SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Alessandro Bramucci: Gli squilibri europei e la lezione di Keynes

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Gli squilibri europei e la lezione di Keynes

di Alessandro Bramucci

La crisi economica mondiale esplosa nel 2007 negli Stati Uniti con lo scoppio della bolla immobiliare e il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers nel Settembre del 2008 affonda le sue radici nella finanza. La deregolamentazione del settore bancario, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, ha permesso la trattazione di prodotti finanziari altamente rischiosi il cui fallimento, scatenato dal default dei mutui sub-prime e dal collasso dei prezzi nel settore immobiliare americano, ha aperto enormi voragini nei bilanci delle più grandi banche d’affari del mondo.

Tuttavia in Europa la crisi finanziaria si è presto evoluta in crisi del debito sovrano. Tra il 2010 ed il 2011 molte economie dell’Euro zona hanno visto il carico del debito pubblico aumentare consistentemente come conseguenza sia dei piani di salvataggio per il settore bancario, sia per l’ausilio di politiche fiscali espansive per far fronte alla recessione nell’economia reale. L’aumento eccessivo del debito ha poi innescato la speculazione finanziaria. Gli stati periferici dell’area Euro come Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, si sono trovati nella condizione di dover pagare tassi di interesse insostenibili sull’emissione del debito sovrano per potersi finanziare sul mercato dei capitali privati.

Alfonso Gianni: Nuova governance Ue: il tentativo di uscire da destra dalla crisi

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Nuova governance Ue: il tentativo di uscire da destra dalla crisi

di Alfonso Gianni

In uno dei suoi consueti articoli domenicali sul Sole24Ore Guido Rossi ha scritto che nel contesto dell’attuale globalizzazione «la sovranità degli Stati nazione ha dunque abdicato e lo Stato di diritto si è trasformato in uno Stato dell’economia». Questa citazione - che sembra riecheggiare il passaggio dall’homo aequalis all’homo oeconomicus per dirla alla Louis Dumont - potrebbe a tutti gli effetti essere apposta come lapide all’idea dell’Europa politica dei popoli sepolta dopo il vertice di fine giugno.

In effetti la tanto attesa, e pour cause temuta, riunione del Consiglio Europeo del 28-29 giugno a Bruxelles ha portato a un primo significativo compimento di un percorso non breve che ha condotto le elites europee - più che malgrado, grazie alla più grave crisi economica della storia del capitalismo in Europa - a dotarsi di un sistema compiuto di governance continentale in campo economico e politico. Con molto amaro in bocca si potrebbe persino dire che l’evento almeno un suo piccolo lato positivo ce l’ha, dal momento che da questa data in poi a nessuno dovrebbe essere più consentito di reclamare la costruzione di un governo del sistema economico europeo, quasi che questo fosse in quanto tale un elemento intrinsecamente positivo. Ora la governance c’è, è dotata di snelle articolazioni e robuste rigidità, come si conviene a ogni costruzione sistemica, e corrisponde certamente al tentativo organico di un’uscita da destra dalla crisi, grazie a l rilancio in grande stile di un neoliberismo aggiornato e corretto.

∫connessioni precarie: La concertazione è finita

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

La concertazione è finita

Per una discussione su sindacato, lotte e organizzazione

∫connessioni precarie

«La concertazione è finita». Nonostante lo scandalo – acceso ed effimero come un fuoco di paglia – provocato a luglio da queste parole, pronunciate non a caso davanti ai banchieri riuniti, Mario Monti si è limitato a registrare un dato di fatto. L’approvazione dell’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio e la riforma del mercato del lavoro stabiliscono le condizioni materiali della fine di una lunga stagione di politica economica e di relazioni industriali. Con tecnica chiarezza, Monti ha aggiunto che la concertazione è alla radice di tutti i mali presenti, soprattutto delle difficoltà che, a causa delle colpe concertative dei loro genitori, incontrano i figli e i nipoti di lavoratori e lavoratrici quando cercano un lavoro. Avendo così chiarito i fondamenti ultimi della crisi dei rapporti tra generazioni, Monti ha potuto stabilire che la concertazione non è altro che un moltiplicatore della spesa pubblica da cancellare con un tratto di penna assieme a una buona parte di quella spesa. La concertazione è soprattutto un ostacolo presente alle politiche di investimento, e dunque alla produzione di profitto. Le parti sociali sono solo parti, alle quali il potere pubblico non è tenuto a trasferire in outsourcing responsabilità politiche e che perciò devono, con logica e letterale evidenza, farsi da parte.

Si può persino capire lo sgomento di chi per due decenni ha legittimato la propria azione politica e sindacale sulla base del fatto che c’era qualcosa da concertare. Si può capire la rabbia di chi legge giustamente nelle parole di Monti la delegittimazione di ogni difesa organizzata degli interessi dei lavoratori, siano essi precari, operai, migranti o impiegati pubblici.

Elisabetta Teghil: A mani nude e a volto scoperto?

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

A mani nude e a volto scoperto?

di Elisabetta Teghil

Le stesse soggettività, più o meno, che hanno organizzato la manifestazione del 15 ottobre dello scorso anno, ne hanno indetta un’altra per il prossimo 27 ottobre.

L’appello ricorda da vicino la Lettera d’intenti del PD/PSI/SEL che è così generica da poter essere sottoscritta da tutti/e.

E, siccome, nella divisione capitalistica del lavoro politico ,gli organizzatori hanno il compito di gestire la dissidenza e l’alterità politica, hanno introdotto una serie di parole d’ordine tanto accattivanti quanto prive di sostanza.

Una volta il problema era Berlusconi, adesso è Monti, non è mai il neoliberismo, versione attuale del capitalismo.

Perciò, il 15 ottobre, avremmo dovuto dare una spallata a Berlusconi per mandare al governo Monti, adesso dovremmo darla a Monti per mandare al governo Bersani e per avvicinarci alla realizzazione compiuta, in questo paese, dei dettami neoliberisti.

Perché è questo che si propongono i partitini della così detta sinistra radicale reggicoda del PD.

Per essere più suadenti hanno messo nell’appello tutto ed il contrario di tutto, comprese le abusate “pace, giustizia ,democrazia”. Si sono dimenticati il Sud che in Italia ci sta sempre bene nei discorsi dei politici di ogni risma e colore.

Roberto Finelli: Una libertà post-liberale e post-comunista

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Una libertà post-liberale e post-comunista

Riflessioni sull’etica del riconoscimento

Roberto Finelli

1. Le due libertà.

La ricerca della più recente filosofia pratica tedesca, in particolare grazie ai lavori di Axel Honneth, è sbocciata nel risultato di ridefinire alcune categorie fondamentali della teoria sociale e politica.

L’acquisizione teorica più originale e significativa appare concernere l’allargamento del concetto di libertà, definibile ora, non solo come assenza o riduzione dei limiti che il mondo esterno pone all’attività di un soggetto, ma anche – e nel verso di una pari importanza -  come riduzione dei limiti che il mondo emozionale interno pone allo stesso soggetto. “Libertà” è infatti concepibile oggi,  dopo un secolo di psicoanalisi, e secondo quanto teorizza Honneth rifacendosi all’opera dello psicoanalitista inglese Winnicot, anche come la capacità di star soli, di avere cioè un rapporto di confronto e di interazione con la propria emotività, che non sia caratterizzato da terrori, rimozioni e difese, che costringano il soggetto in questione in ripetizioni rituali e patologiche, sottraendolo alla sperimentazione del mondo e a un possibile godimento della vita.

Tale complicazione interiore del concetto di libertà mette immediatamente in gioco per altro il concetto di riconoscimento, nel senso che non è possibile che un soggetto riconosca se stesso, il proprio mondo di bisogni, affetti ed emozioni, senza che in tale discesa verticale sia accompagnato da un riconoscimento orizzontale: dall’appoggio, cioè, dalla stima e dal sostegno di altri, che lo confermino e lo rassicurino in questo processo di individuazione.

nique la police: I disperati

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

I disperati

nique la police

Il grandissimo Elias Canetti parlava della disperazione come dell’unica forma disinteressata di esistenza. Insomma, un sentimento così profondo da superare, in importanza, l’interesse e il potere. Si trattava di un modo di esistenzializzare la disperazione. Come se fosse esclusivamente legata alla viva percezione della mortalità e al deperimento, alla caducità del senso del proprio agire. Nell’Italia della politica istituzionale la disperazione è invece legata al mantenimento, ad ogni costo, di ciò che si pensa essere interesse e potere. Persino a prescindere dal fatto che, una volta portato a compimento un piano, interesse e potere ci siano davvero. La disperazione rappresenta così i tratti complessivi di una antropologia del declino della ragione strumentale della politica mainstream, sedimentatasi nell’Italia dell’ultimo trentennio, quella dove le forme di soggettivazione si riproducono solo in tattiche di potere senza visione e senza uscita. Infatti, come non definire un disperato Mario Monti che parla di uscita dalla crisi entro pochi mesi?

Le revisioni delle stime del Fmi sull’Italia, che si presume conosca, proiettano al ribasso sia la recessione del 2012 che quella del 2013. Non solo: almeno due fattori globali, il rallentamento della “crescita” cinese (ai tassi più bassi dall’inizio degli anni ’90) e il fiscal cliff americano (la fine delle agevolazioni fiscali alla “crescita”, pari al 4% del Pil, entro il 2012) fanno capire che, a differenza di altri periodi anche recenti, la stagnazione non è solo italiana ma riguarda le locomotive economiche globali.

Marcello Musto: Alienati di tutto il mondo unitevi

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button


Alienati di tutto il mondo unitevi

di Marcello Musto

L’alienazione è stata una delle teorie più dibattute del XX secolo. La prima esposizione filosofica del concetto avvenne già nel 1817 e fu opera di Georg W. F. Hegel. Nella Fenomenologia dello spirito, egli ne fece la categoria centrale del mondo moderno e adoperò il termine per rappresentare il fenomeno mediante il quale lo spirito diviene altro da sé nell’oggettività. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, l’alienazione scomparve dalla riflessione filosofica e nessuno tra i maggiori pensatori vi dedicò attenzione.

La riscoperta di questa teoria avvenne con la pubblicazione, nel 1932, dei Manoscritti economico filosofici del 1844, un inedito appartenente alla produzione giovanile di Karl Marx, in cui, mediante la categoria di «lavoro alienato», egli aveva traghettato la problematica dalla sfera filosofica a quella economica. L’alienazione venne descritta come il fenomeno attraverso il quale il prodotto del lavoro si manifesta «come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente». Contrariamente a Hegel, che l’aveva rappresentata come una manifestazione ontologica del lavoro, che coincideva con l’oggettivazione in quanto tale, Marx concepì questo fenomeno come la caratteristica di una determinata epoca della produzione: quella capitalistica.


Le  concezioni non marxiste


Ci sarebbe voluto ancora molto tempo, però, prima che una concezione storica, e non ontologica, dell’alienazione potesse affermarsi.

Guido Viale: Affamare la bestia del nostro debito

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Affamare la bestia del nostro debito

Guido Viale

«Affama la bestia» è lo slogan con cui Ronald Reagan aveva inaugurato il trentennio di liberismo di cui oggi stiamo pagando le conseguenze. La «bestia» per Reagan era il governo: che - è un altro suo celebre detto - «non è la soluzione ma il problema». La bestia da affamare è in realtà la democrazia, l'autogoverno, la possibilità per i cittadini e i lavoratori di decidere il proprio destino. Il programma è di mettere tutto in mano ai privati, che si appropriano così delle funzioni di governo e le gestiscono in base alle leggi del profitto.
Quel programma è stato ora tradotto dall'Ue e dai governi dell'eurozona in due strumenti micidiali: il pareggio di bilancio e il fiscal compact. Con queste due misure in Italia verranno prelevati ogni anno dalle tasse, cioè dai bilanci di chi le paga, quasi 100 miliardi di interessi e altri 45-50 di ratei, per versarli ai detentori del debito: in larga parte banche e assicurazioni sull'orlo del fallimento per operazioni avventate e altri grandi speculatori nazionali ed esteri, e solo in minima parte singoli risparmiatori. L'assurdità di queste misure non va sottovalutata: nessun paese al mondo, nemmeno la Germania di Weimar, condannata al pagamento dei danni di guerra, ha mai rimborsato un proprio debito: che è stato sempre ridimensionato o riassorbito dalla «crescita» del Pil - quando c'è stata - o dall'inflazione, o da un condono, o da un default. Sottoporre a un salasso del genere un paese come il nostro, con un debito di oltre il 120 per cento del Pil, vuol dire condannarlo alla rovina.

Giuseppe Sottile: Alcune note su capitale e lavoro

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Alcune note su capitale e lavoro**

Giuseppe Sottile

“…non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità.” (K. Marx, Il Capitale, libro I, p. 32).

La forza-lavoro come capitale

La considerazione marxiana della forza-lavoro come di una merce speciale in una “immane raccolta di merci” va ricondotta alla sua genesi esposta da Marx in quella che egli ha chiamato “accumulazione originaria”. Attraverso l’espropriazione dei mezzi di produzione ai produttori diretti accadono due cose: a) la “forza-lavoro” si presenta come un insieme di capacità lavorative storicamente acquisite in forma di proprietà d’individui che si trovano costretti a venderle sul mercato in cambio di un equivalente; b) quell’espropriazione trasforma i mezzi di produzione in “capitale”. E’ questo che fa d’individui, un tempo espressione d’altri rapporti sociali, lavoratori salariati. La forza-lavoro adesso non fa parte dei mezzi di produzione - come poteva essere, ma solo sul piano giuridico, per schiavi e certe figure di servitù -, così come ai salariati in quanto tali non appartengono più i mezzi di produzione - contrariamente ai fittavoli, artigiani etc. Il risultato è che l’appropriazione del prodotto sociale si presenta inevitabilmente come un processo estraneo ai lavoratori1. Come valore d’uso mercificato la forza-lavoro diviene la sola merce che crea valore, di una parte del quale, eccedente il corrispettivo salario, s’appropria il capitalista, ma in un sistema sociale che appare caratterizzato da un libero mercato dove libere persone scambiano valori equivalenti.

Alberto Magnaghi: Un territorio diventa auto-sostenibile quando è capace di riprodurre la vita

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Un territorio diventa auto-sostenibile quando è capace di riprodurre la vita

Karl-Ludwig Schibel intervista Alberto Magnaghi*

Possiamo dire che il suolo vive dei cicli naturali che si sono evoluti in lunghe fasi della storia del pianeta mentre il territorio in Europa è il risultato di un processo storico co-produttivo tra uomo e natura?

Mi sembra chiarissimo. Possiamo fare questa distinzione se parliamo di suolo come prodotto di cicli naturali di milioni di anni, principalmente come copertura forestale della terra e di zone umide. Tuttavia, se parliamo del suolo degli ultimi 10.000 anni, se non stiamo parlando delle foreste amazzoniche, dei ghiacciai o dei crateri dei vulcani, sicuramente parliamo di suolo che è stato o edificato (città, infrastrutture, riviere fluviali o marine) o trasformato in paesaggio agro-forestale; paesaggi che, essendo prodotti di una trasformazione co-evolutiva fra insediamento umano e ambiente, rappresentano un neo-ecosistema che chiamiamo territorio (natura trasformata in questo lungo processo co-evolutivo). In Europa in particolare quando parliamo della carenza, della distruzione, della crisi del suolo non possiamo che parlare di crisi del territorio, ovvero delle relazioni virtuose fra insediamento umano e ambiente che la nostra civiltà delle ma cchine ha interrotto, provocando profondi squilibri di questi neo-ecosistemi e, dunque, dell’ambiente dell’uomo; non della natura originaria che è già stata radicalmente trasformata in questi 10.000 anni.


Quindi dici che questo rapporto co-evolutivo tra uomo e territorio è stato interrotto con conseguenze negative, a volte catastrofiche. Diresti anche che nel presente c’è una differenza qualitativa di questo rapporto rispetto al passato? Inoltre quali sono le cause e quali i sintomi?


La differenza qualitativa con le civilizzazioni storiche sta nella negazione concettuale (giusnaturalista) della terra come produttrice di valore.

nique la police: Fermo immagine Napolitano

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Fermo immagine Napolitano

Il rischio dissoluzione delle autonomie locali in Italia

nique la police

L’Italia è un paese curioso: il presidente della repubblica va in televisione nel fine settimana e parla, di nuovo, di cessione di sovranità e nessuno lo cita o lo riprende. Il segretario del Pd non trova di meglio che passare la domenica a farsi riprendere presso la pompa di benzina di Bettola, in provincia di Piacenza, un tempo di proprietà del padre. Per sottolineare che la politica istituzionale è entrata in una sorta di X-Factor permanente, tra primarie ed elezioni, dove conta quindi la sola promozione del personaggio. C’è da chiedersi quanto conterà, nell’Europa che si è formata, un ceto politico del genere. Il resto è occupato dalle cronache di un saccheggio dissennato e, a suo modo, creativo dei beni pubblici dalla Lombardia alla Calabria. Ma quando Napolitano parla di cessione di sovranità, come abbiamo evidenziato in questo articolo non costruisce mai passaggi casuali. Tantomeno nel discorso di fine settimana.

Stavolta si tratta di capire le implicazioni del discorso di Napolitano non sulle mutazioni, per certi versi clamorose, della forma stato del paese. Si tratta piuttosto di capire meglio le trasformazioni promosse dal discorso di Napolitano in materia di enti locali. Anche perchè l’abolizione delle province, nonostante la sostanziale indifendibilità del ceto politico che le abita, ha rappresentato il cavallo di Troia per una più complessiva ristrutturazione delle autonomie locali italiane.

Intanto, due parole sullo scenario. Mentre media e stampa nazionali si scatenavano su Fiorito e Formigoni, alimentando più che altro avanspettacolo, sul Guardian e sulla Frankfurter Allgemeine campeggiava in prima pagina la notizia di una bozza di progetto sulla ristrutturazione del bilancio Ue. Nel senso che undici paesi dell’area euro, tra cui l’Italia, hanno preparato una bozza d’accordo che prevede che, a livello continentale, si allarghi il budget comunitario.

Stefano D’Andrea: Repressione finanziaria, potere monetario e cancellazione del debito

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Repressione finanziaria, potere monetario e cancellazione del debito

di Stefano D’Andrea

1. Repressione finanziaria come situazione e come regime giuridico.

Repressione finanziaria è espressione sconosciuta ai più.

Nell’uso volgare indica due diversi fenomeni: una situazione, creata da un’azione politica; e l’azione politica che la genera. Con la formula “azione politica” alludo all’emanazione e alla vigenza di un insieme di norme giuridiche volto a reprimere la redditività del capitale finanziario messo a rendita.

Repressione finanziaria è la situazione in cui il risparmio non genera rendite, o meglio genera rendite molto basse, inferiori al tasso d’inflazione. Nella situazione di repressione finanziaria, il tasso d’interesse reale  dei titoli del debito pubblico (reale vuol dire che è corretto dall’inflazione) è negativo.


2. Una lunga stagione di repressione finanziaria.

Un recente e approfondito studio, promosso dal FMI, ha constatato che tra il 1946 e il 1980 il tasso medio di interesse reale sui titoli di stato delle economie avanzate è stato negativo (-1,6%); negativo è stato anche il tasso reale di sconto (-1,1%) (1).

I tassi di interesse reali negativi comportano una diminuzione dello stock di debito, senza che, per estinguere il debito, sia necessario utilizzare enormi entrate fiscali o tagliare la spesa pubblica. Mantenendo i tassi nominali al di sotto dell’inflazione si riduce il valore (reale) del debito, spostando ricchezza dai creditori ai debitori.

Roberto Finelli: Perchè nell'opera di Marx non c'è una teoria della democrazia

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Perchè nell'opera di Marx non c'è una teoria della democrazia

di Roberto Finelli

Sul piano pragmatico della storia sociale e politica, almeno di tutto il ’900, il movimento operaio dell’Occidente ha costantemente intrecciato i valori dell’eguaglianza e della giustizia sociale propri del marxismo con quelli della libertà e dell’autodeterminazione politica propri della tradizione democratica. Invece va detto che sul piano propriamente teoretico e categoriale il concetto e il termine di «democrazia» rimangono sostanzialmente estranei all’opera di Marx. Questa estraneità categoriale, se pone dei problemi al marxismo, pone contemporaneamente dei problemi alla democrazia. Soprattutto oggi che, la realtà della globalizzazione, con un curioso effetto di après coup, di Nachträglichkeit, dà valore di verità alla scelta teorica e scientifica di Marx di aver concettualizzato come protagonista egemonico del moderno l’economico e il suo intrinseco eccesso, a danno di quell’autonomia e capacità di costruire realtà che, in modo troppo presuntivo e ideologico io credo, è stata attribuita al politico soprattutto nell’ultimo trentennio dalla maggioranza della filosofia sociale e politica.

Lo scopo di questo mio intervento è quello di svolgere alcune riflessioni sulle ombre e sui limiti, ma paradossalmente, anche sui meriti e sulle luci del vuoto democratico nell’opera di Marx. Da questo punto di vista dividerò la mia esposizione in due parti, la prima dedicata al rapporto tra il non-essere della democrazia e il giovane Marx, la seconda tra l’assenza della democrazia e il Marx del Capitale.


«Junghegelianismus» ed effetti fusionali-simbiotici della «Gattungstheorie»

Fino alla sua permanenza in terra tedesca nell’ottobre del 1843 il giovane Marx è iscritto, dalla tradizione esegetica, nel ruolo, presocialista, dei teorici della democrazia radicale.

Fabrizio Tringali: Vi spiego i piani di chi vuole più Europa

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Vi spiego i piani di chi vuole più Europa

di Fabrizio Tringali

Fabrizio Tringali, autore insieme a Marino Badiale di "La trappola dell'euro", con la prefazione di Alberto Bagnai, spiega perché è stata perseguita la moneta unica, in Europa, nonostante gli economisti sapessero fin dall'inizio che sarebbe stata una catastrofe

Buongiorno a tutti. Sono Fabrizio Tringali e sono l'autore di un libro uscito da poco sull'euro e sull'Unione Europea; il titolo del libro è “La trappola dell'Euro. Le cause, la crisi, le conseguenze e la via d'uscita”, scritto insieme a Marino Badiale che insegna matematica all'Università di Torino.

 Sono molto grato a Claudio Messora per avermi dato la possibilità di raccontarvi qualcosa, rispetto alla crisi che stiamo vivendo, che spero possa esservi utile, affrontando anche qualche aspetto che magari finora non è stato del tutto affrontato. In effetti Marino Badiale ed io iniziamo a parlare della crisi e soprattutto del fatto che le cause della crisi vanno ricercate prevalentemente nell'euro già dai primi mesi del 2011, quando iniziammo a discutere di queste cose pubblicando un breve saggio all'epoca e venivamo abbastanza guardati come matti, ci dicevano che la crisi è dovuta al debito pubblico, la crisi è dovuta a Berlusconi, la crisi è dovuta alla corruzione, alla mafia, la crisi è dovuta a questo paese che non è capace di stare al pari con gli altri paesi dell'Europa migliori di noi. Ecco, tutte queste cose, che possono essere in parte vere, in parte non lo sono affatto e in parte magari sono, per così dire, delle aggravanti rispetto ad una situazione di crisi che però non è assolutamente dovuta a questo ma è dovuta appunto alla moneta unica. E questo, finalmente, devo dire che nel dibattito pubblico sta emergendo ormai, sta emergendo da tutte le parti, anche grazie al lavoro che sta facendo Claudio Messora, ma anche grazie a una persona come Alberto Bagnai, per esempio, che con un bellissimo blog ha spiegato moltissimi degli aspetti, delle criticità dell'euro, tra l'altro Alberto ha scritto anche la prefazione al libro che io e Marino abbiamo scritto.

Sandro Moiso: Dove stiamo andando

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Dove stiamo andando

di Sandro Moiso

Per un errore di interpretazione di un testo latino che attribuiva agli amalfitani l’invenzione della bussola, per secoli si è dimenticato che la scoperta dell’asse magnetico terrestre è da attribuirsi ai cinesi e ai vichinghi, mentre è da attribuire agli arabi la diffusione della bussola nel Mediterraneo.
Al massimo l’amalfitano Flavio Gioia l’avrebbe perfezionata, rendendola più stabile.

E’ la solita storia italiana: nazione di eroi, santi, navigatori, inventori e falsificatori.

Certo la bussola della politica italiana, dalla nascita dello stato nazionale in avanti, un’importante modifica l’ha subita.
L’ago è stato sostituito da un manganello che, a seconda delle epoche, può variare lunghezza, dimensione e materiale di cui è fatto, ma non la sua funzione: quella di indicare dove stanno andando l’economia e la società nazionali.

Se gli operai provano a chiedere : ”Dove stiamo andando? Che fine faremo? Che avverrà del nostro lavoro e del nostro salario?” La risposta esatta è: cariche e manganellate.
Se gli studenti e i giovani chiedono: “Dove stiamo andando? Che fine farà l’istruzione pubblica? Che ne sarà del nostro futuro?” Ancora una volta la risposta sarà data dalle manganellate e dalle cariche della polizia.

Raffaele Alberto Ventura: Tempo fuori sesto

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Tempo fuori sesto

Guy Debord contro la Modernità

di Raffaele Alberto Ventura

PRIMO TEMPO

Nell’eredità del situazionismo c’è qualcosa di paradossale. Da una parte, i concetti elaborati tra il 1952 e il 1968 in seno all’Internazionale Lettrista e poi Situazionista sono pervenuti a una posizione egemonica, costituendosi come sovrastruttura ideologica del sistema del consumismo culturale: parte integrante del cosiddetto «nuovo spirito del capitalismo». Ma d’altra parte proprio nel Sessantotto, e proprio con La Società dello Spettacolo, Guy Debord dava corpo a una riflessione tragica sulla Modernità che oggi nutre varie forme di pensiero più o meno reazionario — dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist a certe frange dell’anarco-primitivismo. Per semplicità, diremmo che vi sono due modi di «recuperare» il situazionismo, l’integrato e l’apocalittico. Si potrebbe allora credere che le contraddizioni del post-situazionismo rispecchino le contraddizioni del situazionismo, e magari le trasformazioni del pensiero di Guy Debord. In verità, come mostreremo, non c’è alcuna contraddizione, e ben poche trasformazioni. Apocalittico e integrato sono le due facce di una medesima medaglia.

Ma queste due facce vanno innanzitutto descritte. Da una parte, dunque, il situazionismo incarnò la dimensione libertaria, borghese, studentesca e artistica del Sessantotto, che nella storiografia popolare ha oramai del tutto oscurato la dimensione operaia e sindacale. «Il più grande sciopero generale di Francia», con la sua epica da vecchio romanzo di Emile Zola, non regge il confronto con The Dreamers. Vuoi mettere Etienne Lantier con Eva Green? Così il Sessantotto può oggi essere riassunto nello slogan coniato dai situazionisti di Strasburgo, che poi andrebbe benissimo anche per riassumere la società capitalista: «Vivere senza tempi morti e godere senza limiti». I baby boomers avevano stabilito che la nicciana «morale dei padroni» non andava sconfitta, bensì adottata. L’idea era semplice ma geniale: se gli schiavi avessero preso a desiderare quello che desiderano i padroni, si sarebbero ribellati per ottenerlo. Si trattava insomma di mettere il carro davanti ai buoi, credendo o fingendo di credere che i buoi avrebbero seguito.

R.R.Canale e U.Marani: I due debiti gemelli dell’Eurozona

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

I due debiti gemelli dell’Eurozona

Rosaria Rita Canale e Ugo Marani

A seguito della crisi finanziaria del 2007, i paesi dell’Eurozona hanno teso a separarsi in due grossi blocchi a seconda della loro capacità di rispettare i vincoli comunitari dei parametri relativi al disavanzo e al debito pubblico.

L’opinione prevalente, e in primo luogo quella delle istituzioni comunitarie, ha teso, in base a un discutibile criterio di causalità, a mettere in relazione fragilità nazionali e dissipatezza delle finanze pubbliche e a individuare il fiscal retrenchment quale condizione necessaria per il ripristino della credibilità nazionale e della sopravvivenza della valuta unica.

Man mano che la crisi si acutizzava, un più rilevante elemento di squilibrio si evidenziava: un’external imbalance, ovvero la presenza, e in taluni casi la compresenza, di deficit delle partite correnti e di deflusso dei capitali a breve termine. Si tratta di uno squilibrio decisivo che merita un’attenta valutazione, ma che, dalla governance europea è stato celermente assorbito nell’interpretazione consueta, in ragione delle relazioni che si presume esistano tra external imbalance e fiscal imbalance. Una sintesi lucida di questo approccio è contenuta nell’ultimo Rapporto dello European Economy Advisory Group (EEAG 2012): un incremento del disavanzo e del debito pubblico agisce negativamente su entrambe le componenti della bilancia dei pagamenti, aumentando il livello di importazioni di beni e minando la credibilità dei titoli pubblici.

Riccardo Bellofiore: Mario Draghi, lezioni di marxismo dalla BCE

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Mario Draghi, lezioni di marxismo dalla BCE

di Riccardo Bellofiore*

Introduzione

È tempo di “compiti a casa”. Nel mio caso, mi è stato assegnato un “compito per l’estate”: commentare la relazione di Mario Draghi alla giornata in ricordo di Federico Caffè, il 24 maggio (il testo integrale si può trovare nella Sezione Documenti di questo numero di alternative per il socialismo). È un discorso di notevole interesse. Mi è parso, visti i tempi che corrono, che fosse bene inquadrare il ragionamento svolto in quell’occasione dal presidente della Banca Centrale Europea nel quadro più generale dei suoi successivi interventi. Mi riferisco, in particolare, all’intervista a Le Monde (22-23 luglio) e all’articolo su Die Zeit (29 agosto), ma anche ad un paio di pronunciamenti ufficiali, in particolare lo Speech al Global Investment Conference di Londra (26 luglio), e l’Introductory Statement a Francoforte (6 settembre). Considererò pure una intervista al Wall Street Journal (24 febbraio) che ha fatto un certo scandalo perché - si sostiene - Draghi avrebbe lì buttato definitivamente nel cestino il modello sociale europeo.

A me pare che uno sguardo più complessivo faccia emergere una ricostruzione non banale, e in alcuni snodi persino condivisibile, della crisi europea; di qui si può comprendere meglio la risposta di politica economica della Bce all’instabilità di questi ultimi mesi. Si tratta di un punto di vista incompleto e contraddittorio, ma che va letto “dinamicamente”, e tenendo conto delle sue ragioni: non delle nostre.

Elisabetta Teghil: Un incubo

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Un incubo

di Elisabetta Teghil

Secondo una lettura che va per la maggiore, il popolo libico e quello siriano si sarebbero sollevati e, nonostante la repressione poliziesca e quella militare, avrebbero, nel primo caso, rovesciato il dittatore e, nel secondo, starebbero tenendo testa a polizia ed esercito governativi.

Allora, forse, è il caso di andare in delegazione, anzi, direi, in pellegrinaggio, in Libia e in Siria, per farci spiegare come sia possibile, per una popolazione, sconfiggere polizia ed esercito o, comunque, tenergli testa.


Le vicende libiche e siriane ci dimostrerebbero, sempre se fosse vera la lettura che va per la maggiore, l’infondatezza della nostra presunta superiorità culturale, tecnica e politica.

Una domanda a margine, ma le donne possono far parte di questa delegazione o no?

Ma, almeno fra noi che ci dilettiamo di grafici, citazioni, parole difficili e scriviamo articoli il più lunghi possibile (versione del detto popolare “altezza è mezza bellezza” e, in questo caso, più lungo è, più dotto è) ma, almeno fra noi, ci possiamo fare il racconto semplice e prosaico che sono i paesi occidentali che hanno rovesciato Gheddafi e stanno tentando questo con Assad?

E’ così difficile dirlo e raccontarlo?

Norbert Trenkle: Terremoto nel mercato mondiale

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Terremoto nel mercato mondiale

Sulle cause profonde dell'attuale crisi finanziaria

Norbert Trenkle (gruppo Krisis)

[Nel 2008, a seguito della crisi economica mondiale scatenata dall'implosione dei cosiddetti mutui “subprime” negli Stati Uniti, esce, a cura di Norbert Trenkle del gruppo Krisis, il testo “Weltmartkbeben” (Terremoto nel mercato mondiale), qui tradotto.

Il testo assume un'importanza particolare, nella misura in cui riassume le posizioni che questo gruppo porta avanti da anni e che in qualche modo hanno largamente anticipato la crisi e le sue ragioni. Esso prova a dare una lettura “inattuale” e fuori dal coro della crisi economica in corso, lettura che può aiutare ad impostare correttamente il problema e a cercare soluzioni più radicali e capaci di intaccarne i meccanismi di fondo.

Per un aiuto alla lettura, sinteticamente ecco i punti “forti” del testo:

  •     la crisi economica mondiale era in corso da lungo tempo e la sua esplosione entro un periodo più o meno breve era ampiamente prevedibile
  •     le cause di questa esplosione non sono da ricercarsi nella malvagità di un numero comunque limitato di avidi speculatori dediti alla finanza più cinica e spietata, ma nel meccanismo di fondo della riproduzione capitalistica stessa. La “rivoluzione microelettronica”, ovvero il passaggio da una produzione seriale meccanica fondata sul lavoro vivo ad una fondata sulla tecnologia microelettronica, ha destrutturato gli apparati produttivi, aumentando in modo esponenziale la produttività del lavoro e al tempo stesso espellendo lavoro vivo.

Augusto Illuminati: Contro gli spettri dell’Uno

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Contro gli spettri dell’Uno

Per un politeismo politico

Augusto Illuminati

Come può saltare in mente di occuparsi di teologia o di teologia politica, con questi chiari di luna? Ebbene, proprio con la crisi e l’avvento dei governi tecnici, con connessi sproloqui su trascendenza e necessità del fenomeno, ferree leggi dell’economia, occulta personalizzazione di mercati e spread, misteriosissima consistenza e tossicità di prodotti finanziari e derivati di ogni sorta, cosa c’è di più teologico, nel senso speculativo e in quello più basso di seduta spiritica ed esorcismi taglia-deficit? In cosa si distinguono i moderni economisti da astrologi, angelologi e demonologi professionali o dilettanti, maghi e stregoni? Se non che costoro, a volte, ci azzeccavano e i maestri del pensiero teologico argomentavano con rigore da premesse solo probabili, sfornando avvincenti prestazioni logiche. Lo stesso non si può dire di economisti e manager sul piano esplicativo e, peggio ancora, previsionale. Le streghe conoscevano empiricamente un bel po’ di rimedi curativi a paragone dei promotori finanziari del terzo millennio e degli esperti di spending review. Di politici e giornalisti specializzati è più bello tacere.

 Eppure, mai come in questa decadenza di teologia e teurgia è stata viva la tentazione di ricavare da quelle categorie divine indicazioni umane, di mettere in vigore le fantasie metafisiche in articoli di legge e massime costituzionali, conferendo una sanzione soprannaturale alle più arruffate pratiche di uso pretestuoso della crisi e di governo dello sfruttamento biopolitico e moltitudinario.

Sergio Bruno: La produttività, il tempo e la confusione di Squinzi

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

La produttività, il tempo e la confusione di Squinzi

di Sergio Bruno

L’incultura dominante insiste sul fatto che dalla crisi si esce lavorando di più. Ma in questo modo si ignora che cosa sia la produttività, che cosa la possa migliorare, gli orizzonti temporali degli investimenti. e il ruolo delle politiche

La produttività

Il presidente di Confindustria Squinzi chiede: “bisogna lavorare di più, più ore, diminuendo festività e ferie. Qualunque tipo di provvedimento sulla competitività passa per il fatto che bisogna lavorare di più, più ore”.

Vediamo gli aspetti economici: la produttività viene misurata come valore di un prodotto rapportato a un fattore della produzione. Questo in principio. In pratica il prodotto viene rapportato al solo lavoro, perché ... è facile contare gli occupati e/o le ore lavorate. Di produttività totale dei fattori si parla solo in pubblicazioni specializzate e di produttività del capitale quasi mai, perché le relative stime sono dubbie e dipendono da ipotesi eroiche. Macchinari e impianti sono così diversi tra loro (eterogenei) che come si fa ad aggregarli? I lavoratori invece .... si può fingere che siano omogenei perché i differenziali di remunerazione sarebbero proporzionali ai loro differenziali di produttività. “Sarebbero”, perché la fiducia in un mercato capace di operare un tale miracolo è tanto cieca da ignorare miriadi di evidenze di segno contrario (si pensi solo a quanto è cresciuto negli ultimi trent’anni lo stipendio relativo dei manager rispetto a quello degli operai).

Squinzi pensa che bisogna lavorare più ore. Il prodotto fisico potrebbe crescere in proporzione esatta, ovvero più o meno proporzionalmente. Nel primo caso la produttività oraria resterebbe eguale, nel secondo aumenterebbe, nel terzo diminuirebbe. Ma in valore? Le si pagano o no le ore lavorate in più (è quel che chiede Angeletti)?

Mario Alighiero Manacorda: Marx comunista e liberale

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Marx comunista e liberale

di Mario Alighiero Manacorda

Quel vecchio liberale del comunista Karl Marx” di Mario Alighiero Manacorda, da oggi in libreria per Aliberti, è un saggio provocatorio che ci invita a scoprire un Marx diverso dal cliché comune: un autore appartenente alla moderna tradizione liberale. Ne anticipiamo il capitolo introduttivo.

Il titolo di questo libro è decisamente provocatorio: ma non intendo proporre un Marx implicato col liberalismo economico-politico, nostrano o globalizzato, ma solo affermare che egli appartiene alla linea di sviluppo della civiltà moderna, interpretata criticamente, cioè che liberalismo e marxismo, come grandi correnti culturali del mondo moderno sono sulla stessa linea, e che è un grande abbaglio del liberalismo, in senso alto, respingere da sé questo nuovo pensiero.

Allora mi avevano suggerito questo argomento due testimonianze che, pur lontanissime tra loro, associavano appunto liberalismo e comunismo. La prima è un agile libro del 2007 di un inglese divenuto fiorentino, Paul Ginsborg, su La democrazia che non c’è, che si apre e si chiude con un immaginario dialogo concorde-discorde tra i due massimi rappresentanti del liberalismo e del comunismo ottocenteschi, John Stuart Mill e Karl Marx (i quali però, pur vissuti a Londra negli stessi anni, non si sono mai incontrati). L’altra è la sciagurata enciclica Spe salvi di papa Ratzinger, del 30 novembre 2007, che nella sua falsificante polemica col mondo moderno, che pone tutte le sue speranze nell’uomo anziché in dio, mette però correttamente Marx sulla stessa linea ideale con Bacone e Kant.

Elena Granaglia: Quattro meriti dell'universalismo

E-mail Stampa
AddThis Social Bookmark Button

Quattro meriti dell'universalismo

di Elena Granaglia

L’idea di un ridimensionamento dei confini dello stato sociale così radicale quale quello auspicato da Alesina e Giavazzi nel fondo del Corriere della Sera di domenica 23 settembre è largamente osteggiata nel centro-sinistra. In forme più sfumate, l’idea è tuttavia presente anche in questo schieramento.

La ragione addotta talvolta è economica: i vincoli finanziari renderebbero lo stato sociale universalistico insostenibile. Talvolta è più fondamentale. Anche se potessimo permettercelo, l’universalismo sarebbe in molti ambiti da abbandonare in quanto iniquo: perché trasferire risorse a chi di risorse non è privo? Per alcuni, a disturbare sarebbe poi la mera vecchiaia dell’ideale. In questo contesto, vale la pena ricordare brevemente quattro meriti dell’universalismo che, a sinistra, dovremmo più tenere a mente.

Merito 1. Il riconoscimento del carattere assicurativo di molte prestazioni sociali. Nonostante la cautela se non il vero e proprio discredito con cui oggi spesso il termine è utilizzato, la sicurezza è da sempre fonte di benessere per gli individui. I mercati, tuttavia, sono spesso incapaci o, comunque, largamente carenti nell’offrirla. Emblematico è il caso dell’assicurazione sanitaria privata, la quale non è in grado di coprire molti rischi (in primis, non assicura le persone molto anziane per ragioni di selezione avversa e, per tutti, assicura essenzialmente il primo evento rischioso, non i successivi, che tendono ad essere esclusi dal paniere delle prestazioni assicurate). Per i rischi assicurabili, inoltre, è, comunque, assai più costosa della soluzione pubblica per ragioni che nulla hanno a che fare con una superiorità intrinseca in termini di qualità (cfr. il ruolo dei costi amministrativi, incentivi alla moltiplicazione delle prestazioni, maggiori difficoltà di controllo delle rendite dei medici…).

Pagina 77 di 171

You are here: