Alessandra Algostino: La Repubblica fondata sul profitto
Lunedì 30 Gennaio 2012 08:42
amministratore

La Repubblica fondata sul profitto
di Alessandra Algostino
«Ogniqualvolta un notabile di Coketown si sentiva maltrattato – vale a dire, ogni volta
che non gli si permetteva di fare il comodo suo e si avanzava l’ipotesi che potesse essere
responsabile delle conseguenze dei suoi atti – si poteva star certi che costui se ne sarebbe
uscito con la terribile minaccia che, piuttosto, avrebbe “gettato tutti i suoi beni nell’Atlantico”»
C. Dickens, Hard Times. For These Times, 1854
Il conflitto capitale-lavoro e la scelta della Costituzione
La storia della destrutturazione dei rapporti di lavoro è ormai lunga, dalle prime leggi sulla flessibilità al c.d. collegato lavoro, dalle concertazioni sul welfare agli “accordi” di Pomigliano e Mirafiori. Il lavoro, che la Costituzione disegna come strumento di dignità della persona e mezzo di emancipazione sociale, come fondamento della «Repubblica democratica» e trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica, è sempre più solo merce. Il diritto dei lavoratori, che evoca diritti e garanzie, che ha come soggetto non la vendita di mano d’opera quanto la vita delle persone, è mistificato nella retorica dei lavori, della competitività, della “libertà” contrattuale del singolo lavoratore. La precarietà si ammanta e diviene flessibilità, quando non vuole essere ancor più affascinante e si fa flexicurity. La piena occupazione è sostituita dalla «propensione ad assumere» che, nel quadro dell’«efficientamento del mercato del lavoro», passa «attraverso una nuova [de-]regolazione dei licenziamenti» (così nella Lettera inviata dal governo italiano all’Unione europea, 26 ottobre 2011). Datori di lavoro e sindacati (nelle loro sigle maggiormente rappresentative a livello nazionale) concordano nel centrare le relazioni industriali sul profitto delle imprese (la loro competitività e produttività), nella prospettiva ordoliberale che da ciò possano discendere benefici per l’occupazione e le retribuzioni (per tutti, da ultimo, l’Accordo siglato il 28 giugno 2011 tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil).
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Sergio Bologna: Costa Concordia: la "movida" galleggiante
Giovedì 19 Gennaio 2012 17:15
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Costa Concordia: la "movida" galleggiante
di Sergio Bologna
 Strano che nessuno si sia chiesto quale bandiera batte la “Costa Concordia”. Strano che nessuno si sia chiesto chi stava sul ponte di comando della nave al momento dell’incidente. Strano che nessuno abbia ricordato che ai primi di ottobre del 2011 la nave portacontainer “Rena” della MSC è andata a sbattere contro l’Astrolabe Reef in Nuova Zelanda, uno dei più preziosi paradisi marini del globo, e che da allora (sono passati tre mesi e mezzo) sputa petrolio su quelle acque incontaminate, creando il più grave disastro ecologico in quell’emisfero. Strano che nessuno ricordi come l’Italia abbia a che fare in questi incidenti, per più motivi. Costa Crociere, nata italiana come dice il nome, è controllata dal gigante americano del settore. Ma chi la gestisce?
Le navi, è bene si sappia, sono di proprietà, di norma, di una holding la cui prima preoccupazione è di metterle al riparo dal fisco e dalle norme sulle tabelle d’armamento presso certi paradisi fiscali ( da cui le cosiddette “bandiere ombra” o flag of convenience). Ma sono gestite da Ship Management Societies specializzate che decidono le assunzioni di personale e lo fanno di solito in base al principio del minor costo. Sulla “Rena” c’erano 15 filippini su 20 uomini di equipaggio. I filippini hanno pessima fama, ma ingiustamente, da “paria” del settore sono diventati oggi tra quelli meglio preparati, perché negli anni hanno imparato che la loro vocazione era quella ed hanno investito in scuole professionali, che rilasciano i diplomi ed i certificati necessari per l’imbarco. Purtroppo oggi il mercato dei certificati falsi è fiorente, oggi i “paria” sono altri, ucraini, vietnamiti, turchi, bielorussi.
1. Sabato c’è stata una manifestazione sul Canale della Giudecca a Venezia contro il passaggio delle grandi navi da crociera. Stava uscendo in quel momento la “MSC Magnifica”. MSC sta per Mediterranean Shipping Company ed è la creatura di un geniale italiano di Sorrento, Gianluigi Aponte, che ha trasferito le sue attività in Svizzera, a Ginevra, dove sembra abbia preso moglie con tanto di banca in dote.
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Umberto Romagnoli: Il diritto del lavoro torna al Medioevo
Sabato 24 Dicembre 2011 10:11
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Il diritto del lavoro torna al Medioevo
Umberto Romagnoli
L’articolo 8 sui “contratti di prossimità” legalizza un domestico dumping sociale perché moltiplica i particolarismi regolativi indipendentemente dai limiti fissati dalla contrattazione nazionale e dalla stessa legge. Una norma assolutamente da cancellare
 Storicamente, le principali fonti regolative in materia sindacale e del lavoro sono il contratto collettivo e la legge. Ma non sono equi-ordinate. Anzi, l’omologazione del contratto collettivo alla legge è un privilegio oneroso, perché la concessione a privati di un potere para-legislativo presuppone che lo Stato ne abbia predeterminato condizioni e forme d’esercizio. Infatti, per quanto la coesistenza di contratti collettivi plurimi, nel senso di: stipulati da sindacati-associazioni in concorrenza tra loro e applicabili ai soli iscritti, sia un corollario del principio di libertà sindacale che intendevano riaffermare in polemica col regime fascista, i padri costituenti pensavano che il sindacato che contratta per i soli iscritti fosse figlio di un dio minore. Per questo non lo posero al centro del dibattito costituente: la loro preferenza andava al sindacato dei lavoratori in quanto tali.
Il sindacato degli iscritti entra in scena più tardi, una volta consumatasi la rottura della Cgil, ma resterà ai margini di un’esperienza virtuosamente segnata dall’unità d’azione, nonostante saltuari black-out. E questa è la prova migliore che la sindrome universalista del sindacato appartiene più alla storia che all’ideologia. “La bipolarità del sindacato come libero soggetto di autotutela in una sfera di diritto privato e, al tempo stesso, come soggetto di una funzione pubblica è presente nella stessa Costituzione”. Parola di padre costituente: parola di Vittorio Foa.
Viceversa, i sindacati del dopo-costituzione hanno imboccato risolutamente la strada della privatizzazione integrale ed hanno imparato a percorrerla con la perizia di un equilibrista sul filo. Un giorno, però, cedendo ad un rigurgito di pragmatismo permissivo completamente avulso dal disegno costituzionale, il Parlamento ha confezionato una nuova tipologia di contratti collettivi: i contratti “di prossimità”.
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Militant: La “riforma finale”
Giovedì 24 Novembre 2011 23:19
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La “riforma finale”
Militant
.jpg) Quella a cui il Governo Monti si appresta a mettere mano sarà “la riforma finale” del sistema previdenziale. Proprio così, avete letto bene: la riforma finale. E il copyright della lugubre quanto appropriata definizione questa volta non è nostro, ma è del neoministro del lavoro Elsa Fornero ( leggi).
Confessiamo che quando abbiamo letto quali fossero le intenzioni della “superesperta di pensioni” c’è corso più di un brivido lungo la schiena, e non solo per il fatto che in quello slogan ne riecheggiasse un altro ben più macabro e triste. La prendiamo un po’ da lontano promettendo però di arrivare velocemente al punto.
Marx sostiene che nella società dominata dal modo di produzione capitalistico la merce sia la forma elementare della ricchezza, e che ogni merce abbia al contempo un valore d’uso ed un valore di scambio. Il primo è intimamente connesso alla natura stessa della merce, al suo “corpo”, e dunque alla sua capacità di soddisfare un bisogno; sia esso materiale o spirituale, reale o immaginario. Il valore di scambio è invece la cristallizzazione di quella “sostanza sociale” che rende tutte le merci assimilabili e dunque scambiabili tra loro: il lavoro umano. Esso è dunque la misura del tempo di lavoro (generico ed astratto) socialmente necessario a produrre ogni merce. E tra queste, per quanto possa non piacerci, c’è anche il lavoro, o più correttamente, la forza lavorativa. La sola merce di cui dispongono e che dunque possono vendere milioni di proletari ed al tempo stesso l’unica merce in grado di generare, attraverso il suo consumo, più valore (di scambio) di quello necessario alla sua produzione.
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Carlo Guglielmi: Prime riflessioni sull'accordo interconfederale del 28.6.2011
Venerdì 08 Luglio 2011 13:44
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Prime riflessioni sull'accordo interconfederale del 28.6.2011
di Carlo Guglielmi
Queste note dell'avvocato giuslavorista Carlo Guglielmi focalizzano l'attenzione sui putni rilevanti dell'accordo su "contratti e rappresentanza sindacale" firmato da CGil, Cisl e Uil il 28 giugno con Confindustria. Per chi voglia ragionare sul merito anche giuridico, e quindi sui margini che vengono lasciato - o no - all'agire sindacale sui osti di lavoro, si tratta certamente di un testo importante.
Come afferma la storiografia più avvertita “la storia è sempre storia del presente”. Il tratto più straordinario dell’oggi sono le analogie davvero impressionanti con il triennio 1991 – 1994. L’esplosione delle inchieste giudiziarie, il franare di un blocco di potere ventennale (allora il Caf oggi Berlusconi), l’invito a disertare il referendum per recarsi “al mare” rinviato al mittente ieri come oggi, la primavera elettorale dei comuni (ieri Bassolino oggi De Magistris), l’attacco speculativo al sistema economico paese e la finanziaria monstre (ieri 90.000 miliardi oggi 50 o più miliardi di euro), il Governatore di Bankitalia prestato alla salvezza della patria (ieri con Ciampi alla presidenza del Consiglio, oggi con Draghi alla presidenza della BCE), e sopra ogni cosa il ruolo del Presidente della Repubblica che – Napolitano come Scalfaro – utilizza tutta la propria credibilità e “moral suasion” per condurre il paese fuori dalle secche delle contrapposizioni invocando responsabilità nazionale e rigore. E, ovviamente, c’è l’architrave della nuova geografia sociale responsabile ovverosia un accordo interconfederale con cui lavoratori e aziende mettono al bando ogni conflitto e rivendicazione nel superiore interesse della produzione. La differenze dell’oggi è che tutto ciò è accaduto non in tre anni - come allora - ma in tre mesi. A quei tempi si dovette attendere il marzo 1994 (con la vittoria di B.) per scoprire con sgomento come la caduta di un sistema non producesse per germinazione naturale lo spazio per il cambiamento. Oggi il fatto è del tutto chiaro appena 15 giorni dopo il risultato dei referendum con l’adesione bipartisan alla finanziaria, l’avvio militarizzato dei lavori per la Tav in val di Susa, la prosecuzione dell’azione in Libia ed il generalizzato plauso per la ritrovata unità sindacale; il tutto sotto l’attento e attivo sguardo del Presidente della Repubblica.
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Antonella Stirati: Come calcolare correttamente la riduzione dei salari
Venerdì 13 Maggio 2011 10:47
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Come calcolare correttamente la riduzione dei salari
Antonella Stirati
 In precedenti contributi a questa rivista (come del resto in numerose e autorevoli altre sedi) si è sostenuto che negli ultimi decenni vi è stata una redistribuzione del reddito a sfavore del lavoro dipendente di grande portata. Intorno a questo si è sviluppata una discussione che ha visto un mio commento a un post di Giulio Zanella ed una sua risposta (noisefromamerica 7/1/2011), che difende alcune scelte metodologiche relative all’uso dei dati che io avevo criticato. La questione è rilevante, in quanto il modo in cui si utilizzano i dati può permette di vedere, o invece offuscare, l’entità di un fenomeno che ha evidentemente una grande rilevanza sociale ed economica. Se infatti la redistribuzione del reddito è avvenuta e ha dimensioni rilevanti, ne discendono problemi di equità e coesione sociale, e anche conseguenze macroeconomiche negative per l’andamento dei consumi, e quindi della domanda aggregata e dell’occupazione (si veda in proposito Stirati, le premesse teoriche della lettera degli economisti, su questa rivista).
La materia del contendere riguarda in particolare due punti:
1 – se sia più opportuno utilizzare la quota dei redditi da lavoro sul PIL “corretta” mediante l’imputazione al lavoro autonomo di un reddito da lavoro pari al reddito medio da lavoro dipendente o, come suggerito da Zanella, la quota sul PIL dei redditi del solo lavoro dipendente.
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Collettivo Uninomade: Il mito dello sciopero generale
Mercoledì 11 Maggio 2011 22:42
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Il mito dello sciopero generale
di Collettivo Uninomade
 Che cosa significa sciopero generale oggi? Questo è il problema. Susanna Camusso sembra avere le idee piuttosto chiare. Al momento del suo insediamento ha subito generosamente messo in guardia i suoi avversari, dentro e fuori la Cgil, dicendo in buona sostanza: voi poveri illusi fate una campagna per lo sciopero generale, ma il sindacato ne ha fatti più di uno negli ultimi anni, non vi rendete conto che non servono a nulla? Non è stata ascoltata, e tutti possono ora vedere come è andata a finire. L’intelligente mastino della Cgil ha così messo nell’angolo la Fiom, riaffermando la piena sovranità della segreteria e del suo ruolo politico, non negando ma convocando lo sciopero generale: a distanza di sicurezza dall’autunno di lotte, di sole quattro ore e con manifestazioni territoriali. Per rendere più chiara la resa, la Fiom ha accettato – proprio alla vigilia dello striminzito 6 maggio – il diktat di Marchionne alla Bertone: solo la consumata spregiudicatezza di un abile sindacalista può presentare come “genialità operaia” quella che è un’evidente sconfitta, ripetendo gli stessi argomenti con cui la segretaria della Cgil invitava a votare sì anche a Mirafiori. La mossa del cavallo rischia di essere, in realtà, uno scacco matto.
Ma il punto, per noi, non è fare le pulci ai conflitti intestini al sindacato, ma rimettere a tema il rapporto tra movimento e sindacato a partire dalle lotte.
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Sergio Bologna: Il lavoro cambia. E allora che si fa?
Martedì 22 Febbraio 2011 08:11
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Il lavoro cambia. E allora che si fa?
di Sergio Bologna
 Non ricordo esattamente quando mi hanno invitato la prima volta a partecipare ad un dibattito dal titolo “il lavoro che cambia” ma può essere stato non meno di trent’anni fa. Del resto sono i documenti stessi a dirlo: sulla rivista “ primo maggio” le analisi del decentramento produttivo, della scomposizione dell’unità aziendale in un sistema a rete, erano cominciate nel 1976/77. Negli stessi anni, i lavori del Dipartimento di Scienze del Territorio del Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, avevano parlato di “fabbrica diffusa”.
Probabilmente si parlava ancora troppo di disarticolazione del complesso aziendale, cioè di “nuovo modo di fare impresa” e troppo poco di “nuovo modo di lavorare”, ma l’idea che la classe operaia venisse frammentata sul territorio per indebolirla era chiara. Le grosse novità sembravano però concentrate ancora nella fabbrica fordista, come il passaggio dalla lavorazione alla catena a quella “a isole”, la robotizzazione ecc.. Negli stessi anni si apriva un dibattito – purtroppo caratterizzato da forzature ideologiche – sulla fine della centralità dell’”operaio massa” e la comparsa sulla scena di una nuova figura egemone, quella dell’”operaio sociale”. Insomma, che nel mondo del lavoro si fosse alla vigilia di qualcosa di grosso, era chiaro a molti dei protagonisti di quelle analisi già dalla metà degli Anni Settanta.
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M.Boldrin vs E.Brancaccio: Controversia su Marchionne, il liberismo e il centro-sinistra che verrà
Lunedì 21 Febbraio 2011 07:22
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Controversia su Marchionne, il liberismo e il centro-sinistra che verrà
Michele Boldrin vs Emiliano Brancaccio
Chi ha ragione tra la Fiom e Marchionne? Quali sono le cause del declino italiano? Come ha risposto alla crisi il governo Berlusconi? Quali politiche economiche dovrà mettere in campo un futuro ed eventuale governo di centro-sinistra? Un confronto a tutto campo – e senza esclusione di colpi – fra due economisti uniti dall’‘antitremontismo’ ma divisi su molte questioni di fondo. Una rappresentazione plastica delle ‘diverse opposizioni’ che si contrappongono alla destra italiana
MicroMega: Lo scorso 22 agosto sul Fatto Quotidiano Michele Boldrin scriveva che sul caso Fiat occorre «riflettere in termini concreti e non ideologicamente populisti come invece gli sciacalli della politica, da un lato e dall’altro, sembrano voler fare». «Sia a Melfi che a Pomigliano», si leggeva in quell’articolo intitolato «Ma io dico che Marchionne fa bene», «essa non ricatta nessuno: offre invece ai suoi dipendenti l’occasione per un rapporto di collaborazione basato su criteri altri da quelli che hanno (s)governato le relazioni industriali italiane dal primo dopoguerra ad oggi. Solo da tale nuova collaborazione può venire l’innovazione continua che costituisce la conditio sine qua non per prosperare. Rara eccezione nella storia secolare e peraltro poco encomiabile di questa impresa, il discorso Fiat è oggi un discorso di progresso e di crescita».
Sono tesi certamente molto distanti non solo da quelle della Fiom ma anche da quelle sostenute da larga parte della sinistra italiana. Professore, può precisare meglio in che modo secondo lei la strategia messa in atto dalla Fiat può rappresentare «un discorso di progresso e di crescita»?
Michele Boldrin: Mi pare che la Fiat – per la prima volta da molto tempo a questa parte – stia cercando di comportarsi come un’impresa. Per impresa intendo un’impresa privata multinazionale che ha come punto di riferimento il mercato in cui opera, quello degli autoveicoli, a livello mondiale.
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Aris Accornero: Unionized, not unionized
Domenica 20 Febbraio 2011 15:22
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Unionized, not unionized
Gianni Saporetti intervista Aris Accornero*
Nella vicenda Fiat il risultato più grave, e paradossale perché raggiunto grazie allo statuto dei lavoratori, è l’esclusione dalla fabbrica del sindacato più forte; il modello americano di cui tutti parlano anche a sproposito; l’asimmetria fra lavoratori e azienda che la Fiom non riesce ad accettare
Mi sembra di capire che secondo lei il risultato di gran lunga più grave di tutta la vicenda Pomigliano-Mirafiori sia l’esclusione dalla fabbrica del sindacato più rappresentativo. E' così?
Sì è così, però prima vorrei fare una premessa su un fatto cui nessuno ha fatto più cenno ma che a me sembra utile ricordare. Esattamente tre anni fa, a gennaio del 2008, la Fiat a Pomigliano aveva fatto un grossissimo sforzo, anche economico (soprattutto legato al fatto che gli operai non lavoravano perché partecipavano a dei corsi di formazione) per introdurre il famoso World Class Manifacturing. L’azienda aveva molto reclamizzato l’operazione, se n’era parlato anche nel Sole 24 ore. Quando mi era stato chiesto un giudizio, avevo detto: "Beh, alla Toyota è un po’ diverso…”. Perché quello a cui loro puntavano era una riconquista di quegli operai a moduli di comportamento e lavorativi rivisitati, non tanto in senso professionale, ma quasi in senso morale.
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Guido Viale: L'Italia, fabbrica cacciavite della Fiat
Giovedì 10 Febbraio 2011 14:49
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L'Italia, fabbrica cacciavite della Fiat
Guido Viale
 Nessuno si è chiesto che cosa sarebbe successo se a Mirafiori avessero vinto i no. Non è una domanda peregrina; in fin dei conti i sì hanno vinto per pochi voti. Se avessero vinto i no, Marchionne, i sindacati gialli (Cisl, Uil, Fismic e compagnia) e Sacconi (in rappresentanza di un governo che non esiste più) avrebbero subito uno smacco ancora maggiore; ma nei fatti non sarebbe successo niente di diverso da quello che accadrà. Con la vittoria dei sì gli operai andranno in Cig per almeno un anno. Quando, e se, Mirafiori riaprirà, la situazione in Italia e nel mondo potrebbe essere molto cambiata. Nel frattempo verranno costituite, a Pomigliano, a Mirafiori, e poi in tutti gli altri stabilimenti Fiat, tante nuove società (all'inglese, NewCo) che assumeranno con contratti individuali e vincolanti gli operai che serviranno. Alla Zastava (l'impianto serbo della Fiat) ne stanno scartando tantissimi. A Mirafiori, con un'età media di 48 anni, un terzo di donne e un terzo con ridotte capacità lavorative, a essere scartati saranno forse ancora di più. Poi cominceranno ad arrivare motori, trasmissioni e pianali prodotti negli Usa per essere assemblati con altre componenti di varia provenienza, trasformati in suv e Jeep (che è l'«archetipo» di tutti i suv) e rimandati indietro: fino a che l'«esportazione» dagli Usa in Italia di quei motori e pianali non avrà raggiunto un miliardo e mezzo di dollari, come da accordi presi tra Marchionne e Obama. Poi si vedrà: di sicuro cesserà quell'avanti e indietro di pezzi tra Detroit e Torino che non ha senso; e per Mirafiori bisognerà trovare una nuova produzione e, forse, un nuovo «accordo».
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Emiliano Brancaccio: Come difendere nella UE il lavoro
Domenica 30 Gennaio 2011 14:32
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Come difendere nella UE il lavoro
Emiliano Brancaccio* intervistato da Roberto Mapelli
D: L’euro è giunto, durante la crisi “greca”, a un passo dal baratro. Ma c’è da chiedersi come mai abbia resistito tanto, essendo fondato - in assenza di un governo comune della politica economica e di un prestatore di ultima istanza - solo su alcuni parametri intrinsecamente restrittivi e recessivi. Si chiama “Patto di stabilità e convergenza” europeo, ma sarebbe meglio chiamarlo “Patto di instabilità e divergenza”, perché in fin dei conti è questo il risultato che produce. In più, con l’euro sono venuti meno quei meccanismi di riaggiustamento valutario che consentivano di riequilibrare le forti differenze di produttività e competitività fra i vari paesi, mentre la forte dinamica delle esportazioni della Germania, che rappresenta da sola un terzo dell’intera economia europea, tende a spingere verso l’alto il tasso di cambio, spiazzando le economie dei paesi più deboli, i cosiddetti “maiali” (Pigs: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) e gonfiando il loro disavanzo e debito pubblico. Ma allora il comportamento di un paese “virtuoso” come la “formica” Germania non è proprio la causa della crisi delle “cicale” e della crescente divaricazione dell’economia europea?
Fin dalle sue origini, l’Unione monetaria europea porta con sé una contraddizione interna che con la crisi globale è emersa in tutta la sua evidenza.
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Sergio Bologna: Un maglioncino di cashmere anche per me
Giovedì 27 Gennaio 2011 14:53
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Un maglioncino di cashmere anche per me
di Sergio Bologna
 Dicono che nei negozi di alta gamma c’è grande richiesta di maglioncini di cashmere. Pare che furgoni della Caritas passino e ripassino da villozze e case padronali a ritirare smoking, completi gessati, cravatte a quintali. E’ il popolo dei padroncini, di seconda, terza generazione, giovanotti dal SUV facile, MBA nella tasca dei pantaloni, che aspira a diventare un popolo di Marchionne. Tocca a loro. Guadagneranno la prima pagina della “Padania” o magari del “Sole24” per esser riusciti a negoziare contratti aziendali al ribasso? Pochi però riusciranno a farsi notare da Obama. Se qualcuno ha delocalizzato è andato in Romania, Albania, Bielorussia, Bangladesh, Cina, Marocco. Tanto che viene spontaneo chiedersi: ma a chi abbasseranno il salario, sotto lo standard del contratto nazionale? Agli artigiani terzisti? Ai pochi operai rimasti? Oppure alle cosiddette funzioni elevate, a quelli che portano il colletto bianco? Mi sa che saranno questi i più bastonati. Come alla Fiat, visto da lontano (perché da vicino non si può) il nuovo piano industriale dovrebbe fare assunzioni tra gli operai, almeno per rimpiazzare i vecchi, quelli del “no”, ma tra gli impiegati, quelli del “sì”, dovrebbe fare un macello.
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Giorgio Cremaschi: Tassare i ricchi, per disarmare il regime dei padroni
Martedì 25 Gennaio 2011 14:59
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Tassare i ricchi, per disarmare il regime dei padroni
Giorgio Cremaschi
 Mentre Berlusconi è invischiato nei suoi scandali finanziari e sessuali, Marchionne sta conducendo un attacco che è anche più brutale di quello di Berlusconi ai diritti sociali e ai diritti dei lavoratori. Diciamo che c’è una specie di passaggio di testimone: Berlusconi può essere nei guai ma Marchionne continua una politica che è anche più aggressiva che portò qualche anno fa all’attacco articolo 18 dello statuto dei lavoratori. In fondo Marchionne che cosa dice? O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra. O rinunciate al contratto nazionale, al diritto di sciopero, alle libertà sindacali, al diritto di scegliere il sindacato che volete – quindi, o rinunciate a tutto, oppure io vado da un’altra parte.
Questa è la più brutale delle aggressioni ai diritti del lavoro dal ’45 a oggi. Perché “regime dei padroni”? Padroni: chi sono i padroni?
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Mario Tronti: La catena SPEZZATA
Sabato 22 Gennaio 2011 18:49
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La catena SPEZZATA
Anticipiamo brani del saggio che chiude il libro-inchiesta sul ciclo produttivo negli stabilimenti Fiat di Pomigliano compiuta da un gruppo di giovani ricercatori del Centro per la Riforma dello Stato. Ma sopratutto un'analisi sul valore politico e simbolico dell'insubordinazione operaia in un'impresa multinazionale alla luce del tentativo di introdurre modelli di relazioni industriali che cancellano i diritti sociali e la capacità di resistenza da parte del lavoro vivo
Mario Tronti
 Una caratteristica del nostro sciatto tempo è la separazione degli ambiti: la fabbrica ai sociologi, il mercato agli economisti, le istituzioni ai politologi. Non funziona così. Non funziona nemmeno per i bisogni della conoscenza dei fenomeni: che, separati nella complessità delle loro componenti, diventano oscuri e risultano falsi. Tanto meno funziona per le necessità dell'intervento nei processi: che, spezzati, nel comportamento dei loro soggetti, diventano inagibili e risultano immodificabili. Occorre dotarsi di una visione lucida del Gesamtprozess di sistema, dove tutti gli attori in campo vengono riconosciuti nel loro spazio di movimento, con i loro interessi, e soprattutto con la forza che intendono usare per farli valere.
Ecco un primo punto. Pomigliano, nella fase acuta della vicenda, quella intorno al referendum, ci ha messo davanti agli occhi la sproporzione nel rapporto di forza che si era creata tra padrone e operai. O meglio, la forzatura contenuta nel ricatto del quesito referendario, questo voleva mostrare, e il risultato della consultazione, bisogna dire, che lo ha corretto. Non certo rovesciato, ma corretto senz'altro. Se «Pomigliano non si tocca» aveva imposto un'iniziativa al management Fiat, «Pomigliano non si piega» dava una risposta al contenuto ricattatorio di quella iniziativa.
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Joseph Halevi: La bufala della sfida dei paesi emergenti
Sabato 08 Gennaio 2011 19:48
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La bufala della sfida dei paesi emergenti
di Joseph Halevi
 Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso la Fiat effettuò massicci licenziamenti concentrandosi sugli operai della Fiom e dando avvio alla pratica dei «reparti confino», ove venivano inviati gli operai comunisti, socialisti e gli iscritti alla Fiom. Allora sia il Pci che la Cgil interpretavano il capitalismo italiano come dominato dai grandi monopoli e destinato pertanto a una prolungata stagnazione. In risposta alla percepita stasi e crisi dell'industria e dell'auto in particolare, Vittorio Foa elaborò per la Cgil la proposta di sviluppare la produzione lanciando l'idea di una «vetturetta» popolare.
In realtà era quello che la Fiat stava programmando, dato che l'economia italiana, capitanata dal gruppo Iri, stava imboccando la via della grande trasformazione postbellica. Poco dopo da Mirafiori uscì l'epocale Seicento. I licenziamenti avevano quindi due obiettivi: ristrutturare completamente l'apparato tecnico produttivo dell'azienda e cambiare in senso fordista la forza lavoro, indebolendo quanto più possibile ogni autonoma controparte sociale, la Fiom appunto.
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Stefano Perri: Il falso paradosso del costo del lavoro
Venerdì 07 Gennaio 2011 17:31
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Il falso paradosso del costo del lavoro
Stefano Perri*
1. È opinione comune, espressa in molti dibattiti nei media, che in Italia si verifichi un curioso paradosso per quanto riguarda il costo del lavoro. Infatti il livello dei salari e degli stipendi dei lavoratori italiani è basso rispetto agli altri paesi avanzati, ma si lamenta tuttavia che le imprese debbano sostenere un alto costo per ciascun lavoratore impiegato in rapporto al valore aggiunto per addetto. Lo stesso “successo delle imprese nel sistema competitivo” ne risulterebbe danneggiato [1]. In realtà si tratta di un falso paradosso e l’affermazione appena richiamata andrebbe fortemente qualificata e rettificata. Infatti molto spesso non si considera attentamente che cosa effettivamente indicano i dati statistici.
2. Recentemente è stato negato che nella maggioranza dei paesi sviluppati si sia verificata una diminuzione della quota dei salari sul reddito a partire dagli anni’80, come invece è ritenuto da molti economisti[2].
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Emiliano Brancaccio: Un argine a speculazioni e delocalizzazioni
Domenica 02 Gennaio 2011 13:05
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Un argine a speculazioni e delocalizzazioni
Marco Sferini intervista Emiliano Brancaccio
Stiamo assistendo a una precipitazione della vicenda FIAT e a un inasprimento del conflitto tra i sostenitori e gli oppositori della linea portata avanti dai vertici del gruppo. Qual è secondo lei l’incidenza della crisi economica sulle scelte operate da Marchionne?
La crisi ha rappresentato un acceleratore dei piani di Marchionne. La grande recessione esplosa nel 2008 ha indotto l’amministratore delegato di FIAT ad attuare in termini molto più repentini e dolorosi un programma di ristrutturazione che egli probabilmente coltivava già da tempo, e che in buona sostanza dipende dalla fragile posizione di FIAT all’interno di un mercato automobilistico in profonda transizione. Il punto da comprendere è che in molte branche del manifatturiero, e in particolar modo nel settore automobilistico, registriamo da tempo un eccesso di capacità produttiva a livello mondiale. Conseguenza di questo eccesso è quella che Marx definiva una tendenza alla centralizzazione dei capitali.
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Roberto Artoni: I tagli allo Stato Sociale? Dannosi e controproducenti
Venerdì 31 Dicembre 2010 15:32
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I tagli allo Stato Sociale? Dannosi e controproducenti
Anna Avitabile intervista Roberto Artoni
Parla Roberto Artoni, docente della Bocconi. "Si usa la crisi per ridurre le spese sociali, ma così facendo non si risolve il problema. Al contrario, lo si aggrava". In certi settori, come la sanità, l'intervento pubblico resta lo strumento migliore
Da qualche tempo si parla di insostenibilità dell'intervento pubblico, asserendo che è necessario tagliare pesantemente una serie di voci di spesa, a partire da quelle delle autonomie locali, dell'istruzione, della sanità, della gestione del territorio. Ma il gettito fiscale non è drasticamente diminuito negli ultimi anni e allora perché quelli che erano livelli normali di spesa oggi sembrano essere diventati insostenibili? Cos'è cambiato? Si apre con questa domanda, forse un po' ingenua, l'intervista a Roberto Artoni, professore di Scienza delle Finanze all'università Bocconi di Milano.
Qualche maligno ha scritto che c'è chi ha guardato alla crisi come a una grande occasione per arrivare a un regolamento dei conti, cioè alla possibilità di tagliare soprattutto le spese sociali. E lei è d’accordo con questa ipotesi?
Ci sono molti indizi che la rendono non così peregrina, soprattutto se si guarda alle politiche proposte dai repubblicani negli Stati Uniti o a quelle praticate dai conservatori inglesi. Ma c’è anche un secondo aspetto da tenere in conto, la speculazione finanziaria degli operatori transnazionali che oggi possono attaccare qualunque valuta, specialmente quelle dei paesi relativamente piccoli, in particolare quando questi ultimi hanno la necessità di rinnovare il loro debito in scadenza.
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Alfonso Gianni: L'avvento del "Marchionnismo"
Giovedì 30 Dicembre 2010 23:16
amministratore
L'avvento del "Marchionnismo"
di Alfonso Gianni
 Morto un picconatore se ne fa un altro. Dopo la scomparsa di Francesco Cossiga, ecco brillare l’astro di Sergio Marchionne. Se il primo aveva affondato i propri colpi nel ventre molle delle istituzioni e squarciato il velo di ipocrisia che avvolgeva i rapporti politici della Prima Repubblica, il secondo usa il maglio per sconvolgere le relazioni industriali e sindacali del nostro paese al fine di completare quell’opera poco meritoria di americanizzazione della società che finora si era concentrata sullo smantellamento dello stato sociale. “Grazie Fiat” ci dice Giuliano Cazzola. Puro masochismo. In realtà non è difficile capire – se si leggessero i testi degli “accordi” firmati solo da alcuni sindacati, satelliti nell’orbita dell’impresa - che il ciclone Marchionne porta il peggio per l’industria del nostro paese.
Cominciamo dall’oggetto della produzione, di cui sembra che quasi tutti si siano dimenticati. Il progetto Marchionne prevede che lo stabilimento di Mirafiori produrrà Suv.
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