SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Alfio Mastropaolo: La democrazia Imperiale e quella di Asterix

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La democrazia Imperiale e quella di Asterix*

Alfio Mastropaolo

Anche in Italia c’è un villaggio di Asterix e di galli irriducibili. Non saranno proprio galli, magari sono celti, magari sono qualcos’altro o non sono niente, ma irriducibili sembrano esserlo di sicuro. Li dove le Alpi si inchinano alla pianura c’è la Val di Susa. Lì finora si sono scornate le legioni di Pompeo (Prodi), quelle di Cesare (Berlusconi) e neanche quelle del regista della grande pax augustea (Monti) sembrano destinate a miglior sorte.

L’oggetto della disputa è arcinoto. I danti causa delle legioni vogliono scavare sotto casa degli irriducibili un buco colossale, la cui escavazione si protrarrà nel tempo per chissà quanto. Gli irriducibili valligiani non ne vogliono sapere. Gli escavatori dichiarano che il buco è assolutamente necessario, che di lì passerà l’avvenire del mondo che governano, quello delle generazioni future, il progresso, la modernità, lo sviluppo, l’occupazione e quant’altro. La replica degli irriducibili è che in questo non c’è nulla di vero, che il buco è superfluo, che costerà somme enormi agli escavatori, ma pure a coloro in nome di quali essi promettono progresso, modernità, sviluppo, occupazione, e che, smentendo le promesse, provocherà inquinamento aggravato, devastazioni ambientali irreversibili, oltre a non meno irreversibili devastazioni sociali.

Dall’una e dall’altra parte sono state mobilitate competenze di altissimo pregio. Si esibiscono studi d’impatto ambientale e di costi/benefici, valutazioni dei flussi di traffico attuali e potenziali. Le competenze esibite dagli uni, ad esser equanimi, non appaiono meno autorevoli di quelle esibite dagli altri. Perché se da un lato gli escavatori hanno dalla loro il potenziale di know-how che possono mobilitare i governi nazionali, cui si somma quello mobilitabile da quella parvenza di governo – in realtà molto efficace – che sono le istituzioni europee, dal canto opposto a fianco degli irriducibili si è mobilitato l’altrettanto imponente know how di coloro, che non sono pochi, né sono tanto meno culturalmente sprovveduti – che mettono severamente in discussione la qualità degli argomenti tecnici degli escavatori e le loro parole d’ordine. Progresso, modernità e sviluppo stanno da un’altra parte, o vanno conseguiti in altro modo. Non scavando altri buchi, ma semmai proteggendo quel poco di territorio che non è stato violentato, in micidiale e geometrica progressione, dalla rivoluzione industriali in avanti. Anzi cominciando a rimediare a tali violenze, laddove si voglia davvero, ammesso che lo meriti, salvaguardare il destino della specie.

Vladimiro Giacchè: Titanic Europa

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Titanic Europa

Helena Janeczek intervista Vladimiro Giacchè

Si chiama Titanic Europa (Aliberti, 14,00€), ma in circa 170 pagine contiene una nave e un iceberg ben più grandi: la crisi economica presa da molto prima del crack di Lehman Brothers, fino alla Grecia e l’Italia, perno del possibile naufragio, too big to fail ma troppo grande per essere salvata. L’ha scritto Vladimiro Giacché, dirigente della finanziaria Sator e, al contempo, marxista dichiarato. Nel saggio prevale lo sguardo dell’insider o la voce del militante? Entrambe, si direbbe, ma forse soprattutto qualcos’altro. Grande capacità di sintesi, chiarezza espositiva, scrittura agile. Si tratta per due terzi di un breviario utile a chiunque voglia integrare il costume di esprimersi come un allenatore con la più recente urgenza di dire qualcosa di sensato su spread e pareggi di bilancio.

Riconoscere le ragioni di una crisi di sistema e discernere le risposte affatto obbligatorie con cui si è reagito a essa, riduce il senso di impotenza di chi ne è investito quasi fosse un evento naturale. La grande bolla esplosa nel 2008 si stava preparando da decenni. Con la fine del boom industriale, la macchina del consumo e del profitto occidentale è stata alimentata togliendo ogni vincolo all’economia del credito e della finanza. Il suo rovescio è l’indebitamento, ma il conto della deflazione viene fatto pagare ai più deboli: negli Usa alle famiglie povere che avevano acceso un mutuo sulla casa, in Europa ai lavoratori costretti a rinunciare alle conquiste sociali. Il salvataggio delle banche, secondo un rapporto della Bank of England del 2009, è invece costato 14.000 miliardi di dollari, debito spaventoso assorbito a gratis dagli Stati che ora arrancano o si trovano nel occhio del ciclone. La cura non solo iniqua ma per giunta sbagliata – vedi i risultati in Grecia – dimostra, secondo Giacché, quanto un’ideologia possa resistere persino alla lezione della realtà.


Lei mostra di trovarsi in buona compagnia. Sempre più economisti riconsiderano Marx e ripetono, con Keynes, che imporre l’austerity in tempi di recessione è un’idiozia suicida. Ormai lo dicono non solo i più liberal, ma un numero crescente di colleghi mainstream. Perché la politica UE è diventata più realista del re nel farsi volonterosa esecutrice di una supposta volontà dei mercati?

Alberto Bagnai: One (labour) market, one money

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One (labour) market, one money

di Alberto Bagnai

(sempre per la serie ce l’avevano detto, e per l’altra serie “pe’ malati c’è la china...”)

Vi ricordate Pantegana? Il mio più tragico fallimento didattico? Il piddino che mi sono covato in seno? Dai, non è proprio così... Non siamo mai più tornati sul suo discorso, c’erano tante e tante cose da dire, ma in fondo l’idea del ripristino del Glass-Steagall, per esempio, non è mica cattiva. E poi, quando parlavo di fallimento didattico, io scherzavo, va da sé. Fosse stato vero, avrei preferito tacere: i fallimenti, di solito, si tende ad occultarli. Invece io so che lui ha imparato molto da me, e anch’io ho imparato molto da lui. Per esempio, l’uso dell’accordo di settima di quarta specie (ma anche di quello di nona), non preparato, a scopo di rimorchio. Pensa, Panty, che poi, quando ho preso il mio secondo diploma, ho fatto una gran bella figura con l’insegnante di lettura della partitura grazie a te, perché tu mi avevi insegnato che in questa musica decadente che piace a voi un accordo dissonante può avere funzione di tonica. Quattro note (ma giuste) e da cembalista puoi riciclarti pianista jazz (si fa per dire)... Che poi, volendo parlare a molti (come pochi mi chiedono) indubbiamente sarebbe una strategia vincente. Mi scuserai, Panty, se non ho ancora trovato tempo di far tesoro dei tuoi insegnamenti: ormai temo sia tardi.

In compenso tu hai fatto tesoro dei miei, e non sai quanto sono fiero di te.

Ecco che ricevo quindi dalle cloache della finanza un altro sms del buon Panty, che sottopongo alla vostra attenzione, perché si pone una domanda che credo qualcun altro si ponga (certamente l’amico del tornese, ma, ne sono certo anche molti altri).

Ti leggo almeno una volta a settimana... Un abbraccio profondo e sincero, su alcuni temi non sono sempre allineato ma ti leggo sempre con gusto. Ti auguro sempre il meglio! Alla fine se gli squilibri di bilancia esistono in qualsiasi sottoinsieme del sistema: paesi, regioni, province... città... Ma allora qual è il perimetro di taglio per le valute? Facciamo la valuta dei Parioli? Hugs!

Antonio Pagliarone: La più Grande Depressione della storia?

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La più Grande Depressione della storia?

Antonio Pagliarone

Noi sappiamo bene che occorrono condizioni assolutamente determinate
perché sia possibile l'abbattimento del capitale. La volontà del
proletariato non basta, giacché se non esistono queste condizioni
determinate tale volontà non può svilupparsi affatto (Paul Mattick
Crisi
Mondiale e Movimento Operaio
, 1933).

Vedrai, vedrai… vedrai che cambierà…forse non sarà
domani ma un bel giorno cambierà (Luigi Tenco 1965)

Gli economisti più disparati e gli osservatori di ogni genere insistono nel definire l’attuale corso economico come una delle tante recessioni che hanno caratterizzato l’ultimo secolo, ma ben pochi hanno il coraggio di descrivere quella che potremmo forse qualificare come la più grande Depressione della storia. Per poter sostenere tale affermazione occorre prendere in considerazione le stime relative alle diverse grandezze economiche utili per fotografare una sistema economico e sociale che non è più in grado di riprodursi, un organismo seriamente malato di fronte al quale non si riescono ad applicare le solite terapie che in passato lo hanno rigenerato. Un malato terminale in via di decomposizione.

Uno dei protagonisti sorti alla ribalta dell’economia moderna è l’indebitamento.

Il debito accumulato negli Stati Uniti nel 2011 ammontava a poco più di 15 trilioni di dollari superando di poco il PIL dello stesso anno mentre nel pieno della crisi finanziaria del 2008 era di 9,6 trilioni Il debito al consumo delle famiglie americane, pur essendo declinato dal 2008, che era pari a 14 trilioni, registra nel 2011 un ammontare di 11,66 trilioni. La Figura 1 riporta l’andamento del debito complessivo rispetto al PIL nel quale si nota che nel 2009 ha raggiunto il 369.7 % mentre il picco del 1933 era del 299,8%

Paolo Massucci: La crisi europea oltre l'ideologia del mercato

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La crisi europea oltre l'ideologia del mercato

di  Paolo Massucci*

Inserendoci nel dibattito attuale sulla cosiddetta “crisi dell’Euro” ci proponiamo, pur senza pretesa di completezza, di coglierne alcuni punti essenziali, per poter ampliare il ragionamento al di là della preponderante informazione massificata, basata su ”l’ideologia del mercato”, fuorviante per una effettiva comprensione del processo storico sottostante.

Si tratta evidentemente di un compito ostico, soggetto ad errori e fraintendimenti e certamente parziale e provvisorio, in quanto si tenta di “afferrare” una fase della storia in tumultuoso corso di svolgimento, il cui terreno sembra continuamente “muoversi sotto i piedi”. L’attuale crisi appare comunque di proporzione “storica”: è in atto un profondo e drammatico processo di riorganizzazione del sistema capitalistico, il cui esito purtuttavia non può essere né noto né certo.

Siamo vicini al collasso del sistema capitalistico? Al momento è poco probabile, mentre siamo di fronte, almeno in Europa, ad una profonda ristrutturazione dei rapporti di potere, nel segno della scomparsa dei modelli cosiddetti “democratici” del funzionamento della politica e dei modelli cosiddetti “sociali” di redistribuzione delle ricchezze, la scomparsa dunque dei diritti, pur parziali, conquistati dai lavoratori nel secolo scorso. Ma lo scenario futuro rimane imprevedibile.

Quale è il principale fattore di questa incertezza, di questa instabilità, di fronte alle politiche economiche imposte dai poteri dei grandi azionisti dei capitali finanziari? Esso è, in ultima analisi, la possibilità e la capacità di reazione della società stessa (la classe lavoratrice in senso ampio), è l’imprevedibilità della storia, il fattore uomo, cioè la libertà dell’agire umano, la “risposta all’azione”.

Arturo di Corinto: Hacking netculture e sabotaggio

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Hacking netculture e sabotaggio

di Arturo di Corinto

Autorevolezza contro autorità, competenza contro gerarchie, libertà contro controllo

All’inizio c’era l’attivismo.

Diverso dalla militanza nei partiti e nelle associazioni, l’activism è l’azione diretta dei movimenti di base per denunciare un torto, contestare una scelta politica e dare voce alla protesta sociale su questioni specifiche. Poi è venuto l’hack-tivism, l’attivismo al computer, l’azione diretta in rete con tecniche da hacker, e dopo ancora il media-attivismo, l’uso consapevole e critico di telecamere, televisioni di strada e web-tv autogestite. Oggi va di moda l’attivismo 2.0: giovani e meno giovani hanno abbracciato i social media (il web 2.0) per promuovere campagne sociali e fare attivismo oltre le forme tradizionali degli scioperi, delle occupazioni, dei boicottaggi, dei cortei e delle petizioni virtuali.

Questa nuova forma di attivismo che si esprime nel “Mi piace” di Facebook, nel commentare un video su Yutube o “retwittare” un post di 140 caratteri, pretende di contribuire a una singola causa con un piccolo atto pratico, un semplice click, ma spesso si risolve nel suo peggiore estremo, il clicktivism. Puoi twittare una causa e votarla su Facebook senza coinvolgerti in nessuna azione diretta o sentire che sei importante per il suo successo. Quel gesto ripetuto si trasforma allora in slacktivism, l’attivismo fannullone che non si interessa di come è andata a finire. Magari un piccolo click ci porta a impegnarci in una cosa successiva, ma la maggior parte delle cause richiede più di un semplice click. Soprattutto, se questi click non producono azione e cambiamento, c’è il rischio di diventare cinici e smettere di crederci. Perciò anche se qualcuno usa i social media come parte della propria strategia di cambiamento non vuol dire che li stia usando strategicamente. Ci sono tanti modi di perdere tempo in campagne che non cambiano niente. E non dipende dal fatto che gli strumenti sono inefficaci, ma dal fatto che vengono usati male. Un solo click non basta.

Nicola Melloni: Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi

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Come reprimere la finanza e uscire dalla crisi

di Nicola Melloni

Ormai è evidente a tutti che di austerity l'Europa muore. Ma come si fa oggi una politica espansiva, sotto il ricatto dei mercati? Serve una nuova politica monetaria, con l'arma della repressione finanziaria

Debito, politica monetaria e l’uscita dalla crisi

I dati degli ultimi giorni confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’austerity europea non funziona. Una volta esauritasi la liquidità fornita massicciamente dalla BCE, si è sciolta al sole primaverile la favola che i cambi di governo in Spagna ed in Italia avessero fermato la crisi e restaurato la fiducia dei mercati nell’Eurozona[i].

In Spagna la politica di Rajoy è sotto accusa dopo solo pochi mesi di governo. La finanziaria da 27 miliardi non ha avuto gli effetti sperati e le stime del PIL per il 2012 sono state riviste al ribasso. L’economia si contrarrà (almeno!) dell’ 1.8% mentre la disoccupazione è oltre il 23%. In una situazione di questo genere, inizialmente il governo spagnolo aveva negoziato una riduzione del deficit minore di quella prevista dal fiscal compact. Avrebbe dunque sì ridotto il deficit dall’8.5% al 5.3% del PIL, ma non di quanto richiesto dalla UE (il 4.4%). Ora però appare chiaro che pure quella finanziaria non sarebbe stata sufficiente a centrare l’obiettivo e, con lo spread risalito velocemente oltre i livelli di guardia, Rajoy si è impegnato ad altri tagli pari a 10 miliardi di euro.


Le origini del debito e l’inutile speranza nel settore privato

Ma, come già in Grecia, è una logica che crea semplicemente un circolo vizioso. L’austerity deprime l’economia, aggrava la crisi fiscale ed impone nuovi tagli. Si basa sulla speranza – esplicitata dal capofila dei supporter dell’austerity, George Osborne – che mentre il settore pubblico riduce le spese, il settore privato si rimetta in moto. Marxianamente si potrebbe dire che riducendo l’economia (la cosiddetta self-inflicted recession dei tempi del Gold Standard) ed aumentando la disoccupazione (l’esercito industriale di riserva) si riducono di conseguenza i salari (il costo del capitale variabile) favorendo gli investimenti.

Alberto Bagnai: Cose che capitano alla Spagna...

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Cose che capitano alla Spagna...

di Alberto Bagnai

E così l'Argentina ha nazionalizzato la società petrolifera Repsol. Sono cose che capitano. Non sono addentro alla vicenda, non mi intendo di diritto internazionale, non posso attribuire torti e ragioni, ma il mio affettuoso pensiero va in questo momento al premier Mariano Rajoy.

Sai, caro, il tuo paese ha avuto due periodi di splendore. Uno nel XVI secolo, quando importava, con metodi che oggi non sarebbero ritenuti ammissibili (forse perché troppo artigianali) oro dall'America Latina. E uno nel primo decennio di questo secolo, quando ha importato euro dalla Germania.

Ora, vediamo le analogie: arriva finanza dall'estero, i consumi fioriscono, la capacità produttiva del paese non basta a soddisfarli, si importa, e alla fine si deindustrializza anche un tantinello. Pensa, se n'era accorto anche quel mio compatriota, sai, Guicciardini, che diceva nella sua Relazione di Spagna:

la povertà vi è grande, e credo proceda non tanto per la qualità del paese, quanto per la natura loro di non volere dare agli esercizi; e non che vadino fuori di Spagna, più tosto mandano in altre nazioni la materia che nasce nel loro regno per comperarla poi da altri formata come si vede nella lana e seta quale vendono ad altri per comperare poi da loro panni e drappi.

Sai, questo blog si chiama Goofynomics per ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio, e che ogni fenomeno può essere visto da due prospettive diverse.
E infatti è noto che Alfonso Núñez de Castro la vedeva diversamente:

lasciamo Londra produrre quei panni così cari al suo cuore; lasciamo l'Olanda produrre le sue stoffe, Firenze i suoi drappi, Milano i suoi broccati... Noi siamo in grado di comperare questi prodotti, il che prova che tutte le nazioni lavorano per Madrid e che Madrid è la grande regina, perché tutto il mondo serve Madrid, mentre Madrid non serve nessuno.

Certo.

Elisabetta Teghil: Scappare dalle riserve

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Scappare dalle riserve

di Elisabetta Teghil

“Tra poco sarà troppo tardi per conoscere la mia cultura, poiché l’integrazione ci sovrasta e presto non avremo valori se non i vostri. Già molti fra i nostri giovani hanno dimenticato le antiche usanze, anche perché sono stati presi in giro con disprezzo e ironia e indotti a vergognarsi dei loro modi indiani.”
(Il mio spirito si innalza - Capo indiano Dan George)
 
La rappresentazione dell'"Altro" da sempre è utilizzata per la costruzione di un nemico che permetta la mobilitazione dei cittadini/e per dimenticare crisi e ingiustizie. Una valvola di sfogo.
 
Nelle correlazioni tradizionali c'erano queste classiche equazioni: comunismo-dittatura, lotta armata-terrorismo, autonomia-violenza, lesbiche-immorali, omosessuali-corruttori, anarchici-senza dio, femministe-rovina famiglie.... Alcune di queste sono venute meno, qualcuna è rimasta e molte altre si sono aggiunte: poveri-delinquenti, disoccupati-falliti, lavoratori pubblici-fannulloni, operai-scansafatiche, insegnanti-rubastipendio, pensionati- parassiti, politica-sporca, partiti-corruzione, collettivi e centri sociali-covi di estremisti e terroristi, resistenti della val di Susa-irragionevoli e violenti, solidali contro i Cie-fomentatori di rivolte..... Queste correlazioni, una volta costituivano l'armamentario dell'estrema destra, oggi attraversano l'insieme dei discorsi mediatici dell'intero arco partitico.
 
 
Ma chi le porta avanti con ricchezza di argomentazioni , utilizzando un lessico formalmente di sinistra e politicamente corretto sono i partiti e le organizzazioni socialdemocratiche, da quando, votandosi ai valori neoliberisti, si sono trasformate in destra moderna.
 
Uno dei temi più ricorrenti in cui si esercita il dualismo "noi e gli altri" è quello riferito agli immigrati.
 
Immigrato-disoccupato, immigrato-rubalavoro, immigrato-rubacasa, immigrato-sfruttatore del servizio sanitario e sociale, immigrata dell'est-rubamarito, immigrate-prostitute, immigrato-che qui pretende quello che a casa sua non oserebbe mai chiedere, immigrato-coniglio che si moltiplica a dismisura, immigrato-spacciatore, immigrato-stupratore....

Marco Passarella: L'austerità è di destra

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L'austerità è di destra

Nicola Tanno intervista Marco Passarella

È proprio vero che l’austerità risolverà i problemi dell’Europa? Quali sono le vere cause della crisi economica? E cosa dobbiamo aspettarci se si continuerà sulla strada del liberismo? Sono queste alcune domande a cui hanno tentato di dare una risposta Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, autori di “L’austeritá è di destra” (Il Saggiatore, 152 p., 13  €), un saggio che cerca di smontare con dati alla mano gli assiomi del pensiero economico contemporaneo: liberoscambismo, centralitá del pareggio di bilancio e flessibilitá. Il pregio maggiore del testo è quello di affrontare in chiave dialettica le contraddizioni del capitalismo senza mai cadere in un complottismo tanto in voga di questi tempi. Inoltre, pur essendo un lavoro teorico importante, il libro conserva un linguaggio accessibile anche per i non addetti ai lavori.

Di alcuni dei temi affrontati nel loro testo abbiamo parlato con Marco Passarella, ricercatore presso il dipartimento di Economia della Business School dell’Università di Leeds.



Gli spread tornano a risalire, nonostante l’austerità. La Spagna, ad esempio, che taglia sui servizi pubblici come pochi altri, è duramente punita dai mercati. A cosa lo s i deve? E perché in mancanza di effetti positivi si continua con questa politica? Vi è anche un elemento ideologico?

Anzitutto, è bene chiarire che cosa si intende quando si parla di "spread". Lo spread è la differenza nel rendimento di due titoli. Nello specifico, è il maggiore tasso di interesse pagato sui titoli del debito pubblico della Spagna (o dell’Italia) rispetto all’interesse pagato sui titoli di pari scadenza emessi da un paese ritenuto "sicuro", la Germania. Tale divario tende ad aumentare allorché gli investitori, i "mercati", prevedono una caduta del valore di mercato dei titoli spagnoli (o italiani). In particolare, minore è la fiducia che gli investitori ripongono nella solvibilità dello Stato spagnolo (o italiano), e dunque nella tenuta del valore dei suoi titoli, più rischiosi saranno il rinnovo ovvero la sottoscrizione di nuovi titoli, e maggiore sarà il tasso di rendimento richiesto a tal fine dai mercati. Venendo al quesito, la ragione per cui gli spread si mostrano insensibili ai tagli ed alle politiche di austerità è che, a differenza di ciò che si sente ripetere sui media, gli alti tassi di interesse sui titoli dei paesi periferici dell’Eurozona non dipendono dal livello assoluto dei deficit di bilancio statali o dei debiti pubblici, né dal loro rapporto rispetto al PIL.

Pierluigi Sullo: Il medioevo della fiction

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Il medioevo della fiction

di Pierluigi Sullo

Credo che abbiamo un problema. Noi chi? Quelli che in vario modo e in varie epoche hanno partecipato a tentativi di cambiare questo paese. Ma in generale, direi, qualunque cittadino. Il problema è stato enunciato da Goffredo Fofi in una recensione a “Romanzo di una strage”, il film di Marco Tullio Giordana su Piazza Fontana: “Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiani non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema”. Vale per il film su Piazza Fontana ma vale anche per il film che si occupa di un altro strappo nella storia di questo paese, “Diaz”.

Uno esce dalla visione di “Romanzo di una strage” stralunato: se ha l’età per aver vissuto in quegli anni, si chiede che ne è stato dell’immenso lavoro di denuncia, inchiesta, documentazione che – al di là del nulla cui è precipitata la magistratura, come si è ripetuto puntualmente qualche giorno fa per la strage di piazza della Loggia, Brescia ’74 – ha fornito una conclusione inoppugnabile sulle responsabilità politiche del 12 dicembre. Se invece non ha quell’età, lo spettatore avrà ottenuto informazioni degne di un buon depistaggio.

Valerio Mastandrea è bravissimo, nel ruolo del commissario Calabresi, come Pierfrancesco Favino in quello di Pinelli. Il fatto che è il Calabresi e il Pinelli del film non c’entrano niente con il commissario che inseguì la “pista anarchica” e con l’anarchico che precipitò da una finestra mentre veniva interrogato dal commissario. Ha scritto Corrado Stajano, da cronista che quella sera era nella questura di Milano: “Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori”.

Sandro Moiso: Diaz

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Diaz

di Sandro Moiso

Diaz. Armando Diaz.

E’ il nome di colui che fu definito Duca della Vittoria alla fine della Prima Guerra Mondiale, dopo aver sostituito Raffaele Cadorna nella carica di capo di stato maggiore dell’esercito italiano.

Diaz, gran bel pezzo di macellaio che, negli anni seguenti, consigliò di non intervenire militarmente nei confronti della marcia su Roma, entrò a far parte del primo governo fascista sotto esplicito invito del re Vittorio Emanuele III ed assunse, infine, la carica di Ministro della difesa di quel governo, approvando la costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale sottoposta direttamente al comando di Mussolini.

Diaz. E’ il nome di una scuola dove, nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, si è consumato uno dei più gravi atti di violenza barbarica e poliziesca nei confronti dei movimenti che si oppongono allo sfruttamento capitalistico delle risorse umane e ambientali del pianeta.
E’ un nome adeguato per ricordare le gesta dell’incredibile macchina repressiva fascista messa in atto per stroncare un movimento internazionale di lotta e solidarietà che si era sviluppato dall’opposizione al G7 di Seattle in avanti e, forse, anche prima.

Armando Diaz, classe 1861. Un nome e una data per ricordare uno stato di cui si è recentemente celebrato, in pompa magna e molta retorica, il centocinquantesimo anno dalla nascita.
Avvenuta nel sangue e nella merda in cui è stato soffocato qualsiasi movimento di reale rinnovamento che ne abbia accompagnato la storia e di cui la notte della Diaz non è che uno dei tanti tasselli.

Claudia Pratelli: Togliere ai padri senza dare ai figli

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Togliere ai padri senza dare ai figli

Cosa c’è per i precari dentro la riforma del lavoro

Claudia Pratelli

Abbiamo seguito il plasmarsi della riforma del lavoro con un’attenzione che a tratti si è fatta ansia. L’abbiamo rincorsa dietro alle dichiarazioni (tutte altisonanti) dei Ministri del Governo e interpretata da documenti che erano  prima “linee guida”, poi un “documento di policy” approvato dal Consiglio dei Ministri, ma mai testi definitivi. Le dichiarazioni promettevano meraviglie e svolte epocali. I testi circolati le smentivano.

L’attesa di un testo di legge, dunque, non era pignoleria: serviva per capire cosa questa riforma prevedesse davvero soprattutto per coloro in nome dei quali è stata sbandierata. Per i giovani e per i precari.

Proprio in nome della nostra generazione, infatti, è stato attaccato l’articolo 18, sono state abbassate le pensioni, è stato messo a dieta il sistema degli ammortizzatori sociali. “E’ la crisi, baby” ci hanno spiegato i teorici dello scambio “Bisogna togliere ai padri per dare ai figli”. Mentivano per almeno due ragioni.  La prima è sempre stata chiara: i diritti non sono una quantità data, un kg di pane da ripartire tra gli affamati. Quanti ne vogliamo e come li vogliamo? Non c’è scienza economica che ce lo possa prescrivere. Sono scelte, scelte politiche. Checchè ne dicano i tecnici, la troika e tutto il cucuzzaro. Difficile non vedere, poi, che la logica dello scambio è una trappola, soprattutto  quando riguarda la platea dei più fragili e costruisce artificiose contrapposizioni tra ultimi e penultimi, padri e figli, giovani e anziani, senza intaccare le rendite di posizioni, i grandi capitali, chi ha accresciuto i propri profitti. La seconda ragione è divenuta evidente con il testo definitivo del DdL: lo scambio (anche qualora avesse  un senso) è truccato. Hanno tolto ai padri, ma non hanno dato ai figli.

Adesso il testo c’è ed è definitivo. Ma non ci siamo.

Letteralmente. Noi - giovani e precari- non ci siamo: non ci sono risposte né ai nostri bisogni, né ai nostri desideri, verso i quali questo Paese ha contratto il debito più pesante. Sull’impianto generale della riforma, su cosa fa e non fa per i precari, su cosa è inefficace e cosa dannoso valgono le considerazioni svolte qui, con qualche significativo peggioramento. Ricapitoliamo.

1. Non sono state ridotte le tipologie contrattuali precarie.

Claudio Gnesutta: La crisi vista dal muro della City

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La crisi vista dal muro della City

di Claudio Gnesutta

Perché la Grande Recessione non ha prodotto il rigetto dell'ideologia e delle pratiche che l'hanno causata? Le riflessioni nell'e-book "The neoliberal crisis", di Stuard Hall, Michael Rustin, John Clarke e Doreen Massey

What is this crisis? è la questione posta dall’ebook The Neoliberal Crisis nel quale Stuard Hall, Michael Rustin, John Clarke e Doreen Massey, collaboratori della rivista Soundings, indagano il ruolo materiale e culturale svolto dalla neoliberal revolution nella trasformazione della società inglese e ricercano le cause dell’attuale crisi e le prospettive politiche che ne possono derivare. Per quanto l’attenzione sia rivolta alla realtà britannica, le loro riflessioni hanno un interesse più generale, tenuto conto dell’importanza che ha avuto il thatcherismo e il suo prolungamento nel blairismo e nell’attuale cameronismo nel pensiero e nell’azione politica dell’ultimo trentennio.

I singoli contributi si presentano come articolazioni di un’elaborazione comune piuttosto compatta che analizza la crisi con riferimento non solo alla dimensione economica, ma anche alle tensioni accumulatesi a livello sociale, politico e culturale. L’analisi è condotta attraverso la conjunctural analysis con l’obiettivo di accertare come l’interazione tra l’instabilità dei diversi fattori possa determinare la specificità del processo di trasformazione di un dato assetto sociale. La convinzione che la dinamica di ciascuna dimensione è, almeno in parte, autonoma da quella delle altre e possa quindi presentarsi con differenti gradi di criticità indica che per l’emergere di una crisi è necessario che si condensino in un sufficiente numero di contraddizioni. Poiché le diverse dimensioni sono molteplici, la crisi può manifestarsi per l’affermarsi di diverse combinazioni di instabilità permettendo alla congiuntural analysis di sostenere che le crisi siano strutturalmente “sovradeterminate” e che i gradi di libertà che esse presentano ammettono una pluralità dei modi (politici) di soluzione.


Crisi sistemica e crisi sociale

La convinzione che se una crisi della congiuntura non può aversi se non vi è coinvolto il “nucleo economico”, essa non può nemmeno essere compiutamente compresa se non si tiene conto delle altre contraddizioni presenti a livello sociale, politico e culturale indica il retaggio intellettuale di Gramsci e di Althusser, ripetutamente riconosciuto, per la rilevanza attribuita al consenso sociale nello spiegare l’egemonia delle forme di dominio sulla società.

Roberto Ciccarelli: Che cos'è il Quinto Stato?

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Che cos'è il Quinto Stato?

Roberto Ciccarelli

1. Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno 7 milioni italiani a cui non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. Nella stessa condizione vivono almeno 5 milioni di cittadini stranieri che non possiedono tali diritti, e subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato.

Questa definizione è ricavata dalle statistiche ufficiali (dati Istat 2010) e presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e lo status tipico di un’appartenenza professionale, un’identità di classe, l’origine statuale del vivente, oltre che il suo rapporto con una comunità politica. Di questa scissione è possibile, ormai, fornire un ampio ventaglio di esempi, sempre e comunque parziali: innanzitutto il precario e l’atipico, detto anche parasubordinato, se vogliamo restare sul piano che descrive la condizione del Quinto Stato alla luce della posizione contrattuale del soggetto che lavora (o che non lavora).

Nelle cronache quotidiane, oltre che nei solidi convincimenti antropologici della sinistra, di qualsiasi tipo e ispirazione culturale, concentrata sul linguaggio e la cultura del sindacalismo prevalente (ormai l’unico discorso “di sinistra” riconoscibile ed accettato), la condizione dell’apolidia generalizzata e universale viene misurata in base alla posizione del soggetto, di qualsiasi soggetto italiano o straniero, rispetto al possesso di un contratto di lavoro. Ne deriva l’idea di una cittadinanza fondata sulla misura giuridica che prescinde dal lavoro svolto dal soggetto che detiene un contratto.

L’aberrazione di questa visione è il prodotto di una sanzione originaria: è cittadino solo chi possiede un contratto di lavoro, non importa quale lavoro sappia fare e, soprattutto, non importa la natura del lavoro in questione. Tale visione è, inoltre, il risultato di una confusione tra la condizione e il condizionato, cioè tra la vita del soggetto e la sua identità giuridica, peraltro ridotta ad uno status professionale fondato su un banale rovesciamento: quello tra una presunta condizione universale - è cittadino solo chi vanta un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e comunque contrattualizzato - e un reale formalismo giuridico: è cittadino solo chi esercita un’attività regolata dalla rappresentanza sindacale, il contratto nazionale di lavoro, all’interno dell’impresa (quella della manifattura otto-novecentesca, ma non solo) oppure nella pubblica amministrazione.

Emilio Carnevali: Alle origini del declino italiano

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Alle origini del declino italiano

di Emilio Carnevali

Nella copiosa letteratura sulla crisi fiorita negli ultimi tempi il libro di Mario Pianta – "Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa" – ha il merito di collocarsi su un angolo visuale di più ampio raggio: quali sono le cause profonde del declino italiano? Perché su di noi la crisi ha avuto conseguenze peggiori che negli altri paesi europei? Come uscirne?

La precipitosa caduta dai “cieli azzurri” berlusconiani della quale il nostro Paese è stato recentemente protagonista ha lasciato dietro di sé una scia. Le sue origini si perdono nella fantasmagoria del “nuovo miracolo italiano” promesso all'inizio del millennio dall'“imprenditore prestato alla politica” (ed evocato anche dall'allora governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio). Il suo ultimo tratto, però, è ancora ben visibile ad occhio nudo e può essere a sua volta suddiviso in segmenti più piccoli, come gradini di una discesa sempre più rapida e rovinosa: dalla negazione più risoluta della crisi siamo passati all'ormai famoso «fattore psicologico» tirato in ballo per dare ragione della vendetta che l'economia reale si stava prendendo sugli slogan politico-pubblicitari. Quando poi non è stato più possibile negare l'evidenza è cominciato il mantra della crisi che c'è, «ma noi ce la stiamo cavando meglio di tutti gli altri»; oppure della crisi che c'è, «ma il governo ha risposto senza mettere le mani nelle tasche degli italiani».

Ora che quella parabola si è conclusa, almeno da un punto di vista politico, ora che volenti o nolenti siamo costretti ad un freddissimo bagno di realismo, è necessario equipaggiarsi con analisi crude, talvolta perfino angoscianti, ma sincere. E quindi utili. Una di queste è contenuta nell'ultimo libro di Mario Pianta, docente di Politica economica all'Università di Urbino e fra i fondatori della campagna “Sbilanciamoci!”, intitolato "Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa". Il volume, appena pubblicato da Laterza (pp. 176, 12 euro), ha il merito di collocarsi su un angolo visuale di più ampio raggio rispetto alla copiosa letteratura sulla crisi economica fiorita negli ultimi tempi. L'Italia non ha solo reagito peggio degli altri Paesi europei nel tratto più acuto della crisi (-5,5% di flessione del Pil nel 2009 a fronte di una media nell'area euro del -4,3%); non solo affronta prospettive di recessione peggiori degli altri per il 2012 (-2,2% contro il -0,5% dell'area euro secondo le previsioni del Fmi).

T.Rinaldini-P.Ginsborg: Come spiegare l’anomalia positiva della Fiom?

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Come spiegare l’anomalia positiva della Fiom?

Tiziano Rinaldini, Paul Ginsborg

Per  iniziare questo dibattito  pubblichiamo i testi di Paul Ginsborg e Tiziano Rinaldini scritti per i 110 anni della fondazione della FIOM-CGIL presentati nel Teatro Comunale di Bologna il 16 giugno 2011 con una premessa di Tiziano Rinaldini che chiarisce l’attualità di questo dibattito.

Con lo sciopero di venerdì 9 marzo e la manifestazione nazionale caratterizzata da una massiccia partecipazione di operai e operaie, giovani e meno giovani, la FIOM ha ulteriormente confermato la propria tenuta e radicamento sociale in una fase in cui all’interno della crisi vengono confermate e rafforzate scelte ed interventi di conferma del modello sociale ed economico che si è andato affermando ormai da molti decenni e che è alla base della crisi stessa. La conferma del prezioso ruolo e della forza della FIOM assume particolare valore a fronte della drammatica crisi in atto della democrazia a partire dalla dimensione sociale dei diritti e della stessa democrazia e libertà nelle dinamiche sindacali. Questa conferma risalta ulteriormente a fronte della virulenza degli attacchi di cui la FIOM è fatto oggetto e a fronte degli imbarazzi e timidezze con cui viene vissuta da molti che pure dovrebbero vedere nei contenuti su cui si caratterizzano i metalmeccanici una risorsa decisiva anche per loro per tentare di non essere travolti dalle attuali difficoltà.

A noi pare evidente che il problema da cui partire non è l’isolamento della FIOM, ma piuttosto l’isolamento che, senza la FIOM, oggi vi sarebbe su temi decisivi (vecchi e nuovi) della democrazia e dei diritti nel lavoro e nel non lavoro. Come è stato autorevolmente dichiarato la resistenza e l’opposizione diffusa e continuativa ai processi in atto “è oggi in larga misura incarnata dalla FIOM e dalle sue scelte politiche e di lotta” contro le attuali manovre economiche, i tagli al welfare, la svendita dei beni comuni e del territorio, la cancellazione dell’art. 18 e un Italia modello Pomigliano. Le posizioni assunte si accompagnano alla ostinata ricerca di coerenza nel sostenerle nella pratica dell’attività sindacale che si traduce nella riconferma qui ed ora della propria capacità contrattuale con la realizzazione della contrattazione aziendale più estesa nel complessivo campo sindacale. E’ nella chiarezza delle posizioni sostenute, nella riconferma della propria natura confederale e nella consapevolezza della contrattazione collettiva come strumento indispensabile per rapportarsi qui ed ora con la concreta condizione dei lavoratori, è nella tenuta di questo insieme che si fonda oggi la tenuta della FIOM.

Antiper: Eccesso di capitale e finanziarizzazione

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Eccesso di capitale e finanziarizzazione

Antiper

“Questo periodico riproporsi di espansioni finanziarie nel sistema capitalistico mondiale, fin dalla sue prime origini nelle città-stato dell'Italia rinascimentale, fu notato per la prima volta da Fernand Braudel, che sottolineò le loro condizioni dal lato dell'offerta. Tutte le volte che i profitti del commercio e della produzione hanno prodotto
 
'un'accumulazione di capitali superiore alle normali occasioni di investimento, [...] il capitalismo finanziario [...] ha saputo [...] conquistare la piazza e dominare - per un certo periodo - l'insieme del mondo degli affari' [2].

In questa evoluzione

'lo stato del rigoglio finanziario [...] sembr[a] annunciare [...] una sorta di maturità' [3]

Le espansioni finanziarie

'sono il segnale dell'autunno' [4] ” [5].

Nella sezione di Caos e governo del mondo che contiene il brano precedente Giovanni Arrighi e Beverly Silver fanno un'operazione al tempo stesso meritevole e discutibile.

E' certamente meritevole aver sottolineato la contestualità tra eccesso di capitale (“accumulazione di capitali superiore alle normali occasioni di investimento”) ed espansione della sfera finanziaria. Braudel, da buon storico, non poteva non osservare questa ricorrente contestualità e se avesse avuto un approccio marxista avrebbe osservato qualcosa di più della contestualità - ovvero la causalità - esistente tra eccesso di capitale e finanziarizzazione, con quest'ultima che diventa periodicamente una sorta di “valvola di sfogo” per capitali incapaci di valorizzarsi adeguatamente nell'ambito dei settori produttivi [6].

Pasquale Cicalese: La rivoluzione nel mercato mondiale passa (nuovamente) dalla Cina

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La rivoluzione nel mercato mondiale passa (nuovamente) dalla Cina

di Pasquale Cicalese

Gli occidentali si stracciano le vesti, le borse sprofondano giacché il segnale che proviene dall’import cinese di marzo (+5,9% annuo) rifletterebbe la frenata dura dell’economica di quel Paese.

Gli occidentali, immemori, non sembrano dare conto di un dato storico: nel primo trimestre del 2002 l’attivo commerciale della Cina è di appena 670 milioni di dollari, contro circa 40 miliardi di euro del surplus tedesco nello stesso periodo.

Tale numero rivela un cambiamento storico nel mercato mondiale. Per capirlo è utile analizzare cosa è avvenuto in Asia a partire dalla crisi del ‘97/’98. In quel periodo tutte le tigri cadono a terra, Fondo Monetario e Banca Mondiale si precipitano nelle capitali asiatiche per imporre alle popolazione di quei paesi il cosiddetto “Washington Consensus”, vale a dire terapie d’urto consistenti in privatizzazioni, deregolamentazioni, liberalizzazioni delle finanze e abbassamento dei livelli di vita.

Contro i desiderata occidentali avvengono però tre fatti “storici”: 1) i coreani si precipitano a decine di migliaia a consegnare oro alla banca centrale; con questo messaggio fanno capire chiaramente che non hanno nessuna intenzione di perdere un apparato industriale costruito con il sangue; 2) il premier malese Mahatir Mohamed sbatte fuori gli emissari del “Washington Consensus” e adotta politiche espansive; 3) fattore sconvolgente, che spiazzerà gli occidentali, è la mossa cinese di non svalutare lo yuan permettendo alle altre valute asiatiche di aver sbocchi commerciali.

Con questa mossa la dirigenza cinese si assicura l’amicizia delle potenze asiatiche nel primo decennio del 2000.

Maurizio Lazzarato: La svolta autoritaria del neoliberismo

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La svolta autoritaria del neoliberismo*

Debito e austerità: il modello tedesco del pieno impiego precario

di Maurizio Lazzarato

L’indebitamento dello Stato era, al contrario, l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato.
K. Marx, Le lotte di classe in Francia

L’uscita dalla crisi si fa fuori dai sentieri tracciati dall’Fmi. Questa istituzione continua a proporre lo stesso tipo di modello di aggiustamento fiscale, che consiste nel diminuire i soldi che si danno alla gente – i salari, le pensioni, i finanziamenti pubblici, ma anche le grandi opere pubbliche che generano lavoro – per destinare il denaro risparmiato al pagamento dei creditori. È assurdo. Dopo quattro anni di crisi non si può andare avanti a togliere denaro sempre agli stessi. È esattamente quello che si vuole imporre alla Grecia! Tagliare tutto per dare tutto alle banche. L’Fmi si è trasformato in un’istituzione con lo scopo di proteggere unicamente gli interessi finanziari. Quando si è in una situazione disperata, com’era l’Argentina nel 2001, bisogna saper cambiare carte.
Roberto Lavagna, ministro argentino dell’Economia tra il 2002 e il 2005

Meno di vent’anni dopo la «definitiva vittoria sul comunismo» e a quindici anni dalla «fine della storia», il capitalismo è entrato in un’impasse storica. Dal 2007 è vivo grazie alle trasfusioni di somme astronomiche di denaro pubblico. Eppure continua a girare a vuoto. Nel migliore dei casi, riesce a riprodursi, ma dando un colpo di grazia, con rabbia, a ciò che resta delle conquiste sociali degli ultimi due secoli.

Da quando è scoppiata la «crisi dei debiti sovrani» fornisce uno spettacolo esilarante del proprio funzionamento. Le regole economiche di «razionalità» che i «mercati», le agenzie di rating e gli esperti impongono agli Stati per uscire dalla crisi del debito pubblico sono le stesse che hanno prodotto le crisi del debito privato (d’altra parte all’origine della prima). Le banche, i fondi pensione e gli investitori istituzionali esigono dagli Stati il riordino dei bilanci pubblici, quando ancora detengono miliardi di titoli spazzatura, che sono il risultato di una politica di sostituzione di salari e reddito con un sistema di credito. Le agenzie di rating, dopo aver dato un giudizio di triplice A a titoli che oggi non valgono più niente (con un campione di 2679 titoli su 17.000, relativi a prestiti immobiliari, una banca ha fatto un’analisi dei giudizi di Standard & Poor’s: il 99% aveva una triplice A al momento dell’emissione, ma oggi il 90% ha giudizi che scoraggiano l’investimento: non-investment grade), hanno la pretesa, contro qualunque buon senso, di detenere il giusto giudizio e la buona misura economica. Gli esperti (professori di economia, consulenti, banchieri, funzionari di Stato ecc.) – la cui cecità sui disastri che la presunta autoregolazione dei mercati e della concorrenza ha prodotto sulla società e sul pianeta è direttamente proporzionale alla loro servitù intellettuale – sono stati catapultati dentro governi «tecnici», che ricordano irresistibilmente i «comitati d’affari della borghesia». Più che di «governi tecnici» si tratta di «tecniche di governo» autoritarie e repressive che segnano una rottura persino con il «liberalismo» classico.

Ma al colmo del ridicolo stanno probabilmente i media. L’«informazione» dei telegiornali e i talk-show ci spiegano che «la crisi è colpa vostra, perché andate troppo presto in pensione, perché spendete troppo in cure mediche, perché non lavorate così a lungo e così bene come si dovrebbe, perché non siete abbastanza flessibili, perché consumate troppo.

Elisabetta Teghil: Violenza/non-violenza

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Violenza/non-violenza

di Elisabetta Teghil

E' in atto una semplificazione, voluta e fuorviante, dei termini violenza e non-violenza che sono diventati meta-concetti, privi di specificazione e collocazione.

Ai fini di queste note conviene dare una definizione stretta  di violenza.

Si intende per violenza l'atto o l'insieme di atti con cui un soggetto privato, sociale, istituzionale interviene nella possibilità di un altro soggetto, anche questo privato, sociale, politico, impedendogli un comportamento spontaneamente realizzabile ed imponendogli un ruolo ed una collocazione.

Dalla definizione di violenza nasce la correlazione tra la stessa e la forza che permette alla prima di realizzarsi.

 
In questa società la legittimità dei mezzi garantisce la giustezza dei fini.

La legalità è legittimità riconosciuta, la violenza legale è, pertanto, l'unica violenza legittima.


La violenza legale, oggi, è così diffusa e permea la società così tanto che non si può ricorrere ad un’ analisi che la legga  come un'inevitabile anomalia che appare ogni tanto in un corpo socialmente sano.

Questa violenza, così generalizzata, così insistente, ci parla del male che affligge la nostra società. Così il discorso sulla violenza finisce col mostrare la verità dell'attuale condizione umana, il vero volto di una società che produce oppressi/e e ingiustizie.

La violenza è, sì, frutto delle lacerazioni che rendono insopportabile la vita quotidiana da parte di milioni di oppressi/e di fronte alla ricchezza spropositata e separata delle cose, è ,sì, figlia del divario tra la miseria soggettiva e la ricchezza oggettiva, ma nasce  dalla volontà di una minoranza di perpetuare questo stato di cose.

Joseph Halevi: "La recessione è globale"

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"La recessione è globale"

Cinzia Gubbini intervista Joseph Halevi

Mercati a picco, lo spread italiano volta a 400 punti. Che cosa è accaduto? Non eravamo in una botte di ferro dopo le politiche di Monti? Lo chiediamo al'esperto del manifesto, Joseph Halevi. Via Skype.

[10/04/12 22:11:33] cinziagubbini: Ciao Joseph, lo spread oggi vola di nuovo. Quota 400. Ma non era tutto apposto dopo le riforme di Monti? (ce la raccontano così...)

[10/04/12 22:13:34] joseph halevi: Veramente Monti c'entra poco, mentre Draghi c'entra moltissimo. Gli spread sono calati quando Draghi ha deciso di aprire i rubinetti della liquidità, ora anche questa droga si sta esaurendo.

cinziagubbini: Dunque il nostro paese più forte, più credibile, non ha alcun tipo di influenza sull'andamento dei mercati?
 
joseph halevi: Non é più forte, questa é una finzione mandata avanti dai politici e dai loro governanti tecnici. Non ha influenza, punto e basta.

cinziagubbini
:
Quindi lo spread si sta rialzando perché di nuovo c'è crisi di liquidità?

joseph halevi
:
Non penso che sia per questo. E' che le aspettative recessive stanno investendo tutta l'Europa malata e lambiscono la Germania, si cumulano con il fatto che la Cina non tira come dovrebbe sebbene questa era una chimera sin dall'inizio.

cinziagubbini
:
Dunque, una volta tanto, i mercati rispondono a una reale difficoltà economica?

joseph halevi: Da un po' di tempo i mercati hanno ragione, direi da circa un anno. Vi sono due aspetti: andamenti quotidiani in cui i mercati finanziari e le società hedge cercano di lucrare, poi vi sono le loro valutazioni, diciamo strutturali e il quadro é molto più realistico.

Eserciti nelle strade

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Eserciti nelle strade*

Alcune questioni intorno al rapporto NATO "Urban operation in the year 2020

A cura di «Nonostante Milano»**

Nelle pieghe oscure del tempo forse non c’è nulla se non il tocco muto delle nostre dita. E le nostre azioni.
(John Berger)

Elementi d’algebra: la discarica dell’eccedenza

Per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione mondiale vive in città [1]. E grandi quote di questa popolazione urbana conoscono condizioni d’assoluta povertà. Il concentramento di queste sterminate masse umane entro spazi sempre più ristretti, al fine di controllarle e sfruttarle meglio [2], ha generalizzato le baraccopoli su tutti i continenti, nessuno escluso, dando luogo a quello ch’è stato definito il “pianeta degli slum”. Secondo il rapporto dell’ONU The Challenge of Slums. Global Report on Human Settlements (2003), attualmente vivono negli slum quasi un miliardo di persone (una ogni sei, se si considera l’intera popolazione mondiale, ovvero un abitante di città su tre) e si ritiene che questo numero possa raddoppiare entro il 2030, talché nello stesso rapporto si parla di una crescente “urbanization of poverty”.

La Banca Mondiale, alla fine degli anni Novanta, aveva già messo a fuoco le conseguenze di questo processo: “La povertà urbana diventerà il problema principale e politicamente più esplosivo del prossimo secolo” [3]. La ricetta è però sempre la stessa: Praful Paten, rappresentante della Banca Mondiale al World Urban Forum organizzato da UN-Habitat (agenzia dell’ONU) a Barcellona nel 2004, in quella sede ha sostenuto che commercio internazionale e globalizzazione “nella maggior parte dei casi funzionano”.

Non è possibile fare qui un’esposizione dettagliata dell’urbanesimo planetario e dell’immiserimento nell’epoca della catastrofe capitalista; ci limiteremo quindi a una veloce carrellata.

Secondo UN-Habitat, le più alte percentuali (sopra il 90%) di abitanti negli slum si trovano in Etiopia, Ciad, Afghanistan e Nepal. “Bombay, con dieci o dodici milioni di occupanti abusivi e abitanti di casamenti, è la capitale globale dello slum, seguita da Città del Messico e Dhaka (tra i nove e i dieci milioni ciascuna), e poi Lagos, Il Cairo, Karachi, Kinshasa-Brazzaville, São Paulo, Shanghai e Delhi (tra i sei e gli otto milioni ciascuna)” [4]. Complessivamente, dall’inizio degli anni Settanta, nel Sud del mondo gli slum hanno avuto una crescita superiore all’urbanizzazione in quanto tale.

Stefano Perri: Attacco al lavoro la cura sbagliata

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Attacco al lavoro la cura sbagliata

Stefano Perri

Nella storia della economia politica pochi argomenti come quello dell'occupazione hanno generato teorie "volgari", come direbbe Marx, che sostengono che gli interessi dei lavoratori sono sempre subordinati a qualche legge economica.

Tra i vari esempi, si possono ricordare le tesi alcuni autori mercantilisti del XVII secolo, che raccomandavano di mantenere i salari al livello della sussistenza, perché altrimenti i lavoratori avrebbero utilizzato il sovrappiù per darsi all'ozio e alle bevute in osteria.

Per Malthus il livello dei salari di sussistenza era il risultato di una legge "naturale": la legge della popolazione, secondo cui questa tenderebbe inevitabilmente a crescere ad un tasso superiore a quello della disponibilità di alimenti. Di conseguenza i lavoratori sarebbero condannati, senza speranza, alla fame. Per la stessa ragione furono aspramente criticate le poor laws, che prevedevano, nell'Inghilterra dell'epoca, sussidi ai disoccupati.

Fu poi la volta dell'uso della teoria del fondo-salari in funzione anti-sindacale. Questa teoria assumeva che in ciascun periodo e in ciascun paese vi fosse una quantità limitata di beni salario da distribuire ai lavoratori. Ogni tentativo di aumentare il salario reale dei lavoratori sindacalizzati avrebbe avuto la conseguenza di far diminuire l'occupazione o di peggiorare le condizioni dei lavoratori non protetti (non vi ricorda argomentazioni ripetute anche ai giorni nostri?).

La teoria neoclassica, infine, considera il salario come un prezzo determinato dalle forze della domanda e dell'offerta nel mercato del lavoro. Il tentativo di alzare questo prezzo con l'azione sindacale o la legislazione, imponendo ad esempio un salario minimo più alto di quello che rende uguali la domanda e l'offerta, creerebbe disoccupazione.

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