SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Monti, l’Europa e la finanza

di Guglielmo Forges Davanzati

Le politiche di austerità come risposta alla crisi sono state giustificate sulla base soprattutto di una argomentazione: la riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo i tassi di interesse, accresce gli investimenti privati generando crescita economica. Purtroppo le cose non funzionano così. E il peggioramento della crisi lo sta dimostrando

La principale motivazione teorica a sostegno dell’attuazione di politiche fiscali restrittive in una fase di caduta della domanda aggregata risiede nel c.d. effetto di spiazzamento, secondo il quale la riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo i tassi di interesse, accresce gli investimenti privati generando crescita economica. A ciò si aggiunge che è necessario ridurre (o, con espressione più sfumata, “riqualificare”) la spesa pubblica, dal momento che essa è fonte di sprechi, inefficienze, corruzione. Si tratta di una tesi che sembra non reggere alla prova dei fatti, per le seguenti ragioni.


1) Il Governo italiano non ha attuato politiche di austerità riducendo la spesa pubblica. Su fonte Ragioneria Generale dello Stato (v. tabella 1) si registra che – nel corso dell’ultimo biennio – la spesa pubblica non si è ridotta in modo significativo, e si prevede un ulteriore aumento per il 2013. . E’ aumentata soprattutto per l’aumento delle spese rubricate sotto la voce “risorse proprie Cee”, passate da 17.200 milioni di euro del 2010 ai 18.700 milioni di euro nel 2012. Le risorse proprie – che derivano dalla contribuzione dei cittadini – sono accreditate ogni mese all’Unione monetaria europea dagli Stati membri su un conto acceso dalla Commissione europea presso la banca centrale nazionale.
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A proposito di una polemica diventata personale che potrebbe essere invece un’occasione importante di dibattito per un partito come il Pd e per noi, diciamo, di sinistra

di Christian Raimo

Probabilmente l’avete seguita questa notizia. C’è una ragazza, una donna diciamo pure, di 36 anni, Chiara Di Domenico, che viene invitata sul palco di un’iniziativa del Pd a parlare per otto minuti della sua condizione di lavoro: una precaria dell’editoria (come oggi sintetizzano tutti i giornali). In un climax dell’intervento, che trovate qui per esempio, Chiara cita un’altra ragazza, o donna, Giulia Ichino, 34 anni, senior editor della narrativa italiana di Mondadori, figlia del giuslavorista Pietro, che al contrario di molti suoi coetanei precari, iperflessibili, forse per quel cognome passe-partout, insinua Chiara, è riuscita a farsi assumere da Mondadori a soli 23 anni. La replica di Giulia Ichino arriva in una nota in cui lei sostanzialmente cerca di sfuggire alla polemica, ma si limita a ricordare semplicemente che tutto quello che è riuscita a raggiungere nel suo lavoro l’ha fatto con i suoi mezzi e grazie ai propri meriti: forse è stata fortunata un po’, sicuramente non raccomandata, dice.

Il giorno dopo la storia crea, come è facile immaginare, reazioni a tutto campo, fazioni che si mescolano. Solidarietà a Di Domenico, solidarietà a Ichino. Lodi al Pd (poche, a dire il vero), critiche al Pd (molte a dire il vero, da Luca Sofri a Gianni Riotta a Pierluigi Battista a Antonio Polito a Riccardo Luna sull’Huffington Post – giornale che aveva dato rilievo alla vicenda per primo – a Linkiesta, etc… ).


Ora, quello che mi piacerebbe fare con questo post è una piccola mossa del cavallo, evitando di entrare nella falsa contrapposizione precaria-raccomandata, invidiosa-meritevole,

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Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

Militant

Io cito sempre un episodio, che è stato raccontato in assemblea, di un anziano che si è alzato e ha detto: «io ho settantaquattro anni, oggi ero alla Maddalena, ho tirato due pietre contro le forze dell’ordine; una era la mia e una era di mio fratello, che era ricoverato in ospedale e mi aveva detto: “se vai, devi tirare una pietra anche per me”».
(dall’intervista a Giovanni Vighetti, p. 116)

È uscito da qualche settimana per DeriveApprodi A sarà düra. Storie di vita e di militanza no tav, a cura dei compagni e delle compagne del cs Askatasuna. Scopo del volume è quello di presentare una serie di riflessioni ed esperienze di militanti notav, osservando il movimento dall’interno, ragionando sulle sue difficoltà e sulle sue contraddizioni e, contemporaneamente, interrogandosi sul suo futuro e sulle prospettive che può aprire anche ad altre forme di conflitto. Un movimento di massa che ha trasformato e continua a trasformare in profondità la comunità in cui si è consolidato. Un movimento che, giorno dopo giorno, da oltre un decennio propone con sempre maggiore forza l’esempio di un’alternativa possibile al sistema di dominio attuale e che è sempre più convinto di poter vincere. Una sfida di un potere costituente al Potere costituito, «un esercizio di contropotere su un contesto circoscritto, passibile però di generalizzazione oltre gli angusti confini della Val Susa», l’incarnazione della «possibilità di un contro-soggetto (antagonista) collettivo» (p. 240): non è un caso se il ministro Cancellieri lo ha definito «la madre di tutte le preoccupazioni».

Lo diciamo come premessa: come del resto viene affermato anche nell’introduzione del volume (se ne può leggere una parte nella presentazione del volume su infoaut), non si tratta di un libro semplice ma le parti più ostiche e di contenuto più metodologico – per quanto siano, secondo noi, di fondamentale importanza – possono venire saltate. Si tratta, infatti, di un libro così importante sul conflitto notav – e sul conflitto sociale in generale – che abbandonarlo per le difficoltà di lettura incontrate nelle prime pagine sarebbe davvero un’occasione sprecata.

Il libro è diviso in quattro parti. La prima è una vera e propria introduzione metodologica, debitrice alle riflessioni e agli insegnamenti di Romano Alquati, a cui infatti è dedicato il libro. Scopo del volume è quello di costruire una «conoscenza nostra, di parte, da utilizzare immediatamente e concretamente nelle lotte, per lo sviluppo e l’allargamento dl movimento» (p. 10).

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Benvenuti all’inferno. Una recensione precaria

di Laura de Ronzo

Precari: la nuova classe esplosiva, promette il libro di Guy Standing, di recente tradotto in italiano (il Mulino, 2012). Il titolo, che si apre alle interpretazioni più disparate, sembrerebbe evocare uno scenario in cui queste nuove figure del mercato del lavoro, ormai allo stremo delle forze, rivelano un potenziale di liberazione senza precedenti, e che abbiano finalmente deciso di ribellarsi (esplodere, appunto) e cominciare a lottare contro il sistema capitalistico che se ne nutre.

Questo libro è però la narrazione della genesi e dello sviluppo di un nuovo gruppo sociale che ha assunto dimensioni mondiali e che, secondo Standing, ha tutte le carte in regola per diventare una vera e propria classe globale, nonostante egli la consideri ancora una classe “in divenire”, poiché deve ancora prendere coscienza di se stessa.

Standing offre un’analisi molto dettagliata del processo di formazione di questo fenomeno, come lo definisce, evidenziandone le cause e individuando i gruppi sociali che ne sono più colpiti.


La prima domanda cui Standing cerca di rispondere è quindi: chi sono i precari?

Standing definisce il precariato come un fenomeno tutto nuovo, che ha certamente dei legami con il passato, ma che non ha nessun nesso né con la classe operaia né con il proletariato.

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La crisi finanziaria e i suoi sviluppi*

Gli insegnamenti di Hyman Minsky

relazione di Riccardo Bellofiore

Cercherò di essere fedele, qualche volta esplicitamente qualche volta implicitamente, alla frase scritta a video e quindi cercherò di essere un po’ ribelle nei confronti di chi mi ha preceduto, d’altronde appunto, come è stato detto, ho studiato giurisprudenza, mi sono laureato con Claudio Napoleoni, ho lavorato con Augusto Graziani, ho conosciuto Hyman Minsky: in qualche misura mi sento “allievo” ma ho sempre avuto un atteggiamento critico, quindi sono assolutamente certo che qualsiasi cosa io dica anche a loro favore sarebbe vista con un attimo di scetticismo.

Vorrei iniziare da una citazione, inconsueta forse in questo contesto, di un libro che quando ero giovane andava molto di moda: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. A un certo punto, ci si riferisce lì al pensiero occidentale ma io ne farei un discorso più generale, si dice che siamo abituati a ragionare in termini dualistici, sì e no, in realtà esiste una terza possibilità logica; questa terza possibilità logica in giapponese si esprime con mu, che vuol dire né sì né no, chiede di riformulare la domanda perché la verità della risposta sfugge al sì e al no. Io credo che questo sia un insegnamento su due questioni che abbiamo davanti. Una è la crisi finanziaria, crisi finanziaria, crisi reale: credo che sia entrambe e non sono molto convinto dal tirarla solo da una parte o solo dall’altra. Qui credo di essere d’accordo con Ciocca ma forse con qualche disaccordo sul suo accento a tirarla più dal lato reale.
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Austerità, guerre monetarie e crisi della globalizzazione

Alfonso Gianni

Il titolo del Sole 24 Ore di sabato scorso diceva (quasi) tutto quello che c’è da dire sul recente vertice di Bruxelles: “L’Europa vara il bilancio di austerità”. In effetti la riduzione del bilancio 2014-2020 rispetto a quello 2007-2013 è assai consistente: -3,5%. Ma il dato quantitativo dice ancora poco di quello che sta succedendo. Tra i 40 miliardi di spesa che sono saltati, i settori più sacrificati sono quelli relativi a ricerca e innovazione, formazione e investimenti nelle reti. Ovvero tutte le sfide più importanti e le probabili leve per uno sviluppo qualitativamente diverso da quello fin qui avvenuto e entrato in una profonda crisi strutturale. L’Italia porta a casa qualcosa di meglio della volta precedente – a trattare c’era Berlusconi, quindi non è un gran merito – soprattutto grazie al buon lavoro di Fabrizio Barca, ma tutto sarà devoluto alla campagna elettorale di Mario Monti.

E’ la prima volta che la Ue riduce il suo bilancio già così misero: l’1% del suo Pil. Siamo di fronte non solo ad un dato economico ma a un elemento politico di grande rilevanza. L’insistenza inglese e tedesca sui tagli dimostra che il processo di unità europea è reversibile, che la tendenza all’unità può essere invertita nel suo contrario, che questo avviene ad opera dei paesi più forti dentro la peggiore crisi di tutti i tempi del capitalismo europeo.

Il 2012 si è chiuso con un surplus commerciale tedesco record. Il migliore che si sia mai realizzato fatta eccezione di quello del lontanissimo 1950.
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Il lavoro autonomo e il sindacato: una svolta ?

di  Sergio Bologna

È appena stata pubblicata una “Guida” della Cgil su cui è importante riflettere, si tratta di: In-flessibili. Guida pratica della CGIL per la contrattazione collettiva inclusiva e per la tutela individuale del lavoro. Prefazione di Elena Lattuada e Fabrizio Solari, con testi di Davide Imola, Cristian Perniciano, Rosangela Lapadula, Marilisa Monaco, Ediesse, Roma 2013, pp. 195, € 13,00.

Ad esempio i candidati del PD, di SEL, di Rivoluzione civile, per limitarsi a coloro che stanno presentadosi alle elezioni proponendosi come rappresentanza politica dei lavoratori, hanno letto questo libretto? Se non lo hanno ancora fatto, lo facciano. Diranno, sul problema drammatico dell’occupazione e dei diritti di chi lavora, qualcosa di meno generico di quanto i più volonterosi tra di loro vanno dicendo in queste settimane pre-elettorali.

Ma dovrebbero leggerlo anche i lavoratori con contratti “atipici” e i lavoratori autonomi con partita Iva, perché il testo lascia intravedere, a mio avviso, la possibilità di una svolta molto importante nella storia della CGIL o, meglio, la esplicita, perché il cambiamento in questi anni c’è stato ma era sotterraneo, non ancora legittimato dai vertici, e dunque non effettivo. Ora, che questo libretto, concepito come manuale per la “contrattazione inclusiva” ad uso dei quadri intermedi del sindacato, delle RSU e dei delegati, sia presentato da due segretari nazionali, dimostra che ci troviamo di fronte a una possibile inversione di rotta di cui la Direzione CGIL è ben consapevole.
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Vincoli alla circolazione dei capitali e principi costituzionali*

Stefano D'Andrea

La disciplina che vincolava la circolazione dei capitali, vigente in Italia fino al 1988, non diversamente da altre discipline simili, non svolgeva la semplice funzione di assicurare allo Stato uno strumento per tenere sotto controllo la bilancia dei pagamenti, come superficialmente si potrebbe essere indotti a credere, bensì anche altre svariate e fondamentali funzioni, attuative di principi costituzionali.


1
Intanto, un ordinamento giuridico che richieda autorizzazioni ministeriali per eseguire compravendite volte ad importare merci (art. 2 D. L 6 giugno 1956 efficace fino al 1988 e abrogato nel 1989), svolge di fatto la funzione di promuovere la produzione interna. Per promuovere la produzione interna delle merci, si sacrifica la “sovranità del consumatore”, ossia il diritto del consumatore di acquistare ogni bene prodotto in qualunque luogo della terra al minor prezzo possibile nonché il diritto di acquistare beni “prodotti” in Italia con componenti provenienti dall’estero, e quindi a più basso prezzo.

Infatti, molti imprenditori tenderanno a non rischiare di veder negata l’autorizzazione e a non attendere i tempi richiesti dal procedimento amministrativo. Pertanto acquisteranno sul mercato nazionale i beni strumentali e gli elementi che compongono la merce da essi prodotta e venduta. Lo stesso mestiere di importatore sarà più complesso e rischioso, sicché in molti tenderanno, almeno nei casi in cui il giro di affari non è notevole, ad acquistare sul mercato nazionale il tipo di beni che intendono ri-vendere, anziché acquistarli all’estero.

Di fatto, dunque, la disciplina vincolistica, fondata sulle autorizzazioni ministeriali, svolge l’efficacia di promuovere la produzione interna e quindi l’occupazione. Pertanto, essa concorre a promuovere maggiori salari, considerato che i salari crescono al crescere dell’occupazione e stagnano o diminuiscono nei periodi di elevata disoccupazione.

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La “Grillonomics”*

Analisi del programma economico del MoVimento 5 Stelle

di Vladimiro Giacché

Il Movimento 5 Stelle sarà un protagonista a tutti gli effetti della vita politica del nostro paese. Ecco perché le sue proposte vanno ‘prese sul serio’ ed esaminate con lo stesso rigore che si applica a quelle degli altri partiti. Purtroppo il programma della forza guidata da Beppe Grillo è spesso estremamente impreciso e vago, sopratutto in tema di economia. Ecco quel che dice, e sopratutto quel che non dice, la Grillonomics

Nell’affrontare il programma economico del Movimento 5 Stelle è opportuno preliminarmente sgombrare il campo da possibili equivoci. Uno su tutti: chi scrive non appartiene al novero di chi ritiene il Movimento fondato da Beppe Grillo un pericoloso movimento eversivo con il quale non ha senso dialogare e le cui proposte non possono essere neppure prese in considerazione [...] considererò il programma di Grillo come si fa (o si dovrebbe fare) col programma di ogni partito o movimento: discutendo nel merito di quello che propone. [...] il Movimento 5 Stelle il programma ce l’ha. Anzi, ne ha due. L’uno, più articolato, è un documento di 15 pagine scaricabile dal blog di Beppe Grillo. L’altro, molto più sintetico e consistente in 16 punti, è stato proposto (e rilanciato dagli organi d’informazione) il 27 dicembre 2012, in una sorta di risposta alla cosiddetta Agenda Monti. Purtroppo, i due programmi non si sovrappongono perfettamente (in ciascuno dei due sono trattati anche temi non presenti nell’altro), e questo complica un po’ le cose.

In ogni caso procederò come segue: partirò dal programma economico che si può ricavare dai 16 punti, per poi verificarne più approfonditamente i contenuti con l’aiuto del documento programmatico vero e proprio.
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Come riformare il capitalismo

di Lanfranco Turci

Nel suo libro “Ripensando il capitalismo. La crisi economica e il futuro della sinistra” Salvatore Biasco ricostruisce i cambiamenti indotti dalla globalizzazione e dal primato della finanza nei rapporti fra economia e democrazia. E propone una nuova agenda per la sinistra: dal socialismo al comunitarismo.  ►In calce una replica di Salvatore Biasco

Già nel 2009 con il suo libro “Per una sinistra pensante” Salvatore Biasco aveva messo in discussione, con il pregio di una critica che nasceva dall’interno, la cultura politica del PD e, in particolare, la curvatura neoliberale che essa era andata assumendo attraverso i vari passaggi successivi alla fine del Pci e l’incontro con la sinistra democristiana e ulivista. La tesi principale del libro, sostenuta in una discussione ravvicinata con il libro del 2007 di Michele Salvati (“Il partito democratico per la rivoluzione liberale”), era che rigore, concorrenza, merito e uguaglianza delle opportunità fossero principi non solo insufficienti a mobilitare il popolo della sinistra, ma anche inadeguati a garantire sviluppo e coesione sociale. Il libro ebbe una certa risonanza perché usciva mentre già si facevano sentire gli effetti della grande crisi scoppiata nel 2008, che non potevano non rimettere in discussione teorie e scelte politiche assunte acriticamente negli anni precedenti dal Washington consensus e cristallizzate nell’impianto istituzionale ed economico dell’Unione Europea.

A tre anni di distanza Salvatore Biasco ritorna sugli stessi temi con più respiro e sistematicità nel suo nuovo libro “Ripensando il capitalismo. La crisi economica e il futuro della sinistra” (Luiss university press editore).
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La merce non perdona

Note semiserie sulla caduta di un altro nemico poco onorevole

Kris Kaudwell

E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società,
che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli?
Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo?
E quindi non è forse anche il dissolvitore universale?

K. Marx

E' noto quanto la spesa militare finanziata a debito di Reagan fu determinante nel costringere l'URSS ad una corsa agli armamenti economicamente insostenibile, cosa che contò non poco nella successiva implosione del regime sovietico.  Ma non contò poco neanche sull'ingigantirsi del debito pubblico Statunitense, che Clinton provò poi ad abbattere finendo in sostanza per convertirlo in debito privato. Il keynesismo militare Reaganiano e poi Bushiano divenne così col tempo sempre più un keynesismo "finanziario", fino alla sua arcinota crisi nel 2008. Crisi che ha ironicamente ritrasformato tutto in debito pubblico, per via dei vari salvataggi alle banche e delle relative socializzazioni delle perdite

Dietro la scintillante vittoria di un occidente apparentemente invincibile si nascondevano scheletri nell'armadio destinati a renderlo tremendamente fragile. Sappiamo infatti come è proseguita la storia: gli USA ora navigano a vista tra fiscal cliff, iniezioni di liquidità e rinnovati rischi inflazionistici, mentre la recessione globale seguita alla crisi finanziaria impone una generalizzata razionalizzazione del sistema economico, che centralizza capitali, taglia rami secchi, espropria padroncini. La stessa crisi dell'eurozona può essere interpretata come un momento di questo processo.

Anche il Vaticano, di cui è noto il sostegno finanziario che all'epoca del Papa sciatore garantiva a Solidarnosc grazie al vecchio Calvi che girava i soldi di Cosa Nostra ripuliti tramite lo IOR (finché in Sicilia non se so un po' alterati..), ha la sua quota di scheletri e così di debolezze.

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Il Papa che gli Usa non rimpiangono

di Vincenzo Maddaloni

Un pontificato breve (otto anni), però intenso. E’ questo papa teologo - il primo, il solo - che riesce ad infondere nell’azione diplomatica della Segreteria di Stato vaticana un sapere sottile e consapevole secondo il quale il Medio Oriente - insieme alla guerra contro il terrorismo - diventa il teatro principale della politica mondiale. Per moltissimo tempo la diplomazia della Santa Sede aveva una visione universale con alcuni obiettivi chiaramente identificati, come l’evangelizzazione dell’Africa, il sostegno alla politica degli Stati Uniti in Sud America, per citarne alcuni.

Benedetto XVI volta pagina. Dopo che gli equilibri di tutto il Medio Oriente sono stati modificati dalle scelte compiute dal governo degli Stati Uniti in risposta agli eventi dell’11 settembre 2001. Non mi riferisco soltanto all’intervento militare in Afghanistan, in Iraq e all’appoggio sempre più incondizionato prestato dall’amministrazione Bush e da Obama poi alla politica dei falchi israeliani, ma al fatto che queste iniziative si inquadrano in un disegno molto più ambizioso, che ha l’obiettivo strategico di assicurarsi il controllo incondizionato delle risorse energetiche dell’Eurasia e quindi del mondo.

L’Islam è un tema sul quale, negli anni, Joseph Ratzinger ha scritto poco. Ma è un tema che gli è ben presente, tanto più da quando è divenuto Papa. Nel cinque mesi dopo la sua elezione a pontefice, nel settembre del 2005, a Castelgandolfo Benedetto XVI aveva dedicato proprio all’Islam due giornate di studio, a porte chiuse, assieme a due esperti islamologi e a un gruppo di suoi ex allievi di teologia.
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Capitalism is dead

Notizia di oggi è che il papa si è «dimesso» perché non è più in grado di «governare la Chiesa» (parole del portavoce della Santa Sede). A quanto pare lo Spirito Santo si è sbagliato su Ratzinger, o comunque è stato impreciso. In tanti abbiamo pensato che, per fare un altro papa, stavolta non c’è scappato il morto.1

In qualità di “fastidiatori” da settimane preparavamo una puntata “maledetta” perché, per diverse circostanze sfortunate, lunedì scorso non ci è stato possibile andare in onda come di consueto. Dunque è dal 28 gennaio che avevamo in mente di parlare del rapporto tra fede e finanza, tra monoteismo e capitalismo, per via del fatto che gli scandali bancari e gli scandali religiosi sembrano andare di pari passo soprattutto in questo periodo e non solo in Italia. Per via di altre circostanze, neanche questo pomeriggio potremo andare in onda e certamente la notizia di oggi, epocale per numerosi aspetti, ci ha convinti della correttezza della via sulla quale ci eravamo incamminati, dovendo dunque aspettare lunedì prossimo per poter finalmente parlarne in radio. Abbiamo così deciso di pubblicare oggi, senza indugiare ulteriormente, ciò che era nostro progetto dire lunedì scorso e che certamente contiamo di ridiscutere in diretta il prossimo. Esattamente a cavallo tra il lunedì passato e quello futuro, questa notizia ha dunque aggiunto alle nostre riflessioni qualcosa di più che una conferma, piuttosto la possibilità di poter fare un annuncio: il capitalismo è morto. Il senso di questo annuncio dovrebbe venire alla luce senza troppa difficoltà alla fine della lettura.

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Il comunismo, un giudizio riflettente sulla storia

Saša Hrnjez intervista Costanzo Preve

SAŠA HRNJEZ: Se partiamo dalla domanda che apre il progetto kantiano: “Come sono possibili i giudizi sintetici a priori?”, subito ci troviamo nel fulcro del problema gnoseologico (nonché ontologico). Insomma, questa domanda è molto di più di una gnoseologia (bisogna rinnegare, secondo me, i vari tentativi di ridurre Kant ad un teorico della conoscenza). Kant esprime infatti la domanda e l’esigenza di una sintesi, il che è una questione epocale (è l’epoca della rivoluzione francese e della dissoluzione di un vecchio mondo che cede il posto al mondo borghese - capitalista). Ecco, se il problema della sintesi nasce nel momento della crisi profonda di un sistema, il rapporto tra crisi e critica non è solamente di tipo etimologico, e dunque la critica trascendentale di Kant si può considerare come una risposta alla crisi sociale dell’epoca.

COSTANZO PREVE: Io sono completamente d’accordo a non ridurre Kant a pura gnoseologia, perché la riduzione del pensiero kantiano a gnoseologia pura è stato un fenomeno del neokantismo, corrente universitaria tedesca posteriore di 60 o 70 anni dopo la morte di Kant.

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Intervista a Vladimiro Giacché

di Bruno Settis e Francesco Marchesi

Incontriamo Vladimiro Giacché il 2 febbraio a Pisa, dove è venuto a partecipare all’Assemblea pubblica di Rivoluzione Civile che si è tenuta al CEP, in quanto membro del direttivo dei Comunisti Italiani e candidato alla Camera in Toscana. Di formazione filosofica (alla Scuola Normale) e tradizione comunista (il secondo nome è Ilio), ha lavorato nel settore finanziario pubblico e privato. Negli ultimi anni Vladimiro è emerso in Italia come un penetrante commentatore della crisi, intrecciando la critica dell’ideologia (La fabbrica del falso, DeriveApprodi, seconda ed. 2011) con quella delle politiche economiche (oltre all’attività giornalistica su Il Fatto Quotidiano, Pubblico e altrove,Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato, Aliberti, seconda ed. 2013). Insomma, con il contributo che Vladimiro fornisce all’elaborazione delle linee di proposte economiche della lista di Rivoluzione Civile (di cui abbiamo già discusso, e torneremo a discutere, in altri articoli), ci ricorda che nella società civile ci sono anche i comunisti. E, infine ma non ultimo, è sempre garantita una chiacchierata piacevole.


Qual è la posizione di Rivoluzione Civile in merito alla crisi del Monte dei Paschi di Siena, in relazione, in particolare, al problema dell’infiltrazione delle banche da parte della politica, da molti considerata la causa scatenante di questa crisi?


Noi riteniamo che l’infiltrazione dei partiti in una economia, si suppone, sana non sia l’origine del crack di MPS. Pensiamo invece che questa affondi le sue radici nel periodo della massiccia privatizzazione del sistema bancario italiano: all’inizio degli anni ’90 il 73% delle banche italiane era controllato dallo stato, mentre alla fine del decennio questa percentuale risultava esattamente dello 0%.
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Il paradosso di Berlusconi “keynesiano”

di Luigi Cavallaro

Negli anni la sinistra, abbandonando progressivamente i propri punti di riferimento nella teoria economica, è diventata la paladina del “rigore”, fino ad approvare il pareggio di bilancio in Costituzione. Così ha concesso a Berlusconi ampio margine per conquistare un terreno politico lasciato incustodito. Il paradosso di un Cavaliere “keynesiano”, avversario dell’austerità imposta dalla Merkel e critico dell’euro, altro non è che il risultato di una sinistra che ha fatto proprio il “punto di vista del Tesoro“

Gramsci scrisse una volta che dire la verità è una necessità politica. Ma dire la verità presuppone una scelta partigiana: la verità, infatti, è sempre situata da una parte.

La parte in cui ci vorremmo situare non è una generica «sinistra». Da tempo ormai questa parola non designa null’altro che un vago e indistinto antagonismo rispetto a Silvio Berlusconi, ossia rispetto a colui che, negli ultimi vent’anni, ha incarnato il «grande Altro» della revanche capitalistica da cui è stato pervaso il nostro Paese. «Di sinistra» sono così diventati Indro Montanelli e Eugenio Scalfari, Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli, Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi (e Giuliano Amato), e perfino organi dello stato come la Corte costituzionale o interi apparati statali, come la magistratura.

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Marx ai tempi del neoliberismo

Capitalismo, stato sociale e agenda Monti

di Giovanna Cracco

Se è vero che la crisi – dal greco krinò, ossia separazione, decisione – è quel particolare momento che divide un modo di essere da un altro, producendo cambiamenti, è pur vero che le scelte operate a seguito di una crisi rivelano la caratura, umana e intellettuale, di chi quelle scelte compie.

La classe politica dei Paesi europei, Italia compresa, dopo vent’anni di tagli allo stato sociale e di deregolamentazione del lavoro, si prepara a smantellare il primo e a rendere del tutto precario il secondo. Colpa della crisi, dicono, che rende sia il sistema pubblico che quello produttivo, insostenibili da un punto di vista economico. Nulla di più falso, come abbiamo già evidenziato (1). Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della messa in pratica di una teoria economica, il neoliberismo, che ha piantato radici profonde nel pensiero economico-politico, al punto da diventare egemone dopo il crollo dell’Urss; una teoria economica che si è innestata nel capitalismo e ha contribuito all’attuale crisi.

La pervicace volontà di continuare sulla stessa strada, oltre ad avere peso e conseguenze sociali per l’intera umanità, è dunque qualcosa che attiene anche all’onestà intellettuale delle singole persone che hanno oggi il potere di decidere le politiche economiche, e di coloro che hanno il potere di indirizzare il pensiero dell’opinione pubblica: che le loro decisioni siano dettate da una fede cieca nel dogma della libera circolazione dei capitali e del ‘meno Stato più mercato’, oppure dal disinteresse più totale per la vita degli altri uomini e dall’egoismo più bieco, tanto più criminale quanto più si sale nella piramide del potere e dunque nella responsabilità, è purtroppo un conto che ognuno di loro farà solo con se stesso.
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Un protezionismo universalista*

di Alain Lipietz**

Inutile nasconderselo: la questione del protezionismo (in particolare nei confronti del sud del mondo) ha sempre posto problemi formidabili alle forze progressiste in Europa, e anche agli uomini e alle donne di buona volontà. A mettersi dal punto di vista degli interessi immediati delle classi popolari, il dilemma è evidente: il protezionismo protegge il lavoro di quelli che lo hanno, ma, garantendo un monopolio ai produttori nazionali, privano le famiglie con il reddito più basso di beni a cui potrebbero avere accesso. Il protezionismo è la vita più cara, e questo è spesso il motivo per il crollo delle politiche protezionistiche, sotto la pressione di chi faceva balenare l’accesso a merci a basso costo. Marx ha combattuto contro la politica protezionistica dei Tories e sostenuto il liberoscambismo dei Whigs, che sostenevano l’apertura del mercato britannico al frumento prussiano o russo. Se si aggiungono considerazioni di solidarietà con lo sviluppo del Sud del Mondo, è difficile fare le  barricate contro i prodotti dei paesi meno ricchi, che non hanno altri vantaggi da offrire se non precisamente i loro bassi salari. Ma a questo arriva ad opporsi oggi un nuovo argomento: quello dell’ecologia. Tutti i trasporti implicano energia e quindi inquinamento, effetto serra …


La resistenza “di sinistra” al protezionismo

Dopo 30 anni di un modello liberal-produttivista ormai in crisi, i discorsi a favore della demondializzazione e per la rilocalizzazione sembrano sbattere contro il buon senso e la giustizia.

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L’antifilosofia della storia di Karl Marx

Raffaele Alberto Ventura

“Il faut une exposition, un noeud et un dénouement dans une histoire, comme dans une tragédie.”
Voltaire
Marx senza fine

Uccidere la Storia. Porre fine alla fine. Se Karl Marx ha inteso un senso al suo cammino intellettuale, era nient’altro che questo. Un cammino che partiva da Hegel, certo – ma per scappare il più lontano possibile. Lasciare lì morto il padre crudele che l’ha cresciuto a cinghiate di metafisica, e mai più tornare sul luogo del delitto.

Ma sul luogo del delitto si torna continuamente. E la cosa peggiore è che quando sulla scena arrivano i testimoni, nessuno crede alla confessione, mista di orrore e fierezza. – Si, l’ho ucciso io! – Ma no, si calmi, lei è sotto shock, non ricorda, ha fatto il possibile, ma ora è troppo tardi: Hegel è morto. – Certo che si, l’ho ucciso io! – Suvvia, se ne vada, lei intralcia le indagini. Questo è un lavoro da professionisti. E pensano: dovevano fare fuori anche lei. – Guardate almeno, le mie mani lorde del suo sangue, e guardate come l’ho rovesciato, con la testa in giù. [1] – La testa in giù? E loro tranquillamente: ma certo, per la circolazione. Un uomo rovesciato resta pur sempre lo stesso uomo.[2] – Lo stesso uomo, si; però morto.

Alcuni furono così commossi dalla vicenda che dedicarono la vita a dimostrare l’innocenza di Karl Marx, e l’amorevole cura con la quale aveva accudito il padre morente, tenendo viva la fiamma della dialettica hegeliana.
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Contro l’economia della creatività

La cultura davvero non si mangia

Christian Caliandro e Fabrizio Federici

1. Le retoriche della creatività e la cultura in Italia

Gli italiani sono il popolo più creativo del mondo”: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, da decine di politici e giornalisti del Belpaese? Ma le cose non stanno proprio così. Chi pensa e dice una cosa del genere, con ogni probabilità non sa nulla del mondo del 2012 e neanche degli ultimi venti-trent’anni. Con ogni probabilità, possiede un’idea piuttosto asfittica della produzione e della fruizione culturale. Un’idea totalmente autoreferenziale e autocelebrativa della cultura e della creatività, pochissimo proiettata verso lo spazio esterno – e persino verso quello interno. Il contesto italiano dell’ultimo trentennio, infatti, è riuscito a generare (tra gli altri incredibili risultati) quello che è un vero unicum nella storia culturale recente dell’Occidente: una forma acuta e perniciosa di dissociazione dalla realtà e dal mondo esterno, di vera e propria schizofrenia. Si fa raccontare e adotta un’altra verità rispetto a quella effettiva. Un’altra identità. È, questa, una strana forma di autoriflessività, che non contempla affatto il riconoscimento di sé: piuttosto, implica la perdita di se stessi. L’oblìo. Purtroppo, la maggior parte delle produzioni e delle narrazioni culturali attuali (romanzi, film, opere d’arte, fiction televisive, discorsi pubblici), anche se per fortuna non la totalità di esse, non fa che confermare questo stato di cose.

Questa retorica si aggancia ad altre retoriche, prodotte a livello internazionale: nel corso degli ultimi quindici-venti anni, infatti, la “creatività” è diventata non solo un termine onnicomprensivo, ma anche una sorta di mantra per la letteratura sia specialistica che generalista.

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L'ipocrisia del Fondo Monetario Internazionale

di Riccardo Achilli

Da quando la signora Lagarde si è installata alla guida del FMI, numerosi osservatori, ovviamente di parte o superficiali, hanno sottolineato un presunto cambio di passo e di filosofia del FMI, un allontanamento dal cinismo neomonetarista ed iperliberista che da sempre caratterizza l'impostazione, più ideologica che tecnico/professionale, dell'Istituto, e che si trova scolpita nei punti del Washington Consensus, che puntualmente si traducono in “programmi” di austerità finanziaria e riforme strutturali sui mercati monetario e del lavoro e nei sistemi di welfare pubblico suggeriti ai Paesi iper-indebitati, e quindi in terribili recessioni economiche, spaventose e rapide fasi di impoverimento degli strati popolari, aumento delle diseguaglianze distributive, ulteriore avvitamento dei problemi di finanza pubblica.

Certo su una revisione dell'ortodossia del FMI hanno influito le pesanti critiche provenute anche da economisti borghesi come Joseph Stiglitz, che sulla critica alle ricette del FMI ci ha costruito un best seller: La Globalizzazione E I Suoi Oppositori (edito da Einaudi in italia), in cui analizza gli errori delle istituzioni economiche internazionali – e in particolare del Fondo Monetario Internazionale – nella gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche standardizzate venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi.
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Il valore sonante del potere

Maria Turchetto

La nuova edizione di Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding è una vera strenna, di cui sono grata alla casa editrice Mimesis (pp. 544, euro 28). Non certo per il gusto erudito e nostalgico di riavere un classico del marxismo ormai introvabile e citato di seconda e terza mano, ma perché la poderosa opera di Rudolf Hilferding merita davvero, più che una rilettura, una nuova lettura, come suggeriscono nell’introduzione Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro, curatori di questa edizione. Una lettura - scrivono - che aiuti «a produrre un altro testo che (…) sposti di piano quello immediatamente pervenutoci da Hilferding, facendo apparire nuovi oggetti teorici su cui lavorare».

L’indicazione richiama esplicitamente la lezione di Louis Althusser (non a caso del resto il titolo dell’introduzione è «Leggere Il capitale finanziario»), cui i curatori si rifanno anche quando sostengono che il «nucleo del paradigma marxista», da cui oggi si può ben ripartire anche se non è in voga tra i bocconiani, consiste «nel titanico risultato di aver gettato le basi per una teoria scientifica della storia: una teoria che, si badi bene, non ha nulla a che vedere con la visione teleologica e destinale che afflisse certe sue volgarizzazioni dottrinali».

Per dirla tutta, la «visione teleologica e destinale» della storia è stata ben più che una vulgata ad uso delle accademie sovietiche e delle scuole di partito.

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Ascesi e capitalismo*

di Gianfranco Ferraro

Qual è il paradigma di governo su cui si affaccia la società contemporanea? E come comprendere il legame tra il senso delle nostre condotte quotidiane e la forma di vita che, in maniera sempre più pervasiva, ci viene proposta come un inevitabile e “naturale” destino di indebitamento collettivo e individuale?

È a questi interrogativi che Elettra Stimilli intende dare risposta nel suo testo, raccogliendo gli esiti del suo dialogo con quell’ultimo, cruciale, risultato del dibattito novecentesco intorno alla “teologia politica”, costituito da Il Regno e la Gloria di Giorgio Agamben (cfr. G. Agamben, Il Regno e la Gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo. Homo sacer II, 2, Neri Pozza, Milano, 2007). Per lungo tempo studiosa e interprete di Jacob Taubes, insieme a Carl Schmitt, Walter Benjamin, Erik Peterson e Hans Blumenberg personalità tra le più significative del dibattito novecentesco sulla secolarizzazione (cfr. in proposito E. Stimilli, Jacob Taubes. Sovranità e tempo messianico, Brescia, Morcelliana, 2004; Jacob Taubes, In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt, a cura di E. Stimilli, Macerata, Quodlibet, 1996; Jacob Taubes, Il prezzo del messianesimo. Lettere di Jacob Taubes a Gershom Scholem e altri scritti, a cura di E. Stimilli, Macerata, Quodlibet, 2000), l’autrice si propone qui, lungo un sentiero che è solo per un tratto, in realtà, comune a quello di Agamben, di riallacciarsi direttamente alle ricerche avviate da Michel Foucault, negli ultimi anni della sua produzione intellettuale, intorno alle “tecnologie del sé” e alle forme di ascesi.

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Berlusconi Monti: marciare divisi, colpire uniti

di Nicola Casale

Le prossime elezioni sembravano avere un vincitore annunciato, il centrosinistra. La ricomparsa di Berlusconi e l’aggressività di Monti han fatto barcollare la certezza: Bersani potrebbe vincere, ma anche no. Sarebbe la seconda volta, in poco più di un anno, che il centrosinistra si vedrebbe scippare la vittoria, o l’avrebbe dimezzata. A fine 2011, con la caduta di Berlusconi, fu Napolitano a orchestrare il governo Monti per evitare le elezioni con la sicura vittoria del Pd. Lo stesso obiettivo è perseguito ora da una combinazione di elementi. Berlusconi punta a impedire la vittoria di Pd-Sel almeno al senato, e Monti pure, assieme alla sua compagnia di giro. Un centrosinistra vincitore dimezzato dovrebbe allearsi con Monti in posizione di debolezza. Ciò provocherebbe grandi tensioni nella coalizione Pd-Sel e all’interno dello stesso Pd. Con quali conseguenze? Una probabile esplosione delle contraddizioni, finora rimandate con continui compromessi. Questa volta, però, con un soggetto interno pronto a uscirne con la sua pattuglia di parlamentari, Renzi.

Divisi in campagna elettorale, Berlusconi e Monti puntano, dunque, allo stesso obiettivo: impedire al centrosinistra di governare, e si preparano a provocare la crisi di questo schieramento per una nuova stagione di governo di centro-destra.

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