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Alfonso Gianni: L'avvento del "Marchionnismo"

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L'avvento del "Marchionnismo"

di Alfonso Gianni

Morto un picconatore se ne fa un altro. Dopo la scomparsa di Francesco Cossiga, ecco brillare l’astro di Sergio Marchionne. Se il primo aveva affondato i propri colpi nel ventre molle delle istituzioni e squarciato il velo di ipocrisia che avvolgeva i rapporti politici della Prima Repubblica, il secondo usa il maglio per sconvolgere le relazioni industriali e sindacali del nostro paese al fine di completare quell’opera poco meritoria di americanizzazione della società che finora si era concentrata sullo smantellamento dello stato sociale. “Grazie Fiat” ci dice Giuliano Cazzola. Puro masochismo. In realtà non è difficile capire – se si leggessero i testi degli “accordi” firmati solo da alcuni sindacati, satelliti nell’orbita dell’impresa - che il ciclone Marchionne porta il peggio per l’industria del nostro paese.

Cominciamo dall’oggetto della produzione, di cui sembra che quasi tutti si siano dimenticati. Il progetto Marchionne prevede che lo stabilimento di Mirafiori produrrà Suv. Come noto veicoli inadatti a circolare nei percorsi urbani delle cento città d’Italia. Cioè funzionerà come un’articolazione europea della fabbrica globale Chrysler, altro che Fabbrica Italia. Mentre gli uffici studi e progettazione di tutto il mondo si arrovellano sul grande tema della mobilità di persone e cose nel nuovo secolo, Fiat si accomoda sul lato peggiore e di più corta prospettiva del mercato automobilistico. Come se non bastasse, le modalità con cui verrebbe applicato il nuovo mantra della imprenditoria automobilistica mondiale, il World Class Manufacturing, ovvero con più straordinari, meno pause e meno giorni di malattia pagati, dimostra che la lezione non è stata appresa.

La saturazione dei tempi e il parossismo dei ritmi di lavoro ha nuociuto persino alla Toyota, la madre di questo modello, che nel 2009 ha dovuto ritirare 10 milioni di autoveicoli difettosi con buona pace del mito della qualità. Ma il “marchionnismo” non si ferma qui. Il suo vero obiettivo è picconare il contratto collettivo nazionale di lavoro, dando vita a un contratto specifico, il cui presupposto è la creazione di una newco. In attesa di un contratto auto a valenza nazionale, di cui si discuterà a fine gennaio, la newco non farà parte della Confindustria. Anche quest’ultima, tra l’altro, non ne esce benissimo, dimostrando tutto l’affanno dei suoi cento anni di vita. In questo modo Marchionne ottiene l’effetto voluto, niente affatto collaterale, la “defiomizzazione” della Fiat. Non essendo necessario perseguire il modello americano degli anni trenta allo stato puro, quello del “no union”, avendo intascato la collaborazione di Fim, Uilm, Fismic e naturalmente Ugl, per Marchionne è sufficiente escludere la Fiom dalle rappresentanze sindacali aziendali in quanto non firmataria dell’accordo in vigore nello stabilimento. Si dovrebbe in primo luogo osservare che una simile soluzione è un affondo contro la democrazia del nostro paese visto che limita ulteriormente la rappresentanza dei lavoratori sul piano sindacale dopo averla stravolta sul piano politico a causa di una legge elettorale che da tutti è considerata una schifezza. Si dovrebbe anche aggiungere che il corollario per cui i lavoratori che sciopereranno contro l’intesa potranno essere licenziati, è apertamente incostituzionale, poiché la nostra Carta stabilisce che il diritto di sciopero è individuale seppure a indirizzo collettivo. Ma si sa che purtroppo la nostra classe imprenditoriale è poco sensibile a questi temi. Lo è però ai propri interessi e allora farebbe bene a porsi il problema di come può funzionare un simile sistema di relazioni sindacali e sociali in un universo produttivo che per oltre il 90% è fatto di piccole imprese, a cominciare dall’indotto Fiat, nelle quali spesso la Fiom è l’unico sindacato esistente. Non la salverà un eventuale 51% in un referendum ottenuto sotto ricatto. Nell’attuale crisi economica mondiale l’industria italiana di tutto ha bisogno tranne che coltivare vecchie scelte produttive e lanciarsi nella totale incertezza delle relazioni sindacali. Obama ha benedetto il salvataggio degli stabilimenti di Detroit – e ora ben se ne comprende il perché -, ma almeno ha accennato alla necessità di dotare la società americana di un sistema di protezione sociale che guarda più all’Europa che alla individualizzazione estrema della società del precedente modello americano. Noi da lì invece importiamo il peggio. Ma non funzionerà, perché del modello americano ci manca un elemento fondamentale che almeno lo ha reso sopportabile negli anni migliori: la mobilità sociale, verso l’alto oltre che verso il basso. Come ci dicono Censis e Istat, quella italiana è una società bloccata più che mai. Al massimo si può scendere sempre più in fondo.

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