato la citazione di Marx dove dice che gli avvenimenti avvengono due volte, la prima in versione tragica, la seconda in farsa.

A pochi giorni di distanza mi tocca dargli di nuovo torto. Ma, si sa, come diceva Freud, bisogna uccidere il padre per diventare adulte/i.

Quello che sta succedendo in Siria è la ripetizione di quello che è accaduto in Libia, ma in entrambi i casi si tratta di una tragedia.

E l'una e l'altra non hanno niente a che fare con la primavera araba.

Non c’è nessuna sollevazione popolare, ci sono unità speciali inglesi e statunitensi che dirigono e supportano logisticamente truppe qatariote e mercenari arabi, ingaggiati nella galassia dei gruppi fondamentalisti.

Certo, incontrano maggiori difficoltà rispetto alla Libia perché non possono intervenire le truppe Nato, non avendo l’ombrello-alibi dell’Onu. E, questo, perché la Russia e la Cina hanno posto il veto al presunto “intervento umanitario” in Siria.

E non certo perché sono buone o sensibili ma perché hanno consapevolezza di essere loro, attraverso il successivo passaggio dell’Iran, il vero obiettivo.

Riccardo Achilli: Le vittorie di Pirro dell'Italia

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Le vittorie di Pirro dell'Italia

di Riccardo Achilli

Forse contagiati dalla vittoria della nazionale di calcio sulla Germania, i giornali italiani (come al solito allineati ai poteri forti) oggi sono tutti orientati verso un trionfalismo eccessivo rispetto ai risultati ottenuti da Monti nel Consiglio europeo di ieri. Certo, considerando che la Merkel aveva iniziato questo vertice con l’intenzione di non concedere assolutamente niente, si può anche dire che la miseria che Monti ha strappato (con l’appoggio determinante di Hollande, senza il quale non si sarebbe ottenuto neanche quel poco che si è ottenuto) sia una vittoria. Ma è una vittoria di Pirro.


Cosa avrebbe ottenuto di così strabiliante Monti?


La concessione più importante sembra essere quella del cosiddetto “meccanismo di stabilizzazione dello spread”. In soldoni, si tratta di prevedere che l’Efsf (1) , che sarà presto sostituito dall’ESM (2), acquisti una parte dei titoli pubblici emessi dai Paesi iper-indebitati, che però rispettino alla lettera le politiche di austerità imposte dal fiscal compact, al fine di ridurre i rendimenti. Da quel poco che filtra rispetto ai meccanismi attuativi concreti, che dovranno essere messi a punto entro dicembre, questo meccanismo sembra poco più che una fumosa presa in giro, per tranquillizzare i mercati (che però si faranno tranquillizzare per poco tempo). Perché?


Perché intanto l’ESM non ha i soldi per effettuare una simile operazione di acquisto di titoli pubblici. L’ESM partirà con una dotazione di capitale di 700 miliardi. Con tale dotazione, potrà indebitarsi emettendo titoli, per poi utilizzare la raccolta per i molteplici fini demandatigli, ovvero l’erogazione di prestiti agli Stati membri in difficoltà, l’erogazione di aiuti per la stabilizzazione dei sistemi bancari (in particolare di quello spagnolo, sul bordo del tracollo), ed infine l’acquisto di titoli pubblici dei Paesi “virtuosi”, ma sottoposti ad un particolare stress sui rendimenti.

Pier Paolo Poggio: Resistenza contadina

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Resistenza contadina

di Pier Paolo Poggio


1.

Lo schema più diffuso con cui tuttora si interpreta la realtà sociale fa perno sull’opposizione tra arretratezza e modernità, e l’obiettivo apparentemente condiviso, la meta a cui giungere, è la modernizzazione (in ogni campo della vita). La vicenda storica dell’Occidente, e poi del mondo intero, è così rinserrata in un percorso obbligato e ineluttabile che, sia pure a costo di prezzi umani molto alti, produce come risultato il Progresso, o, almeno, l’agognata modernizzazione. Attorno a questo schema si sono organizzate, e hanno combattuto tra di loro, le varie ideologie politiche otto-novecentesche, accomunate dall’opzione per il massimo sviluppo possibile della Tecnica, motore della storia.

Da qualche tempo le cose sono cambiate. Il grande racconto, che semplifica e sterilizza il nostro rapporto con il passato e svuota il futuro di ogni effettiva novità, sta perdendo colpi. La marcia in avanti, rispetto a cui non si danno alternative, non è più così sicura, anzi aumentano le minacce e paure di regressione. Accade che quel che doveva essere superato da tempo riappaia, riemerga, o almeno torni ad essere visibile, e, per alcuni, indispensabile: è questo il caso dell’agricoltura contadina.

Un fenomeno che andrebbe indagato secondo molteplici prospettive, e tenendo conto della varietà dei contesti, senza eccedere in sopravvalutazioni o minimizzazioni. Del resto, questa seconda opzione sarebbe in linea con lo schema dominante, reso solo un po’ meno meccanico e unilineare, ma finirebbe con il banalizzare o nascondere una realtà che merita di essere indagata e valutata tanto nel suo significato intrinseco quanto come parte di un continente di fatti e problemi che la politica, esattamente come la società, non riesce a mettere a fuoco.

Roberto Ciccarelli: Lapsus, passi falsi e gaffes nella riforma del lavoro

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Lapsus, passi falsi e gaffes nella riforma del lavoro

Roberto Ciccarelli

Nella riforma del lavoro approvata ieri alla Camera, e nelle dichiarazioni del ministro Fornero che l'ha battezzata, emerge un piano impalpabile, addirittura psicoanalitico, di cose dette e poi negate, di pensieri inconfessabili eppur sospirati attraverso la produzione di "gaffe".


Psicoanalisi della Gaffe


Stiliamo una fenomenologia breve della "gaffe", abbozzando un'improvvisata psicoanalisi a partire dall'etimo della parola. Gaffe, apprendiamo, è balordaggine, sproposito, granchio, ma anche sbaglio, topica, equivoco, granchio, azione o espressione inopportuna, atto o parole che rivelino inesperienza o goffaggine. In francese significa afferare con il gancio o gaffa (lunga pertica con due rami, uno diretto e l'altro ricurvo che serve ad agganciare la barca). In italiano "gaffe" si dice anche "gaffa" e deriva dal longobardo "gairo", punta di giavellotto, o "gancio d'accosto".

Una lettura sintomale di questi atti mancati, pulsioni che girano a vuoto, che scambiano la verità per senso comune e la propria banalità per ragione incarnata, racconta meglio questo paese, e la mentalità di chi lo governa, di quanto non facciano i singoli provvedimenti contenuti nella riforma.

Il meccanismo è semplice: alla base c'è un'irrefrenabile coazione a dire la cosa più ovvia possibile ("il posto fisso non esiste più, scordatevelo) scambiandola per la realtà da affermare in una società che non vuole sentire ragioni e pretende di restare ancorata al passato.

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