SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Piero Bevilacqua: La svendita del nostro patrimonio

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La svendita del nostro patrimonio

di Piero Bevilacqua

E’ già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per  ragioni  ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di  un immenso complesso di terreni ed annessi  che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.

Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine del manifesto (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un  giurista dell’Italia liberale, Antonio  Del Bon, che in un “manifesto“ del 1867 elencava con grande saggezza e competenza  le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinqunnale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia  i demani in proprietà dello Stato, quale « Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente .>>  da conservare anche per le future generazioni.

Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare.

Rino Genovese: La famiglia italiana o della messa a morte dell’individuo

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La famiglia italiana o della messa a morte dell’individuo

By Rino Genovese

La famiglia in Italia non è un semplice sottosistema all’interno del più ampio sistema della società, secondo una definizione tipica della teoria sociologica. E neppure un istituto da studiare nei termini della celebre triade hegeliana famiglia-società civile-Stato. È molto di più: è il cuore stesso di quella che può essere detta l’ideologia italiana.

Che cosa s’intende per “ideologia”? Ci sono significati del termine differenti tra loro, e qui sarebbe impossibile prenderli in esame. L’uso che ne propongo è comunque circoscritto. Ideologia sono le abitudini e i costumi più o meno tradizionali in quanto vissuti emotivamente dall’interno, così da permeare la vita sociale degli individui. Se il concetto di cultura, nel suo senso antropologico, descrive le usanze e i costumi mediante uno sguardo dall’esterno, nelle loro differenze o analogie rispetto a quelli di altre culture, l’ideologia considera queste usanze e questi costumi come un orizzonte intrascendibile, avvertito in quanto tale dagli individui stessi: un insieme di credenze per lo più tacite, scontate, mai messe in questione, che fanno da sfondo alla loro identità.

In Italia l’orizzonte intrascendibile è dato dalla famiglia. Negli altri Paesi europei ci si trova di fronte a una molteplicità di elementi riconducibili, in fin dei conti, all’individualismo occidentale moderno, spesso di matrice protestante, capace di staccare il singolo dai vincoli della parentela per proiettarlo nella società.

Elisabetta Teghil: Il debutto in società

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Il debutto in società

di Elisabetta Teghil

La Jugoslavia, quando è stata aggredita, non aveva un ruolo strategicamente importante né con riferimento ai criteri del passato, cioè vantaggi militari, accesso al mare o ad un fiume navigabile, stretti, canali, alture……né a quelli odierni, cioè controllo di particolari ricchezze , petrolio, gas, carbone, ferro, acqua….

Per gli Stati Uniti, il Kosovo, che è stato il pretesto/occasione, non presentava e non presenta un interesse strategico nel senso passato e presente del termine.

Allora perché?

Per tre buoni motivi.

Il primo è la nuova legittimazione della Nato. Quest’ultima, concepita in funzione anti patto di Varsavia, una volta sciolto questo, non avrebbe avuto più motivo di esistere.L’aggressione alla Jugoslavia ha fornito agli Stati Uniti l’occasione per avviare il nuovo concetto strategico della Nato, e lo ha applicato alla nuora, la Jugoslavia, perché suocera intenda e cioè l’Europa, perché gli USA vogliono conservare ed accentuare la loro egemonia nel vecchio continente e non c’è spazio per un’organizzazione militare specifica dell’Europa occidentale.

Da qui, anche, la cooptazione nella Nato di paesi dell'Est europeo.

Vladimiro Giacchè: Il manifesto politico di Mario Draghi (e i suoi limiti)

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Il manifesto politico di Mario Draghi (e i suoi limiti)

di Vladimiro Giacchè

È un segno dei tempi che sia un banchiere, anzi IL banchiere europeo per eccellenza, Mario Draghi, a proporre all’opinione pubblica europea il più importante manifesto politico di questi mesi. Perché l’articolo del presidente della BCE pubblicato sul settimanale tedesco “Die Zeit” (con un titolo cretino che la dice lunga sulle ossessioni monomaniacali dell’establishment di quel paese: “Così l’euro resta stabile!”) è un vero e proprio manifesto politico.

Certo, tutti i commentatori sono andati a cercare, in fondo al testo di Draghi, le parole sulla BCE e su quello che intende fare per evitare l’implosione dell’area valutaria. E non sono stati delusi. Draghi infatti afferma, a beneficio dei lettori tedeschi, che la BCE “farà quanto necessario per garantire la stabilità dei prezzi. Resterà indipendente. E opererà sempre nell’ambito del proprio mandato”. Ma aggiunge, a beneficio dei lettori di quasi tutti gli altri paesi europei, che “la fedeltà al proprio mandato può richiedere di andare oltre le consuete misure di politica monetaria”.

Questo avviene quando “nei mercati dei capitali predominano paura e irrazionalità, quando il mercato finanziario comune torna a suddividersi lungo le linee tracciate dai confini nazionali”: ossia quando, come sta accadendo in questi mesi, il mercato europeo dei capitali si balcanizza, con gli stati finanziariamente più solidi che riportano i soldi a casa e diventano rifugio di capitali in fuga dagli altri.

Ezio Partesana: Beneficio di inventario

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Beneficio di inventario

Ezio Partesana

A diciotto anni dalla morte di Fortini, in una grande libreria del centro di Milano nessun suo testo è disponibile, eccezion fatta per i due volumi della manifestolibri e anche questi, mi informa cortese il commesso della Feltrinelli, sarebbero comunque da ordinare. Esco e sento una voce che conoscevo bene chiedere: Beh, Partesana, che cosa si aspettava?

È vero, se i titoli di Fortini mancano dagli scaffali delle librerie non è per chissà quale complotto contro la sua opera o censura delle sue idee, ma semplicemente perché non vendono; fategli avere i lettori di Pasolini, per dire, o di Umberto Eco e vedrete Einaudi e Garzanti affrettarsi a ristampare quanto hanno in catalogo e i distributori prenotare copie da consegnare alle librerie.

Meritano quindi il giusto riconoscimento quanti ancora insistono a conservare la sua eredità e a riflettere sul suo lavoro, siano essi il Centro studi che porta il suo nome o i poeti che scrivono (e assai bene) tenendolo per interlocutore e maestro. Purtroppo io non ho alcuna competenza per discutere di questi sforzi, e posso solo essere contento che non tutto sia andato disperso, lasciando a altri il lavoro faticoso della verifica e della critica. Esiste però nell'opera di Fortini anche un ordine di discorso, che potremmo per brevità chiamare “filosofico”, intorno al quale il silenzio è un po' cupo e le mie conoscenze meno lacunose, e che meriterebbe invece di essere oggetto di una discussione il più possibile collettiva e politica. Si tratta, dico, del rapporto tra produzione, opera letteraria e ideologia; “questione di frontiera” sì, ma anche luogo dove si intrecciano alcuni concetti cardine del pensiero di Fortini e buon osservatorio per comprendere cosa ne è stato di alcune sue tesi.

nique la police: L'antifascista

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L'antifascista

di nique la police

Pensare che le dichiarazioni di Pierluigi Bersani sul fascismo di Grillo appartengano esclusivamente ad un catalogo, oltretutto piuttosto ristretto, di banalità non significa solo trascurare l’importanza che ha la produzione di parole sui media. Anche se già qui sarebbe come pensare che Facebook è uno strumento banale, e non una complessa infrastruttura di reti sociali, solo perchè non è raro trovarci delle banalità. Bisogna piuttosto leggere le dichiarazioni di Bersani come una modalità di funzionamento della politica istituzionale. Un dispositivo da smontare piuttosto che qualcosa da ignorare o da insultare.

In questo senso l’accusa di “fascismo”, poi vedremo in che modo, lanciata da Bersani sostanzialmente contro Grillo e Di Pietro è qualcosa che merita un livello minimo di analisi. Facciamo un passo indietro: da tempo circola un video, commentato da Grillo e Di Pietro, dove Bersani, assieme ad altri protagonisti della politica istituzionale, è raffigurato come uno zombie. E qui bisogna vincere la voglia di affermare la verità, e cioè che Bersani e gli altri non sono solo dei morti viventi ma ne rappresentano l’epifania, e guardare alle reazioni del segretario del Pd.  Bersani ha infatti accusato chi dà dello zombie ai dirigenti del Pd di essere un “fascista”, anzi un “fascista del web” che sta cercando di riproporre al paese una nuova stagione diciannovista. Tutte la categorie usate meritano attenzione. Vediamo come.

L’uso dell’accusa di fascismo all’interno della sinistra, e poi del centrosinistra, è vecchio più o meno quanto le camice nere. A lungo, entro modi e linguaggi molto diversi, l’accusa di fascismo è servita per indicare un pericolo esterno (il fascismo, appunto, in molteplici forme) ma anche quello di un forte autoritarismo interno alla sinistra (ed è qui che l’accusa di fascismo è stata scambiata, poi sostituita, con quella di stalinismo).

Toni Negri: Spunti di ‘critica preveggente’ nel Capitolo VI inedito di Marx

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Spunti di ‘critica preveggente’ nel Capitolo VI inedito di Marx

di Toni Negri

Quando si legge il Capitolo VI Inedito avendo già studiato il Libro I de Il Capitale, si è colpiti dalla potenza teorica e dalla chiarezza dell’esposizione di alcuni concetti che, quasi nel medesimo periodo, Marx costruiva, non altrimenti ma con altra intonazione, nel Libro I appunto. Non è solo su questa potenza teorica che noi vorremmo qui intrattenerci, vorremmo anche mostrare che la rilevanza del Capitolo VI Inedito consiste nel fatto che qui alcuni di quei concetti divengono la sorgente di importanti sviluppi della critica politica marxiana e permettono di cogliere, meglio, di orientare dei dispositivi teorici per una migliore comprensione del capitalismo contemporaneo. Infatti Marx qui sopravanza spesso la sua propria capacità di illustrare i perversi meccanismi dello sfruttamento capitalista e, mentre vede la tendenza svilupparsi, egli sembra collocarsi (teoricamente) nell’a-venire della lotta di classe contro il capitale. (Qui di seguito citiamo da K. Marx Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito. Risultati del processo di produzione immediato, La nuova Italia, Firenze, 1969 – trad. Bruno Maffi; prima ed. tedesca Arkhiv Marska i Engel’sa, tomo II (VII), 1933, pagg. 4 – 229. Vedi poi K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 2 vol., trad. Enzo Grillo; La nuova Italia, Firenze, 1968-70; K. Marx, Teorie sul plusvalore, trad. G Giorgetti, Editori Riuniti, Roma, 1971.)

I capitoli nei quali questa “preveggente critica” si costruisce, sono essenzialmente quelli che riguardano la definizione del plusvalore assoluto e relativo (con annessa considerazione dello sviluppo delle tecnologie e del macchinismo) e che di conseguenza elaborano le categorie di “sussunzione formale” e “reale”; quelli nei quali si costruiscono i concetti di “lavoro produttivo” e “lavoro improduttivo” e si insite sulla posizione e funzione della scienza all’interno del processo di valorizzazione del capitale; e in fine quelli che toccano il concetto e la misura della produttività del capitale e forse afferrano, scavando nell’estensione e nella densità sociali dello sfruttamento capitalista, l’immagine di un soggetto rivoluzionario che illumina l’orizzonte contemoporaneo.

Sergio Cesaratto: Un'agenda per l'autunno

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Un'agenda per l'autunno

di Sergio Cesaratto

L'elemento da cui deve partire un ragionamento di sinistra sul che fare nel prossimo autunno è che, rebus sic stantibus, reddito e occupazione in Italia continueranno a calare nel quadro di una stagnazione complessiva dell'Europa che costituirà, a sua volta, causa principale del rallentamento dell'economia globale. Non c'è luce in fondo al tunnel. Tale preoccupazione traspare nell'intervista pre-ferragostana che Stefano Fassina, il braccio destro economico di Bersani, ha rilasciato al Foglio (9/8); assai meno nella coeva intervista rilasciata da Bersani al Sole in cui egli rivendica la continuità europeista coi Ciampi e Padoa-Schioppa e, viene da desumere, col montismo: «Noi siamo quelli dell'euro... lealtà al governo Monti, lealtà verso il grande obiettivo europeo, responsabilità nella tenuta dei conti, nella riduzione del debito e nella costruzione di un avanzo primario»; sebbene la Germania abbia le sue responsabilità e abbia guadagnato dall'euro «noi paesi cosiddetti periferici dobbiamo riconoscere che dopo l'euro non abbiamo fatto i compiti a casa, non abbiamo approfittato dell'abbassamento dei tassi». E dagli coi «compiti a casa». L'obiettivo di diminuire il rapporto debito pubblico/Pil non è per la sinistra un obiettivo condivisibile, tanto meno nel quadro di stagnazione prima, e di aperta crisi ora, in cui la moneta unica ha condotto il paese. Né il debito pubblico costituisce un problema con bassi tassi di interesse, quelli che oggi vengono a mancare per la sciagurata inazione della Bce. Questo non per assolvere i casi di mala gestione pubblica, in particolare negli anni di Berlusconi. Ma non sulla tematica del debito pubblico la sinistra si deve crocifiggere. La Carta d'intenti del Pd è peraltro così vuota di contenuti che addirittura goffo è stato il tentativo di riempirla di temi - come le unioni civili - che sono punto di civiltà e non programma sociale, come chiosava domenica su questo giornale Alfio Mastropaolo.

Pur costituendo una base più ragionevole di discussione, il decalogo programmatico che Fassina ha proposto nella sua intervista ancora non copre in maniera soddisfacente il buco politico di Bersani.

aa.vv.: Taranto nel Mar grande delle contraddizioni globali di classe

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Taranto nel Mar grande delle contraddizioni globali di classe

di Davide Cobbe, Devi Sacchetto, Luca Cobbe

In modo intermittente, cioè in maniera molto diversa rispetto al passato, gli operai italiani ritornano costantemente al centro dello scontro politico di questo paese. Qualche anno fa quelli di Pomigliano e Mirafiori sono stati accusati di mettere a rischio i 20 miliardi di euro di investimenti promessi dalla Fiat e poi mai visti. Corrado Clini, che già si era allenato con gli operai di Porto Marghera, nella sua boutade agostana l’ha sparata ancora più grossa: gli operai dell’Ilva che chiedono ambienti salubri sono i responsabili della fuga degli investitori stranieri. Se nel caso della Fiat, qualche sindacato (la Fiom-Cgil e i Cobas) aveva provato a ridicolizzare Sergio Marchionne, nel caso di Clini il silenzio è piuttosto assordante. D’altra parte le forze politiche governative di ieri e di oggi amplificano il rimbombo, ammonendo che è in gioco niente meno che il futuro dell’Italia industriale. Emilio Riva d’altra parte non è un padrone qualsiasi e i verbali delle intercettazioni dipingono un quadro piuttosto articolato di persone coinvolte direttamente e indirettamente nella gestione ambientale e sanitaria. A quanto pare il buon padrone organizza la produzione, ma anche l’inquinamento e i sistemi destinati a nasconderlo. Vedremo quante notti carabinieri e custodi giudiziari passeranno a registrare che il flusso produttivo continua indisturbato. Intanto è piuttosto chiaro che tra Marchionne e Riva l’Italia industriale ne esce piuttosto male: quando non è sfruttata a pezzi sotto il marchio Chrysler, è sporca da fare schifo.

Forse per difendere tutto questo, Taranto sta diventando il crocevia di strategie sindacali, padronali e politiche. Qui ricadono le contraddizioni e i conflitti che da tempo attraversano la società italiana.

Alberto Bagnai: Il Viale del tramonto... porta all'Alba dorata

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Il Viale del tramonto... porta all'Alba dorata

di Alberto Bagnai

(sì, ho capito, mi faccio un culo come un secchio tutto il giorno... e allora vorrete privarmi di un quarto d’ora di sano divertimento? Suvvia, ho capito che la crisi è una cosa seria, ma non facciamone una malattia. A rilassarci ci aiuta l’ironia involontaria di tanti orecchianti, e anche quella, volontaria, lucida, disperata, del buon Basilisco.... per non parlare di quella buona pezza di santo subito che mi ha fatto modificare il titolo...).
 
Caro Alberto,
non so se ricordi una fantastico film di Elio Petri del 1973 "La proprietà non è più un furto" dove Flavio Bucci interpreta un personaggio che si definisce marxista-mandrakista.  Come sai io sono decrescista-leninista. Non si tratta di una scelta ma di una condanna inflittami dalla mia fede nelle leggi della termodinamica e dall'importanza che attribuisco all'epistemologia (non posso non stimare uno che dovendo fare la rivoluzione d'ottobre si preparava studiando l'empiriocriticismo di Mach). E tu sai bene quante discussioni abbiamo fatto e quante ne faremo su questi temi. Sono però costretto a riconoscere che gli ambientalisti di sinistra in Italia generano in me il più profondo sconforto (al di là dei casi estremi come Chicco Testa e Nichi Vendola per i quali forse la psicoanalisi può dare una risposta).
Va bene, vogliamo fate la rivoluzione e farla verde. Avanti compagni! Ma cosa facciamo in attesa dell'ordine nuovo che verrà? Per esempio sull'euro che scelta bisogna fare? A me pare che su queste questione ci sia il più grande caos tattico mascherato con visioni epicamente strategiche (come tu stai facendo vedere nel blog). Qualche giorno fa ho mandato una lettera al Manifesto che non mi sembra sia stata pubblicata. Te la mando, magari ti può interessare.
Marco Basilisco
 
Aspetta, Marco: prima permettimi di dirti una cosa. Ci sono in Italia due partiti, o meglio due movimenti (più o meno riferiti a partiti), fautori di politiche pinochettiane di riduzione del “government footprint”, due schieramenti di nemici dello Stato e dell’intervento pubblico nell’economia. I loro orientamenti politici sembrano diversi, sembrano opposti: pensa, uno sembra di sinistra, e l’altro sembra di destra.

Matteo Pasquinelli: Il numero della bestia collettiva

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Il numero della bestia collettiva

Sulla sostanza del valore nell’era della crisi del debito

di Matteo Pasquinelli

Non si legge Marx per avere una grammatica con cui descrivere a posteriori e dogmaticamente le lotte sociali (come fa la corrente detta ‘Hysterical Materialism’), ma lo si studia per vedere come i rapporti di produzione e il conflitto abbiano dato forma ai suoi concetti dall’interno.

Il campo del valore e la bestia collettiva

1. La concezione bicefala del valore in Marx. In molti oggi sostengono che in Marx (1867) si trovi una concezione bicefala del valore. Nel suo interessante libro More Heat than Light Mirowski (1989), ad esempio, mostra come Marx abbia attinto a due modelli in voga nella scienza del suo tempo per descrivere l’arcano della genesi del valore. In Marx comparirebbero per così dire una misura termodinamica e una gravitazionale del valore, una inspirata a Carnot e una a Newton, una metrica e una topologica, una basata sui cavalli vapore e una sul campo di forze, una basata sul tempo di lavoro e una sul lavoro socialmente necessario. Chiaro che nessuno dei due modelli si cuce perfettamente addosso al lavoro vivo: sulla questione ancora oggi ci si dibatte come in una camicia di forza. Proprio in questo quadro la rottura rappresentata dalla biopolitica foucaltiana è per Deleuze (1986) proprio l’introduzione del diagramma del potere come campo di forze, come macchina sociale astratta che va a sostituire il modello delle vecchie macchine termodinamiche. Anche se questa ambivalenza del testo marxiano è vera, e ogni lettura del palinsesto scientifico sempre affascinante, non è dalla prospettiva delle scienze dure che si dovrebbe cominciare a leggere Marx. Uno degli errori di Mirowski (e del suo sodale Georgescu-Roegen) sembra essere quello di credere che sia sempre un modello scientifico a influenzare nascostamente la teoria economica.

The Homeless Adjunct: Hamburger University

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Hamburger University

The Homeless Adjunct

Riprendiamo un articolo uscito recentemente su un blog americano, a proposito del processo di graduale privatizzazione e distruzione dell”istruzione universitaria pubblica negli Stati Uniti. Si tratta di un modello ancora ben lontano dal nostro, ma al quale, attraverso i successivi processi di riforma, ci stiamo lentamente avvicinando. La traduzione è di Enrico Natalizio, Paola Perin e Lorenzo Zamponi.

Qualche anno fa, Paul E. Lingenfelter iniziò la sua relazione sul definanziamento della pubblica istruzione scrivendo: “Nel 1920 H.G. Wells scrisse: ‘La storia è sempre più una gara tra l’educazione e la catastrofe.’ Credo che fosse nel giusto. Niente è più importante per il futuro degli Stati Uniti e del mondo della diffusione e dell’efficacia dell’istruzione, in particolare dell’istruzione superiore. Io dico con particolare attenzione all’istruzione superiore, ma non perché la scuola dell’infanzia, la scuola elementare e quella secondaria siano meno importanti. Il successo ai vari livelli di istruzione dipende, ovviamente, da ciò che è accaduto prima. Ma bene o male, la qualità dell’istruzione post-secondaria e della ricerca influisce sulla qualità e l’efficacia dell’istruzione ad ogni livello.”

Negli ultimi anni le discussioni sui vari aspetti per i quali le nostre università non funzionano sono cresciute come l’accumularsi di nubi temporalesche. Il dibattito verte sugli scarsi risultati scolastici nei nostri laureati, sulle tasse studentesche fuori controllo e sui rovinosi prestiti d’onore. Finalmente si presta attenzione agli stipendi enormi dei presidenti e degli allenatori sportivi e allo status riservato alla maggioranza dei docenti: simile a quello dei lavoratori migranti. Ora ci sono movimenti che vogliono limitare le tasse studentesche, condonare i debiti degli studenti, creare più potenti strumenti di “valutazione”, offrire materiali didattici gratuiti online e combattere lo sfruttamento dei docenti a contratto. Ma ognuno di questi movimenti si concentra solo su un particolare aspetto di un problema molto più ampio e nessun aggiustamento su questi singoli punti affronta la vera ragione per cui le università in America stanno morendo.

Dante Lepore: A proposito di capitale fittizio, stato e ricette anticrisi

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A proposito di capitale fittizio, stato e ricette anticrisi

di Dante Lepore

È opportuno premettere che l’atteggiamento ostile verso la «speculazione» è comune a tutte le posizioni. Sembra che questa speculazione sia un corpo (essi la chiamano «sfera») estraneo che causa la malattia del capitalismo, che, senza di essa, sarebbe sostanzialmente un corpo sano. Come quando la malattia è concepita come l’antitesi assoluta della salute (vista anch’essa come stato assoluto di beatitudine) anziché come il rovescio dialettico della salute. Non si trova nessuno che affermi che la speculazione sia una cosa buona; anche quando andava bene, al massimo la si accettava per costume pragmatico, perché sembrava si fossero acquisiti quei meccanismi conoscitivi che permettevano di arricchire in fretta con l’inflazione pletorica del capitale. Fino a quando, negli ultimi due anni, l'aumento del debito pubblico superava la riduzione del debito privato, anche i mercati crescevano, al punto che gli stessi privati si indebitavano sempre più sotto l’effetto del sistema Ponzi; ma quando l'aumento del debito privato, coi mutui, assicurazioni, ecc., ha superato l'aumento del debito pubblico, i mercati si sono fermati.

Per capire lo stretto legame tra capitale fittizio e indebitamento pubblico e privato, basta considerare come esso altro non sia che il rovescio speculare del credito: se si prende del denaro a credito, da un lato esso è prestito, in mano al finanziere (banche, ecc.), dall’altro è debito (Stati, comuni, famiglie, imprese, privati cittadini). Ci si indebita con i muti per la casa, ma anche per i consumi quotidiani, e persino per pagare gli interessi per i debiti contratti.

L’Ecuador dice si all’asilo politico per Assange

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L’Ecuador dice si all’asilo politico per Assange

È scontro con Londra

Si respira un clima da resa dei conti intorno all’ambasciata ecuadoregna a Londra. Al numero tre di Hans Crescent una miscela esplosiva di colpi di scena potrebbe far scoppiare una crisi diplomatica senza precedenti. Ad accendere la miccia è ancora lui, l’uomo più ricercato del mondo: Julian Assange

Le voci si rincorrevano da giorni ormai. Dopo aver trascorso quasi due mesi barricato nell’ambasciata ecuadoregna a Londra, le acque cominciavano a muoversi e Julian Assange stava per prendere il largo. Tutto lasciava presagire che Rafael Correa, presidente del piccolo stato sud americano, fosse intenzionato a concedere l’asilo politico al leader di Wikileaks. Una soluzione intentata per salvarlo dalle accuse di abuso sessuale – mossegli da un tribunale di Stoccolma – e dalla spada di Damocle dell’estradizione negli Stati Uniti, dove lo attende un processo per spionaggio ed una probabile condanna a morte. Alle ore 14 italiane la notizia diventa ufficiale. Il ministro degli esteri Ricardo Patino in una drammatica conferenza stampa conferma l’asilo politico per l’ex hacker australiano. Ma Londra non ci sta e decide di mettersi di traverso.


Fuoco incrociato

Già dalla mezzanotte di giovedì la sede diplomatica dell’Ecuador viene circondata in forze dalle polizia britannica. L’ipotesi che Assange possa lasciare il paese senza colpo ferire non viene nemmeno presa in considerazione dalle autorità locali. E alle parole dell’incaricato d’affari britannico nel paese sudamericano – «Mettiamo in chiaro in modo assoluto che se ci arrivasse una richiesta di salvacondotto, la rifiuteremmo» – seguono le minacce del ministro degli Esteri William Hague: «Entreremo con la forza nell’ambasciata e prenderemo Assange».

Emiliano Brancaccio: Inutile vendere palazzi

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Inutile vendere palazzi

Occorre una strategia di uscita dall'euro

Gianluca Roselli intervista Emiliano Brancaccio

«Da questa crisi si esce riformando profondamente l’Unione europea oppure diventerà inevitabile uscire dall’euro». L’economista Emiliano Brancaccio (docente di Economia politica alla Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento) non è ottimista sul futuro della moneta unica. Che, a suo parere, sta favorendo l’economia tedesca e impoverendo tutti gli altri Paesi, a cominciare dall’Italia.

Brancaccio, davvero quello che era considerato impossibile fino a qualche mese fa, ovvero l’uscita dall’Italia dall’euro, ora è una possibilità reale?

«Sì, perchè l’euro non ha raggiunto gli obiettivi per cui è stato creato. L’auspicato compromesso tra i paesi forti come la Germania da un lato e la Francia e l’area mediterranea dall’altro non si è mai realizzato. Gli Stati hanno interessi divergenti che non si riescono a ricomporre. E ognuno va per la sua strada. Così l’euro si configura sempre di più come un vestito tagliato su misura per l’economia tedesca. Che ne trae vantaggi a livello di competitività delle sue imprese a scapito dei Paesi periferici. Così la zona euro è fortemente sbilanciata in favore degli interessi dell’economia più forte. E la crisi lo dimostra, perché colpisce in modo asimmetrico: La Germania è toccata in misura minore, mentre altri vanno a picco».

 


Insomma, l’euro ha fallito la sua missione?

«Nell’attuale configurazione sì. E lo dimostra il fatto che l’area euro si è dimostrata la più fragile del mondo di fronte all’onda di crisi che veniva dagli Stati Uniti».


Quindi si va verso la fine della moneta unica?

«Il problema è che in Germania non sembrano convinti che convenga salvare l’euro.

Luca Lombardi: Crisi, banche e saggio di profitto

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Crisi, banche e saggio di profitto

di Luca Lombardi*

È comune defetto degli uomini, non fare conto, nella bonaccia, della tempesta.
N. Machiavelli
 
1. Introduzione

La crisi finanziaria internazionale ha messo a nudo le debolezze dello sviluppo del capitalismo negli ultimi decenni, dimostrando la natura propagandistica delle teorie economiche che ne magnificavano le sorti. Come ha osservato Paul Krugman: “la maggior parte della teoria macroeconomica degli ultimi 30 anni è stata, nel migliore dei casi, clamorosamente inutile, attivamente dannosa nei peggiori”. I governi sono stati costretti a intraprendere politiche ritenute fino a poco prima preistoriche dai fan del libero mercato arrivando alla nazionalizzazione delle banche. Si sono levati cori di critiche per le politiche economiche dominanti di questo ultimo quarto di secolo e sono partite molteplici iniziative di riforma del sistema finanziario. Non si tratta però di un cambio di rotta. Passata la tempesta, si tornerà indietro, perché le cause della crisi sono radicate nell’essenza del modello di accumulazione capitalistico.

Per anni, è sembrato che non ci fosse alternativa teoria e pratica alla globalizzazione capitalistica. La crisi ha dimostrato quanto invece sia necessario sviluppare o meglio riscoprire una teoria e una politica radicalmente differenti che possano fornire, tra l’altro, una spiegazione efficace delle ricorrenti crisi finanziarie. L’ampiezza e la pervasività della crisi sono tali da far spesso dimenticare che si tratta dell’ultima di una serie di crisi che hanno colpito i mercati finanziari negli ultimi decenni. Ad esempio, in un recente lavoro della Banca dei Regolamenti Internazionali, vengono identificate 40 crisi bancarie sistemiche solo negli ultimi 35 anni e gli autori devono concludere che: “le crisi finanziarie sono più frequenti di quanto si creda e portano a perdite che sono molto maggiori di quanto si spererebbe”1. Così come con l’esplosione della bolla dei subprime, dopo ogni crisi sono emerse riflessioni teoriche e politiche sulla fragilità dei mercati, sull’inadeguatezza delle regole, sull’eccesso di leva finanziaria delle banche. Queste riflessioni si sono rivelate effimere, poiché una nuova bolla finanziaria ha messo a tacere i malumori.

Giorgio Agamben: Amo Scicli e Guccione

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Amo Scicli e Guccione

Peppe Savà intervista Giorgio Agamben

E’ uno dei più grandi filosofi viventi. Amico di Pasolini e di Heidegger, Giorgio Agamben è stato definito dal Times e da Le Monde una delle dieci teste pensanti più importanti al mondo. Per il secondo anno consecutivo ha trascorso un lungo periodo di vacanza a Scicli, concedendo una intervista a Peppe Savà

Il governo Monti invoca la crisi e lo stato di necessità, e sembra essere la sola via di uscita sia dalla catastrofe finanziaria che dalle forme indecenti che il potere aveva assunto in Italia; la chiamata di Monti era la sola via di uscita o potrebbe piuttosto fornire il pretesto per imporre una seria limitazione alle libertà democratiche? 

“Crisi” e “economia”  non sono oggi usati come  concetti, ma come parole d’ordine, che servono a imporre e a far accettare   delle misure e delle restrizioni che la gente non ha alcun motivo di accettare. “Crisi” significa oggi soltanto “devi obbedire!”. Credo che sia evidente per tutti che la cosiddetta “crisi”  dura ormai  da decenni e  non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo  nel nostro tempo. Ed è un funzionamento che non ha nulla di razionale.

Per capire quel che sta succedendo, occorre prendere alla lettera l’idea di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità,  una religione e la più feroce, implacabile e irrazionale religione che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua. Essa celebra un culto ininterrotto la cui liturgia è il lavoro e il cui oggetto è il denaro. Dio non è morto, è diventato Denaro.

Cristina Corradi: Strati di tempo, di M. Tomba

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Strati di tempo, di M. Tomba

Karl Marx materialista storico

Cristina Corradi

Nel suo ultimo, corposo saggio (Strati di tempo. Karl Marx materialista storico, Jaca Book 2011) Massimiliano Tomba ricostruisce l’itinerario marxiano – dalla dissertazione di dottorato sull’atomismo antico all’Ideologia tedesca, dai Grundrisse al confronto con i populisti russi – utilizzando come filo conduttore la maturazione del “materialismo storico”. L’espressione – ci ricorda l’autore – non è di Marx ma di Engels che la usa, congiuntamente alla dizione “socialismo scientifico”, con intenti divulgativi. Obiettivo del libro non è, tuttavia, la ricostruzione filologica del vero materialismo pratico o materialismo comunista di Marx, da contrapporre ai fraintendimenti del marxismo novecentesco. Esso esplora piuttosto la pluralità di significati del materialismo marxiano per ricavare dai testi una concezione della storia che sovverte quella sedimentata nel marxismo della II e della III Internazionale: una concezione più rispondente alla temporalità specifica del conflitto sociale e più consona alle esigenze di un’autonoma politica di classe.

In Italia il materialismo storico non ha mai goduto di buona fama: dal dibattito di fine Ottocento tra Labriola, Croce, Gentile e Sorel, la tendenza prevalente è stata quella di ridimensionare la concezione materialistica della storia, disconoscendone la portata scientifica, attenuandone il valore metodico o denunciando l’intima contraddittorietà di una teoria che affermi il primato dell’essere sulla coscienza. Nei Quaderni del carcere Gramsci si spinge a sostituire il materialismo storico con una filosofia della prassi che è chiamata a indagare la formazione della soggettività politica di classe.

Riccardo Achilli: La fine della siderurgia come parabola della fine della nostra industria nazionale

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La fine della siderurgia come parabola della fine della nostra industria nazionale

di Riccardo Achilli

Mentre l’intero interesse dell’opinione pubblica viene concentrato su fasulle politiche per una fasulla fuoriuscita dalla crisi del debito sovrano, in questi giorni, nella più totale indifferenza del peggior Governo della storia repubblicana (peggiore anche rispetto ai Governi Berlusconi, peggiore del Governo Tambroni-Scelba) si consuma forse l’atto finale della lunga crisi di un settore portante della nostra industria: la siderurgia.

A Taranto una inutile bonifica ambientale, fatta perlopiù di interventi annunciati anni fa e mai realizzati quando era (forse) utile farlo, consente a vertici politici e sindacali, azienda, società civile di tornare a mettere la testa sotto la sabbia, evitando di sfruttare l’occasione per fare un revamping strutturale dell’impianto, che consenta di risolvere definitivamente il problema ambientale e collocare lo stabilimento alla frontiera tecnologica del settore, rendendolo competitivo con le realtà più avanzate. Mentre intanto il gruppo Riva accusa perdite di esercizio preoccupanti (con un risultato di esercizio negativo per 614 Meuro nel 2009-2010, solo in parte compensato da un utile di 327 Meuro nel 2011, mentre le previsioni per il 2012 appaiono nere, con una fermata di alcuni impianti, a Taranto, già effettuata per motivi di mercato a giugno, prima cioè del sequestro operato dalla magistratura) e scende costantemente nella graduatoria dei maggiori produttori mondiali di acciaio, in un settore in cui le dimensioni contano e le economie di scala sono un fattore competitivo strategico.

A Piombino l’acciaieria ex Lucchini, rilevata nel 2005 dalla russa Severstal, emette gli ultimi rantoli di una lunghissima agonia, rispetto alla quale la politica, nazionale e regionale, non ha trovato niente di meglio, per oltre 15 anni, che sedersi ed aspettare gli eventi.

Antiper: Contraddizioni sull'Ilva e non solo

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Contraddizioni sull'Ilva e non solo

di Antiper

Qualche giorno fa il GIP Patrizia Todisco ha disposto il fermo di 6 impianti “a caldo” dell'Ilva di Taranto ipotizzando il rischio di un “disastro ambientale” consapevolmente prodotto “per la logica del profitto”

“Non vi sono dubbi sul fatto che tale ipotesi criminosa sia caratterizzata dal dolo e non dalla semplice colpa. Invero, la circostanza che il siderurgico fosse terribile fonte di dispersione incontrollata di sostanze nocive per la salute umana e che tale dispersione cagionasse danni importanti alla popolazione era ben nota a tutti...”

“... La piena consapevolezza della loro attività avvelenatrice non può non ricomprendere anche la piena consapevolezza che le aree che subivano l’attività emissiva erano utilizzate quale pascolo di animali da parte di numerose aziende agricole dedite all’allevamento ovi-caprino...”

“... Le sostanze inquinanti erano sia chiaramente cancerogene, ma anche comportanti gravissimi danni cardiovascolari e respiratori. Gli effetti degli Ipa e delle diossine sull'uomo non potevano dirsi sconosciuti...”

“... Non vi è dubbio che gli indagati, adottando strumenti insufficienti nell’evidente intento di contenere il budget di spesa, hanno condizionato le conseguenze dell’attività produttiva per la popolazione mentre soluzioni tempestive e corrette secondo la migliore tecnologia avrebbero sicuramente scongiurato il degrado di interi quartieri della città di Taranto...”

“... Chi gestiva e gestisce l'Ilva ha continuato nell'attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza...” [1]

Raffaele Sciortino: L’Europa è una provincia

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L’Europa è una provincia

Raffaele Sciortino

È da tempo che quasi ogni incontro dei vertici della Ue o della Banca Centrale viene spacciato come quello decisivo per la moneta unica giunta all’ultima spiaggia. Contano qui i ritmi parossistici e ultimativi dettati dall’informazione-spettacolo e dai “mercati”, ma anche una strategia di pressione che ogni volta di più deve ribadire le coordinate ammesse della scenografia della crisi. Sul banco degli imputati chi non vuole aprire i cordoni della borsa per “salvare” l’euro a rischio di riportare l’economia mondiale nelle secche della recessione; tutto intorno i questuanti della “periferia” europea che avendo imparato da bravi a svolgere i loro compiti a casa meritano di non essere immolati come la Grecia sull’altare dell’austerity proprio ora che hanno riscoperto la crescita; a lato lo zio d’America, saggio democratico e multiculti, che forse in gioventù ha vissuto un po’ troppo a credito ma ora riscopertosi verace keynesiano sta salvando il mondo con i più grossi stimoli monetari della storia se non fosse per… È possibile un’analisi di quanto accade restando dentro questo tipo di lettura semicaricaturale che va per la maggiore?

La riunione della Bce del due agosto ha rappresentato l’ennesimo momento di scontro e ridefinizione tra spinte contrastanti nel quadro di una crisi che è ben lontana dal vedere qualunque luce in fondo al tunnel. Ma per decifrarne attori e fattori determinanti bisogna disfarsi della narrazione che vuole l’eurocrisi come prodotto innanzitutto degli squilibri intraeuropei aggravati dall’egoismo di Berlino.

L'attività lavorativa nel ciclio di accumulazione

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L'attività lavorativa nel ciclio di accumulazione

Per inquadrare il tema occorre partire dal concetto di capitale come rapporto sociale, approfondendo l'analisi di come i rapporti di produzione assumono la forma merce e denaro.

Il plusvalore deriva dallo scambio tra forza lavoro e capitale, il ciclo di riproduzione capitalista impone altri scambi che si sovrappongono a questo.

La moneta e i prezzi hanno un ruolo principale nella distribuzione del plusvalore prodotto e realizzato.

Il rapporto di lavoro salariato impone che i lavoratori mettano la loro attività lavorativa a disposizione dei proprietari dei mezzi di produzione, i quali produrranno per il mercato.


Il pluslavoro e il plusvalore non sono una caratteristica dell'attività lavorativa, essi derivano da un rapporto sociale e dal costituirsi del processo produttivo come produzione di merce.

La forma valore della merce ha come condizione necessaria la trasformazione del lavoro concreto in lavoro astratto, lavoro umano in generale. Lo scambio DENARO-MERCE quando il salariato vende la forza lavoro è riferito non alla concreta attività lavorativa del singolo lavoratore, ma alla generica forza lavoro, al valore socialmente determinato di quest'ultima.

Alberto Bagnai: Roubini vs. Prodi: l’euro (non) ci ha salvato

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Roubini vs. Prodi: l’euro (non) ci ha salvato

di Alberto Bagnai

(Oggi per voi un’autentica chicca per palati raffinati. Qualcuno se la ricordava? Era un po’ che l’avevo sul telaio, aspettavo che ve lo meritaste: e ve lo siete meritato, oh, quanto ve lo siete meritato. rockapasso si rotola in terra dalle risate ogni volta che apre la pagina del FQ...)
 
Lasciamo da parte l’ironia, il sarcasmo. Dimentichiamoci Swift e Sterne (e pure quante cose ho imparato dal gesto dello zio Tobia).  Ci potrà tornare utile, come sempre, il Gaddus, quello che diceva di non avere “a' numeri, ai chiari e veri e istruttivi numeri della statistica [...], quell'orrore che hanno taluni sofi o sofoni solo immersi nella categoria qualitativa” (Eros e Priapo, VIII). E sì che i sofoni sono sempre in eccesso di offerta (nomen omen)...
 
Qui si tratta di arbitrare un incontro che fa tremar le vene e i polsi, lo scontro finale fra due autentici colossi dai piedi di balsa, inventori di una storia falsa (anzi, in realtà di due storie false, ma così non farebbe rima). Facciamo così: organizziamolo come il classico duello alla pistola: un colpo a distanza di cinque... passi? No, anni: comincia Roubini nel 2006.
 
Lo spettacolo è cruento e se ne sconsiglia la visione ai piddini non accompagnati dai padri e dalle madri nobili del Manifesto (esiste ancora?), nonché alle merlettaie cerchiobottiste e bandwagoner. Si tratta infatti dell’ennesima dimostrazione del fatto che come sarebbe andata a finire (tagli dei salari) era chiaro, a tutti e da sempre, e che quindi “comunisti” (inclusi i quotidiani) e “sindacalisti” che hanno appoggiato questo progetto o sono persone dalla limitata capacità di comprensione, o sono assi da 30 denari (lascio decidere a loro, il problema non mi appassiona: sono comunque politicamente morti. Quanto mi piaccio quando esercito la sapiente arte della mediazione! Ma qual è il termine medio fra un fesso e un Giuda? Schneider, hai un’idea?)
 

Attacca Roubini (2006)

Luca Baiada: Opposizione balneare

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Opposizione balneare

di Luca Baiada

C’è una formula tranquilla come una spiaggia a Ferragosto e pulita come il catrame. Viene dagli anni del potere democristiano: governo balneare. In momenti di incertezze e di impossibilità di coalizioni stabili, si traghettava la crisi attraverso la stagione estiva con un governicchio fragile, anzi nato morto. Un pauroso rovesciamento di prospettive ha portato l’Italia ad avere un governo rigidissimo («rigor Montis», si è scritto), e una opposizione balneare. Proviamo a misurarne la cellulite.

La liquidazione del sistema proporzionale, nel 1993 presentato come un imbroglio, mentre adesso una truffa elettorale permette alle segreterie di partito di nominare il parlamento, garantisce l’impoverimento della funzione legislativa e assicura appoggio incondizionato a decisioni prese in modo opaco.

Il concetto stesso di partito sembra diventato una parolaccia, e ci si barcamena borbottando formule una più astrusa dell’altra. Riciclandosi in politica, nel 1994 Berlusconi disse di aver creato un rassemblement. Poi verranno i circoli e i predellini. Gli eredi del più grande partito comunista d’Europa, insieme a pezzi del mondo cattolico, hanno serbato il concetto di partito, ma l’hanno sottoposto a operazioni di potatura e innesto, cercando affannosamente l’aria della socialdemocrazia europea, o il glamour Usa. Tutto a parole o tutto nel peggio.


Si affacciano alla storia movimenti che vogliono tenere insieme persone e idee, ma che hanno orrore delle sezioni di partito e che inventano ogni alchimia possibile: orizzontalità del potere, oscurità delle persone presentata come un merito, formule fluide.

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