SINISTRAINRETE

Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra

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Salvatore Settis: La Tav in Val di Susa e le new town dell’Aquila

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La Tav in Val di Susa e le new town dell’Aquila

di Salvatore Settis

Che cos'hanno in comune la Tav in Val di Susa e le new towns berlusconiane che assediano L'Aquila dopo il terremoto? Che cosa unisce l'autostrada tirrenica e il "piano casa" che devasta le città? Finanziatori e appaltatori, banche e imprese sono spesso gli stessi, anche se amano cambiare etichetta creando raggruppamenti di imprese, controllate, partecipate, banche d'affari e d'investimento. E sempre gli stessi, non cessa di ricordarcelo Roberto Saviano, sono i canali per il riciclaggio del denaro sporco delle mafie. Ma queste lobbies, che senza tregua promuovono i propri affari, non mieterebbero tante vittorie senza la connivenza della politica e il silenzio dell'opinione pubblica. Espulso dall'orizzonte del discorso è invece il terzo incomodo: il pubblico interesse, i valori della legalità.

Se questo è il gorgo che ci sta ingoiando, è perché l'Italia da decenni è vittima e ostaggio di un pensiero unico, spacciato per ineluttabile. Un unico modello di sviluppo, una stessa retorica della crescita senza fine governano le "grandi opere", la nuova urbanizzazione e la speculazione edilizia che spalma di cemento l'intero Paese. Ma su questa idea di crescita grava un gigantesco malinteso. Dovremmo perseguire solo lo sviluppo che coincida col bene comune, generando stabili benefici ai cittadini. E' invalsa invece la pessima abitudine di chiamare "sviluppo" ogni opera, pubblica o privata, che produca profitti delle imprese, anche a costo di devastare il territorio. Si scambia in tal modo il mezzo per il fine, e in nome della "crescita" si sdogana qualsiasi progetto, anche i peggiori, senza nemmeno degnarsi di mostrarne la pubblica utilità.

A giustificare questa deriva si adducono due argomenti. Il primo è che la redditività delle "grandi opere" è provata dall'impegno finanziario dei privati; ma si è ben visto (Corte dei conti sulla Tav) che il project financing è uno specchietto per le allodole. Una volta approvato il progetto, i finanziatori spariscono e subentrano fondi statali, accrescendo il debito pubblico.

Augusto Illuminati: Il trappolone

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Il trappolone

di Augusto Illuminati

Con uno sgradevole tasso di dottrinarismo e con la solita sfibrante prolissità Monti ci ha spiegato che l’epoca della concertazione permanente è finita e che adesso comandano i poteri finanziari. Prendere o lasciare, anzi soltanto prendere (omettiamo cosa e dove), perché non c’è alternativa (TINA), come ricorda anche l’autorevole voce del Presidente Napolitano. Ha scritto Dario Di Vico sul «Corsera»: «verbalizzare al posto di concertare». La concertazione, che era come la nostra Costituzione materiale, «ieri è andata in pensione», anche se la riforma Fornero «è solo una prima rata». Osserviamo incidentalmente che la Costituzione formale aveva subito un bello sbrego con il passaggio da Berlusconi a Monti, quella materiale ha seguito – interessante, in genere succede l’inverso.

Gli elementi simbolici fanno cortocircuito con le pratiche sostanziali e alla logica concertativa subentra non il vuoto, bensì la coppia operativa decretazione-accordi separati. La firma di Napolitano e lo scissionismo Cisl-Uil. Il simbolo o scalpo da esibire all’Europa e alla finanza internazionale è l’art. 18 e la rottura sindacale – e Monti non ha mancato di girare il coltello nella piaga lodando la ragionevolezza della Camusso a proposito della Tav –, la pratica sostanziale è lo scarico sulle parti dei costi della mobilità, disimpegnando il contributo pubblico agli ammortizzatori, e la possibilità di riversare tutti i licenziamenti alla voce “economici” (senza possibilità di reintegro) sotto forma di pratiche individuali. Quale imprenditore sarà così stupido da ricorrere a misure disciplinari o a complesse trattative per licenziamento collettivo, quando nelle piccole e medie aziende si potrà usare uno stillicidio di licenziamenti economici individuali e nelle grandi si impiegherà lo sperimentato istituto della newco e riassunzione selettiva, modello Pomigliano? Bella forza che restano vietate le discriminazioni individuali esplicite, ma come mai al tavolo delle trattative non è stata neppure evocata quella di massa contro la Fiom nelle aziende di Marchionne?

Michele Nobile: Il governo Monti e il consenso bipartitico nella postdemocrazia italiana

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Il governo Monti e il consenso bipartitico nella postdemocrazia italiana

di Michele Nobile

1. Dall’appello allo stato d'emergenza contro Berlusconi alle chiacchere sul colpo di Stato del professor Monti.

Quando il Presidente della repubblica Napolitano conferì l’incarico di formare il governo a Mario Monti si gridò al colpo di Stato, alla democrazia sospesa e all’avvento del «governo delle banche»; curiosamente, pasdaran berlusconiani, leghisti e sinistra hanno usato e usano toni e idee simili. Ma questi sono gridi che dal lato sinistro stridono con altri già sentiti per anni. Le banche e la Confindustria non erano forse già al governo? Marchionne non praticava già una sorta di fascismo aziendale spalleggiato dal governo? E il «blocco reazionario di massa» che fine ha fatto? È con Monti o con Berlusconi? E che ne è di quel presunto specifico «regime» berlusconiano che per essere tale doveva pur mostrare di disporre di qualche muscolo? E che nuovo genere di colpo di Stato o imposizione da parte dell’oligarchia straniera è mai questa che ha il sostegno parlamentare dei due maggiori partiti nazionali che nella logica maggioritaria dovrebbero alternarsi al governo? Cos’è, un golpe ultraparlamentare invece che antiparlamentare?

Oppure, l’ascesa di Monti è forse la realizzazione del sogno putschista di Alberto Asor Rosa? Si ricorderà che un anno fa, oltre a paventare come tanti «la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire», Asor Rosa riteneva «incongrua una prova di forza dal basso»; auspicava, invece, l’intervento del Colle, lo «stato d'emergenza», il ricorso a Carabinieri e Polizia di Stato, il congelamento delle Camere (1). Il tutto a difesa della democrazia...

Se ci si ferma al caso individuale, si potrà dire che l’invocazione putschista di Asor Rosa fosse la senile espressione di quell’autonomia del politico che negli anni Settanta legittimava il compromesso storico tra i grandi partiti popolari, il Pci e la Democrazia cristiana. Ovvero dell’operazione che neutralizzò l’espansione della democrazia di base per convogliarla in morti canali istituzionali, attuò una politica consociativa nella quale veniva meno il ruolo dell’opposizione parlamentare (e quindi del normale funzionamento del parlamento), diede inizio alla legislazione d’emergenza antigarantista (la Legge Reale, l’antiterrorismo all’insegna del fine che giustifica i mezzi), accelerò la statalizzazione dei partiti (d’opposizione, oltre che di governo), impose ai lavoratori l’austerità che d’allora non ha più avuto fine, creò le basi per l’offensiva padronale gestita in proprio (i licenziamenti Fiat del 1980); dell’operazione, insomma, durante la quale si posero le basi dell’attuale regime postdemocratico.

Manlio Dinucci - Marinella Correggia: Libia, contro l'assenza di memoria

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[Libia: due interventi sul Manifesto contro l'assenza di memoria]

Libia un anno fa: memoria corta

di Manlio Dinucci

Uno degli effetti delle armi di distrazione di massa è quello di cancellare la memoria di fatti anche recenti, facendone perdere le tracce. È passato così sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente «per proteggere i civili». In sette mesi, l'aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili. Venivano inoltre infiltrate in Libia forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani facilmente camuffabili. Venivano finanziati e armati i settori tribali ostili al governo di Tripoli e anche gruppi islamici, fino a pochi mesi prima definiti terroristi. L'intera operazione, ha chiarito l'ambasciatore Usa presso la Nato, è stata diretta dagli Stati uniti: prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. È stato così demolito lo stato libico e assassinato lo stesso Gheddafi, attribuendo l'impresa a una «rivoluzione ispiratrice» - come l'ha definita il segretario alla difesa Leon Panetta - che gli Usa sono fieri di aver sostenuto, creando «una alleanza senza eguali contro la tirannia e per la libertà». Se ne vedono ora i risultati. Lo stato unitario si sta disgregando. La Cirenaica - dove si trovano i due terzi del petrolio libico - si è autoproclamata di fatto indipendente e, a capo, è stato messo Ahmed al-Zubair al Senussi. Scelta emblematica: è il pronipote di re Idris che, messo sul trono da Gran Bretagna e Stati uniti, concesse loro, negli anni '50 e '60, basi militari e giacimenti petroliferi. Privilegi cancellati quando re Idris venne deposto nel 1969. Ci penserà il pronipote a restituirli. E vuol essere indipendente anche il Fezzan, dove sono altri importanti giacimenti. Alla Tripolitania resterebbero solo quelli davanti alle coste della capitale.

Alberto Bagnai: Cosa sapete della produttività?

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Cosa sapete della produttività?

di Alberto Bagnai

Scusate, mi rendo conto che vi sto trascurando, ma è il mio ultimo mese prima di rientrare in Italia e devo ancora chiudere cinque dei sette lavori che volevo fare. Però non sta bene interrompere il discorso iniziato, per quanto inutile esso sia. Inutile certo non per la qualità degli interlocutori, ma per la qualità dei tempi che stiamo vivendo. Comunque, visto che ieri ho tritato i miei globi oculari sul commercio bilaterale di India e Vietnam, oggi starò in vostra compagnia.


Volevo ripartire da un’osservazione di contessaelvira: “grazie alle lezioni di Goofy ora è estremamente chiaro il modo in cui la competitività del mercato tedesco, che è forse il più importante per noi, sia stata esiziale per l'Italia.” Elvira è gentile e posso solo sperare che abbia ragione. Spero cioè di essere riuscito a far capire quanto centrale sia la dinamica dell’inflazione nella spiegazione di quello che ci sta succedendo. Dell’inflazione non si parlava da un decennio, convinti come si era che il problema fosse risolto, visto che finalmente l’inflazione era bassa, e quindi la convergenza “nominale” si fosse realizzata. Sì, molti erano convinti che moneta unica significasse di per sé inflazione unica. Una convinzione totalmente idiota, fondata su una teoria economica ampiamente screditata, la teoria quantitativa della moneta, secondo la quale è la moneta a “causare” l’inflazione. Quindi se la moneta è una, l’inflazione deve essere una. E allora perché in Italia, dove la moneta è una da 150 anni ancora non c’è ancora stata piena convergenza dei prezzi?
 
La “teoria” quantitativa è un parto di Irving Fisher, un economista americano degli anni ’20. Un genio dell’economia, pare, visto che 90 anni dopo ancora dobbiamo spiegare le sue teorie agli studenti. Ma non esattamente un genio della finanza, a giudicare da quello che racconta John Kenneth Galbraith in The Great Crash.

Girolamo De Michele: New Realism vs Postmodern – Oltre l’accademia: le strade

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New Realism vs Postmodern – Oltre l’accademia: le strade*

di Girolamo De Michele

Confesso di aver seguito con un certo distacco, e anche un po’ di fastidio, il nascere del “Nuovo Realismo”, del cui testo fondante molte cose non mi convincevano, e continuano a non convincermi. Del resto, non essendo mai stato “post-modern”, non mi convinceva neanche l’eventuale difesa del bersaglio polemico. E, se devo dirla tutta, l’ambiente “Italian Theory” – tradotto come mangio: l’Italietta accademica che ha il suo quarto d’ora di notorietà modaiola, ora che il vestitino “French Theory” s’è sdrucito a furia di strofinature, nei McDonald culturali americani – mi faceva venire in mente il Poeta di Pavana: “di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie, o mantenermi vivo”.

Nel giro di una settimana, due testi mi hanno fatto cambiare idea non sull’agone accademico, ma sull’utilità di intervenirvi. Il primo è la piccola Arca nella quale, su minima&moralia, sono stati imbarcati testi che potrebbero venire buoni après le déluge, e che testimoniano come una parte importante della narrazione contemporanea non sia riconducibile all’antitesi Realismo-Postmoderno; il secondo è l’intervento di Umberto Eco Ci sono delle cose che non si possono dire, sull’ultimo alfabeta 2.


Quasi quattro anni fa, partecipando alla discussione sul romanzo italiano contemporanea aperta da Wu Ming 1 col suo saggio sul New Italian Epic, avevo sostenuto le ragioni della categoria del “neorealismo” usata da Gilles Deleuze a proposito del cinema: avevo scritto – e non ho cambiato idea – che «il neorealismo ha a che fare con una nuova forma di realtà dispersiva, ellittica, errabonda, che opera per blocchi, con legami deliberatamente deboli ed eventi fluttuanti: «il reale non è più rappresentato o riprodotto, ma “mostrato”. Invece di mostrare un reale già decifrato, il neorealismo mostrava un reale ancora da decifrare, ambiguo; è il motivo per cui il piano-sequenza tende a rappresentare il montaggio di rappresentazioni”».

Umberto Eco: Ci sono delle cose che non si possono dire

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Ci sono delle cose che non si possono dire

Umberto Eco

Ho letto in vari siti di internet o in articoli di pagine culturali che sarei coinvolto nel lancio di un Nuovo Realismo, e mi chiedo di che si tratti, o almeno che cosa ci sia di nuovo (per quanto mi riguarda) in posizioni che sostengo almeno dagli anni Sessanta e che avevo esposte poi nel saggio Brevi cenni sull’Essere, del 1985.

So qualche cosa del Vetero Realismo, anche perché la mia tesi di laurea era su Tommaso d’Aquino e Tommaso era certamente un Vetero Realista o, come si direbbe oggi, un Realista Esterno: il mondo sta fuori di noi indipendentemente dalla conoscenza che ne possiamo avere. Rispetto a tale mondo Tommaso sosteneva una teoria corrispondentista della verità: noi possiamo conoscere il mondo quale è come se la nostra mente fosse uno specchio, per adaequatio rei et intellectus. Non era solo Tommaso a pensarla in tal modo e potremmo divertirci a scoprire, tra i sostenitori di una teoria corrispondentista, persino il Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo per arrivare alle forme più radicalmente tarskiane di una semantica dei valori di verità.

In opposizione al Vetero Realismo abbiamo poi visto una serie di posizioni per cui la conoscenza non funziona più a specchio bensì per collaborazione tra soggetto conoscente e spunto di conoscenza con varie accentuazioni del ruolo dell’uno o dell’altro polo di questa dialettica, dall’idealismo magico al relativismo (benché quest’ultimo termine sia stato oggi talmente inflazionato in senso negativo che tenderei a espungerlo dal lessico filosofico), e in ogni caso basate sul principio che nella costruzione dell’oggetto di conoscenza, l’eventuale Cosa in Sé viene sempre attinta solo per via indiretta. E intanto si delineavano forme di Realismo Temperato, dall’Olismo al Realismo Interno – almeno sino a che Putnam non aveva ancora una volta cambiato idea su questi argomenti. Ma, arrivato a questo punto, non vedo come possa articolarsi un cosiddetto Nuovo Realismo, che non rischi di rappresentare un ritorno al Vetero.

Riccardo Bellofiore: La disintegrazione europea e la Grande Recessione 2.0

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La disintegrazione europea e la Grande Recessione 2.0

Riccardo Bellofiore


Il magico mondo di Mario Monti

Certo, pare di vivere in uno strano meraviglioso mondo, con il ‘tecnico’ Mario Monti al governo del Paese. Il secondo ‘Super-Mario’ dopo l’originale: Mario Draghi ora al comando della Banca Centrale Europea. Intanto la nave europea affonda - talora sembra velocemente con un botto, talora più lentamente con un sospiro: qualcosa a metà tra la tragedia del Titanic e la farsa (tragica essa stessa) della Concordia. Da noi, l’entusiasmo lambisce lidi inattesi, da chi invita con il cuore in mano a ‘baciare il rospo’, a chi puntigliosamente elenca ‘pilastri della saggezza’. Tanto senno da dignitosa conversazione al bar, nutrito di stoica, o etica, cognizione della grave ‘necessità’ del momento, in una pretesa assenza di alternative.

Monti: che, se non fracassone come Sarkozy, pure proclama una certa simpatia per la tassa Tobin, e se solo potesse proporrebbe una vera patrimoniale. Quel Monti che, a veder bene, è guardato con una neanche tanto nascosta simpatia dalla multiforme galassia post-operaista. Fosse mai che la riforma del mercato del lavoro facesse uscire dalla bottiglia il genio del ‘reddito di esistenza’, ora nelle proclamazioni anche della Fiom? In volgare, non si tratta d’altro che di un qualche sostegno al lavoro precario, sempre più universalizzato. Un Monti che, udite udite, infila pure qualche considerazione sensata, che alcune/i di noi andavamo in realtà dicendo da un bel po’ di tempo (anche su queste pagine). Tipo: che le agenzie di rating mica hanno tutti i torti; che il problema è la crescita (anche se io preferirei dire, lo sviluppo); che la mera austerità non ci farà uscire dalla crisi - ma il suo ‘posto fisso’ non è quello di professore, non stupido, di economia?

Dunque, di che stupirsi? Quel Monti che non soltanto fa apparire - con il suo aplomb anglosassone e la sobrietà che gli calza come una seconda pelle - Angela Merkel e Nicholas Sarkozy, diciamocelo, un po’ volgarotti, riempiendoci così di italico orgoglio. Quel Monti che superficialmente dà l’impressione di avere doti inaspettate di politico, in grado di inserirsi come abile terzo nell’asse frastagliato tra Berlino e Parigi, proclamando ad alta voce alcune verità, e sparigliando i giochi.

Così, la sinistra oscilla tra una più o meno nascosta ammirazione e il ricorso all’argomento finale: che i tedeschi non ne azzeccano mai una.

Claudio Valerio Vettraino: Spoliticizzazione e messianesimo politico: ripensare Marx in tempi di crisi

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Spoliticizzazione e messianesimo politico: ripensare Marx in tempi di crisi

Claudio Valerio Vettraino

Ciò che questa crisi economico-finanziaria ci ha dimostrato, oltre ai limiti strutturali della società capitalistica nel suo complesso, è l’incapacità muta ed imbarazzante della politica nel gestire e governare questi processi. La “sconfitta” della politica risulta evidente nella chiamata disperata dei tecnici nella speranza di risanare e riordinare ciò che le forze politiche (ormai unificate nel loro pigro quanto inefficiente riformismo) avevano tentato invano di risanare e riordinare in questi ultimi vent’anni di seconda Repubblica. Un’afasia tra politica e società, tra rappresentanti e rappresentati vecchia quanto il sorgere della società borghese [1]. Ora, è impossibile fare qui la storia delle critiche alla società civile e alla non corrispondenza tra forze politiche e società [2], dell’influenza di Hegel e Rousseau [3] nel pensiero di Marx.

Ciò che qui conta è rilevare la costante spoliticizzazione della realtà contemporanea – tema in verità già fin troppo sviscerato ed abusato fin dal famoso libro di Francis Fukujama La fine della storia[4] – connessa alla cosiddetta fine delle ideologie, all’esaurirsi progressivo delle grandi idee-utopie del Novecento, che da un trentennio rappresenta l’oggetto principe di ogni discussione. Una spoliticizzazione, le cui caratteristiche vanno a mio avviso ancora ben riconosciute e calibrate e che sembra inevitabile, inesorabile, dettata soprattutto dal dominio del ciclo neo-liberista portato avanti negli ultimi trent’anni dalle maggiori potenze capitalistiche mondiali nei confronti dell’avanguardie del movimento operaio e del ciclo tradunionista iniziato nell’immediato dopoguerra e proseguito fino alla metà degli anni ’70.

Al ciclo storico progressivo della social-democratizzazione, il neo-liberismo ha contrapposto il mito del libero mercato e la bacchetta magica del denaro come unico metro di giudizio e di scambio, riducendo la politica e il “politico” a mera quantificazione, a mera monetarizzazione dell’esistente. Da utopia-trasformazione dell’esistente, la politica si è trasfigurata in circolare amministrazione dell’esistente, divenendo passo dopo passo mera ancella del potere economico e finanziario, perdendo con ciò la sua “autonomia”, i suoi “rivoluzionari” margini di manovra, di critica e d’analisi della realtà ai fini della sua evoluzione qualitativa.

Come al solito, non è la domanda in sé il problema (la spoliticizzazione della realtà e del quotidiano è un problema effettivo ed urgente, a cui occorre rimediare con forza) ma come viene posta e in che contesto storico siamo costretti ad operare per risolverla.

A.Burgio,A.Gianni: Torniamo a Marx, non andiamo «oltre»

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Torniamo a Marx, non andiamo «oltre»

Alberto Burgio, Alfonso Gianni

A sinistra va di moda l'ideologia dell'«oltrismo». Ma se invece riprendessimo le teorie del filosofo di Treviri e di Keynes?

Pochi giorni fa è comparso, con ovvio rilievo di stampa, un appello italo-tedesco ai rispettivi parlamenti nazionali perché questi ratifichino nello stesso giorno, e comunque prima del Consiglio europeo previsto per fine giugno, il cosiddetto fiscal compact, ossia il nuovo accordo che, dopo il Six Pack e il Patto Euro Plus, intende inferire un nuovo colpo al residuo brandello di sovranità nazionale sui bilanci in favore di una «sovranazionalità» retta da organismi del tutto a-democratici. Naturalmente, secondo i proponenti l'appello, tale ratifica andrebbe accompagnata da una dichiarazione politica «per un nuovo passo in avanti verso una forte Unione politica con un governo federale», ma si capisce che si tratta del fumo che accompagna l'arrosto, visto che lo sciagurato patto rimarrebbe tale e addirittura rafforzato, alla faccia dello stesso Hollande che ha dichiarato l'intenzione, una volta vinte le elezioni francesi, di rinegoziarlo. Il che comporta anche un ulteriore sostegno alla maggioranza bulgara che sta approvando a tappe forzate la revisione dell'articolo 81 della nostra Costituzione per introdurvi l'obbligo del pareggio di bilancio, in modo tale da precludere anche un referendum confermativo.

L'appello in questione è firmato da eminenti personalità, alcune delle quali fanno parte del milieu della sinistra con ambizioni radicali. La giustificazione fornita è che non si può rinchiudersi in una nicchia di opposizione, che bisogna «scendere in campo», che si tratterebbe quindi di stabilire una nuova tappa nella costruzione dell'Europa da aggiustare poi in seguito. Argomentazioni infantili, potremmo dire, se non provenissero da persone assai avvertite e politicamente esperte. Bisogna quindi interrogarsi sulle ragioni che ci hanno condotto sino a questo punto. Perché siamo tornati indietro alla destra hegeliana, per cui tutto il reale (banalmente equiparato all'esistente) appare razionale? Perché si è interiorizzato un principio in virtù del quale ogni atteggiamento oppositivo è in partenza considerato di nicchia nel migliore dei casi, suicida nella maggioranza dei medesimi?

Riccardo Achilli: Il punto sulla riforma del mercato del lavoro

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Il punto sulla riforma del mercato del lavoro

di Riccardo Achilli

Le indiscrezioni che filtrano dal tavolo della riforma del mercato del lavoro disegnano uno scenario preoccupante, in cui il Governo non recede di un passo dai propositi iniziali, grazie alla sostanziale condiscendenza dei sindacati (Bonanni che dichiara di non voler mollare il tavolo delle trattative, Camusso che, terrorizzata dall'isolamento rispetto ai suoi referenti politici nel PD, e pressata dalle burocrazie interne alla CGIL, timorose di perdere ruolo e funzione, dichiara di non voler a nessun prezzo un accordo separato, nessuno che pensa a forme sia pur simboliche di protesta).

Stante l'atteggiamento generale degli interlocutori di tale tavolo, è del tutto impossibile pensare che possa saltare, poiché un suo fallimento, a questo punto, sarebbe pagato a caro prezzo non soltanto dal Governo, ma anche dai sindacati confederali, che di fatto sulla strategia del dialogo e della mediazione "morbida" hanno puntato tutte le loro carte, rinunciando ad usare gli strumenti della mobilitazione di massa e della contestazione di piazza. A togliere alla Camusso ogni proposito battagliero ci ha anche pensato Bersani, con la sua dichiarazione di oggi, nella quale ha spinto le parti a trovare un accordo, nel nome di una definizione strumentale e mistificatoria del concetto di responsabilità (la responsabilità di un sindacato è quella di difendere i lavoratori con tutti i suoi strumenti, anche quelli conflittuali, non di aderire a principi teorici di "interesse nazionale", quand'anche questi sussistano, che sono compito della politica). D'altra parte, le burocrazie sindacali hanno ottenuto già quanto serve loro per preservare un ruolo formale di rappresentanza ed il loro ben retribuito "posto a tavola" nel sistema delle relazioni industriali prossimo venturo. Il mantenimento della CIG ordinaria e di quella straordinaria, in questo caso sia pur limitatamente alla sola ipotesi di ristrutturazione aziendale e non di crisi, consente infatti di tenere in piedi i tavoli di trattative aziendali e governativi che sembrano essere l'unico motivo di esistenza di organizzazioni sindacali del tutto screditate e che non crescono più nel mondo del lavoro (con l'incidenza totale degli iscritti ai tre sindacati confederali sulle forze di lavoro ed i pensionati che passa dal 34,1% del 2010 ad un più modesto 33,9% nel 2011).

Leonardo Paggi: Intervento

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Intervento*

Leonardo Paggi

1. Devo dire subito che il tema di questo seminario suscita in me inquietudine e risposte tutt’altro che ottimistiche. Con il compimento di un ventennio dal varo del  Trattato di Maastricht, inevitabilmente giunge anche il tempo dei bilanci. Ne ha suggerito uno particolarmente catastrofico, ma sostanzialmente, a mio parere, condivisibile, l’economista americano Martin Feldstein, prima sul Wall Street Journal del  15  dicembre 2011 e poi in modo più diffuso in una intervista al settimanale Die Zeit  del 23 febbraio di quest’anno. L’idea che fosse possibile unire tra loro economie molto diverse senza nemmeno l’esistenza di una effettiva banca centrale, e avendo come unica preoccupazione il mantenimento   della stabilità monetaria e il rispetto dei vincoli di bilancio, si è rivelata una solenne sciocchezza, che chiama duramente in causa le responsabilità di un’intera classe dirigente europea.

Se già negli anni 90 l’Europa paga ai celebri “parametri di Maastricht” il prezzo di un fortissimo rallentamento della crescita, con la crisi del settembre 2008 è la Ue  nel suo insieme ad essere gettata nel caos.  La peculiarità negativa della esperienza che il vecchio continente viene facendo  all’interno di questa crisi globale  la si coglie bene proprio in comparazione. In assenza di qualsiasi strumento di governo politico, a differenza di quanto è avvenuto  negli Stati uniti, la crisi delle banche si è rovesciata da noi in una assai più drammatica crisi dei debiti sovrani. Si è  innescata per questa via  una dinamica di conflitto che chiama ormai in causa le relazioni tra gli stati e ripropone apertamente il contrasto tra i diversi interessi nazionali.

E’ penoso vedere il ministro delle finanze Wolfgang Schauble messo in divisa SS sui tabloid di Atene. Siamo alla banalizzazione di un passato tragico, che chiama in causa la storia d’Europa nel suo complesso, spiegabile solo con  un sentimento di frustrazione e di impotenza politica. Ma è inquietante anche  il riaffiorare  nel discorso pubblico della Germania dei toni di una cultura della superiorità e della sanzione che si pensava  archiviati per sempre.

Il vecchio assunto funzionalista (qualcuno dice marxista!) che la moneta in quanto tale avrebbe unificato le culture europee e generato per partenogenesi la politica  è dunque ormai  improponibile. Con la  costituzione economica adottata a Maastricht l’euro non solo non ha unito, ma ha anzi profondamente diviso e contrapposto i paesi europei. L’unificazione europea è oggi molto più lontana di quanto non fosse nel 1992.

Benedetto Vecchi: I banali traumi dello status quo

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I banali traumi dello status quo

Benedetto Vecchi

Pubblicato il saggio del filosofo tedesco Christoph Türcke. Gli shock emotivi non producono la crisi, ma le condizioni per la difesa dell'ordine costituito. Un'importante analisi del capitalismo che ne fotografa però solo l'ambivalenza

Ci sono dei libri che difficilmente cadono nel dimenticatoio. Possono anche non avere successo di pubblico, né di critica, ma le tesi che esprimono reggono all'usura determinata dall'imperante just in time dell'industria culturale. La società eccitata di Christoph Türcke è uno di questi libri (Bollati Boringhieri, pp. 352, euro 43). Uscito nel 2002 in Germania, ha dovuto attendere dieci anni prima che fosse pubblicato da Bollati Boringhieri, che ha ritardato la sua uscita per la difficoltà del testo, al punto che il suo traduttore, Tommaso Cavallo, ha voluto spiegare le scelte fatte per termini del tedesco antico, del latino medievale. I problemi non nascono solo dai raffinati e talvolta arcaici lemmi scelti da Türcke, ma perché La società eccitata non nasconde mai l'ambizione di volere essere un'analisi puntale del capitalismo contemporaneo e, al tempo stesso, una resa dei conti con il marxismo tedesco occidentale del secondo dopoguerra, così fortemente condizionato dalla Scuola di Francoforte, dal principio speranza di Ernst Bloch o dalla messianica ricezione tedesca di Walter Benjamin.

Obiettivi dunque complementari, ma distinti, che provocano non pochi problemi nella lettura, che si presenta sin da subito impegnativa. Ma per un libro, la fatica della lettura, come la concentrazione per destrutturare le cattive astrazioni che popolano l'universo informativo sono fattori indispensabili per riprendere contatto con la realtà che la seconda natura della tecnologia tende a occultare. La concentrazione e la fatica aumentano dunque il valore analitico di questo saggio. Ha dunque fatto bene l'editore a perseguirne la pubblicazione, nonostante le difficoltà di traduzione e il fatto di essere un libro che non comparirà mai nelle classifiche dei libri di più venduti della settimana.


L'inganno dell'opinione pubblica

La tesi presentata da La società eccitata può essere così sintetizzata.

Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero

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Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero

a cura di Giuliano Battiston

Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista a Philippe Van Parijs, fondatore del Basic Income Earth Network, tratta da Per un’altra globalizzazione (Edizioni dell’Asino 2010)

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne Il reddito minimo universale, soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio Il basic income e i due dilemmi del Welfare State riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

L’idea che il diritto a un reddito debba essere legato al lavoro o alla disponibilità a lavorare, che dunque ci sia un’associazione, che deriva da considerazioni di tipo etico, non economico, tra lavoro e reddito, non si limita ai Paesi dal modello “bismarckiano”, ma investe anche il mondo anglosassone, e direi anzi che sia presente in tutte le società del mondo. A questo proposito, è interessante notare una singolare analogia, perché quest’idea si avvicina molto alla relazione etica che per lungo tempo diverse società hanno istituito tra sesso, gratificazione sessuale e riproduzione. In tutte quelle società nelle quali, in ragione di una forte mortalità infantile, era essenziale ottenere un elevato livello procreativo, divenne infatti eticamente obbligatorio legare la gratificazione sessuale almeno al “rischio” della procreazione, così da contribuire eventualmente alla sopravvivenza della comunità. Per lungo tempo, e per ragioni analoghe, si è radicata l’idea che si potesse avere accesso alla gratificazione del consumo, dunque al reddito, solo a condizione di essere disposti a contribuire alla produzione (l’equivalente della riproduzione nel caso della gratificazione sessuale). La connessione tra i due aspetti è evidente. Oggi però ci troviamo a vivere in condizioni tecnologiche ed economiche molto diverse, grazie alle quali non è più necessario che tutte le attività sessuali siano legate alla possibilità della procreazione, e allo stesso modo non è necessario fare del contributo alla produttività, dunque del lavoro, una condizione di accesso al reddito. Intendo dire che è possibile dare vita a un’organizzazione della società che non sia basata su questo tipo di etica del lavoro.

François Chesnais: I debiti illegittimi

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I debiti illegittimi

Intervista a François Chesnais*

François Chesnais, professore associato di economia all’Università di Paris 13, ha un lungo passato di studioso e militante. È stato membro del partito trozkista e ha partecipato alla nascita, nel 2009, del Nuovo Partito Anticapitalista. È redattore della rivista marxista “Carré Rouge” e consigliere scientifico di ATTAC. Nell’ambito della sinistra radicale francese, Chesnais sollecita una visione il più possibile internazionale della crisi politica e sostiene la necessità d’integrare questione sociale e questione ecologica. I suoi diversi studi sulla mondializzazione si accompagnano a una grande attenzione per i movimenti antisistemici. È in quest’ottica che è opportuno leggere il suo ultimo libro Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, uscito in Francia nel 2011 e tempestivamente tradotto da “DeriveApprodi”. Chesnais non si limita a realizzare un’ennesima analisi della crisi del debito europeo, ma offre uno strumento di prassi politica, elaborando il concetto di “debito illegittimo” e di indagine da parte di comitati cittadini sulla natura del debito pubblico. Sappiamo come, anche in Italia, questi temi siano all’ordine del giorno, grazie al lavoro di economisti come Andrea Fumagalli e alla campagna lanciata da Guido Viale sul “manifesto” a fine dicembre. La campagna internazionale contro il debito illegittimo, promossa dal Forum sociale mondiale di Nairobi nel 2007, è diventata nel frattempo una questione politica cruciale non solo per i paesi del Sud del mondo, ma anche per gli ex-opulenti paesi del Nord. Per Chesnais, quindi, questa fase della crisi presenta anche un’opportunità per ricondurre una serie di lotte locali e nazionali ad un fronte comune, capace di attraversare il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri.


Vorrei riprendere una riflessione fatta da molti commentatori nel corso di questo periodo: mi riferisco ad esempio all’editoriale di Serge Halimi su «Le Monde Diplomatique» che sintetizza il problema: mentre il capitalismo attraversa la peggior crisi dal 1930, mentre le politiche neoliberiste degli ultimi trent’anni hanno chiaramente mostrato i loro fallimenti, perché i partiti delle sinistre europee «appaiono muti e imbarazzati» e l’offensiva spetta ancora una volta alle soluzioni della destra: austerità, rigore e azzeramento del Welfare?

Penso che ci sia stato un salto epocale: in un arco di trent’anni abbiamo visto la morte del vecchio movimento operaio con i suoi partiti e i suoi sindacati, con le sue illusioni e le sue menzogne, tanto sul fronte dell’Urss e dello stalinismo quanto su quello della socialdemocrazia, e a dire il vero non ci sono più partiti di sinistra. Si continua a usare questa parola per convenienza e per nostalgia.

Raffaele Sciortino: Un piccolo grande movimento

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Un piccolo grande movimento

No Tav e quadro politico italiano

di Raffaele Sciortino

Il No Tav è stato fin qui un grande piccolo movimento. Grande per la sua convinzione e generosità, per la sua inclusività, per la capacità forse senza pari in Europa di anticipare i nodi generali della crisi del debito. Ma, dato il sostanziale isolamento e nonostante tutti gli sforzi in contrario, ancora costretto dalla controparte a un terreno in prima battuta specifico e “locale”. Bene, oggi si può dire che il No Tav è diventato un piccolo grande movimento.

Grazie alla marcia Bussoleno-Susa e alla reazione messa in campo contro l’allargamento del non cantiere la questione alta velocità è diventata a tutti gli effetti una questione nazionale e generale. Su più piani distinti ma intrecciati.

Innanzitutto, e per la prima volta in maniera così chiara, chi si è mobilitato nelle città grandi e piccole non ha semplicemente dato solidarietà alla valle militarizzata ma ha sentito che in gioco è il futuro di tutti/e. E se a scendere direttamente in piazza sono stati soprattutto giovani, segnale di per sé eloquente, è tutta l’opinione pubblica che è stata richiamata a prendere posizione su un punto semplice quanto cruciale. Alta velocità: con i soldi di chi e per fare cosa dentro la crisi?

E anche la manifestazione Fiom avrebbe avuto la stessa risonanza senza la sconvolgente settimana No Tav? Siamo convinti di no e speriamo che la Fiom ne prenda positivamente atto andando oltre i limiti oramai non più sostenibili di una risposta chiusa nei limiti del “sindacale”.

Ma passiamo al variegato fronte avversario, quello che si dice convinto e compattissimo.

Militant: Oddio, c'è Marx nel corridoio!

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Oddio, c'è Marx nel corridoio!

Militant

Ma che cos’è questa ossessione della borghesia europea per l’alta velocità nel trasporto delle merci? E’ solo una questione di puntiglio? E’ la necessità di dimostrare chi comanda ai cittadini/sudditi di una valle ribelle? E’ un tributo versato al feticcio dello sviluppo? E’ la ricerca dell’ennesimo banchetto da apparecchiare su un’opera pubblica? Oppure si tratta di una cieca e irrazionale furia devastatrice del territorio? Molto probabilmente c’è un fondo di verità in ognuno di questi quesiti, ma la risposta per noi non può che essere un’altra. I capitalisti non sono padroni perché sono stronzi, ma sono stronzi perché sono padroni… e c’è in questo una bella differenza.

Se volessimo esprimere il concetto in maniera più elegante potremmo dire che “il possessore di denaro diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione – la valorizzazione del valore – è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto l’unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 129) e “la concorrenza  impone ad ogni singolo capitalista  come leggi coercitive esterne le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico.” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 430).

Quindi, come il filosofo di Treviri aveva ben sottolineato, il Capitale si muove avendo quale unico obbiettivo quello della sua valorizzazione qual è data percentualmente dal saggio di profitto che “è il rapporto tra il plusvalore e l’intero capitale anticipato” (K. Marx , Il Capitale, Libro I, pag 382), da cui:

r=p/K

a sua volta sappiamo, sempre con Marx, che il plusvalore può essere scomposto nel prodotto del saggio di plusvalore (o grado di sfruttamento) moltiplicato per il valore della forza lavoro impiegata, ovvero quello che sempre Marx chiama capitale variabile, così che la formula sopra diventa:

Antiper: Osservazioni sulla crisi

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Osservazioni sulla crisi*

Antiper

La relazione introduttiva di Giulio Palermo all'assemblea sulla crisi economica che si è tenuta a Massa il 24 febbraio scorso1 è stata certamente interessante ed ha offerto molti elementi di riflessione. Il punto più forte è stato senza dubbio quello dell'aver interpretato la crisi come crisi derivante, in ultima istanza, dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, ciò che viene spesso dimenticato oppure, quando va bene, ricordato in modo puramente rituale. E' stato meritevole anche il fatto di aver introdotto la serata con una sostanziosa ricognizione su alcune categorie marxiane (dalla differenza tra capitale fisso e capitale costante, al plusvalore, alla formulazione del saggio medio di profitto, accennando anche ad una critica alle impostazioni “empiriste” ed al metodo di misurazione adottato in alcune analisi econometriche).

Molti passaggi sono risultati condivisibili, alcuni anche in modo inatteso (visto l'andazzo nel cosiddetto “movimento”), come il richiamo a non schierarsi, anche solo inconsapevolmente, a fianco del “capitalismo dal volto umano” -magari quello dei settori produttivi che “danno lavoro” -contro il capitalismo “cattivo” delle banche (per quanto una distinzione di questo genere, dopo l'Imperialismo di Lenin, sia ormai in larga parte formale). E' un punto importante che da anni andiamo sostenendo nei confronti di coloro che hanno agitato la categoria di “neo-liberismo” proprio nel senso paventato da Palermo il quale è stato tanto più meritevole in quanto, pur avendo scritto un libro intero sui caratteri del neo-liberismo2, ha usato con parsimonia questa categoria.

Invece di riassumere tutte le questioni emerse nella serata, ci concentriamo solo su quelle che a noi paiono più controverse. Ne indichiamo due in particolare, entrambe di carattere principalmente “politico”: “movimento no debito” e “de-mercificazione”.

Ennio Abate: Su comunismo e storia. Lettera a Preve

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Su comunismo e storia. Lettera a Preve

di Ennio Abate

Caro Preve,
 
ho letto su Comunismo e Comunità il tuo articolo intitolato «Comunismo fra Idea e Storia. Riflessioni a partire da Alain Badiou, Michael Hardt, Toni Negri e Gianfranco La Grassa»  e, sia pur in ritardo, tengo a farti avere queste mie schematiche considerazioni su vari punti:
 
1. Crisi della sinistra. Secondo me, andrebbe retrodatata a ben prima del ‘68, perché la sua sottomissione alle pratiche e all’ideologia del neocapitalismo è molto più vecchia ed era, infatti, già oggetto agli inizi degli anni Sessanta di un lavorio critico che con Marx pur qualcosa aveva a che fare, malgrado la sua “torsione operaista” (Panzieri e «Quaderni rossi») oggi a te appare risibile.
 
2. «Programma di liberazione nazionale e sociale». Al momento non esiste.  E i tentativi di pensarlo (le pratiche mi paiono di là da venire…) corrono, secondo me, un grave rischio: usare le “rovine” di un pensiero  nazionale (risorgimentale?) troppo inquinato, e già dall’inizio del Novecento, da  imponenti e non casuali venature nazionaliste e poi apertamente fasciste. Per quanti si sono formati  su un pensiero classista, ma ammettono il suo indebolimento (qualcuno, come La Grassa, parla addirittura di una sua inconsistenza), non è facile  un “buon uso” (nel senso fortiniano del «proteggete le nostre verità» intendo io) di questo tipo di “rovine” (intendo quelle del pensiero nazionale). Anche per la semplice ragione che in passato l’abbiamo sempre guardato con distacco o sufficienza o ostilità. Anche se venissero fugate le obiezioni più serie (accuse di  populismo e di connivenza con la «destra eterna»), un’ “acculturazione nazionale” resterebbe un bel problema: non è facile innestarla sulla base culturale sia pur vagamente marxiana delle vecchie generazioni, non si sa che accoglienza troverebbe tra le nuove generazioni formatesi nel disfacimento della sinistra e nel populismo berlusconiano.
 
3. Badiou. Non so quanto sia determinante in questo autore la distinzione tra “imprese criminali” del comunismo storico (cattivo) e  bontà o innocenza dei “movimenti” o dei “gruppi in fusione” sartriani (o del “comunismo buono”).

Domenico Moro: Il Montino. Vademecum dei disastri di Supermario

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Il Montino. Vademecum dei disastri di Supermario

di Domenico Moro


Prima parte. La Fiscalità

Contrariamente a quanto era stato propagandato dalla maggior parte dei mass media, il governo Monti ha operato sulla fiscalità in modo iniquo. Le imposte, infatti, sono state aumentate ai lavoratori salariati e diminuite alle imprese. Qui di seguito procediamo ad una analisi molto sintetica delle modifiche apportate da Monti alla fiscalità italiana.

L’Irpef, o imposta sulle persone fisiche, è la principale imposta italiana ed è diretta, applicandosi al reddito. Si tratta di una imposta progressiva. Ciò vuol dire che quanto più sei ricco tanto più paghi. In realtà, l’Irpef ha perso, nel corso degli anni, molto del suo carattere progressivo, passando da ben 32 scaglioni e da una aliquota massima del 72% (1974), a soli 5 scaglioni con scaglione massimo di 75mila euro e una aliquota massima del 43% (2007). Pensiamo che invece nel liberista Regno Unito l’aliquota massima è del 50%, che neanche il governo conservatore vuole ridurre.

L’Iva e le accise, al contrario, sono imposte indirette, applicandosi ai consumi. Le imposte indirette sono imposte regressive, perché applicandosi a tutti con una medesima percentuale, gravano maggiormente sul reddito più basso che sul reddito più alto. Si tratta, quindi, di imposte inique. Infatti, la Costituzione raccomanda che le tasse debbano essere progressive.

Ebbene, cosa ha fatto Monti? Monti, malgrado le promesse, ha lasciato intatta l’aliquota più alta dell’Irpef, cioè le imposte sui più ricchi, ed ha aumentato le imposte sui consumi, quelle che gravano principalmente sui redditi più bassi. L’Iva era già stata aumentata da Berlusconi di un punto, dal 20% al 21%. Ora, l’Iva (le aliquote del 10% e del 21%) verrà aumentata, nella seconda metà del 2012, di due punti percentuali e, nel 2014, di un ulteriore 0,5%.

L’Anti-Edipo: la privatizzazione delle donne e la democrazia

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L’Anti-Edipo: la privatizzazione delle donne e la democrazia

Ogni volta che in questo paese il livello della conflittualità sociale cresce, fino a limiti che le istituzioni ritengono ingovernabili, non più incanalabili secondo un’ortopedia social-democratica del dissenso, la “questione femminile” viene strumentalmente agitata come una bandiera. Si tirano fuori da un cassetto chiuso a chiave “le donne”, si dà una sommaria spolverata alla categoria e improvvisamente  ci si ricorda di loro,  tentando di piegarle a svariati usi.

Come testa di turco per far cadere i governi ad esempio: la recente esperienza di Se Non Ora Quando è un caso eclatante e deprimente della strumentalizzazione di questioni che il femminismo radicale ha sempre preso sul serio ( la mercificazione dei corpi e della loro immagine, per esempio), volgarizzate e distorte, infine trasformate in un bolo inoffensivo e più digeribile per un’opinione pubblica ormai consumata dal  suo quotidiano consumare i media.  Istanze ormai rese irriconoscibili e prive di alcun riferimento pratico e teorico al  femminismo radicale. Non a caso spuntava, nei cortei orchestrati da donne  embedded della buona borghesia illuminata (giornaliste, intellettuali, scrittrici, registe, attrici e cantanti), l’odiosa distinzione, da sempre bersaglio delle femministe, tra donne per bene e donne per male, puttane – le presunte odalische del Gran Sultano di Arcore – e sante del XXI secolo (le lavoriste indefesse che si sono “fatte da sole”). Può esserci un tradimento più grande e imperdonabile delle istanze femministe? No.


O meglio, ce n’è uno che del primo è l’altra faccia, il risvolto, l’ombra complementare. Entrambi si fondano sul medesimo presupposto: strumentalizzare, incanalare il dissenso e la conflittualità secondo forme neutrali e di fatto inoffensive. Anche a costo di compiere, sempre e di nuovo, un altro tradimento, storico, culturale, sociale. E qui arriviamo all’articolo di Sapegno sulle “donne della ValSusa” tradite…già, ma tradite da chi?

Gianni Ferrara: L'estinzione della democrazia

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L'estinzione della democrazia

Gianni Ferrara

Il «fiscal compact» europeo e il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione cancelleranno i diritti. I diritti, infatti, costano. E se lo stato non potrà più indebitarsi, lo scandalo della ricchezza dei singoli contro la povertà del pubblico sarà sancito per sempre. Monti ha già firmato, Hollande resiste. La Francia, per ora, è l'unica speranza per l'Europa

Questo inverno sarà ricordato. Dai costituzionalisti, dagli economisti, dai filosofi della politica, dagli storici. Lo sarà perché sta segnando il compimento della controrivoluzione iniziata in Occidente negli anni 70-80 dello scorso secolo a mezzo del neoliberismo, usato come reazione all'instaurazione dello stato sociale condannandolo all'estinzione. Lo ha già ridotto ad una larva. Sarà abbattuto.

L'arma che lo finirà è stata forgiata: è il fiscal compact sottoscritto da 25 (su 27) capi di stato e di governo dell'Unione europea il 2 marzo scorso. Ha per fine l'espropriazione senza indennizzo, senza corrispettivo, pura e semplice, netta, della sovranità finanziaria degli stati. Il che equivale a sancire la sottrazione dello strumento cardine della politica di distribuzione della ricchezza prodotta all'interno degli stati alla democrazia negli stati.

A perpetrare questa espropriazione si provvede con un trattato internazionale, l'ultimo temporalmente e il più efficace dell'armamentario diretto alla neutralizzazione della politica e alla devoluzione della sovranità ai mercati, cioè agli agenti nei mercati, diretti o per procura che siano. L'inedita gravità della fase che stiamo attraversando è dimostrata da due dati non contestabili. Uno richiama i caratteri e le implicazioni dello stato sociale, l'altro attiene a come si configura attualmente il rapporto tra stati e capitali.

Primo dato. Si sa che lo stato sociale ha esteso le specie e quindi il numero dei diritti delle donne e degli uomini, integrandone il catalogo con quelli sociali. Quel che non si sa, o, meglio, si nasconde, è che i diritti costano: tutti, nessuno escluso. Costano per la loro tutela, il loro esercizio, la loro effettività. Ma il loro contenuto, cioè i beni che li soddisfano, li differenziano quanto a strumenti che ne assicurano il godimento.

Angelo Tartaglia: Una replica a Passera

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Una replica a Passera

di Angelo Tartaglia*

La Stampa ha pubblicato in data 6 marzo una intervista di due pagine al ministro Passera sul TAV Torino-Lione, il cui succo sta nel titolo “La Tav è utile e strategica per il futuro dell’Italia”. In questo “dialogo”, sempre privo di interlocutori, vorrei fare una serie di osservazioni nel merito alle affermazioni attribuite al ministro. Naturalmente, sempre in nome di un “dialogo” che è esclusivamente un monologo, non posso che affidare le mie osservazioni a quei canali che sono disponibili per diffonderle e di cui in genere non fanno parte i grandi mezzi di comunicazione.

Seguirò il filo delle domande rivolte al ministro dall’intervistatore (Luigi La Spina) e per forza di cose sarò molto conciso e mi atterrò agli aspetti tecnici.


Uno.
Nella prima domanda l’intervistatore afferma che “la realizzazione di una grande opera… è in tutto il mondo vista con favore”,non specifica però quale sia il “tutto il mondo” cui si riferisce né su quali elementi si basi la sua affermazione alla quale non si può che attribuire un carattere ideologico.Nella risposta il ministro afferma che il governo ha effettuato “un riesame completo del progetto”. Da questo esame “molto approfondito” è emerso che l’opera “è necessaria, utile e strategica” .

Il ministro in tutta l’intervista non riporta un solo elemento fattuale che possa comprovare le sue affermazioni, ma torna a citare, nella risposta alla terza domanda, una “analisi molto approfondita dei costi e dei benefici che l’Osservatorio ha promosso”. Si può comprendere che una intervista poco si presti a snocciolare dati e cifre, ma rimane il fatto che a tutt’oggi l’approfondita analisi costi/benefici continua a non essere pubblica. C’è da chiedersi se non sia coperta da segreto di stato in analogia con i terreni recintati e presidiati in Valle di Susa che sono stati proclamati di interesse strategico nazionale come le basi militari.

Sergio Cesaratto: La Germania e l’Italia che vorremmo (e quelle che abbiamo)

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La Germania e l’Italia che vorremmo (e quelle che abbiamo)

Sergio Cesaratto

Il 2 marzo il primo ministro italiano dichiarava al termine di un vertice europeo che la crisi finanziaria era uscita per un po’ di scena “speriamo per sempre.” La battuta, oltre che improvvida, suona persino cinica se si pensa che in quel meeting il primo ministro spagnolo aveva disperatamente chiesto, fra l’ostilità dei suoi colleghi, un allentamento degli obiettivi di rientro del disavanzo pubblico - questo è stato dell’8,5% nel 2011 contro un obiettivo del 6%, mentre il perseguimento dell’obiettivo del 4,4% nel 2012 comporterebbe una manovra aggiuntiva di €44 miliardi tale da distruggere lo stato sociale spagnolo, a detta di Mariano Rajoy, e se questo è troppo persino per un conservatore spagnolo, v’è da crederci (Eurointelligence). Il “successo” del taglio al debito privato greco non tragga in inganno, quel paese è spacciato e il resto del debito è sulle spalle del resto dell’Europa, compresi i paesi che come l’Italia non hanno responsabilità in merito, a differenza della Germania (qui).


1.
La situazione europea è in verità drammatica e non s’intravedono vie d’uscita. Non che queste in via di principio non esistano, e questo è il grottesco della situazione. Un percorso di crescita e di riproposizione del modello sociale europeo sarebbe possibilissimo e alla portata. Ad esso si frappongono tuttavia scelte nazionali che solo gli sciocchi definiscono egoistiche. Ho più volte scritto, ricordando gli insegnamenti del realismo politico (che fu anche di Tucidide, di Machiavelli, di Hobbes), che nelle relazioni internazionali non valgono valori morali, tantomeno fra economie capitalistiche. Queste sono guidate da borghesie nazionali con i propri disegni, e in molti casi attorno a questi si raccoglie il consenso della maggioranza della popolazione, incluse le classi sociali e relative rappresentanze tradizionalmente d’orientamento progressista. Infatti, difficilmente qualcuno saprebbe fornire un esempio di quella che un tempo si definiva “solidarietà internazionalista” (che non siano scelte individuali di partire volontari per qualche nobile causa).

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